
04.02 pagina dedicata a Giuliana Sgrena, rapita oggi in Iraq fdt.org
2.03 IRAQ: DOPO LE ELEZIONI - Parte Prima
di Ornella Sangiovanni
7.03 IRAQ: DOPO LE ELEZIONI - Parte Seconda
di Ornella Sangiovanni
25.03 IRAQ: DOPO LE ELEZIONI - Parte Terza
di Ornella Sangiovanni
28.03 IRAQ: DOPO LE ELEZIONI - Parte Quarta
di Ornella Sangiovanni
13.02 I RISULTATI DEFINITIVI
materiali da OSSERVATORIO IRAQ
30 gennaio 2005
IL VOTO IN DIRETTA
da Repubblica.it
31 gennaio 2005
IL VOTO IN DIRETTA
da Repubblica.it
Chi sta al gioco ... e chi non ci sta
da OSSERVATORIO IRAQ
I° PARTE
di Nimrod Raphaeli *
226 partiti e gruppi sono stati ammessi, dall’Alta Commissione Elettorale, a partecipare all’elezione del 2005 dell’Assemblea Nazionale Provvisoria, che conterà 275 membri. L’Assemblea Nazionale esprimerà un nuovo governo e preparerà una nuova costituzione, dopo di che verrà sciolta per dar vita a un nuovo parlamento che sarà eletto successivamente alla promulgazione della nuova costituzione. Aspetti legali delle elezioni: le elezioni irachene sono regolate dalla Legge n. 92 emessa dall’Autorità Provvisoria di Coalizione (CPA) il 31 maggio 2004, che ha fissato per il 31 dicembre 2004, e non oltre il 30 gennaio 2005, il termine ultimo per lo svolgimento della consultazione elettorale nazionale.
La legge elettorale prevede alcune importanti disposizioni:
L’Iraq sarà considerato un’unica zona elettorale.
Il sistema elettorale è quello della rappresentanza proporzionale (il numero di seggi per ogni partito o coalizione in lizza sarà proporzionale al numero totale di voti ricevuti in tutto il paese).
Nessuna lista dovrà avere meno di 12 candidati e non più di 245.
Il 25% dei seggi dovrà andare a donne.
Il Professor dott. Haydar Adham al-Ta’i, sul quotidiano iracheno al-Mada, ha illustrato i vantaggi e gli svantaggi del sistema proporzionale.
Fra i vantaggi:
(a) gli iracheni in esilio possono votare all’estero senza doversi presentare in unparticolaredistretto elettorale;
(b) partiti piccoli e minoranze possono competere contro partiti più grandi.
Il maggiore svantaggio consiste nel fatto che la frammentazione di voti fra così tante liste elettorali potrebbe portare a instabilità politica.
I contrari al proporzionale sostengono che questo sistema potrebbe negare a una grande città come Mosul la rappresentanza dovuta, nel caso che motivi di sicurezza o altri problemi dovessero impedire di votare a un gran numero di cittadini. I contrari preferirebbero vedere i seggi all’assemblea nazionale assegnati ai distretti elettorali più importanti secondo l’ampiezza della popolazione, da calcolarsi in base ai tagliandi delle razioni alimentari.
Altrimenti, un’alta percentuale nelle province "sicure" farebbe pendere la bilancia a svantaggio di province "variabili", come quelle del triangolo sannita, dove è probabile che il voto sia limitato. Tuttavia, un commentatore ha proposto che gli elettori del triangolo sunnita non ricevano compensi se si astengono dal voto. E ha aggiunto intenzionalmente che i sunniti non sono riusciti ad adattarsi alla realtà post-Saddam, che sono stati pesantemente sconfitti a Falluja e che perciò hanno perso il loro potere di "pressione e di ricatto".
Contrari alle elezioni alla data fissata
Molti di quelli che si oppongono al sistema proporzionale sono anche contrari a che si tengano elezioni alla data fissata. E’ comprensibile che coloro che vennero emarginati sotto il regime di Saddam, ossia gli sciiti e i curdi, siano oggi i più entusiasti sostenitori del mantenimento della data fissata per le elezioni, mentre coloro che stanno per perdere lo status sperequato goduto nell’era Saddam (i sunniti) sono quelli che più premono per un rinvio.
Nessuno, fra gli oppositori allo svolgimento delle elezioni, è più minaccioso del gruppo islamista noto come Jaysh Ansar al-Sunna (l’Esercito dei fedeli della Sunna), la cui opposizione trova le sue radici più profonde in un’interpretazione islamista del Corano. In una circolare sul loro sito Internet, l’Ansar al-Sunna sostiene che in un paese musulmano qualunque governo che non applichi fedelmente la Shari’a (legge islamica) è da considerarsi infedele. Esorta i fedeli a star lontano dai seggi elettorali e avverte che i mujahiddin assalteranno con la forza i seggi.
Lakhdhar al-Ibrahimi, il funzionario ONU che ha negoziato la transizione dal CPA al governo provvisorio, ha aggiunto il suo parere "privato" per rimandare le elezioni, poiché non si possono tenere "nelle attuali circostanze". [6] Tuttavia al-Ibrahimi, che è un musulmano sunnita, è stato accusato di parzialità dagli sciiti iracheni. Il recente matrimonio della figlia di al-Ibrahimi con il fratello del re Abdullah, che ha strombazzato l’avvertimento di Washington su una presunta Mezzaluna iraniana che comprenderebbe Iran, Iraq, Libano e Siria, può aver sollevato dubbi sulla sua neutralità.
Segnali contrastanti da personalità irachene
Segnali diversi e spesso contraddittori da parte di alti esponenti iracheni sulla data fissata per le elezioni possono aver favorito i sostenitori del rinvio. Nel corso della visita a Bush, il presidente iracheno Ghazi al-Yawer ha dichiarato che le elezioni si terranno alla data stabilita. Il primo ministro ad interim, Ayad Allawi, ha dichiarato il suo impegno a tenere le elezioni come stabilito, ma ha aggiunto l’avvertimento che se il popolo iracheno ha un’opinione diversa "deve far pressione sul governo" per rimandare le elezioni. Un paio di settimane prima, il partito di Allawi, l’Accordo Nazionale (al-Wifaq al-Watani), si è unito a un gruppo di 18 altri partiti politici che chiedono il rinvio di sei mesi delle elezioni.
Anche il ministro della Giustizia Malik Dohan al-Hassan ha chiesto un rinvio fino a quando le attuali condizioni di sicurezza non siano migliorate e ha avvertito che tenere le elezioni alla data fissata potrebbe innescare una guerra civile. Il ministro della Difesa Hazim al-Sha’lan ha detto categoricamente al quotidiano londinese Al Sharq Al Awsat di non avere progetti per garantire la necessaria sicurezza ai candidati e agli elettori, perché gli iracheni "non sanno chi è il candidato e chi è l’elettore". Nel frattempo, il ministro per la Sicurezza nazionale Kassim Daoud ha dichiarato che nessuno ha l’autorità per rimandare le elezioni.
E questo forse rappresenta la verità fondamentale, perché la Risoluzione n.1546 (2004) del Consiglio di Sicurezza, che ha costituito il governo ad interim, ha anche fissato la data delle elezioni. Un cambio pertanto richiederebbe una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza, che è improbabile venga approvata, dato l’impegno degli Usa per la data del 30 gennaio.
Allawi ha avanzato una nuova proposta: le elezioni si potrebbero tenere su un periodo di 15 o 20 giorni per garantire la sicurezza dei seggi e proteggere dagli attacchi terroristici la gente in coda per votare. Questa particolare proposta ha trovato eco favorevole fra i partiti politici iracheni e da parte dell’Alta Commissione Elettorale. Oltre all’aspetto sicurezza, un periodo elettorale allungato spingerebbe al voto un maggior numero di persone e darebbe ai risultati maggiore validità. Il ministro degli Interni, che avrà un ruolo determinante nella preparazione della registrazione degli elettori e nella gestione del processo elettorale, si è detto favorevole all’idea di un periodo elettorale allargato.
Questo stato di confusione e incertezza può davvero riflettere l’instabile situazione di sicurezza, ma può anche riflettere le manovre dei vari politici per conquistare voti in un paese dove la stragrande maggioranza dei cittadini non ha mai espresso un voto in una libera elezione. In aggiunta, esiste in realtà il rischio da non sottovalutare che capitribù e Imam di moschee guidino i loro seguaci a votare en masse in maniera prevedibile.
Il ruolo dell’Ayatollah al Sistani
Durante tutto il processo di transizione politica dall’Autorità Provvisoria della Coalizione al Governo ad interim, il Grande Ayatollah Ali al Sistani, la figura religiosa sciita più importante e influente in Iraq, ha sempre sostenuto con grande convinzione che libere elezioni in tutto il paese sono l’unico modo per ridare legittimità al governo iracheno e mettere fine all’occupazione.
L’introduzione in Iraq della rappresentanza proporzionale, come metodo elettorale, ha offerto all’Ayatollah al Sistani l’opportunità per creare una lista nazionale di candidati dalla base ampia ma non del tutto settaria. Con l’aiuto di un comitato composto da sei eminenti personaggi, fra i quali il suo presidente, il dott. Hussein al Shahrestani - uno scienziato nucleare imprigionato dal regime per essersi rifiutato di cooperare ai programmi di armamento di Saddam - è stata presentata all’Alta Commissione per le Elezioni una lista chiamata "Alleanza Irachena Unita".
Nell’arco di due mesi la commissione, consultatasi regolarmente con al Sistani, ha messo insieme una lista nazionale di 228 candidati che comprende i maggiori partiti politici sciiti come il Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica in Iraq (SCIRI) e il Partito al-Da’wa, al fianco di rappresentanti di gruppi curdi, sunniti, turcomanni e cristiani. Della lista fa parte anche un movimento che si chiama il Consiglio Politico Sciita, comprendente 38 fra gruppi e partiti messi insieme dal Dr. Ahmad Chalabi, il leader del Congresso Nazionale Iracheno. Vi hanno aderito anche elementi della tribù Shammar, la più grande del nord del paese e quella a cui appartiene il Presidente ad interim al Yawer, sebbene quest’ultimo abbia costituito un’altra lista per conto suo. Al Shahrestani ha più volte dichiarato che la lista non è sciita ma nazionale.
A differenza dei leader religiosi sciiti iraniani, al Sistani è sempre stato consapevole e attento alla struttura etnica, religiosa e culturale della società irachena. Non ha mai detto nulla né compiuto alcuna azione che potesse far pensare a un suo tentativo di condurre l’Iraq verso un’autocrazia di tipo iraniano. Anzi, viene citata una sua affermazione secondo la quale egli non avrebbe nulla da obiettare se un cristiano venisse eletto presidente dell’Iraq purché abbia i requisiti necessari.
Della lista di Al Sistani non fanno parte Muqtada al Sadr o alcuni dei suoi seguaci. Inizialmente si diceva che al Sadr appoggiasse la lista unificata e i suoi seguaci ne fossero esclusi solo perché non si erano iscritti come partito politico. Ma il 10 dicembre, il giorno dopo la presentazione della lista, al
Sadr ha denunciato le elezioni nel suo sermone del venerdì accusandole di contribuire alla divisione etnica. È inoltre corsa voce che egli appoggi una lista "indipendente". Dato il carattere assai mutevole di al Sadr nulla di ciò che dirà o farà, prima o dopo le elezioni, dovrebbe stupire più di tanto.
L’appello religioso
A Najaf, per portare gli elettori alle urne, si è mobilitata la Hawza sciita. La seconda figura sciita più importante, il Grande Ayatollah Muhammad al Ya’qoubi, ha emesso una fatwa (editto religioso) che equipara l’atto di votare a due fra i dogmi più significativi dell’Islam: la preghiera e il digiuno. Mentre questi due dogmi sono obblighi individuali, il voto, ha sottolineato Al Ya’qoubi, ha a che fare con "il destino della nazione". Egli ha lanciato un appello a tutti gli iracheni, dentro e fuori dall’Iraq, perché partecipino alle elezioni e ne garantiscano l’integrità. Al Sistani ha aggiunto che astenersi dal voto "è un tradimento contro la nazione". Ha anche avvertito che un rinvio delle elezioni equivarrebbe a subordinare l’interesse della maggioranza (ovvero gli sciiti) a quelli della minoranza. E che la pazienza della maggioranza non è infinita.
Anche per le strade di Baghdad sono affissi grandi cartelloni che invitano i cittadini a votare. Uno di essi cita al Sistani: "Il tuo voto vale oro e anche più". Al Sistani ha annunciato che sarà il primo iracheno a recarsi a votare il 30 gennaio per incoraggiare gli altri suoi connazionali a fare altrettanto.
Il ruolo dei sunniti
Coloro che sono a favore di un rinvio delle elezioni sostengono che senza la partecipazione dei sunniti le votazioni perderebbero almeno parte della loro legittimità. Sebbene sia vero che alcuni esponenti religiosi sunniti abbiano chiesto il boicottaggio delle elezioni, la comunità sunnita non è un gruppo monolitico e non è assolutamente certo che i sunniti non si recheranno a votare. Anzi, vi sono segnali in senso contrario. Innanzitutto il presidente ad interim Ghazi al Yawer è sunnita e sta mettendo insieme una lista di sostenitori, tra i quali i membri della sua tribù Shammar, per partecipare alle elezioni. Vi è un gruppo intorno al vecchio politico sunnita Adnan al Pachachi che, dopo aver minacciato di boicottare le elezioni, ha deciso di prendervi parte.
Allo stesso modo, il Partito Islamico Iracheno ha annunciato che parteciperà alle elezioni. Esiste anche una lista di candidati presentata da Sherif Ali bin Hussein,pretendente al tronoiracheno, che è sunnita. In un intervista, Sherif Ali ha sottolineato l’importanza di partecipare alle elezioni per impedire che "alcune parti monopolizzino la scena politica". Sono inoltre presenti alcuni candidati sunniti nella lista sponsorizzata dall’Ayatollah al Sistani. Quindi, sebbene sia possibile che i sunniti finiranno con l’essere sotto rappresentati nella nuova Assemblea Nazionale, non è assolutamente detto che non avranno una forte presenza. I sunniti devono comunque rassegnarsi alla nuova realtà che non li vedrà più come gli unici governanti dell’Iraq.
Un’evoluzione dell’ultimo minuto nella loro posizione potrebbe indicare un qualche ammorbidimento nell’atteggiamento dei sunniti verso lo svolgimento delle elezioni. Sebbene l’Associazione dei Religiosi Musulmani, la più importante organizzazione religiosa sunnita in Iraq, continui a opporsi al timing delle elezioni, il suo portavoce, il dott. Mohammad Bashar al Faidhi, ha dichiarato alla Saudi Press Agencyche il suo movimento era pronto a negoziare con il governo iracheno "e persino con gli americani" per raggiungere un accordo finale che risolva l’attuale crisi nel paese.
Le altre liste di candidati in lizza
Come la lista appoggiata da al Sistani, anche i due maggiori partiti curdi, l’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK) di Jalal Talabani e il Partito Democratico del Kurdistan di Masud Barazani (PDK), hanno unito le proprie forze presentando una lista congiunta. In base all’accordo tra i due partiti curdi, Talabani cercherà di ottenere un incarico a livello nazionale mentre Barazani guiderà la regione curda nel nord.
Anche per il parlamento curdo presenteranno una lista congiunta. Un sistema a rappresentanza proporzionale li favorirebbe a causa della presenza di forti gruppi curdi a Bagdad e nel triangolo sunnita, oltre che in Europa e negli Stati Uniti. Jalal Talabani ha dichiarato che, dopo le elezioni, i curdi insisteranno per ottenere una delle due posizioni chiave in Iraq, ovvero quella di primo ministro o di presidente. Alleandosi in una lista congiunta, i curdi eviteranno di fare campagna elettorale l’uno contro l’altro e riusciranno invece a concentrarsi su questioni per loro di importanza fondamentale, e cioè il federalismo, il futuro di Kirkuk e la stesura della nuova costituzione dopo le elezioni.
Il presidente ad interim dell’Iraq ha formato una lista chiamata "Gli Iracheni" - una lista laica che comprende, fra i suoi membri più importanti, il ministro della Difesa Hazim al Sha’lan. La tribù stessa di Al Yawer, Shammar, è divisa tra i sostenitori di al Yawer e quelli che appoggiano suo zio, che ha aderito alla lista di al Sistani. Questa scissione è un altro buon segno che la divisione etnica in Iraq non è così marcata come alcuni oppositori delle elezioni vorrebbero far credere.
Particolarmente significativo è il fatto che, per la prima volta nella storia dell’Iraq, il Partito Comunista parteciperà apertamente alle elezioni nazionali; altrettanto significativo che un numero considerevole dei membri del partito sia sciita. Il segretario del partito, Hamid Majid Mousa, ha dichiarato al quotidiano al-Mada che il suo schieramento ha presentato una lista di 257 candidati, in rappresentanza di tutti i gruppi religiosi ed etnici. Tra questi candidati vi è Mufid al Jaza’iri, il ministro della Cultura ad interim.
Estensione del rispetto della scadenza
Per la scadenza del 10 dicembre, sono state presentate ufficialmente 55 liste con 1337 canditati. Questo rappresenta una media di circa cinque candidati per ogni seggio, una media che probabilmente raddoppierà per quando il processo sarà completato. Dato il gran numero di partiti e di gruppi, recentemente stimati a 233, nel tentativo di rispettare la scadenza del 10 dicembre l’Alto Commissariato per le Elezioni ha concordato di estendere la scadenza per presentare le liste di canditati di altri cinque giorni. La dilazione ha voluto anche dare ai canditati del triangolo sunnita un’ultima possibilità di farsi avanti con le loro liste di candidati.
Preoccupazioni sulle elezioni
Escludendo eventi macroscopici e imprevedibili, le elezioni si svolgeranno secondo programma. Oltre al timore di subire violenze, molti iracheni potrebbero non andare alle urne trattenuti da ciò che percepiscono come problemi più pressanti che quello di andare a votare. I quotidiani iracheni hanno, negli ultimi giorni, scritto articoli sulla preoccupazione dei cittadini riguardo alla scarsità di approvvigionamenti di cibo, di elettricità e, ancora più grave, di benzina per le loro automobili. Non è inconsueto fare una fila di 24 ore per comprare 10 litri di benzina. Il mercato nero sta dilagando, evidenziando l’insoddisfazione nei confronti del governo di un paese che si estende sopra la più grossa riserva di petrolio al mondo.
D’altro canto, la partecipazione di milioni di iracheni residenti oltremare potrebbe essere molto significativa . In primo luogo, potranno votare senza i problemi di sicurezza che potrebbero influenzare il comportamento degli elettori in alcune aree dell’Iraq; e in secondo, molti di questi iracheni hanno vissuto in paesi occidentali e potrebbero apprezzare il valore fondamentale della democrazia. Per questa situazione, gli iracheni in esilio potrebbero optare di escludere i partiti o i gruppi che sostengono gli islamici o altre forme di ricette politiche estremiste.
(* Esperto di studi economici del Medio Oriente )
Osservatorio Iraq, 18 novembre 2005
Un anno dopo i bombardamenti del novembre 2004, nulla è cambiato a Fallujah. Mentre tutti scoprono l’effetto delle incursioni americane, la popolazione continua a subirne le conseguenze.
(Intervista a cura di Tiziana Musto, traduzione dall’inglese di Barbara Dessì)
Osservatorio Iraq: Prima di tutto, puoi parlare ancora una volta della situazione generale della vita a Fallujah?
Mohammed: Forse il 95% delle scuole e dei mercati sono distrutti. A Fallujah (...) non c’é sicurezza, non si segue nessuna legge e la cittá é come una prigione. Non possiamo né entrare né uscire facilmente, dobbiamo aspettare a lungo.
Inoltre, gli Americani, per prevenire problemi, usano le armi: per questo sparano dei colpi in aria (...) e quando entrano dentro, prendono chiunque dalla popolazione, come detenuti, anche sparando ai civili se i soldati lo vogliono.
Di notte un aereo vola a lungo sopra Fallujah. Perché? Forse soltanto per studiare i civili.
O: Supponevamo ci fosse un forte controllo a Fallujah. Abbiamo anche letto di controlli “biometrici”, quindi ci hai confermato quello che ci stavamo chiedendo. Vorrei chiederti qualcosa dei risarcimenti, perché si supponeva che le famiglie dovessero ricevere del denaro come forma di risarcimento per i danni subiti durante la guerra. Quindi ti chiedo se effettivamente hanno avuto questi soldi e se la cittá ha ricevuto i soldi per tutti gli edifici, le strutture, come scuole, ospedali e per tutti gli altri centri (che fanno parte) della vita normale di una cittá.
M: La somma di denaro per scuole e ospedali é davvero esigua. La maggior parte di questi viene data senza nessuna considerazione per l’interesse locale.
É una cosa fatta soltanto per gli americani.
Perció il primo pagamento ai civili dentro la cittá, copre soltanto il 20% della somma del denaro per le case.
Gli edifici, le attivitá commerciali, non prendono alcun soldo; ogni hotel, ogni attivitá commerciale, ogni palazzo é distrutto. Solo alle case va il 20% della cifra totale di risarcimento.
Ma gli americani e il governo iracheno cercano di (...) Fallujah, per prendere di piú dal risarcimento.
Per non parlare del risarcimento che si riferisce alla vita (...) dai civili.
Quindi se si entra dentro la cittá, é possibile vedere ‘gli effetti del nucleare sugli edifici e sulle case. Ma inoltre, adesso, quando si entra dentro la cittá, si puó vedere che non c’é nessun miglioramento in piú in questi edifici e in queste case.
Si vedono solo i segni del nucleare e forse qualche nuovo tavolo. Ma se si va a vedere quanti soldi sono stati effettivamente spesi per questi edifici, allora é possibile capire quanti soldi sono stati rubati dagli americani e dal consiglio iracheno.
Da un altro lato, in piú parti all’interno di Fallujah, adesso, ci sono piú di 20 case che sono state prese dagli americani, non per farne dei quartieri centrali, ma come punti di avvistamento per i cecchini e per i soldati americani.
O: Questo é chiaro. C’é qualcosa che funziona davvero (all’interno della cittá)? Per esempio, qual é la situazione sanitaria?
M: A Fallujah ora ci sono molte malattie nuove, come cancro, nascite di bambini anormali, arrivate con i bombardamenti chimici in aprile e in novembre. Inoltre ci sono molte persone negli edifici clinici dentro Fallujah e negli ospedali generici.
Ma la situazione é molto tragica durante la notte, perché a causa del coprifuoco é proibito camminare dopo le 10:00 p.m.
In questo modo, come possiamo andare all’ospedale? Non é possibile. Se qualcuno sta male deve aspettare fino alla mattina dopo prima di andare all’ospedale. Uscire é davvero pericoloso, ma nel frattempo si puó morire.
Questo non é giusto nei confronti dei civili. É molto pericoloso.
O: Come sono le strutture all’interno degli ospedali? I dottori hanno effettivamente le medicine e i macchinari di cui hanno bisogno?
M: É possibile trovare solo una parte della strumentazione e dei macchinari, ma il resto delle apparecchiature non si trova.
Poiché, come é noto, il numero degli abitanti a Fallujah é di 300.000 persone, e tutte le apparecchiature e i macchinari, non sono sufficienti per gli tutti gli ospedali e per gli altri edifici medici.
