
26.12.2005
...un anno dopo
Rainews24 e peace reporter
26.06.2005
...sei mesi dopo
28.12.04 Il bilancio del maremoto che ha investito parte dell’Asia meridionale e del Sud Est asiatico è arrivato alle 59mila vittime ed è destinato a crescere. L’Organizzazione mondiale della sanità (ONU) ha lanciato l’appello al mondo. Servono acqua potabile e cibo, materiali sanitari (medicine, materiale medico, strumentazioni) e ripari. Aiuti all’infanzia già drammaticamente colpita sono tra i prioritari. Servono medici e personale specializzato, anche volontari. Tanto tanto denaro. "E’ la peggiore catastrofe da decenni" e la Croce Rossa Internazionale ha stimato un’esigenza di 44 milioni di dollari solo per i primi soccorsi. Le epidemie di malattie trasmettibili con la contaminazione dell’acqua e le alte temperature faranno presto esplodere la situazione generale. Ora i riflettori dal resto del mondo puntano sulla tragedia. Ma saranno già spenti da tempo, quando le popolazioni colpite avranno tanto faticosamente superato la realtà drammatica dell’emergenza iniziale.
ricerca dei dispersi - links italiani ed esteri ( fdt.org )
dati aggiornati e info sull’emergenza
APPELLO per agevolare il rientro e la partenza degli immigrati residenti in Italia
e originari dei paesi colpiti dal maremoto in Asia
guardate di che cosa si parla sezione VIDEO da Repubblica.it
Indichiremo in questo articolo gli "indirizzi" per aiutarle con il sostegno a istituzioni nazionali e internazionali, ONG e organizzazioni umanitarie che sono già sul campo e resteranno al lavoro. Per lasciare spazio alla speranza. Per superare l’emergenza e riprendere a "costruire" a partire da progetti duraturi
IFRC - Croce Rossa Internazionale
MSF - Medici Senza Frontiere
forumSAD - forum nazionale del sostegno a distanza
adozioni a distanza
act!onaid international
Aid India
Ai.Bi. - Associazione Amici dei Bambini
AIFO - Ass. Italiana Amici di Raoul Follerau
AVSI - Associazione Volontari per il Servizio Internazionale
Caritas Italiana
Cesvi
CIAI - Centro Italiano Aiuti all’Infanzia
cipsi
coopi - cooperazione internazionale
EMERGENCY
GVC - Gruppo di Volontariato Civile
Intersos
INTERVITA
Mani Tese
Movimondo
Nonviolent Peaceforce (NP)
Sarvodaya Shramadana Movement of Sri Lanka
Save the Children
SCI - Servizio Civile Internazionale
Solidarietà Sri Lanka
Terre des hommes Italia
VIS - Volontariato Internazionale per lo Sviluppo
UNHCR
UNICEF Italia
...
...
...
Per informazioni aggiornate sulla situazione nei diversi Paesi e gli aiuti:
Dossier Repubblica.it
Misna
AlertNet/REUTERS
AsiaNews
Unimondo.org speciale Asia
VITA.it
OneWorld South Asia
OneWorld
Euronews
sito ONU / catastrofi e emergenze umanitarie
Ocha/Un Reliefweb
pagina in aggiornamento costante per segnalazioni scrivere a info@forumdelteatro.org
TRE MESI DOPO
Nei villaggi stavolta l’allarme è arrivato. Ma la ricostruzione è lontana
I riflettori della tv illuminano strade affollate, facce incerte, adulti che stringono bambini: questa volta non si faranno prendere di sorpresa. La scossa di terremoto l’hanno sentita tutti. Anche la mattina del 26 dicembre l’avevano sentita: a Banda Aceh e nei villaggi della costa settentrionale di Sumatra (Indonesia), in Thailandia, nelle isole Nicobare, nel lontano Sri Lanka. Una scossa netta: sulla costa indonesiana le case avevano tremato, ma il colpo si era sentito anche nella lontana Colombo (Sri Lanka), a Chennai (India). Nessuno però si era aspettato quel che doveva seguire, l’onda di tsunami. A Banda Aceh un fotografo stava cominciando a girare il filmino di una festa di matrimonio, in un ristorante del centro: gli è toccato invece filmare un fiume d’acqua fangosa che portava via veicoli e persone, corpi che tentavano di aggrapparsi ai pali della luce, a un balcone del secondo piano, a una mano tesa. Diffuso parecchi giorni più tardi, quel filmato testimonia della sorpresa. Più tardi l’onda si è abbattuta sugli ignari resort turistici della Thailandia, sui villaggi delle isole Nicobare e Andamane. Ha viaggiato due ore prima di travolgere le coste di Sri Lanka e quelle del Tamil nadu (India), parecchie migliaia di chilometri più lontano, e poi ancora le Maldive, e giù fino alle coste africane. Quella tragedia inattesa è stata raccontata a molte voci, nei giorni che seguirono il maremoto di Santo Stefano: molti hanno raccontato lo strano fenomeno del mare che si ritira per parecchie centinaia di metri, adulti e bambini incuriositi che avanzano sul fondale scoperto a guardare conchiglie e pesciolini, poi il mare che torna in forma di onda violenta, alta decine di metri. Altri hanno descritto l’onda che si abbatte improvvisa sulle case di un villaggio di pescatori, sommerge le case, e poi si ritira risucchiando con sé cose e persone con una forza irresistibile. Tutti hanno spiegato che il disastro si è consumato in pochi minuti. Nessun preavviso: solo allora il mondo si è chiesto perché nell’oceano indiano manchi un sistema di allarme tsunami. Così ieri sera, quando la terra ha tremato di nuovo, la paura è tornata. Le tv ci hanno mostrato di nuovo volti spauriti, folle ammassate un luoghi ritenuti più sicuri, lontano dalla costa. Nella notte l’allarme è rientrato: ma bisogna convincerne persone che non si sono ancora riprese - né in senso morale, né materiale - dalla prima tragedia. A Aceh, ad esempio, quasi metà della popolazione (il 44%) ha perso ciò di cui viveva: soprattutto le barche per pescare, le case, e poi negozi, i campi. Tre mesi dopo, ancora 400mila persone vivono in campi di sfollati . Proprio sabato il vicepresidente della repubblica indonesiana aveva reso noto il piano di ricostruzione nella provincia di Aceh, che sarà direttamente controllato dal governo indonesiano: Jakarta vuole limitare al minimo indispensabile l’intervento delle organizzazioni umanitarie internazionali. Per ricostruire case, strade, infrastrutture serviranno circa 4,5 miliardi di dollari, e l’Indonesia conta di coprire i costi con gli aiuti internazionali. In Thailandia molti hanno lasciato i campi per tornare alle proprie comunità, e i pescatori stavano proprio ricominciando a pescare, con barche ricomprate spesso grazie agli aiuti - mentre scoppiano qua e là conflitti per la terra, quella edificabile in tratti di costa adatti a espandere resort turistici: le cronache riferiscono di pezzi di costa recintati all’improvviso, con il favore del caos e delle distruzione, da palazzinari ben ammanicati.
A Sri Lanka il bilancio materiale dello tsunami include centomila case distrutte e il 65% della flotta peschiera spazzata via. Tre mesi dopo metà delle installazioni turistiche danneggiate è rimessa a posto (ma gli hotel della costa restano vuoti...), metà della linea ferroviaria costiera è tornata al normale. Ma rimettere in piedi l’economia della pesca richiederà più tempo: forse Sri Lanka è il paese che ha riportato il danno economico più grave, calcola che la ricostruzione costerà un miliardo e mezzo di dollari e quantifica le perdite in 4,4% del suo Pil. Sulle coste del Tamil Nadu (India), lo tsunami si è abbattuto soprattutto su un’economia di pesca. Qui si calcola che 40mila persone siano ancora in campi profughi, che 700 chilometri di strade siano da rifare, e che la ricostruzione richiederà parecchi mesi - e investimenti per oltre 800 milioni di dollari. Arriveranno, i soldi necessari? Un paio di settimane fa la Banca Asiatica di Sviluppo ha fatto notare che mancavano ancora 4 miliardi di dollari sui 5 miliardi promessi per la ricostruzione.
Ondata di panico. Un terremoto di 8,7 gradi della scala Richter, con epicentro a Sumatra, fa tremare il sud-est asiatico. A migliaia fuggono dalle coste cercando riparo. Vittime a Nias. Decine di morti nella piccola isola a largo di Sumatra, in Indonesia, la zona abitata più vicina all’epicentro, distrutta per il 70 per cento dalla scossa.
S. D. Q.
Centinaia di migliaia di persone in fuga da tutte le coste del sud-est asiatico. Dallo Sri Lanka alla Thailandia, dalle isole Mauritius all’Indonesia e all’India, una lunga fila di uomini, donne e bambini si è allontanata ieri notte dalle rive del mare per il timore di una nuova devastante onda anomala. A poco più di tre mesi dallo tsunami che colpito la regione (provocando la morte di più di 300mila persone), un’ondata di panico ha travolto le stesse coste. Alle ore 23:15 locali (le 17:15 in Italia) un terremoto di 8,7 gradi di intensità secondo la scala di Richter ha fatto tremare la terra duecento chilometri a largo delle coste di Sumatra, in Indonesia, a poca distanza dall’epicentro del sisma di dicembre. A differenza di quanto avvenuto tre mesi fa, la notizia questa volta si è diffusa con grande rapidità, inducendo i governi dei vari paesi interessati a intervenire con solerzia.
Nello Sri Lanka, nella città costiera di Trincomalee sono state fatte suonare le sirene e, svegliata la popolazione, si è provveduto ad evacuarla in zone lontane dal mare. Un funzionario del governo di Colombo, intervistato dall’agenzia Reuters, ha detto che «migliaia di uomini sono stati attivati per l’emergenza evacuazione». Stesso scenario dalle coste thailandesi, dove i locali e i turisti stranieri si sono allontanati di circa tre chilometri e nelle isole Mauritius, dove un funzionario di polizia ha potuto confermare per telefono che, sebbene non ci fosse alcun avvisaglia di un’onda anomala, le autorità locali hanno predisposto «il totale svuotamento delle zone adiacenti il mare». Una circostanza, quest’ultima, smentita dall’Astoi, l’associazione che riunisce i maggiori tour operator italiani. Il direttore generale Alberto Corti ha detto all’agenzia Agi che «alle Maldive non è scattato l’allarme tsunami. Pertanto non è stata decisa alcuna evacuazione».
In India, nello stato del Tamil Nadu, il più colpito nel dicembre scorso, la gente è fuggita dalle proprie case a piedi, in bicicletta, come poteva, portando con sé pochi oggetti.
Poche, come già avvenuto in dicembre, le notizie provenienti dall’Indonesia, e in particolare dall’isola di Sumatra, molto vicina al sisma e colpita quindi anche dagli effetti del terremoto. Secondo l’agenzia Reuters, la capitale della piccola isola di Nias, il punto abitato più vicino all’epicentro, sarebbe stata distrutta al 70 per cento, con un bilancio di decine di morti. Mentre scriviamo, non si hanno notizie di vittime a Banda Aceh, anche se alcune testimonianze rilanciate dalle agenzie di stampa parlano di un’ondata di panico che avrebbe colpito la popolazione, non ancora ripresasi dallo shock del dicembre scorso. Nella capitale della Malaysia Kuala Lumpur, centinaia di persone sono scese in strada temendo il collasso degli alti grattacieli che punteggiano la città.
Nel momento in cui scriviamo, non si hanno notizie di tsunami e tutto lascia pensare che questa volta l’onda anomala non si produrrà. Secondo gli esperti, infatti, a quelle distanze tra il verificarsi della scossa e l’effettivo arrivo dell’eventuale onda anomala trascorrono normalmente tre ore di tempo.
Lasciato trascorrere questo intervallo di tempo, le autorità dei paesi interessati hanno quindi fatto rientrare l’allarme. I funzionari thailandesi hanno autorizzato il ritorno delle popolazioni rivierasche alle loro case nel sud del paese. «Il dipartimento ha appena diramato un altro avviso - ha annunciato nella notte alla Reuters il vice-direttore del dipartimento meteorologico thailandese, Chaleremchai Akekantrong - che autorizza la popolazione a fare ritorno nelle case».
Ma non tutti sono così ottimisti: alla stessa ora, l’esperto statunitense dell’osservatorio geologico di Los Angeles Kerry Sieh ha detto all’agenzia France presse che, a suo avviso, in caso di terremoti simili «la possibilità che si verifichi uno tsunami è del 100 per cento». Stesso discorso dagli esperti australiani, interpellati dalla Reuters. Il sismologo Phil Cummins, dell’istituto geo-scientifico di Canberra ha detto che ci sono elevate probabilità della craezione di un’onda anomala.
Secondo lo studioso, gli effetti non si sono ancora palesati perché tale onda viaggerebbe sotto la superficie del mare verso sud-ovest (in direzione delle isole Mauritius) e che quindi, essendo maggiori le distanze, impiegherebbe più tempo per raggiungere le coste.
mercoledì, 16 febbraio, 2005
La tragedia che ha sconvolto il sudest asiatico, che ora sta scomparendo dai maggiori media, ha evidenzato il ruolo cruciale di Internet nel diffondere con rapidità informazioni e notizie aggiornate. Tra le fonti di informazioni più veloci e attive vi è un sito Internet http://tsunamihelp.blogspot.com/ realizzato da 4 appassionati. Il sito in questione è per la precisione un "blog" realizzato gratuitamente da 4 volontari, che in meno di una settimana dalla nascita - immediatamente dopo l’inizio del disastro - ha ottenuto milioni di visitatori e raccolto migliaia di link e di informazioni utili. Anche la maggior parte delle fotografie e dei video che tutti i network televisivi hanno mostrato per giorni, ininterrottamente, sono arrivati da Internet.
Un’ottima rassegna di siti di organizzazioni internazionali e di Ong attivi nelle zone colpite dallo tsunami è fornito dal sito italiano della Millennium Campaign, la Campagna per gli Obiettivi del Millennio. Il sito riporta le ultime notizie sullo tsunami e gli Obiettivi del Millennio, informazioni su come effettuare donazioni in denaro, l’elenco degli Enti assistenziali internazionali, delle Agenzie ONU, delle Organizzazioni locali e nazionali ed inoltre gli appelli e i contributi dei mass media, gli appelli dei governi asiatici, notizie sulle zone colpite e sulle misure di soccorso, informazioni su come offrirsi come volontario/a o donare materiali.Per tenersi aggiornati: il dossier di Unimondo sullo tsunami.
Intanto l’Associazione i popoli minacciati (APM) comunica che l’esercito indonesiano continua a terrorizzare la popolazione di Aceh con razzie, torture, arresti arbitrari e centinaia di omicidi e che la popolazione di Aceh e che anche quando accompagna e controlla costantemente le organizzazioni umanitarie nelle loro operazioni non solo non partecipa alle operazioni umanitarie ma crea un clima di stato di polizia. In una lettera aperta al Presidente della Provincia Autonoma di Bolzano, Luis Durnwalder, l’APM denuncia che dopo lo tsunami i superstiti indonesiani in Aceh ora devono temere l’esercito. "Diverse organizzazioni per i diritti umani - nota il cominicato dell’APM - hanno accusato l’esercito indonesiano a Sumatra di procedere contro la popolazione vittima del disastro naturale. I militari ostacolano il lavoro delle organizzazioni umanitarie, perseguono ipotetici membri del movimento di liberazione di Aceh GAM e assume comportamenti vessatori nei confronti della popolazione ancora sotto shock dallo tsunami. Inoltre il governo ha espulso i militari USA e australiani che finora sono stati gli unici a fornire aiuti effettivi. L’intento è quello di gestire incontrollatamente le donazioni e i finanziamenti dell’UE per la ricostruzione. "Gli aiuti umanitari non sono messi in pericolo dalla popolazione locale e le dichiarazioni dell’esercito, secondo cui le sue operazioni ad Aceh dopo il maremoto sono di natura puramente difensiva, sono, in considerazione delle gravi violazioni dei diritti umani, puro cinismo" - nota l’APM che chiede di destinare gli aiuti previsti per la regione all’organizzazione Medica Mondiale e non all’esercito corrotto e pronto alla guerra. [ GB ]
Per aiutare le vittime degli tsunami nel sud-est asiatico, il Pentagono spende meno di un ventesimo di quello che sta investendo in Iraq.
Lo ha implicitamente ammesso uno dei portavoce del Pentagono, il colonnello dell’esercito Gary Keck, spiegando che i costi delle operazioni per gli tsunami - movimenti di navi, aerei, elicotteri - vengono stimati in circa 6 milioni di dollari al giorno, in media 180 milioni al mese. I costi delle operazioni in Iraq vengono stimati invece in circa 4 miliardi di dollari al mese, oltre 130 milioni al giorno. Nei 6 milioni quotidiani spesi per gli aiuti, rientrano anche gli stipendi dei 13mila militari presenti nell’area a bordo delle 17 navi che stanno operando nell’area.
La comunità internazionale, tra governi e privati, ha promesso 4,8 miliardi di dollari. 473 milioni provengono dall’Ue. E il commissario europeo per gli aiuti umanitari, Louis Michel, ha riproposto che i Paesi ricchi riservino lo 0, 7% del proprio Pil ai Paesi poveri. A New York per la conferenza dell’Onu sul "rapporto del millennio", Michel ha anche sottolineato che l’Ue dovrebbe fare di piu’ per la cooperazione allo sviluppo, anche alla luce delle devastazioni provocate dallo tsunami in Asia e soprattutto della situazione in cui si trovano molti paesi africani. A questo riguardo, il commissario Ue ha ricordato sia la "Tobin tax" - la tassa sulla transazioni valutarie, i cui proventi dovrebbero andare ai paesi in sviluppo - sia altre idee e progetti illustrate di recente dal presidente francese Jacques Chirac e dal ministro dell’economia e delle finanze britannico, Gordon Brown. Sul problema del debito estero di alcuni dei paesi più poveri del mondo, Michel ha sottolineato che «la cancellazione del debito dovrebbe avvenire caso per caso, altrimenti si potrebbero creare delle ingiustizie». Il commissario europeo ha infine ricordato la «disastrosa» situazione in cui si trovano molti paesi dell’Africa, «il continente dimenticato» del mondo, che dovrebbe essere al centro della cooperazione allo sviluppo.
Il disastro rivela una «mappa» di conflitti, crisi e ambizioni di potenza
Le vacanze esotiche di massa ma anche la ribellione di Aceh, il ventennale conflitto tamil in Sri Lanka, l’isolamento imposto dai militari sulla Birmania... e poi i soccorsi arrivati sotto forma di eserciti in versione umanitaria, e la rincorsa delle aree di influenza.
Il terremoto sottomarino del 26 dicembre, con l’onda di tsunami che ha devastato l’oceano Indiano e ucciso forse 300 mila persone, ha rivelato una «mappa» dell’Asia in gran parte sconosciuta alle nostre latitudini. Dall’Indonesia fino alla Somalia, almeno dodici nazioni sono state colpite. Alcune di queste sono note ai più come destinazione di vacanze esotiche di massa - le isole Maldive, o la zona della Thailandia meridionale intorno a Pukhet, o le coste meridionali dello Sri Lanka. Altre erano confuse nella generica immagine del «paese povero» - come le coste del Tamil Nadu, in India - o affondato nell’anarchia, come la Somalia. Altri nomi erano per lo più ignoti: quanti avevano sentito nominare Aceh, la provincia settentrionale di Sumatra, Indonesia? Sono comparsi nomi che evocano tutt’al più la geografia del liceo - come le isole Andamane e Nicobare. O nomi che evocano solo il silenzio: come la Birmania, grande paese affacciato sul golfo del Bengala, una volta ricco, vivace e colto ma da un paio di decenni governato da giunte militari che sono riuscite a farlo scomparire dal flusso di informazione mondiale. Al punto che perfino in occasione dello tsunami la Birmania resta il paese di cui sappiamo meno, salvo il bilancio ufficiale di 59 morti.
Lo tsunami ha fatto dunque emergere un’altra mappa. Per cominciare, ha riportato nell’informazione mondiale due conflitti taciuti o dimenticati, quelli di Sri Lanka e a Aceh, Indonesia - due casi di vecchie ingiustizie e discriminazione su base etnica sfociati in guerre sanguinose. Ha mostrato paesi presunti poveri che rifiutano i soccorsi internazionali (l’India, che anzi ha mandato soccorsi ai vicini, o la Thailandia che declina gentilmente gli aiuti giapponesi). Ha mobilitato eserciti in funzione umanitaria e scatenato una gara di solidarietà mondiale senza precedenti (almeno a stare alle promesse): ma anche qui è visibile una mappa di interessi strategici.
Tigri e tigrotti
In Sri Lanka tutti erano convinti che questo gennaio sarebbe ripreso il conflitto tra l’esercito governativo e le «Tigri per la liberazione della patria tamil», il movimento armato della minoranza etnica tamil che combatte da vent’anni contro un potere centrale che rappresenta la maggioranza cingalese: il conflitto ha fatto decine di migliaia di morti in questo paese di 20 milioni di abitanti.
Le premesse per la pace ci sono. Nel febbraio 2002 l’esercito e le Tigri avevano firmato una tregua e avviato un negoziato politico con la mediazione della Norvegia. Le Tigri hanno rinunciato a rivendicare uno stato indipendente, il governo ha accettato la condivisione del potere. I due anni di pace sul terreno avevano fatto rivivere speranze, sono riprese le comunicazioni tra le zone tamil del nord e il resto del paese, centinaia di migliaia di sfollati di guerra avevano cominciato a ripensare una vita normale, il turismo era in ripresa. Ma poi il governo ha respinto la proposta di autonomia avanzata dalle Tigri - senza sostanziali contropartite, accusano queste, che nell’aprile 2003 si sono ritirate dai negoziati.
Poi è arrivato lo tsunami, che ha travolto tre quarti delle coste di Sri Lanka, nel sud cingalese come nell’est misto e nel nord tamil. Il disastro ha costretto le due parti a cooperare sul campo per garantire i soccorsi, anche se le accuse e la sfiducia reciproca non sono mai venute meno: aggravate dalla decisione del governo di mandare l’esercito a gestire i campi di sfollati dello stunami - scuole, templi o tendopoli in cui sono raccolti i senza tetto, un milione di persone. Le Tigri rivendicano il diritto a gestire aiuti e ricostruzione, nelle zone tamil, attraverso la sua organizzazione di welfare (il Tamil Rehabilitation Office, Tro), e a ricevere direttamente aiuti internazionali. La tensione è aumentata, anche se sul campo resta una certa cooperazione di fatto. Giorni fa una missione del governo norvegese è giunta in Sri Lanka con la speranza di indurre il governo e le Tigri a riprendere il processo di pace: in fondo, nessuno ora potrebbe permettersi di riprendere la guerra.
Anche a Aceh molti sperano che lo tsunami indurrà il governo e i ribelli a riprendere il dialogo. Un tentativo ha luogo questo fine settimana nella capitale finlandese Helsinki, sponsorizzato dal Crisis Management Initiative, organizzazione presieduta dall’ex presidente Martti Ahtisaari. Sarà il primo incontro faccia a faccia tra rappresentanti del governo indonesiano e dei ribelli del Movimento Aceh Libera (Gam) dal maggio 2003, quando si era interrotto un precedente negoziato. Il tentativo sembra serio: Jakarta ha inviato una delegazione guidata dal ministro della giustizia con il ministro della sicurezza, quello dell’informazione, e un ex capo militare a Aceh. La delegazione del Gam viene dalla Svezia, dove risiedono i fondatori in esilio.
Ad Aceh, provincia di 4 milioni di persone (in una nazione di 210 milioni), le cose sono però molto più complicate che in Sri Lanka. Naufragati i negoziati politici, nel maggio 2003, l’esercito indonesiano aveva lanciato un’operazione militare imponente nella piccola provincia ricca di importanti giacimenti di gas naturale, con 30mila uomini (si stima che il Gam conti 5.000 uomini armati). Da allora Aceh ha vissuto un anno sotto legge marziale e poi sotto «emergenza civile», che è circa la stessa cosa: le forze armate hanno poteri speciali tra cui perquisire e detenere, far rispettare il coprifuoco, controllare la stampa.
Ora l’isolamento è rotto. Dopo lo tsunami centinaia di giornalisti stranieri sono arrivati a Aceh per raccontare l’emergenza umanitaria: da oltre due anni nessuno aveva potuto mettervi piede. Sono arrivati 1,700 soldati stranieri (Usa, Singapore, Australia, Francia, ora anche Giappone) e 2.500 soccorritori internazionali di organizzazioni dell’Onu e non governative. Certo, il governo indonesiano ha fretta che le truppe straniere se ne vadano (entro il 26 marzo); sembra che a fare pressione per questo siano da un lato le forze armate indonesiane che vogliono riprendere il controllo sul campo, dall’altro settori nazionalisti. Entrano nel quadro le frange islamiche più estreme, dalla retorica antioccidentale e l’azione violenta, spesso usate per condurre «guerre sporche» nelle zone di conflitto del paese: anche loro sono calate a Aceh, sigle come Fronte dei Difensori dell’Islam e Laskar Mujahiddin.
Dopo il terremoto il Gam e l’esercito hanno concordato una tregua informale, e a Helsinki il Gam chiederà che sia formalizzata. Una tregua fragile, già rotta di fatto: ci sono notizie di operazioni antiguerriglia condotte dall’esercito nelle zone disastrate. Sul piano politico, le posizioni sono lontane: il Gam continua a rivendicare uno stato indipendente, Jakarta ha concesso l’autonomia amministrativa ma non ha mai allentato la presenza militare e la repressione. A tutto danno della fragile società civile acehnese: appelli per la pace in questi giorni sono rimbalzati dagli editoriali del Jakarta Post come dal Sira, il coordinamento civile per un referendum a Aceh.
«Una splendida opportunità»
La prima gaffe della neosegretaria di stato Usa.: lo tsunami in Asia, ha detto Condoleeza Rice parlando al Senato americano, «è stata una splendida opportunità per mostrare la generosità degli Stati uniti» e «ci ha portato grandi frutti». La signora Rice ha detto in modo arrogante e poco diplomatico ciò che devono aver pensato molte potenze grandi e piccole. Gli Stati uniti hanno visto nello tsunami l’occasione per mostrare un volto generoso e umanitario, tanto più in una regione del mondo dove la guerra in Iraq ha suscitato grande opposizione. Certo, c’è stata la miseria iniziale, quando Washington ha offerto 5 milioni di dollari, poi 15, poi 30, infine 350 milioni (poco più di un giorno di occupazione in Iraq). E’ stato un passo falso anche la proposta di formare un «core group» per i soccorsi, un nucleo duro guidato da Washington con Australia, India e Giappone: solo in un secondo tempo, di fronte all’evidente malumore di molte potenze asiatiche, hanno accettato di restituire all’Onu il ruolo di coordinamento dei soccorsi.
Per l’India, la catastrofe del 26 dicembre è stata l’occasione per smarcarsi dall’immagine di paese povero proseguire la sua politica di potenza regionale: ha inviato immediati soccorsi a Sri Lanka, compresi 23 milioni di dollari e le navi da guerra (che sono arrivate prima di quelle Usa, tanto per mettere in chiaro la sua rivendicazione di influenza sull’area). L’India si pone come partner indispensabile in Asia - e il retropensiero evidente è la rivendicazione di un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Anche la Cina, che ha offerto 63 milioni di dollari, vede l’occasione per riaffermare un suo ruolo di potenza asiatica (finora espresso soprattutto sul piano economico).
Anche il Giappone ha deciso di approfittare dello tsunami per affermare un suo ruolo di leader in Asia. Ha messo 500 milioni di dollari in aiuti, più di quanto offerto dagli Stati uniti e un quarto di quanto chiesto dall’Onu (anche il Giappone ha mire sul Consiglio di sicurezza). Soprattutto, ha organizzato la sua più grande mobilitazione militare all’estero dal 1945, con un migliaio di soldati, 5 elicotteri, un paio di aerei cargo e tre navi da guerra. Si prefigura così il ruolo di «aiuto e salvataggio» all’estero che dovrebbe diventare il ruolo primario dell’esercito giapponese, secondo le riforme in discussione a Tokyo. En passant, l’intervento umanitario vuole riequilibrare l’immagine di un Giappone allineato a Washington con l’intervento in Iraq, che ha suscitato forti opposizioni interne. Soprattutto, Tokyo conduce così il suo scontro di potere regionale con la Cina - le relazioni tra i due paesi non sono mai state tanto fredde, dopo la visita del premier giapponese Koizumi al santuario Yasukuni, dove sono onorati criminali di guerra: un’evocazione della peggior storia imperiale. Altroché gara di generosità...
I delegati denunciano: «Li chiamano aiuti ma sono prestiti»
Porto Alegrenostro servizioLa prima uscita ufficiale non poteva essere più sentita. Gli applausi accolgono i rappresentanti della storica organizzazione Jubilee South così come gli interventi dei numerosi delegati venuti a portare il sostegno ai popoli colpiti dal maremoto. Colpisce la testimonianza del rappresentante dell’Aceh, regione situata all’estremo nord di Sumatra nella quale si combatte da vent’anni una feroce guerra civile, che implora, più che chiedere, la fine della repressione da parte dell’esercito indonesiano, e colpiscono gli interventi degli africani. Uno dopo l’altro prendono il microfono per dire che cancellare il debito va bene ma «quand’è che cominceremo a chiedere che ci venga restituito quello che ci hanno tolto?». Applausi, inevitabilmente, anche per il premio Nobel Esquivel, che sollecita il movimento a lanciarsi nella sfida di un cambiamento qualitativo più che quantitativo, nella strategia di lotta globale. Ma applaudono, delegati e giornalisti, anche i rappresentanti di piccole e drammatiche realtà come Haiti, paese colpito più volte dai fenomeni naturali negli ultimi due anni, e nel quale è all’opera uno dei modelli più spietati della mostruosa spirale degli "aiuti allo sviluppo", l’abbraccio mortale dei prestiti "disinteressati" di cui si riempiono la bocca i nostri governanti. Camille Chalmers della "Piattaforma per uno sviluppo alternativo di Haiti" racconta degli uragani che, nell’estate del 2004, uccisero più di 3.500 persone. Pochi giorni dopo la Banca mondiale batteva cassa, esigendo il pieno pagamento della tranche di interessi prevista da parte di una paese in ginocchio. «Niente di nuovo sotto il sole: nel 2003 una conferenza di donatori riunita a Washington decise di stanziare per Haiti 1,5 milioni di dollari, l’80 per cento dei quali era destinato alla privatizzazione dell’acqua, degli aeroporti e dei trasporti. Un gran bell’affare per le multinazionali occidentali. Da noi gli aiuti allo sviluppo servono anche per pagare l’occupazione militare dell’isola, ratificata dalle Nazioni Unite, e a saldare gli interessi sul debito. Sono queste le basi del "miracolo" di uno dei paesi più poveri del mondo - 70 per cento di disoccupazione - diventato, in pochi anni, un esportatore netto di capitali». Al di là della lacrima facile, dei marines con i bambini in braccio e dei ministri nostrani spediti a inaugurare gli ospedali da campo c’è ben altro, come sospettavamo in molti. Un meccanismo diabolico che ruota sui prestiti travestiti da aiuti. Per questo, a poche ore dal maremoto, la richiesta di cancellazione totale del debito di Jubilee South viaggiava già in rete, raccogliendo adesioni ovunque. Ma pochi giorni dopo, mentre le televisioni trasmettevano immagini agghiaccianti e un’incredibile quantità di comuni cittadini apriva il portafoglio, le banche multilaterali allo sviluppo concedevano nuovi prestiti con il beneplacito del Fondo monetario e della Banca Mondiale. Di mercificazione della tragedia parla Kusfiardi, il coordinatore della Coalizione indonesiana contro il debito che, come rappresentante del paese più colpito dallo tsunami, ha aperto la conferenza stampa dedicata al lancio ufficiale della campagna: «Nemmeno 230 mila morti sono stati sufficienti per fermare il business degli aiuti. Per questo, prima di entrare in una nuova spirale che renderebbe totalmente impraticabile qualsiasi ipotesi di ricostruzione, dobbiamo pretendere la cancellazione totale del debito estero per i paesi colpiti dal maremoto, e non condizionata al taglio dei sussidi di disoccupazione, delle spese sanitarie o di quelle per l’istruzione, come sono solite fare le agenzie di credito internazionali.» ha dichiarato Kusfiardi sottolineando che «Di tutto ha bisogno l’Indonesia oggi, meno che di nuovi debiti». Ecco spiegato l’arcano del rifiuto degli aiuti da parte del governo indiano che «pressato da un movimento radicato e forte che da vent’anni pratica e teorizza l’autosufficienza» ha dichiarato Vinod Raina, di All India Popular Science Network, «ha rifiutato le offerte di aiuti che poi erano, in sostanza, soltanto offerte di nuovi prestiti. Se i governanti dei paesi ricchi vogliono fare davvero qualcosa per aiutare i milioni di persone che hanno perso le loro terre e i loro strumenti di lavoro basta fare una cosa estremamente logica e razionale, oltre che giusta: cancellare un debito finanziario che, fra l’altro, rappresenta soltanto una minima parte del debito ecologico prodotto da cinquecento anni di colonialismo. Solo in questo modo possiamo far sì che 230 mila persone non siano morte invano». Sa. Mo.
La grande ondata assassina nel Sud-Est asiatico ha lasciato sul terreno un altissimo e dolorosissimo numero di morti, dolore, paura, e sgomento, disastri e distruzioni e una rinnovata consapevolezza della piccolezza dell’uomo di fronte alla enigmatica, impietosa e indifferente potenza della natura. Ma ha anche suscitato una controndata di solidarietà, che sprigiona un’energia positiva, altrettanto grande, e che testimonia la forza e la grandezza morale dell’uomo che lo eleva al di sopra della sua fragilità fisica.
Alla lunga vincerà l’uomo e anche se nessuno potrà restituire alle famiglie colpite i propri cari, questa solidarietà, se propriamente vissuta ed esercitata, potrebbe aiutare non solo la ricostruzione fisica di quanto distrutto ma, ed è la cosa più difficile e importante, la ricostruzione morale delle popolazioni colpite. Per imboccare la via giusta è, però, necessario anche riflettere sulle esperienze passate per, se possibile, migliorarle. Perciò voglio introdurre alcune riflessioni su alcune tendenze che non mi piacciono.
Distinguere il pubblico dal privato
è necessario, come ha detto Bertolaso, che si tengano distinte le azioni governative dalle azioni umanitarie non governative; mettere, come si fece in occasione dell’intervento nel 1999 in Kosovo, tutto sotto uno stesso titolo (“Missione Arcobaleno”) fu bello ma, a posteriori, si dimostrò un errore. Tenendo le due attività distinte si evita infatti il rischio, che allora si verificò, che le disfunzioni della protezione civile (invero modeste) si riversino anche sulle altre componenti, intaccando, ingiustamente, la fiducia dei cittadini, manipolati da un’informazione spesso in mala fede. Il rischio di “anomalie” è sempre, per definizione maggiore, più forte nelle grandi organizzazioni pubbliche. è di questi giorni un rapporto dei revisori dell’Unione europea sottoposto al Parlamento europeo dal quale risulta che un quinto dei contratti del 2003 sottoscritti dall’Agenzia europea della ricostruzione, relativi alla ricostruzione dei Balcani, presenta anomalie, alcune gravi.