O: E per quanto riguarda Falluja e il voto alla Costituzione?
M: Come ho detto, il 95% dei civili a Fallujah é contrario alla Costituzione, rifiuta la Costituzione.
O: Cosa pensa la popolazione di Fallujah riguardo all’incontro di domani al Cairo, la riunione preliminare della Conferenza Nazionale di Riconciliazione, che é promosso dalla Lega Araba?
M: Nessuno dalla mia cittá, nessuno da Fallujah parteciperá alla conferenza del Cairo di domani.
Perché ci sono molte persone lì dentro che dicono di essere di Fallujah ma non sono di Fallujah. Dicono di avere fatto la guerra a Fallujah ma non sono rappresentativi.
Quindi pensiamo che molti da Fallujah sono rappresentanti non invitati a questa conferenza, perché gli americani non vogliono invitare tutte le persone che vengono dai luoghi dove si rifiuta l’occupazione.
FALLUJA
L’uso del napalm e del fosforo bianco nella guerra in Iraq era già noto. Purtroppo. Dei cadaveri carbonizzati ritrovati dopo la battaglia dell’aeroporto (aprile 2003) mi avevano raccontato gli abitanti di Falluja prima ancora di diventare profughi, dei volti scarnificati dal fosforo bianco mi avrebbero detto poi e l’avrebbero confermato i soldati americani impegnati sul campo di battaglia (anche in una intervista al manifesto, 25 settembre 2005). Ma questo orrore l’inchiesta di Rainews24 - «Falluja. La strage nascosta» - te lo sbatte in faccia. Volti irriconoscibili e bruciati di donne e bambini inerti nei loro abiti intatti (il fosforo bianco consuma solo le cellule che contengono acqua), parte di quella uccisione di massa riconosciuta persino dagli autori materiali del massacro, i soldati, che hanno testimoniato davanti alle telecamere. Ma non dai mandanti.
L’inchiesta di Rainews24 deve servire a squarciare il velo di omertà, ma soprattutto deve interrogare chi questa guerra l’ha sostenuta o ancora la sostiene con la presenza delle nostre truppe in Iraq. Bush non solo ha scatenato una guerra contro Saddam Hussein accusandolo di possedere armi di distruzioni di massa ben sapendo che non era vero, ma ha permesso che il suo esercito usasse contro gli iracheni micidiali armi bandite dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche.
Proprio come aveva fatto Saddam nel 1988 contro i kurdi. Bush come Saddam, che quando ha gasato i kurdi era un fedele alleato degli americani. Le immagini dell’inchiesta di Rainews lo dimostrano e gli interessati lo confermano: il Pentagono ha ammesso l’uso del Napalm anche se sotto forma di Mk77 e il ministro della difesa inglese si è giustificato sostenendo che ignorava che gli Usa l’avessero usato. Del resto, quando i profughi di Falluja sono tornati a casa, gli stessi americani hanno detto loro di non mangiare la verdure e gli animali locali perché erano pericolosi e a raccomandare di disinfestare le case prima di entrarci. In quelle ancora abitabili, naturalmente.
E cosa fa la comunità internazionale? Tace. Ma non si può tacere di fronte a un simile orrore, senza diventare complici. E complici lo siamo restando in Iraq con le nostre truppe, sia che il fosforo bianco lo usiamo nei traccianti per illuminare il cielo o per bruciare i poveri abitanti di Falluja. Bruciati in modo tale da non poter essere riconosciuti e nemmeno contati: solo 700 delle migliaia di vittime di Falluja sono state seppellite con un nome.
E’ questa la democrazia esportata in Iraq e di cui si dimostra soddisfatto il presidente iracheno, il kurdo, Jalal Talabani? Chissà se durante la sua visita in Italia - in corso - butterà uno sguardo sulla nostra tv satellitare sentendo parlare di Iraq? Di certo non si lascerà commuovere da immagini che ben conosce mentre ha già chiesto alle truppe italiane di restare. Ottenendo il consenso del nostro governo, ma anche una nuova battuta d’arresto dei Ds. Fassino ha infatti dichiarato ieri che è necessario adeguare il calendario del ritiro delle truppe all’avanzamento del «processo democratico». Quale democrazia, quella al fosforo bianco?
Javier Couso, fratello di José, il cameraman di Tele5 assassinato a Baghdad dagli statunitensi, ha visitato Falluja. Ha raccolto eccezionali testimonianze sull’uso di armi chimiche e sulla sistematica violazione di diritti umani nella città martire dove 50.000 civili avrebbero trovato la morte sotto le bombe e i rastrellamenti statunitensi
Javier è nato a El Ferrol, in Galizia, la brutta città portuale dove è nato Francisco Franco, da una famiglia di tradizioni militari. È una frequentazione che lo aiuta nella straordinaria precisione con la quale descrive armamenti e fatti bellici. E la guerra, quella d’Iraq, ha cambiato la vita di Javier stroncando quella di suo fratello José, assassinato deliberatamente il giorno prima della presa di Baghdad mentre lavorava all’interno dell’Hotel Palestina. Sui fatti del Palestina dove trovarono la morte José Couso e Taras Protsyuk, Javier è in grado di esibire documentazioni inoppugnabili che testimoniano come un plotone dell’esercito statunitense quella mattina ebbe l’ordine "di andare a giornalisti", colpendo prima Al Jazeera, quindi Al Arabija e quindi l’Hotel Palestina.
Il documentario di RaiNews24 conferma visivamente quello che Javier racconta da mesi a chi lo vuole ascoltare. È tra i pochissimi occidentali ad avere visitato la Guernica irachena e considera pienamente credibile il numero di 50.000 civili morti in una città che prima della guerra contava 350.000 abitanti.
"Non è stato facile entrare -la sua visita risale allo scorso aprile- ma eravamo talmente determinati che ci siamo riusciti. Portavamo materiale sanitario. Ancora oggi si combatte in città e anche in nostra presenza cadde un marine. Tutte le case, tutte le moschee sono distrutte", racconta. Durante tutte le guerre il rispetto dei luoghi di culto è stato garantito ed ogni volta che è stato violato, la violazione è stata considerata un sintomo di barbarie. "In Iraq invece fin dall’inizio le moschee sono state considerate bersagli legittimi e secondo me è stata una scelta precisa, un modo deliberato di provocare la guerra civile nel paese".
È difficile pensare ad un gruppo di sette spagnoli attraversare l’Iraq. "Ma gli iracheni, nonostante tutto sanno distinguere tra gli occidentali. Il nostro gruppo è stato accolto con baci ed abbracci e ringraziandoci per il ritiro delle truppe spagnole". Nel quartiere di Adamilla di Baghdad, considerato "100% resistente", "in un primo momento ci furono gesti minacciosi, ma sapevano perfettamente chi era mio fratello e quindi anche lì siamo stati accolti bene". Non è l’esperienza di altri occidentali, incluso sequestrati come Giuliana Sgrena del Manifesto: "e chi lo sa chi ha sequestrato Giuliana e a quali interessi rispondevano?" risponde Javier.
"Abbiamo prove di famiglie intere assassinate, che le donne sono state tutte stuprate in maniera sistematica dalle truppe statunitensi, di bambini crivellati di colpi nelle loro culle, di persone assassinate mentre esibivano stracci bianchi in segno di resa, di cani mangiando i cadaveri che gli invasori per giorni e giorni hanno impedito di seppellire". I fatti narrati dalla testimonianza diretta di Javier sono comparabili ai racconti sull’occupazione nazista in Europa Orientale. Dappertutto Javier Couso ha raccolto testimonianze sull’evidenza dell’uso di armi chimiche, napalm, fosforo e sulle strane malattie che stanno dilagando nella città: "Il quartiere di Jolan è distrutto al 95%. Ma non è distrutto in maniera normale. La pietra si è sbriciolata, trasformandosi non in macerie ma in sabbia. Non so che tipo di esplosivo di enorme potenza possa essere stato usato. Tutti parlano di armi chimiche, di persone praticamente consumate e soprattutto delle malattie che colpiscono i sopravvissuti".
Il supplizio per Javier non è finito, le umiliazioni dei sopravvissuti sono costanti: "Una scuola elementare è rimasta intatta e quindi occupata. Ho visto i bambini fare lezione proprio di fronte, sotto un telo di plastica e bruciati dal sole". Tutti i servizi sanitari sono stati colpiti e oggi sono di fatto inesistenti: "L’esperienza più terribile che ho vissuto direttamente è stata vedere morire davanti ai miei occhi un ragazzo di 22 anni per una crisi respiratoria leggera. Abbiamo condiviso la disperazione dei medici. Se solo avessero avuto un po’ di ossigeno si sarebbe salvato".
L’invasione, secondo Couso è cominciata proprio dall’ospedale: "I racconti dicono che sono entrati picchiando e rubando sistematicamente, i gringos hanno rubato tutto quello che hanno potuto. Hanno riunito medici e infermieri, li hanno ammanettati e lasciati inginocchiati con la testa per terra tutta la notte". Qui la testimonianza di Javier Couso si fa se possibile più cruda: "Per almeno otto giorni, mentre la città veniva coventrizzata, in nessun ospedale, in nessun ambulatorio, in nessun centro medico è stato permesso che affluisse un solo ferito. Questo testimonia che tutti i feriti hanno ricevuto il colpo di grazia o sono stati lasciati morire dissanguati". Le immagini che hanno fatto il giro del mondo e che sono state rapidamente silenziate, confermano la testimonianza di Couso. "È che loro -gli statunitensi- non lo negano. Semplicemente rivendicano di avere fatto un uso adeguato della forza, secondo le loro regole di combattimento. Suppongo che siano le stesse regole di combattimento dei nazisti".
mercoledì, 02 novembre, 2005
Il 61% degli Italiani è contrario alla missione italiana in Iraq, anche se il 58% degli italiani considera le nostre Forze armate all’altezza dei compiti che sono chiamate a svolgere, contro il 27% che le ritiene poco (20%) o per niente (7%) all’altezza - soltanto il 32.6% di un campione di 400 intervistati è favorevole alla missione italiana in Iraq - afferma DifeBarometro, osservatorio permanente su Forze armate e società realizzato da Archivio Disarmo e Swg di Trieste. L’inchiesta riporta che, in generale, gli italiani hanno fiducia nelle Forze armate, ma questo sostegno è diminuito di nove punti percentuali da tre anni a questa parte, in pratica da quando è stato deciso l’intervento in Iraq. La natura della situazione in Iraq genera, infatti, dubbi in merito alla effettiva capacità delle Forze armate nazionali di eseguire il proprio mandato in un contesto di conflitto aperto e oggetto di controverse valutazioni politiche. Alcuni risultati del rapporto, che sarà presentato agli inizi di novembre, sono stati anticipati nel corso di un convegno organizzato dalle deputate Elettra Deiana (Prc) e Silvana Pisa (Ds), del Forum dei parlamentari pacifisti.
Rispetto all’ultima rilevazione, precedente alla guerra in Iraq, si registra un calo percentuale delle valutazioni positive alle Forzwe Armate pari al 9%. "Esiste dunque una controtendenza rispetto al periodo 1994-2002, caratterizzato da una costante crescita della popolarità delle Forze armate" - nota Archivio Disarmo. Il trend di popolarità delle Forze Armate, che era cresciuto nel periodo 1994-2002 da poco più del 35% ad oltre il 60 %, è in calo a partire dal 2002. "Ciò è spiegabile con la natura della situazione in Iraq, che genera dubbi in merito alla effettiva capacità delle Forze armate nazionali di eseguire il proprio mandato in un contesto di conflitto aperto e oggetto di controverse valutazioni politiche" - nota Archivio Disarmo.
’’Il sondaggio - ha detto il sociologo Fabrizio Battistelli, dell’Archivio - ha evidenziato come il 58% dell’opinione pubblica italiana abbia fiducia nelle forze armate, ma nel 2002, prima dell’intervento in Iraq, la percentuale che sosteneva i militari era ben piu’ alta’’. Secondo Battistelli, ’’il futuro governo dovrà risolvere il problema della partecipazione italiana, una missione che costa, non ha vantaggi di nessun tipo, e soprattutto non è condivisa, come dimostrarono anche i sondaggi della vigilia, che evidenziarono una forte diffidenza da parte dei cittadini, di destra come di sinistra, verso l’uso della forza all’estero’’. Oggi, secondo Battistelli, anche nelle stesse forze armate c’è scetticismo riguardo all’intervento in Iraq: ’’I militari - ha sottolineato il sociologo - sono seccati di essere impegnati in una missione che molti di loro considerano senza capo nè coda, lo dimostrano i sondaggi effettuati dall’Archivio’’.
Sul tema della pace e dell’uso della forza, secondo Elettra Deiana e Silvana Pisa, va riaperta la discussione all’interno dell’Unione. ’’C’è una divergenza - afferma Deiana - non solo tra le forze politiche del centrosinistra, ma anche tra la posizione della coalizione, che sul tema del ritiro dall’Iraq si è dimostrata ondeggiante, e il popolo dell’Unione, che è pacifista’’. Inoltre, secondo la deputata del Prc e membro della Commissione difesa, ’’vanno rinegoziate le servitù militari, l’esistenza stessa delle basi statunitensi in Italia’’. Difebarometro, l’osservatorio permanente su Forze Armate e società, è un’iniziativa congiunta di Archivio Disarmo, Istituto indipendente di ricerca sui temi della pace e della sicurezza internazionale, e SWG, primaria società di sondaggi da anni presente sul mercato italiano. I punti salienti del Rapporto n° 8 riguardano il giudizio dell’opinione pubblica italiana sulla missione in Iraq e come questo sta influenzando il consenso verso le Forze Armate. [ GB ]
Per definizione una Costituzione dovrebbe rispecchiare un accordo sostanziale tra tutte le principali componenti di una nazione sugli elementi fondativi di uno Stato, basato su un larga condivisione popolare. Quando questo accordo esiste la Costituzione è la base per lo sviluppo sociale a lungo termine, per la stabilità e per la pace. Quando l’accordo non c’è, come per il testo di costituzione sottoposto a referendum in Iraq, la Costituzione può essere la base per una prolungata instabilità, per una guerra civile o per una dittatura. Una Costituzione dovrebbe unire un paese. Questo referendum, invece, lo ha ulteriormente diviso. E non c’era bisogno di attendere i risultati del referendum per saperlo. Le conseguenze si vedranno nei prossimi mesi, o anche anni. La Costituzione consente di dare vita a macroregioni su basi etnico-confessionali con forti poteri di controllo sul petrolio. Se questa possibilità sarà perseguita, come sembra intenzione sia dei kurdi che degli sciiti, le conseguenze potrebbero arrivare alla guerra civile aperta. Per il petrolio.
E’ stato il petrolio, infatti, il vero oggetto dello scontro politico sulla Costituzione. L’articolo chiave è il 109. Con esso gli Usa si sono assicurati la possibilità della privatizzazione delle risorse energetiche. Per un altro verso esso assegna alla Regioni - che hanno poteri da quasi statuali con propri eserciti e magistrature - un forte controllo delle ricchezze petrolifere, che sono concentrate nel nord kurdo e nel sud sciita. E’ stato questo il motivo principale di opposizione al federalismo da parte della comunità sunnita, che potrebbe rimanere "a secco" e data la posta in gioco è facile immaginare che la parola sarà ancora alle armi. Si dice che dove c’è petrolio non ci può essere pace. Bush (e Berlusconi) inneggiano ancora alla "democrazia in marcia" mentre migliaia di iracheni continueranno a morire.
E sono gli iracheni i grandi esclusi da questo processo che hanno chiamato "democratico". Mentre continua a persistere una gravissima situazione umanitaria, sono stati chiamati a votare su un testo che non conoscono e che non hanno avuto la possibilità di discutere. Si è votato, dunque, per appartenenze, come dimostrano le percentuali "bulgare" sia dei no e che dei sì in alcune zone del paese.
Già la dottrina coloniale inglese di inizio secolo diceva che per controllare la Mesopotamia bisognava mettere gli sciiti contro i sunniti. Bush non ha avuto molta più fantasia.
Inutilmente politici, intellettuali e organizzazioni della società civile avevano chiesto tempo. Tempo per negoziare, tempo per discutere, tempo per partecipare. Il tempo necessario per fondare uno Stato che sia di tutti. Ma il processo che ha portato alla stesura del testo non è stato gestito in Iraq, i suoi tempi rispondevano più alle necessità dell’amministrazione Bush, che ha investito un enorme patrimonio politico su questa scadenza, che a quelle della popolazione irachena.
Dalle organizzazioni della società civile - mentre le elites politiche discutevano di distribuzione del potere - è venuta una grande la preoccupazione per il pericolo che il forte carattere confessionale, determinasse una precarietà dei diritti in teoria affermati, ed in particolare un arretramento della condizione delle donne. Ma su questo sia gli Usa che le elites politico-religiose che hanno negoziato, o che si sono opposte, sono state insensibili.
"E’ una Costituzione in cui sono disseminati candelotti di dinamite. Non sappiamo quando esploderanno. Ci vorrebbe tempo per discutere e disinnescarli. Ma Bush non ce lo ha dato" ha detto un noto attivista di una organizzazione dei diritti umani, "non si capisce se dobbiamo fare la costituzione per noi o per Bush".
Il fatto è che nessun processo politico realizzato all’ombra della occupazione militare potrà portare la pace per gli iracheni. Ancora oggi il maggiore contributo che si può dare alla pace in Iraq è riportare le truppe a casa e sostenere un processo politico iracheno che sia autonomo dalla ingerenza statunitense.
Fabio Alberti
Un ponte per...
Possibile che deleghiamo a delle bombe, con il loro sangue e terrore, l’attenzione sull’Iraq, che spetti a delle stragi rompere il silenzio sceso sulla sorte di una costituzione che doveva pacificare tutto e che si è persa in conteggi interminabili quanto sospetti? Che sia il terrore a ricordarci che lì la guerra continua, anche con attacchi al superblindato cuore di Baghdad, quello che dovrebbe custodire il cervello di un’occupazione che non finisce mai e preservare la sicurezza dei giornalisti che non possono nemmeno più raccontarla? Possibile che volgiamo sempre la testa da un’altra parte quando i lampi delle esplosioni si allontanano appena dal cuore occidentalizzato di quel paese per colpire i condannati alla marginalità del nostro mondo? Che la nostra politica cerchi di ridurre la questione irachena a fatto residuale senza farne una discriminante dei propri futuri programmi? E’ possibile, perché fa comodo a molti, perché è più facile così coccolarci nel nostro superiore stile di vita, che tanto ce lo pagano quegli altri che a volte irrompono su di noi per diventare nemici da respingere - se armati - o da rinchiudere in un Cpt - se disarmati. Possibile che dobbiamo aspettare le parole del presidente della Repubblica per ottenere un po’ di attenzione sulla richiesta di verità e giustizia sull’omicidio di Nicola Calipari? Possibile che servano petizioni e raccolte di firme - quelle del Coordinamento «Riferimenti» e quelle di Articolo 21 - per ottenere ciò che dovrebbe essere il minimo in uno stato di diritto, un procedimento penale contro chi ha sparato la notte del 4 marzo scorso sulla strada per l’aeroporto di Baghdad; un processo che non solo porti alla sbarra chi ha premuto il grilletto, ma faccia chiarezza sulle responsabilità di chi ha messo quella pattuglia americana nelle condizioni di aprire il fuoco? Più che possibile è certo, perché sono in tanti - non solo dall’altra parte dell’Atlantico - a voler ridurre quel terribile episodio a uno spiacevole indicende, depurandolo di tutte le implicazioni politiche che porta con sé l’assassinio per mano americana di un dirigente del Sismi che credeva nella trattativa con il nemico, non nel suo sterminio.
Le ultime bombe di Baghdad e le parole di Ciampi dovrebbero richiamare tutti alla realtà. Non c’è soluzione militare per l’inferno iracheno. Non c’è pasticcio elettorale che possa cancellare l’emarginazione politica di un’intera parte della popolazione tra il Tigri e l’Eufrate. Non c’è giustizia per Nicola Calipari che non metta in discussione i rapporti tra Usa e Italia, con un dietrofront immediato delle nostre truppe dall’Iraq e l’assunzione di una prospettiva di politica internazionale che dichiari la guerra un infrangibile tabù. E non c’è altra strada che la mediazione, la trattativa per risolvere i conflitti tra gli stati, proprio come pensava Nicola Calipari mentre riportava a casa Giuliana Sgrena. Almeno finché i popoli risapranno parlarsi, lasciando a governi, eserciti e bombaroli il vuoto del loro niente.
Sono stati resi noti oggi, in una conferenza stampa, i primi risulati parziali ufficiali del referendum sulla bozza di Costituzione del 15 ottobre scorso.
Sono finora state scrutinate 13 province sulle 18 ch compongono l’Iraq: di queste, solo una, la provincia di Salaheddin (capoluogo Tirkit) , ha respinto la bozza, con l’81,5 di “no”. Salheddin è l’unica delle province a prevalenza sunnita finora scrutinate.
Il “si”, sempre secondo i dati diffusi dalla Commissione, ha ottenuto percentuali che variano dal 99,1% della provincia di Douk al 51,76% di Diyala. A Baghdad i si sono stati il 78.17%.
I risultati provvisori hanno mostrato parecchie province che approvano la bozza di costituzione con più del 90% di voti favorevoli- compresa Najaf con il 96% e Karbala con il 90%.
Restano ancora da verificare i risultati di 5 province, e tra queste le province cruciali di Al Anbar e Ninive.
In quattro province è ancora in corso la verifica, mentre per la provincia di Al Anbar i dati devono ancora essere immessi nel sistema.
I dati ufficiali e la proclamazione del risultato si avranno solo quando tutti i voti di tutte le province saranno stati controllati.
Adel Lami, portavoce dello IECI, ha detto di aver ricevuto più di cento reclami, provenienti da esponenti di partiti diversi, ma di aver potuto constatare che le violazioni riguardano errori molto semplici, dovuti per lo più all’imperizia degli scrutatori.
22 ottobre 2005
Effetto referendum. Non si conoscono ancora i risultati del referendum sulla costituzione (ma si sapranno mai quelli veri?) del 15 ottobre e, non a caso, forse proprio per nascondere i brogli, ieri è stata orchestrata la prima seduta del processo-farsa a Saddam Hussein, già rimandato a fine novembre. Una messinscena che ha avuto il suo corollario nel rapimento del corrispondente del Guardian Rory Carroll a Baghdad. Un paese fuori legge non può avere testimoni, nemmeno quelli veri, che vanno a vedere cosa succede a Sadr city, come l’inviato irlandese. Anzi sono proprio quelli i più pericolosi, per gli occupanti e per chi dice di essere contro l’occupazione. Come mi avevano spiegato i miei rapitori. Il referendum doveva servire ad avallare una carta costituzionale costruita sull’esclusione della minoranza sunnita. Che avrebbe potuto respingerla, con una maggioranza di due terzi in tre province. E forse l’ha fatto, nonostante le divisioni tra i sostenitori del no e quelli del boicottaggio. Ma se così fosse il processo di transizione controllato dagli americani salterebbe. Ed è difficile che questo possa succedere in un paese occupato da circa 150.000 marine. E non succederà.