E’ di questi giorni l’annuncio che sta per essere emesso il rapporto della commissione indipendente d’indagine, presieduta da Paul Volker, creata in ambito Onu, per investigare sulle vicende del programma Oil for food. Le prime indiscrezioni sul rapporto, che è basato su 56 revisioni condotte dalla commissione, indicano che il rapporto «solleva questioni importanti sul modo con cui le Nazioni Unite hanno gestito tale programma e suoi relativi sistemi di controllo. Le risultanze della commissione creano nuove pressioni sulle Nazioni Unite per riformare il suo modo di gestire questi progetti». Dunque non è vero che tutto quello che è pubblico è buono e che quello che è privato è cattivo. Sono ormai in tanti a saperlo, nel mondo. Né sorprenda che sia proprio questo governo ad alzare questa antica bandiera degli irriducibili reduci leninisti, perché questo governo è - ormai chiaro - il più centralista e statalista degli ultimi cinquant’anni. Credo che parlare a questo governo del principio di sussidiarietà sia parlare arabo.
Le emergenze e la politica
Il secondo punto che mi preoccupa è la confusione tra fondi pubblici (che provengono e passano attraverso il bilancio dello Stato) e fondi privati che magari possono essere gestiti da un soggetto pubblico (protezione civile) con la sorveglianza di un comitato di alto livello (come è stato fatto), ma che devono restare fuori dal bilancio pubblico, devono andare da privati (donanti) a privati (vittime della catastrofe) per uno scopo preciso, diretto, immediato: aiutare le vittime in tempo utile e aiutarle a ricostruire una vita. Al momento del rientro in Kosovo dall’Albania dei profughi, io ricevetti da membri del governo di allora, l’ingiunzione scritta e verbale, da un ministro e da un sottosegretario, di riversare nel bilancio pubblico, e precisamente nel bilancio della protezione civile, i fondi della raccolta privata per chiudere i buchi che si erano aperti nel suo bilancio.
Io mi opposi vigorosamente e se non mi fossi opposto tutto quello che le ong italiane hanno fatto in Kosovo, con fondi della Missione Arcobaleno, non sarebbe stato possibile. Il governo deve finanziare le sue strutture e i suoi progetti con i suoi fondi, con il suo bilancio. I fondi raccolti con una sottoscrizione dai cittadini devono integrare l’azione dei governi ma rimanere distinti, per obiettivi diversi e con separata gestione. In nessun modo i fondi della raccolta umanitaria devono servire a finanziare le strutture dello Stato. La comunicazione del presidente del Consiglio, dove le due componenti sono state totalmente confuse, non è bene augurante. Anche per ragioni di rapporti con le popolazioni e con i governi colpiti.
Una delle cose più brutte dell’attuale vicenda è che sta montando, a livello internazionale, una tendenza a “servirsi” della catastrofe per accreditare il proprio ruolo e Paese. Gli americani, con l’ingenuità ma anche con la franchezza che li contraddistingue, lo hanno detto chiaramente: «Gli Usa hanno l’opportunità di mostrare al mondo che possono essere generosi oltre che duri, e furbi oltre che generosi. Dando una risposta generosa al cataclisma, George W. Bush può dimostrare che l’America non persegue i suoi obiettivi di politica estera solo con le armi», ha scritto il Financial Times. è un approccio deleterio e controproducente. Se vanno avanti così gli americani saranno ancora più odiati e, ancora una volta, non sapranno spiegarsi il perché. Bene ha fatto l’India a respingere questi aiuti pelosi, ma a fare invece ponti d’oro alle ong indipendenti che lavorano sul territorio meglio se insieme a ong locali. In Kosovo questa lezione fu chiarissima. I kosovari albanesi e serbi erano grati agli italiani ed erano lieti di lavorare fianco a fianco, perché quegli italiani non rappresentavano nessun governo, ma erano lì solo per loro, solo per amore, non erano il governo italiano, erano italiani e basta.
BLOC NOTES
Paradisi Come abbiamo finalmente visto ciò che l’abbronzatura nascondeva
Con un bello spirito unanime, i media e i governi hanno celebrato i morti e lanciato appelli per aiutare l’Asia meridionale, vittima della furia del mare. Di fronte agli ormai 200mila scomparsi dell’Indonesia, dello Sri Lanka o della Thailandia (la cifra non sarà mai nota con precisione), come non mettere assieme in un unico omaggio i bruni e i bianchi, i turisti che si riposavano nei loro bungalows a cinque stelle e i poveri delle bindovilles ? Ma abbiamo già dimenticato in fretta le decine di migliaia di vittime del terremoto di Tangshan nella Cina del nord, alla fine del `76, o gli 80mila morti del sisma di Bam nell’Iran del sud l’anno scorso, o ancora - certo, in condizioni del tutto diverse - i 500mila comunisti indonesiani massacrati nel `65 dalle milizie conservatrici con la connivenza della Cia. Attualmente, sottolineano le Ong umanitarie, non c’è l’equivalente di uno «tsunami alla settimana» che devasta l’Africa nera, dove la malaria ricorrente uccide senza tregua centinaia di migliaia di bambini.
Si’, abbiamo facilmente la memoria corta e il campo di visione ristretto. Abbiamo dimenticato o ignorato tutti quei morti di ieri e di oggi, mentre siamo stati scolvolti da quelli dell’Oceano indiano. Il motivo è molto semplice: il turismo tropicale di massa è fiorente in quelle regioni. Questo boom turistico è nato dalle attrattive del clima, dai trasporti aerei a buon mercato, dal basso prezzo della manodopera locale, dal lassismo dei poteri pubblici locali nei confronti della speculazione immobiliare. Senza dimenticare i giochi perversi del «turismo sessuale», che è comunemente valutato a un quarto o un terzo dei visitatori; questa stessa proporzione ha ben dovuto ritrovarsi tra le vittime bianche del maremoto!
E’ la povertà degli uni, che aveva condotto gli altri ad andare laggiù a rilassarsi a basso prezzo, in queste «enclaves» fuori terra. E le persone normali non raccoglievano che le briciole di questo mercato prosperoso. Risultato: questa volta l’occidente si è sentito implicato, per il fatto che anche «i nostri» sono morti laggiù. Vittime occidentali e vittime indigene del disastro si sono trovate fianco a fianco, allineate in pieno sole sotto brutti teloni ricoperti di blocchi di ghiaccio.
Degli effetti congiunturali - le vacanze di fine anno al sole - hanno esposto alla stessa morte i valorosi soldatini dell’ abbronzatura sotto le palme e coloro la cui presenza in quei luoghi è di natura strutturale, cioè la miseria di massa. Il maremoto ha colpito tutti con un identico slancio assassino, e così facendo ha messo in luce la realtà duale della nostra società planetaria. Gli uni hanno perso soltanto le loro cineprese e il materiale subacqueo; con un candore indecente se ne sono lamentati al ritorno di fronte ai microfioni della tv. Gli altri hanno perso tutto, ivi compresi i miserabili strumenti che assicuravano la loro sopravvivenza.
E’ in questo senso che la catastrofe umana dell’Asia del sud rappresenta un momento plenetario, un momento di verità della nostra società plenetaria «a due velocità». C’è voluta la morte di occidentali colpiti dall’oceano, perché noi ci preoccupassimo di un altro oceano, quello della miseria di massa in queste regioni. Omaggio del vizio alla virtù, i nostri media hanno dovuto alla fine puntare i proiettori su ciò che i turisti del nord fino a quel momento avevano fatto finta di non vedere, vale a dire la società reale di quei paesi da sogno.
Il maremoto è altresì planetario, perché ci ingiunge di riflettere sulla capacità del «popolo della terra» nel suo complesso di farsi carico delle azioni comuni di solidarietà quando alcuni reclamano aiuto.
Di fronte alla voragine finanziaria che rappresenteranno, per anni, i bisogni delle regioni sinistrate, la solidarietà immediata ha certo funzionato al massimo, grazie alla società civile e alle ong. Ma solo gli stati possiedono le risorse necessarie e sono tentati di fare ognuno il proprio gioco. «W» Bush, che inizialmente aveva proposto 35 milioni di dollari, con la disinvoltura di un ricco che fa l’elemosina, ha dovuto moltiplicare per dieci questa cifra derisoria, portandola a 350 milioni - cioè talmente poco rispetto al costo della guerra in Iraq... Ma un’azione internazionale efficace deve essere concertata. Almeno in un quadro europeo, è stata lanciata l’idea di una «forza internazionale di intervento d’emergenza », con competenza in caso di catastrofi naturali. Qui, come molto sovente, è il quadro rigido e desueto della «sovranità» statale che un disastro ha messo in causa.
*Questo bloc notes sospende la redazione abituale sotto forma di reazioni disperse «sull’onda del tempo». La gravità della catastrofe asiatica richiedeva una riflessione di insieme.
pubblicato il 13 gennaio 2005 ore 12:17
Che la nostra madre Natura sia in collera? Se è così, ha le sue buone ragioni. Le proporzioni inconcepibili della tragedia umana in Asia ci offrono l’occasione più seria, da decenni a questa parte, per riflettere profondamente e pietosamente sul nostro modo di agire, su quello che facciamo e sulle priorità che stabiliamo sulla nostra Terra comune. Se, invece della sicurezza militare, il nostro paradigma principale fosse stato la sicurezza umana, è probabile che non avremmo assistito a nulla di simile a questo grado di morte e di distruzione. Se i governi avessero potuto disporre di un’analisi ragionevolmente obiettiva di ciò che minaccia non solo i loro propri paesi, ma il genere umano e la Terra intera, e si fossero preparati in vista di questo pericolo, l’opera di soccorso sarebbe stata predisposta assai meglio. Se la politica e l’economia si occupassero degli esseri umani e del loro benessere, e non del potere e del profitto, un maggior numero di persone sarebbero ancora vive oggi.
E se il mondo operasse meno sulla base del pensiero dominato dai maschi, è probabile che ci sarebbe stata una comprensione più chiara della insostenibilità della cosiddetta "razionalità del sistema" e che si sarebbe posto, invece, maggiormente l’accento sulla razionalità umana in quanto tale.
Madre Natura ha tutte le ragioni di essere in collera, perché stiamo facendo le cose sbagliate sia nei suoi confronti che nei nostri rapporti reciproci (o, per dirla altrimenti, facciamo del male a lei e ci facciamo del male fra noi). Che lo tsunami sia un segno di ciò che sta per arrivare, un avvertimento precoce a tutti noi che dobbiamo cambiare strada e maniere, e smettere, una buona volta, di essere così miopi e così ottusi? Un segno, dato giusto alla fine del vecchio anno, che, se vogliamo sopravvivere, dobbiamo cambiare le nostre priorità e le nostre politiche, e renderle compatibili con la Terra, con la stabilità, con la permanenza, e non con la volatilità dell’effimero?
La sicurezza umana come alternativa alla sicurezza militare
Le potenze grandi e opulente sono pronte a combattere qualsiasi guerra, comprese quelle nucleari, con pochi minuti di preavviso. Ma non c’è stato nessun preavviso per la povera gente dell’Asia, nessun pensiero per la loro sicurezza umana. Sentiamo parlare di interventi umanitari e del "bisogno" di soldati che ci aiutino o aiutino altri ad uscire da catastrofi umanitarie. Ma la maggior parte dei governi non sembrano avere la minima idea del modo in cui fronteggiare qualcosa di simile a questo tsunami né, tanto meno, di venire a capo delle sue conseguenze.
Mentre il mondo, e gli Stati Uniti in particolare, spendono somme fantastiche per "combattere il terrorismo" - che non è mai stato un grande problema in termini di perdite umane -, e non fanno che produrre, così facendo, una quantità maggiore di terrorismo, non rivolgono alcuna seria attenzione al problema della povertà e a quello della sicurezza ambientale. Spendono risorse scarse (e cioè preziose) per gli armamenti e riducono i bilanci del "welfare" nazionale solo per favorire o per compiacere i "complessi militar-industriali" e senza curarsi minimamente dei bisogni umani che si manifestano altrove (e cioè in altri campi della vita sociale o in altri paesi).
Non c’è nulla di simile alla sicurezza umana di cui abbiamo parlato in nessun luogo sulla terra. E perché? A causa del nostro paradigma di sicurezza militare che reca l’impronta del dominio maschile. A causa delle nostre priorità totalmente sbagliate. A causa dei nostri cicli elettorali disperatamente quadriennali che rendono impossibile ogni tentativo di pensare in grande e a lungo termine intorno al futuro della Terra. Perché non ci sono diritti umani di cui si tenga il minimo conto per i poveri né per coloro che non sono ancora nati.
Compassione e disposizione ad aiutare
Per fortuna, la compassione umana ha mostrato ancora una volta di essere illimitata. In tutto il mondo persone di buon cuore aiutano le organizzazioni umanitarie a raccogliere denaro e a regalare articoli di ogni genere per le vittime, e manifestano la loro volontà che i rispettivi paesi accolgano di buon grado presso di sé questo tipo di vittime. E si servono di Internet e della posta elettronica per suscitare e promuovere questa consapevolezza. Le persone si aiutano reciprocamente in tutti i modi possibili nelle regioni devastate dallo tsunami.
Tutto ciò è profondamente commovente. Non c’è dubbio che la compassione umana, la capacità di immedesimazione e l’amore siano tra le forze più potenti che operano sulla Terra - sempre che si permetta loro di fluire liberamente. E questa condizione, di regola, non è, purtroppo, presente.
Uno tsunami al giorno - e pochi se ne preoccupano! Ma aspettate un momento! La compassione fluisce liberamente solo quando è diretta ad una sofferenza che non è prodotta da cause politiche. Se essa ha a che fare con l’economia o con la politica, ciò non si verifica più. Circa il 50 per cento delle persone che vivono sulla Terra - circa tre miliardi - vivono ancora con meno di due dollari al giorno (mentre 300.000 americani muoiono ogni anno perché mangiano troppo o perché mangiano cibo di cattiva qualità). A livello mondiale, fra 60.000 e 100.000 persone muoiono ogni giorno a causa della povertà, di malattie potenzialmente curabili, di AIDS, di mancanza di cibo o di acqua pulita, di riparo o di abiti, di medicine o di educazione).
Nel momento in cui scriviamo, questa cifra è quasi pari a quella dei morti vittime dello tsunami (120.000!).
Le persone innocenti che muoiono in occasione di catastrofi naturali toccano i nostri cuori. Quelle che muoiono, ugualmente innocenti, a causa del capitalismo globale, dei giochi di potere, delle guerre e dell’iperconsumo (o dello spreco) militare, non toccano i nostri cuori. Perché? Probabilmente perché sappiamo, nel profondo del nostro essere, che muoiono per colpa nostra, - a causa dei privilegiati, dei ricchi, della loro avidità, della loro autoprotezione mentale e dei loro svaghi. Essi muoiono perché debbono morire - altrimenti tutti gli altri, tutto il resto di noi, non potrebbero nuotare nel denaro, nel materialismo e nel militarismo.
Per consolarci, abbiamo inventato il concetto di sviluppo sostenibile. Ma naturalmente sappiamo bene che tutta la faccenda è totalmente insostenibile anche a breve scadenza. E temiamo fortemente che le cose non cambieranno in virtù di un’azione volontaria, ma solo in seguito a un crescente collasso globale di tutto il sistema. Ogni idea di ridurre il consumo dei ricchi è respinta con l’obiezione che allora (e cioè in questo caso) il sistema crollerebbe! Abbiamo bisogno di consumare sempre di più e di una disuguaglianza sempre crescente - per poter sopravvivere! Ma la gente muore proprio a causa della sopravvivenza di questo sistema intrinsecamente inumano! Uno dei maggiori enigmi del nostro tempo è che la gente non si sia ancora ribellata su scala mondiale contro questa teoria autodistruttiva, irrazionale e immorale!
Anche le guerre non toccano i nostri cuori allo stesso modo
Non molto tempo fa, la rivista inglese più rispettabile, "The Lancet", ha pubblicato uno studio che dimostrava che circa 100.000 iracheni sono morti dall’invasione e dall’occupazione del paese. Prima di allora, le organizzazioni delle Nazioni Unite avevano calcolato che le sanzioni contro il popolo iracheno - la metà del quale è composta da fanciulli e fanciulle al di sotto dei 16 anni - sono costate le vite di una somma da 500.000 a un milione di cittadini di questo paese.
Tutto ciò non ha attirato neppure la metà dell’attenzione rivolta ora agli effetti dello tsunami. Non è sconcertante pensare che prestiamo un’attenzione molto minore ai disastri combinati dall’uomo e manifestiamo una compassione molto minore per i loro effetti - quando invece, in realtà, essi dovrebbero suscitare una quantità maggiore sia dell’una che dell’altra dal momento che sono quelli che potremmo prendere misure per evitare o per alterare essendo noi stessi che li causiamo?
Il sistema bellico, inoltre, distrae somme inimmaginabili dall’aiuto che dovremmo portare ai dannati della terra; i governi di tutto il mondo spendono attualmente una somma molto vicina a mille miliardi di dollari all’anno per la produzione di armamenti. La guerra in Iraq costa, ai soli Stati Uniti, un miliardo di dollari la settimana! Un sistema di allarme contro gli tsunami, come quello messo in opera dal Giappone, è detto costare, a quanto sembra, circa 20 milioni di dollari.
Virgil Hawkins, nella sua tesi di dottorato recensita in altro luogo di questo sito, ci dice quanto segue a proposito delle guerre recenti.
L’89 % dei morti in guerra negli anni ’90 sono stati registrati in Africa, il 5 % in Europa, il 4 % in Asia, l’1 % nel Medio Oriente e l’1 % nelle Americhe. Più di 5 milioni di persone sono morte nelle guerre combattute in Africa, di cui un milione e trecentomila nella Repubblica Democratica del Congo e un milione e centomila nel Sudan soltanto. Dice Hawkins: "Conflitti costantemente presentati nei media come fatti di grande importanza, come quello che ha avuto luogo nel Kossovo (da 8 a 9.000 decessi, 2.000 dei quali hanno avuto luogo prima che avessero inizio i bombardamenti della NATO), fra Israele e la Palestina (2.710 decessi), a Timor Est (1.000 decessi), l’Irlanda settentrionale (meno di 400), sono stati di fatto, relativamente parlando, molto più esigui nei loro effetti". Chi si è preoccupato realmente delle vere, grandi perdite di vite umane che hanno avuto luogo in questo periodo? I media e gli uomini politici del mondo occidentale, quanto meno, non lo hanno fatto.
Denaro e follia
I notiziari riportano che i maggiori esperti di meteorologia della Tailandia erano in riunione il mattino dello tsunami. Essi non diffusero un allarme sull’arrivo imminente dello tsunami perché - se avessero sbagliato - temevano che il governo li avrebbe licenziati e avrebbe chiuso il loro istituto. Perché? Perché il turismo è la fonte di reddito più importante per la Tailandia.
Uno può scegliere di biasimarli, oppure può dire: "Così grande è il potere del denaro!". Questa era l’immagine implicita della dirigenza tailandese, che ha speso somme ingenti nella "lotta contro i mussulmani" nella parte meridionale del paese e per ucciderli in nome della guerra contro il terrorismo. Essa ignorava completamente la questione della sicurezza umana come pure di quella ambientale. Nello stesso modo si sono comportati i governi dell’Indonesia e dello Sri Lanka (e cioè di Ceylon), che hanno dilapidato anch’essi così a lungo le loro risorse in diverse guerre, grandemente aiutati, in questo, dai trafficanti di armamenti di tutto il mondo.
Quale vita migliore sarebbe stata quella che la povera gente di questi paesi - ora colpiti, per giunta, da questa catastrofe - avrebbe potuto condurre se i loro governi avessero operato sulla base di valori più umani e meno mascolino-militaristici!
Speranze, nonostante tutto!
Lo tsunami è una tragedia umana che supera i confini della nostra comprensione. Ma è anche un segnale d’allarme e un monito urgente per noi tutti. L’una accanto all’altra, e dandosi per così dire la mano, la sicurezza umana e la sicurezza ambientale devono prendere ora il posto della sicurezza militare. Abbiamo bisogno di un set completamente diverso di priorità e di un’etica globale della premura nei confronti degli esseri umani, per non dire, anzi, che è di questo che dovrebbe occuparsi, in primo luogo, la cosiddetta globalizzazione.
Il nuovo anno sarà difficilmente un anno felice per il mondo. Se non usiamo costruttivamente la tragedia dello tsunami per comprendere e rispettare l’interrelazione reciproca di tutte le cose - e per capire quanto sia tarda l’ora che si è fatta sulla Terra, i prossimi anni potrebbero benissimo dar luogo a un’oscurità sempre crescente. Ma non dobbiamo, d’altra parte, abdicare alla speranza che ci sia una quantità sufficiente di saggezza e di coraggio accumulati tutt’intorno ad uso e consumo dell’umanità perché sia ancora possibile, per quest’ultima, addivenire alla pace con la propria madre, la Natura, e, al proprio interno, fra le varie parti e componenti di essa.
di Jan Oberg & Gudrun Schyman del Comitato Direttivo della TFF
Christina Spännar, cofondatrice della TFF
da Unimondo.org
I riflettori non si sono ancora spenti sulla tragedia dell’Estremo Oriente che già le grandi dichiarazioni di solidarietà lasciano il posto ai più cinici interessi economici e geopolitici. Questo é quanto abbiamo potuto constatare lunedì a Strasburgo nella riunione congiunta tra le commissioni esteri, cooperazione e budget del Parlamento Europeo e i commissari della presidenza Barroso. I fondi ad oggi garantiti dall’Unione Europea sono 23 milioni già stanziati per il pronto intervento, ai quali si aggiungeranno 100 milioni, sempre per l’emergenza, che saranno disponibili da martedì prossimo.
Secondo quanto annunciato avrebbero dovuto essere stanziati, in tempi brevi, altri 350 milioni di Euro per la prima fase della ricostruzione ma (ed ecco la prima novità emersa dalla riunione), di questi, 150 sono una semplice riallocazione di fondi precedentemente destinati dal bilancio comunitario per interventi in Asia: questo significa che verranno sottratti a progetti umanitari già previsti in altre zone del continente. Inoltre il tanto decantato miliardo di euro promesso dalla potente Bei, la Banca Europea degli Investimenti (sempre che nelle prossime settimane venga confermata questa decisione) verrà elargito sotto forma di prestito. E’ previsto un «periodo di grazia» di 7 anni, dopo di che il prestito dovrà essere restituito entro 30 anni con i tassi d’interesse di mercato. «Cercheremo di tenerli i più bassi possibile, compatibilmente con l’andamento del mercato» ha dichiarato Dalia Grybauskaite commissaria per la programmazione finanziaria e di bilancio della commissione Barroso.
Concretamente questo significherà un ulteriore aumento del debito estero dei Paesi beneficiari. Oltretutto l’esperienza insegna che le promesse annunciate con grande enfasi nei giorni delle tragedie non sempre vengono rispettate. Infatti, la percentuale degli aiuti effettivamente elargiti in rapporto a quanto annunciato é stata nel recente passato: del 67% in Afghanistan, del 50% in Costa d’Avorio, del 43% in Liberia e di meno del 2% in occasione del terremoto in Iran.
L’abolizione, anche solo per un anno, dei dazi internazionali sull’esportazione dei manufatti e dei prodotti agricoli produrrebbe un risparmio complessivo per Sri Lanka, India e Indonesia di circa 900 milioni di dollari, ma l’Unione Europea non ha alcuna intenzione di sostenere, in sede Wto, un simile obiettivo.
Anzi, Louis Michel, commissario europeo per lo sviluppo e l’aiuto umanitario, ha ricordato come sia stata del tutto ignorata, dal Consiglio Europeo, la sua proposta di concordare un impegno tra le 25 nazioni dell’Unione Europea per arrivare, entro il 2006, a destinare almeno lo 0,6% del Pil nazionale alla cooperazione con il sud del mondo. Un obiettivo limitato, considerato che da tempo i Paesi dell’Ocse avevano deciso di destinare a tale causa lo 0,7% del Pil. Non una parola sulla possibilità di cancellare il debito, ma semplicemente un’affermazione personale di Jean-Louis Schiltz, ministro della cooperazione del Granducato di Lussemburgo, presidente in carica del Consiglio Europeo, nella quale si dichiarava disponibile ad una tale scelta, resa per altro irrealizzabile dalla totale sordità dei suoi interlocutori.
Silenzio altrettanto assordante quando é stato chiesto alla Commissione Europea una sua eventuale disponibilità a sostenere, in sede Onu, l’istituzione di una tassa planetaria sui mercati di cambio, sulla vendita di armi e sul consumo di energia non rinnovabile, con l’obiettivo di costruire un fondo di solidarietà internazionale da destinare alla lotta contro la povertà e la fame, così come proposto, nel settembre 2004, all’Onu da Lula, Lagos e Chirac.
Un esito non migliore ha avuto la richiesta alla Commissione Europea di invitare i singoli governi a modificare, almeno temporaneamente, le legislazioni sull’immigrazione per coloro che provengono dai Paesi devastati.
Di fronte ad un simile atteggiamento molti parlamentari hanno manifestato il loro sdegno, ma non è detto che questo si trasformi, nel dibattito che inizia oggi nell’aula di Strasburgo, nella disponibilità ad approvare un documento capace di anteporre le ragioni della vita e della solidarietà agli interessi economici difesi dalla Commissione e sostenuti dai governi nazionali.
* europarlamentare GUEGruppo Sinistra Europea
Le crociate dell’Occidente, Stati Uniti e Gran Bretagna, stanno portando alle vittime dello tsunami, aiuti inferiori al costo di un singolo bombardiere Stealth o di un mese di sanguinosa occupazione dell’Iraq. Il conto della festa di incoronazione di Gorge Bush, pagherebbe la ricostruzione di gran parte della costa dello Sri Lanka. Bush e Blair hanno incrementato la loro prima offerta d’aiuto solo quando è apparso chiaro che gente in ogni angolo del mondo stava spontaneamente offrendo milioni e che si sarebbe sollevato un problema di pubbliche relazioni. L’attuale "generoso" contributo del governo Blair corrisponde ad un sedicesimo degli 800 milioni di sterline spesi per bombardare l’Iraq prima dell’invasione ed appena ad un dodicesimo del bilione di sterline donate all’esercito indonesiano affinché potesse acquistare bombardieri Hawk.
Il 24 di novembre, un mese prima che lo tsunami colpisse, il governo Blair dava il proprio appoggio a una fiera delle armi a Jakarta, "volta ad incontrare l’urgente esigenza per le forze armate indonesiane di rinnovare le proprie capacità di difesa" – riportava il Jakarta Post. L’esercito indonesiano, responsabile per il genocidio di Timor Est, ha sterminato più di 20 mila civili e "insorgenti" ad Aceh. Tra gli espositori alla fiera spiccava la Rolls-Royce, che produce i motori degli Hawks, i quali, insieme ai veicoli Scorpion, alle mitragliatrici ed alle munizioni, fornite dai britannici, uccidevano e terrorizzavano la gente di Aceh, fino al giorno in cui lo tsunami ha devastato la provincia.
Il governo australiano, che attualmente si gloria della propria modesta risposta alla catastrofe che ha colpito i vicini asiatici, ha recentemente addestrato le forze speciali indonesiane Kopassus, le cui atrocità commesse ad Aceh sono ampiamente documentate. Questo è in linea con il quarantennale supporto dell’Australia al regime Indonesiano del dittatore Suharto, mentre le sue truppe macellavano un terzo della popolazione di Timor Est. Il governo di John Howard – noto per gli imprigionamenti di bambini in cerca d’asilo – sta al momento trasgredendo la legge delle acque internazionali, negando a Timor Est i propri diritti sulle royalties di petrolio e gas, per un valore di circa 8 miliardi di dollari. Senza questa entrata Timor, il paese più povero del mondo, non può costruire scuole, ospedali, strade o dare lavoro ai sui giovani, il 90 per cento dei quali è disoccupato.
L’ipocrisia, il narcisismo e la propaganda dei dominatori del mondo e dei loro tirapiedi sono al massimo. I superlativi abbondano a proposito delle loro azioni umanitarie, mentre l’informazione è dominata dalla distinzione tra vittime importanti e vittime che non contano nulla. Le vittime di una grande catastrofe naturale sono importanti (anche se non si sa per quanto) mentre le vittime prodotte da un disastro imperiale fatto dall’uomo, non contano e spesso neppure si menzionano. I reporter non possono raccontare cosa stava succedendo ad Aceh, con il sostegno dei nostri governi. Questa morale a senso unico ci consente di ignorare una catena della distruzione e del massacro che rappresenta un altro tsunami.
Consideriamo l’Afghanistan, dove non c’è acqua pulita e la morte alla nascita è frequente. Alla conferenza laburista del 2001, Tony Blair annunciò la sua famosa crociata per "riordinare il mondo" con la promessa: "Al popolo afgano noi facciamo questa promessa… non ce ne andremo… lavoreremo con voi per assicurare che si trovi una via per uscire dalla miseria…". Il governo Blair stava allora per prendere parte a quella conquista dell’Afghanistan che avrebbe portato la morte di 25 mila civili. Durante quella grande crisi umanitaria nessun paese sofferse di più e nessuno ricevette meno aiuti. Solo il 3 per cento degli aiuti internazionali spesi in Afghanistan servì alla ricostruzione, mentre l’84 per cento era destinato alla coalizione militare guidata dagli USA e il resto delle briciole destinata all’emergenza. Quello che spesso è presentato come fondo per la ricostruzione è in realtà investimento private, come il 35 milioni di dollari che finanzieranno gli hotel a 5 stelle per stranieri. Un consulente del ministero per le politiche agricole di Kabul racconta che il suo governo ha ricevuto meno del 20 per cento degli aiuti promessi all’Afghanistan. "Non abbiamo neppure abbastanza soldi per pagare gli stipendi, figuriamoci il piano di ricostruzione".
La ragione taciuta è che le vittime dell’Afghanistan sono quelle che contano meno di tutte.
Quando gli elicotteri americani hanno ripetutamente mitragliato un remoto villaggio di pastori, uccidendo 993 civili, un funzionario del Pentagono ha dichiarato: " quella gente è morta perché noi la volevamo morta".
Mi sono resto conto di questo altro tsunami quando raccontavo della Cambogia, nel 1979. Dopo un decennio di bombardamenti americani e delle barbarie di Pol Pot, la Cambogia era colpita come lo è oggi Aceh. Epidemie, carestia e la popolazione che soffriva di un trauma collettivo che in pochi sapevano spiegare. Tuttavia per nove mesi dopo la caduta del regime degli Khmer Rossi, nessun efficace aiuto arrivò dai governi occidentali. Al contrario venne imposto dall’ONU, su iniziativa di Occidente e Cina, un embargo che negava l’intero meccanismo di ricrescita ed assistenza. Il problema per i cambogiani era che i loro liberatori, i vietnamiti, stavano dalla parte sbagliata della guerra fredda, avendo da poco cacciato gli americani dal loro Paese. Questo li rese vittime che non contano.
Un simile e in gran parte non raccontato assedio è quello dell’Iraq durante gli anni Novanta ed intensificatosi durante la "liberazione" anglo-americana. Lo scorso settembre l’Unicef ha riportato che i casi di malnutrizione fra i bambini iracheni sono raddoppiati durante l’occupazione. La mortalità infantile è ora al livello del Burundi e più alta che ad Haiti ed in Uganda. La povertà cresce e c’è una costante mancanza di medicine. I casi di cancro stanno rapidamente aumentando, specialmente i tumori al seno, l’inquinamento radioattivo è diffuso. Più di 700 scuole sono state danneggiate dai bombardamenti. Dei miliardi che si dice siano stati stanziati per la ricostruzione dell’Iraq, solo 29 milioni di dollari sono stati spesi, la maggior parte dei quali per assoldare mercenari per proteggere gli stranieri.
Poco di tutto questo diventa notizia in Occidente.
L’altro tsunami causa nel mondo 24 mila morti ogni giorno, per povertà, per il debito, per i dividendi che sono il prodotto di quel superculto chiamato neoliberismo. Questo è stato dichiarato dalle Nazioni Unite nel 1990, quando fu indetta a Parigi una conferenza dei paesi ricchi allo scopo di implementare un "piano d’azione" per salvare i paesi poveri. Dieci anni più tardi, praticamente tutte le promesse fatte dai governi occidentali sono state infrante, rendendo le chiacchiere di Gordon Brown a proposito del G8 che condivide il "sogno britannico" di porre fine alla povertà, niente più che questo: chiacchiere. Pochissimi fra i governi occidentali hanno onorato la linea dell’ONU, allocando un misero 0,7 per cento del PIL per gli aiuti. La Gran Bretagna dà solo lo 0,34 per cento, facendo del proprio Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale una macabra barzelletta. Gli USA danno lo 0,14 per cento, la quota più bassa fra tutti i paesi industrializzati.
In gran parte all’insaputa ed al di là dell’immaginazione degli occidentali, milioni di persone sanno che le loro vite sono state dichiarate spendibili. Quando le tariffe, il cibo e i sussidi energetici sono eliminati sotto il diktat del FMI, i piccoli coltivatori e i senza terra sanno che si trovano davanti alla catastrofe, che è la ragione per cui i suicidi fra gli agricoltori sono un’epidemia. Solo i ricchi, dice il WTO, hanno il permesso di proteggere le proprie case, le proprie aziende e la propria agricoltura; solo loro hanno diritto ai sussidi per l’esportazione di cane, frumento, zucchero per scaricarli nei paesi poveri a prezzi artificialmente stracciati, così da distruggere . Only the rich, says the World Trade Organisation, are allowed to protect their home industries and agriculture; only they have the right to subsidise exports of meat, grain and sugar and dump them in poor countries at artificially low prices, thereby destroying mezzi di sussistenza e vite.
L’Indonesia, un tempo descritta dalla Banca Mondiale come "un modello per l’economia globale", è un caso esemplare. Molti di quelli che sono stati travolti dall’onda erano stati espropriati dal FMI. L’Indonesia ha un debito insaldabile di 110 bilioni di dollari. Il World Resources Institute sostiene che questo tsunami fatto dall’uomo causa la morte di 13-18 milioni di bambini nel mondo ogni anno; 12 milioni di bambini sotto i 5 anni, secondo il Rapporto sullo Sviluppo dell’ONU. "Se in 100 milioni sono stati uccisi nel corso delle guerre formali del ventesimo secolo," ha scritto il sociologo australiano Michael McKinley, "perché questi devono avere una visibilità privilegiata rispetto al bilancio annuale delle morti di bambini da parte dei programmi di aggiustamento strutturale a partire dal 1982?".
Che il sistema che causa tutto questo abbia la democrazia come proprio grido di guerra è una presa in giro sempre più evidente alla popolazione del mondo intero. E questa consapevolezza crescente, offre qualcosa di più che una semplice speranza. Da quando i crociati di Washington e Londra hanno dissipato la simpatia per le vittime dell’11 settembre, per accelerare la propria campagna di dominazione, un’intelligenza collettiva pubblica ha cominciato a svegliarsi e a vedere Blair e Bush come bugiardi e le loro azioni come crimini. L’attuale flusso di aiuti per le vittime dello tsunami che parte dalla gente comune è uno spettacolare reclamo di politiche di comunità, moralità ed internazionalismo, negate dai loro governi e dalla propaganda delle multinazionali. Ascoltando i turisti tornati dai paesi colpiti, pieni di gratitudine per la gentilezza e la generosità con cui i più poveri fra i poveri hanno offerto loro rifugio e si sono presi cura di loro, si ha la percezione dell’antitesi con le politiche che si prendono cura solo degli avidi.
"La più formidabile dimostrazione di moralità pubblica che il mondo abbia mai visto", la scrittrice Arundhati Roy ha descritto la rabbia contro la guerra che è esplosa nel mondo due anni fa. Uno studio francese stima che quel febbraio furono 35 milioni le persone che dimostrarono contro la guerra, una cosa mai successa in passato; ed era solo l’inizio. Questa non è retorica; il rinnovamento umano non è un fenomeno, piuttosto la continuazione di una battaglia che in alcuni momenti può sembrare congelata, ma che è come un seme sotto la neve. Prendiamo l’america Latina, a lungo dichiarata dall’Ovest invisibile e rinunciabile. "I latinoamericani sono stati addestrati all’impotenza", ha scritto Eduardo Galeano. "Una pedagogia discesa dalla colonizzazione, insegnata da soldati violenti, maestri timorosi e fragili fatalisti; ha radicato nei nostri spiriti l’idea che la realtà è talmente immutabile che tutto ciò che ci è dato di fare è ingoiare in silenzio le sofferenze che ogni giorno porta".
Galeano (qualche giorno fa) stava celebrando la rinascita di una democrazia reale nella sua madrepatria, l’Uruguay, dove la gente ha votato "contro la paura", contro la privatizzazione e le sue indecenze. In Venezuela, le elezioni municipali in Ottobre hanno aggiudicato la nona vittoria democratica all’unico governo nel mondo che divide la ricchezza del petrolio con la popolazione più povera. In Cile, gli ultimi gerarchi fascisti sostenuti dai governi occidentali, in particolare dalla signora Thatcher, vengono processati da rivitalizzate forze democratiche. Queste forze sono parte di un movimento contro la disuguaglianza, la povertà e la guerra che è cresciuto negli ultimi sei anni ed è più diversificato, più intraprendente e più tollerante che mai. È un movimento non soverchiato dal liberalismo occidentale che crede di rappresentare una forma superiore di vita. I più saggi sanno che questo è il colonialismo sotto un altro nome. I più saggi sanno anche che la conquista dell’Iraq si sta sciogliendo, così anche l’intero sistema di dominio e impoverimento può essere sciolta.
John Pilger (tratto da The New Statesman)
traduzione di Anna Marchi - Megachip
Come un milione di bombe atomiche. Il polo nord ha subito un’oscillazione di cinque, sei centimetri. L’asse della Terra spostato. Giornate più corte di tre microsecondi. L’isola di Sumatra spostata di trenta metri. Centocinquantamila solo i morti umani, ma la cifra è in crescita di ora in ora. Foto di corpi nudi gonfiati, sulle spiagge, di donne sferiche a gambe aperte, col taglio della vagina in evidenza come nelle bambole gonfiabili. Montagne di cadaveri umani e animali bruciati e gettati nelle fosse comuni. Eserciti di microrganismi epidemici in attesa di avventarsi sui corpi dei superstiti.
Questo è ciò che abbiamo visto e saputo nei giorni scorsi. Ma ci sono altre cose che non ci hanno detto, a vari livelli. Tanto che in questa tragedia di proporzioni catastrofiche si nasconde un’altra tragedia di proporzioni forse ancora più catastrofiche, costituita dallo spostamento dell’asse psichico e di conoscenza, dalla volontà di non vedere e di non far vedere e di occultare come stanno veramente le cose.
Che non è solo un meccanismo di difesa di fronte alla sproporzione tra la fragilità e inermità delle nostre sottopotenze umane e tecnologiche e le forze infinitamente più grandi che ci contengono, ma anche un bisogno che hanno le strutture di potere che si sono affermate nel corso del tempo di nascondere l’enorme, intima, esplosiva sproporzione su cui si fondano la vita umana associata e le sue forme di comando.
Perché un evento di questa portata può aprire una pericolosa crepa anche nel nostro sistema di percezione, conoscenza e giudizio. Che può portare a una diversa consapevolezza sul nostro sistematico e autodistruttivo progetto di sopraffazione e violenza nei confronti dell’habitat della vita sotto e sopra la crosta terrestre e nell’atmosfera. Che porta con sé il concreto rischio di catastrofi infinitamente più grandi di quella appena successa e di quelle che sono successe nel corso del tempo (di cui l’aspetto frattale dei margini delle terre emerse sono un’eloquente testimonianza). Come il surriscaldamento dell’atmosfera, il continuo aumento dei gas serra, il surriscaldamento e innalzamento dei mari, il progressivo scioglimento delle calotte polari e l’allagamento di grandi città e regioni costiere, la cancellazione delle ultime grandi foreste, le conseguenze geologiche delle forsennate attività estrattive e delle esplosioni atomiche sotterranee, della corsa all’impossessamento delle risorse energetiche del pianeta e dei suoi spazi strategici in vista delle guerre future, della continua sfida economico-militare che gruppi umani contrapposti portano avanti con mezzi sempre più devastanti su questo piccolo pianeta su cui è cresciuta una vita biologica configurata spinta oltre il limite minerale e dove infine una piccola, nuda, inerme, ottusa e ferocissima specie ha preso il sopravvento sulle altre, portando in brevissimo tempo la propria vita fino al limite di specie.
Per non parlare di altri eventi incontrollabili che si possono verificare. Impatti di corpi cosmici appena un po’ più grandi di quelli che quotidianamente penetrano nella nostra atmosfera. Altri eventi relativi alla struttura intima della materia, che potrebbero far apparire una cosa da nulla la catastrofe che ci ha appena colpiti e che potrebbero avere esiti infinitamente più devastanti.
Ma quello che non ci viene detto, la cosa più esplosiva che viene occultata è che tutto il quadro e le attuali strutture di comando non solo sono impari ma, mai come adesso, non sono proporzionali alle nostre drammatiche condizioni ed esigenze di specie su questo piccolo pianeta che si muove nella sua piccola orbita nell’immensità dello spazio cosmico. Che tutti gli obiettivi, i mezzi, i fini perseguiti dai piccoli gruppi umani cui è stato delegato il potere o che hanno preso il sopravvento attraverso la potenza di macchine militari, economiche, tecnologiche e del condizionamento mediatico e dell’allevamento fisico, psichico e mentale della specie, mossi solo da giganteschi interessi personali e di gruppo, sono drammaticamente e ciecamente sproporzionate e fuori asse rispetto all’enormità della nostra condizione e a ciò che questa richiederebbe. Anche in questi giorni, persino nelle riflessioni più coscienti e sensate di sismologhi, esperti, economisti ecc... viene messa in luce solo una piccola parte della portata di un simile evento e dei problemi e delle prospettive che apre e potrebbe aprire. O vengono mosse critiche su aspetti secondari, senza mai andare alla radice. Come Rifkin, a cui basta mettere in evidenza la convenienza economica che si avrebbe nel prevenire i disastri piuttosto che nel pagarne il conto alla fine, riportando cioè tutto dentro le stesse logiche e lo stesso schema. Mentre bisognerebbe al contrario spostare completamente l’angolo visuale con cui considerare l’intera situazione e le logiche fin qui perseguite dai gruppi umani e dalle loro oligarchie autoreferenziali, antropocentriche, distruttive e autodistruttive che hanno gestito le macchine di potere su questo pianeta. Con tutte le loro strutture mentali di supporto, ideologiche, politiche, religiose, in ogni campo. Persino nell’attività artistica e di pensiero dove, tranne rare eccezioni nel corso del tempo, impera e viene selezionato solo il piccolo gioco funzionale, consolatorio e macchinico piuttosto che uno sguardo inerme, orbitale e proporzionale alla situazione planetaria e cosmica della vita in ogni sua fibra e struttura.
Una diversa prospettiva, un diverso sguardo che renderebbe assolutamente evidente e abnorme la cecità e la mancanza di proporzionalità delle strutture di comando umane e delle ideologie e delle logiche su cui si fondano e dei fini che perseguono. Permetterebbe, ad esempio, di vedere e di intendere con terrificante evidenza quanto i vari, piccoli Bush, Putin, Bin Laden ecc... e gli altri che se ne stanno acquattati in attesa del loro turno, fino agli ultimi, infimi e disonorevoli e grotteschi governanti del nostro paese e gli altri miserrimi piccoli uomini che dovrebbero opporsi ad essi e che invece paiono presi soltanto da piccole, cieche logiche di contrattazione e sopraffazione reciproca, non siano solo dei piccoli, irresponsabili criminali che giocano un piccolo gioco di potere ciascuno coi mezzi di cui dispone. Ma come siano anche e soprattutto criminali e inadeguati nei confronti della nostra e delle altre vite di specie. E che tutte le strutture mentali, ideologiche, religiose... su cui si fondano i piccoli, transitori imperi che gli uomini si sono dati o che hanno subito perseguono finalità che sono addirittura il contrario di ciò che richiederebbe la loro reale situazione su questo pianeta e all’interno del cosmo. Che tutte queste strutture mentali e persino le ideologie ecologiche non sembrano avere coscienza di questa nostra collocazione nell’onda dello spaziotempo e nel cosmo, ma al massimo solo di un nostro piccolo spazio terrestre idealizzato, all’interno di una natura idealizzata, quando non siano prese anche queste da piccole e cieche logiche politiche e di potere di corto respiro.
Se gli uomini, o almeno gran parte di essi, si rendessero conto di tutto questo, come potrebbe succedere per una smagliatura mentale provocata da qualche grande catastrofe, e in questa impressionante evidenza crescessero in loro la paura, il panico per l’improvvisa presa di coscienza di questa enorme sconnessione e sproporzione e ritardo delle strutture che si sono dati e a cui obbediscono, quello che potrebbe avvenire sarebbe uno smottamento, un terremoto, uno tsunami di proporzioni infinitamente più gigantesche di quelli che ogni tanto si scatenano nella nostra vita e nella nostra storia. Che farebbe apparire poca cosa le grandi rivoluzioni politiche umane antropocentriche moderne che ci sono state a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento e poi quelle della prima metà del Novecento, tutte ancora giocate sull’ illusione che fosse sufficiente toccare e spostare qualcosa all’interno di questo stesso quadro per risolvere tutto.
Se si vedesse tutta la nostra vita fuori da queste piccole strettoie mentali consolatorie e funzionali solo al perpetuarsi di piccole élite di comando e degli strati che per un po’ riescono a beneficiare, tutte queste strutture di coagulo e di comando perderebbero ogni legittimazione e rappresentatività e crollerebbero come sotto il più devastante dei terremoti. Il catastrofico scollamento che potrebbe verificarsi per questa drammatica, proporzionale ma ancora scompensata fuga in avanti, ancora priva delle sue nuove sinapsi psichiche, strutturali e sociali, aprirebbe una spaccatura, una voragine proporzionale a quell’altra infinitamente più grande in cui siamo immersi. Si vedrebbe con ogni evidenza la voragine sopra la quale sta sospesa la nostra vita di specie.
Per questo, forse anche per tutto questo, pur con grande ritardo, le grandi strutture di comando hanno cominciato a darsi da fare per spostare l’attenzione su altri aspetti e su altri terreni, dove possono esibire la loro efficacia e potenza organizzativa, economica e tecnologica posteriore. L’esercizio della solidarietà e umanità nei confronti di altri uomini così violentemente colpiti, la gara per apparire anzi i più solleciti ed efficaci nell’alleviare le sofferenze dei superstiti, persino il ritorno che se ne può avere in termini di immagine e di penetrazione economica e organizzativa, forse nascondono anche un più profondo bisogno di occultare la presenza delegittimante di questa voragine, di riempirla con l’attivismo tecnologico e la sua consolatoria, astraente potenza. Perché non si veda e non si pensi troppo a lungo che tutta la nostra vita è dentro questa non proporzionalità e questa voragine.
3 gennaio 2005
"Documento introduttivo ai lavori del Workshop: Tra crisi umanitarie e azione umanitaria in crisi: lezioni apprese, nuove sfide e scenari futuri, Pisa, 25-26-27 novembre 2004; organizzato dall’International Training Programme for Conflict Management della Scuola Superiore Sant’Anna e da Medici Senza Frontiere - Italia. All’interno del documento sono poste alcune questoni aperte, come spunto di confronto durante il workshop. Il documento non fornisce nè suggerisce risposte e non rispecchia il pensiero dell’ITPCM nè quello di MSF
(Redazione a cura di Mariona Sanz )
pubblicato il Mercoledi’ 22 Dicembre 2004
TRA CRISI UMANITARIE ED AZIONE UMANITARIA IN CRISI
DOCUMENTO DI DISCUSSIONE
Humanitarism is not the preserve of humanitarian agencies, this would be as disastrous as making humor the sole preserve of clowns (Hugo Slim)
Pisa - Roma, novembre 2004
Questo documento è stato elaborato dall’International Training Programme for Conflict Management della Scuola Superiore Sant’Anna e da Medici Senza Frontiere - Italia con la finalità di porre sul tappeto molte delle questioni che condizionano l’assistenza e l’azione umanitarie oggi, e di tentare di costituire un punto di partenza per un percorso di riflessione approfondita sui temi, le pratiche e le definizioni che riguardano l’ambito umanitario in Italia. Il testo è da considerarsi del tutto provvisorio, concepito per aprire il dibattito stimolando una riflessione attraverso domande che probabilmente verranno affrontate nelle tre giornate di lavoro (25,26,27 novembre 2004). In un secondo momento il documento verrà modificato sulla base delle proposte e degli argomenti emersi durante le tre giornate. Il testo finale verrà messo a disposizione di tutti i partecipanti che ne faranno richiesta.
Si prega di non citare questa versione del documento.
1. INTRODUZIONE
Che il mondo umanitario stia attraversando una crisi non è un’idea nuova. Il cambiamento dei paradigmi operativi avvenuto negli anni ’90, e soprattutto la crescente commistione con le sfere politica e militare, ha portato una notevole confusione concettuale e ad una crescente difficoltà operativa che troppo spesso si è manifestata in modo drammatico. L’uccisione ed il rapimento di operatori umanitari nei vari scenari di crisi, gli attacchi terroristici al quartier generale dell’ONU ed ancor più alla delegazione della Croce Rossa Internazionale di Baghdad nel 2003, parlano di uno spazio umanitario sempre più inagibile. Il c.d. imperativo umanitario impone di portare soccorso alla popolazione civile coinvolta in conflitti armati o travolta da calamità naturali. I principi fondanti tradizionali di questa azione sono quelli di umanità, neutralità ed imparzialità (e, secondo alcuni operatori, anche quello di indipendenza, sia dal punto di vista economico che decisionale e operativo), che seppur di non semplice definizione, richiamano i concetti di astensione dalle dinamiche militari e politiche del conflitto e di intervento attuato senza discriminazioni di qualsivoglia natura, seguendo esclusivamente le priorità dettate dai bisogni reali della popolazione. Eppure la possibilità di svolgere tale azione si è drammaticamente ridotta. Confusa tra divise militari, ingerenze economiche e mandati politici, l’azione umanitaria si trova letteralmente under fire. Conseguentemente, l’imperativo umanitario diventa ogni giorno più difficile da perseguire. Le ragioni di una simile situazione sono molteplici e complesse: se le radici di questa tendenza affondano negli scenari apertisi dopo la fine della guerra fredda, l’11 settembre 2001 sembra segnare una accelerazione che rende ancora più urgente confrontarsi su questi argomenti per individuare nuove strategie funzionali alla realizzazione di azioni che in ultima analisi si propongono di salvaguardare la vita e la dignità dell’essere umano.
Il crollo o il "ritiro dello stato" e il proliferare di attori non statali (es. i signori della guerra) sono fenomeni che hanno contribuito alla cronicizzazione di alcune crisi e, conseguentemente, dell’azione umanitaria. Tra le sfide davanti a cui si trova l’agire umanitario si annoverano dunque i casi di emergenza cronica, i quali mettono in discussione le tradizionali concettualizzazioni sul rapporto tra emergenza, cooperazione e sviluppo.
Su tutte queste tematiche il dibattito internazionale è stato negli ultimi 15 anni estremamente vivace ed articolato. Il drammatico mutamento dell’agenda internazionale lo ha portato di nuovo alla ribalta, come dimostra l’ultima edizione della International Review of the Red Cross (n° 855) dedicata alle sfide contemporanee poste all’azione umanitaria. Da questo punto di vista, la discussione in Italia è stata meno intensa e prolifica, e da qui è nato lo stimolo, raccolto da MSF e dalla Scuola Superiore Sant’Anna, di creare lo spazio in cui tali tematiche potessero essere dibattute.
A tal fine, il presente documento si propone di porre sul tappeto alcune delle questioni aperte per stimolare la discussione nel corso delle tre giornate di lavoro. Si tratta quindi di un work in progress che verrà modificato, aggiornato e perfezionato seguendo gli spunti che emergeranno dalla discussione.
2. "UMANITARIO": UNA PAROLA INFLAZIONATA
Secondo il dizionario Garzanti della lingua italiana l’aggettivo "umanitario" definisce un individuo o un’azione "che è animato da sentimenti di solidarietà umana; che si adopera per migliorare le condizioni di vita dell’umanità", ovvero un’attività "improntata ai migliori sentimenti umani; altruistica". Questa prima definizione contiene in sé tensioni e ambivalenze che si riverberano nell’uso della termine umanitario nella pratica internazionale contemporanea. "Azione umanitaria", "intervento umanitario", "missione umanitaria", "diritto internazionale umanitario", sono solo alcuni dei modi in cui questo aggettivo è stato utilizzato dai media, da rappresentanti istituzionali e di associazioni di vario genere. Nei fatti, questa parola è stata ed è, a torto o a ragione, associata a concetti ed azioni quali, tra le altre, guerra, distribuzioni alimentari, interventi militari, norme giuridiche di regolamentazione delle ostilità, missioni di pace, campagne di vaccinazioni o accordi di cessate il fuoco. Questo uso-abuso del termine non è privo di conseguenze dal punto di vista operativo. La confusione che si viene a creare finisce per mettere sullo stesso piano ("funzioni di protezione e assistenza") azioni che utilizzano la forza armata e azioni di soccorso nei confronti della popolazione civile. In altre parole, sotto lo stesso ombrello umanitario convivono azioni che per loro natura non possono ispirarsi ai principi di neutralità ed imparzialità con azioni cui storicamente questi principi hanno fornito gli strumenti per negoziare con le parti in causa l’accesso alle popolazioni coinvolte in conflitti violenti.
Ma, se tutto diventa "la stessa cosa", se i militari in divisa vengono considerati alla stessa stregua degli operatori civili, come viene ridefinito il mandato umanitario e quale spazio di azione strettamente umanitaria resta, di conseguenza? Inoltre, se anche tra gli addetti ai lavori esiste una confusione tra ciò che è intervento umanitario e l’azione umanitaria, come si può pretendere che i media o l’opinione pubblica e da ultimo le popolazioni beneficiarie possano distinguere fra iniziative fra loro diverse?
2.1 CHE COSA DICE IL DIRITTO?
L’azione militare come risposta alle violazioni di Diritti Umani e di norme umanitarie ha una lunga storia che anticipa largamente le moderne codificazioni di Diritto Internazionale in materia. Nel 1827, Francia e Gran Bretagna decisero di dare supporto navale alla causa dell’indipendenza greca dall’Impero Ottomano, soprattutto come conseguenza delle "atrocità turche" contro i greci cristiani. Altri esempi di azioni giustificate con "ragioni umanitarie" sono l’intervento francese in Siria (1860-61), l’intervento russo in Bosnia, Erzegovina e Bulgaria (1877-78) o l’intervento statunitense a Cuba (1898).
Nel diritto internazionale contemporaneo, invece, quando si usa il termine "intervento umanitario" si fa riferimento ad un’eccezione al divieto dell’uso della forza sancito nella Carta delle Nazioni Unite (Art. 2, par. 4). Lo stesso tipo di azione, se debitamente autorizzato da Consiglio di Sicurezza, risulterebbe perfettamente legale. Tuttavia, allo stato attuale del diritto, l’esistenza di una norma non scritta che permetta un’azione militare unilaterale a fronte di gravi e massicce violazioni dei diritti umani fondamentali è ancora oggetto di animata discussione nell’arena diplomatica, fra le agenzie internazionali rilevanti (governative e non) così come nella letteratura scientifica. Quando si parla invece di "Diritto Internazionale Umanitario", ci si riferisce a un corpo di norme deputato a regolare la condotta delle ostilità nell’ambito di conflitti armati a carattere internazionale e/o non internazionale. Esso presenta una componente "protettiva" volta ad assicurare la salvaguardia di alcune categorie particolarmente vulnerabili (civili, prigionieri di guerra, personale che presta assistenza umanitaria, ecc.) ed una "dispositiva" che indica quali mezzi e metodi di condotta delle ostilità siano leciti e quali vietati. Si tratta di una delle branche più antiche del diritto internazionale, la cui formazione prende le mosse dagli orrori succitato dai massacri di guerra nell’epoca post-napoleonica. Fattori quali l’introduzione della levée en masse, l’utilizzo di armi sempre più distruttive e incapaci di discriminare e il conseguente maggior coinvolgimento della popolazione civile nei conflitti, convincono gli stati della necessità di conferire forza legale al concetto, fino ad allora vago, di temperamenta in bello. Lo sdegno dell’opinione pubblica europea di fronte al resoconto della battaglia di Solferino offerto da Henry Dunant diede ulteriore impulso all’incipiente processo di codificazione del Diritto Umanitario.
Per capire quali norme proteggono l’azione umanitaria, in quali occasioni e quando, è indispensabile, in via preliminare, distinguere chiaramente il diritto che regola il ricorso alla forza armata, lo Jus ad bellum (codificato nella Carta delle Nazioni Unite) e il diritto bellico o Diritto Internazionale Umanitario, lo Jus in bello (sviluppato nelle Convenzioni di Ginevra e nei Protocolli Addizionali). In una seconda fase si dovrà mettere a confronto il corpus normativo esistente con i bisogni umanitari che sono emersi negli scenari di crisi "post Guerra Fredda", verificandone l’idoneità a far fronte alle mutate sfide che queste nuove emergenze presentano.
A fare da sfondo all’apparato normativo fin qui descritto è il ruolo sempre più rilevante assunto dalla dialettica (talvolta si potrebbe dire della retorica) dei diritti umani in tutti gli aspetti, tanto teorici quanto pratici, dell’azione umanitaria (il cosiddetto mainstreaming dei diritti umani). E’ evidente che prendere sul serio i diritti umani tocca i nervi vivi della questione umanitaria. Si pensi al rapporto fra violazioni sistematiche e su larga scala dei diritti umani fondamentali e le emergenze umanitarie, e si pensi - soprattutto - all’impatto che hanno "nuove aree" di normazione, come i diritti economici, il diritto all’acqua, i diritti delle donne, etc. Questa stretta relazione, se vista dal punto di vista delle implicazioni, solleva numerose domande. Le violazioni di quali diritti giustificano l’intervento umanitario? Chi deve accertarle? E come? In che misura il diritto internazionale dei diritti umani può esercitare la sua funzione protettiva nelle situazioni di emergenza che caratterizzano le operazioni di assistenza umanitaria? Quali sono gli standard in materia di diritti umani che devono rispettare coloro che sono impegnati in dette operazioni e quali le conseguenze se questi standard vengono violati? Esiste un trade-off tra l’imperativo umanitario e l’obbligo giuridico o morale di proteggere i diritti umani?
3. DA DOVE VENGONO LE RISORSE?
Una delle sfide principali che affrontano le organizzazioni umanitarie è quella di tradurre in realtà il principio di indipendenza. Il fund-raising, cioè le strategie per raccogliere risorse materiali e finanziarie, diventa una delle azioni centrali. La sfida per attrarre risorse pone due ordini di questioni: da una parte l’influenza che chi eroga i fondi può avere nella loro gestione; dall’altra, la competizione che si instaura tra i vari organismi umanitari per risorse limitate. A fronte delle possibili ingerenze politiche nell’azione umanitaria, alcuni propongono che le ONG traggano fondi esclusivamente da privati o da governi dichiaratamente neutrali, altri di porre dei limiti alla percentuale di fondi che gli organismi ricevono dai governi. Ma non è solo il denaro governativo a porre delle questioni in merito all’indipendenza dell’azione; i finanziamenti privati, quando provengono dai grossi conglomerati o comunque da attori economici con interessi specifici, pongono lo stesso tipo di problemi. La questione centrale è quindi se sia possibile separare la fonte delle risorse dalla loro gestione, ossia da come in ultima analisi questi soldi vengono spesi. Allo stesso tempo le emergenze implicano la necessità di grandi quantità di denaro in brevissimo tempo, ed in quest’ottica il denaro pubblico diventa imprescindibile.
Secondo alcune stime , il 65% di tutto l’aiuto umanitario mondiale viene veicolato tramite le ONG. In Italia, queste dipendono per un 80-90% da fondi pubblici e poche hanno una struttura che permetta un effettiva raccolta di fondi indipendente. La pratica invalsa consistente neI passaggio di fondi governativi attraverso agenzie e organizzazioni internazionali per giungere infine a finanziare le attività operative di ONG, è un aspetto che rimane da valutare. Che significato si può dare ai principi di imparzialità, neutralità ed indipendenza quando si dipende in larga misura dai finanziamenti pubblici? Per Tony Vaux, operatore umanitario e autore del libro "L’altruista egoista", in molti casi le ONG sono diventate «macchine per fare denaro, strumentalizzate dai governi per i loro obiettivi politici». Come evitare di diventare semplici esecutori o una "foglia di fico" per l’implementazione di strategie politiche e militari? E dal punto di vista operativo, come influisce questo aspetto nella percezione che le fazioni in lotta e le popolazioni civili hanno degli operatori umanitari in generale? D’altro canto, rinunciare anche solo in parte ai fondi pubblici significherebbe una consistente riduzione della capacità di azione degli organismi umanitari non governativi. Da questo punto di vista come bilanciare il principio d’indipendenza con la necessità di avere gli strumenti materiali e finanziari per svolgere il proprio lavoro? Quando i finanziamenti sono pubblici i governi possono decidere chi deve fare cosa, dove e quando. Per esempio, nel 2003 l’Iraq ha ricevuto il 90% dei fondi richiesti per assistenza umanitaria mentre i paesi dell’Africa australe solo il 20% . E’ dunque ancora possibile, a livello internazionale, parlare di imparzialità? Prevale ancora il principio di umanità? Le vittime sono tutte uguali o alcune hanno alcune più importanza di altre?
(continua)
(segue)
4. MILITARI UMANITARI?
Il mondo umanitario ed il mondo militare sembrano sempre più strettamente interrelati al punto che alcuni parlano di "militarizzazione dell’azione umanitaria" . A partire delle operazioni nel Kurdistan Iracheno nel ’91, passando per le truppe di Peacekeeping di UNPROFOR in Bosnia, si è assistito, con sempre maggiore frequenza, a situazione in cui militari forniscono direttamente assistenza umanitaria e in cui gli operatori umanitari sono scortati da "forze di pace" (peacekeeping o altro). Coniata in ambito militare, le dottrine della cooperazione civile-militare (CIMIC) si sono estese e ramificate, arrivando a influenzare, talvolta in modo significativo, le modalità di lavoro di altri tipi di attori (media, non-governativi, governativi civili).
Questo ha portato a una situazione nella quale l’ambito dell’assistenza umanitaria e l’ambito militare tendono a confondersi tanto sul piano terminologico, come visto in apertura del presente documento, come su quello operativo (si pensi alla "logistica mista" in Albania nel 1999, durante i bombardamenti in Kosovo, per arrivare al paradosso dei bombardieri statunitensi che, durante l’operazione "Enduring Freedom" in Afghanistan, lanciavano quasi in simultanea bombe e cibo). Contribuisce anche alla confusione il fatto che le NNUU, da un lato, intervengano con i caschi blu armati (che dispongono di regole di ingaggio per rispondere al fuoco) e che, dall’altro, distribuiscano aiuti attraverso le loro agenzie?
Organismi come il Comitato Internazionale della Croce Rossa o Medici Senza Frontiere ritengono che l’arrivo degli operatori umanitari subito dopo il passaggio delle truppe provochi una diminuzione della percezione che gli attori locali hanno della neutralità degli operatori umanitari e quindi aumentino i problemi di sicurezza. Altri rispondono che i militari sono la soluzione, non il problema, e che sono necessari proprio per garantire quella sicurezza che sembra essere in costante diminuzione negli ultimi anni. Alcune grosse ONG, soprattutto anglosassoni, hanno elaborato dottrine per relazionarsi con i militari e con le scorte armate private.
Ritorna la vexata quaestio su che messaggio si manda utilizzando scorte armate per facilitare l’assistenza umanitaria, come nel caso della Croce Rossa Italiana (CRI), la quale in Iraq ha attrezzato un ospedale sotto scorta di carabinieri, in evidente contraddizione con la pratica del CICR. Si può ancora parlare di spazio umanitario quando questo è aperto con la forza? Deve la comunità internazionale delegare ai militari alcune attività umanitarie o deve assicurare una divisione di ruoli tra militari ed operatori civili? Possono o devono i militari contribuire ad assicurare la sicurezza indispensabile per svolgere l’attività umanitaria?
5. QUANDO L’UMANITARIO DIVENTA SPETTACOLO
Secondo una recente inchiesta condotta dal Fritz Institute e dalla Reuters Foundation, e valutata dal Humanitarian Policy Group, il lavoro del giornalista e quello dell’operatore umanitario si stanno avvicinando sempre di più. Comunque nessuno sembra essere soddisfatto dallo stato attuale delle cose e mentre i giornalisti chiedono più materiale da parte dalle organizzazioni umanitarie, queste ultime chiedono più professionalità, conoscenza delle crisi e un certo grado di "background umanitario" da parte dei reporter. Jean-Paul Marthoz, responsabile europeo di Human Rights Watch sostiene che gli operatori siano oggi chiamati a supplire i giornalisti, tenuti lontani dalle aree di crisi più pericolose dai propri direttori o dagli attori in conflitto. E così, mentre diverse organizzazioni, anche non governative, stanno sperimentando metodi di copertura e distribuzione dell’informazione da parte dei propri operatori umanitari, sono in molti a sostenere che i due ruoli vanno tenuti distinti per garantire che gli effetti delle due attività si amplifichino reciprocamente. Il tema degli effetti dei media sulle crisi umanitarie è stato discusso da numerosi studiosi della comunicazione. Per alcuni, come Ramonet o Livingston , sono soprattutto i media, il quarto potere, a incidere sulla visibilità delle emergenze e a suscitare un impatto emotivo tale nell’opinione pubblica da obbligare i governi e la politica ad agire. Altri, come Strobel o Jacobsen sostengono la tesi opposta, ovvero che sia soprattutto la politica a controllare i media (a decidere "l’agenda setting", quello che deve essere ben visibile e quello che "non esiste", chi sono i buoni e chi i cattivi, ecc.) e che in questo modo, attraverso immagini scioccanti, sia possibile manipolare le coscienze occidentali e giustificare interventi che si basano su interessi economici o geo-strategici, attribuendogli una falsa ragione umanitaria. Tra questi autori c’è però un certo consenso, come sostiene Fisas , nell’affermare che nei casi dove non ci sono "interessi nazionali" in gioco, l’attenzione mediatica è imprescindibile per l’intervento.
E’ comunque indiscutibile l’esistenza di "conflitti dimenticati" (Caritas Italiana, 2001 e 2005 in stampa), e il fatto che "la TV condanna i fatti orfani d’immagini al silenzio e all’indifferenza" (Ramonet e Chomsky, 1996) e che la copertura mediatica è indispensabile per la raccolta di fondi da parte delle organizzazioni umanitarie. Già da tempo, soprattutto dalla crisi in Somalia, si parla dell’ "effetto CNN" per descrivere il grandissimo potere d’influenza della TV nel provocare risposte politiche di fronte a determinati scenari conflittuali (le immagini dei corpi straziati nel mercato di Sarajevo sono un chiaro esempio) e il meccanismo opposto, ovvero il ritiro dei media da un area di crisi che troppo spesso provoca il successivo disinteresse dei governi e di molte ONG. Quale ruolo hanno audience e share sulle scelte di copertura mediatica, spesso la premessa per l’innesco di un meccanismo di riposta? Quale influenza ha a sua volta il pubblico sulle stesse scelte? E quanto è libero il pubblico di interessarsi a determinate crisi e aree? Inoltre, è possibile mantenere un livello costante di attenzione su determinate crisi? Ed allora, cosa possono o dovrebbero fare dunque i media per limitare l’impressione che certe crisi non esistano più? La presenza delle organizzazioni umanitarie nelle aree di crisi facilita la copertura mediatica e rinforza la visibilità dei movimenti armati. Inoltre, l’esposizione mediatica dei conflitti ha anche provocato, in determinati casi (Liberia, Iraq) un incremento della brutalità da parte di alcuni gruppi ribelli (esecuzioni, mutilazioni, presa di ostaggi) che usano i media come cassa di risonanza per utilizzare strategicamente il potere comunicativo della violenza. Come possono lavorare insieme l’ambito umanitario e l’ambito mediatico per evitare questi effetti indesiderati? In generale, quale deve essere il ruolo dei media nelle situazioni conflittuali e nei processi di escalation e de-escalation? La massima "Good news is no news" è sempre valida o è possibile che i media possano contribuire a costruire la pace? In particolare, quale dev’essere il ruolo dei media nelle crisi umanitarie? Se i media hanno qualche influenza sulla percezione che l’opinione pubblica ha dell’azione umanitaria, come devono porsi di fronte a queste situazioni? Hanno incrementato, e - se sì - quanto, lo scetticismo di fronte al lavoro degli operatori umanitari?
6. CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE: L’AZIONE UMANITARIA AL TEMPO DELLA GUERRA PREVENTIVA
L’umanitarismo attraversa un periodo non facile, e si avverte l’esigenza di chiarire urgentemente cosa intendiamo per "azione umanitaria", per "intervento umanitario" o per "sfera umanitaria". Quest’analisi ci permetterà di identificare possibili aree di confusione, di tracciare distinzioni, e - magari - di stabilire aree di sinergia e di complementarità. "L’azione puramente umanitaria", termine usato da Hugo Slim per parlare dell’azione universale, imparziale e neutrale che svolgono alcuni degli attori sul campo, non è più percepita come tale. Il peso sempre maggiore della componente politica, mediatica e militare ha comportato una trasformazione ontologica del concetto di assistenza umanitaria. Questa smette di essere un’attività finalizzata soltanto ad alleviare le sofferenze delle popolazioni coinvolte in situazioni di crisi e si carica invece di una valenza teleologica, programmatica, che implica irrimediabilmente la necessità di fare scelte "politiche". Non si mira più solo a "curare i sintomi", ma ha la pretesa di trovare la cura alla "malattia". E’ possibile e sensato tornare indietro? Si apre il dibattito.
Susan STRANGE, The Retreat of the State, Cambridge University Press, 1996. Il rapporto finale della International Commission on Intervention and State Sovereignty, dal titolo "The Responsibility to Protect" (Ottawa, IDRC, 2001) si apre con la seguente definizione: "Intervention means various forms of nonconsensual action that are often thought to directly challenge the principle of state sovereignty". Secondo la NATO, "humanitarian intervention is an armed intervention in another state, without the agreement of that state, to address (the threat of) a humanitarian disaster, in particular caused by grave and large-scale violations of fundamental human rights.", NATO Working Paper, Scheveningen, 1999.
Bibliography Giulio MARCON, L’ambiguità degli aiuti umanitari, Feltrinelli, 2002. OCHA, Strengthening humanitarian action in conflict, 2004. Raj RANA, "Contemporary challenges in the civil-military relationship: Complementarity or incompatibility?", in International Review of the Red Cross, n. 855, 2004. Noam CHOMSKY e Ignacio RAMONET, Come ci vendono il mondo, Mondadori, 2003. Steven LIVINGSTON, Clarifying the CNN Effect. An Examination of Media Effects According to Type of Military Intervention, Research Paper R-18, Harvard University, 1997. Warren P. STROBEL, "The Media and U.S. Policies Toward Intervention", in Managing Global Chaos, USIP Press, 1996. Peter Viggo JACOBSEN, "National Interest, Humanitarism or CNN. What Triggers UN Peace Enforcement After the Cold War?", Journal of Peace Research, vol. 33, nº 2, 1996. Viçenc FISAS, "La gestión de las crisis humanitarias", Cultura de paz y gestión de conflictos, Icaria-Unesco,1998.
Per qualche settimana lo tsunami asiatico ha modificato l’agenda politica, l’informazione e il senso comune ai quali siamo abituati. I giornali e le tv hanno dedicato pagine e pagine all’evento; i governi hanno cercato di darsi da fare, pur se interessati più alle sorti dei propri concittadini che alle conseguenze del disastro; addirittura, negli Stati Uniti, dopo l’iniziale cinismo di cui ha dato prova il presidente Bush, è stata rispolverata, come l’11 settembre, una sorta di unità nazionale con l’appello congiunto dei Bush e di Clinton, cioè degli ultimi tre presidenti statunitensi a favore della solidarietà alle vittime del maremoto. Insomma, per qualche settimana, il mondo è sembrato pulsare all’unisono attorno a un destino comune, l’irrazionalità del maremoto si è impadronita delle preoccupazioni quotidiane, un po’ come se tutti fossero diventati più buoni.
Ma l’inversione di priorità nell’agenda è stata solo apparente e nessuna lezione - in termini politici, culturali e di visione strategica - sembra essere stata tratta. Non solo il mondo sta piano piano tornando alla normalità ma le stesse forme dell’intervento umanitario mostrano quanto grande sia la distanza tra le necessità del pianeta e le strutture materiali - politiche, logistiche, culturali - che i governi e le istituzioni hanno finora approntato. Vediamo qualche esempio.
Il sistema degli aiuti
La necessità di intervento rapido e risolutivo costituisce la priorità assoluta in catastrofi di questo genere. Alle centinaia di migliaia di morti, di feriti e di sfollati prodotti dal maremoto rischiano infatti di aggiungersi altre centinaia di migliaia di morti per effetto della mancanza dei soccorsi. Eppure, ancora oggi, intere zone colpite dalle onde sono fuori della portata degli aiuti e quando questi arrivano si assiste a sovrapposizioni inutili, a lungaggini burocratiche, al rischio della corruzione o dell’accaparramento privato di bande di criminali. Le scene disperate provenienti dallo Sri Lanka, quelle ancora più agghiaccianti che, dall’Indonesia, mostrano dall’alto lingue di terra prive di accesso, rivelano l’atroce assenza di un sistema internazionale capace di assolvere automaticamente a questo compito. Il segretario generale dell’Onu ha immediatamente lanciato l’allarme ma la stessa Onu non ha un servizio operativo adeguato e l’attività del suo ufficio per gli Affari umanitari deve affidarsi al lavoro dei governi che poi, sul terreno, sono costretti a confrontare sistemi, mezzi e lingue diverse che certamente non aiutano a risolvere velocemente le urgenze. Il Coordinamento per gli Affari umanitari dell’Onu (Ocha) poggia su un budget annuale di circa 85 milioni di dollari di cui solo l’11 per cento proviene dalle Nazioni Unite: 74 milioni di dollari sono il frutto delle donazioni degli stati membri. Solo per l’emergenza tsunami Kofi Annan ha chiesto un miliardo di dollari per i prossimi sei mesi: come si vede l’istituzione di un’agenzia internazionale funzionante e democraticamente organizzata - e controllabile - rappresenta un obiettivo indifferibile se davvero alle parole di dolore pronunciate in questi giorni si vogliono far seguire i fatti.
La politica delle priorità
Il riferimento all’Onu chiama in causa anche la capacità di coordinare gli aiuti. In realtà, nelle tragedie ritorna uno dei principali tabù delle società capitalistiche, quello di un intervento pubblico, coordinato e pianificato, che «razionalizzi» ciò che l’irrazionale sovverte. E’ un’ammissione implicita dell’impossibilità dell’economia e della società capitalistica ad affrontare il problema: sarebbe immaginabile lasciare il soccorso, ma anche la ricostruzione di quei territori, alla «mano invisibile del mercato», alla libera concorrenza di miriadi di società distinte tra loro e attente solo al profitto del proprio intervento? Epperò, questo intervento non esiste, anni e anni di glorificazione del privato lo hanno ridotto ai minimi termini e ora se ne pagano le conseguenze. Anche perché una razionalizzazione efficace avrebbe bisogno di definire una lista delle priorità. Dove si interviene? cosa si ricostruisce e dove? a chi dare la precedenza negli aiuti? Insomma c’è bisogno della politica e questo chiama in causa una strutturazione democratica che non serva solo a fronteggiare l’emergenza ma anche a gestire una situazione a medio-lungo termine, quindi a governare stabilmente la situazione. E anche qui siamo molto lontani da una soluzione minimamente soddisfacente.
La catastrofe "innaturale"
Un deficit, questo, che si collega alle "cause innaturali" che hanno contribuito ad aggravare la catastrofe. Come spiega Ignacio Ramonet in un editoriale apparso sul sito di Le Monde Diplomatique, se un terremoto del 6,8° della scala Richter fa 30mila morti in Iran, non ne fa alcuno a Hokkaido in Giappone. Allo stesso tempo, dei 211 milioni di persone colpite da catastrofe naturale nel 2004, ben due terzi sono del sud del mondo. La povertà uccide quanto, e forse più, dei maremoti se è vero che tutte le coste del Golfo del Bengala sono prive di allarmi anti-tsunami, mentre invece le coste del Pacifico - dominate da Usa e Giappone - quegli allarmi li hanno in abbondanza. Anche il conto dei morti è più difficile nei paesi poveri, per via dell’assenza di strutture e di tecnologie adeguate.
La "catastrofe" ci parla di un pianeta organizzato attorno a disuguaglianze profondissime che nessun "nuovo ordine mondiale" è riuscito o ha provato a ridurre. E’ questa considerazione che sorregge la richiesta di annullamento del debito - non a caso una delle richieste "storiche" del movimento antiglobalizzazione - e non un’astratta "carità compassionevole". I paesi del sud sono già strozzati dalla rapina secolare delle loro risorse primarie per cui la remissione del debito costituirebbe solo un parziale risarcimento. E invece i paesi occidentali non riescono ad andare oltre la moratoria: la montagna di debiti - oltre 300 miliardi di dollari che produce una "rata" annuale di 32 miliardi - sulla quale i paesi colpiti dalla marea sono seduti dovrà prima o poi essere rimborsata annullando in un baleno quei miliardi che oggi con falsa generosità si dirigono verso di loro.
La militarizzazione degli aiuti
E verso di loro si dirige anche una notevole quantità di soldati e di mezzi militari richiamati dall’emergenza. Messi insieme, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania, India e Giappone dislocano, o dislocheranno, nel Golfo del Bengala, circa 19mila uomini, 95 navi di varia stazza e funzione (tra cui una portaerei e due portaelicotteri), una quarantina di aerei militari, oltre 120 elicotteri. «Gli eserciti giocano un ruolo di primo piano per aiutare le popolazioni sinistrate» titolava ieri il quotidiano francese Le Monde, rivelando un dato paradossale, e cioè che gli eserciti potrebbero svolgere una funzione ben diversa da quella attuale. O meglio, che le spese militari - il bilancio degli Usa a tale fine ammonta a 400 miliardi di dollari, cento volte l’ammontare complessivo degli aiuti offerti nel sudest asiatico - potrebbero essere dirottate velocemente verso altri impieghi senza nemmeno ipotizzare riduzioni di personale. Invece di Forze di rapido intervento militare, come auspicava recentemente il Capo di Stato Maggiore italiano, si potrebbero istituire Brigate di pronto intervento, coordinate internazionalmente, capaci di intervenire contro disastri e catastrofi. Quello che sta avvenendo sul campo dimostra chiaramente cosa significhi una politica di disarmo e di riduzione/riconversione delle spese militari.
Purtroppo, quel dispiegamento di forze non costituisce il preludio a un’alternativa di società ma una militarizzazione degli aiuti che discende, soprattutto per gli Stati Uniti, da una necessità geopolitica. Tra i paesi lontani dall’area sono proprio gli Usa, con 13mila uomini inviati, a sostenere lo sforzo maggiore (la Gran Bretagna ne occupa 380, la Francia un migliaio, 800 il Giappone, mentre allo stesso livello degli Usa, 13.800 uomini impiegati, è lo sforzo dell’India). Il dato si spiega facilmente con il ruolo strategico ricoperto dall’Indonesia - preso di "mira" dagli Usa - il paese musulmano più popolato al mondo (duecentomilioni di abitanti), produttore di petrolio e autorevole membro dell’Opec, testa di ponte per le rotte navali che riguardano l’intera Asia e in particolare la Cina. L’attenzione degli Usa per Giakarta, del resto, data da lontano, da quando la Cia sostenne attivamente il colpo di Stato militare contro il governo di Sukarno, con conseguente eccidio dei comunisti, per poi sorreggere per oltre trentanni l’orribile dittatura del generale Suharto. E fa il paio con un’attenzione spasmodica di Washington per quei paesi fonte di materie prime energetiche che è già all’opera in Iraq (e domani in Iran?) e che trova un corrispettivo adeguato in America Latina (Venezuela e Colombia), in Europa (Ucraina), in Africa (Nigeria). Del resto è questa la linea strategica che sorreggerà il secondo mandato di George Bush come conferma un ampio editoriale della prestigiosa rivista statunitense Foreign Affairs anche se questa attitudine è destinata a essere corretta da un «linguaggio più soffice» e dalla ricerca di una maggiore «legittimità internazionale». Un’avvisaglia di questo comportamento è stata offerta dal viaggio di Powell nell’area, dalla veloce rinuncia a formare una coalizione ad hoc per gli aiuti e dal conferimento all’Onu del coordinamento internazionale dell’intervento umanitario. Anche se bisognerà vedere quanto la gestione di Condoleezza Rice proseguirà l’opera della "colomba" Powell.
Dalla solidarietà all’accoglienza
Un elemento conclusivo di valutazione dello "stato del mondo", delle sue regole e della sua adeguatezza a fronteggiare l’irrazionale è dato dalle politiche che governano i flussi migratori. E’ evidente a tutti lo scarto esistente tra la generosità spontanea che ha guidato la corsa al sovvenzionamento e le politiche anti-migranti che caratterizzano gli stati occidentali, Europa e Usa in primo luogo. Non a caso la nostra proposta di «aprire le frontiere» ha provocato un’ostilità manifesta da parte del centrodestra e una sostanziale indifferenza nel centrosinistra. Eppure, la contraddizione non può non infastidire. Di fronte alla marea che stravolge il pianeta intero senza fare distinzioni, per una volta, tra morti di serie A e di serie B, i muri che dividono il "sud" dal "nord" del mondo diventano inspiegabili.
E particolarmente feroci. Stridono con il naturale istinto alla solidarietà umana - per non parlare delle proposte alla Calderoli contro le moschee che fanno il paio con il turismo sessuale in paesi come la Thailandia - e con un governo equo dello stesso pianeta.
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Quando l’irrazionale dilaga e sconquassa l’esistente il bisogno di razionalità si fa più forte. Per gestire gli eventi, ma anche per padroneggiare l’accaduto, per farsene, appunto, «una ragione». Ma di questa razionalità, nel mondo esistente, nel villaggio globale in cui viviamo, se ne scorge ben poca. Acquista così un valore più denso la nostra insistenza sulla «crisi di civiltà» che inquieta il mondo: lo tsunami ci permette di guardarla da vicino e di riconoscerla nei suoi aspetti concreti, nelle sue determinazioni storiche e politiche. Nella sua inquietante incombenza. E forse ci parla anche un po’, solo un po’, di quel bisogno di costruire un’alternativa che anima il nostro bisogno di politica.
Una lezione fondamentale che il mondo deve trarre dallo tsunami del 26 dicembre è che dobbiamo prepararci ad altri disastri ambientali in arrivo, ivi compresa un’anticipazione degli effetti del cambiamento climatico. Quando le acque, sollevatesi, hanno sommerso le Maldive, ho sentito che la natura ci stava dicendo: ecco come si presenterà l’innalzamento del livello del mare, ecco come intere società saranno private del loro spazio ecologico per vivere in pace sul pianeta. Mentre l’amministrazione Usa e gli scettici dell’ambiente come Bjorn Lomberg continuano a sostenere che il ricco Nord non può permettersi di intervenire per ridurre le emissioni di Co2 e impegnarsi a ridurre gli effetti del cambiamento climatico, lo tsunami ci dimostra quanto potranno essere alti i costi se si andrà avanti con il business as usual. Lo tsunami dovrebbe risvegliare Lomberg dal torpore dell’autoprodotto «Copenhagen Consensus», secondo cui gli effetti del cambiamento climatico non saranno così gravi da richiedere un cambiamento della politica economica e dei paradigmi economici. Lomberg dovrebbe chiedere agli abitanti delle Maldive se accettano l’inevitabilità di un innalzamento irreversibile del livello del mare indotto dal cambiamento climatico, dovuto al combustibile fossile.
Oltre a mobilitarci in massa per soccorrere le vittime dello tsunami, dobbiamo agire immediatamente per rendere giustizia in futuro alle future vittime del cambiamento climatico. Come un leader della Alliance of Small Island States ha detto durante i negoziati sul trattato Onu sui cambiamenti climatici: «L’istinto umano più forte non è l’avidità. È la sopravvivenza, e noi non permetteremo a qualcuno di barattare la nostra terra, la nostra gente, e la nostra cultura per interessi economici a breve termine». Alla luce dello tsunami, il lavoro incompleto della giustizia del clima deve essere accelerato. I paesi dell’Oceano Indiano subiranno le conseguenze dei dislocamenti dovuti all’inondazione delle coste per l’innalzamento del livello del mare. Lo tsunami ci dice di prepararci per avere un futuro basato sulla giustizia della terra, non sul calcolo ristretto ed egoistico del mercato.
Il prossimo disastro non sarà necessariamente uno tsunami. Esso potrebbe consistere, ad esempio, in un’inondazione causata da un terremoto originato da una diga sul Gange, la diga di Tehri, che è in costruzione su una faglia sismica. Dalla diga, l’acqua viaggerà per centinaia di miglia fino a Delhi per essere privatizzata dalla Suez, il più grande rivenditore d’acqua al mondo. La diga, alta 260,5 metri, raccoglierà 3,22 milioni di metri cubi d’acqua, che si estenderanno fino a 45 chilometri nella valle del Bhagirathi e fino a 25 chilometri in quella del Bhilangana. Se la diga facesse da detonatore a un terremoto, in meno di un’ora e mezza un muro d’acqua alto 260 metri - venti volte più alto dello tsunami - spazzerebbe via le città sacre di Rishikesh e Haridwar; in otto ore, un muro d’acqua alto dieci metri si abbatterebbe su Meerut, 214 chilometri a valle; e in dodici ore, un’onda alta 8,56 metri colpirebbe Bulanshahar, a 286 chilometri di distanza.
Le lezioni dello tsunami sulla necessità di prepararci ai disastri devono riguardare tutti i disastri che possono verificarsi in conseguenza di modelli di sviluppo che ignorano i costi ecologici e la vulnerabilità, a favore della crescita a breve termine. Essere veramente preparati ai disastri significa ridurre la vulnerabilità ambientale e aumentare la resistenza ecologica, invece che aumentare la vulnerabilità ambientale e i rischi esternalizzando i costi ambientali dal calcolo della crescita economica. Il bene pubblico e la responsabilità sociale dei governi non possono essere sacrificati per il profitto privato e l’avidità delle corporations. Cibo, acqua e medicine sono i bisogni più urgenti dei sopravvissuti allo tsunami. Mentre i sistemi pubblici devono mobilitarsi per distribuire questi beni essenziali, la globalizzazione delle corporations sta facendo una corsa in avanti con le corporatizzazioni e le privatizzazioni. Mentre l’India e altri paesi necessitano di farmaci generici a basso costo per affrontare l’emergenza di sanità pubblica che lo tsunami ha lasciato dietro di sé, il governo ha emesso un decreto sui brevetti che impedirà la produzione di medicine a basso costo dal 1° gennaio 2005.
Ironicamente, lo tsunami ha fatto emergere l’incongruità tra il mondo della globalizzazione delle corporations e il pianeta delle persone. Il decreto indiano sui brevetti è stato approvato lo stesso giorno in cui il disastro colpiva le nostre coste, dimostrando che la globalizzazione delle corporations è guidata da forze incapaci di dare una risposta a ciò che accade alle persone e alle loro vite. Lo tsunami è un campanello d’allarme per l’umanità: non possiamo continuare a dormire a occhi aperti, nella folle corsa alla privatizzazione dei beni pubblici. Se tutto il cibo e tutta l’acqua saranno ridotti a merci controllate e soggette al libero mercato dalle corporations globali a fini di profitto, come farà la società a nutrire gli affamati, come farà a dare l’acqua agli assetati?
La vulnerabilità di milioni di persone richiede che robusti sistemi pubblici forniscano cibo e acqua, assistenza sanitaria e medicine. Le esigenze di beni e servizi pubblici per l’assistenza e la riabilitazione ci portano in una direzione completamente diversa dalle pretese di privatizzazione del Wto e della Banca mondiale. Lo tsunami ci ricorda che non siamo meri consumatori in un mercato che tende al profitto. Siamo esseri fragili e interconnessi, e abitiamo un pianeta fragile. Questo è un richiamo alla responsabilità e al dovere nei confronti della terra e di tutte le persone. Lo tsunami ci ricorda che sulla terra siamo tutti interconnessi. La compassione, e non il denaro, è la valuta del nostro essere uniti. Soprattutto, esso ci richiama all’umiltà, ci ricorda che davanti alla furia della natura siamo impotenti.
Lo tsunami ci invita ad abbandonare l’arroganza e a riconoscere la nostra fragilità. Con lo tsunami, non solo le onde del mare sono entrate in collisione con la costa. Sono entrate in collisione due visioni del mondo: quella del libero mercato e della globalizzazione delle corporations, impotente e inutile per affrontare i disastri ambientali a cui ha contribuito; e quella di una democrazia della terra in cui le persone di mondi diversi si incontrano a formare una sola umanità, per ricostruire la propria vita e prepararsi per un futuro incerto vivendo nella piena consapevolezza delle nostre vulnerabilità. Mentre facciamo tutto il possibile per aiutare le vittime del disastro, il più importante contributo a lungo termine che possiamo offrire è ridurre l’impronta ecologica sul nostro fragile pianeta e ridurre le nostre vulnerabilità ecologiche. La resilienza ecologica, e non la crescita ecologica, saranno la vera misura della capacità umana di sopravvivenza in questi tempi incerti.
Note:
Copyright Ips/il manifesto (Traduzione Marina Impallomeni )
Il signor Suparerk Tansriratanawong, direttore del servizio meteorologico della Thailandia, è stato licenziato in tronco. Il servizio meteorologico del paese asiatico ha competenza anche sulle rilevazioni sismiche e oceanografiche. E così ora il signor Tansriratanawong deve rispondere a una precisa domanda del Primo Ministro Shinawatra: «Quando Sumatra è stata colpita lo scorso 26 dicembre da un terremoto di magnitudo nove, si sapeva che sulle coste thailandesi poteva arrivare uno tsunami. Perché, allora, non ci furono allarmi?» Il Primo Ministro è stato perentorio: «Voglio sapere la verità». Il governo thailandese ha avviato un’inchiesta che deve accertare le ragioni per cui quella mattina non ci fu nessun allarme tsunami. I giornali di Bangkok sostengono che il Servizio meteorologico nazionale possedeva dati utili, ma ha preferito evitare l’allarme per non danneggiare il turismo. È andata davvero così? Non lo sappiamo. Tuttavia il licenziamento del signor Tansriratanawong ripropone - a tutto campo - la stretta attualità della domanda del Primo Ministro della Thailandia: chi in giro per il mondo quella mattina ha saputo in tempo reale o, comunque, utile del terremoto di magnitudo devastante avvenuto nell’Oceano Indiano? E perché quell’informazione non si è trasformata in allarme per tentare di salvare decine di migliaia di persone a rischio? Occorrerebbe una rigorosa indagine estesa a tutto il pianeta per rispondere in maniera puntuale e costruttiva a questa semplice domanda. Qualche punto da chiarire, tuttavia, siamo già in grado di proporlo. Sappiamo, per esempio, che il «Pacific Tsunami Warning Center» di Honolulu possedeva qualche informazione, sia pure non completa. Solo 15 minuti dopo il terremoto, infatti, ha emanato un bollettino dando notizia di un terremoto di magnitudo superore a 6,5. E sappiamo anche che, mentre ancora l’onda era in viaggio verso le coste del Bengala, il computer del signor Vasily V. Titov, matematico in forze a un laboratorio oceanografico di Seattle, aveva già elaborato una rappresentazione esatta della forza del sisma e delle onde anomale che aveva prodotte. Ma gli americani non erano gli unici in possesso di informazioni utili. Anche in Giappone qualcuno sapeva. Al Matsushiro Seismological Observatory, un centro che ha come obiettivo quello di rilevare in tempo reale qualsiasi terremoto in qualsiasi parte del mondo, gli strumenti rilevarono un sima di magnitudo pari almeno a 8.0 al largo di Sumatra. E il signor Masashi Kobayashi, un geofisico dell’osservatorio, immediatamente capì che associato a un terremoto di tale potenza c’era il rischio tsunami. Dove e perché le informazioni utili in possesso del signor Masashi Kobayashi si sono arenate? Domanda ancora più inquietante se dal Pacifico ci si sposta nell’Oceano Indiano. Non è vero che le nazioni che affacciano su quel mare siano del tutto sprovvedute di centri scientifici adatti a capire, in tempo reale, cosa stava accadendo. Se il governo della Thailandia ha licenziato il direttore del centro meteorologico è perché in quel paese c’erano le condizioni, almeno teoriche, per sapere e, forse, per allertare. Situazione analoga in Indonesia, dove esiste un centro sismologico nazionale. La verità è, come si può leggere nel sito dell’«ASEAN Earthquake Information Center» di Giacarta, che molti paesi di quell’area possiedono centri sismologici nazionali, alcuni dei quali sono abbastanza moderni. In grado di rilevare un terremoto in tempo reale. Come, forse, è successo in India. Dove l’osservatorio sismico che il Geological Survey of India possiede a Jabalpur ha registrato in data 26 dicembre 2004 un terremoto con epicentro al largo di Sumatra - latitudine 08.753 Nord e longitudine 91.576 Est - di magnitudo 8.6 avvenuto alle ore 1.00 locali. I geofisici indiani, dunque, possedevano informazioni utili? E se sì, dove queste informazioni si sono bloccate prima di diventare allarme? Nei giorni immediatamente successivi al terremoto l’«International Action Center», un’organizzazione pacifista fondata da Ramsey Clark, ex Attorney General degli Stati Uniti, ha accusato la NOAA (l’agenzia che coordina gli studi oceanografici e atmosferici negli Usa) di «criminale negligenza» per aver informato del rischio tsunami la base militare americana nell’isola di Diego Garcia, nel cuore dell’Oceano Indiano, ma di non essersi preoccupata di avvertire le altre nazioni. Non sappiamo se questa accusa corrisponde a verità. Probabilmente no. Tuttavia suscita qualche domanda. I militari americani a Diego Garcia (dove esiste un Centro meteorologico e oceanografico della Marina militare) sapevano? E, più in generale, i sistemi militari di sorveglianza con cui non solo gli Stati Uniti, ma anche altre potenze come la Russia e la Cina, scrutano ogni centimetro cubo di ogni oceano e mare, avevano informazioni utili? E, se sì, le hanno trasmesse a qualche autorità civile? Ecco sarebbe opportuno che una grande e trasparente inchiesta internazionale, senza toni da caccia alle streghe ma anche con una certa determinazione e precisione, rispondesse alla domanda di Thaksin Shinawatra: «Quando Sumatra è stata colpita da un terremoto di magnitudo nove qualcuno sapeva che avrebbe prodotto uno tsunami. Perché allora non ci sono stati allarmi?». Noi, come il premier thailandese, vogliamo sapere la verità.
da l’Unità
AIUTI/ITALIA
Quanti fondi ha destinato l’Italia per l’emergenza maremoto, chi li gestirà? Queste domande rischiano di diventare uno di quegli «affaire» italici ai quali questo governo ci ha abituati quando si tratta di fare bella figura vendendo fumo. Partiamo dalle cifre. Il Ministro degli Esteri dichiara che per l’emergenza è stata stanziata una cifra di 70 milioni di euro, provando a scomporla possiamo dire che, ad oggi, l’unica cifra «vera» cioè soldi freschi, è di circa due soli milioni , che colloca l’Italia all’ultimo posto nella graduatoria dei donatori. Esistono poi i venti milioni raccolti via Sms solidali e sui quali si è aperto un contenzioso tra segmenti dello stato dato che vengono contesi tra Protezione Civile, Croce Rossa e Ministero degli Esteri, quest’ultimo che vorrebbe uscire dall’angolo nel quale lo ha confinato la Finanziaria azzerando i fondi per la cooperazione. Sino a poche ore fa gran parte dei venti milioni risultava gia allocata alla Protezione Civile che ha portato i primi soccorsi. Ma oggi tutto questo viene rimesso in discussione per motivi puramente politici, dato che il protagonismo della Protezione Civile fa ombra alla Cri di Scelli ed al Mae di Fini, dunque meglio ridimensionarla. La Cri fa infatti trapelare l’ipotesi di installare ben tre ospedali da campo, modello Iraq per intenderci, nelle zone disastrate, evidentemente finanziati sempre con i famosi venti milioni raccolti via Sms, e il gioco delle tre carte continua. Ultimo , ma non per importanza, l’annuncio della cancellazione del debito per alcuni paesi colpiti, circa 35 milioni di euro di «mancato guadagno» per le casse statali che la Farnesina, sempre per bocca del suo Ministro, spaccia come aiuti. L’Italia ha inoltre incamminato via Ue altri 20 milioni sottoponendoli alle decisioni operate in questa sede. Dunque, in soldoni, la metà dell’aiuto italiano viene da fondi privati o da fondi inesistenti come quelli derivati dalla cancellazione, per ora solo ipotetica, del debito. Realmente poco, dato che le cifre raccolte con gli Sms sono ascrivibili alla generosità degli italiani ed fondi derivati dalla cancellazione del debito non possono essere considerati «sforzo aggiuntivo». Resta il dato politico della pesante competizione tra settori dello stato. Gli Esteri di Fini hanno lanciato una «Cabina di regia» delle operazioni, dopo ben una settimana dal sisma affidandola alla Cooperazione, ma lo schiaffo assestato all’Associazione delle Ong italiane, della quale comunque non fanno parte le grandi Ong internazionali che già operano nell’area del sisma, che chiedeva una riapertura delle finanziaria per aiutare le popolazioni colpite, lancia un segnale chiaro sul come il responsabile del Mae vede la gestione delle cose ed i suoi risvolti economici. La partita sarà tra Cri e Protezione civile, le briciole, se resteranno, alle piccole Ong nazionali. E’ infatti impensabile che con le implicazioni nazionali della finanziaria, Fini possa davvero cercare fondi per l’Asia. Le regionali sono alle porte, quindi vale le pena cercare di gestire politicamente denari altrui - quelli degli Sms - che sborsare soldi da impegnare in qualche manovra elettorale. Le Ong internazionali, già sulla scena del maremoto ed indipendenti dai fondi ministeriali , hanno lanciato un chiaro segnale: vogliamo trasparenza nella gestione dei fondi privati, che lo stato non si appropri di ciò che invece appartiene alla società civile e, soprattutto, ci si coordini realmente e non si faccia di questo dramma uno strumento per regolare conti interni ai vari apparati in vista delle scadenze elettorali. Resta il silenzio assordante dell’opposizione.
* Presidente Terre des Hommes
Stiamo probabilmente assistendo agli ultimi barlumi di autonomia e resistenza delle Nazioni unite. Perché? Perché il presidente americano Bush ha annunciato ieri, di fronte alla catastrofe provocata in Asia dallo tsunami, il suo staff per «raccogliere gli aiuti e coordinarli»: è composto dai due ex presidenti, Bill Clinton da una parte e George Bush padre dall’altra. Quasi tutto in famiglia, visto che il fratello del presidente, Jeb Bush governatore della Florida, è già inviato speciale nell’area. Sarà, quasi certamente, il team più forte e più «autorevole» mai esistito per raccogliere fondi: i due ex presidenti stanno per rivolgere un appello congiunto agli americani perché «siano generosi». Gli americani, perché il governo di Washington risulta, nonostante gli aggiustamenti che portano a 350 milioni di dollari gli interventi finanziari d’emergenza per l’Asia disastrata, piuttosto taccagni, visto che è quasi quello che spendono ogni 4 giorni nella guerra in Iraq. Ci troviamo di fronte ad una rincorsa dell’opportunità che il disastro di milioni di persone rappresenta, inaspettata e proprio in Asia, per gli Stati uniti addirittura dalla guerra del Vietnam. Una rincorsa che cerca di scalzare il ruolo e la legittimità delle Nazioni unite e per esse del segretario generale, Kofi Annnan. Una rincorsa insidiosa che non bada a mezzi e a misure, e nemmeno a sotterfugi, se è vero come è vero che in questi giorni si sarebbe svolta una riunione segreta per «salvare» Kofi Annan che sarebbe ricattato da un problematico scandalo dei fondi dell’Oil for food iracheno.
L’inviato Colin Powell - che, significativamente, alterna una dichiarazione sulla guerra in Iraq e una sullo tsunami - è già in Thailandia, il 6 sarà in Indonesia, dove sono già arrivati centinaia di marines e la portaerei Lincoln. Anche Kofi Annan, trafelato, arriverà in Indonesia. Cerca di gridare forte e chiaro che solo l’Onu può coordinare aiuti, soccorsi e investimenti per la ricostruzione che, per essere vera e non propaganda elettorale dovrà vedere un impegno lungo «dieci anni»; grida che i soccorsi sono senza elicotteri, consapevolmente spiazzato dalle migliaia di elicotteri militari inutilizzati della potenza statunitense. Powell, per bocca di Bush, dichiara che in sette giorni la supremazia statunitense ha mobilitato il «militare-umanitario»: «Il gruppo di battaglia di una portaerei e un gruppo di battaglia anfibio, elicotteri per l’assistenza, il settore privato, abbiamo offerto 350 milioni di dollari...». Possono fare impressione e suscitare perplessità gli sforzi dell’unica potenza rimasta sulla terra, perdipiù se dichiara che tutta la macchina si muove stavolta per portare soccorso a milioni di nuovi disperati? No, ed è certo che i profughi di Aceh non faranno differenza a strappare nel mucchio una bottiglia d’acqua americana o una dell’Onu.
Il fatto è che questa gara nasconde a malapena l’intenzione strategica degli Stati uniti di «cogliere l’occasione» per tornare a presentarsi in Asia come potenza egemone in funzione anti-cinese, a fare insomma l’occhiolino al cataclisma e alle perdite umane come fossero un fatto salvifico e atteso da tempo su cui lanciarsi per vincere questa guerra, e «tendere la mano all’Islam» visto che quella in Iraq non è vinta e non è finita, ed ha alimentato fondamentalismo e terrorismo. Insomma un intervento strumentale per mettere una pezza all’altro disastro, quello dei 100.000 mila morti del conflitto iracheno, che avrà, drammaticamente, pessima riuscita e prospettiva.
E pensare che, invece, dopo il disastro tutto umano della guerra a ogni costo in Iraq, questo era ed è il terreno della ricostruzione dell’unica forza umanitaria possibile, quella delle Nazioni unite. Se i governi della terra si accoderanno a questa cancellazione, come ha già mostrato di voler fare il governo italiano - smentito addirittura stavolta dal filoamericano Blair - saranno per la condizione diseguale umana, davvero gli ultimi fuochi della possibilità di un’intervento umanitario internazionale quanto concreto.