Anche perché i marine godono dell’impunità non solo quando uccidono iracheni, ma anche stranieri. Come si è visto con l’uccisione di Nicola Calipari. E altri, giornalisti compresi. Ma proprio ieri, il giudice dell’Audiencia nacional di Madrid Santiago Pedraz, di fronte alla mancata collaborazione degli Stati uniti, ha emesso un mandato di cattura internazionale e la richiesta di estradizione per tre militari Usa sotto inchiesta per l’uccisione del cameraman spagnolo, José Couso. L’operatore di Telecinco era stato colpito da una cannonata sparata da un carro armato statunitense, l’8 aprile del 2003, mentre faceva le sue riprese dall’hotel Palestine, dove si trovavano la maggior parte di noi giornalisti presenti a Baghdad. Insieme a Couso era stato ucciso anche l’ucraino Taras Protsyuk della Reuters. La coraggiosa decisione del giudice spagnolo potrebbe costituire un importante precedente anche per il caso Calipari.
La coincidenza con l’inizio del processo a Saddam da parte di un tribunale, ora si chiama Alta corte penale, non può essere casuale. In Iraq c’è bisogno di giustizia, vera, non quella dei vincitori che disprezzano la popolazione irachena. Non ci sarà pace senza giustizia. Ma la giustizia non può essere vendetta. Una vendetta che sta già dissanguando l’Iraq con migliaia di morti. E non saranno le condanne a morte a gettare le basi della democrazia in Iraq. Anche se sul patibolo dovesse finire un dittatore sanguinario come Saddam Hussein, accusato di crimini contro l’umanità.
Rory Carroll voleva raccontare la reazione degli iracheni al processo a Saddam vista da un quartiere che aveva sofferto la repressione dell’ex raìs, la bidonville sciita di Sadr city. Ma uomini armati l’hanno sequestrato mentre lasciava la casa di una delle vittime di Saddam Hussein. Questa guerra non vuole testimoni, l’ho provato sulla mia pelle. Torna così lo spettro dei sequestri. Particolarmente drammatico perché il rapimento del giornalista del Guardian riporta immediatamente alla mente quello di altri due britannici con passaporto irlandese, Margaret Hassan e Kenneth Bigley, che hanno fatto una brutta fine. Margaret era stata rapita esattamente un anno fa. Speriamo che i rapitori di Rory Carroll siano più ragionevoli e sappiano riconoscere il suo lavoro in un giornale che ha contrastato le scelte belliche di Tony Blair.
giovedì, 29 settembre, 2005
Tra poco più di due settimane, il 15 ottobre, gli iracheni e le irachene saranno nuovamente chiamati alle urne per votare nel referendum sulla Costituzione. La versione ufficiale del testo e’ stata consegnata in ritardo alle Nazioni Unite, che devono ancora stamparla e distribuirla alla popolazione. L’attenzione adesso si concentra sulle posizioni che prenderanno i leader più influenti in merito al referendum stesso. Sembra scontato che tutti ( o quasi) inviteranno a votare, ma resta ancora da stabilire che indicazione di voto daranno. Secondo quanto riportato da organi di stampa, ma non confermato, il grande ayatollah Ali al Sistani si sarebbe pronunciato per il si, mentre uno dei portavoce di Moqtada Al Sadr ammette che non c’e’ ancora una posizione ufficiale. Il partiti sunniti sono per la maggior parte per il no, come sostiene anche Saleh Mutlaq mediatore per parte sunnita nel comitato per la Costituzione.
Ma la campagna elettorale rischia di essere oscurata da altre questioni, tra cui la ormai sempre più pressante richiesta di ritiro delle truppe prima di qualsiasi altra consultazione popolare, sia essa referendaria o elettorale. Quanto avvenuto nei giorni scorsi a Bassora, quando le truppe inglesi hanno liberato con la forza due loro commilitoni arrestati, riapre il dibattito sulla sovranità dell’Iraq e delle sue forze di sicurezza. E nei paesi dei governi legati alla coalizione inasprisce ancora di più il dibattito su un eventuale ritiro. Il governo iracheno non brilla nel frattempo nè per trasparenza ne’ per onestà, se e’ vero che i suoi ex ministri sono stati messi sotto accusa per corruzione, una corruzione che tra l’altro peggiora ancora di più la situazione sociale, impedendo l’accesso al cibo a gran parte della popolazione.
Se questo non bastasse a rendere difficile una campagna referendaria così delicata, le operazioni militari continuano a far fuggire le popolazioni di intere città. Non sono ancora rientrati i profughi di Tal Afar che già e’ iniziata la fuga degli abitanti di Samarra , terrorizzati dalle voci di irruzioni statunitensi. Il progetto Osservatorio sull’Iraq è totalmente autofinanziato - sostienilo con una donazione online E quando non sono i carri armati ad intervenire, bastano anche le truppe ordinarie, che prendono possesso dei tetti e delle case per colpire i "nemici", arrestando in maniera indiscriminata, come denunciato persino dal Ministro della Giustizia iracheno. E mentre in America si conclude il processo a Lyndye England, giudicata colpevole per sei reati su sette, Human Righs Watch pubblica un nuovo rapporto sulle torture, realizzato grazie alle testimonianze di chi le torture le ha praticate: ma questo tema non riesce ad entrare nell’agenda del pacifismo americano.
Lo sceicco Jawad al Khalisi è imam sciita della moschea di al Kadhimiya, a Baghdad, e preside della scuola religiosa annessa. E’ di passaggio a Parigi dopo l’incontro interreligioso di Sant’Egidio, a Lione
Le Monde, 16 settembre 2005
Abu Mussab Al Zarqawi ha dichiarato la “guerra totale” agli sciiti e commesso, mercoledì 14 settembre, il massacro più sanguinoso a Baghdad dall’inizio della guerra in Iraq. Cosa pensa di questa dichiarazione?
Io non penso che Al Zarqawi esista in quanto tale. E’ soltanto un’invenzione degli occupanti per dividere il popolo, poiché è stato ucciso nel nord dell’Iraq all’inizio della guerra, mentre si trovava con il gruppo di Ansar Al Islam, nel Kurdistan. La sua famiglia, in Giordania, ha provveduto a una cerimonia dopo la sua morte. Abu Mussab Al Zarqawi è quindi un fantoccio utilizzato dagli americani, una scusa per proseguire l’occupazione. E’ un pretesto per non lasciare l’Iraq.
Ma perché dichiarare la « guerra totale » agli sciiti?
Al fine di avvicinarli alle forze di occupazione. In questo modo, gli sciiti troveranno rifugio presso gli americani piuttosto che unirsi alla resistenza. Perché gli sciiti partecipano alla resistenza al sud, come lo testimoniano i recenti attentati commessi, soprattutto a Bassora.
Eppure, non è stato appena annunciato che Najaf è passata sotto il controllo delle forze irachene e che altre città del Sud faranno lo stesso?
Non è vero. E’ solo un annuncio ad effetto per i media. In realtà. Le forze irachene non controllano la situazione e le truppe di occupazione restano nella periferia per intervenire nel caso ci fossero dei problemi.
Il progetto di Costituzione adottato sarà sottoposto ad un referendum il 15 ottobre. Che ne pensa?
E’ un testo adottato affrettatamente per rispondere all’agenda degli Americani. Non riflette le speranze del popolo iracheno, che è più preoccupato della sua sopravvivenza giorno per giorno e della sua sicurezza. Il progetto è stato concepito nella “zona verde” di Baghdad, sotto la guida dell’ambasciatore americano. Come ha detto uno specialista di questioni irachene britannico , “la Costituzione equivale ad occuparsi di sistemare le sdraio sul ponte del Titanic mentre sta affondando”. Adesso l’Iraq sta sprofondando.
Il referendum sarà un successo, come lo sono state le elezioni di gennaio?
Personalmente, io invito al boicottaggio, ma se i miei concittadini decidono di andare a votare “no”, noi non ci opporremo. In ogni caso, George Bush ha già preparato la sua dichiarazione che afferma che questa consultazione è stata un successo e un progresso sul cammino della democrazia. Ma questo cambia qualcosa per l’Iraq?
Qual’è la posizione del grande ayatollah Al Sistani su questo referendum?
Non ha ancora preso posizione. Coloro che sono favorevoli al processo tentano di usarlo per incitare la popolazione a votare. Può dire “si” o non dire niente. Per le elezioni del trenta gennaio, aveva sostenuto le elezioni, ma il popolo iracheno non ne ha tratto beneficio e le promesse non sono state mantenute. Da allora, la situazione non ha fatto altro che peggiorare. Coloro che sono stati eletti sono più preoccupati per il loro posto e il loro benessere che per quello del popolo. La corruzione è generalizzata. Neanche il bilancio della ricostruzione è stato realizzato.
Ibrahim Al Jaafari è un cattivo primo ministro così come è un cattivo medico. Non è come il vostro Pétain, che era stato un buon generale prima di essere un pessimo politico...
Allora,secondo lei, qual è la soluzione per salvare l’Iraq?
Prima cosa: un calendario di ritiro delle truppe. In secondo luogo: mettere le competenze nazionali sotto la supervisione dell’ONU al servizio del paese, e non più dei politicanti. Infine, un dialogo nazionale con l’organizzazione di elezioni sotto supervisione internazionale.
Se l’occupazione continua, la situazione non farà che peggiorare e sempre più iracheni si uniranno alla resistenza.
(Traduzione di Paola Mirenda )
Iraq - 03.9.2005
Uno degli ’effetti collaterali’ più gravi che la guerra porta con sé è l’assuefazione all’orrore. I mille pellegrini sciiti uccisi dal panico il 31 agosto scorso a Baghdad sono solo l’ultima di una serie di tragedie che sconvolgono l’Iraq ormai da tre anni. Ma sembra che, nonostante tutto, il senso di umanità della popolazione civile irachena resista e, soprattutto, si rifiuti di cedere alla logica della violenza accettandone passivamente le conseguenze.
L’esempio di Falluja. La dinamica della strage è ormai chiara: alcuni guerriglieri hanno sparato dei colpi di mortaio sulla folla di sciiti che si recava a rendere omaggio sulla tomba dell’imam al-Khadim uccidendone sette. La folla di pellegrini, che occupava uno dei ponti che collega le due sponde del fiume Tigri, spaventata dai colpi e dalle voci incontrollate che parlavano della presenza di alcuni attentatori suicidi tra la gente, ha cominciato ad accalcarsi e a comprimersi sul ponte. Alcuni si sono gettati nelle acque del fiume, pur non sapendo nuotare. E’ finita come tutti sanno: quasi mille morti. La tragedia ha portato di nuovo alla ribalta, come era già successo in passato, il rischio di una guerra civile tra sciiti e sunniti (responsabili di atti di terrorismo contro gli sciiti in passato e coinvolti anche nella strage del 31 agosto). Mentre cresce la tensione, un segnale importante arriva a restituire una speranza di pace. Il Consiglio degli Ulema di Falluja, massima autorità religiosa della cittadina sunnita, ha emesso un editto, poco dopo la tragedia di Baghdad, nel quale invita perentoriamente la popolazione della città a donare in massa il sangue per i feriti di Baghdad. A riportare la notizia è il quotidiano iracheno al-Mashriq. L’imam della moschea al-Furkan di Falluja ha sottolineato come “la tragedia di Baghdad colpisce tutti gli iracheni, di qualunque confessione religiosa. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai fratelli sciiti di Baghdad”. Qualcuno potrebbe pensare a un’abile mossa politica per stemperare la tensione tra sunniti e sciiti, ma la risposta popolare è stata massiccia e da due giorni tante ambulanze fanno la spola tra Baghdad e Falluja con il loro prezioso carico di sangue. Il gesto è ancora più significativo se si considera che Falluja, nel 2004, è stata teatro di un assedio straziante da parte delle truppe della Coalizione che hanno ridotto allo stremo la popolazione civile. I cittadini di Falluja non si sono assuefatti al dolore e, avendo pagato in prima persona il loro pedaggio alla guerra, non hanno fatto mancare la loro solidarietà agli sciiti di Baghdad.
Non basta mai. Come sempre c’è chi si è lasciato travolgere dall’emotività. Ieri, in serata, uno scontro a fuoco aè costato la vita a una ragazzina di 12 anni e, anche se mancano conferme ufficiali, pare che la ragazza sia rimasta vittima di uno scontro a fuoco tra sciiti e sunniti a Baghdad.Ma la tragedia di Baghdad, se ancora se ne avvertiva il bisogno, è stata anche l’occasione per sottolineare ancora una volta la distanza tra il potere politico e le necessità e le sofferenze della popolazione civile. Mentre l’Iraq piangeva la strage più grave dall’inizio della guerra nel 2003, il governo iracheno eseguiva la prime condanne a morte dalla caduta del regime. Le pene capitali e le torture erano il marchio di fabbrica della dittatura di Saddam Hussein. Si sperava che l’invasione dell’Iraq, pur non essendo riuscita a portare la pace per gli iracheni, avesse almeno allontanato gli orrori del passato. Invece non è stato così e, dopo Abu Ghraib, è tornata anche la pena di morte. Bayane Ahmad al-Jaf, tassista curdo di 30 anni, Udai Daud al-Dulaimi, muratore sunnita di 25 anni, e Taher Jassem Abbas, macellaio sunnita di 44 anni, sono stati impiccati il 1 settembre in esecuzione di una condanna a morte per omicidio, sequestro e stupro. Un brutto segnale per il futuro dell’Iraq. Come se non bastasse la guerra, la fame, la violazione dei diritti umani e civili ecco anche tornare la bestialità della pena di morte. Un brutto biglietto da visita per la democrazia, ma la lezione di Falluja insegna che, nonostante tutto, il popolo iracheno non si è ancora assuefatto all’orrore.
Christian Elia
Al Ahram Weekly, 18 - 24 agosto 2005
I legislatori iracheni responsabili della stesura di una costituzione permanente non hanno raggiunto un accordo prima della scadenza della mezzanotte del 15 agosto, come stabilito dalla Legge amministrativa di transizione (TAL). Tuttavia, 20 minuti prima, il parlamento iracheno ha acconsentito a concedere una proroga di una settimana per dare la possibilità ai negoziatori di risolvere i loro disaccordi. Questa proroga ha evitato l’alternativa: lo scioglimento del parlamento e l’organizzazione di nuove elezioni.
Questioni che determineranno il futuro dell’Iraq, sia come stato che come nazione, quali il federalismo, il ruolo dell’Islam, e la redistribuzione della ricchezza, non sono state risolt. L’amministrazione Bush ha esercitato forti pressioni sul comitato [costituzionale] perché rispettasse il calendario. Di conseguenza, il comitato non ha chiesto, prima del 1 agosto, la proroga di sei mesi consentita dalla disposizione della TAL. Anche se si potrebbe sostenere che il desiderio da parte di Washington di rispettare il calendario è un risultato diretto della pressione crescente che l’amministrazione Bush sta subendo in merito alla sua gestione dell’Iraq del "dopo invasione", unitamente alla sua volontà di ridurre il numero dei soldati presenti nel paese prima delle elezioni del prossimo anno, c’è di più.
Considerate le ideologie e i programmi incompatibili delle forze coinvolte nel cosiddetto processo politico, una settimana farà qualche differenza? Intense manovre da tutte le parti, compresa l’amministrazione Usa, stanno avvenendo dal mese scorso nella assai fortificata Green Zone. Le forze che oggi compongono il terzo governo a interim iracheno, e che partecipano al processo di stesura [della costituzione] sono d’accordo su un unico punto: accettano la divisione dell’Iraq lungo linee etniche.
Ogni gruppo coinvolto, tuttavia, ha una sua concezione del concetto di federalismo. Il movimento kurdo spera di annettere in modo costituzionale la città ricca di petrolio di Kirkuk, e di dichiarare potenzialmente la propria indipendenza in futuro. Fino alla settimana scorsa, entrambi i partiti sciiti - al-Dawa, del Primo Ministro Ibrahim al-Jaafari, e il Consiglio Supremo per la rivoluzione in Iraq (SCIRI), di Abdul Aziz al-Hakim - sembravano essere d’accordo sull’avere, tramite il loro nuovo status di maggioranza di governo, uno stato federale, nel quale avrebbero di fatto controllato il governo centrale e imposto costumi religiosi simili a quelli dell’Iran e con esso alleati. La richiesta della settimana scorsa da parte di Abdul Aziz Al-Hakim per avere in 9 province del sud lo stesso tipo di confederazione di cui godono i kurdi nel nord mostra una spaccatura fra di loro. Poiché il movimento kurdo è laico, sono sorti aspri dissensi sulle basi legali della costituzione.
Fino a poco tempo fa, gli Stati Uniti avevano appoggiato la lotta dei kurdi per una maggiore autonomia, affermando al tempo stesso il "diritto storico democratico" della maggioranza sciita a governare il paese. La prospettiva di avere provocato una alleanza fra l’Iran e una nuova repubblica islamica, o peggio, quella dei giacimenti petroliferi del sud che cadono sotto il controllo iraniano, potrebbe spingere l’amministrazione Usa a modificare la sua strategia. Dopo avere fatto azione di lobbying per il maggiore coinvolgimento dei rappresentanti sunniti nel processo di stesura, l’ amministrazione Usa ha criticato apertamente il programma politico dei suoi alleati che lavorano nella Green Zone. Khalilzad, il nuovo ambasciatore Usa in Iraq, ha espresso le preoccupazioni degli Usa che un governo centrale indebolito non riesca a tenere insieme il paese, mentre l’imposizione della shari’a sul codice dello statuto personale provocherebbe ugualmente scontento. Khalilzad ha detto che gli Usa "lavoreranno per garantire i diritti delle donne irachene e per smussare i desideri delle fazioni etniche e religiose che spingono per una autonomia più ampia nel nuovo stato iracheno". Nechirvan Barzani, primo ministro del Kurdistan Regional Government di Irbil [una delle due amministrazioni in cui è diviso attualmente il Kurdistan, sotto il controllo del Kurdistan Democratic Party NdT] e uno dei più stretti alleati degli Usa, ha criticato il ruolo avuto dalla coalizione riguardo al processo di stesura. "Usa e Gran Bretagna stanno lavorando dietro le quinte", ha detto, "trattando con tutti i gruppi, dicendo che dovrebbe essere così e che dovrebbe essere cosà". "Come i sunniti, sembrano voler centralizzare il potere a Baghdad - è molto deludente", ha aggiunto.
L’amministrazione Usa è sotto intensa pressione mentre la resistenza irachena cresce in dimensioni e in efficienza: dal 1 agosto sono stati uccisi almeno 47 soldati Usa. Ha bisogno di trovare una via di uscita onorevole, e presto. L’occupazione è ben consapevole della mancanza di legittimità di cui soffre il governo. Dopo tutto, esso è stato catapultato al potere dopo elezioni controverse che sono state boicottate da metà della popolazione. Quelli che hanno votato pensavano che un governo sovrano sarebbe stato in grado di negoziare la fine dell’occupazione. Invece, il governo ha dovuto attenersi agli ordini degli Usa; condurre operazioni militari su vasta scala in tutto il paese, che hanno alienato ulteriori fasce della popolazione, discreditando quelli all’interno della Green Zone. Sembra improbabile che i legislatori iracheni raggiungeranno un accordo se non avranno il sostegno degli Usa.
Essi potrebbero, tuttavia, decidere di presentare un documento incompleto che sarebbe niente più che un ampliamento della TAL redatta dall’amministratore civile americano Paul Bremer. Oppure, i kurdi laici e gli sciiti religiosi potrebbero fare una alleanza di comodo; tuttavia, se il federalismo e lo status di Kirkuk saranno parte della costituzione, la comunità sunnita la respingerà nel referendum. Nonostante le loro dichiarazioni incoraggianti, gli Usa potrebbero stare sperando che queste forze non riescano a risolvere le loro divergenze. Questo avrebbe come risultato lo scioglimento dell’attuale parlamento. A seguito di nuove elezioni, è improbabile che gli sciiti otterrebbero una maggioranza simile, non essendo riusciti a realizzare alcun miglioramento sul fronte della sicurezza o della situazione economica del paese, ed essendo visti sempre più come pure e semplici marionette dell’occupazione. Gli Usa sarebbero in grado di riportare sulla scena una figura meno controversa. E’ questo il motivo per cui l’ex Primo Ministro a interim, Iyad Allawi, l’ex- ba’athista sciita laico, sta facendo il giro della regione, venendo ricevuto come se fosse il premier in carica?
Nel frattempo, fuori dalla assai fortificata Green Zone, la resistenza irachena sembra sempre più convinta della sua capacità di opporsi all’occupazione. La "resistenza irachena sunnita" non ufficiale combatte per un Iraq unito, rifiuta la TAL e l’idea della divisione. Sembra improbabile che il maggiore coinvolgimento dei sunniti nel processo politico toglierà sostegno alla lotta armata dato che la resistenza esprime l’opposizione a tutte le forme di settarismo, specialmente al fatto di venire etichettata come sunnita. Essa considera, attualmente, un traditore chiunque stia negoziando con la coalizione Usa. Perciò i rappresentanti "sunniti" autonominatisi nella Assemblea Nazionale non vengono riconosciuti.
Nonostante la valutazione di Condoleezza Rice, secondo la quale la rivolta in Iraq si sta esaurendo come forza politica, alla fine del mese scorso ci sono stati alcuni sviluppi politici importanti. Rappresentanti di tutte le principali forze contrarie all’occupazione, fra cui nazionalisti, islamisti, ed esponenti di sinistra, si sono incontrati a Beirut il 27 luglio, e hanno fatto un appello congiunto per la creazione di un "Fronte Nazionale per la liberazione e la ricostruzione democratica" iracheno. Nella loro dichiarazione, essi non pretendono di rappresentare la resistenza, ma piuttosto ne riconoscono la legittimità. Essi accettano i principi del diritto internazionale, che specificano che nessuna legge permanente può essere redatta sotto occupazione. Essi hanno dichiarato il proprio desiderio di attuare il programma politico della resistenza, dato che la riconoscono come l’incarnazione legale del precedente stato indipendente. Per costruire uno stato democratico di cittadini eguali, “sposato” alla sua identità arabo-musulmana, essi si sono impegnati solennemente a lottare con mezzi diversi finché la sovranità irachena sarà ritrovata, tutte le leggi approvate sotto occupazione saranno abolite, e verranno pagati risarcimenti per le perdite subite dall’Iraq a causa della sua invasione illegale e della successiva occupazione.
L’ambasciatore Usa Khalilzad può mettere in guardia contro il rischio di una guerra civile in Iraq, ma questo conflitto non può essere descritto come tale. Tutte le componenti della società irachena sono presenti sia all’interno della Green Zone che nella resistenza. Il conflitto oppone piuttosto la minoranza che accetta di partecipare al cosiddetto "processo politico" come stabilito dall’occupazione, e coloro che vogliono riprendersi la sovranità irachena e vedere il ritiro delle truppe straniere dal territorio dell’Iraq. Ci vogliono far credere, ad esempio, che tutti gli sciiti appoggiano la situazione attuale, ma un collaboratore dell’esponente religioso sciita Moqtada al-Sadr, lo sceicco Abdul Hadi al-Daraji, ha dichiarato che i seguaci di al-Sadr sono riusciti a raccogliere un milione di firme che chiedono il ritiro degli Usa. "Gli iracheni", ha detto, "hanno confermato che la presenza dell’occupazione non è desiderata".
Hana al Bayati è una cineasta franco-irachena, autrice, fra l’altro, di un documentario sui movimenti politici iracheni. Fa parte del comitato organizzatore del Tribunale Internazionale sull’Iraq.