Domani a Giacarta la conferenza dei donatori
1)
Paola Mordiglia
Mercoledi’ 5 Gennaio 2005 Giacarta - I 5mila soldati in più che pattugliano Giacarta li vedi già all’aeroporto, fucile in mano e mimetica, e per le strade di una città che si prepara ad accogliere la prima occasione per fare un punto della situazione “ a caldo ” sugli effetti dello tsunami tra i leader di Asia, Usa e Ue. E’ stato il presidente indonesiano Yudhoyono a volere con forza questo summit, anche perché il suo paese è quello più colpito: oltre 95.000 vittime accertate ( su 146 mila in totale) nella sola provincia di Aceh, Nord di Sumatra. 35mila bambini morti, un numero ancora incalcolabile di orfani. E risvolti ancora misteriosi sulla sorte di molti minori sopravissuti. Sarebbero venti infatti, secondo una ong locale, i bambini scomparsi nelle ore immediatamente successive al disastro, anche se l’Unicef ha parlato di un solo caso accertato. Il ministero degli affari sociali ha avviato un’inchiesta. Emergenza umanitaria, soccorsi, cancellazione del debito, rischio epidemie e una ricostruzione di cui, per ora, non si vedono neppure le basi: questi saranno gli argomenti che i leader dei paesi colpiti dal maremoto affronteranno qui a Giacarta. E saranno in buona compagnia. I leader mondiali, tra cui Kofi Annan, Colin Powell, Wen Yaobao e il gotha dell’Unione europea, si riuniranno domani con loro per valutare la spesa (due miliardi di dollari previsti per la ricostruzione) ma anche per disegnare nuovi scenari da non sottovalutare per l’economia. Impossibile ignorare infatti quanto sia importante, per il governo indonesiano e per i partecipanti al summit, il petrolio. L’unica cosa che nella provincia di Aceh lo tsunami sembra aver risparmiato. Si moltiplicano intanto le difficoltà per l’arrivo dei soccorsi e fino ad oggi, a quasi dieci giorni dal maremoto, sono riusciti a raggiungere la provincia di Aceh soltanto gli aiuti di Australia, Singapore e Stati uniti. La maggior parte dei soccorsi continua ad essere gestito dalla Croce rossa indonesiana e dall’esercito nazionale (Tni). Molti dei militari che scavano tra le macerie per restituire alle città fantasma una parvenza di normalità, cercano nel fango e nella distruzione anche i corpi dei loro commilitoni. In uno stato continuo di angoscia. Il governo indonesiano, che ha chiesto scusa per la lentezza con cui l’emergenza e’ stata affrontata, cerca oggi la collaborazione delle organizzazioni non governative straniere: “vogliamo dare più responsabilità alla comunità internazionale, che ha più esperienza di emergenze” ha dichiarato Alwi Shihab, il ministro per le operazioni di soccorso. E rappresentanti di Save the children , Oxfam e Care sono finalmente presenti a Banda Aceh, impegnati nelle difficili operazioni di coordinamento degli aiuti. Ma il caos continua a regnare. Nessuna istituzione vigilava, al momento del disastro, sui 300mila abitanti della capitale di provincia visto che l’intera leadership locale, reclusa nella prigione della città per accuse di corruzione, è stata travolta dallo tsunami. Il ministero degli Affari sociali ne ha fatto le veci come ha potuto. E i partiti politici hanno cercato di far buon viso e cattivo gioco: anche la gestione dei disastri umanitari può infatti portare, o togliere, voti. Così come l’appoggio dei leader mondiali può portare a nuovi interessanti scenari. La situazione di Aceh, insieme al ripristino di parte dei trasporti, dell’elettricità e delle comunicazioni, sembra comunque lentamente migliorare. Ma c’e’ ancora bisogno di acqua, e i sopravissuti lanciano appelli dai campi profughi e dagli ospedali: “Non abbiamo ossigeno, i nostri bambini si ammalano, muoiono…”. Gli acenesi sono ancora sconvolti e si aggirano silenziosi tra cadaveri che non vogliono cremare. L’orgoglio per cui sono famosi sembra essersi rimpicciolito, le organizzazioni non governative indonesiane cercano di incentivarli a rimettersi al lavoro: “Dovete ricostruire”. Ma la situazione è difficile. La diffidenza della popolazione colpita nei confronti degli aiuti “occidentali” aumenta, alimentata anche dalla tensione dovuta alla guerra tra separatisti e governo e ai frequenti scontri tra l’esercito e il “ Movimento per Aceh libera” che continuano.
2)
Wen Jiabao, Kofi Annan, Colin Powell. tokio e il Lussemburgo ci mandano il premier, e dalla Gran Bretagna arrivano ben due ministri: Jack Straw e Ilary Benn. Gran parterre al vertice dei donatori, per cui la capitale indonesiana si sta preparando con misure di sicurezza degne dei grandi summit
Lettera22
Mercoledi’ 5 Gennaio 2005 Mentre Colin Powell sbarcava a Giacarta, dove domani si tiene il primo grande incontro tra i donatori per gli interventi sullo tsunami, alla Farnesina stavano ancora comprando i biglietti per il viaggio del sottosegretario Margherita Boniver. Ma il primo giorno libero era il 7 gennaio e del resto, stando almeno ai bollettini di palazzo, il tour asiatico del nostro rappresentante agli esteri non contempla l’Indonesia ma solo Bangkok, Phuket, Colombo e Malè. Così al vertice dei donatori, per cui la capitale indonesiana si sta preparando con misure di sicurezza degne dei grandi summit, a rappresentare l’Italia ci sarà solo il nostro ambasciatore a Giacarta Francesco Greco. Anche se è professore di relazioni internazionali e un buon conoscitore del paese, gli riuscirà difficile competere con personaggi del calibro di Wen Jiabao, Kofi Annan e Colin Powell, per l’occasione in compagnia di qualcuno della famiglia Bush. Tokio e il Lussemburgo, per capirsi, ci mandano il premier, e dalla Gran Bretagna arrivano ben due ministri: Jack Straw e Ilary Benn. Dall’Italia nemmeno Apicella. Peccato, anche se è vero che ufficialmente la scelta non fa una piega (Londra è presidente di turno del G8, il Lussemburgo della Ue e quindi l’Italia in un certo senso è rappresentata). Ma resta un’occasione sprecata per un governo in cerca di visibilità (e che in Asia ne ha davvero pochina) come dimostra la vicenda dei fondi da allocare per l’emergenza. La visibilità nella corsa a chi offre di più si è però arenata per la confusione che ancora regna sul destino di quelli raccolti dal buon cuore attraverso gli sms o, sempre che la proposta vada in porto, dalle allegre trovate individuali come quella dell’eurodeputato di Forza Italia Tajani (il bell’Antonio ha proposto, con una lettera inviata al presidente del Parlamento Europeo, di devolvere la diaria di tutti i deputati europei, nella seduta del 10 gennaio, a favore delle vittime del maremoto. Pare che qualche mattacchione abbia suggerito di aggiungere anche i buoni pasto). La polemica ormai è nota: soldi ce ne sono pochi e ognuno tira la coperta, che è molto corta. Da una parte c’è la Protezione civile che gestisce i soldi degli sms, dall’altra la Farnesina con una promessa di “moneta scritturale”, come direbbero gli esperti. Moneta, cioè, esistente solo sulla carta, ma non nelle casse della Farnesina che, secondo i contabili del ministero, non avrebbe in cassaforte nemmeno i quattro milioni di euro (quelli sì in moneta sonante) che al momento costituiscono l’unico assegno spendibile senza intaccare i milioni degli sms. Su quel fronte Fini è stato infatti lapidario, chiarendo ieri quello che ormai sanno già tutti. E cioè che i milioni raccolti via telefonino dal popolo dei cellulari andranno alla Protezione civile. Per farne cosa, però, ancora non si sa. La Protezione civile è insomma diventato “l’asso pigliatutto” e adesso si vorrebbe digerire anche la cosiddetta “cooperazione decentrata”, cioè quella che, in sedicesimo, fanno comuni e regioni. In sedicesimo, poi, fino a un certo punto: perché i loro sono soldi veri. Le regioni avrebbero infatti già avviato un “tavolo”, insieme con il Dipartimento diretto da Bertolaso, che si riunirà settimanalmente per far fronte all’emergenza. Il Guido nazionale ha dunque piani bellicosi, ma presta il fianco a una critica severa. Che c’entra la sola Protezione civile, di solito deputata a piani di emergenza, in una situazione dove sarà bene prevedere la fase della post-emergenza? E’ vero che Bertolaso ha una lunga esperienza in materia, ma è anche vero che, tutto sommato, comanda un corpo composto da pompieri. Bravissimi nell’emergenza. Inutili o quasi nel post. Cosa farà con i milioni accumulati dagli sms un corpo di intervento rapido? La risposta è ancora ignota. Sull’altro fronte, intanto, scaldano i motori la Croce rossa e un manipolo di esperti della Farnesina. Sembra che Scelli abbia in mente di costruire ospedali da campo, roba insomma da Protezione civile. E si ritorna a capo. Insomma, ancora non è chiaro cosa farà l’Italia. L’unica certezza è quale sarà lo snodo chiave che a Roma comanderà l’intera operazione, ossia la Presidenza del Consiglio di cui sia la Protezione di Bertolaso sia la Croce di Scelli sono il braccio operativo. E al ministro Fini che in questi giorni ha dimostrato misura ed equilibrio? Resta la grana dei turisti italiani da salvare. Ad An quindi va solo la visibilità più rognosa. Quella che, alla fine (il caso Pari-Torretta docet) fa il gioco di Gianni Letta.
Di fronte alla tragedia del maremoto la generosità degli italiani non è mancata. Quella del governo è ancora dubbia. Lo stanziamento immediato dell’Italia per le vittime è stato di 3 milioni di euro a fronte dei 68 della Spagna, dei 15 della Francia, dei 20 della Germania, dei 21,3 della Gran Bretagna. Il 30 dicembre finalmente il governo ha deciso un altro contributo di 10 milioni di euro (per Sri Lanka e Maldive), ma siamo ancora al di sotto di quello che sarebbe necessario, anche se ieri sera il ministro Fini ha annunciato interventi per 70 milioni. Nel frattempo l’azione istituzionale è decisamente schizofrenica: da una parte la Protezione civile, già presente sul campo con le operazioni di soccorso, dall’altra il ministero degli Esteri, che si scontrano per gestire la «cabina di regia» e i sostanziosi contributi della raccolta sms da parte dei gestori della telefonia mobile, della Rai e di Mediaset. La riunione organizzata alla Farnesina rientra in questa logica: contrapporre a una Protezione civile che tracima in visibilità e operatività il riposizionamento della cooperazione italiana, esautorata sin dai tempi della Missione Arcobaleno dalla gestione e del coordinamento degli interventi di emergenza. Dietro questi scontri (in gran parte di potere), c’è poco altro. Per il debito che affligge questi paesi si parla al massimo di moratoria. Gli immigrati regolarmente residenti in Italia potranno andare e tornare dai luoghi della tragedia, ma se tra una settimana o un mese dovesse arrivare in Italia un profugo da Sumatra e Banda Aceh sarebbe prima rinchiuso in un cpt e poi ricacciato nel suo villaggio distrutto dal maremoto. Questo nonostante l’art. 20 della legge sull’immigrazione preveda di dare la protezione umanitaria a chi è in fuga da calamità naturali e conflitti. Ovviamente nessuno al governo ha proposto di dare attuazione a questo dispositivo. Dopo questi primi momenti di soccorso di fronte alla tragedia, ci sarà la fase della riabilitazione e della ricostruzione: anche in questo caso non è emersa un’idea o una strategia chiara. Si è promesso di costituire un permanente «tavolo di coordinamento» per scambiarsi le informazioni e coordinare gli interventi. Buona idea, a patto che sia tale e che sia partecipato da tutti gli attori istituzionali, in primis la Protezione civile. Altrimenti sarà solo un’altra operazione di facciata.
Ci sarebbero dunque alcune cose minime da fare: cancellazione del debito per i paesi travolti dalla tragedia, attuazione dell’articolo 20 della legge sull’immigrazione per l’accoglienza alle vittime, stanziamento di 100 milioni di euro (che si potrebbero togliere dalla costruzione dei cacciabombardieri Eurofighter) per le popolazioni colpite, coordinamento in sede europea e dell’Onu, rafforzamento dei fondi per la cooperazione, coinvolgimento delle ong e delle organizzazioni sociali delle aree colpite, garanzia e trasparenza del corretto uso dei fondi che si stanno raccogliendo attraverso operazioni mediatiche e private. Bisognerebbe evitare l’italico deja-vu di molte operazioni umanitarie: competizioni tra le amministrazioni pubbliche, sovrapposizioni degli interventi, corse scalpitanti ai finanziamenti con tanti progetti inventati all’uopo, rambismo umanitario, proclami mediatici, protagonismi e invadenze come quelle della Croce Rossa. Servirebbero un po’ di buon senso, di operatività, di coordinamento e di volontà politica per fare le scelte giuste. Quelle che fino ad oggi sono mancate. E che servono sul serio alle vittime di questa tragedia.
* Campagna Sbilanciamoci!
Come davanti al terremoto di Lisbona, davanti alla catastrofe del Sudest asiatico ci si sente infinitamente piccoli e infinitamente non colpevoli. A dire il vero quella volta si accusarono i Lumi non di aver prodotto il sisma, ma di avere sopravvalutato la forza dell’uomo liberato dalla ragione. Parla e parla di magnifiche sorti e progressive, poi arriva uno scossone che lo riduce a quel che è, un verme. E la lenta ginestra che cresce dove è passato il fuoco distruttore del vulcano suggerirà a Leopardi uno dei suoi componimenti più alti. La piccolezza umana è più facile da accettare che le responsabilità umane. Che possiamo fare se siamo fragili e mortali e ora una catastrofe ora un incidente personale ci ridimensionano? E’ questo, penso, che ha fatto scattare di fronte all’onda anomala una solidarietà che stenta a venir fuori quando a scatenare i disastri siamo noi, fragili creature ma diversamente potenti, per cui quasi ognuno può essere la catastrofe per un altro - cosa che consideriamo naturale come lo tsunami. Che possiamo farci se in quelle plaghe erano mediamente assai più indifesi di noi, che sulla costa della California o del Giappone siamo in grado di prevedere sia il terremoto sia quella massa d’acqua e scamparvi? Ci saranno sempre paesi ricchi e paesi poveri, gente protetta e gente esposta, templi di pietra che tengono, essendo stati costruiti per un re o un simbolo, e capanne e tramezzi che se ne vanno come fuscelli, essendo stati costruiti per gli uomini semplici.
Quel che non accettiamo di pagare in Tobin tax paghiamo volentieri, specie se con un sms firmato, in compassione. Tanto più che per alcuni di noi (le differenze ci sono anche qui dove le case tengono) di quella massa di soldi pubblici o pietosi rientrerà una buona parte per ricostruire alberghi e resort e ristoranti in modo che quelle incantevoli spiagge tornino a popolarsi di gente contenta di pagare per uno scenario di sogno meno che per un ombrellone a Rimini. Come e perché costi così poco non ce lo chiediamo, a meno di essere dei fanatici no-global, e tanto meno lo chiediamo all’indigeno, che siamo costretti a vedere quando ci serve al bar o rassetta la camera o vende un ricordino.
E’ così. Prima o poi la mano invisibile del mercato farà il suo lavoro, qualcuno ne uscirà più ricco grazie alla costruzione o alla prevenzione, mentre le fosse comuni consumeranno in fretta quei corpi disfatti dal sole prima che li si potesse cercare, anche perché molti di quelli per cui ognuno di essi aveva un nome sono periti assieme a loro. O periranno nelle prossime ore, perché là dove manca tutto i disastri naturali hanno code di epidemie e di morte non meno micidiali.
Il nostro premier e l’establishment tutto (ancorché feriti e rattristati dal treppiede dell’irato mantovano) si preoccupano assai di essere elogiati per la generosità dei soccorsi e badano bene che dello tsunami non si faccia un uso politico. Sulla più pettegola delle nostre gazzette il direttore, del quale tutti ammirano l’acume, si è rallegrato che stavolta l’effetto serra non c’entri per niente, perché semmai l’effetto serra ci fosse entrato qualcuno avrebbe detto: ecco, è colpa degli Stati uniti che non hanno firmato il protocollo di Kyoto! Il mondo sta diventando così bizzarro che oggi i liberali parlano degli Usa come neanche Paolo Robotti parlava dell’Unione sovietica. Tranquilli, con il disastro del 26 dicembre George Bush non c’entra niente. Con quello che c’era prima e ci sarà dopo in quel lembo di crosta terrestre c’entra invece molto. Ma non lui solo. C’entra molto il sistema in cui tutti stiamo, e dà soltanto fastidio chi alza un dito per sussurrare: un momento, qualcosa non va. Per lo più si fa come quei vacanzieri che, trovandosi in un atollo poco distante risparmiato dall’onda, se ne sono stati zitti zitti quatti quatti per non interrompere il meritato riposo. Perché avrebbero dovuto precipitarsi via? Che cosa potrebbero fare per i morti poco più in là? Niente. Fugit hora e a meno di essere malati di ideologia, il mondo come va ce lo teniamo.
L’appello che segue è stato sottoscritto sia da cingalesi sia da tamil presenti in Italia, uniti nell’affrontare le difficoltà delle leggi sull’immigrazione in un momento così tragico. E’ importante sottoscriverlo e dargli forza, per cercare di incidere realmente sulle procedure inumane della Bossi-Fini. Leggete e aderite!
APPELLO PER AGEVOLARE IL RIENTRO E LA PARTENZA DEGLI IMMIGRATI RESIDENTI IN ITALIA E ORIGINARI DEI PAESI COLPITI DAL MAREMOTO IN ASIA
Le cifre crescenti di morti e dispersi che giungono dall’Asia meridionale danno via via che i giorni passano la misura di una tragedia impensabile fino a qualche giorno fa, e che ha coinvolto cittadini di vari paesi del mondo; da qui possiamo solo immaginare le enormi difficoltà in cui versano ora i sopravvissuti, spesso lasciati senza soccorso e ancora intenti a seppellire i corpi dei loro cari morti. Parenti e amici di quelle persone lontane colpite da morte e distruzione vivono e lavorano intorno a noi, nelle nostre città: più numerosi gli immigrati da Sri Lanka e India, ma sicuramente anche provenienti dagli altri Paesi coinvolti. Anch’essi si trovano ad affrontare - oltre allo shock della distruzione del proprio Paese e della perdita di parenti e amici - ostacoli legati alle leggi sull’immigrazione, se recatisi in patria per le vacanze di fine anno ora debbano rientrare e magari abbiano perso tutto nella tragedia, o se per gravi motivi intendano recarsi là in questi giorni. Come segno tangibile di sostegno nei loro confronti, e nello spirito delle dichiarazioni del Ministro Pisanu, il quale ha dichiarato di voler agevolare il rientro degli immigrati da quei Paesi, proponiamo, come comunità di immigrati qui residenti, come associazioni antirazziste e di solidarietà, come partiti e come società civile, i seguenti atti, da adottare rapidamente vista la gravità della situazione:
una proroga oltre la data del 15 febbraio indicata dalla circolare del Prefetto Pansa per il rientro degli immigrati muniti di ricevuta di rinnovo del permesso di soggiorno, e che si trovavano nei loro Paesi al momento della tragedia, o che vi si stanno recando in questi giorni per il riconoscimento delle vittime o per prendersi cura dei familiari sopravvissuti;
consentire il rientro in Italia degli immigrati che hanno perso i propri documenti durante il grave disastro, dando disposizioni alle autorità di frontiera italiane, alle ambasciate italiane nei paesi colpiti e a qualunque altra organizzazione umanitaria presente sul posto di accertare il diritto al rientro e alle compagnie aeree di accettare autocertificazioni riguardanti i propri titoli di soggiorno in Italia;
istituire uno sportello dedicato presso l’Ufficio Stranieri di Roma e delle principali Questure interessate dalla presenza di cittadini provenienti dai Paesi colpiti dal maremoto, per coloro che volessero recarsi nei Paesi di origine per i gravi motivi familiari di cui sopra, e avendo il permesso di soggiorno in scadenza non sono riusciti ancora ad avere un appuntamento per il rinnovo presso il Commissariato di competenza, e non sono pertanto in condizioni di mostrare la ricevuta di richiesta rinnovo;
preso atto della situazione senza precedenti, emettere un provvedimento speciale ad hoc per permettere il rientro in Italia anche a quegli immigrati non regolarmente presenti che abbiano avuto vittime tra i loro familiari nel Paese di origine, rilasciando loro un permesso di soggiorno straordinario per motivi umanitari.
Chiediamo dunque un incontro urgente con il Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione del Ministero dell’Interno al fine di sottoporre i punti sopra indicati, giudicati i più urgenti ed importanti da affrontare al momento per agevolare gli immigrati presenti in Italia provenienti dai Paesi colpiti dall’immane tragedia, per dare un segnale concreto della solidarietà dell’Italia e dell’attenzione alla loro sofferenza in questi tragici momenti.
PRIME ADESIONI
JVP Sri Lanka - Comitato in Italia; Associazione Solidarietà Italia-Sri Lanka; Comitato Coord. Tamil Italia; T.R.O. Tamil Rehabilitation Organization; On. Giovanni Russo Spena PRC; On. Paolo Cento Verdi; Giulio Calvisi - Resp. Immigrazione DS; Maurizio Musolino - Resp. Immigrazione PdCI; Associazione Senzaconfine; Action; Associazione Giuristi Democratici; Redazione multietnica Koinè; RdB CUB; FIOM CGIL; Sincobas; Confederazione COBAS; ICS - Consorzio Italiano di Solidarietà; Casa delle culture - Roma; Ecumenici; Les Cultures onlus - Lecco; Casa dei diritti sociali Roma; ADBI - Associazione Donne Brasiliane in Italia; Associazione Tabanka; ARCI Solidarietà Lazio; Rete Antirazzista Catanese; Sandro Medici e Fabio Galati X Municipio Roma; Rete degli sportelli per i diritti di cittadinanza - Roma; Senzaconfine Aprilia; Marco Sisi - Livorno; Alfio Nicotra - Resp. Pace PRC; forumdelteatro.org;
Per firmare l’appello: jvpitalia@tele2.it - srilankesi@tele2.it - senzaconfine@libero.it
Info: Adikari 3396386214 - Alessia 3498327322 - Giovanna 3200897046
L’esercito indonesiano non ferma l’offensiva anti-separatista in Aceh, devastata dal maremoto
Ci si era illusi che almeno davanti alla catastrofe naturale del maremoto, quella ‘artificiale’ della guerra si fermasse. Almeno per poco. Invece no.
Nella provincia indonesiana di Aceh, la più colpita dalla tragedia del 26 dicembre, migliaia di cadaveri giacciono ancora per le strade e gli aiuti umanitari, partiti in ritardo a causa della legge marziale che vigeva nell’area, sono una goccia in un mare di disperazione.
Ma nonostante questo, e nonostante gli appelli alla ‘tregua umanitaria’ lanciati dai guerriglieri indipendentisti islamici del Gam (Gerakin Aceh Merdeka, ovvero Movimento Aceh Libero), l’esercito di Giacarta ha ripreso l’offensiva militare contro i ribelli nelle zone orientali e settentrionali della provincia.
Offensiva nell’est e nel nord. Centinaia di soldati indonesiani, invece di prestare soccorso ai sopravvissuti, sono stati mandati ad attaccare le roccaforti del Gam e a bruciare le case dei sospetti ribelli. I raid anti-guerriglia hanno interessato nell’est le zone di Teupin Batee, Seunebok Langa, Gampung Jalan, Kuburan Cina, Buket Linteung e Buket Jok, e nel nord quelle di Makmur, Gandapura e Peusangan.
Secondo i portavoce degli indipendentisti almeno due guerriglieri sono rimasti uccisi giovedì in uno scontro armato nell’est di Aceh e alcune case sono state date alle fiamme nel villaggio di Idi Rayeuk, sempre nella stessa zona.
“Le nostre operazioni contro i secessionisti in Aceh continuano, seppur con intensità ridotta rispetto alla norma”, ha dichiarato il colonnello D.J. Nachrowi, “e continueranno finché il presidente Susilo Bambang Yudhoyono non ordinerà all’esercito di svolgere in Aceh compiti meramente umanitari, compiti ai quali comunque stiamo già dedicando parte dei nostri sforzi”.
La retromarcia del governo. Sembra quindi dimenticata l’offerta di cessate il fuoco fatta lunedì scorso dal capo di stato maggiore dell’esercito indonesiano, generale Endriartono Sutarto. “Tutti i nostri uomini in Aceh – aveva dichiarato – sono stati assegnati esclusivamente a compiti di intervento umanitario. Chiediamo al Gam di fare altrettanto, deponendo le armi e impegnandosi nei soccorsi e nella ricostruzione della provincia”.
Un’ offerta che aveva ricevuto l’avallo politico presidenziale e che gli indipendentisti avevano accettato il giorno dopo, martedì: “Ho ordinato alle nostre forze di cessare il fuoco: risponderemo solo se attaccati”, aveva dichiarato il leader del Gam, Malik Mahmud. Ma ieri dalla Svezia, dove vive in esilio, il portavoce del Gam, Bakhtair Abdullah, ha dichiarato che “l’offerta del generale Sutarto era una menzogna. Noi avevamo accettato la tregua, ma l’esercito ha continuato a tendere imboscate, uccidendo nostri uomini”.
Soccorsi e guerra. Da quando, due anni fa, il governo di Giacarta ha proclamato la legge marziale ad Aceh per meglio reprimere la guerriglia indipendentista, questa provincia ha vissuto nel più totale isolamento, inaccessibile alla stampa e alle associazioni umanitarie straniere. Una condizione che, incredibilmente, non è mutata nemmeno dopo il disastro di domenica scorsa: solo mercoledì il governo ha dato libero accesso a soccorso e giornalisti.
In questi ultimi anni l’esercito, che ha assunto il controllo totale della zona, si è macchiato dei peggiori soprusi contro la popolazione locale, considerata in blocco come filoindipendentista. Stando alle rare denunce raccolte da associazioni del posto le forze armate governative si sono rese responsabili di violenze gratuite, torture, stupri e saccheggi ai danni dei civili, costretti a vivere in un regime di terrore (vedi “La penisola delle torture”). Non stupisce quindi l’attuale cinismo del governo che con una mano presta soccorso alla popolazione e con l’altra continua a farle guerra.
La terra ha ballato, l’asse s’è spostato. Siamo tutti sulla stessa barca. Del resto il turismo, con i suoi tanti morti, non è già una forma di globalizzazione che ci eguaglia alle vittime dell’Asia? No, non stiamo sulla stessa barca, comunque non sullo stesso aereo: da lì rientrano i turisti impauriti - e tra qualche giorno partiranno altri turisti globalizzati e incalliti per le loro «vacanze». Qualcuno, anche se vittima, può fuggire da quei luoghi devastati e indescrivibili. I condannati a quella condizione - srilankesi, andamanesi, tamil, birmani, thai, sumatriani, maldiviani - invece non potranno fuggire così lontano e già si avviano a formare quell’esercito di più di 5 milioni di nuovi profughi dell’Asia del sud est. Facile immaginare il contraccolpo sull’immigrazione. Questi disperati hanno nella loro esistenza, che ha già perso un’intera generazione - un terzo delle vittime è di bambini - una sola occasione, quella che - temendola - preconizzava in questi giorni un lucido editoriale di Sergio Romano sul Corriere della Sera: scoprire che «ribellarsi è giusto», come diceva un altro grande «asiatico». Ribellarsi, perché a loro tocca la parte dei dannati nella terra che si conferma desolata, a loro tocca raccogliere i detriti dopo la catastrofe di quel poco o tanto di alternativo e nuovo che queste società hanno saputo costruire oltre e spesso contro lo strapotere dell’Occidente.
Di questa auspicabile rivolta per ora, non si vedono tracce e c’è da temere che, quando tra un mese o due noi avremo dimenticato la tragedia, lì a «pescare» nel torbido torni invece il terrorismo. Ma se la rivolta non appare, senza vergogna invece ecco che riappare la guerra di Bush, manco a dirlo sotto la veste militare-umanitaria. «Vinceremo», ha detto il presidente americano infervorato, mentre nel cielo sibilavano bombardieri. Parte una task force coordinata da un generale Usa e dal dipartimento della difesa, con sette navi da guerra , una portaerei e 700 marines. E soprattutto prende il via una coalizione di paesi che «sarà al fianco delle popolazioni impegnate a sollevare le loro comunità». I paesi sono gli iper-alleati degli Stati uniti, Giappone e Australia, e l’India, principale paese dell’area colpita che aderisce perché ha ricevuto l’appannaggio dell’intervento nelle Maldive e nello Sri Lanka, ma che fa capire subito di non volere un «duplicato dell’intervento Onu». Già, perché approfittando di questa catastrofe Bush, fotocopiando la guerra all’Iraq, punta a delegittimare definitivamente le Nazioni unite surrogandone ancora una volta il ruolo. Con quale risultato rispetto agli aiuti necessari e alla ricostruzione effettiva è facile capire dal fatto che nell’annuncio, il presidente americano ha deciso lo stanziamento di «ben» 35 milioni di dollari - l’elemosina di 70 miliardi di vecchie lire - per gli interventi americani nell’area colpita. Quando uno «tsunamometro» costa 250mila dollari, mentre un bombardiere di nuova generazione costa 250milioni di dollari, e per la guerra in Iraq l’Amministrazione Usa spende 4,5 miliardi di dollari al mese.
Per ora dalla coalizione è esclusa l’Europa. Ma l’Italia, incapace di salvaguardare il proprio territorio, correrà (come in Iraq) al seguito americano per soccorrere quello asiatico, magari con un «modello Arcobaleno». La coalizione nasce strettamente asiatica. Per l’occasione della catastrofe umanitaria e sulla pelle di centiniaia di migliaia di vittime civili, Bush ha aperto il fronte cruciale della contrapposizione al ruolo della Cina nell’area, l’unico paese, per internità politica ai paesi colpiti e per capacità finanziaria, in grado davvero di porre mano alla ricostruzione.
I tanto bistrattati "radioamatori" ancora una volta protagonisti "dietro le quinte" per assicurare le comunicazioni con le zone disastrate dal maremoto.
1) Ricevo da Marco Fabiani, radioamatore, un piccolo ma interessante articolo che descrive l’opera di un gruppo di radioamatori nell’attuale momento di emergenza causato dal maremoto in Asia, e che è giusto venga portato alla luce a dimostrazione dell’utilità sociale di questa spesso bistrattata categoria di sperimentatori.
2) In più, un ulteriore approfondimento - a cura di Armando Accardo, IK2XYP - sulla mobilitazione del mondo radioamatoriale in seguito alla catastrofe del 26 dicembre scorso. Il comunicato è partito dalla richiesta di spiegazioni sull’uso particolare, in questi giorni, della rete Echolink, cioé il mezzo di comunicazione radioamatoriale che sfrutta anche le possibilità di "Voice IP" di Internet.
1 gennaio 2005 - Roberto Del Bianco
1 / L’Angelo delle Andamane
Agli inizi di Dicembre un gruppo di Radioamatori Indiani erano andati sulle Isole Andaman per attivare quel Country e permettere alla comunità mondiale dei Radioamatori di collegarle. Il gruppo era guidato dalla signora D. Baharathi Prasad (nominativo Internazionale VU2RBI). Durante questa attività è avvenuto il tragico Tsunami del 26 Dicembre, e da quel momento il Team è diventato l’unica possibilità di collegamento con il mondo esterno, in quanto era dotato di generatori autonomi per lavorare in collina. Fino ad oggi il Gruppo è in costante collegamento con l’India e l’Indonesia, aiutato in questo dal resto dei Radioamatori sparsi per il mondo.
La stampa Indiana ha già ribattezzato la signora Baharati "L’Angelo delle Andamane". Questo a ulteriore conferma dell’utilità dei Radioamatori nelle situazioni di emergenza.
2 / Le operazioni di aiuto nel sud est Asiatico passano anche via radio, sfruttando anche Internet.
Fin dai primi momenti dopo gli eventi accaduti domenica 26 Dicembre, si sono formate delle net, tipicamente tra nodi dell’est asiatico per fornire dei punti di contatto tra operatori radio di tutta l’area. Il traffico e’ prevalentemente in lingua Thai (presumibilmente ??) e coinvolge operatori in tutta l’area. A seguito di questa prima iniziativa si e’ costituito un gruppo congiunto Canadese/Americano che ha iniziato a definire uno spazio dove poter creare una net in lingua inglese per tutte le persone di tutte le nazionalita’ che volevano saperne di piu’ e al tempo stesso fornire aiuti in ogni modo.
Grazie ad una stazione radio da Bangkok e’ stato creato un ponte con quelle aree colpite dagli eventi. Inizialmente le comunicazioni nelle aree colpite sono state interrotte, come presumibile aspettarsi, ma nulla di tutto cio’ ha creato problemi alla stazione di Bangkok che ha potuto mantenere la connettivita’ internet.
All’inizio delle operazioni ci sono state diverse formalita’ che furono espletate dai radioamatori Canadesi e Americani attraverso i rispettivi organismi ministeriali; una fra tutte la NON reciprocita’ esistente tra i paesi Indonesiani e il nord America. Non era pertanto possibile trasmettere messaggi tra le parti. Pertanto per le prime operazioni si costitui’ dello spazio nella conferenza *canada* la quale fu usata come HUB per sostenere tutto il traffico. All’inizio le stazioni americane/canadesi si limitavano solamente ad amministrare il traffico a livello sistemistico. Infatti il nodo di Bangkok era connesso al server canadese e il gestore provvedeva ad isolare il traffico che ritornava indietro su Bangkok in modo che solo l’audio da Bangkok potesse arrivare a tutti senza essere disturbato dall’audio proveniente da tutti gli altri nodi. Contemporaneamente venivano stabiliti i primi contatti via Email con Bangkok e venivano creati i primi presupposti per un link di backup via Email/chat. Contemporaneamente si cercavano stazioni attive in HF che potessero creare dei punti di backup a lunga distanza, per cercare di catturare tutti i segnali possibili provenienti dalle aree interessate dal disastro.
Dopo vari lavori "diplomatici" tra gli OM canadesi/americani, le rispettive amministrazioni postali hanno concesso il nulla osta per operare con l’Indonesia. Da quel punto gli americani e i canadesi hanno definito gli operatori di controllo (net control, indicati come NCS Canada o NCS USA). Da un punto di vista logistico nulla e’ stato cambiato: la conferenza canadese si e’ comportata come HUB primario e ad essa si aggiunse la conferenza alaska. Sono stati poi definiti gli operatori di controllo che hanno garantito (e tutt’ora garantiscono), con diverse turnazioni la copertura completa delle 24 ore di attivita’ radio su EchoLink. Ogni volta che venivano lanciati messaggi di aggiornamento da parte di Bangkok essi venivano riportati e registrari, per poi essere ritrasmessi dagli operatori di controllo nelle restanti ore per tutta la comunita’ mondiale. Inoltre sono state approntate stazioni in HF e sui vari ripetitori VHF/UHF presenti in tutto il nord America. Molti radioamatori si sono mossi contattando i propri enti locali per trovare appoggio e per fornire appoggio. L’AMSAT ha consentito l’uso del satelle AO-51, modificando le frequenze di lavoro e cambiando la potenza per un maggior uso dello stesso. Questo per fornire un valido backup ad Internet e tutto il resto. Molti radioamatori hanno iniziato a prendere contatti con le compagnie di corrieri quali DHL, FedEx e UPS per ottenere spedizioni gratuite in quei territori.
A causa delle inondazioni tutte le popolazioni coinvolte hanno perso tutto: radio e strumenti elettronici compresi. Pertanto sempre in questa net molti OM americani/canadesi e europei hanno messo da parte apparati radio tipo Icom 706 o simili, che ben si prestano all’uso in portatile in HF/V/UHF. Al momento si sta facendo un censimento per reperire apparati del genere, portatili e quanto altro posso servire a ridare agli OM sopravvissuti un modo per trasmettere ancora dalle aree colpite ed iniziare a coordinarsi da sé. Al tempo stesso diverse nazioni, compreso il Giappone, hanno inviato aerei con merce di ogni genere.
Tutte queste operazioni non seguono nessun copione, perche’ non e’ possibile farne alcuno. Tutto questo nasce dall’operare in team a livello mondiale tra OM di tutte le aree geografiche. Recentemente gli inglesi si sono uniti a questa forza nord americana per fornire supporto logistico: quello che piu’ serve sono operatori radio che possano ruotare a turnazione per coprire le 24 ore.
Questo e’ l’unico motivo per cui l’Italia (nella rete Echolink) e’ rimasta fuori dalle operazioni in modo completo: al momento non mi risulta che alcun operatore si sia offerto per amministrare lo scambio di informazioni come sta avvenendo tra canada e USA. Per questo motivo, la conferenza italiana e’ connessa in solo ascolto, per non arrecare disturbi involontari in quanto non presidiata.
A tal proposito una parentesi forse utile da farsi: e’ sempre preferibile connettere la propria stazione direttamente ad una conferenza piuttosto che al nodo di Bangkok per almeno due motivi importanti: 1) si evita cosi’ di sovraccaricare la capacita’ trasmissiva della rete di Bangkok; 2) qualora venisse generato un disturbo, non si potrebbe mettere in mute la stazione dietro il nodo Thailandese, pena mettere in mute il nodo stesso.
Quindi si suggerisce di non connettersi direttamente al nodo di Bangkok, bensi’ di usare una conferenza al suo posto. La conferenza ITALY mette in automatico tutte le stazioni in mute, quindi non c’e’ rischio che alcun disturbo passi. Se un giorno si trovassero operatori disponibili a fornire supporto radio, si potrebbe avanzare l’offerta di collaborazione, ma al momento cio’ non e’ possibile.
Per terminare, il sistema EchoLink e’ usato durante ogni forma di evento tragico, quali gli uragani in USA o lo Tsunami, perche’ offre una doppia capacita’ di comunicazione: voce e testo. Per chi non e’ solito operare via EchoLink, quando non sentite nulla dagli operatori di controllo, questi in realta’ mandano messaggi veloci e concisi insieme ad utili informazioni sulla chat di EchoLink. E’ pertanto auspicabile che si lasci la chat libera per non affollare lo scritto con testi di varie lingue incomprensibili da tutti.
Infine per chi si chiedeva come mai EchoLink in queste cose: perche’ ormai e’ dimostrato ampiamente che coordinare queste attivita’ nel mondo avviene molto piu’ semplicemente ed efficacemente con questi sistemi VoIP che in altro modo piu’ tradizionale. La net dell 11 settembre ha da sempre dimostrato la validita’ del sistema quando si trattava di unire il mondo in un unico canale radio.
E’ una grande opportunita’ di comunicazione che, purtroppo in questi giorni, si e’ trasformata in un mezzo per inviare terribili notizie.
Note :
Qua e là avrete trovato delle parole difficili, dei termini per "iniziati"... Echolink è il nome della rete radioamatoriale mista radio-Internet, costituita da tanti "nodi" simili a ripetitori radiotrasmittenti ma connessi tra loro, in vario modo, attraverso la Rete sfruttando il "Voice IP" cioè i protocolli di telefonia di Internet. OM è acronimo di radioamatore, definito fin dall’inizio, "Old Man", "Vecchio mio". Attivare un Country è lo scopo che spesso si prefiggono alcuni gruppi di Radioamatori, che organizzano spedizioni anche in regioni lontane per permettere alla comunità OM di effettuare collegamenti via radio anche verso Paesi dove non risiedono appassionati di radiotrasmissioni. Conferenze sono delle connessioni Echolink "multipunto" utilizzando particolari nodi che fanno da server per diversi nodi periferici. Le bande di frequenza utilizzabili dai Radioamatori nel mondo spaziano ampiamente e danno quindi diverse caratteristiche di trasmissione. HF (le onde corte) permettono collegamenti anche a migliaia di chilometri però seguendo i capricci della propagazione ionosferica. VHF e UHF sono le frequenze ultracorte (simili a quelle usate dalle radio FM o dalla televisione) che permettono di solito collegamenti circolari con un raggio di qualche decina o al massimo un centinaio di chilometri, a meno che non si usino particolari tecniche di modulazione e sfruttando anche qui particolari condizioni di propagazione. Echolink adopera ripetitori VHF o UHF, quindi a corto raggio, però collegabili stabilmente tra loro attraverso connessioni Internet (di solito ADSL) permettendo quindi comunicazioni sicure anche da un capo all’altro della Terra.
APRIAMO LA FORTEZZA
Di fronte alle immagini trasmesse in queste ore dalle televisioni di tutto il mondo emerge ancora una volta nel modo più crudele il divario tra le zone più ricche e quelle più svantaggiate della terra. Il disastro naturale si è abbattuto su zone dove i diritti dei popoli e dei singoli erano già violati da decenni. Proprio in quelle zone la povertà nella quale quegli uomini e quelle donne erano stati tenuti, con la colpevole connivenza dei paesi più ricchi, risulta adesso un fattore che ha moltiplicato le conseguenze del disastro, colpendo soprattutto le fasce più deboli della popolazione. Tra i parenti delle tante vittime che vediamo ancora ammucchiate senza sepoltura, e dei tanti che sono sopravissuti, ma che sono consegnati ad un destino tremendo, ci sono moltissimi migranti, persone che vivono da tempo tra noi, e che adesso sono ancora in attesa di notizie sulla loro famiglia, sulla loro casa. Molti di loro, come i Tamil di Palermo ( oltre cinquemila) piangono già numerosi morti.E’ certo importante che alle famiglie delle vittime del maremoto, a tutti i sopravissuti, giungano aiuti economici e materiali al più presto.
La cooperazione internazionale, boicottata da molti paesi che in questi anni hanno preferito le guerre umanitarie e le organizzazioni non governative «embedded», alle dirette dipendenze dei poteri militari, deve ripartire dal basso, con progetti mirati, concreti, gestiti dalle organizzazioni non governative indipendenti, in collegamento con le associazioni, già presenti in Italia, associazioni italiane e associazioni dei migranti provenienti dalle aree colpite.Vanno inviate al più presto delegazioni e corpi volontari costituiti dalle associazioni e dagli enti locali, in collegamento con le grandi agenzie umanitarie indipendenti. Le offerte vanno canalizzate sugli operatori no profit e devono corrispondere ad interventi concreti, verificabili da parte dei sovventori ed autogestiti con la partecipazione delle comunità locali.Una particolare attenzione va alle popolazioni delle zone che sono ancora in una situazione di guerra civile o ne sono appena uscite ( come è il caso dei Tamil e dei Cingalesi nello Sri Lanka). Le inondazioni hanno spazzato decine di campi minati ed ora, in paesi già dilaniati da anni di conflitto interno si rischiano altre disgrazie per colpa delle mine «made in Italy».
Tra i compiti dei soccorritori dovrà esserci anche lo sminamento e la bonifica delle aree dove sono state disseminate migliaia di mine antiuomo.Ma i doveri di solidarietà non si esauriscono portando ( o ritenendo di portare) aiuti direttamente nelle zone colpite dal maremoto. Occorre elevare la soglia di solidarietà nei confronti dei migranti provenienti da quelle zone, e delle loro famiglie, evitando che le normative e le prassi in materia di immigrazione, attualmente in vigore nel nostro paese, possano produrre altre vittime.-Bisogna innanzitutto sospendere tutte le espulsioni ed i respingimenti verso i paesi colpiti dal maremoto, consentendo alle persone provenienti da quei paesi, e che si trovano a qualunque titolo nel nostro paese, di spostarsi per ritornare nel paese di provenienza, o di restare in Italia con un permesso di soggiorno straordinario. Occorre stabilire immediatamente una moratoria per la scadenza dei permessi di soggiorno di quanti abbiano bisogno di interrompere il rapporto di lavoro in Italia per tornare nel proprio paese a ritrovare i propri cari, ad aiutare i familiari sopravvissuti, a seppellire le vittime. Quando queste persone potranno rientrare in Italia dovranno potere contare sul proprio lavoro, od avere il tempo necessario per trovarsi un’altra occupazione ( ben oltre i sei mesi previsti dalla legge Bossi-Fini). - Occorre attuare nella maniera più estesa tutti i ricongiungimenti familiari che saranno richiesti, con il concorso degli enti locali per il reperimento di un alloggio idoneo e semplificando le pratiche burocratiche, attualmente lunghissime.Il concetto di ricongiungimento familiare va esteso oltre i figli minori e gli ascendenti non autosufficienti, fino a ricomprendere anche i figli minori ed i parenti di terzo grado ( cugini, zii).
Un favore particolare dovrà essere rivolto ai minori che sono rimasti senza genitori, ma che hanno parenti prossimi che vivono in Italia.Va garantita libertà di circolazione nel paese di provenienza anche a chi gode o ha fatto richiesta di asilo, senza che questo comporti la decadenza dallo status di asilante. Per queste persone occorre costituire gruppi di supporto che li accompagnino, se necessario, fino ai confini dei paesi di provenienza, con l’obiettivo della ricostituzione dei nuclei familiari allargati. Il Governo italiano per consentire a quanti provengono dalle aree colpite il rilascio di uno speciale visto d’ingresso e del relativo permesso di soggiorno per motivi umanitari, deve emanare un decreto ai sensi dell’art.20 del T.U. sull’immigrazione, d’intesa con i principali partner europei, ma senza attendere un accordo tra tutti i paesi Ue ( allo stato impensabile).
Occorre in definitiva portare gli aiuti, nella misura del necessario ed oltre, là dove servono, con il coinvolgimento diretto della società civile, delle organizzazioni umanitarie indipendenti e degli enti locali che si sono già in passato distinti per queste forme di intervento.
Altrettanto necessaria la libertà di circolazione da garantire ai migranti che si trovano nei nostri paesi, in entrambe le direzioni, mettendo una volta per tutte da parte quelle disposizioni legislative e quelle prassi applicative che negli ultimi anni hanno sbarrato, anche per i richiedenti asilo, ogni canale legale d’ingresso in Europa.
* Consorzio italiano di solidarietà (Ics) Palermo
Non va ogni giorno un po’ meglio ma ogni giorno molto peggio. Peggiorano le cifre delle vittime, le previsioni delle epidemie, il bilancio dei danni materiali, le immagini dei cimiteri a cielo aperto, dei cadaveri nudi e gonfi rigettati dal mare, dei rossi falò crematori sullo sfondo nero della notte indiana. Logica mediatica del disastro invertita: di solito si fa fatica a «tenere alta» la notizia, dopo i primi giorni. Stavolta niente si abbassa, a partire dal nostro sgomento. Certo, è già tempo di ponderare ciò che poteva essere fatto e non lo è stato per arginare l’onda assassina; o di interrogarsi sulle conseguenze sociali, economiche, politiche e geopolitiche di una catastrofe destinata a cambiare il volto del pianeta globale e il corso della globalizzazione, nonché i suoi dividendi fra le potenze occidentali, la Cina, l’India. Ma non è ancora tempo di distogliere lo sguardo da quei centoventimila morti: uno per uno, storia per storia, caso per caso fin dove è possibile ricostruirli, senza permettere che la spietata contabilità delle cifre occulti la singolarità e la comune umanità di ogni vita travolta. Nude e disperse, esse ci guardano a loro volta come uno specchio muto e ci rinviano le nostre domande su di loro capovolgendole in questa: chi siamo diventati noi, i sopravvissuti? Era solo quattro anni fa quando, in Occidente, festeggiammo l’avvento del 2000, nel disprezzo di altri calendari e altre culture, all’insegna dell’ottimismo tecnologico, della volontà di potenza sulla vita nostra e altrui, della fine della storia e della pacificazione dei conflitti nel trionfo acclarato della democrazia e del capitalismo. Da allora, come per risposta, la storia si è rimessa a girare secondo il caso, l’incidente e l’imprevisto, e l’immaginario apocalittico si è impadronito della nostra realtà quotidiana, dagli aerei-cyborg che perforano le Torri gemelle all’onda anomala che divora i paradisi tailandesi. Non sembri blasfemo il paragone fra l’11 settembre 2001 e il 26 dicembre 2004. Certo, lì i morti furono tremila e qui non hanno fine; lì c’era un attentato politico e qui un accidente naturale; lì fu colpito il cuore del mondo ricco e qui un’arteria di un mondo povero che da poco aveva trovato il suo accesso a un benessere squilibrato e precario. Ma lì e qui, la catastrofe ha mostrato il suo volto ineluttabilmente globale. Lì e qui, nelle torri di Manhattan e sulle spiagge di Khao Lac, vittime di etnie, nazioni, culture le più diverse, mescolate in vita e non identificabili in morte, cadaveri nudi senza certificati né certificazione possibile. Lì e qui, la stessa percezione di noi spettatori sopravvissuti: il mondo globale si è fatto piccolo piccolo, più nulla che non ci riguardi e non ci tocchi, dovunque accada. E l’umanità globale si è fatta fragile, nuda vita esposta al caso e all’imprevisto, «politico» o «naturale» che sia.
La politica andava e va reinventata di conseguenza, dalle fondamenta: una politica della precarietà, della vulnerabilità, dell’esposizione al caso e dell’interdipendenza con l’altro, per un’antropologia globale fatta di vite precarie, esposte al caso e dipendenti dagli altri. Così poche e accorte voci, Judith Butler per prima, dall’interno della stessa società americana. Dai vertici della potenza americana, invece, è stata ribadita una politica di potenza e di guerra, all’insegna di quel delirante «we’ll prevail» che oggi George W. Bush torna a impugnare anche contro lo tsunami. Nella sua ingiudicabile casualità e nella sua sconfinata energia, quell’onda anomala è venuta a ricordarci quant’è debole e insensata la nostra piccola e ritornante volontà di potenza.
Niente sarà più lo stesso, nelle isole di Hanuman, dio induista della forza e della devozione. Le Andamane e le Nicobare. E il tempo, quel tempo che sulle isole scorreva in modo diverso da qui, comincerà forse a essere spartito tra «prima» e «dopo». Prima e dopo l’onda, prima e dopo che la terra, tremando, cambiasse volto e assetto cartografico all’arcipelago. Alcune isole sono diventate più piccole, annegando dentro al mare da cui, un giorno, erano sorte. Altre si sono divise in due come Katchal, Pillow millow o Trinchet. Altre ancora sembrano rotte, frantumate da un gigante capriccioso. Indira point, l’estremo lembo di territorio indiano, a soli 140 chilometri dalla costa thailandese, è stato cancellato dalla carta geografica, assieme, probabilmente, a una ventina di scienziati che lavoravano là. Niente sarà più lo stesso, terra e acqua confuse e mischiate ancora e ancora. Le scosse continuano, e a Baratang, un centinaio di chilometri dalla capitale delle Andamane Port Blair, un vulcano ha cominciato a eruttare lava. Le fiamme sono alte più di tre metri, dicono, e illuminano a giorno un paesaggio che diventa sempre più spettrale e silenzioso. Ci sono più di tremila dispersi, nell’arcipelago. Forse. Perché nessuno conosce, in realtà, l’esatto numero delle tribù che costituiscono il cinquanta per cento della popolazione delle Nicobare e il dodici per cento di quella delle Andamane. Il ministro della Difesa Pranab Mukherjee sostiene che la maggior parte dei tribali è salva: perché vive in zone relativamente alte e si «sarà salvata per istinto». Peccato che quasi tutte le tribù vivano di pesca e adoperino conchiglie per i loro manufatti, e che la mattina presto, l’ora dell’onda, sia proprio il momento in cui tutti, compresi donne e bambini, sono sulla spiaggia. Come gli Onge, nelle piccole Andamane o gli Shompen, nelle Grandi Nicobare. O i Sentinelese, che nessuno sa quanti siano in realtà. I Jarawa.
Secondo le stime ufficiali, soltanto metà di loro è stata portata via dall’onda. Praticamente, metà degli ultimi resti della storia dell’umanità. Popolazioni antiche di settantamila anni, che vivono ancora di caccia e pesca o di agricoltura praticata con mezzi primitivi. Popolazioni fuori dal tempo e dal mondo a cui era stato vietato, per fortuna o per disgrazia, il contatto con questo secolo. Neanche gli antropologi occidentali, infatti, hanno mai ottenuto il permesso di recarsi a visitare le tribù.
A molte isole dell’arcipelago, l’ingresso è vietato agli stranieri e anche per i cittadini indiani è necessario chiedere dei permessi speciali. In ogni caso, ai turisti ammessi in quel paradiso tropicale che erano le Andamane, non era consentito l’accesso alle aree tribali ma soltanto alle riserve per vacanzieri che erano sorte in alcune zone. Isole divise a metà già da «prima», metà nel ventunesimo secolo e metà nella preistoria. Da una parte gente che praticava sport acquatici, dall’altra canoe e lance di pietra. A fare da spartiacque, le basi militari indiane, della marina e dell’aviazione. Il mare ha trascinato via navi e marinai, danneggiato le basi e sommerso le villette da cui le famiglie degli ufficiali, al tramonto, guardavano il mare. Per loro, i soccorsi sono arrivati da subito. Per loro, e per i turisti intrappolati in quel paradiso di terra che scivola nell’acqua, di foreste che si specchiano dritte nel mare. Dove la foresta era ancora intatta, dicono, l’acqua è stata meno feroce, meno rabbiosa e nemica. Come se volesse cancellare soltanto le schiere di costruzioni con cui gli uomini hanno segnato il volto della costa. Dicono che i tribali siano stati avvistati dagli elicotteri, ma nessuno si è ancora messo in contatto con loro. Gli aiuti non arrivano ancora. Il governo indiano ha stanziato forti somme, ma a essere soccorsi per primi, nelle Nicobare, sono stati gli altri. Quelli che conoscono la modernità e i suoi diritti. Quelli che hanno il potere e la forza di far sentire la loro voce a Delhi, dove gente lontanissima decide, scandalizzata e impietosita, per quegli avanzi di un altro tempo protetti soltanto da un dettato costituzionale.
Sono postazioni strategiche, le Andamane e le Nicobare. Talmente strategiche che è stato rifiutato l’accesso alle organizzazioni internazionali, come Medici senza frontiere, che volevano portare aiuto. Il permesso è stato accordato soltanto ad alcune Ong indiane e all’esercito. Intanto nelle isole, tra l’acqua improvvisamente nemica e i roghi delle cremazioni, comincia a salire la pressione. Per l’acqua e il cibo che mancano, perché il governo, secondo i pescatori e la gente comune, ha sottovalutato l’emergenza. Dicono che niente sarà più lo stesso, nelle isole di Hanuman. Tranne l’indifferenza, forse.
Il maremoto che ha colpito l’Oceano Indiano è la prima catastrofe globalizzata; lo si capisce già dal nome con cui i media lo hanno battezzato, "tsunami", una parola giapponese, forse la più adatta, ma sconosciuta ai più fino a ieri. Catastrofe globalizzata, dicevo, in quanto per la prima volta in un’area geografica sono state coinvolte non solo le popolazioni locali (e già questo, visto che l’area colpita è tutto il sud est asiatico, ne farebbe un fenomeno quasi unico), ma anche uomini e donne di decine di altre nazionalità. Perché? Perché nell’era della globalizzazione e del turismo di massa, quelle aree sono meta di milioni di turisti occidentali che vi si recano per i più svariati motivi, dall’evasione esotica a quella sessuale, dalla ricerca del paradiso perduto al viaggio mistico.
Tutte ciò ha fatto sì che per la prima volta nella storia di questo pianeta una catastrofe locale sia divenuta globale. Siamo tutti coinvolti, e non solo per le dimensioni della tragedia, ma perché percepiamo più o meno inconsciamente che sono in ballo non solo i loro destini, ma quelli dell’intero pianeta. Fatta questa debita premessa, mi si permettano alcune osservazioni. In quelle zone mi sono recato più volte, e nel corso degli anni ho avuto modo di osservare la trasformazione di quei territori. Se 20/30 anni fa quelli erano ancora luoghi più o meno vergini, con il passare degli anni sono stati sottoposti ad un vero e proprio saccheggio del territorio; l’economia, si sa, ha le sue regole, e con l’arrivo del turismo di massa si è reso necessario l’ampliamento dell’offerta alberghiera, ristorativa etc. Ora capisco che per molti, laggiù, questo abbia portato dei benefici, anche se basta dare un’occhiata alla lista delle compagnie che hanno investito denaro per capire che le vecchie regole economiche producono i soliti risultati, e cioè pochi fanno i soldi sul serio, altri migliorano sensibilmente il loro reddito, altri vengono cacciati dai territori per fare spazio al "nuovo."
Non voglio fare il moralista, anche noi in occidente abbiamo fatto la stessa cosa - però, e c’è un però, un paio di cose vanno dette. In quei territori, grazie a governi militar/industriali, e all’espansione di un’economia onnivora (in perfetto western style) è stato costruito in modo del tutto selvaggio, senza nessun piano regolatore, e/o piano di sviluppo. Ho visto disboscare intere foreste di palme nel giro di un anno per costruire hotel che davano direttamente sul mare (si sa, l’occhio vuole la sua parte…), sostituire i vecchi bungalow, fatti di legno e foglie di palma intrecciati, con strutture in muratura, vetri e, of course, aria condizionata. L’avventura è bella solo se si riproduce "il mio stile di vita," e, perla fra le perle, siccome lì il mare è particolarmente caldo e colorato, per non invadere i nostri occhi con cotanta bellezza, ogni resort a 4/5 stelle ha costruito la sua bella piscina di un bel blu omogeneo.
Insomma, negli ultimi vent’anni l’intero ecosistema è stato sconvolto per fornire "comfort" con uno standard accettabile per l’occidente (o comunque per le fasce abbienti della popolazione). Lo stesso discorso sullo sviluppo incontrollato vale per: porti, areoporti, strade, e tutto ciò che serve per trasportare merci; bisogna ricordare che quelle zone sono economicamente emergenti, le famose tigri del sud est asiatico, zone dove si producono le più svariate merci: dal tessile al legname, dal riso alla frutta, dal pesce alla componentistica elettronica. Il tutto a costi estremamente convenienti (per noi). Ora il problema più grave, oltre al ripristino di condizioni di vita accettabili per le popolazioni, è quello legato alle epidemie. La mobilità nell’epoca della globalizzazione è estremamente alta, milioni di persone si muovono ogni giorno lungo gli assi del pianeta. Cosa succederà se inizieranno ad esserci focolai (che in potenza riguardano alcuni milioni di individui) di malattie come colera, tifo o malaria? Sarebbe la prima volta che dovremmo affrontare un’emergenza sanitaria mondiale: rispetto al passato è proprio la velocità e la facilità nello spostarsi che rende difficile un controllo capillare delle malattie.
Questo, come i problemi della ricostruzione, nei prossimi mesi saranno un banco di prova per tutti noi. Passata l’onda dell’emotività, saremo in grado di controllare i giganteschi flussi di denaro, di merci che si riverseranno in quelle aree? Potranno le popolazioni locali discutere del proprio modello di sviluppo? Potrà la parte più avvertita dell’occidente controllare che tutto non ritorni come prima? Potremo impedire alle nostre e alle loro classi dirigenti di farne l’ennesima occasione di arricchimento? Sappiamo che se quelle zone precipiteranno in un "inferno", questo lambirà in modo tangibile anche il resto del pianeta. E allora tutti assieme dobbiamo costruire un’occasione perché le cose mutino. Se stiamo davvero lavorando a un altro mondo possibile, questo è uno di quei passaggi che non possiamo eludere, è un’occasione che non possiamo perdere
E’ il 2005 nel luogo del disastro. Le parole non ci vengono in aiuto davanti alla tragedia che ora dopo ora consuma le speranze rivelando nuovi particolari devastanti. Le notizie che ci arrivano dall’Asia, malgrado la censura e la disinformazione favorite dai governi dell’area, non lasciano dubbi riguardo alle dimensioni e alla percezione reale del cataclisma: si tratta della più grande catastrofe umanitaria dell’era moderna e della prima vissuta simultaneamente, da un capo all’altro del pianeta, come tragedia globale. Lo tsunami che ha seminato centinaia di migliaia di morti tra le popolazioni indonesiane, thailandesi, indiane, cingalesi ha colpito nello stesso tempo migliaia di turisti provenienti dai paesi piu’ ricchi, rivelando i legami e le profonde diseguaglianze che legano gli uni agli altri gli attori dell’ economia e del turismo globale.
Lo sappiamo bene: fosse successa soltanto 30 anni fa la catastrofe dell’Oceano indiano non avrebbe meritato lo spazio che occupa adesso nei media di tutto il mondo. E’ una tragica novità per il genere umano che, per noi occidentali, coincide con il senso di smarrimento e d’impotenza che la crisi dell’intervento e della filosofia umanitaria - monete profuse a piene mani, tra una guerra e l’altra, nelll’ultimo ventennio - lascia oggi sulla sua scia. Lasciando noi tutti, come prima conseguenza, anche senza parole: le parole, appunto, per dirlo. Cercandole in questo ultimo giorno dell’anno, abbiamo trovato quelle che potete leggere di seguito, dentro a una tesi di sociologia che proprio di umanitarismo si occupa.. Parole tra numerose altre possibili che invitiamo tutti i lettori a cercare e a segnalare, ’postandole’ in aggiunta al breve elenco che segue.
"Ama il tuo prossimo come te stesso". (Mt 22,39)
"Se do ai poveri tutti i miei averi, se offro il mio corpo alle fiamme, ma non ho amore, non mi serve a nulla". (1Cor 13, 1-3)
"Colui che vuol fare del bene ad un altro deve farlo nei Minuti Particolari; il Bene Generale è la scusa del furfante, dell’ipocrita e dell’adulatore". (William Blake)
"Il male che c’è nel mondo deriva sempre dall’ignoranza, e le buone intenzioni possono fare altrettanto danno della malevolenza, se mancano di discernimento". (Albert Camus)
"Nulla somiglia tanto alla virtù quanto un grande delitto". (Saint-Just)
Artists Against Wars
La rete nazionale degli Artisti contro la guerra e i membri del gruppo di continuità: Edvino Ugolini, Stella Cappellini, Loredana Morandi, Pino Petraccia, Farid Adli, Mariangela Giordano, Lorella Nardi e Rodolfo Marconcini, Pino De March, Paolo Buffoni, Saverio Tommasi, Luciano Pignatti, Annet Hennerman in collaborazione con l’Associazione Rock No War Onlus invitano a
SOCCORRERE le popolazioni asiatiche investite dallo tsunami
ARTISTI PER LO SRI LANKA
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Baobab di Pescara
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Mediterraneo di Messina
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Il maremoto che ha colpito i Paesi del sud-est asiatico sta sollevando la questione dell’imponente debito a cui questi sono sottoposti. Il maggiore è quello dell’Indonesia che nel 2002 contava poco meno di 130 miliardi di dollari, poi c’è l’India con 82 miliardi, quindi la Tahilandia con 58, la Malesia con 48, il Bangladesh con 11 e lo Srilanka con più di 7 miliardi. A seguire Myanmar, Kenya, Somalia, Tanzania, e infine le Maldive, che contano circa 202 milioni di dollari da restituire, con i relativi interessi, ai paesi occidentali. Di questi, solo Myanamar e Somalia fanno parte dei 40 paesi Hipc, l’iniziativa lanciata nel `96 dal club di Parigi per riprogrammare il debito dei paesi più poveri.
Ha posto sul tavolo la questione il cancelliere tedesco Schroeder con la proposta di una semplice "moratoria" (non cancellazione, ma solo «congelamento» del pagamento degli interessi sul debito che i paesi devono corrispondere). Il presidente americano Bush non si è sbilanciato rispondendo ai giornalisti che "Valuteremo tutte le richieste, siamo ancora a livello degli interventi di emergenza". Il premier Berlusconi avrebbe telefonato a Blair per convocare una riunione di emergenza del G8 sulla questione - riportano le agenzie di stampa. Anche la Farnesina si sta muovendo a piccoli passi: Fini ha ribadito quanto già annunciato dal governo cioè che si è deciso di "valutare se riconvertire o cancellare il debito estero dei Paesi colpiti dal maremoto che ne facciano richiesta o che siano interessati". "Il nostro governo deve accettare la proposta inglese di cancellare totalmente il debito" - afferma padre Alex Zanotelli in un messaggio per il nuovo anno.
La Farnesina starebbe comunque valutando la cancellazione dei cosiddetti «crediti di aiuto» - cioè i finanziamenti concessi da governo a governo attraverso agevolazioni, per progetti di sviluppo o l’importazione di beni di consumo essenziali. L’Italia può «vantare» questo tipo di crediti soltanto nei confronti di tre paesi colpiti dallo tsunami: l’Indonesia per 188 milioni di dollari, lo Sri Lanka per 9,39 milioni e l’India per 1,27 milioni. L’operazione potrebbe essere affrontata in base all’articolo 5 della legge 209 del 2000 sulla riduzione del debito estero per i paesi maggiormente indebitati, che prevede la cancellazione dei crediti di aiuto in caso di gravi crisi umanitarie o di catastrofi naturali. In ogni caso, la Farnesina sarebbe favorevole a un pressing da parte dell’Italia affinché il club di Parigi consideri la possibilità di esaminare la situazione del debito estero dei paesi colpiti dal maremoto nella sua globalità - prendere in esame, insomma, anche i debiti contratti con i privati (di cui in Italia si occupa la Sace) che sono i più ingenti.
Sulla questione è intervenuto anche il Segretario generale dell’Onu Kofi Annan che, in risposta a un giornalista che gli chiedeva di commentare la proposta del Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi su una riunione di emergenza del G8 per la riduzione del debito dei paesi sinistrati dal maremoto, ha affermato: "faremo un appello il 6 gennaio. Sarà fatto a tutti i governi che hanno la capacità di contribuire. Poi l’11 gennaio ci sarà un nuovo appello per la ricostruzione. Vogliamo raggiungere tutti, governi e individui". Intanto il governo del Canada ha posto una moratoria unilaterale sul debito dei Paesi colpiti dal maremoto con decorrenza immediata. Lo ha annunciato il ministro degli esteri Pierre Pettigrew.
La cancellazione dei crediti di aiuto è una posizione piuttosto blanda - soprattutto se si accampa la scusa che per intervenire sul debito privato è necessario coordinarsi con gli altri paesi del club e con gli organismi internazionali come il Fondo monetario internazionale ela Banca mondiale. Da quando gli Stati uniti hanno deciso in modo unilaterale di azzerare il debito estero dell’Iraq «liberato», infatti, è opinione di numerosi osservatori che le regole del club di Parigi siano saltate, e che ormai ogni paese vada per i fatti suoi, in base a personalissime geometrie politiche.
Intanto anche il Fondo monetario si sarebbe messo una mano sulla coscienza: un anonimo funzionario avrebbe dichiarato ieri che l’Fmi starebbe riesaminando il calendario dei rimborsi per i crediti accordati ai paesi colpiti, in particolare per l’Indonesia, che a febbraio dovrebbe restituire 77 milioni di dollari. [GB]
Prendendo spunto da due articoli apparsi ieri sul giornale di Ennio Polito, Gianni Rufini polemizza sulla tendenza a bypassare entita’ sovrannazionali in nome di nuove coalizioni ad hoc di singoli paesi. E spiega perche’
Il Riformista di ieri ha riportato, con grande evidenza, la proposta del presidente Bush di estendere la logica della "coalizione di volenterosi" anche alla ricostruzione in Asia meridionale. Proposta suggestiva ma che non fa i conti con quanto abbiamo visto e sperimentato negli ultimi vent’anni, e con la realtà dei numeri. Vediamo innanzitutto il quadro generale: dagli anni ’60 ad oggi, il numero delle vittime dei disastri naturali è aumentato in media del 900%. Questo dato è in piccola parte frutto di una contabilità più accurata, favorita dall’espansione delle reti di comunicazione, della tendenza dei governi dei paesi colpiti e delle agenzie internazionali a gonfiare le cifre per ottenere maggiori finanziamenti, e delle prime conseguenze dei cambiamenti climatici provocati dall’effetto serra, che hanno reso più virulenti fenomeni come gli uragani e le siccità.
Ma la causa principale di quest’aumento va ricercata nelle peggiorate condizioni di vita di una buona metà della popolazione mondiale. Quella più povera, ovviamente. Crescita demografica incontrollata, inurbamento di enormi masse di popolazione in cerca di opportunità di lavoro, abbandono delle campagne, carenza di infrastrutture e di servizi pubblici, cattiva qualità delle costruzioni, pessima gestione del territorio, degrado sociale, nonché il sovrapporsi di disastri ambientali e guerre. Fattori che rendono la vita di tanta gente molto più vulnerabile. Ridurre questa vulnerabilità è oggi possibile. Non si tratta di un lavoro strettamente "tecnico": quando si parla di organizzazione sociale, di distribuzione delle risorse, di rapporti cittadini-istituzioni, gli elementi tecnici s’intrecciano con quelli politici, e rimandano ad uno dei limiti delle democrazie moderne, l’incapacità di portare avanti progetti a lungo termine. Per intervenire seriamente sul tema della vulnerabilità occorrono risorse e tempo. Le risorse, i circa 50 miliardi di dollari annui per gli aiuti internazionali sono una cifra ridicola se raffrontata, ad esempio, alle spese in armamenti (900 miliardi), ed ampiamente insufficiente a produrre cambiamenti significativi. A questo si sommano la discontinuità e l’estrema aleatorietà delle politiche di aiuto dei vari paesi donatori, con un susseguirsi di priorità sempre nuove e totalizzanti.
Per esempio, servono almeno vent’anni per creare in un paese una cultura della prevenzione e della preparazione, costruire le infrastrutture necessarie, educare popolazione e pubblica amministrazione, promuovere una rete di organizzazioni di base, attivare sistemi di allerta precoce, migliorare la pianificazione urbana, cambiare il modo di costruire. In Bangladesh, si erigono dei terrapieni capaci di ospitare persone ed animali in caso di alluvione. Nei Caraibi, si predispongono vie di fuga e rifugi per la popolazione, in vista di un uragano. Un po’ dovunque si sono sperimentate tecniche costruttive a basso costo ma efficaci contro tornados, inondazioni o terremoti. Non si parla necessariamente di investimenti imponenti ma di continuità nel tempo, mentre la realtà, per chi lavora sul terreno, si scontra col problema che è cambiato il tale ministro, che stanno riorganizzando la talaltra commissione, che questo paese non è più prioritario, che hanno dovuto stornare i fondi verso un altro programma, e così via. Situazioni analoghe si verificano in Bosnia, in Afghanistan e in tutta l’Africa, dove politiche oscillanti e di corto respiro lasciano sul terreno finanziamenti sprecati, speranze deluse e corruzione.