( Traduzione di Ornella Sangiovanni)
Spartizione e teocrazia i frutti della guerra Usa
Il nuovo ultimatum di Bush, l’approvazione della costituzione per mantenere la tabella di marcia stabilita dagli Stati Uniti prima della partenza del proconsole Paul Bremer, sta portanto l’Iraq a grandi passi verso la libanizzazione. Uno spettro che coincide con un paese diviso su basi confessionali ed etniche, in preda alla guerra civile che, peraltro, in modo strisciante lo sta già dissanguando con le milizie armate religiose al sud e i peshmerga al nord. Questo accadeva già prima che la costituzione venisse formulata e presentata all’assemblea, all’ultimo momento lunedì sera, per evitare nuove elezioni (come previsto dalla legge di transizione). Ma è tutto il processo messo in atto dalla guerra e dall’occupazione che sta portando alla deriva il paese, a partire dal vuoto di potere creato con l’abbattimento - da parte di eserciti stranieri - del regime di Saddam. L’Iraq è ora un paese dove non vige nessuna legge, che deve essere ricostruito dalla base e che deve darsi proprie forme di democrazia dopo decenni di regime dittatoriale sanguinario, mentre ha dovuto approvare una costituzione in tempi record (tre mesi!) funzionali solo a Washington. Così la terra di Babilonia, che 2000 anni avanti Cristo aveva formulato la prima raccolta di editti e leggi nel famoso codice di Hammurabi, ha dovuto accettare una costituzione imposta dal nuovo ambasciatore Usa a Baghdad. Quel Zalmay Khalilzad che era diventato ambasciatore a Kabul dopo aver trafficato con i taleban (per l’oleodotto che doveva attraversare l’Afghanstan) per conto della Unocal, la compagnia petrolifera americana con interessi in Asia centrale e che evidentemente ora punta sull’Iraq. Sempre di oro nero si tratta.
Il petrolio è una delle questioni che stanno alla base dello scontro sulla nuova costituzione, sotto il capitolo «federalismo», difeso a spada tratta dai kurdi che hanno contagiato anche gli sciiti in cambio di concessioni sulla sharia. I kurdi godono di una forte autonomia già dal 1991, dopo la prima guerra del Golfo, ma la caduta di Saddam invece di avvicinare il Kurdistan a Baghdad ha accelerato le spinte indipendentiste. Nel referendum - la scelta era tra autonomia e indipendenza - che si è svolto contemporaneamente alle elezioni del 30 gennaio scorso, il 98 per cento dei 2 milioni di votanti kurdi aveva scelto l’indipendenza. La fuga in avanti si è però fermata a Kirkuk, la città da sempre rivendicata dai kurdi ma mai concessa da Saddam che, anzi, l’aveva «arabizzata». Ora i nuovi leader kurdi stanno realizzando una pulizia etnica al contrario, con metodi che spesso ricordano i tempi di Saddam. La caccia all’arabo (uccisioni, sparizioni, etc.) è iniziata subito dopo l’arrivo degli americani, e non risparmia le minoranze: turcomanna, caldea, shabak (sciiti). Fra due anni, quando dovrebbe essere decisa la sorte di Kirkuk (dai cui giacimenti si estrae il 40 per cento del petrolio prodotto in Iraq), a decidere saranno rimasti probabilmente solo kurdi.
Se all’inizio gli sciiti erano più propensi a sostenere l’unità del paese, alla fine non sono rimasti insensibili alla prospettiva di accaparrarsi il resto della produzione irachena (poco importa se finirà nella mani delle compagnie americane) che viene prodotta dai giacimenti di Bassora. Perché sebbene la costituzione affermi che «petrolio e gas sono proprietà del popolo iracheno», il governo centrale dovrà amministrarli insieme alle province e alle regioni che li producono. Dopo la nazionalizzazione, sancita dalla costituzione del 1970, i proventi del petrolio erano amministrati da Baghdad e sciiti e kurdi accusavano Saddam di una gestione che beneficiava soprattutto i sunniti. Che invece ora si ritroverebbero senza petrolio. E forse anche questo, oltre allo spirito nazionalista, li rende acerrimi nemici del federalismo, che ad onor del vero non ha esempi sperimentati nel mondo arabo. Ma anche la storica appartenenza alla nazione araba viene cancellata dalla costituzione, che recita: l’Iraq fa parte del mondo islamico e gli arabi della nazione araba (i kurdi non sono arabi). L’accento posto sull’appartenenza al mondo islamico rappresenta un passaggio da un regime sostanzialmente laico ad un modello dove la religione diventa il riferimento fondamentale, da cui dipende l’ambigua affermazione del rispetto degli «standard di democrazia». D’altra parte sono i partiti religiosi sciiti filo-iraniani a dominare la scena politica irachena dopo la vittoria elettorale del 30 gennaio, sponsorizzata dal grande ayatollah Ali al Sistani con una fatwa (sentenza religiosa). Il loro obiettivo è indubbiamente il modello iraniano, ma nel compromesso con i kurdi hanno dovuto per ora rinunciare allo stato islamico limitandosi ad affermare che l’islam è la principale fonte legislativa, che la costituzione garantisce l’identità islamica e che nessuna legge deve essere contraria all’islam, religione di stato. Il che non è poco. Ci sono tutte le premesse per uno stato islamico. Del resto la formulazione - nessuna legge deve essere contraria all’islam - è quella solitamente usata nei paesi islamici. E l’applicazione viene controllata da un’Alta corte attraverso la quale le autorità religiose possono imporre le loro visioni più o meno fondamentaliste dell’islam.
Questo è un passaggio importante soprattutto per i diritti delle donne che spesso vengono sacrificati proprio sull’altare della sharia. In Iraq peraltro sta già avvenendo, le milizie religiose non hanno aspettato la costituzione per imporre i propri diktat. E seppure è stabilita una quota del 25 per cento di presenza delle donne in parlamento, questa non rappresenta una garanzia sufficiente a difendere quei diritti che, comunque, ai tempi di Saddam, grazie al codice della famiglia varato nel 1959 erano sostanzialmente garantiti (a parte qualche involuzione recente). E infatti le donne di varie associazioni, allarmate, si preparano a dare battaglia per bocciare la costituzione con il referendum. Quindi Bush per «esportare la democrazia» ha finito per creare un nuovo stato islamico sciita alleato di Tehran, proprio nel momento in cui si trova in rotta di collisione con Tehran. I laici - kurdi, sciiti, sunniti - così come le minoranze sono sostanzialmente escluse da questo processo che dovrebbe garantire la democratizzazione.
Non solo, con il nuovo passo verso il baratro della spartizione, la situazione diventerà sempre più esplosiva: i sunniti sono rimasti esclusi dal processo ma sono proprio loro ad alimentare la resistenza armata che sebbene non riuscirà a sconfiggere l’esercito americano impedirà agli Usa e ai loro alleati di avere il controllo del territorio. I sunniti hanno boicottato le elezioni perché si svolgevano sotto occupazione, ma ora si stanno iscrivendo alle liste elettorali per il referendum sulla costituzione. Perché, secondo la legge di transizione, una maggioranza dei due terzi dei votanti in tre province può respingere il testo costituzionale, imponendo di ricominciare da capo. Un emendamento concesso da Bremer, che avrebbe dovuto favorire i kurdi, ora potrebbe essere l’arma elettorale nelle mani dei sunniti. Del resto la resistenza ha diverse facce, anche se sconta il fatto di non avere una rappresentanza politica riconosciuta e forte. Se le elezioni di gennaio presentate come il primo passo verso la democratizzazione sono stato chiaramente un passo falso - le elezioni di per se non rappresentano la democrazia, soprattutto se escludono il 20 per cento della popolazione -, il secondo, l’approvazione della costituzione senza il consenso dei sunniti, è anche peggio perché pregiudica il futuro del paese e la libanizzazione non è certo auspicabile anche se appare oggi inevitabile.
Iraq - 24.8.2005
di Christian Elia
Un ufficiale della polizia irachena ha denunciato ieri che, in alcuni villaggi a maggioranza sciita, le milizie armate sunnite, che combattono le forze militari straniere in Iraq e il governo transitorio iracheno, si starebbero macchiando di operazioni di ’pulizia etnica’ ai danni della popolazione civile. Nelle stesse ore, a Baghdad, con un colpo di scena il comitato dei redattori della nuova Costituzione irachena ha consegnato il testo al Parlamento iracheno. L’Assemblea Nazionale ha chiesto almeno tre giorni per analizzare il documento. Mentre la transizione politica del dopo-Saddam continua a essere irta di ostacoli, i civili iracheni continuano a morire.
Pulizia etnica. “In molti villaggi a maggioranza sciita si sono verificati degli episodi gravissimi. Le milizie armate di terroristi che sconvolgono il Paese hanno intimato a diversi residenti, minacciandoli di morte, di abbandonare la loro casa. Una vera e propria pulizia etnica”. Questo il contenuto di un’intervista rilasciata ieri dal maggiore-generale Kais al-Mamury, capo della polizia del governatorato di Babilonia al quotidiano al-Mutamer, vicino alla Coalizione. “Le violenze più gravi sono avvenute a Yussufiya, Latifiya, Daiyra e Jurf al-Sakhr - ha raccontato il funzionario - in quest’ultimo villaggio cinque famiglie, che si erano rifiutate di abbandonare la loro abitazione, sono state sterminate senza pietà”. Secondo al-Mamury, “le case abbandonate vengono spesso utilizzate come rifugio dai terroristi o come centri di detenzione per gli ostaggi. Ma lo scopo principale resta quello di sgomberare gli sciiti”.
Violenza indiscriminata. Nessun riscontro delle affermazioni del comandante al-Mamury è stato possibile, ma un dato incontrovertibile c’è: la popolazione civile irachena sta pagando un prezzo immenso a questa guerra. Secondo le ultime stime indipendenti sarebbero già più di 26mila le vittime civili dal marzo del 2003. Un numero impressionante che si è generato dall’unione di più fattori: ai cosiddetti ’effetti collaterali’ dell’operazione Enduring Freedom (basta in proposito ricordare solo il bombardamento indiscriminato di Falluja o le vittime innocenti ai check-point Usa) si aggiungono le migliaia di vittime della guerriglia irachena. Cittadini in coda per un posto di lavoro, bambini che si sono avvicinati ai militari stranieri per una caramella proprio quando questi venivano fatti oggetto di un attacco (e perché attirare i bambini con le caramelle quando si è al centro del mirino?), semplici passanti spazzati via da uomini o auto bomba. Vite distrutte dalla furia cieca di questa guerra. Per tacere delle migliaia di agenti della polizia o militari del nuovo esercito iracheno. Una vera mattanza, sulla pelle dei civili.
Paralisi politica. Si continua a morire quindi in Iraq, ma questo non riesce a far superare le differenze che dividono i politici iracheni attorno alla Costituzione. Ieri, quando nessuno ci sperava più, la commissione redattrice è riuscita a consegnare un testo all’Assemblea costituente irachena che ha chiesto e ottenuto tre giorni di tempo per analizzarlo. Da subito è emerso l’aspetto principale del documento: l’alleanza tra curdi e sciiti diventa ogni giorno più solida, a scapito dei sunniti. Un autorevole esponente della delegazione sunnita ha sottolineato come, insistendo su questa linea, “la guerra civile diventa sempre più probabile. Uno dei pochi argomenti per evitare la deriva fondamentalista è che anche i sunniti partecipino alla distribuzione dei proventi della vendita del petrolio”. L’ossatura dell’Iraq del futuro esce ben delineata dalla bozza presentata all’Assemblea. Il Paese del futuro sarà repubblicano, federale, parlamentare e democratico. La legge islamica sarà la norma fondamentale, ma larga discrezione sull’applicazione locale sarà lasciata ai dirigenti federali. Contenti i curdi che hanno ottenuto quel federalismo forte che gli permette di mantenere i proventi del petrolio della loro regione e le milizie curde peshmerga. Contenti gli sciiti che hanno visto riconosciuto il primato della sharia (diritto coranico) tra le fonti del diritto e il controllo federale dei pozzi di petrolio dell’Iraq meridionale. Gli unici tagliati fuori sono i sunniti, ai quali non resta che la parte centrale dell’Iraq, povera di risorse (il controllo della città di Kirkuk, ricca di oro nero e contesa da curdi e sunniti, è stata rimandata al 2007) e, al momento, ancora sotto il controllo delle milizie della guerriglia. Come sanno bene i cittadini di Yussufiya, Latifiya, Daiyra e Jurf al-Sakhr.
Knight Ridder Newspapers, 7 agosto 2005
Baghdad - I manifesti attaccati sulle barriere in cemento erette per fare da ostacolo alle autobombe in questa città devastata dalla guerra mostrano bambini che ridono e la diversità sociale - cristiani, arabi, kurdi - che convive pacificamente sotto lo slogan: "La nostra costituzione è la nostra tenda".
La realtà, in contrasto, è un neonato di due mesi, nudo, sudato, che si dimena nelle braccia di Layla Hussain, 35 anni, che sta cercando vanamente un po’ di refrigerio nel caldo dei 100° [Fahrenheit NdT] di Baghdad uscendo fuori dal suo appartamento, che per la maggior parte della giornata è senza elettricità ed è affollato da 16 persone.
"Non riceviamo la razione mensile, come possiamo ricevere una copia della costituzione?", chiede la Hussain. "Come possiamo avere una costituzione? Questo governo fondamentalmente agisce su ordini degli americani".
I leader iracheni stanno cercando di stendere un modello per un governo democratico permanente, un documento che essi sperano unirà un paese spaccato da differenze etniche e settarie, e che si agita sotto costanti attacchi violenti.
Parte di questo processo è un tentativo di scoprire che cosa vogliono in una costituzione nazionale persone comuni come la Hussain.
Per scrivere la costituzione degli Stati Uniti - 216 anni fa - non vennero utilizzati sondaggi e focus group, ma questo è quello che i funzionari iracheni stanno facendo come modo per costruire legittimità e sostegno pubblico. Li stanno aiutando organizzazioni irachene e occidentali armate di migliaia di questionari e centinaia di scatole per i suggerimenti collocate in tutto il paese.
Altre nuove democrazie recenti hanno passato anni in attività di educazione e raccolta di opinioni di questo tipo prima di scrivere le loro costituzioni, ma qui il periodo per gli input e il dibattito pubblico è stato compresso in solo poche settimane perché gli iracheni sono sotto la pressione di rispettare una scadenza [fissata] al 15 agosto. Questo significa - dicono alcuni analisti - che gli iracheni comuni non avranno molta voce nel determinare il loro governo.
Molti abitanti percepiscono la nuova costituzione come qualcosa di scritto dall’élite politica sotto l’influenza americana dietro la fortezza di cemento della Green Zone. E dicono che essa ha poco a che fare con le loro preoccupazioni principali.
"La costituzione ci darà l’elettricità, l’acqua, o impedirà che la gente venga uccisa?", chiede una donna che sta facendo acquisti nel quartiere di Karrada. "I sequestri, gli omicidi, e i massacri finiranno? No. Ne avremo più di prima", dice la donna, battendo insieme le palme delle mani in segno di rifiuto.
La speranza americana è che stendere una bozza di costituzione rispettando il calendario previsto sarà un passo verso la creazione di una democrazia che indebolirà e isolerà la rivolta violenta.
Ma la fretta di finire il documento in tempo minaccia di lasciar fuori le opinioni del pubblico.
"In altri paesi ci sono voluti letteralmente anni per quello che l’Iraq sta cercando di fare solo in un paio di settimane", dice Nathan Brown, un politologo ed esperto di questioni legali arabe alla George Washington University. "Potremmo andare a finire con una costituzione sulla quale dicono: `Sì, ci hanno chiesto la nostra opinione, ma alla fine hanno ascoltato l’ambasciatore americano’.".
Jonathan Morrow, un consulente legale che lavora in Iraq per l’U.S. Institute of Peace, è d’accordo: "L’Iraq non passerà alla storia come un modello di processo costituzionale", dice. "In Iraq, se sarà un successo, sarà un successo limitato. Non sarà un altro Sudafrica".
Non è che i funzionari iracheni e le agenzie non governative non stiano insistendo per chiedere le opinioni del pubblico. Un programma della commissione costituzionale e dei gruppi di supporto ha raccolto più di 250.000 risposte a questionari in tutto il paese. Ma il lavoro è iniziato solo il mese scorso.
"Il problema è che si sta semplicemente andando troppo veloce", dice Brown. E’ preoccupato che una costituzione sottoposta agli elettori prima che sia stato raggiunto un vero consenso fra gli estensori potrebbe avere come conseguenza un maggiore conflitto nazionale in futuro.
"La mia preoccupazione è che a causa della fretta non ci sia il tempo per permettere alle opinioni di consolidarsi", dice. "Tutte le ragioni fondamentali per la scadenza vengono indebolite dal fatto di insistere sulla scadenza".
Il tempo è poco perché ci sono voluti mesi per formare il governo di transizione dominato da sciiti e kurdi dopo le elezioni del gennaio scorso. Ulteriori ritardi sono stati causati dalla necessità di coinvolgere nel processo gli arabi sunniti, nella speranza che ciò disinneschi la rivolta che è per lo più guidata da sunniti.
Gli estensori della costituzione hanno trascorso le ultime settimane a litigare su questioni come i diritti delle donne, la distribuzione delle risorse nazionali, il ruolo dell’Islam nella legge, e il grado di autonomia che avranno le regioni etniche.
Se la bozza sarà completata entro il 15 agosto, essa dovrebbe andare agli elettori per l’approvazione in un referendum entro il 15 ottobre, seguito da elezioni per un governo permanente entro il15 dicembre.
Nel frattempo, gli iracheni responsabili dei rapporti con l’opinione pubblica stanno lavorando sodo per cercare di recuperare il tempo perduto. In un ufficio, in un quartiere residenziale di Baghdad, gli impiegati stanno facendo i doppi turni elaborando questionari. Essi analizzano inoltre i suggerimenti che sono stati inviati per e-mail da espatriati in tutto il mondo.
L’ufficio somiglia a qualsiasi altro, tranne per il fatto che gli impiegati sono segregati in base al sesso - le donne in una stanza con i computer portatili, gli uomini in un’altra con i desktop. E’ un compito potenzialmente letale, dato che i dipendenti governativi sono obiettivi per gli attacchi da parte dei ribelli. Guardie con armi automatiche perquisiscono chiunque entri.
I suggerimenti del pubblico per cosa includere nella costituzione spaziano dal ponderato al sincero all’oscuro. Secondo i risultati preliminari, due terzi di quelli che hanno risposto ai questionari ritengono che l’Islam dovrebbe essere l’unica fonte della legislazione o la principale, e il 91 % sostengono i diritti delle donne purché non siano in contrasto con l’Islam.
Un campione mostra che fra le idee più popolari c’è instaurare l’Islam come religione di stato, una distribuzione equa delle risorse nazionali, e l’utilizzo della pena di morte, in particolare contro Saddam Hussein.
"Solo gli iracheni possono gestire attività (in Iraq), e se vengono consentiti partner stranieri, [la loro quota] non dovrebbe superare il 49 %", secondo la disposizione proposta da un altro cittadino in un messaggio che conclude: "Da vecchio, il mio desiderio è vedere un Iraq felice, libero, e prospero prima di lasciare questo mondo. BUONA FORTUNA IRAQ".
Gli iracheni del comitato costituzionale dicono che i suggerimenti del pubblico hanno influenzato le loro discussioni. Thamir Abbas al Ghadban, un membro del comitato, dice che le proteste su una proposta di abbandonare una disposizione che garantisce alle donne almeno il 25 % dei seggi nell’Assemblea Nazionale ha portato alla decisione di mantenere quella disposizione.
Ma per strada alcuni dicono che è una conversazione a senso unico.
"Come possiamo vedere qualunque cosa se non abbiamo elettricità (per la televisione)? Ce la danno per cinque minuti, e poi se ne va", dice una negoziante di Baghdad che non vuole dare il suo nome. Mentre sta parlando, l’elettricità nel suo negozio si interrompe. "Vogliamo prima la sicurezza e vogliamo credere che la costituzione migliorerà le nostre vite, ma non si sa mai".
"Gli iracheni sono gente molto semplice. Non capiscono queste cose. Le hanno mostrate in TV. Ma la maggior parte della gente non capisce", dice Salih Mohmmad, il proprietario di un negozio. "A essere onesto, non ho fiducia nel fatto che diano suggerimenti. Non abbiamo elettricità, acqua, servizi locali. E’ questo tutto ciò che interessa alla gente".
(Traduzione di Ornella Sangiovanni)
UCCISO UN GIORNALISTA
Bassora, nel sud dell’Iraq, sembrava una città tutto sommato sotto controllo, delle truppe inglesi. Persino accessibile ai giornalisti stranieri, soprattutto se iraniani, vista la vicinanza del confine e la presenza di «consiglieri» degli ayatollah. Non si parla più dei morti di Baghdad - se non per dare delle cifre decontestualizzate -, figuriamoci se era il caso di scoprire quelli della capitale del sud.
Finché l’assassinio di Steven Vincent, giornalista free lance americano che aveva già scritto un libro sull’Iraq (dal titolo: In the red zone: a journey into the soul of Iraq) e ne stava preparando uno su Bassora, ha dato il nome a uno dei tanti morti. E il pretesto per cercare cosa c’è dietro. Mentre scriviamo, del suo assassinio - esecutori, mandanti - avvenuto martedì sera mentre si trovava con Nour Weidi, la sua traduttrice - ferita gravemente - non si sa nulla.
Steven Vincent aveva però denunciato fatti gravissimi che succedono a Bassora in un articolo pubblicato dal New York Times soltanto quattro giorni fa, il 31 luglio 2005.
Dall’atteggiamento delle truppe di occupazione britanniche - era stato embedded per dieci giorni - alla persecuzione dei sunniti-baathisti da parte della polizia religiosa. Le truppe britanniche, secondo Steven, agiscono solo nell’ottica della «exit strategy», vale a dire: addestrare la polizia locale a controllare il territorio per potersene andare, poco importa se le forze dell’ordine irachene non rispettano i diritti dei cittadini e agiscono non in nome dello stato ma della moschea. Un ufficiale di polizia aveva riferito a Steven che il 75 per cento dei poliziotti sono seguaci del leader sciita radicale Muqtada al Sadr, e «se un ayatollah schiocca le dita, migliaia di poliziotti ubbidiranno» secondo un giornalista. Nessuno dei testimoni di Vincent naturalmente vuole rivelare il proprio nome, conscio del rischio che corre. Per non parlare delle università, dove guardiani religiosi autonomi controllano l’abbigliamento e il trucco delle studentesse, se in regola con l’ordine islamico. Questa non è una novità, purtroppo. La denuncia più grave fatta dal giornalista americano sul New York times riguarda però la «macchina della morte», una Toyota bianca che porta in giro per la città poliziotti che, nel tempo libero, all’ordine dei leader religiosi, danno la caccia agli ex membri del partito Baath. Sono questi poliziotti gli autori di centinaia di assassinii di ex-baathisti. Una caccia agli ex del regime di Saddam che è stata anche rivendicata dagli uomini di Muqtada. Caccia agli ex-baathisti che coinvolge, in questa come in altre situazioni, anche le brigate al Badr dello Sciiri (Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq), addestrate in Iran dai Guardiani della rivoluzione. Per questa situazione Steven Vincent ha chiamato in causa direttamente le truppe di occupazione, in questo caso britanniche, che preferiscono chiudere gli occhi. Come dovrebbero fare anche i giornalisti, perché se vanno in giro, vedono e scrivono, vengono rapiti o, peggio, assassinati. 45 giornalisti e 20 loro collaboratori sono stati uccisi in Iraq dal marzo del 2003. In Iraq nessuno vuole testimoni, né gli occupanti né gli occupati che dicono di voler combattere gli occupanti. E chi vorrebbe gridare al mondo le proprie sofferenze non ha la forza e i mezzi per farlo.