Di tanto in tanto, s’incontra qualche caso virtuoso di continuità e coerenza, come la decennale politica britannica in Africa orientale, o quelle di paesi piccoli ma generosi come quelli scandinavi o il Canada. Ma si tratta di perle rare. Purtroppo, nessun politico democratico è interessato, oggi, a fare investimenti che vadano oltre le prossime elezioni. Gli uomini politici preferiscono apparire nelle pagine dei giornali più che in quelle dei libri di storia, e questo si ottiene più facilmente mandando in giro la Protezione Civile o i militari a compiere occasionali interventi d’emergenza, che investendo in progetti i cui risultati saranno evidenti tra vent’anni. Questo è comprensibile, rispetto alle esigenze dei sistemi politici nazionali, ma è incompatibile con il bisogno di portare avanti programmi di lunga durata. In particolare, il nostro paese, precipitato da dieci anni in fondo alla classifica dei donatori, si distingue anche per discontinuità. Basti prendere il caso dell’America Centrale, dove l’Italia aveva speso con successo 150 milioni di dollari nei primi anni Novanta, per sostenere la ricostruzione postbellica e, quando nel 1998 l’uragano Mitch fece trentamila vittime, non fu capace di fare nulla. In questo modo, perse di colpo tutta la sua autorevolezza ed influenza in un’area di cui aveva costituito per lungo tempo il principale punto di riferimento internazionale. L’unica soluzione realistica è affidare questi programmi ad entità sovranazionali, meno sensibili ai cambiamenti politici. Non si tratta di opzioni politically correct, ma di evidenti e banali esigenze tecniche: capitalizzare esperienze e capacità, coordinarsi, cercare soluzioni condivise e perciò durature. Certo, l’ONU sfiatata e delegittimata di questi tempi, non sembra più in grado di assumersi tale compito. Nondimeno, è solo rafforzandone ed ottimizzandone il funzionamento che si può pensare di affrontare seriamente il problema. Non si può pensare che l’esito delle regionali in Molise o delle primarie nel Wyoming debbano influenzare scelte strategiche di portata globale.
In questo senso, la proposta pur minimalista di cancellare il debito dei paesi colpiti, avanzata da Schroeder, può produrre effetti strutturali prolungati, mentre quella del presidente Bush, mantiene tutte le debolezze del sistema attuale e prefigura pesantissimi costi politici. In questo campo, non c’è spazio per approcci ideologici ed atti simbolici, l’ottica in cui ci si deve muovere è quella della risposta ai bisogni, della costruzione lenta ma solida, non quella del miracolo e dell’avventura. Infine, c’è il problema di chi debba operare sul terreno. L’impiego ormai sistematico delle ONG, rivelatosi efficace negli ultimi vent’anni, viene ora gradualmente sostituito da quello delle protezioni civili, senz’altro efficaci in caso di disastri naturali ma pur sempre soggette alla mutevolezza delle priorità politiche di governi, i cui interessi possono divergere notevolmente da quelli delle vittime di un disastro. Analogamente, l’uso dei militari per gestire azioni umanitarie, per quanto rappresenti in alcuni casi l’unica possibilità, si è rivelato costosissimo (fino a decine di volte più di un’azione realizzata da civili) e, molto spesso, estremamente critico sul piano politico. Ad esempio, cosa faranno i militari indonesiani ad Aceh, dove sono impegnati da trent’anni contro il movimento indipendentista? Distribuiranno aiuti o ne approfitteranno per vincere la guerra? D’altronde, non fece così anche la Nigeria con la carestia del Biafra, negli anni Sessanta? I terremoti e gli uragani esisteranno sempre e non potremo impedire che colpiscano, ma siamo in grado di ridurne notevolmente gli effetti. Per poterlo fare è necessario però svincolare questi investimenti dalle contingenze dell’agenda politica dei governi, troppo influenzata da esigenze elettorali e strategie particolari per essere davvero efficace. Bisogna creare meccanismi di risposta e prevenzione imparziali e capaci di operare nel lungo termine, rispondendo al principio di responsabilità più che a quello di opportunità.
Senza candore, voglio credere che le forze politiche e le istituzioni, nazionali ed internazionali, siano ancora capaci della saggezza necessaria a dedicarsi ad un progetto unitario e globale, recuperando un pochino dello "spirito di S. Francisco" che portò, sessant’anni fa, alla creazione delle Nazioni Unite.
Washington. Arrivano molte promesse e pochi aiuti nell’Asia devastata dal maremoto. Di fronte a una catastrofe senza precedenti, i soccorsi procedono tra confusione e polemiche. Il segretario generale dell’Onu Kufi Annan ha rivendicato il ruolo di coordinamento che il presidente americano George Bush sembrava volere per sé. Interrotte le vacanze, Annan ha convocato ieri nel suo ufficio a New York una riunione dei direttori delle agenzie di soccorso.
“Il segretario generale – ha annunciato l’agenzia di informazioni dell’Onu – si è messo in contatto con i leader dei più importanti paesi donatori, compresa una telefonata con il segretario di stato americano Colin Powell, per fare il punto sugli aiuti internazionali e sottolineare il ruolo di coordinamento dell’Onu”. Mercoledì Bush aveva annunciato una “coalizione dei soccorritori” con India, Australia e Giappone.
Al termine della riunione Kofi Annan ha partecipato a una video conferenza con Powell e gli ambasciatori degli altri tre paesi della coalizione. Intanto le operazioni si scontrano con tremende difficoltà. Jan Egeland, il coordinatore degli interventi umanitari dell’Onu, non nasconde il disappunto. “Per il momento – ha ammesso, in una conferenza stampa a New York – stiamo facendo poco. Forse ci vorranno ancora 48 o 72 ore per rispondere agli appelli di popolazioni che avrebbero bisogno di aiuto oggi, anzi ieri. Credo che la frustrazione aumenterà con il passare dei giorni e delle settimane”.
Sessanta nazioni hanno promesso 220 milioni di dollari in contanti e aiuti in natura per altre centinaia di milioni di dollari. Il presidente della banca mondiale James Wolfensohn ha annunciato lo stanziamento di 250 milioni di dollari, portando a mezzo miliardo di dollari il totale raccolto in quattro giorni. L’Onu ha inviato centinaia di tonnellate di cibo, coperte, attrezzature mediche, ma soltanto una piccolissima parte è arrivata a destinazione.
In America le televisioni trasmettono le dichiarazioni del presidente Bush, che mercoledì ha rotto il silenzio per vantare la generosità del suo governo. “Lentamente ma sicuramente – ha detto Bush – le dimensioni del problema saranno conosciute, e si tratterà di aiutare le zone colpite a rimettersi in piedi”.
A Banda Aceh in Indonesia, tra decine di migliaia di morti, Sidiq Yunes ha un problema più immediato. “In casa mia – ha spiegato all’agenzia Reuters – vivono cinque famiglie, e nessuno ha mangiato da tre giorni”. Dalle basi militari di Stati Uniti, Australia e Giappone sono partite navi che portano ospedali da campo e impianti per ricavare acqua potabile dal mare. Le attrezzature inviate dalla marina americana saranno in grado di produrre 400 mila litri di acqua fresca al giorno, quando tra una settimana arriveranno in Tailandia. Ma l’esperienza dei primi giorni fa dubitare della capacità di utilizzarle nel mondo migliore.
A Banda Aceh vi è un aeroporto delle forze armate indonesiane dove giungono i primi aiuti dall’estero. L’inviato del Washington Post ha visto una montagna di razioni alimentari, di scorte di acqua e di medicinali nei magazzini. Fuori dalla base gente affamata invocava il cibo. Due aerei dell’aviazione australiana hanno scaricato altri viveri. Il capitano australiano John Oddie ha offerto al generale indonesiano Bambang Darmono, comandante della base, di mettere a sua disposizione uomini e mezzi per la distribuzione. Il generale ha risposto di non avere ordini. “Tornate domani e tratteremo”, ha invitato.
Alla mancanza di piani e di infrastrutture si aggiungono ostacoli di natura politica. La provincia di Aceh è uno dei focolai di rivolta degli estremisti musulmani contro il governo indonesiano. Le autorità locali hanno rifiutato alle agenzie di soccorso internazionali il permesso di intervenire in alcune zone, secondo Andrew Natsios, direttore di Usaid, l’agenzia americana per gli aiuti all’estero.
“La dimensioni e la gravità della crisi rendono indispensabile una direzione forte da parte dell’Onu”, ha dichiarato Jasmine Whitbread, direttrice dell’organizzazione umanitaria Oxfam. Kofi Annan ha annunciato che il 6 gennaio lancerà un appello internazionale per la raccolta di altri fondi. “Le necessità sono enormi – ha dichiarato – dobbiamo cominciare immediatamente a preoccuparci degli aspetti non alimentari della situazione, acqua pulita e impianti igienici, per assicurarci che non si sviluppino epidemie”.
Fernanda Guerrieri, direttrice dei servizi di emergenza della Fao, prepara i piani di intervento al di là dell’emergenza immediata. “Dobbiamo fare in modo – ha spiegato – che le comunità colpite possano riprendere al più presto le attività produttive, in modo che possano nutrirsi ed evitare la migrazione in massa verso città che sono già sovrappopolate”. Il presidente francese Jacques Chirac si è unito ieri alla proposta del cancelliere tedesco Gerhard Schroeder per una moratoria dei debiti di due paesi colpiti, Indonesia e Somalia. “Appoggeremo questo principio nel quadro del club di Parigi, l’organizzazione dei paesi creditori”, ha annunciato.
Quello che è successo in una parte del subcontinente asiatico dal punto di vista dei danni e della vastità dovrebbe costringere una classe politica dirigente mondiale a cercare di comprendere come il dibattito federalista europeo e mondiale non è semplicemente un artificio della retorica intellettuale o la diretta conseguenza di una delle varianti dell’idealismo.
E’ successo in altre epoche storiche, nell’illuminismo, mi pare di ricordarmi (salvo più precisa definizione) dopo il terremoto di Lisbona, che il mondo intellettuale cercasse d’interrogarsi sui significati più profondi che si celano dietro le tragedie. In questa mia breve osservazione non appunto l’attenzione sul problema di significato religioso che a qualcuno può davvero interessare o alla dimensione squisitamente scientifica descritta dalla scienza geologica.
Quello che è successo in una parte del subcontinente asiatico dal punto di vista dei danni e della vastità dovrebbe costringere una classe politica dirigente mondiale a cercare di comprendere come il dibattito federalista europeo e mondiale non è semplicemente un artificio della retorica intellettuale o la diretta conseguenza di una delle varianti dell’idealismo.
La verità è più banale e quindi più drammatica nel momento in cui si avverte la constatazione dell’incapacità di un singolo governo nazionale di affrontare disastri su scala continentale e planetaria.
E il fatto che gli appelli dell’Onu, indebolito e lacerato, si perdano di fronte alle orecchie da mercante, rende ancora più nitida la situazione. Chi prende le decisioni e per fare cosa quando l’emergenza interviene su più Stati nazionali? Chi identifica i morti, riconosce i feriti, colpiti dalle onde dello Tsu Nami su spiagge internazionali dove i turisti sono fianco a fianco senza specifica connotazione? Chi li trasporta in patria? E come si fanno a compiere distinzioni fra un turista francese, italiano, coreano o australiano quando c’è il rischio della vita o c’è comunque bisogno di aiutare chi ha perso tutto o quasi? Chi aiuta le popolazioni locali a riprendersi dalla paura, dalla depressione, dalla voglia di rimanere abulici di fronte alla forza che rende tutto inutile, fino a che non ha deciso di passare, di farsi sentire?
Di recente ho letto il saggio elaborato da Guido Montani sul rapporto fra ecologia e federalismo. Mi è sembrato un primo significativo contributo, da proseguire con altri studi e nuove ricerche, su un nodo teorico che ha conseguenze pratiche e si traduce in scelte per l’oggi. I segreti della terra e i suoi movimenti interni, così come le previsioni catastrofiche non sono solo complessi teoremi dai quali fare scaturire calcoli previsionali.
Sono un tema di studio planetario, da condividere come intera comunità umana. Quale metodo, se non quello intrapreso, al di là di limiti ed errori, dal federalismo europeo e da quello mondiale ci offre uno spiraglio dal quale praticare soluzioni razionali per tentare di dare un ordine umano alle cose del pianeta? E se anche questa speranza si rivelasse vana in pochi decenni di vita, per quale altra battaglia ideale varrebbe la pena impegnarsi nel corso del tempo che ci resta da vivere? Sia che l’impegno duri qualche minuto o ore della giornata, resti fermo l’intendimento che il valore del federalismo si misura davvero quando il confronto fra l’uomo, la storia, la natura si fa così impari.
E’ in questo momento che l’uomo-Ulisse inventa le formule per trovare le soluzioni politiche più adatte. Chi si oppone a questa razionalizzazione degli egoismi nazionali, pensa di essere re senza avere più lo scettro, riduce la sua dimensione a quella dell’omuncolo. Questo sì capace di praticare la vacanza turistica fra le fosse e le pire dell’ecatombe. O di fare la conta, spuria, soltanto del suo gruzzolo di morti.
Note :
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un silenzio per condividere
In un mondo sempre più globale, quelo che è successo ci tocca
da vicino. E la festa non può trascorrere come se niente fosse
Ci sono momenti in cui il silenzio è una necessità più che un dovere. Momenti in cui non si può chiudere il mondo dietro la porta di casa, lui là fuori, noi qui dentro a festeggiare. Perché questo non è un Capodanno come gli altri. Il mondo, fuori, ci è entrato in casa senza bussare: è così che fa, quando la gente muore. Il mondo sfonda la porta, ci mette davanti agli occhi le tremende fotografie dei giornali, le strazianti immagini della televisione. Non è possibile restare indifferenti a quel mondo che bussa e muore, magari con una bottiglia di spumante in mano e un petardo nell’altra.
Non si tratta di retorica, né di astratta carità mentale. La necessità del silenzio, come momento di riflessione sulla nostra storia e sul nostro destino di uomini - che in un attimo può trasformarsi nel destino di tutti e viceversa (il destino è capriccioso e non si cura dell’indifferenza) - riguarda chiunque abbia occhi e cuore.
E allora pensiamo che stavolta sia giusto non fare rumore, non festeggiare il nuovo anno con i botti e i fuochi: sarebbe come urlare in presenza di chi soffre. Condividere un dolore non vuol dire diventare tristi, ma rispettare quel dolore e chi lo sta vivendo. Anche se si trova dall’altra parte del mondo: e poi, la tragedia del Sudest asiatico ci ha spiegato che il mondo è diventato proprio piccolo, e che lo si percorre in un attimo. Può accadere di essere turisti in vacanza esotica, e in un istante trasformarsi in vittime o testimoni di un cataclisma.
Dunque, il silenzio di Capodanno è anche un modo per riflettere su di noi, non solo per essere un po’ più vicini a "loro", ai lontani, agli sventurati.
Una festa senza fuochi (che, tra parentesi, ogni anno mozzano mani e oscurano occhi, di bambini e ragazzi soprattutto) è un segno di profonda umanità, di semplice ma vissuta partecipazione. Aspettare il secondo che fa scoccare il nuovo anno, e pensare che chi sta male non è solo: proviamoci, stavolta. Sarà una maniera, anche, per augurarci di non essere soli quando potrebbe toccare a noi star male.
Si parla tanto di globalizzazione e di confini più vicini, in questa nostra inquieta modernità, e così viviamo nel mondo che aspetta il nuovo anno.
Proviamo a farlo nel silenzio e nel rispetto del dolore, così anche il nostro pensiero potrà essere un po’ più globale, se riuscirà a occuparsi dell’uomo.
Cioè gli altri, cioè noi.
Nella macabra conta delle vittime del sisma che ha colpito quasi tutte le coste dell’Asia, corrono il rischio di esserci molti buchi. E non solo perché, per qualche bizzarro motivo e salvo rare eccezioni, ogni governo ce la mette di solito tutta per nascondere il numero reale dei decessi. Il fatto è che sulle coste dell’Asia, dallo Sri Lanka all’Indonesia, dall’Oceano indiano al Mar cinese meridionale, tanta gente non sa nemmeno cosa sia un registro di nascita, un semplice foglio del catasto, un archivio. Semplicemente non li ha mai visti o non ha mai avuto una proprietà. In un mondo dove la proprietà privata è sempre più una virtù, non possedere se non le proprie braccia significa anche questo.
Non esistere, o non essere mai esistiti, dal momento che manca una data e un pezzo di carta.
In Indonesia è normale che il vostro interlocutore non conosca la sua età. E in molti paesi dell’Asia i documenti sono un lusso che non è per tutti. Le opportunità di lavoro, non meno dei conflitti che originano vasti spostamenti di popolazione, hanno prodotto esodi importanti che spesso sfuggono ai censimenti. Sulle coste, attratti dal turismo, si aggirano gli stagionali, lontani da casa centinaia di chilometri. Oppure si improvvisano villaggetti di materiale deperibile per trovare riparo nella stagione della pesca. Le popolazioni nomadi sono ancora una realtà. E non è necessario viaggiare nelle foreste del Kalimantan, dove i Punan sopravvivono a una sedentarizzazione forzata. Nell’Asia orientale, sulle coste e lungo gli estuari dei fiumi, vive un popolo che forse avrà pagato un alto prezzo allo tsunami. Li chiamano Chao Lay o orang laut, uomini del mare. Un termine che gli anglofoni hanno tradotto con Sea Gipsyes, gli zingari del mare.
Secondo l’etnologo Esteban T. Magannon, si dividono in tre distinti gruppi che abitano determinate aree dei vasti arcipelaghi del Far East. Gli orang laut degli Stretti, che albergano tra le isole Riau e Lingga, i Moken dell’arcipelago Mergui (in Thailandia, di fronte alle Andamane dove anche si possono incontrare) e i Bajau delle Sulu, nelle Filippine meridionali. Ma questi uomini e donne del mare si muovono anche nel Borneo orientale, a Sulawesi sin nelle isole della Sonda, a Flores. Il loro numero è, ovviamente, incerto. La stima è di circa 35mila individui di cui solo un terzo vivrebbe costantemente in mare. Il rapporto con la terra non si deve solo alla sedentarizzazione, una pratica forzata ormai per tutti i nomadi del mondo. Se c’è una situazione di pericolo gli orang laut possono spingersi a terra, cercando riparo dalla violenza del mare.
Sono considerate popolazioni in pericolo e probabilmente in via di estinzione, per lo meno rispetto alla loro tradizione. Ma di questa gente, come dei contadini o dei pescatori poveri, dei manovali stagionali, degli sfollati che hanno dovuto lasciare le proprie case, difficilmente c’è traccia nei registri. Nemmeno nel bilancio di queste ore che potrebbe continuare a salire. Senza neppure includere tutti quelli che ne avrebbero diritto.
* Lettera22
30 Dec 2004
L’ecatombe in Asia ha già fatto diverse decine di migliaia di morti. Altri ancora si aggiungeranno con il diffondersi di malattie e addirittura di epidemie come conseguenza delle distruzioni. Ma se i terremoti e gli tsunami sono dei disastri naturali, non lo è affatto la decisione di spendere miliardi di dollari o di euro per fare delle guerre di conquista, ignorando delle semplici misure che possono salvare le vite umane.
La cifra dei morti aumenta ogni giorno: prima diecimila, poi trentamila, poi cinquantamila, adesso si parla di centomila. Ma il macabro conteggio non è ancora finito. E un terzo dei morti sono bambini. Ci sono decine di migliaia di dispersi e sono rimasti senza casa, senza lavoro, senza niente a milioni. Questo in alcuni fra i paesi più poveri del mondo.
Ora non c’è più acqua potabile, non ci sono fognature, non ci sono servizi sanitari, come dice il sottosegretario delle Nazioni Unite Jan Egeland, che è responsabile del coordinamento dei soccorsi: "Non possiamo nemmeno immaginare il costo per queste povere società, con tutti i villaggi di pescatori che sono stati spazzati via. Le perdite sono nell’ordine di centinaia di migliaia".
Era davvero inevitabile?
Molte delle morti e distruzioni si sarebbero potute evitare se si fosse messo in mare un sistema piuttosto semplice e relativamente poco costoso di boe. Vari funzionari in Tailandia ed Indonesia hanno detto che un sistema di allarme immediato avrebbe salvato molte vite, ma loro non erano al corrente del pericolo perché non c’è un sistema internazionale per controllare il formarsi di tsunami nell’Oceano Indiano. E questo non è tanto difficile da fare.
In effetti, le boe che controllano gli tsunami esistono da vari decenni, e gli Stati Uniti hanno un sistema di allarme in funzione da più gli cinquant’anni. Oltre 50 sismometri sono dislocati nella parte settentrionale del continente americano per scoprire e misurare i terremoti che potrebbero dare origine a degli tsunami. In mezzo all’Oceano Pacifico ci sono sei boe dotate di sensori, chiamati "tsunametri" che misurano piccole variazioni nella pressione dell’acqua, e che sono programmati per dare automaticamente l’allarme ai due centri di allarme-tsunami, uno nelle isole Hawaii e l’altro in Alaska.
Il dottor Eddie Bernard, direttore del Laboratorio di Studi Marini del Pacifico a Seattle, dice che qualche boa sarebbe bastata a cambiare la situazione. Gli scienziati volevano mettere altri due misuratori di tsunami nell’Oceano Indiano, uno dei quali nelle vicinanze dell’Indonesia, ma il piano non ha avuto i fondi necessari, secondo il dott. Bernard.
Ognuno degli tsunametri costa soltanto 250.000 dollari (circa duecentomila euro). Quindi mezzo milione di dollari sarebbero bastato a costruire un sistema d’allarme remoto che avrebbe potuto salvare migliaia di vite umane. Basta confrontare questa cifra coi millecinquecento milioni di dollari che gli Stati Uniti spendono ogni giorno per finanziarie la macchina di guerra del Pentagono.
Come a dire che coi soldi di un solo secondo di bombardamenti e distruzioni spesi dagli Stati Uniti si sarebbe potuto costruire un sistema di allarme adeguato. Non averlo fatto è un caso di negligenza criminale. In una riunione della Commissione Oceanografica Intergovernativa dell’ONU nello scorso giugno, gli esperti hanno concluso che “Nell’Oceano Indiano c’è un rischio significativo di tsunami a livello locale e oceanico” e che ci voleva un sistema di allarme remoto. Ma non si è presa alcuna decisione concreta.
Il geologo Brian Atwater della Protezione Civile americana (U.S. Geological Survey) ha detto che "Sumatra ha una lunga storia di tremendi terremoti, e che questo rende ancor più tragica l’assenza di un sistema di allarme degli tsunami nell’Oceano Indiano. Tutti sanno che Sumatra era una bomba ad orologeria."
Ancora più tragico è il fatto che il governo degli Stati Uniti era stato informato dello tsunami, ma non lo ha detto ai governi della zona. Pochi minuti dopo il terribile terremoto di grandezza 9,0 al largo dell’isola di Sumatra in Indonesia, gli scienziati americani dell’Ufficio che gestisce il controllo del clima oceanico ed atmosferico (National Oceanic and Atmospheric Administration) si è reso conto che c’era un grosso rischio di tsunami.
Il NOAA ha immediatamente messo in guarda la base navale americana a Diego Garcia, che ha avuto ben pochi danni. Ma non ha avvisato le autorità civili dei paesi della zona. Questa è una discrepanza significativa. La base militare è stata avvisata, ma i civili no.
Il risultato di questa criminale negligenza sono state le migliaia di morti. Infatti per salvarsi dallo tsunami bastava salire di un dieci-venti metri rispetto al livello del mare, e questo si può fare, in molti posti, in pochi minuti. Ma non quando sta arrivando l’onda!
Luciano Dondero
(L’autore si è basato per le fonti su materiali diffusi dall’"International Action Center" di New York - Usa)
redazione@reporterassociati.org
Questa volta l’informazione ha dato il peso che meritava a una tragedia, l’ennesima, che ha colpito i poveri della terra. Forse però il motivo è che in questo caso, come purtroppo accade sempre più spesso, la tragedia ha colpito anche centinaia di turisti occidentali che all’improvviso si sono trovati a condividere lo stesso destino dei derelitti dell’India, dello Sri Lanka, della Tailandia. C’è qualcosa in questo dramma però che non va, che fa serpeggiare il dubbio che le cose potevano andare diversamente. Ad esempio, bastava che i paesi colpiti dal maremoto avessero avuto un sistema di allarme rapido ed efficace, come quelli esistenti in diversi paesi che si affacciano sul Pacifico (come il Giappone e le Hawaii), del costo di 200.000 dollari, per diminuire drasticamente le conseguenze del disastro naturale.
Duecentomila miseri dollari che avrebbero permesso a migliaia di persone di scappare in tempo verso l’interno prima dell’arrivo dell’onda assassina. Certamente stiamo parlando di paesi poveri e poverissimi, che non hanno risorse per la prevenzione, ma una tra le tante domande inquietanti che si pongono in queste ore è perché i tour operator presenti in questa vasta zona non abbiano loro stessi provveduto a finanziare tale moderna ma semplice tecnologia che avrebbe permesso di mettere al sicuro i loro clienti. Ecco una delle contraddizioni di un turismo di massa, costruito per potere ricavare il massimo di profitto riducendo al minimo i benefici economici che si lasciano nei paesi ospitanti. Un turismo che sfrutta le splendide risorse naturali senza curarsi di tutelarle e che non di rado dimentica che molti di questi “paradisi” si trovano in zone esposte ad alti rischi naturali dove si opera senza nessuna rete di prevenzione dei disastri.
Un modo di viaggiare già aspramente criticato da Papa Giovanni Paolo II due anni fa: i viaggi all inclusive, dove si mangia e si beve fino a scoppiare, si fanno docce in continuazione senza pensare alla penuria idrica, si producono rifiuti senza preoccuparsi dove verranno scaricati, non vi sono ricadute positive sulla comunità locali, un turismo che non crea insomma sviluppo economico per tutta la società, è un turismo che non si pone le domande che avrebbe il dovere di porsi, ma contribuisce a consolidare una cultura del consumismo e dello spreco.
A vedere le code di questi giorni negli aeroporti di Malpensa e Fiumicino di viaggiatori in partenza per le località colpite dal maremoto, che non si rassegnano a dover rinunciare al loro sospirato e “meritato” viaggio, vengono seri dubbi sull’integrità della nostra società. Qual è la convinzione che li spinge a voler andare a tutti i costi? Ritengono che il loro diritto al riposo e al divertimento prevalga anche laddove ancora si stanno contando i morti e i paesi sono in ginocchio con ben altre priorità che quelle di servirli? Il Ministero degli Esteri non dovrebbe limitarsi a “sconsigliare” le partenze, ma vietarle e basta. I voli disponibili per i paesi colpiti servono ora per portare aiuti, rimpatriare feriti, permettere che gli immigrati asiatici in Italia possano raggiungere i loro cari. L’industria turistica deve fare una seria riflessione sulla natura stessa del loro business. Non basta dire che ci si augura che tornino presto i turisti nei paesi colpiti dal maremoto perché c’è da rimettere in piede la loro economia. Bisogna che si interroghino sulle ragioni di fondo che impediscono che il turismo porti sviluppo in quei paesi, prima che viaggiare diventi definitivamente una corsa ad ostacoli dove la posta in gioco è la vita. Per il bene delle popolazioni dei paradisi turistici del Sud del mondo e anche per il bene di noi stessi.
* Associazione Italiana Turismo responsabile
La fame spinge ai saccheggi ad Aceh, la provincia ribelle dove adesso, assicura il governo, agenzie umanitarie e giornalisti possono entrare
Mercoledi’ 29 Dicembre 2004
Quella che è stata definita "una catastrofe senza precedenti" dalle Nazioni Unite, sembra conoscere a Sumatra il suo capitolo peggiore. Dopo un rimbalzo di cifre iniziato ieri mattina con le dichiarazioni del vice presidente Yusuf Kalla, le autorità indonesiane hanno messo ieri sera un punto sul numero: 27.174. Come possano aver contato così rapidamente e con tale precisione i morti resta un mistero, visto che, a seconda delle fonti citate, le agenzie riportavano ieri le cifre più disparate sull’emergenza ad Aceh, provincia settentrionale di Sumatra, dove la guerra è una costante da secoli e su cui si è abbattuta la catastrofe naturale peggiore della sua storia.
L’Associated Press riferiva ieri di una situazione ormai arrivata al livello di guardia soprattutto nella città di Meulaboh, forse la più importante della costa occidentale di Aceh e la più devastata dagli effetti del maremoto. Mancanza di viveri, alimenti, medicinali, acqua potabile. Case rase al suolo e assenza di comunicazioni con l’esterno. Secondo Purnomo Sidik, alto funzionario degli Affari sociali, il personale d’emergenza che ha raggiunto la città vi avrebbe trovato 10mila vittime. Altre 9mila sarebbero quelle stimate nella sola Banda Aceh, la capitale provinciale che si trova sulla punta estrema della grande isola indonesiana, e in altri paesi vicini. Le immagini di case demolite e spazzate come fuscelli fanno da contorno a racconti spaventosi secondo cui gli abitanti di Meulaboh e di altre città di Aceh si sarebbero ormai dati al saccheggio. “La persone che saccheggiano non sono diavoli, semplicemente sono affamati”, racconta un funzionario della locale Croce rossa, Irman Rachmat, di stanza nella capitale.
Lo scenario apocalittico descritto dalle agenzie può restituire solo una parte della realtà della provincia sotto sequestro militare dal maggio del 2003. Da allora, nelle zone dove è elevato il livello di conflitto con la guerriglia separatista del Gerakan Aceh Merdeka, osservatori stranieri e agenzie umanitarie non possono infatti prestare soccorso né verificare quanto accade. E a quanto è dato di sapere sono infatti i militari, aiutati da alcuni volontari civili, ad occuparsi delle principali operazioni di soccorso. Sarà abbastanza inevitabile che i nodi vengano al pettine nel momento in cui si tratterà di gestire gli aiuti predisposti dall’estero. E che, a questo punto si rendono, probabilmente indispensabili. Questa mattina per0’ il sito del Jakarta Post ha confermato che il governo fornira’ di lasciapassare giornalisti e organizzazioni umanitarie, una scelta anticipata dal governo gia’ lunedì. E in effetti a ieri sono arrivate le prime corrispondenze. Il problema e’ capire sin dove agenzie umanitarie e giornali potranno spingersi.
Nel frattempo, sul fronte della guerra non si registrano grosse novità. L’altro ieri il capo di Stato Maggiore dell’esercito indonesiano, Endriartono Sutarto, aveva lanciato la palla al Gam invitando la guerriglia a una tregua. Ma ieri il portavoce dell’organizzazione, che risiede in Svezia, ha buttato benzina sul fuoco: secondo Bakhtiar Abdullah, il Gam aveva dichiarato una tregua unilaterale già da domenica, giorno del cataclisma, “a dispetto del quale l’esercito ci ha teso alcune imboscate mortali. Noi siamo disposti a cooperare ma il regime indonesiano – ha aggiunto l’esponente della guerriglia - non pare voglia ancora lanciare un’operazione di soccorso su grande scala”. La partita torna dunque a bocce ferme e senza che il nuovo capo di stato Susilo Bambang Yudhoyono abbia fatto dichiarazioni in proposito. Il Gam, inoltre, accusa la "corruzione e la burocrazia" di Jakarta, che renderebbero difficili le operazioni di soccorso mentre il regime starebbe esigendo che fondi e aiuti “passino per le sue mani”. La situazione di conflitto tende dunque a esasperare le condizioni in cui possono lavorare gli operatori d’emergenza, soprattutto militari e quindi probabili target per la guerriglia.
Intanto una conferenza internazionale di donatori per affrontare la crisi provocata dall’ecatombe è stata auspicata dal commissario Ue allo sviluppo e gli aiuti umanitari, Louis Michel, che ieri ha confermato il via libera di 30 milioni di euro, quale ’’prima fase’’ degli interventi dei Venticinque nel continente asiatico. Quanti ne andranno, come e con che garanzie nell’Aceh?
Em. Gio.
Sri Lanka - 28.12.2004
Dopo l’onda anomala un nuovo allarme: le mine antiuomo che galleggiano nelle campagne
Fango, detriti, case distrutte, il maremoto ha portato con sè morte e distruzione. E un’altra piaga rischia di far diventare questo immane disastro in una tragedia ancora peggiore. La potenza devastante dell’acqua ha dissotterrato migliaia di mine antiuomo dalle campagne aggiungendo danno al danno. Secondo le prime informazioni l’ondata anomala avrebbe già provocato l’esplosione di un numero imprecisato di ordigni, e molti altri starebbero galleggiando pericolosamente nelle campagne allagate. Lo Sri Lanka è uno dei paesi più minati al mondo. La guerriglia che da anni contrappone due fazioni, le Tigri Tamil e i governi statali, utilizza queste armi da diverso tempo. E il governo non ha firmato il trattato per la messa al bando delle mine, anche se più volte ha sostenuto di "compiere passi avanti significativi per la messa al bando di questi ordigni". Le stime dello stesso governo parlano della presenza di circa un milione e mezzo di ordigni inesplosi.
Il disastro nel disastro. Senza controllo, le mine starebbero galleggiando pericolosamente nelle campagne. Di dimensioni molto piccole, questi ordigni hanno al mercato delle armi hanno un prezzo piuttosto basso. La loro pericolosità va oltre i conflitti, infatti colpiscono anche quando le guerre sono terminate. A farne le spese sono sempre più spesso i bambini che vedono in quell’oggetto trovato a terra un nuovo compagno di giochi, scoprendo solo dopo averlo preso in mano che è soltanto uno strumento di morte. Un quarto delle vittime delle mine antiuomo è costituita da bambini. Nel mondo solo nel 2003 sono morti a causa di quest’arma tremenda più di 8000 civili. Oltre ai danni materiali causati dallo Tsunami, adesso le autorità dello Sri Lanka dovranno fare i conti con i possibili danni causati dalle mine nelle regioni agricole rese inaccessibili e incoltivabili dagli ordigni.
La comunità internazionale ha già promesso quattrini e molti governi già si sono mossi mentre le organizzazioni umanitarie (di 5 milioni di euro l’appello della Croce rossa internazionale) stanno raccogliendo fondi. Chi però garantirà, in zona di guerra, che l’aiuto arrivi senza prendere la strada pelosa della mano governativa? Chi veglierà sull’utilizzo a fini politici interni del buon cuore internazionale?