( giuliana sgrena )
Iraq - 01.8.2005
Irreperibile da due giorni il personale italiano della Croce Rossa a Baghdad
All’ospedale della Croce Rossa Italiana di Baghdad il personale italiano è sparito. Per le corsie non si nota un cambiamento rilevante, e non si respira neppure aria di smobilitazione. I medici e gli infermieri iracheni sono all’opera, ma da due giorni ormai l’intero staff di nazionalità italiana, che di solito lavora nell’ospedale, è irreperibile. Potrebbe essere un cambio di personale, ma così non è. Potrebbe anche essere finalmente arrivato il passaggio di consegne tra gli italiani e gli iracheni. Ma perché farlo di nascosto, spostando il personale di notte e portandolo in fretta e furia sotto l’ala protettrice dell’esercito degli Stati Uniti? Di sicuro non c’è stato alcun allarme attentati. Lo smentiscono sia da Baghad che dall’ufficio stampa della Cri.
La Cri a Baghdad. Quella italiana è la sola sezione della Croce Rossa Internazionale che negli ultimi anni, fin dall’ottobre del 2003, ha mantenuto una presenza attiva nella capitale irachena nonostante la precaria situazione di sicurezza. Lo staff italiano presso l’ospedale Medical City di Baghdad contava di una quindicina di persone: infermieri, operatori sanitari generici e, a quanto ci risulta, un solo medico. Unitamente al personale iracheno, svolgono attività di pronto soccorso, visite specialistiche, interventi chirurgici e trattamenti in ambiente protetto, per casi di gravi ustioni.
"Sono semplicemente spariti". A raccontare della sparizione è un’esponente della Mezzaluna Rossa a Baghdad che, solita ad avere contatti con i colleghi italiani, ha confermato di non avere idea né dei motivi per cui gli operatori della Cri siano improvvisamente scomparsi, né su dove si trovino attualmente. La fonte afferma anche di avere telefonato diverse volte all’ospedale per chiedere spiegazioni e di non averne mai ricevute. “Sono tutti partiti” le hanno detto al telefono, in arabo, dal quartier generale della Croce Rossa Italiana a Baghdad.
Nascosti. Oggi sono circolate voci discordanti che vedono l’intero staff italiano in un luogo indefinito della zona verde - l’area iperprotetta della diplomazia a Baghdad - in attesa di espatriare con un volo dall’aerporto cittadino o addirittura con un convoglio via terra verso la Giordania. Ma la situazione è resa ancor più fumosa dal fatto che non è più sicuro nemmeno il ricambio del personale ospedaliero pervisto per il tre di agosto. Insistenti voci da Baghdad affermano infatti che il volo sarebbe stato sospeso. E fonti di PeaceReporter, che con quel volo sarebbero dovute rientrare in Italia, hanno confermato di non avere più notizie certe del loro rientro che sarebbe stato sospeso. Gli operatori delle Cri in attesa di partire dall’Italia per raggiungere Baghdad, e dare il cambio ai colleghi non sanno se partiranno, dove troveranno i propri colleghi e se potranno effettivamente rilevarne il posto.
Conferme. Dall’ufficio stampa della Cri di Roma il dottor Fabozzo conferma: "Si, effettivamente gli italiani stanno smobilitando, daremo notizia del come e del perché con un comunicato ufficiale entro poche ore. Non è certamente per un allarme terrorismo che gli italiani stanno lasciando l’ospedale. Diciamo per un cambio della politica del nostro intervento". Sempre dall’ufficio stampa della Cri infatti confermano: il volo previsto per il prossimo tre di agosto, che avrebbe dovuto portare materiale e personale (e portare indietro il personale attualmente a Baghdad) è stato cancellato. Dalla Croce Rossa non confermano e non smentiscono nulla di più, ma non è infondata la notizia che il gruppo di italiani verrà trasportato con un convoglio, attraverso il pericolosissimo deserto iracheno, verso la Giordania.
«Affermo il mio rifiuto delle forze di occupazione e chiedo il loro ritiro». Un milione di iracheni, secondo quanto annunciato oggi dal movimento del capo radicale sciita iracheno Moqtada Sadr, ha sottoscritto questa petizione. Segno che è stato raggiunto l’obiettivo che il leader si era prefisso tre settimane fa, quando, l’11 luglio, aveva avuto inizio la campagna contro l’occupazione straniera (più di 170.000 soldati stranieri, di cui 140.000 americani, sono dispiegati, infatti, nel paese). Che la resistenza fosse la linea seguita da Sadr lo si era capito anche lo scorso 18 luglio, quando, in un’intervista alla BBC del 18 luglio, l’aveva definita «legittima a tutti i livelli, religiosa o intellettuale che sia». E così gli iracheni sono stati invitati a firmare questo messaggio, «rivolto alle organizzazioni internazionali come Onu, Lega araba e UE - ha spiegato durante la preghiera del venerdì Abdel Zahra al-Suedi, rappresentante del movimento nel quartiere sciita svantaggiato di Sadr City, a Baghdad - perchè aiutino la popolazione irachena intimando alle forze occupanti di lasciare il paese il più presto possibile». «Abbiamo ottenuto le firme degli iracheni che chiedono l’uscita delle truppe di occupazione come l’ha richiesta Moqtada Sadr», ha continuato al-Suedi . Ora, la petizione verrà inviata, completa di nome, cognome e indirizzo dei firmatari, al governo e all’Onu, in attesa di una loro eventuale mossa.
Ansa, 29 luglio 2005
IRAQ
Il brutale assassinio di Adnan al Bayati è un esempio, l’ennesimo ma non per questo archiviabile, dell’assoluto imbarbarimento della situazione irachena. I giornalisti occidentali se ne sono andati o vivono bunkerizzati negli alberghi o nelle case e allora si colpiscono i loro collaboratori. Sono diversi i giornalisti iracheni uccisi nelle ultime settimane, da iracheni e da americani. Come Adnan al Bayati, che è stato barbaramente ucciso con tre colpi di pistola da un commando, a volto scoperto, davanti a sua moglie e alla piccola Fatima di soli diciotto mesi, sabato scorso. Adnan è stato un prezioso aiuto per tutti noi giornalisti, soprattutto gli italiani, visto che parlava perfettamente la nostra lingua e conosceva bene il nostro paese per essersi laureato a Perugia. L’avevo conosciuto prima dell’inizio dei bombardamenti, quando, un giorno, mi aveva accompagnato, per farmi un favore visto che non avevo una «guida» e un interprete, a una riunione di donne. Poi ci siamo incrociati spesso e nell’ultimo anno era stato lui a procurarmi interprete e autista, che erano della sua famiglia, lui garantiva per loro. E in tempi in cui non sai più di chi fidarti non era poca cosa.
Non solo. Quando ero a Baghdad, di solito era lui, la mattina, a precedere l’arrivo dei miei collaboratori con le ultime notizie ed era comunque sempre Adnan a dare tutte le indicazioni, anche sui problemi di sicurezza. Sempre disponibile. Un vero signore, molto religioso, sciita, originario di una ricca famiglia di Baquba - a nord di Baghdad, nel cuore del triangolo sunnita -, elegante, dalle buone maniere, un po’ flemmatico, all’inizio si era mal adattato alle pretese dei giornalisti, a volte un po’ arroganti quando sono presi dal vortice del lavoro quotidiano. Ma dovendo mantenere una famiglia numerosa si era «adattato» e alla fine era stato lui a imporsi con la sua abilità e professionalità, ma anche disponibilità. Lo chiamavi dall’Italia prima di partire e lui ti organizzava tutto. Sempre informato, con contatti consolidati, aveva probabilmente suscitato qualche gelosia nell’ambiente. Quando sono stata rapita è stato Adnan per conto di Mohanned, l’autista al quale era stata rubata la macchina e poi incarcerato dagli iracheni, e di Wael, messo sotto torchio dagli americani, a mantenere i contatti con il manifesto. E anche quando sono tornata è stato lui a chiamarmi per sapere come stavo, quasi a scusarsi per quello che mi era successo, a mantenere i contatti, a rassicurarmi dopo lo shock del rapimento che mi impediva di riprendere i contatti con l’Iraq. L’ultima chiamata è di pochi giorni fa, gli avevo chiesto di mettermi in contatto con Wael che non avevo più sentito.
Il dolore per la morte di Adnan si acuisce all’idea che non sarà l’ultimo amico, conoscente o sconosciuto a morire ammazzato nel clima di impunità che regna in Iraq e che miete ogni giorno decine di vittime. Adnan lo conoscevamo, di molte altre non sapremo mai nemmeno il nome.
( giuliana sgrena )
The New York Times , 20 luglio 2005
La bozza della nuova costituzione dell’Iraq potrebbe concedere un ruolo forte alla legge islamica e potrebbe limitare drasticamente i diritti delle donne, soprattutto in materie come l’eredità familiare e il divorzio. Gli estensori del documento inoltre stanno dibattendo se lasciar cadere per gradi o eliminare una misura presente nella costituzione ad interim, co-prodotta l’anno scorso dagli Americani, che richiede che le donne compongano almeno un quarto del Parlamento.
Il capitolo della bozza della nuova costituzione ottenuto dal New York Times martedì garantisce uguali diritti per le donne finchè quei diritti "non violano la Sha’ria," o la legge coranica. Gli Americani e gli Iracheni laici bandirono tali riferimenti espliciti alla legge religiosa dalla costituzione provvisoria adottata agli inizi dello scorso anno. Il capitolo della bozza, diffuso riservatamente nei giorni scorsi, ha indignato le organizzazioni delle donne, che hanno inscenato una protesta martedì mattina a Bagdad, nella piazza in cui la statua di Saddam Hussein fu buttata giù dai marines americani nell’aprile del 2003.
Uno dei passaggi critici è nell’articolo 14 del capitolo, una norma ampia che pretenderebbe che le questioni giudiziarie che riguardano argomenti come il matrimonio, il divorzio e l’eredità siano giudicate in accordo alla legge della tribù o della religione praticata dalla famiglia. Secondo questa norma le donne sciite irachene, qualunque sia la loro età, non potrebbero sposarsi senza il permesso delle loro famiglie. Secondo alcune interpretazioni della Sha’ria, gli uomini potrebbero ottenere il divorzio semplicemente dichiarando la loro intenzione tre volte alla presenza delle loro mogli.
L’articolo 14 sostituirebbe un corpus di leggi irachene che per decenni sono state considerate tra le più progressiste in Medio Oriente nella protezione dei diritti delle donne, dando loro la libertà di scegliere un marito e di richiedere che i casi di divorzio dovessero essere decisi da un giudice. Se adottato, il cambiamento delle disposizioni più laiche e più egalitarie della costituzione provvisoria sarebbe una vittoria importante per i religiosi sciiti ed i politici religiosi, che si sono irritati per l’insistenza degli Americani che l’Islam fosse indicato nella costituzione provvisoria solo come "una delle fonti" della legislazione. Parecchi estensori della nuova costituzione dicono che intendono, quanto meno, indicare l’Islam come "fonte principale" della legislazione.
Approssimativamente, circa 200 donne ed uomini hanno manifestato sotto la calura per distribuire i volantini, sventolando bandiere bianche in mezzo al traffico. "Desideriamo essere uguali a tutti - desideriamo i diritti dell’uomo per tutti", leggiamo in uno slogan. La dimostrazione è avvenuta alcune ore prima che due arabi sunniti coinvolti nel processo di scrittura della costituzione fossero uccisi con colpi di arma da fuoco vicino ad un ristorante di Bagdad, minacciando di gettare il processo di redazione nel caos.
"Desideriamo una garanzia dei diritti delle donne nella nuova costituzione", ha detto Hannah Edwar, una organizzatrice della protesta. "Stiamo andando dal comitato costituzionale per fare conoscere la nostra opinione". Una decina di donne, alcune ricoperte da lunghi abiti neri integrali, hanno effettuato una contromanifestazione. Hanno detto di essere seguaci di Moqtada Al-Sadr, il religioso fondamentalista sciita che ha guidato due ribellioni contro gli Americani.
I funzionari americani ed iracheni dicono che diverse bozze dei capitoli della costituzione sono circolate per Bagdad e che nessuna versione definitiva è stata concordata. I cambiamenti possono ancora essere fatti prima del 15 agosto, scadenza entro la quale l’Assemblea nazionale deve approvare la bozza.
Le proteste delle donne e dei gruppi relativamente laici nel comitato costituzionale, come i curdi, possono costringere i membri sciiti ad attenuare il linguaggio religioso. "Alcuni dei punti per quanto riguarda i diritti delle donne in questo capitolo devono ancora essere rivisti", ha detto Mariam Arayess, una religiosa sciita del comitato. Mariam Arayess ha detto di credere che la bozza fosse la versione di lavoro più recente e che ha avuto disposizioni ragionevolmente ampie per l’uguaglianza dei diritti. È una delle poche donne (meno di 10) del comitato di redazione composto da 71 membri.
Il capitolo ha 27 articoli, la maggior parte dei quali hanno disposizioni relativamente liberali, miranti ad assicurare i vari diritti civili. Il primo dice che "tutti gli Iracheni sono uguali davanti alla legge" e che "uguali opportunità sono garantite per tutti i cittadini secondo la legge". L’articolo finale proibisce la censura della stampa. I riferimenti all’Islam e alla Sha’ria compaiono in alcune parti. Una clausola dice che gli Iracheni godranno di tutti i diritti indicati "nei trattati e nelle convenzioni internazionali purchè non contraddicano l’Islam". Tale linguaggio è accettato da molti Iracheni, inclusi i moderati, che dicono che l’Islam è un fondamento vitale per il paese.
Ma le organizzazioni delle donne sono irritate dall’Articolo 14, che abrogherebbe una legge sulla condizione della persona relativamente liberale promulgata nel 1959, dopo che la monarchia sostenuta dai britannici fu rovesciata dagli ufficiali militari laici. Quella legge è rimasta in vigore per tutti decenni del governo di Hussein. La legge utilizzava la Sha’ria per giudicare le materie della famiglia e personali, ma lo ha fatto nel modo più laico possibile, mettendo insieme le interpretazioni più liberali della legge coranica dei settori principali dei sunniti e degli sciiti, cucendoli insieme in un codice.
I critici del progetto di proposta dicono che oltre alla limitazione dei diritti delle donne, si potrebbe anche approfondire il divario fra Sunniti e Sciiti. La bozza inoltre non fa chiaramente capire che cosa accadrebbe nei casi in cui il marito proviene da una religione e la moglie da un altra.
I politici religiosi sciiti hanno provato una prima volta, nel dicembre del 2003, ad abolire la legge del 1959. Come sta accadendo ora, le organizzazioni delle donne e le donne laiche impegnate in politica sono scese nelle strade. Di fronte alla mini ribellione, L. Paul Bremer III, l’allora proconsole americano in Iraq, rifiutò la mossa, provocando rabbia e costernazione di molti religiosi sciiti.
"Non desideriamo leggi separate per sciiti o sunniti", ha detto Dohar Rouhi, presidente dell’associazione delle donne imprenditrici. "Vogliamo una legge che possa essere applicata a tutti. Vogliamo giustizia per le donne".
Un occidentale, al corrente delle fasi della scrittura della costituzione, ha detto che quando ha visto la bozza riguardante la sezione dei diritti civili meno di una settimana fa, non conteneva un linguaggio assoluto sulla legge sullo statuto della persona. In quella versione, dice, la maggior parte delle misure - persino quelle che citano la Sha’riah’ - non erano severe come avrebbero potuto essere.
"Confrontandole con le cose che qualche sciita conservatore voleva proporre, il bicchiere è mezzo pieno", ha detto l’occidentale, che parla sotto condizione di anonimato perché non vuole sembrare che interferisca in un processo iracheno sovrano. Ha detto che ci sono motivi di allarme, riferendosi alla proposta di eliminare una norma nella costituzione provvisoria che prevede che un quarto dei seggi parlamentari vada alle donne.
Marian Arayess, membro sciita della costituente, dice che alcuni dei membri della costituente stanno studiando la possibilità di mantenere la quota per le due prossime sessioni del Parlamento prima di permettere che decada. Dopo ciò, ha detto, le donne dovrebbero potersi reggere sulle proprie gambe.
( traduzione di Paola Mirenda)
Le donne in Iraq hanno bisogno di voi
Un’epoca di atrocità post occupazione si è aperta con la rivelazione del capitolo finale degli abusi contro i diritti umani in Iraq: una Costituzione che legalizza la discriminazione delle donne.
La bozza di Costituzione, che da qualche giorno circola segretamente, elimina i diritti minimi che le donne avevano sotto la precedente "legge sullo statuto della persona", datata 1959. Anche se questa legge era in parte basata sulla Sha’ria islamica, includeva numerose riforme che fissavano le norme minime dei diritti umani per le donne, come impedire il matrimonio delle bambine e rendere la poligamia più difficile per gli uomini - una pratica che è permessa sotto la Sha’ria, oltre al pestaggio, alla lapidazione, alla flagellazione e all’obbligo del velo.
La bozza di Costituzione menziona, nel suo articolo 14, l’abrogazione della legge attuale e si limita a riferirsi alle leggi sulla famiglia come complemento della Sha’ria islamica e delle altre religioni in Iraq. In altri termini, lascia le donne vulnerabili a ogni forma di ineguaglianza e di discriminazione sociale, e le indica come cittadine di seconda classe e solo per metà umane.
Dopo l’inizio dell’occupazione, l’amministrazione Usa ha riconosciuto gli iracheni in funzione della loro identità etnica, nazionale o religiosa. Questa polarizzazione predeterminata della società attorno alle forze più reazionarie è stata accompagnata da un’arma ancora più mortale, la messa in atto di un governo di divisione e di ineguaglianza - una bomba a scoppio ritardato per una guerra civile che è già cominciata.
Inoltre, il solo ordine del giorno comune ai partiti al potere è quello dell’oppressione, del bigottismo e della misoginia, oltre al fatto di rappresentare gli interessi dell’occupante Usa.
I nemici della popolazione irachena che hanno lavorato sulla scrittura della Costituzione hanno deciso di dare vita alla risoluzione 137. Questa risoluzione isola le irachene dal mondo moderno e trasforma l’Iraq in un Afghanistan sotto il regime Talebano, dove l’oppressione e la discriminazione delle donne è istituzionalizzata attraverso la Sha’ria.
Noi abbiamo testimoniato della crescita e delle molteplici atrocità sotto questa occupazione. E’ venuto adesso il tempo per l’occupazione Usa di lasciare una impronta senza precedenti nel dileggio dei diritti umani, imponendo una costituzione che trasforma 13 milioni di donne in semi-umane.
Abbiamo bisogno del vostro aiuto per rigettare questa Costituzione che apre la via a decenni di massacri contro le donne.
Fate sapere ai difensori della libertà negli Usa quello che è fatto in loro nome e nel nome della democrazia.
Scrivete delle lettere aperte all’Amministrazione Usa, ai suoi alleati, e in modo particolare all’Onu. Ricordategli che i diritti della donne non possono essere venduti in cambio di una democrazia orribile, del razzismo, della divisione etnica, della religiosità, del settarismo e della misoginia.
Aiutateci a trovare una via d’uscita a questo attacco senza fine alle nostre libertà e alle nostre vite.
Yanar Mohammed
Responsabile dell’Organizzazione per la Libertà delle Donne in Iraq (Organisation of Women’s Freedom in Iraq -OWFI)
23 luglio 2005
(Versione del testo pubblicato nella traduzione francese di Paola Mirenda)
Da lunedì 18 luglio, di nuovo stretto l’assedio intorno alla città di Falluja. Di nuovo rastrellamenti nelle abitazioni private.
Ics, 19 luglio 2005
Gli operatori di ICS presenti in Iraq richiamano con forza l’attenzione su ciò che si sta verificando nella regione di Al Anbar dove l’organizzazione svolge programmi di monitoraggio e assistenza umanitaria nei confronti della popolazione civile sfollata dalle città.
La forza multinazionale e l’esercito iracheno da lunedì 18 luglio hanno stretto di nuovo l’assedio sulla città di Falluja. Il comando americano ritiene si siano ristabiliti in città gruppi di guerriglieri approfittando degli ultimi mesi di relativa calma.
All’interno di Falluja nei giorni scorsi si sono registrate numerose esplosioni. La forza multinazionale ha chiuso la città e sta rastrellando le abitazioni, casa per casa. Tutto ciò ha provocato un nuovo esodo di civili, altre centinaia di famiglie hanno abbandonato la città aggravando ulteriormente l’emergenza umanitaria.
L’effetto secondario sarà quello di aumentare il senso di precarietà degli sfollati dei precedenti assedi. Negli ultimi tempi si sta infatti verificando un rallentamento dei rientri verso le proprie case, o quello che resta di esse, proprio per il timore di nuovi attacchi e di ulteriori rischi per la propria vita. E’ quindi prevedibile che con la situazione attuale il grado di diffidenza e di paura della popolazione aumenti ancora di più.
E’ preoccupante anche l’ipotesi tutt’altro che remota che l’esempio dei cittadini di Falluja venga seguito anche da quelli di Ramadi, Hit, Qaim e di tutte le altre città che hanno subito i duri attacchi delle forze multinazionali e dell’esercito iracheno negli ultimi mesi.
Non è possibile prevedere quando possa finire o, quantomeno, iniziare a decrescere la situazione di emergenza umanitaria.
Rosita Viola, direttrice di ICS commenta così le ultime preoccupanti notizie che ci giungono dai nostri operatori: "In questo momento, nel Governatorato di Ambar circa 30.000 persone sono senza casa, in una condizione di totale indigenza. ICS continuerà nelle prossime settimane ad attuare i previsti programmi di emergenza necessari a rispondere ai bisogni più immediati della popolazione civile".
Uno studio dello Small arms survey, un gruppo di ricerca svizzero, pubblica le stime del numero di morti iracheni dall’inizio della guerra per cause direttamente legate al conflitto
Dall’inizio della guerra di aggressione anglo-americana in Iraq, il 20 marzo 2003, sono 39.000 circa gli iracheni morti direttamente a causa della violenza armata o dei combattimenti contro gli eserciti invasori. La notizia, diffusa da un’agenzia di informazione collegata all’Onu (Integrated regional information network - Irin), proviene dalle ricerche dello Small arms survey, un gruppo di ricerca indipendente del Graduate institut of international studies di Ginevra. Al bilancio si dovrebbe già oggi rimetter mano. E’ salito a 98, infatti, il numero delle vittime dell’attacco che sabato ha incendiato la piazza centrale di Mussayeb, quando un attentatore suicida si è fatto esplodere su un camion cisterna tra la gente. Anche ieri si sono registrati diversi attacchi armati. A Baghdad tre poliziotti sono stati uccisi in scontri a fuoco con un commando armato e, poco più a nord, un soldato americano è rimasto ucciso per l’esplosione di un ordigno artigianale; altri 3 militari iracheni hanno perso la vita nei pressi di Falluja per lo scoppio di una bomba; e a Bassora è stato ucciso il professore sunnita, ex-baathista, a capo del dipartimento di storia Alaa Dawoud Salman.
Il gruppo di studi diretto da Keith Krause, professore di scienze politiche dell’istituto di Ginevra, ha voluto mettere in evidenza come la gran parte delle notizie provenienti dalle zone di guerra irachene hanno tenuto il mondo regolarmente informato soprattutto su un aspetto del conflitto: «il numero uomini e donne americani e inglesi che sono stati uccisi». 1758 militari statunitensi morti alle ore 16 del 13 luglio scorso, per la precisione, e più di 11 mila feriti. Il problema riguarda il campo iracheno: quanti civili e militari iracheni sono morti dal 20 marzo 2003 per cause direttamente o indirettamente dipendenti dall’aggressione? I dati ai quali si fa abitualmente riferimento, anche i più aggiornati, sono lontani dalla verità, dice il rapporto. L’Iraq body counter, fonte di informazione per molti media, stima tra 23 e 26 mila le vittime civili.
Nell’ottobre 2004 il giornale medico inglese The Lancet ha pubblicato il risultato di un’indagine sul numero dei decessi in Iraq. Mettendo a confronto il primo anno di guerra con gli anni precedenti è emerso un incremento di circa 100mila morti. Tra questi, dicono i ricercatori svizzeri, è ragionevole stimare che circa il 40% siano conseguenza diretta del conflitto.
La grande disparità tra queste stime dipende dai parametri che vengono scelti dai ricercatori. L’Iraq body counter tiene conto solamente dei morti diretti e utilizza esclusivamente «agenzie di stampa liberamente accessibili online». Questo perché «documentare e attribuire le responsabilità degli "effetti collaterali" richiede l’impiego di risorse sul campo per un periodo di tempo assai lungo».
La preoccupazione di stimare con precisione il numero delle vittime ha implicazioni politiche notevoli. Su queste stime si basa il lavoro delle organizzazioni umanitarie, gli sforzi per la mediazione e la risoluzione del conflitto, il disarmo post-conflitto e i programmi di ricostruzione e sviluppo delle Nazioni unite.
Secondo i ricercatori, «i rapporti ufficiali sulle vittime dei conflitti sono spesso deliberatamente falsi, per minimizzare o aumentare l’attenzione dell’opinione pubblica, per coprire le atrocità o mantenere l’apparenza della superiorità militare». Le parole del generale Tommy Franks sembrano confermare quanto scritto: «non facciamo la conta dei morti», ha detto.
L’obiettivo principale del rapporto, pubblicato dall’Oxford university press, è di mettere in luce il ruolo determinante delle armi leggere come causa di decesso nei conflitti. Il testo denuncia che una percentuale tra il 60 e il 90% delle oltre 100 mila vittime di guerra nel mondo nel 2003, primo anno del conflitto iracheno, sono state causate da armi leggere. E’ soprattutto nella fase critica del post-conflitto che queste armi provocano i danni più rilevanti. Il caso iracheno non fa eccezione. Dalla fine del conflitto, proclamata da Bush il 1° maggio del 2003, il numero di morti militari e civili è stato altissimo: secondo il rapporto dall’agosto del 2003 al luglio del 2004, più di 15.000 persone sono morte per cause direttamente collegate al conflitto. Il numero sale a 27.180, per lo stesso periodo, se si considerano le «vittime indirette». L’Italia è entrata nel conflitto con la missione Antica Babilonia proprio in questa seconda fase.
Storia di un palestinese che, come i suoi connazionali, gli Usa vogliono fuori dall’Iraq
Peacereporter , 13 luglio 2005
Abu Hamed è un palestinese poco più che cinquantenne ed è alto due metri. Seduto su una sedia in una strada del campo profughi palestinese di Yarmuck a Damasco, in Siria, passa le sue giornate guardando la gente passare avanti e indietro nei vicoli del campo. Per un profugo alto due metri stare seduti è una postura ideale, perfetta per guardare negli occhi gli adolescenti che manifestano i primi atteggiamenti spavaldi di una maturità che non vedrà un posto di lavoro stabile e, quindi, neanche uno stipendio competitivo nella non opulenta economia siriana.
Vita da profughi. Abu Hamed è arrivato nel campo profughi palestinese a Damasco non nel 1948 dopo la nakba (la catastrofe, come i palestinesi chiamano la nascita dello Stato d’Israele) o nel 1967 dopo la guerra dei Sei giorni. E’ qui solo da pochi mesi in quanto prima viveva a Baghdad. Sconsolato guarda e saluta amici nuovi e vecchi compagni con i quali, per un po’, aveva perso i contatti di una quotidianità pressoché immobile per i profughi palestinesi. La bocca coperta da imponenti baffi brizzolati comincia a raccontare della situazione dei palestinesi in Iraq, delle “retate compiute ai danni degli universitari e delle famiglie che sono stati sfrattati in quanto gli americani spingono affinché nessun iracheno dia in affitto un’abitazione a famiglie palestinesi. Nella sola Baghdad vi erano circa 35mila palestinesi, molti dei quali sono ancora in Iraq, ma non vedono l’ora di andare altrove”. Quando chiedo maggiori informazioni sugli uffici politici delle organizzazioni palestinesi ospitate in esilio in Iraq, Abu Hamed comincia a parlare a raffica: “Chiusi tutti gli uffici di al-Fatah, del Fronte Democratico, del Fronte Popolare”. Evita di nominare Hamas e Jihad Islamica, perché le organizzazioni radicali islamiche non venivano tollerate dal laicismo del regime di Saddam, e continua dicendo che “il dato più grave sta nel fatto che gli americani hanno chiuso l’ambasciata dell’Autorità Nazionale Palestinese in Iraq imputandole la partecipazione ad una operazione militare contro un blindato statunitense”.
Un rapporto difficile. Abu Hamed sorride con amarezza nell’illustrare le ripetute beffe che la popolazione e le istituzioni palestinesi hanno subito in Iraq dopo l’occupazione americana. “Da quando, su richiesta dei militari Usa, ci hanno sfrattato dalle nostre case, molti di noi hanno rivisto le tende abbandonate dopo la nakba”, racconta il profugo palestinese, “perse le case si sono concentrati nella zona di al Baladiat, nei pressi del campo sportivo Haifa. E’ dovuto intervenire il commissariato per i rifugiati dell’Onu per dare una sistemazione dignitosa in un nuovo campo profughi palestinese che prima della guerra non esisteva”. La libertà di azione politica delle organizzazioni palestinesi non è solo stata soppressa con l’arrivo delle forze della Coalizione, ma sono stati soprattutto i civili a subire atti di ritorsione da quando lo Sciri (l’alto consiglio rivoluzionario islamico), autorità sciita, ha dichiarato che tutti i palestinesi sono "rei di aver sostenuto il rais deposto Saddam Hussein”. Le storie dei palestinesi si confondono con la storia personale della famiglia di Abu Hamed. “Una vicina di quella che era la mia casa avrà detto agli americani che da me c’erano strani movimenti”, racconta Hamed, “quelle che prima erano normali dispute tra condomini ostili, con l’arrivo dell’autorità americana hanno assunto un valore politico per la sicurezza dell’Iraq. Così il giorno che dovevo portare il mio figlio malato in ospedale per delle cure, i soldati statunitensi non mi hanno fatto uscire di casa e quando mia moglie, in preda allo sconforto, si è arrabbiata con loro, l’hanno sbattuta sul pavimento”. Via da Baghdad. Questa la scelta di Abu Hamed, ma per molti altri le frontiere dei paesi limitrofi non sono aperte. “I palestinesi del 1948, cioè gli arabo-israeliani che si trovavano in Iraq dal momento dell’invasione e che vogliono tornare in Israele o in Giordania, si vedono respinti dalle autorità dei loro paesi - racconta Abu Hamed - per un palestinese in Iraq il passaporto giordano o israeliano non conta più nulla. Di loro, i loro paesi, se ne sono sbarazzati con piacere.” Ma secondo Abu Hamed, un giorno, gli uffici del Fronte Popolare e di al Fatah e quelli delle associazioni di assistenza ai profughi e delle organizzazioni non governative palestinesi riapriranno in Iraq? “Se solo dovesse venire riaperta l’ambasciata palestinese a Baghdad, sarebbe già un evento straordinario. I nuovi Allawi e Pachachi, che devono necessariamente godere del beneplacito degli invasori, non vogliono i palestinesi nel nuovo Iraq”, risponde con un’espressione amara.
Rivelata la "exit strategy" di Londra e Washington. Un documento riservato pubblicato dal "Mail on Sunday"
Passaggio di 14 province su 18 al controllo del governo iracheno. Il memorandum britannico: in un anno da 8.500 a 3.000 militari
LONDRA - Entro un anno, o anche prima, Gran Bretagna e Stati Uniti potrebbero più che dimezzare i propri contigenti militari in Iraq, affidando sempre di più la sicurezza del paese all’esercito iracheno; e il ritiro potrebbe avvenire non tanto perché gli iracheni "sono pronti a difendersi da soli", quanto per le crescenti pressioni politiche e le esigenze di bilancio di Londra e Washington. Ad affermarlo è un documento riservato del governo britannico, ottenuto dal Mail on Sunday, che lo ha pubblicato ieri con ampio rilievo per le connessioni tra la guerra in Iraq e la lotta al terrorismo, all’indomani dell’attentato che ha scosso la capitale.
Il memorandum, preceduto dalla scritta Secret - UK eyes only, ("Segreto - solo per occhi del Regno Unito"), prevede che entro metà del 2006 le truppe britanniche in Iraq siano ridotte dagli attuali 8.500 a 30mila uomini e quelle americane dagli attuali 140mila a 66mila. "I piani che stanno emergendo negli Stati Uniti calcolano che all’inizio del 2006 potrà essere ceduto agli iracheni il controllo di quattordici province su diciotto", afferma il documento.
Interpellato nel merito, il ministro della Difesa britannico, John Reid, non ha smentito l’esistenza del memorandum, ma ha sostenuto che si tratta solamente di una "prudente pianificazione" di un possibile scenario: "Non è stata ancora presa nessuna decisione definitiva sul futuro delle nostre forze in Iraq", ha detto Reid, "ma abbiamo sempre affermato che è nostra intenzione cedere il controllo del paese e la lotta contro i terroristi all’esercito iracheno, mano a mano che la sua capacità aumenta".
Fonti di governo citate dal Mail indicano che il governo Blair risparmierebbe da 500 milioni a un miliardo di sterline (da settecento milioni a un miliardo e quattrocento milioni di euro) l’anno dimezzando il proprio contingente in Iraq, e che le necessità di bilancio hanno un peso sostanziale sulla decisione. Un altro fattore sarebbe l’impegno preso da Blair con Bush di inviare 3.000 soldati in Afghanistan all’inizio della primavera 2006, per rimpiazzare altrettanti americani: le forze britanniche non dispongono di elementi sufficienti per affrontare entrambe le operazioni.
Ma non si tratterebbe soltanto di interessi interni. Secondo le indiscrezioni raccolte dal quotidiano londinese, infatti, la pressione a ridurre rapidamente i contingenti in Iraq viene in primo luogo da Washington. La guerra è sempre più impopolare negli Stati Uniti, dove contribuisce al vistoso calo degli indici di gradimento di Bush. Il desiderio della Casa Bianca e del Pentagono di dichiarare "missione compiuta" in Iraq si scontra con il parere dei vertici militari americani a Bagdad, che temono che sia troppo presto per lasciare il paese in mano agli iracheni. Così come aveva fretta di entrare in guerra, tuttavia, ora sembra che Bush abbia fretta di uscirne, e potrebbe non esserci argomento in grado di fargli cambiare idea.
Il ritiro, naturalmente, va concordato, perlomeno con l’alleato più fidato, la Gran Bretagna. Non è chiaro, osserva il Mail, se gli alleati angloamericani stiano consultando sull’argomento anche gli altri paesi che hanno truppe in Iraq, come Italia, Australia, Giappone, Danimarca. "E’ probabile che sarebbero più riluttanti a restare in Iraq, se il nostro contingente diminuisse", ammette Reid, considerato più favorevole del suo predecessore Hoon a un rapido disimpegno militare dalla regione.
Nell’ambito della cooperazione militare tra Londra e Washington va registrata un’altra indiscrezione. Quando al summit del G8 della settimana scorsa è arrivata la notizia dell’attentato di Londra, scrive il Sunday Express, il presidente Bush avrebbe detto a Blair: "Basta, dobbiamo prendere bin Laden", ottenendo dal primo ministro britannico il pronto invio di otto "super-commandos" delle Sas, la forza di élite dell’esercito britannico, verso il Pakistan, per partecipare alla caccia al capo di al Qaeda. In proposito, un altro giornale, il Sunday Times, sostiene che un elicottero pieno di commandos americani dei Seals, le teste di cuoio della marina militare Usa, abbattuto due settimane fa al confine dell’Afghanistan, fosse arrivato vicino a Osama e proprio per questo sarebbe stato colpito.
23 giugno 2005
In Iraq c’è un’altra resistenza della quale nessuno parla. Mentre la violenza aumenta in tutto il paese e si susseguono gli attentati, ma anche operazioni militari di cui si sa poco o niente (e di cui fa le spese la popolazione civile), esiste una società che si organizza e che cerca di indicare una strada diversa rispetto a quella - senza ritorno - su cui il paese sembra ormai essere avviato, e al fondo della quale c’è la guerra civile.
Il 7 maggio l’Iraqi National Foundation Congress (INFC) ha tenuto a Baghdad la sua seconda sessione.
A quasi un anno esatto di distanza da quando è stata fondata (l’8 maggio 2004), questa coalizione di forze e movimenti politici di tendenze anche assai diverse - laici, islamici, nazionalisti panarabi, sciiti, sunniti, kurdi, tutti accomunati dall’impegno contro l’occupazione e verso il mantenimento dell’unità dell’Iraq - è tornata ad affermare il suo rifiuto dell’occupazione come punto qualificante e unificante.
“Vogliamo un calendario chiaro e ufficiale per il ritiro [delle forze di occupazione] garantito dalle Nazioni Unite e da organismi internazionali neutri”, ha detto Harith al Dhari, Segretario Generale del Consiglio degli Ulema, il principale organismo sunnita in Iraq, che rappresenta almeno 3000 moschee in tutto il paese, e che fa parte dell’INFC dalla sua costituzione.
La richiesta era già stata avanzata il 15 febbraio scorso, quando le “Forze patriottiche contrarie all’occupazione” si erano riunite a Baghdad, nella moschea di Umm al Qura, e avevano presentato una piattaforma in sette punti - le loro condizioni per partecipare al processo politico, e in particolare alla stesura della costituzione.
Al primo posto “un calendario chiaro, preciso, pubblico e vincolante, garantito internazionalmente, per il ritiro delle truppe di occupazione dall’Iraq in tutti i loro aspetti e forme”.
Il non avere ancora fissato un tale calendario è un insulto a tutti gli iracheni, ha detto al Dhari, che fa parte del Segretariato Generale dell’INFC. “Marginalizzerà tutti gli iracheni, sunniti, sciiti, kurdi, cristiani e turcomanni, nello stesso modo, e farà il gioco degli occupanti”.
Nella sessione del 7 maggio, l’INFC ha ribadito questa richiesta, assieme al suo impegno verso l’unità dell’Iraq, contro qualunque progetto o tentativo che miri alla sua divisione e disgregazione, e alla condanna delle divisioni settarie, che stanno aumentando nel paese, e la cui responsabilità viene attribuita alle forze di occupazione, ma anche al governo iracheno a interim e a quello di transizione.
Ha condannato inoltre la violenza che colpisce civili innocenti, affermando invece la legittimità della resistenza contro l’occupazione “nelle sue diverse forme e scelte”, e ha detto di essere pronto a un dialogo nazionale con tutte le forze politiche, a cominciare da tutti i gruppi kurdi.
Oltre a ribadire questi principi, già presenti nel suo documento costitutivo (la “Carta di intesa e di azione nazionale”), il 7 maggio l’INFC ha presentato anche il suo programma politico.
L’invito è a lavorare per creare “un sistema repubblicano nazionale e democratico che garantisca al popolo la giustizia e la eguaglianza fra tutte le sue nazionalità”, che rispetti il pluralismo e i diritti umani, e rappresenti la volontà di tutti gli iracheni, senza esclusioni né emarginazioni, e che abbia la legge islamica come fonte principale di legislazione.
Sul piano economico, si afferma che lo stato deve assumere la responsabilità di tutti i settori strategici, in particolare quelli relativi alle industrie estrattive e all’esportazione delle risorse naturali - settori dei quali si deve impedire la privatizzazione.
Devono inoltre essere promulgate leggi economiche che proteggano la produzione nazionale dalla concorrenza, promuovendo le attività private perché contribuiscano allo sviluppo dell’economia nazionale, senza che gli investimenti stranieri superino il 49% del totale del capitale iracheno.
Sul tema della lotta contro le privatizzazioni si stanno organizzando da tempo - e nel silenzio totale dei media - i lavoratori del settore petrolifero iracheno, riuniti nella General Union of Iraqi Employees (GUOE).
Questo sindacato, che ha 23.000 membri, ma che ancora non è riconosciuto dalle autorità di occupazione, né dal governo iracheno, è stato protagonista, dalla sua fondazione (appena un mese dopo la fine della guerra, inizialmente come South Oil Company Union), dell’autoorganizzazione dei lavoratori del settore petrolifero nel sud dell’Iraq.
Grazie ai suoi sforzi, sono stati rimessi in piedi autonomamente raffinerie, impianti di trivellazione, oleodotti, attrezzature portuali, espellendo la Kellogg, Brown and Root (una controllata dell’americana Halliburton) da tutti i siti di lavorazione del petrolio.
Ci sono stati scioperi per i bassi salari ma non solo. La GUOE ha guidato anche uno sciopero selvaggio per protesta contro l’attacco a Najaf nell’agosto del 2004, e ha bloccato l’accesso alle navi cisterna che servivano le truppe britanniche.
I lavoratori, con le loro lotte, sono riusciti a far aumentare il salario minimo da 69.000 dinari (allora 35$) a 102.000 dinari (50$), più il pagamento per i rischi e l’alloggio, ed è stato negoziato il reintegro di coloro che erano stati licenziati dal precedente regime.
Un altro successo è stato l’essere riusciti a costringere la kuwaitiana ‘Al Khurafi Company” a sostituire 1.000 lavoratori “importati” dal Pakistan con iracheni bisognosi di lavoro.
Uno dei maggiori punti di forza della GUOE è la sua indipendenza da qualunque partito politico. “Quando andiamo al lavoro e indossiamo le nostre uniformi, siamo lavoratori, e ci organizziamo come lavoratori, per i lavoratori. E’ il nostro ruolo, la nostra responsabilità come sindacato....Noi non siamo strumento di alcun partito”, dice Faraj Rabat Mizban, membro del Comitato Esecutivo, responsabile media e cultura per il sindacato.
Il 25 e il 26 maggio la GUOE ha organizzato a Bassora - dove ha sede - un convegno contro la privatizzazione del settore pubblico, al quale hanno partecipato, oltre a 150 sindacalisti e leader del consiglio del sindacato di Nassirya, Amara e Bassora, rappresentanti della Federazione Irachena dei Sindacati, e professori universitari, anche esponenti internazionali provenienti da Usa e Gran Bretagna.
A conclusione del convegno i partecipanti hanno prodotto un comunicato indirizzato al parlamento iracheno, al governo, al Ministero del Petrolio e a quello dell’Industria, in cui si afferma che la privatizzazione del settore pubblico arrecherebbe grave danno al popolo iracheno, perché l’economia irachena basata su questo settore è una delle conquiste della rivoluzione del 14 luglio 1958, e rappresenta la ricchezza comune di tutti gli iracheni .
Solo il popolo iracheno potrebbe eventualmente autorizzare una qualunque modifica in questo settore tramite un referendum generale, o il suo legittimo rappresentante - il Parlamento.
Parlamento al quale si chiede di assumere una posizione ferma contro quelle tendenze politiche che chiedono la privatizzazione del settore pubblico in Iraq.
Una questione vitale su cui la decisione - si dice - spetta al popolo.
Il protrarsi della guerra in Iraq fa nascere nuove forme di resistenza negli Usa
scritto per noi da
Matteo Colombi
La guerra in Iraq continua a mietere vittime americane, la situazione politica e la sicurezza degli iracheni sembrano in balia di caos e violenza; le forze armate sono alla ricerca disperata di nuove reclute, avendo dato fondo agli arruolati regolari e alla Guardia Nazionale (non abituata né equipaggiata per conflitti esterni). Tutto ciò logora i consensi alla politica di Bush, e il continuo sfrontato ottimismo risuona sempre più come un affronto, come un insulto all’intelligenza dell’americano medio.
Di fronte al calo dei consensi verso la guerra e la presenza americana in Iraq, specialmente dinanzi all’estendersi del dubbio e della stanchezza tra i ranghi dell’elettorato che ha sostenuto i repubblicani nella loro ascesa al dominio di Washington, l’amministrazione Bush è costretta a difendersi e a difendere la presenza in Iraq. Con i sondaggi d’opinione in caduta, incalzati da perdite continue, alcuni generali e il segretario alla Difesa Rumsfeld sono apparsi domenica scorsa negli show di rassegna politica per placare gli animi, per rassicurare che la transizione in Iraq sta progredendo, e al contempo per annunciare che gli insorti non verranno sconfitti in un batter d’occhio. Pazienza e perseveranza per il presente, riduzione delle aspettative ma ottimismo per il futuro. Questa è la linea.
L’erosione dei consensi pare tanto drammatica da aver spinto il presidente Bush a parlare alla nazione martedì sera, per arginare il disfattismo che aleggia tra la popolazione, e che ormai fa vacillare alcuni rappresentanti repubblicani al Congresso. Le contraddizioni messe in moto da questo conflitto militare però vanno acuendosi. La crisi dell’Esercito è indipendente dai livelli di consenso pubblico. Dinanzi al logoramento delle truppe al fronte, le forze armate statunitensi stanno mancando le quote di reclutamento. I metodi di reclutamento si fanno sempre più aggressivi; il governo federale, in cambio di aiuti finanziari alle scuole locali, vuole liste dettagliate degli studenti, vuole accesso garantito per i suoi agenti reclutatori agli eventi chiave dell’anno scolastico, dalle partite di football ai balli di fine anno. Chiama a casa ragazzini di sedici, diciassette anni. Minori. Sa che già a diciotto anni è più difficile ingaggiare i giovani.
I tentativi di trasformare la scuola stessa in una estensione amministrativa dei centri di reclutamento, di compilare schede dettagliate per identificare gli studenti più proni a essere reclutati, le telefonate a casa, il tentativo di aggirare la supervisione dei genitori, stanno provocando non pochi malumori. Una associazione nata da una coalizione di organizzazioni pacifiste, di madri e di associazioni di quartiere, Leave My Child Alone, è sorta per contrastare, scuola per scuola, i tentativi del Pentagono di usare le scuole come centri di reclutamento. Il nome ne definisce il programma: ‘Lascia Stare mio Figlio (o Stai Lontano da Mio Figlio)’. Una linea di azione è quella di notificare ai genitori il diritto di ritirare e/o negare l’accesso ai dati dei propri figli, e di togliere il loro nome dalle liste fornite al Pentagono per la costruzione di una banca dati di tutti gli adolescenti d’America, nonché dalle liste fornite ai centri di reclutamento locali. L’altra linea d’azione si basa su un contrasto assai più diretto, di vero e proprio contro-reclutamento.