Martedi’ 28 Dicembre 2004
Così come incerto è il bilancio delle vittime dello tsunami, così come è incerto il termine degli effetti di trascinamento delle ultime scosse, altrettanto incerta è l’entità dei danni all’economia di quelle che in parte sono le vecchie tigri dell’Asia – Malaysia, Thailandia – in parte tigrotti in difficoltà – l’Indonesia – in parte paesi in forte espansione, come l’India. Ognuno reagirà in modo diverso all’emergenza, ognuno cercherà di spartirsi la torta degli aiuti (per prima si è fatta subito avanti l’Unione europea con tre milioni di euro e la generosa Australia con il doppio), per tutti ci sarà, come spesso avviene durante le calamità naturali, la corsa per cercar di far fruttare in termini politici quello che per ora è soltanto un disastro dalle dimensioni bibliche. La Thailandia è il paese da cui provengono aggiornamenti in tempo reale sulla quantità delle vittime: una dimostrazione di efficienza per un paese ferito in più punti – il Sud alle prese con le turbolenze tra i pochi musulmani della monarchia buddista, il cuore dell’economia colpito come non altrove dalla febbre aviaria – e alle prese con imminenti elezioni. Gli aiuti per la ricostruzione sono spesso un banco di prova per i governi. In Italia la storia è lunga se si pensa al Vajont o al Belice. In Asia, tifoni e alluvioni sono mali ciclici e di solito ci si affida alla Provvidenza, che qui assume altri toni e altre più esotiche colorazioni, o a un certo fatalismo. Ma questa volta Thaksin Shinawatra, il roboante premier thai, si farà in quattro: reduce da una sconfitta politica (ha perso il governatorato di Bangkok) e alla vigilia delle elezioni generali del 2005 in cui cerca riconferma, dovrà dimostrare che è un premier efficiente ed efficace. Lo tsunami potrebbe forse far dimenticare tanti altri guai e costituire una carta buona per la tornata elettorale. Purché il governo agisca con tempestività elargendo quattrini e non solo promesse e gestendo con trasparenza gli aiuti dall’estero. Due paesi, i più colpiti, presentano invece aspetti molto delicati. Sri Lanka e Indonesia sono teatro di conflitti e proprio nelle aree colpite dal sisma: la costa orientale di Ceylon e la zona di Banda Aceh, Sumatra del Nord, in odore di secessione da secoli. Nello Sri Lanka zoppica un processo di pace tra i separatisti delle Tigri tamil e il governo di Colombo: negoziato difficile soprattutto per le rivalità interne tra il precedente premier, che la pace aveva firmato, e la presidente, l’inossidabile Chandrika Kumaratunga. A Sumatra è invece in corso una vera e propria guerra, con un apparato militare che vede impegnati almeno 30mila soldati dell’esercito indonesiano contro qualche migliaio di ribelli separatisti del Gerakan Aceh Merdeka. In entrambi i paesi, dopo il sisma, si sono sentiti echi pacifisti con un invito a ravvivare o a rivificare i processi negoziali. Ma se questo è un buon effetto (da veder se poi si trasformerà in realtà), le due situazioni presentano diverse ombre sulla possibile gestione degli aiuti. Specie a Sumatra. La comunità internazionale ha già promesso quattrini e molti governi già si sono mossi mentre le organizzazioni umanitarie (di 5 milioni di euro l’appello della Croce rossa internazionale) stanno raccogliendo fondi. Chi però garantirà, in zona di guerra, che l’aiuto arrivi senza prendere la strada pelosa della mano governativa? Chi veglierà sull’utilizzo a fini politici interni del buon cuore internazionale? In un altro paese, la Birmania, le ombre sono addirittura nebbia fitta. Rangoon tace anche se si suppone che il paese abbia sofferto. Come si comporterà la politica degli aiuti umanitari verso un paese che affama le minoranze, incarcera i Nobel e ha fatto della sua stessa Costituzione carta straccia? Le cose vanno diversamente in Malaysia, paese poco colpito ma dove il premier Badawi, da poco confermato sul suo scranno dal voto popolare, non ha certo bisogno di farsi bello con i soccorsi d’emergenza. Paese che aveva rapidamente risalito la china – scesa a rotta di collo per la crisi del ’97, l’effetto Sars e la febbre aviaria - la Malaysia aveva registrato nel 2004 un trend positivo nel turismo, che costituisce per Kuala Lumpur una risorsa importante. La mazzata è dura anche per i malaysiani, ma non è difficile credere che sapranno gestire aiuti e ricostruzione con un certo rigore. Più complesso il caso di India e Maldive. Quest’ultima è una realtà insulare dominata da un presidente padrone - Maumoon Abdul Gayoom - che ama tenere i sudditi sotto la minaccia della frusta. Il suo paese vive di turismo e lo tsunami è stato un vero disastro per un paese composto soprattutto da coste. Gli aiuti saranno una tentazione politica forte – e ne arriveranno anche su pressione delle agenzie turistiche internazionali - su cui sarà bene vigilare. L’India è invece una grande democrazia dove le opposizioni controllano e criticano ciò che fa il governo, vera garanzia sulle speculazioni da ricostruzione: i danni sono ingenti e incerto il numero dei dispersi, in un paese dove la mobilità è altissima, specie sulle coste dove la pesca prima e il turismo negli ultimi trent’anni, hanno richiamato grandi numeri. Molte tra queste persone inoltre, sono forse sfuggite ai difficili censimenti di questo grande paese. Ma la struttura dell’Unione è solida e c’è da aspettarsi, pur con tutte le sacrosante code polemiche proprie delle democrazie, che Delhi si muoverà in fretta. I grandi disastri, le grandi emergenze, sono altrettanto grandi occasioni per mettere alla prova governi e istituzioni. Non tutti i paesi dell’Asia ne usciranno bene. Tutti comunque ne usciranno male per quel che riguarda la risorsa turismo. Messa a dura prova dalla Sars, dalle emergenze terroristiche (una per tutte la strage di Bali del 2002) e poi dalla febbre aviaria, l’azienda turistica asiatica, che impiega in questo settore la metà della manodopera mondiale che lavora nel turismo, ha ricevuto domenica l’ennesimo colpo. E’ triste dirlo, ma sarà un’onda lunga.
martedì, 28 dicembre, 2004
Dopo la catastrofica distruzione della provincia indonesiana di Aceh a causa del maremoto, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede al governo indonesiano di porre finalmente termine alla lunga guerra civile e di fare quanto possibile per incentivare la ricostruzione della provincia. La catastrofe che ha colpito Aceh deve costituire un punto di partenza per la pace. Per 20 mesi l’esercito e la marina indonesiani hanno sistematicamente isolato Aceh dal resto del mondo. Da maggio 2003 la guerra ha fatto almeno 2.300 vittime solo tra gli abitanti di Aceh. La popolazione di questa provincia ricca di petrolio combatte dal 1976 con le armi per la propria autonomia. Finora la guerra civile ha mietuto almeno 12.000 vittime.
Secondo l’APM, il cessate il fuoco annunciato lunedì dal governo indonesiano costituisce un segnale positivo, ma va ricordato che le autorità indonesiane permetteranno ai volontari internazionali giunti per portare aiuti alla popolazione colpita dalla catastrofe ambientale di accedere alla regione solo a partire da mercoledì. Secondo l’APM, in questo modo si mette a rischio la vita di decine di migliaia di persone. In alcune città di Aceh, l’80% delle case e la maggior parte delle infrastrutture è stata distrutta e il pericolo di epidemie è altissimo. L’esercito e i volontari indonesiani non hanno sufficienti mezzi per affrontare appropriatamente le conseguenze della catastrofe. I volontari internazionali devono poter accedere alla regione quanto prima in modo da poter assicurare la sopravvivenza della popolazione civile.
Finora ad Aceh sono stati recuperati i corpi di 5.700 persone, ma secondo il vice-presidente indonesiano Jusuf Kalla il numero dei morti ad Aceh potrebbe aumentare fino a 25.000. Infatti, le informazioni che giungono dalla costa occidentale di Aceh, particolarmente vicina all’epicentro del terremoto, sono ancora molto scarse.
da Unimondo.org
Il devastante maremoto che ha colpito le zone dell’Asia Sud orientale, sta facendo riemergere situazioni di dittature, conflitti e tensioni in diversi Paesi della regione. In Myanmar la giunta militare sta tenendo la popolazione all’oscuro dell’ondata anomala che ha colpito, sebbene solo in parte, il Paese - comunica l’agenzia Misna. "Non sappiamo se sono state avviate delle operazioni di soccorso" - afferma una fonte tenuta anonima dall’agenzia di stampa. Secondo cifre ufficiali governative sarebbero 30 le vittime, mentre gli esuli in Thailandia sostengono che i morti sono una sessantina; fonti di stampa internazionali, invece, alzano il bilancio a 90 vittime. Nel Myanmar, popolato da 43 milioni di abitanti, si sono succeduti regimi militari dal 1962 e la giunta attualmente al potere a Yangon, il Consiglio di Stato per la pace e lo sviluppo, è guidata dal generale Than Shwe e dal neoprimo ministro, il generale Soe Win.
L’onda-tsunami che ha investito lo Sri Lanka ha portato in superficie le mine piazzate dai ribelli Tamil e ha sradicato i cartelli di allarme che ne segnalavano la presenza, minacciando le operazioni di soccorso - riportano operatori dell’Unicef. "Le mine hanno galleggiato nell’acqua e sono state portate lontano dai campi minati, così ora non sappiamo dove sono e i cartelli di avvertimento sono stati spazzati via o distrutti" - ha detto il direttore dell’Unicef in Sri Lanka, Ted Chaiban. Sono circa 1.5 milioni le mine piazzate dai ribelli Tigri del Tamil, che dal 1983 combattono per uno stato indipendente, Tamil Eelam, nel nord-est dello Sri Lanka.
Preoccupa anche la situazione in Aceh - sottolinea un comunicato della Cafod, l’Agenzia cattolica internazionale per lo sviluppo. Isolato per 20 mesi dall’esercito indonesiano dove la popolazione della provincia ricca di petrolio combatte dal 1976 per la propria autonomia in una guerra civile che ha mietuto almeno 12.000 vittime.
Secondo l’Associazione dei popoli minacciati, "il cessate il fuoco annunciato lunedì dal governo indonesiano costituisce un segnale positivo, ma va ricordato che le autorità indonesiane permetteranno ai volontari internazionali giunti per portare aiuti alla popolazione colpita dalla catastrofe ambientale di accedere alla regione solo a partire da mercoledì". Secondo l’APM, in questo modo si mette a rischio la vita di decine di migliaia di persone. In alcune città di Aceh, l’80% delle case e la maggior parte delle infrastrutture è stata distrutta e il pericolo di epidemie è altissimo. L’esercito e i volontari indonesiani non hanno sufficienti mezzi per affrontare appropriatamente le conseguenze della catastrofe. I volontari internazionali devono poter accedere alla regione quanto prima in modo da poter assicurare la sopravvivenza della popolazione civile. Finora ad Aceh sono stati recuperati i corpi di 5.700 persone, ma secondo il vice-presidente indonesiano Jusuf Kalla il numero dei morti ad Aceh potrebbe aumentare fino a 25.000. Infatti, le informazioni che giungono dalla costa occidentale di Aceh, particolarmente vicina all’epicentro del terremoto, sono ancora molto scarse. [GB]
di Paolo Manzo (p.manzo@vita.it)
28/12/2004
Nonostante l’immane disastro naturale che ha colpito il sudest asiatico, e in particolare l’Indonesia, le agenzie umanitarie non riescono a far arrivare gli aiuti ad Aceh per restrizioni imposte da Giacarta per combattere le milziie ribelli. L’imposizione della legge marziale si è resa necessaria nel maggio dello scorso anno per contrastare gli attacchi dei separatisti del Gam, il movimento di liberazione di Aceh. E a maggio di quest’anno è stato proclamato nella regione indonesiana lo stato di emergenza, ma per gli stranieri, in particolare per agenzie umanitarie e giornalisti, il territorio resta off limits, se non dietro consenso espresso delle autorità. Fajrul Falaakh, membro della Commissione Legge Nazionale (Khn), ha rivolto un appello al governo perchè ’’modifichi’’ lo stato di emergenza e permetta un rapido accesso degli aiuti umanitari. ’’Il governo - ha detto al ’Jakarta Post’ - deve annunciare con fermezza che gli aiuti stranieri possono entrare direttamente ad Aceh. L’entità della calamità è troppo grande perchè l’Indonesia possa gestirla da sola’’.
28.12.2004
«Oggi ho camminato tra i morti. Ci sono tanti morti, ho visto con i miei occhi mille, forse duemila cadaveri. Sono ovunque e puzzano terribilmente. È questo il primo problema da risolvere adesso». Monsignor Joseph Pradhan, vescovo di Surat Thani, ha seguito a ritroso il percorso dello tsunami nel sud della Thailandia. Oltre Phuket, con i turisti precipitati in un incubo. Lungo le coste che non hanno nomi famosi e dove interi villaggi di pescatori sono andati distrutti. «Una scuola elementare è scomparsa sotto l’onda. Dentro c’erano 120 bambini». A più di 48 ore dal terribile maremoto che ha colpito l’Asia sud orientale, non sono ancora stati fissati i contorni della tragedia, mentre si parla di quasi 60.000 morti, stime prudenti che qualcuno già spinge a 100.000. E altrettante potrebbero essere secondo l’Organizzazione mondiale della sanità le vittime di epidemie. Sale anche il numero dei turisti rimasti uccisi nel maremoto, sono oltre 130, ma di circa tremila non si sa più nulla, tra questi 100 italiani, altrettanti tedeschi, centinaia di americani e circa 1500 svedesi, che secondo il ministero degli esteri di Stoccolma «non saranno ritrovati vivi».
Nuovi fotogrammi si aggiungono ad una tragedia incalcolabile. Un treno intero è stato sbattuto come un fuscello dall’ondata dello tsunami a Hikkaduwa, in Sri Lanka: un odore tremendo sale dalle carrozze accartocciate, centinaia di corpi sono stati già recuperati e ammassati alla meglio in fosse comuni. A bordo c’erano forse 1000-1500 passeggeri, nessun sopravvissuto. Si lavora a mani nude, non ci sono mezzi pesanti, né gru, né ruspe, neppure cherosene per bruciare i cadaveri.
Un paesaggio da day after è quello che appare a Khao Lak in Thailandia, non lontano da Phuket, dove un albergo di tre piani della catena francese Sofitel è stato sbriciolato dall’urto della montagna d’acqua. Solo ieri sono arrivate le squadre di soccorso. Almeno 770 cadaveri sono stati recuperati negli hotel locali, tanti ancora nelle loro camere e nel ristorante, schiacciato dallo tsunami. Turisti per la maggioranza, francesi, tedeschi, molti scandinavi e - sembrerebbe - anche quattro italiani, oltre ai dipendenti locali che lavoravano nell’albergo. «Molti non hanno avuto nemmeno il tempo di capire che cosa li stava colpendo». I proprietari degli alberghi della zona non lasciano molte speranze sulla sorte dei dispersi, avanzano stime da brivido, parlano di 2500 vittime tra gli stranieri in vacanza nell’isola. Solo a Ko Phi Phi sono stati recuperati 300 corpi, ormai quasi irriconoscibili. «Mio figlio piange perché vuole sua madre - dice Bejkhajorn Saithong, mentre cerca tra le macerie dove affiorano resti umani -. Penso che sia qui. Ho riconosciuto la sua mano». Annientata anche una base dell’aviazione thailandese. Oltre 1500 le vittime accertate, ma il governo di Bagkok che ha decretato tre giorni di lutto nazionale, teme che il bilancio della tragedia potrà arrivare a molte migliaia di morti.
Ogni ora che passa aggiunge una nuova pagina d’orrore e disperazione. In Indonesia mille persone sono rimaste sepolte nel fango in un campo sportivo. «Ero in campo come arbitro - racconta Mahmud Azaf -. Mi sono salvato per volere di Dio, aggrappandomi ai rami di un albero. Ma qua sotto ho perso tre figli». Una sorte la sua condivisa da tante altre famiglie: i morti non si contano più, le ultime stime sono ormai numeri in libertà, nessuno riesce davvero a fotografare la portata della catastrofe. Per ora le vittime sono 27.000 ma si teme che possano arrivare a 100.000 nella sola Indonesia.
Anche l’India ha dovuto correggere al rialzo le cifre dei morti, che ormai sfiorano i 12.000. Bilancio anche qui provvisorio, solo ieri è stato possibile raggiungere alcune delle isole Andamane di cui da giorni non si aveva notizia. Showra contava 1500 residenti prima della devastante ondata, ieri i soccorritori ne hanno trovati in vita non più di 500. E non si sa nulla di almeno due altre isole, dove vivevano 7000 persone, con le quali non è stata ancora possibile stabilire nessun tipo di contatto. Si teme il peggio, perché le Andamane sono terre basse. Finora nel solo arcipelago si contano settemila morti, molte vittime tra le tribù locali, ma sono tanti i dispersi. «Crediamo che il 20 per cento della popolazione di Car Nicobar sia rimasto ucciso», dice il capo dell’amministrazione della regione, Puneel Goel. Il 20% di 30.000 forse 45.000 persone, una nuova ecatombe ancora da accertare.
«Cadaveri galleggiano lungo tutta la costa», dice il ministro della sicurezza sociale cingalese, Sumedha Jayasena, secondo il quale almeno 25.000 corpi sono ancora da recpurerare nell’acqua. «Non sappiamo cosa fare». Si sa ancora meno che fare dei corpi degli stranieri, dei quali non si riesce a stabilire l’identità. In Thailandia vengono raccolti nei templi buddisti, nei corridoi degli ospedali, ma la situazione è insostenibile. Bangkok ha chiesto all’Onu l’invio di medici legali, body bags, formalina e celle frigorifere, per dare modo di identificare le vittime. Si cerca di fare il possibile, per i morti come per i vivi. «È stato incredibile. Si sono tolti i vestiti di dosso per ricoprirci», è il racconto, simile a tanti altri, di un turista tedesco, Jorg Dietrichs, sfuggito all’ondata a Khao Lak e soccorso da una famiglia del posto. Una generosità che Jorg spera sia almeno ripagata dagli aiuti internazionali.
28 Dec 2004
Il bilancio del maremoto che ha investito parte dell’Asia meridionale e del Sudest asiatico potrebbe essere tra le 30 e 50mila vittime ed è destinato a crescere. Centinaia i dispersi tra i turisti italiani tra cui solo in Thailandia si registrano 13 vittime. Due ore dopo il sisma, onde di oltre dieci metri d’altezza sommergono isole e chilometri di coste in India, Sri Lanka, Indonesia, ma anche Malaysia, Tailandia e Maldive. I danni in Asia sono incalcolabili. Le onde hanno spazzato via interi villaggi: quelli dei pescatori, e quelli dei vacanzieri. La corsa della solidarietà internazionale è già iniziata: la Commissione europea ha sbloccato 3 milioni di euro per i primi soccorsi. In arrivo aiuti anche da Onu, Stati Uniti e numerose organizzazioni umanitarie
Sono già sul posto équipe specializzate nella valutazione dei danni e nel coordinamento degli interventi. Lo Sri Lanka, che appare come il paese piú devastato, ha mosso un appello affinché i medici locali residenti all’estero ritornino in patria per far fronte all’emergenza.
Da parte di Medici Senza Frontiere è stato completato l’invio di un aereo cargo con 32 tonnellate di medicine e materiale medico per soccorrere tra le 30.000 e le 40.000 persone nel nord di Sumatra, la regione più vicina all’epicentro del terremoto.
Dieci operatori del pool d’emergenza di MSF sono stati già mobilitati per valutare i bisogni in India, Malesia, Indonesia, Sri Lanka. Msf ha offerto il suo aiuto alle autorità indonesiane per assistere la popolazione nella zona nord dell’isola di Sumatra. Due persone sono in stand-by per valutare la situazione. Un altro team di quattro persone è pronto a raggiungerli in 24 ore. Per sostenere le azioni di soccorso per le popolazioni colpite dal maremoto, Msf ha lanciato una campagna di raccolta fondi straordinaria per raccogliere almeno 1,5milioni di euro per avviare i primi soccorsi.
Anche Save the Children ha lanciato un appello di raccolta fondi presso il conto di Banca Etica.
Il Comitato Italiano per l’UNICEF lancia un appello ai cittadini e ai media italiani perché, al di là della evidente preoccupazione per i nostri connazionali in vacanza, si mobilitino immediatamente aiuti per i bambini e le famiglie povere dei paesi colpiti, vittime di questa catastrofe naturale.
La Chiesa italiana ha stanziato tre milioni di euro dai fondi derivanti dall’otto per mille, per far fronte alle prime esigenze delle popolazioni colpite e chiede alle comunita’ locali di sensibilizzarsi per iniziative di solidarieta’. Inoltre viene indetta una raccolta nazionale, affidata alla Caritas italiana. La rete Caritas internazionale sta gia’ intervenendo per accompagnare il difficile lavoro che le chiese locali stanno svolgendo a favore delle popolazioni colpite.
La federazione internazionale della Croce Rossa chiede un aiuto di 7,5 milioni di franchi svizzeri per assistere 500.000 persone. Per ora un milione di franchi è stato donato dalla Federation’s Disaster Relief Emergency Fund che serviranno per inviare medicinali e alimenti.
Dal portale sul sud-est Asia di Oneworld.net si apprende che in Sri Lanka, il paese più colpito dal maremoto, si è attivata una rete di volontari animata dal Sarvodaya che sta operando in tutti i distretti dell’isola.
Tra le richieste del movimento del Sarvodaya “non ci sono soltanto i bisogni immediati ma anche come sopperire all’acqua, alle malattie, reperire alimenti e posti in cui alloggiare la gente in vista della ricostruzione”.
Fonte: Sarvodaya Shramadana Movement of Sri Lanka
redazione@reporterassociati.org
da ReporterAssociati
FONTE FARNESINA
Quattro i numeri telefonici da chiamare per chiedere informazioni sugli italiani che potrebbero trovarsi nelle regioni colpite:
06-36915551
06-36915552
06-36225
06-491115
Asia e Africa
Guida all’emergenza: telefoni e fax delle ambasciate italiane e delle autorità locali
27 Dec 2004
Abbiamo deciso di pubblicare una "guida" alla consultazione rapida dei numeri telefonici e fax delle ambasciate italiane, delle istituzioni e delle autorità nazionali dei paesi colpiti dal terribile sisma e dal sucessivo maremoto che ha devastato ieri la regione del sud-est asiatico e le coste africane. La mancanza di un flusso di informazioni sicure, e dirette a rassicurare quanti hanno amici o familiari nelle regioni colpite ci ha spinto a preparare questa guida (consultabile all’interno). Basti pensare che ancora adesso il sito web dell’Ambasciata italiana di Bangkok non riporta neppure un avviso o informazione di quanto accaduto lungo le coste thailandesi dove si contano numerose vittime italiane. Nè alcuna indicazione pratica per gli italiani che ancora si trovano nel paese per ricevere assistenza.
Le Ambasciate italiane nei paesi colpiti, in ordine alfabetico.
(Di seguito alla "Guida alle Ambasciate" le indicazioni per contattare le istituzioni locali dei paesi colpiti e la possibilità di consultare i giornali nazionali che riportano informazioni in continuo aggiornamento).
AMBASCIATE
INDIA
NEW DELHI- Ambasciata d’Italia Amb. Antonio Armellini Indirizzo: 50-E, Chandra Gupta Marg Chanakyapuri - N.D. 110021 Tel: 009111 26114355 Fax: 26873889 Homepage: www.italembdelhi.com E-mail: italemb@del3.vsnl.net.in
CONSOLATI ITALIANI IN INDIA
CALCUTTA (BENGALA OCCIDENTALE)
Consolato Generale Cons. Gen. Agostino Pinna Indirizzo: 3, Raja Santosh Road - Calcutta 700027 Tel: 009133 24792414, 24792426 Fax: 24793892 E-mail: italy@cal2.vsnl.net.in
MUMBAI
Consolato Generale Cons. Gen. Giuseppe Zaccagnino Indirizzo: "Kanchanjunga" - 72, Dr. G. Deshmukh - Mumbai 400026 Tel: 009122 23804071 (4 linee) Fax: 23874074 Homepage: www.italianconsulatemumbai.com
CHENNAI (EX MADRAS)
Vice Consolato Onorario Indirizzo: c/o Ashok Leyland Linited - 19, Rajaji Salai - Madras 600001 Tel: 009144 5341110 Fax: 5341136 E-mail: rjs@alc.rpgms.vsnl.net.in
PANJIM
Vice Consolato Onorario V. Cons. On. Antonio Dal Negro Indirizzo: Guala Closures (India) PVT. LTD D-1 Sesa Ghor - Patto Panjim Goa 403001 Tel: 0091832 230697/8, 231735 Fax: 229907 E-mail: gualaclosures@vsnl.com
INDONESIA
JAKARTA (GIAVA)
Ambasciata d’Italia Amb. Francesco Maria Greco Indirizzo: Jalan Diponegoro, 45 Tel: 006221 31937445, 31923490 Fax: 31937422 Homepage: www.italambjkt.or.id E-mail: embitaly@italambjkt.or.id
CONSOLATI ITALIANI INDONESIA
DENPASAR (ISOLA DI BALI)
Vice Consolato Onorario V. Cons. On. Giuseppe Confessa Indirizzo: Jl. Bypass Ngurah Rai - Gedung Asia Lotus Tour, Jimbaran - Bali Tel: 0062361 701005 Fax: 701005 Homepage: www.italconsbali.org E-mail: italconsbali@italconsbali.org
YOGYAKARTA
Vice Consolato Onorario V. Cons. On. Dominique Dolly Warf Tommasi Indirizzo: Hotel Hyatt Regency - Jl. Palagan Tentara Pelajar Tel: 0062274 867123 (interno 234)
KENYA
NAIROBI
Ambasciata d’Italia Amb. Carlo Calia Indirizzo: International House, Mama Ngina Street - P.O. Box 30107 Tel: 00254 20 247750, 247755, 247696 Fax: 247086 Homepage: www.ceemail.com/italembassy.html E-mail: italdipl@ambnair.org
CONSOLATI ITALIANI KENYA
MALINDI
Consolato Onorario Cons. On. Roberto Macrì Indirizzo: Lamu Road (Post Office area), Mulla Building, P.O. Box 704 - Malindi Tel: 00254 42 31170, 20502 Fax: 20740 E-mail: eltome@swiftmalindi.com
MOMBASA
Consolato Onorario Cons. On. Tommaso Castellano Indirizzo: Canon Tower New Wing 6th Floor - Mombasa Tel: 00254 41 312626, 223446 Fax: 311192 E-mail: castellano@oceanfreight.co.ke
MALAYSIA
KUALA LUMPUR
Ambasciata d’Italia Amb. Anacleto Felicani Indirizzo: 99, Jalan U Thant - 55000 Kuala Lumpur Tel: 00603 42565122, 42565228 Fax: 42573199 e 42563242 Homepage: www.italy-embassy.org.my E-mail: embassyit@italy-embassy.org.my
MALDIVE
Sede di accreditamento capo missione in Colombo (Sri Lanka) MALÉ - Agenzia consolare onoraria Cons. On. Bandhu Ibrahim Saleem Indirizzo: 20.04 H. JAZEERA, BODUTHAKURUFAAMU MAGU - Malé Tel: 00960 440088 (provvisorio) Fax: 446688 (provvisorio) E-mail: honconsital@dhivehinet.net.mv
MAURITIUS
Sede di accreditamento capo missione in Pretoria (Sud Africa) Cons. On. Giovanni Domenico Gamba Indirizzo: Port Louis - Consolato onorario Roger’s House, 5 President John Kennedy Street - Port Louis Tel: 00230 2087700 Fax: 2088331
MYANMAR
YANGON
Ambasciata d’Italia Amb. Raffaele Miniero Indirizzo: 3, Inya Myaing Road, Golden Valley Tel: 00951 527100/1 Tel.satellitare 00873 761.888.552 Fax: Fax 514565 Fax satellitare 00873 761.888.554 Homepage: www.embassyofitaly-yangon.org E-mail: ambitaly@ambitaly.net.mm
SOMALIA
MOGADISCIO
Delegazione Diplomatica Speciale Indirizzo: Riverside Park Estate, Naivasha 2 - Chiromo Road - Nairobi Tel: 002542 4446578, 4448266 Fax: 4444564 E-mail: itdelsom@itdelsom.org
SRI LANKA
COLOMBO
Ambasciata d’Italia Amb. Salvatore Zotta Indirizzo: 55, Jawatta Road - Colombo 5 Tel: 00941 12588388, 12508418 Fax: 12588622 Homepage: http://sedi.esteri.it/colombo E-mail: ambasciata.colombo@esteri.it
TANZANIA
DAR ES SALAAM
Ambasciata d’Italia Amb. Griccioli Marcello Indirizzo: Upanga - 316, Lugalo Road - P.O.Box 2106 Tel: 00255 22 - 2115935/6, 2123010/1 Fax: 00255 22 2115938 Homepage: www.italdipldar.org E-mail: segreteria@italdipldar.org
THAILANDIA
BANGKOK
Ambasciata d’Italia Amb. Stefano Starace Janfolla Indirizzo: 399, Nang Linchee Road, Thungmahamek, Yannawa - Bangkok 10120 Tel: 00662 2854090/1/2/3 Fax: 2854793 Homepage: www.ambasciatabangkok.org E-mail: ambbang@samart.co.th
Per conoscere tutti gli indirizzi e i numeri telefonici istituzionali delle autorità politiche, sanitarie e amminisrative di tutti i paesi del mondo, e quindi anche dei paesi coinvolti dal sisma di ieri, cliccare su:
http://www.gksoft.com/govt/en/world.html (La consultazione è "deduttiva" e immediata: i paesi del mondo sono ricercabili in ordine alfabetico).
Per conoscere le informazioni in continuo aggiornamento dalle aree di crisi è possibile consultare i media on.line, i quotidiani e periodici locali. "Edicola internazionale" http://www.reporterassociati.org/in... (Sulla colonna di destra del sito web. La consultazione anche quì è immediata: per trovare il giornale del paese che interessa cliccare sul continente interessato e poi sciegliere la Nazione).
redazione@reporterassociati.org
Da stasera (30 dicembre 2004) alle 20.00 nuovo numero verde della Farnesina:
800066808
Numero verde per segnalare contatti
ricevuti da persone indicate come disperse
Phuket, 27 dicembre 2004
I cooperanti di Tdh Italia si sono recati oggi a verificare la situazione nella zona di intervento del progetto. Tutta la zona costiera è distrutta. I villaggi sono devastati, l’acqua ha sfondato porte e vetri, abbattuto muretti di cinta, in alcuni casi anche le case in muratura sono crollate. Ci sono detriti ovunque e di ogni tipo, elettrodomestici, oggetti, vestiti, pesci morti, tutto ricoperto da una melma densa di alghe, sabbia e terra. La gente è in preda al panico. Il mare continua a comportarsi in maniera strana, ogni tanto si ritira, come a prendere la rincorsa per un’altra ondata spaventosa, oppure in lontananza sembra di vedere una striscia più scura e minacciosa. La gente non distoglie lo sguardo dall’orizzonte e parte in fuga ad ogni segno che possa ricordare i terribili momenti di ieri. Ci sono molti che cercano i propri cari, altri che purtroppo li hanno già trovati. La Marine Station del Dipartimento di Pesca, dove Terre des hommes Italia ha il proprio ufficio e dove ci sono le casette che ospitano lo staff, è a poche centinaia di metri dal mare, divisa dalla spiaggia e da un piccolo fiume. Ieri era domenica e alcuni dei nostri stavano organizzando la giornata. Panyo ha sentito uno strano rumore e ha dato un’occhiata fuori. Ha visto l’onda che era già arrivata all’altezza del ponte sul fiume, ha dato l’allarme, sono saliti sul motorino e sono fuggiti appena in tempo. L’ufficio è distrutto, l’acqua ha sfondato le porte, le finestre, la fotocopiatrice l’abbiamo trovata nei bagni dell’edificio a fianco, tutto quello che non è stato portato via è ricoperto da alghe e fango. Il coordinatore locale, Suchat Sangchan, era invece in missione di lavoro, a raccogliere informazioni sulle attività di pesca nella zona di Satun, a sud di Phuket. Era in mare, su una barca di pescatori quando è arrivata la prima onda. Miracolosamente sono riusciti ad arrivare su un isola e a mettersi in salvo, ma purtroppo le altre due barche che erano con loro sono affondate. Molte altre barche erano in mare, moltissimi sono i dispersi. Suchat è ancora sotto shock.
Per quanto riguarda i villaggi in cui lavoriamo non abbiamo avuto notizie di vittime a Yan Saba, Klong Kian, Haad Sai Pleuk Hoi, Hin Rom, Ao Makham, Klong Sai, Ti Tei, Chao Khrua, Sam Chong, Ko Klang. Qualche pescatore purtroppo è disperso e i danni sono ingenti. Mancano ancora notizie certe dai tre villaggi della provincia di Krabi, Khao Tong, Tha Lain, Tha Thong Lang, che sembra sia stata colpita in maniera più violenta.
Tutte le attrezzature di pesca sono distrutte, barche, reti, gabbie per l’allevamento. L’ambiente marino è sconvolto. Gli abitanti dei villaggi hanno perso ogni cosa. L’impatto che avrà questo disastro sull’economia costiera non è ancora misurabile, ma si può prevederne la magnitudo, in Tailandia, così come in tutta la regione colpita dal maremoto.
Tutta la microeconomia e l’indotto del turismo è in ginocchio. I piccoli commercianti, i pescatori artigianali, i piccoli ristoratori hanno perso ogni cosa. L’alta stagione turistica è finita con tre mesi di anticipo.
Terre des hommes Italia dovrà nei prossimi giorni rivedere tutta la sua strategia di intervento nell’area, e dal ’potenziamento e riqualificazione’ bisognerà passare alla ’riabilitazione e riattivazione’.
Grazie per la disponibilità. Ci scusiamo per il ritardo nella pubblicazione e risposta ma problemi tecnici ci hanno impedito.
IL NOSTRO IMPEGNO NON CI PERMETTE DI AFFIANCARE ALLA SEGNALAZIONE DI ALCUNI STRUMENTI PER I SOCCORSI E GLI AIUTI UN IMPEGNO PIU’ SPECIFICO IN ASSISTENZA ALLE EVENTUALI DISPONIBILITA’.
Quindi suggeriamo a Monica (che dispone di reti da pesca da inviare a Phuket) e a quanti abbiano concrete soluzioni e aiuti da proporre di ricorrere a un’azione diretta: di seguito risegnaliamo i links utili. Entrate nei siti, cercate e telefonate o scrivete. Anche nella "sezione dispersi" sono presenti links a forum dove è possibile fare segnalazioni.
progetti ONG e Enti in azione sui soccorsi e gli aiuti:
http://www.forumdelteatro.org/artic...
richiesta di aiuto, parenti e amici riconoscimento vittime
http://www.forumdelteatro.org/artic...
Vi consigliamo comunque di parlare direttamente a ONG e Enti, loro sapranno darvi certo indicazioni utili.
buona solidarietà a tutt*
la redazione
12-01-2005 21.50