Il sistema politico è bloccato e inconcludente, ma la resistenza dal basso fa muovere le cose. E crea disagio tra i politici, che incominciano a vacillare. Il protrarsi del conflitto in Iraq ha di fatto spinto le forze armate americane a logorare il rapporto tra soldati e politici, e tra soldati e Pentagono; e di seguito, a logorare il rapporto tra le forze armate e la popolazione da cui traggono reclute (i poveri e la classe lavoratrice, le minoranze etniche e razziali). La sopraggiunta stanchezza dei sostenitori di Bush, incantati da una vittoria apparsa facile e ora disorientati, si aggiunge dunque alla sempre più incisiva militanza di un dissenso più diretto e interessato tra coloro che rischiano di pagare il prezzo della guerra, e tra coloro che questa guerra l’hanno rifiutata a priori.
L’informazione in Iraq, un impegno prioritario?
Paola Mirenda
Osservatorio Iraq, 24 giugno 2005
Anne-Sophie Le Mauff è dunque sul punto di lasciare l’Iraq. La decisione è stata presa dalle autorità irachene, che affermano di aver agito sotto pressione del Ministero degli Esteri francese. Ma all’ambasciata smentiscono, dicendo di non aver nulla a che vedere con la questione.
Anne-Sophie Le Mauff è una delle pochissime giornaliste occidentali che ancora sono in Iraq, e la sola giornalista francese ad essere presente nel paese. Proprio in queste ultime settimane erano in corso riunioni ( ) fra i direttori delle diverse testate giornalistiche francesi per concordare una linea comune nel loro agire nei territori in guerra, in particolare in Iraq. Una serie di riunioni iniziate con il sequestro di Florence Aubenas, e proseguite poi dopo la sua liberazione. Di questa loro decisione i direttori delle testate giornalistiche ne avevano parlato anche con il primo ministro Dominique de Villepin, che aveva nuovamente espresso la sua contrarietà all’idea che i media francesi fossero presenti a Baghdad, e aveva anche sottolineato l’anomalia della presenza della giornalista. L’Humanité, uno dei quotidiani per i quali scrive Le Mauff, in un editoriale del direttore Pierre Laurent apparso nell’edizione del 16 giugno rendeva noto che l’ambasciatore francese a Baghdad aveva scritto una lettera alla giornalista invitandola a lasciare il paese, ma anche che Anne-Sophie si era rifiutata. Il 16 aprile, in un articolo comparso in occasione dei cento giorni del rapimento di Florence Aubenas, Anne Sophie spiegava perché, nonostante tutto, bisognasse restare in Iraq. Restare per raccontare, restare perché questo è il lavoro di un giornalista.
Reporter sans frontières sottolinea come "espellere un giornalista straniero sia un grave attacco alla libertà di stampa e nuoccia considerevolmente all’immagine di un governo che ci ricorda sempre il suo attaccamento ai valori democratici". Ma se è stato il governo francese a chiedere alle autorità irachene di espellerla, allora "questa procedura è inaccettabile. (…) Non è il governo che può decidere quale giornalista debba o non debba stare in Iraq ".
Nonostante le smentite dell’ambasciata, infatti, molti segnali fanno pensare alla stampa francese che la decisione sia partita dalla Francia, e che le autorità irachene l’abbiamo soltanto attuata.
Già altri governi avevano chiesto ai propri giornalisti di non andare, di non restare in Iraq. Lo ha fatto anche il governo italiano, durante il rapimento di Giuliana Sgrena, e lo ha ribadito anche nelle ultime settimane, tanto che la Federazione Nazionale della Stampa Italiana ha emesso una propria nota in cui sottolinea che " se non andare è una scelta individuale della testata o dei singoli giornalisti, allora è giusta e motivata. Ma noi non accettiamo che dall’alto, da parte delle istituzioni, del Parlamento, del governo, delle autorità’ militari, ci venga rivolto un ’caldo consiglio’ a non stare in Iraq".
Non sono comunque ancora chiare le ragioni addette dalle autorità irachene per giustificare il provvedimento di espulsione, che ha dato solo due giorni di tempo alla giornalista per lasciare il paese. L’ordine è stato dato il 21 giugno, con l’invito ad allontanarsi entro il 23 pena l’arresto. Secondo quanto hanno dato ad intendere alla stessa giornalista, sarebbe stata considerata un obiettivo possibile, e dunque si temeva per un suo rapimento.
Dice oggi Pierre Laurent: "Quello che è certo, è che dopo la scomparsa di Fred Nérac, l’assassinio di Enzo Baldoni, le circostanze tragiche della liberazione di Giuliana Sgrena, i rapimenti di Chesnot-Malbrunot, di Aubenas –Hanoun, dei giornalisti rumeni e di tanti altri avvenimenti meno mediatizzati, la partenza obbligata di Anne – Sophie Le Mauff rende la situazione dell’informazione in Iraq più nera che mai. L’esercito americano, che si dice venuto per "liberare il paese" continua a chiudere gli occhi e a tacere. Uno ad uno, i paesi i cui giornalisti sono rapiti, negoziano nell’ombra la salvezza della loro vita. Ma ogni volta, l’informazione perde una battaglia in più, un testimone in più. I responsabili francesi hanno affermato la settimana scorsa la loro volontà di non disertare l’Iraq. Ma come fare? La loro sola volontà non sarà sufficiente. Non sarebbe il caso di fare ormai dell’informazione in Iraq un impegno democratico e internazionale prioritario?".
Ad un anno dal «passaggio dei poteri» gli Stati uniti sempre più impantanati in Iraq. Rumsfeld e gli Ulema confermano i negoziati ma gli Usa si rifiutano di fissare una data per il ritiro e arrestano un altro leader religioso sunnita
STEFANO CHIARINI
Un elicottero americano è stato abbattuto ieri mattina a nord della capitale nel corso di furiosi combattimenti e la lista dei soldati americani uccisi in Mesopotamia si è allungata di altri tre nomi. I caduti di questo mese di giugno, ad esattamente un anno dal «passaggio dei poteri», la « svolta» tanto annunciata che avrebbe dovuto portare entro qualche mese ad una «exit strategy» dal paese, è salito a ottanta. Dall’inizio delle operazioni sono caduti in Iraq, accanto a decine di migliaia di iracheni, ben 1742 soldati americani. Un dato che, accanto ad un costante peggioramento della situazione - in Iraq manca l’elettricità, l’energia elettrica, la benzina, il gas per cucinare, il lavoro, la sicurezza - comincia a creare delle crepe tra gli stessi repubblicani americani preoccupati dei sempre peggiori sondaggi elettorali. La Casa bianca, di fronte a questa scivolosa discesa, da una parte continua ad accelerare sulla «balcanizzazione» del paese su basi etniche e confessionali, sulla «guerra sporca» e dall’altra ha lanciato un’operazione tesa a dimostrare l’esistenza di «passi avanti» tra i quali vi sarebbero anche «trattative» con una parte della resistenza irachena. Tipiche di questa schizofrenia sono le dichiarazione rilasciate ieri dal ministro della difesa Donal Rumsfeld e dal generale George Casey, comandante delle truppe americane in Iraq.
Se quest’ultimo ha dichiarato che «gli iracheni stanno facendo progressi ogni giorno», verso la democrazia e la sconfitta dell’insurrezione, il titolare del Pentagono ha ribadito che ci vorranno almeno dodici anni per piegare la resistenza e che questo potrà avvenire solamente per mano di forze di sicurezza irachene e ha confermato che vi sarebbero stati incontri e trattative con alcuni gruppi della resistenza. I negoziati, rivelati dal settimanale inglese «Sunday Times», si sarebbero tenuti in una villa di Balad, a circa settanta chilometri a nord di Baghdad, il tre e il tredici giugno scorsi e ad essi avrebbero partecipato esponenti dell’Esercito Islamico in Iraq, il Consiglio dei Mujaheddin, la «Rivoluzione del 1920», l’esercito di Maometto e, sembra, la stessa Ansar al Sunna, considerata vicina ad al Qaida. Gli Usa avrebbero ipotizzato una tregua e un’amnistia ma i vari gruppi della resistenza hanno chiesto - come già avevano fatto nel corso di precedenti incontri a gennaio e febbraio alcuni esponenti del partito Baath e, a livello politico, i rappresentanti della comunità sunnita, un calendario per il ritiro delle truppe di occupazione dall’Iraq. E come allora anche oggi gli Usa si sono rifiutati di fissare una data per il ritiro e di rimettere in discussione l’assetto istituzionale del paese basato sull’esclusione dei sunniti e di tutti i movimenti che chiedono la partenza delle forze occupanti.
Obiettivo degli incontri - ha sostenuto lo stesso Rumsfeld - sarebbe innanzitutto quello di dividere la resistenza nazionalista, irachena da quella «straniera» facente capo al misterioso Abu Musab al Zarqawi ma in realtà gli Usa cercherebbero di portare dalla loro parte pezzi dei vecchi servizi di sicurezza e importanti tribù sunnite per far avanzare ancor più la balcanizzazione del paese. Significativo il fatto che di tutto gli Usa avrebbero parlato nel corso degli incontri tranne che dei necessari passi politici necessari per far avanzare veramente una «exit strategy». Gli Usa piuttosto punterebbero a coinvolgere nel sistema dell’occupazione gruppi di militanti e capi tribali affidando loro il potere locale nelle aree sunnite, come già è avvenuto con le milizie sciite e curde nel nord e nel sud del paese. Magari per usarli negli attacchi settari contro gli stessi sciiti in modo da impedire il più a lungo possibile la nascita di un unificato movimento di resistenza. La notizia degli incontri con gli americani è stata smentita, come in precedenti occasioni, dall’Esercito islamico in Iraq e dal gruppo di Ansar al Sunna mentre «Al qaida per la jihad in Mesopotamia» in un comunicato via internet si è augurata che «i nostri fratelli mujaheddin capiscano quest’inganno». Un «avvertimento» che suona come una conferma dell’esistenza di un esile filo di trattativa.
L’avvio di trattative, «ma vere e politiche» con gli occupanti è stato sostenuto ieri da Muthanna al Dhari, esponente dell’Associazione degli Ulema sunniti: «Tramite leader politici iracheni, contatti sono stati avviati negli ultimi mesi tra alcuni gruppi della resistenza irachena e i comandi militari Usa e qualche settimana fa hanno già portato alla fine dell’ assedio alla città di Ramadi». A parziale smentita del suo ottimismo le forze di sicurezza ieri mattina hanno arrestato uno dei principali esponenti dell’Associazione, lo sheikh Omar Raghib. Sarebbero 400 gli esponenti del Consiglio attualmente in carcere.
Chissà se gli abitanti della capitale irachena, senza elettricità per gran parte della giornata, senza possibilità di rifornirsi ai distributori per la mancanza di benzina, senza gas per cucinare, senza lavoro, senza alcuna sicurezza, con un governo messo in piedi dagli occupanti e in gran parte favorevole alla divisione del paese in almeno quattro «patrie etniche», hanno avuto la possibilità di sentire, chiusi in casa al buio, in un caldo soffocante, il discorso del ministro degli esteri italiano Gianfranco Fini alla kermesse di Bruxelles e se si siano convinti che «ci sono buone ragioni per essere ottimisti». Chissà cosa hanno pensato delle grandi, vuote promesse del vertice messo su dagli Usa e dai loro alleati europei a Bruxelles per bloccare - di fronte al costante peggioramento della situazione in Iraq- le prime evidenti crepe che cominciano ad emergere nel cuore stesso del potere americano, il partito repubblicano, e che potrebbero saldarsi al generalizzato rifiuto della guerra in Iraq nelle opinioni pubbliche occidentali. La favola di un costante miglioramento della situazione, già da tempo non più vendibile in Mesopotamia, comincia ora ad essere di difficile smercio anche negli Usa: qualcosa sta succedendo quando un senatore repubblicano come Chuck Hagel sostiene che «la situazione non sta migliorando, ma al contrario segna un peggioramento; La Casa bianca è completamente scollegata dalla realtà... la verità è che stiamo perdendo» o quando un congressman repubblicano come Walter B. Jones propone insieme ad un altro collega di partito e a due democratici una risoluzione che chiede di fissare un calendario per il ritiro. La prima dall’inizio dell’avventura irachena.
Voci isolate, certo, ma indicative del diffondersi di un atteggiamento sempre più critico nei confronti della menzogna secondo la quale la realtà che si snoda in Iraq sotto i nostri occhi «non conta». Ogni città rasa al suolo, ogni prigioniero torturato, l’esclusione da ogni leva di potere dei rappresentanti sunniti contrari all’occupazione, la violazione dei più elementari diritti umani, il proliferare delle feroci milizie filo-governative, il blocco della ricostruzione, le auto-bombe, la resistenza, gli attentati terroristici, non sarebbero altro che «conseguenze collaterali», ostacoli che saranno superati sulla «via della libertà dell’Iraq».
In realtà nessuno a Bruxelles ha indicato l’unica possibile «exit strategy»: la rimessa in discussione dell’impianto dell’occupazione americana dell’Iraq e del percorso politico-istituzionale da questi imposto - basato sull’istituzionalizzazione del principio etnico-confessionale - che ha provocato l’emarginazione della componente sunnita e dei settori sciiti contrari all’occupazione, e che è alla radice del progressivo diffondersi della resistenza. Non ha alcun senso, se non a scopi propagandistici, dire che occorre «coinvolgere i sunniti» quando l’intero percorso delineato dagli Usa - dal governo provvisorio di Bremer, alla costituzione provvisoria, dalle elezioni del trenta gennaio scorso, ai meccanismi per redigere la costituzione definitiva - è funzionale all’emarginazione di coloro - i sunniti in primo luogo - che hanno chiesto il ritiro delle truppe straniere e che si oppongono ad una divisione e ad una ricolonizzazione dell’Iraq. In realtà i presunti «errori» commessi dagli occupanti non sono affatto tali ma parte integrante della politica seguita dagli Usa per cercare di controllare l’Iraq. La presenza delle truppe straniere in altri termini non è «una necessità» per evitare il caos ma l’origine stessa e il moltiplicatore di quel caos che a sua volta viene usato per giustificare la loro presenza.
Fino a quando la realtà non busserà alla porta degli stessi governi e sarà più forte delle loro menzogne.
“Se prima odiavamo Saddam, adesso lo amiamo e speriamo nel suo ritorno.
Accettiamo un dittatore iracheno, ma non un democratico americano.”
Quanto segue è la trascrizione di un incontro col Dr.Mohammad Hadeed, medico iracheno di Falluja, nei giorni scorsi in Italia per un giro di conferenze. Come lui stesso dice: “Non sono un politico, ma un medico, e prima ancora di essere medico sono iracheno”. Effettivamente è questo il tipo di testimonianza che porta, viva e sofferta, ed è anche la chiave di lettura che consigliamo, per dare il giusto peso a talune affermazioni, in particolare nella prima parte del testo.
09/06/2005
Sono il Dr.Mohammad Hadeed, un medico iracheno di Falluja. Ho vissuto le due battaglie di Falluja, quella di aprile e quella di novembre. Sono rimasto nella città sino alla fine della prima battaglia ed i primi dodici giorni della seconda.
In Iraq si guarda all’Italia come ad un paese che è membro della coalizione militare occupante ma, nello stesso momento, si guarda al popolo italiano come ad un popolo amico di quello iracheno. La grande speranza del popolo iracheno è quella che il governo italiano riesca a capire la realtà della situazione in Iraq e del gioco americano e che possa prendere provvedimenti in merito. L’intenzione è stata quella di andare lì per preservare la pace e aiutare la popolazione irachena. Ma in Iraq oggi non esiste la pace. La verità è che gli Stati Uniti hanno fatto dell’Iraq solo una terra del terrorismo.
Comincerò col presentare la situazione in Iraq, sia prima che dopo la guerra.
Gli Stati Uniti avevano preparato il mondo a questa guerra, a partire dalle armi di distruzione di massa e dai presunti rapporti tra il potere di Saddam Hussein con Al-Qaeda. Gli Stati Uniti hanno continuato a raccontare menzogne, finché tutto il mondo è stato portato a credervi. Gli stessi iracheni avevano cominciato a credere in questa intenzione ed in queste menzogne degli Stati Uniti. Per questo motivo il popolo iracheno non ha opposto una vera resistenza. Pensavano che gli Stati Uniti fossero entrati solamente per prendere le armi di distruzione di massa e, fatto questo, intendessero uscire. Pensavano che questo avrebbe salvato il mondo dalla minaccia delle armi di distruzione di massa ed anche che per il popolo iracheno sarebbe stata un’occasione per eliminare l’embargo sofferto per dieci anni. Pensavano che gli Stati Uniti se ne sarebbero andati via dall’Iraq.
La guerra cominciò il 19 marzo 2003 e dopo 20 giorni anche Baghdad era presa dall’esercito americano. Dovete capire che quando Baghdad è stata occupata dall’esercito americano Bassora stava ancora opponendo resistenza. Per questo Baghdad era la chiave dell’occupazione americana in generale. Pensavamo che gli Stati Uniti ci avrebbero portato la democrazia. Pensavamo anche che avrebbero trovato le armi di distruzione di massa, che ci avrebbero liberati da queste armi e dai pericoli che potevano derivare da queste armi. Pensavamo che avrebbero diffuso la pace nell’Iraq. Ci aspettavamo che all’Iraq sarebbe venuto del bene. Ma niente di tutto questo è accaduto.
Adesso vi parlo dopo più di due anni d’occupazione. Abbiamo visto solamente un cammino nero. Non esiste alcuna luce. Gli Stati Uniti non hanno portato la democrazia, bensì la morte, non hanno portato il cibo, ma la fame, non hanno portato la pace, ma il terrorismo, hanno portato un governo attraverso i carrarmati, composto solamente da individui filo-americani, al soldo degli Stati Uniti. In questo governo hanno posto proprio quelle persone che avevano fatto pensare e convinto gli Stati Uniti ed il governo americano dell’esistenza delle armi di distruzione di massa e comunque sempre per i loro obiettivi personali. Adesso quegli individui sono parte del governo iracheno.
Il precedente governo e lo stato sono stati distrutti. Ministeri, funzioni e funzionari sono stati disciolti. Anche settori della sanità e dell’istruzione sono stati danneggiati. Hanno portato al potere personaggi che non hanno nessuna competenza, salvo quella di essere alleati degli Stati Uniti. All’inizio hanno creato un consiglio locale per i loro alleati. Oggi hanno anche organizzato delle elezioni che però sono state completamente menzognere e fasulle. Attraverso queste hanno solamente raccolto come frutto la creazione di divisioni tribali, sia etniche, tra curdi ed arabi, che religiose, tra sciiti e sunniti. Adesso gli iraniani sono arrivati al governo in Iraq. La Lista 169, che sarebbe la coalizione di tutti i partiti sciiti che adesso costituisce la maggioranza nel governo e nel parlamento iracheno, viene chiamata la “lista iraniana”. Il ministro delle finanze è una persona ricercata dall’Interpol. Chalabi è un personaggio accusato di aver svaligiato la banca di Amman in Giordania ed ora è il ministro della finanza e quindi anche competente per il petrolio. Gli Stati Uniti hanno preso un ladro e gli hanno attribuito la competenza delle finanze, ma anche e soprattutto quella del petrolio.
Vorrei dire, in tutta sincerità, e vi chiedo veramente di credermi, che tutti gli attentati con le bombe che avvengono in Iraq non sono opera degli iracheni. Lo stesso governo lo ha riconosciuto. La Resistenza irachena non è responsabile di tutto quello che le viene attribuito dai media occidentali. Molti attacchi sono propaganda per gli Stati Uniti, che possono così mostrare come in Iraq ci siano bombe, attentati e quindi disordine. E’ per questo che vengono messe bombe nelle moschee degli sciiti: per attribuirle ai sunniti. Per lo stesso motivo vengono messe anche nelle chiese: per attribuirle ai mussulmani contro i cristiani. Si tratta di uno scenario costruito dagli Stati Uniti per dimostrare al mondo che devono rimanere lì, perché se loro se ne andassero fuori, in Iraq ci sarebbe la guerra civile.
Prima dell’ingresso degli americani in Iraq, noi medici lavoravamo senza mai sapere chi di noi fosse sunnita o sciita o cristiano. Di questo si è cominciato a parlare solo dopo il loro ingresso ed è ciò che hanno portato gli Stati Uniti in Iraq. Ci sono moltissime persone impegnate nella realizzazione di questo scenario: un’organizzazione molto preparata ed efficiente nel preparare attacchi contro chiese e moschee, per mettere cristiani, sunniti e sciiti gli uni contro gli altri e far credere a tutto il mondo che esista realmente uno scenario da guerra civile. Ma si tratta di una situazione impossibile: le etnie sono molto alleate tra di loro. In Iraq ci sono tantissimi matrimoni misti, sia tra cristiani e mussulmani, che tra sciiti e sunniti. La società civile irachena vive al di sopra di ogni divisione per religione o etnia.
Durante la battaglia di Falluja, mentre stavamo organizzando il soccorso, ho raccolto l’appello di un medico cristiano da una radio di Londra. Mi chiedeva, benché io sia un medico mussulmano, di soccorrere la sua famiglia, cristiana, rimasta come me intrappolata in questa guerra. Ho svuotato una parte della mia casa per dare ospitalità a questa famiglia cristiana. Questo è lo spirito presente tra gli iracheni.
La verità è che l’Iraq è solamente un campo di battaglia per tutti gli aspiranti alle ricchezze della regione. E’ un campo di battaglia tra le forze dell’imperialismo, le forze del terrorismo, le forze economiche. E’ un campo di battaglia. Ma l’Iraq, con il suo popolo, non c’entra niente.
Gli Stati Uniti hanno preparato le armi, hanno preparato l’esercito, perché trovasse le armi di distruzione di massa. E non le hanno trovate. Hanno detto che Saddam Hussein aveva delle armi con le quali minacciava i vicini e che per questo motivo avevano dovuto distruggere tutte le armi irachene e sciogliere completamente l’esercito. Avevano detto che Saddam Hussein era una persona molto pericolosa per il mondo. Adesso è loro prigioniero. Adesso che comunque tutte le ragioni per le quali sono entrati in Iraq non esistono più, perché gli Stati Uniti non se ne vanno? Gli Stati Uniti stanno creando contraddizioni tra gli iracheni per giustificare la loro presenza. Hanno posto nel governo dell’Iraq individui che perseguono questa linea. Hanno dato ordine all’attuale Ministro degli Affari Esteri di richiedere al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di far rimanere ancora in Iraq le forze della coalizione. Il Ministro degli Esteri degli Stati Uniti ha dichiarato che non potranno sconfiggere la Resistenza prima del 2009. Avevano preparato il mondo (italiani compresi) con una propaganda secondo la quale sarebbero stati accolti coi fiori al loro ingresso in Iraq. Hanno trovato tutt’altro. Allora hanno cominciato a dire che i terroristi operano attacchi contro l’esercito americano. Sono stati loro ad aprire i confini iracheni e permettere l’ingresso in Iraq ad organizzazioni terroristiche. Questo è solamente uno scenario per creare confusione, per mischiare le carte. In effetti sono loro che comandano anche quelli che tagliano le teste. E questo con l’obiettivo di fornire una cattiva immagine della Resistenza. Ma la Resistenza è nobile. Purtroppo in tutti i settori della società civile irachena, compresa anche la Resistenza, ci sono persone che lavorano per le forze della coalizione. E’ logico pensare che siano venuti per distruggere questo paese e non per togliere le armi di distruzione di massa o per togliere di mezzo Saddam Hussein.
L’Iraq è considerato uno dei paesi più ricchi del mondo. Oltre al petrolio l’Iraq possiede numerosi altri minerali, come fosfati e rame; si dice anche che nel nord dell’Iraq ci sia uranio. Adesso loro hanno cominciato a svaligiare le ricchezze dell’Iraq: nel nord cominciano addirittura a sparire montagne, perché contengono minerali. Stanno portando fuori veramente grosse quantità di minerali. Per non parlare di tutte le ruberie durante il governatorato di Paul Bremer: sono spariti quasi sei miliardi. E durante l’attuale governo sono spariti almeno altri sette miliardi, ricavati dalla vendita del petrolio iracheno. Così come altre somme miliardarie stanziate per comprare materiale ed invece sparite.
(Il Dr.Hadeed si alza ed indica delle foto sui cartelloni di una mostra fotografica esposta.)
Vedete questa signora irachena? Si tratta di un’anziana che porta un sacchetto di grano sulla testa. Anche quest’altra vecchia signora sta aspettando, da ore, di entrare nella città di Falluja. Gli Stati Uniti si sono creati dei nuovi nemici tra gli iracheni. Guardate questi bambini: non sono dei terroristi. Sono persone che hanno il loro paese nel cuore. In modo spontaneo hanno issato una bandiera irachena. Si tratta di una reazione emotiva all’occupazione straniera. Osservate anche quest’uomo: abbraccia suo figlio e piange. Cosa direbbe Bush a questo signore? Perché l’hanno arrestato? Perché lo tengono prigioniero? E’ anche possibile che sia stato ammazzato. Cosa direbbe Bush a suo figlio? Che suo padre è un terrorista? Ha senso affermare che centinaia di migliaia di iracheni sono tutti terroristi? Queste sono foto di Resistenti: nascondono i loro volti per non essere riconosciuti dall’esercito americano e dai loro alleati. Io sono un medico e non amo questa violenza. Esiste sempre, però, una contro-reazione. Per ogni azione esiste una contro-reazione. Esistono la violenza e la contro-violenza.
L’esercito americano ha lasciato depositi di armi aperti ed ha fatto sì che gli stessi iracheni se ne impossessassero, per produrre uno scenario da guerra civile che giustificasse la loro permanenza. Lo scenario prevede che gli iracheni si bombardino tra di loro, in modo da far rimanere gli eserciti della coalizione. Ma è successo anche che queste armi siano state utilizzate per fare la Resistenza contro gli americani. Per questo stanno preparando una mappa politica basata sulla divisione etnica dell’Iraq. Per favorire questa guerra civile irachena, per far sì che gli iracheni si combattano tra di loro e si dimentichino dell’occupante. Ma sono sicuro che questo scenario fallirà. All’inizio, con l’aiuto di Ahmed Chalabi, e per mano di bande da lui guidate, hanno ucciso circa 1.200 tra ingegneri, dottori e docenti universitari, al fine di disperdere il vecchio partito Baath. Hanno portato l’esercito Badr dall’Iran e questo fa parte della Lista 169. Hanno come incarico di uccidere tutti gli Ulema della sunna per creare disordine. Ma gli iracheni sono coscienti di questa situazione e cercano di spegnere il fuoco. Questa, in generale, è la situazione in Iraq. Chi cammina in Iraq, non solamente se straniero, non ha nessuna certezza di tornare a casa vivo. Per strada ci sono uccisioni e bombardamenti. Di tutte queste situazioni i primi responsabili sono gli Stati Uniti.
Ai tempi di Saddam Hussein tutti gli iracheni avevano una tessera alimentare con la quale potevano fare i loro approvvigionamenti. In questi ultimi mesi la lista dei prodotti compresi è parecchio diminuita ed i prodotti che si possono prendere sono di scarsa qualità.
La Resistenza irachena è autentica. E’ anche presente sia al sud che al nord. C’è a Bassora, a Nassiriya. Non so se sapete che c’è stata anche una Resistenza contro la presenza italiana a Nassiriya. E’ una reazione popolare. Credo che gli abitanti di Nassiriya stiano aspettando che l’esercito italiano lasci la città. Nassiriya ha continuato a resistere anche dopo l’occupazione di Baghdad. Esiste comunque anche l’idea che gli italiani siano stati messi in trappola, che non sappiano nemmeno loro dove sono finiti.
Adesso vi parlerò di Falluja, la mia città, dove sono stato medico e testimone.
Ho vissuto le due battaglie di Falluja, a cominciare da quella del mese di aprile. Allora mi trovavo ancora fuori dall’Iraq, ma avevo sentito dai media che Bush dichiarava di voler “educare” Falluja, dopo che vi erano stati uccisi degli agenti dei servizi segreti americani e bruciata la loro macchina. Adolescenti un po’ incoscienti ne avevano mutilato i corpi. Tutti gli iracheni c’erano rimasti male e non avevano approvato la cosa. La nostra religione non accetta questo. I nostri rappresentanti erano persino andati a presentare le loro scuse all’esercito occupante per quello che aveva fatto un gruppo di giovani incoscienti. E’ sorta una contraddizione tra la popolazione di Falluja, ma a causa degli americani.
Falluja è stata la prima città a negoziare con gli Stati Uniti. Avevano chiesto all’esercito americano di mettersi d’accordo su come entrare nella città evitando la guerra. Avevano anche riservato loro la sede del partito Baath della città che era stata scelta per essere il luogo della presenza della rappresentanza americana. Ma l’esercito americano ha preferito rimanere nelle scuole, tra le case. Allora, i giovani di Falluja, hanno intentato un’azione democratica (pensavano di poter esercitare la democrazia di cui sentivano parlare nei media). Hanno fatto una manifestazione per chiedere all’esercito americano di uscire dalle scuole ed andare nella sede del partito Baath.
Ma l’esercito americano ha aperto il fuoco contro questa manifestazione pacifica. Circa 17 giovani sono stati uccisi e 7 feriti. Non ci hanno nemmeno lasciato portare soccorso. Quando le squadre di soccorso si avvicinavano ai giovani feriti venivano prese di mira dall’esercito. Hanno continuato a sparare fino alla morte. Il giorno dopo i responsabili militari hanno presentato delle scuse. Hanno dichiarato che era stato solamente un soldato americano ad aprire il fuoco per paura e che gli altri avevano sparato dopo di lui per solidarietà. Hanno ottenuto un’altra autorizzazione dall’esercito americano per un’altra manifestazione pacifica. Anche nella seconda manifestazione hanno ucciso 4 persone, con la scusa che alcune si erano avvicinate ad un carrarmato. Quando sono arrivati ad un incrocio davanti agli americani, sono iniziati gli spari.
A quel punto chi aveva delle armi ha cominciato a reagire e gli spari hanno incominciato a echeggiare per tutte le vie della città. Era nata, in questo modo, una specie di Resistenza spontanea, una reazione. Le armi ci sono. Grazie a Saddam Hussein il popolo era abituato ad utilizzarle, ha passato dieci anni in guerra contro l’Iran, un anno in Kuwait, ha subito dieci anni di bombardamenti americani contro l’Iraq. Il popolo iracheno è ormai abituato a maneggiare le armi.
[continua]
(segue)
I cittadini di Falluja hanno chiesto che venissero risarcite le vittime, le persone che erano state uccise. Ma gli Stati Uniti hanno rifiutato ed hanno anche incominciato ad umiliare i capi delle tribù, i saggi, gli Ulema. Ci sono foto che mostrano soldatesse americane mentre mettono i piedi sulla testa di un imam di Falluja. Nella cultura locale ciò ha il significato di una colpa così grave da meritare una condanna a morte, anche se il colpevole fosse stato Saddam Hussein in persona. Esistono anche tradizioni per le quali se qualcuno viene ucciso deve essere risarcito con soldi perché, diversamente, per 40 anni la famiglia dell’ucciso deve vendicare il torto. Questa è la situazione che si è prodotta tra la gente di Falluja e l’esercito americano.
La prima battaglia è cominciata nel mese di aprile. Bombardamenti disorganizzati. Uccisioni di civili, bambini. La gente di Falluja ha opposto resistenza in tutta spontaneità e la Resistenza si è diffusa anche in tutte le altre regioni dell’Iraq. C’è stata, nello stesso momento, Resistenza a Bassora, Kerbala, Najaf, Samarra … ed anche a Baghdad, a Sadr City, da parte degli sciiti. Loro stessi hanno opposto in quel periodo una Resistenza alla presenza americana in solidarietà con la gente di Falluja. E’ questa la vera relazione tra sciiti e sunniti in Iraq. Per due settimane l’esercito americano non è riuscito ad entrare in Falluja ed è rimasto sotto minaccia nelle altre regioni intorno alla città, perché anche queste avevano posto resistenza insieme alla gente di Falluja. In quel momento lo stesso presidente Bush ha dovuto riconoscere che il suo esercito stava attraversando un momento molto difficile. Paul Bremer stesso aveva dichiarato di essere molto sorpreso di questa Resistenza a Falluja. L’esercito americano aveva richiesto il cessate il fuoco, perché il morale delle truppe cominciava a calare.
Avevano promesso un risarcimento per le persone uccise e le case distrutte, e l’autorizzazione al ritorno degli sfollati in città. Sono iniziati delle trattative con delegazioni della città di Falluja. Quando si stava quasi per giungere ad un’intesa, gli americani si dichiaravano d’accordo con le richieste, ma aggiungevano: “Noi siamo d’accordo con voi, ma dovete ancora negoziare col governo iracheno”. Nelle negoziazioni col governo iracheno questo diceva: “Gli Stati Uniti non hanno accettato”. Ciò nonostante si era arrivati ad un’intesa col governo iracheno, che aveva accettato i punti proposti dalla Resistenza di Falluja. A questo punto, però, il governo aveva affermato di dover chiedere agli americani se accettavano o no. Questi ultimi dichiararono: “Tutti questi punti d’accordo che avete raggiunto col governo iracheno ci stanno bene, però vogliamo Al-Zarkawi”. Il significato è: se io non sono d’accordo con te basta che ti chieda una cosa impossibile... Ovvero, semplicemente, ti voglio mettere dalla parte del torto e utilizzare la forza contro di te. Allora la gente di Falluja rispose: “Vi aiutiamo a trovare Al-Zarkawi”.
E durante i negoziati gli americani hanno continuato a bombardare Falluja. Hanno ucciso tantissime persone. Quando i giornalisti mostravano le foto di donne e bambini uccisi dall’esercito americano e chiedevano: “Ma perché li uccidete? Al-Zarkawi non c’è tra questi che sono stati uccisi”. Rispondevano: “Al-Zarkawi era lì, ma era appena uscito”.
La gente di Falluja era sinceramente aperta al dialogo e disposta alla pace. Pensava che gli americani avessero un po’ di legittimità e sincerità, ma la verità è emersa dopo la battaglia di novembre: negoziavano solamente per guadagnare tempo. Nel frattempo i loro aerei sorvolavano la città, sia di giorno che di notte, e fotografavano le postazioni per prepararsi alla battaglia. Hanno fatto anche penetrare nella città i loro alleati. Noi pensavamo che volessero fare la pace, che negoziassero per la pace. In sei mesi avevano solamente preparato lo scenario per scatenare la loro violenza sulla gente di Falluja. Questa, quando andava a dormire, pensava che avrebbe anche potuto non svegliarsi più. Ma tutti amiamo la nostra città e non possiamo lasciarla.
Quando è cominciata la battaglia di novembre, il primo ad essere occupato è stato il grande ospedale di Falluja. Si trova in periferia. Lo separa dalla città un fiume, attraversato da un ponte. Gli americani sono entrati in città in modo selvaggio, come barbari. Hanno ucciso dei medici e ad altri hanno legato le mani dietro la schiena. Ci hanno maltrattati. Quando un medico chirurgo chiedeva loro di non essere picchiato sulle mani in quanto chirurgo, veniva picchiato proprio su quelle ed anche in faccia. Hanno distrutto tutto il materiale medico affermando che nell’ospedale c’erano dei terroristi. Anche l’amministrazione dell’ospedale ha portato avanti delle trattative con gli americani. Hanno detto loro: ”State occupando l’ospedale. Noi vi aiutiamo a trovare i terroristi, se ci sono”. Hanno cominciato a cercare ed hanno trovato donne, bambini, persone malate, ciascuno con la propria patologia: questo hanno trovato. Quelli tra gli americani che erano entrati nell’ospedale ed hanno visto i malati, hanno cominciato a scusarsi coi medici, dicendo che loro stessi erano stati mandati lì, perché era stato detto loro che in quel posto c’erano dei terroristi e pensavano di essere già arrivati nel centro della città. In quel momento Falluja stava subendo distruzioni e bombardamenti. L’ospedale era occupato e non c’era nessuna possibilità di raggiungerlo. L’esercito americano ne aveva fatto uscire tutti i malati. A Falluja non esisteva più un ospedale.
Avevano dispiegato quasi sessanta chilometri di esercito tutt’intorno. Per due giorni, senza interruzioni, giorno e notte, la città è stata bombardata. Sono stati utilizzati tutti i tipi di armi, anche quelli non autorizzati a livello internazionale: napalm, bombe al fosforo, bombe che provocano shock elettronico. Abbiamo imparato a riconoscere anche questi tipi di armi, avendo subito sulla nostra pelle per colpa dell’esercito americano. Abbiamo imparato a riconoscerle anche dal suono che producono arrivando. Le cluster-bomb erano riconoscibili, perché quando cadevano continuavano ad esplodere ripetutamente. Con la bomba che produce lo shock elettronico tutti i macchinari smettono di funzionare: in questo modo hanno distrutto anche le attrezzature sanitarie dell’ospedale che si usano per radiografie ed altro. La gente intorno a Falluja ci ha raccontato di aver visto i bombardamenti sulla città: vedevano bombe fosforescenti che cadevano sulle case come fuochi d’artificio, con colori verde e rosso.
Ho portato un filmato, ripreso dai ragazzi, e mi dispiace di non poterlo proiettare. In questo filmato c’è la documentazione di quanto successo. Anche dei tanti animali che sono stati uccisi. Ci sono cadaveri di persone anche dove non c’è traccia di armi da fuoco. Sono tutti bruciati come nelle foto esposte nella mostra e questo prova l’utilizzo di armi non-convenzionali. Ci sono anche immagini di cadaveri dove sono rimaste solamente le ossa, cadaveri senza testa. Alla fine del film ci sono immagini di civili che hanno incominciato a ritornare nella città. Tre o quattro persone uccise dopo la fine della battaglia. Questo filmato è stato girato nel mese di gennaio 2005. Non è stato realizzato da un giornalista, ma dagli stessi abitanti. Abbiamo documentato tutte le persone uccise che abbiamo sotterrato in un campo sportivo. Tra queste ci sono donne e bambini. Sicuramente un filmato avrebbe potuto esprimere molto meglio quello che ho cercato di descrivervi con le parole.
Voglio farvi un riassunto della distruzione. A Falluja esistono 36.000 case. La popolazione è di 350.000 abitanti. 100.000 erano all’interno della città nel corso della battaglia di novembre. Anche le regioni dove sono sfollati gli abitanti della città sono state bombardate. Ho in mente una famiglia, composta da 10 persone, che abita a 15 chilometri da Falluja. Sono arrivate altre due famiglie a rifugiarsi da loro, 15 persone. Sono così diventate 25. Il cibo disponibile non è sufficiente per tutti. Sono sotto assedio. Al mercato tutto è stato esaurito. Anche i medicinali non ci sono più. Quindi, per due mesi non solo Falluja, ma anche le zone intorno, sono state sotto bombardamento. Dopo un mese e mezzo l’esercito americano ha autorizzato solo pochi aiuti umanitari e solo nelle zone limitrofe a Falluja.
5.000 famiglie in città, 100.000 persone. Bombe e nessuna assistenza sanitaria. Anche noi medici eravamo sotto assedio ed il personale sanitario abitante in città non era autorizzato a recarsi all’ospedale. Nel secondo giorno di bombardamento abbiamo trasformato un centro medico in ospedale. Abbiamo riunito tutto il personale sanitario della città, ma non abbiamo trovato alcun chirurgo, in quanto erano tutti rimasti nell’ospedale, prigionieri degli americani. Non potevamo quindi prestare le dovute cure mediche alle decine e decine di feriti, che necessitavano di operazioni chirurgiche in varie parti del corpo. Tutte queste persone sono decedute. Abbiamo poi aperto un altro centro medico per accogliere i feriti. Quelli che avevano una situazione più difficile venivano trasferiti al primo centro. Tutti quelli che erano feriti all’addome o alla testa non sono sopravvissuti. Abbiamo cercato di mandare le ambulanze fuori città per il soccorso, ma sono state colpite: abbiamo perso sia autoambulanze che malati. Due ore prima del loro ingresso in città, gli Stati Uniti hanno bombardato il centro trasformato in ospedale, uccidendo tutti i presenti. Non avevamo più ormai alcuna possibilità di prestare cure mediche. Ogni ferito doveva aspettare solamente la morte: non importa se bimbi piccolini, donne od anziani. La gente ci cercava telefonicamente chiedendo aiuto, ma non potevamo fare nulla, anche perché dall’alto uccidevano chiunque andasse per strada.
Il terzo giorno i cecchini americani si sono sparsi per la città. Sia dai tetti, ma anche dall’interno delle case, sparavano su qualsiasi cosa si muovesse per strada, che fosse donna, bambino, anziano, o persona ferita o malata, quand’anche con la bandiera bianca. Abbiamo documentazione di tutto questo. Abbiamo tantissimi filmati che lo provano. Non facevano alcuna distinzione tra il gatto e la persona anziana od il bambino. Sparavano su tutto. Anche sugli alberi, sulle foglie che si muovevano per il vento.
Io ed altro personale sanitario eravamo nel secondo centro che avevamo improvvisato. Ci hanno incastrati in un edificio, dove siamo rimasti bloccati per sette giorni. Avevamo finito le provviste alimentari. Abbiamo telefonato all’ospedale e parlato anche con medici americani, che ci erano parsi umani. Ci diedero rassicurazioni promettendoci di farci uscire dalla città, ma erano solamente parole. Sono stato obbligato ad alzare una bandiera bianca ed andare dai militari iracheni, dopo che mi avevano autorizzato ad uscire. Mi hanno preso prigioniero. Avevo chiesto ed ottenuto d’incontrare il comandate dell’esercito della zona in cui mi trovavo. Gli ho chiesto di fermare i bombardamenti sulla gente e sul centro medico. Gli ho spiegato che all’interno delle case e del centro medico vi erano bambini. Lui mi ha risposto che non c’erano bambini. Gli ho detto: “Posso dimostrarvelo: lei dia l’ordine di non spararmi. Io esco. Datemi mezz’ora. Posso far uscire in cento metri quadri tutti i bambini che ci sono.” Volevo fargli vedere quanti bambini, donne ed anziani erano senza cibo e quanti feriti. Bastava dar ordine all’esercito di non sparare sulle persone che alzavano bandiera bianca. Avevamo stabilito come luogo d’incontro una moschea. Sono uscito quindi con la bandiera bianca. Ho camminato per circa un chilometro e sono riuscito a radunare duecento persone tra adulti e bambini, tra i quali dieci feriti. L’ufficiale americano si è convinto. Quindi è stato improvvisato un altro centro medico all’interno della moschea portando anche dei medicinali dalle case. Abbiamo chiesto di far uscire i feriti dalla città, ma è stato rifiutato. Non hanno accettato che venissero trasferiti all’ospedale. Alcuni avevano problemi di cancrena, con arti da amputare. Alcuni dei feriti e dei malati avevano necessità, per le loro patologie, di personale medico specialistico. Alla fine hanno autorizzato il trasferimento dei più gravi all’ospedale militare giordano, 2 chilometri fuori Falluja, di fronte ad una base americana. Da lì sono stati trasferiti a Badhdad.
[continua]
(segue)
Gli americani hanno continuato ad uccidere la gente di Falluja per due mesi. Dopo due mesi ci hanno autorizzati a ritornare in città.
Nella prima battaglia di Falluja organizzazioni umanitarie italiane (fra queste Inter S.O.S. e Croce Rossa) hanno partecipato al soccorso, trasferendo alcuni feriti all’ospedale italiano di Badhdad. Anche dei giornalisti italiani sono entrati in città e ne abbiamo incontrati alcuni. A novembre, invece, non c’era nessuno. L’esercito americano non aveva concesso autorizzazioni.
Vi darò in breve alcuni dati sulla situazione di distruzione prodotta a Falluja. In Italia, se una casa presenta una fessurazione in un muro, tutto l’edificio è considerato pericolante. Le distruzioni avvenute a Falluja sono state molto spesso parziali e la gente ha continuato ad abitarvi malgrado le crepe. E’ stata creata una commissione urbanistica, ma le statistiche fornite non sono obiettive, secondo i criteri occidentali, in quanto considerano distrutta una casa solo se lo è interamente. Su 36.000 case esistenti, la statistica ufficiale parla di 3.100 case completamente distrutte: significa che non esiste più niente, solo sabbia. Ma quando della casa sono distrutti solo un terzo od i due terzi, il danno non viene conteggiato. Questo anche col fine di non riconoscere risarcimenti. 2.000 case sono state bruciate: magari ne resta l’edificio, ma tutto è bruciato. Gli Stati Uniti hanno promesso risarcimenti per 493 milioni di dollari. Ne hanno poi offerti solamente 100, che stiamo ancora aspettando. 1.800 edifici di carattere produttivo sono stati distrutti. 258 fabbriche. Nessuno di questi è stato conteggiato né considerato, per il momento, per eventuali risarcimenti.
Tre quarti della città sono stati cancellati. Non c’è più acqua corrente, né elettricità. Adesso ci sono 6 ingressi alla città. Solamente per entrare od uscire le automobili aspettano 5 o 6 ore. Sono autorizzati ad entrare solo i residenti. Dalle 8 di sera (ultimamente dalle 10) alle 6 di mattina, c’è il coprifuoco. Continuano ancora gli arresti. Di notte continuano ad irrompere nelle case. Continuano ancora ad usare gli elicotteri. L’esercito americano ruba, va a rubare nelle case. E’ sbalorditivo: rubano braccialetti d’oro e tutto quello che trovano. Se trovano una macchina fotografica dicono: “Questa la usano i terroristi”. Quindi se la rubano. Così pure i cellulari. Questa è la situazione.
Metà delle scuole è occupata dall’esercito americano. I bambini vanno a studiare nelle tende. In questo momento in Iraq ci sono 40 gradi. Potete immaginare un bambino di 6 o 7 anni che va a studiare sotto una tenda? Non esiste più l’acqua potabile corrente. Sono state distrutte anche le fogne ed i corsi d’acqua. Viene portata dell’acqua agli angoli delle strade, ma si tratta di acqua non potabile. L’acqua che si riesce a ricavare deve essere bollita, ma per farla bollire occorre il gas, ed il gas non c’è più in Iraq, non si trova. I prodotti alimentari ancora reperibili a Falluja, come frutta, verdura o carne, sono molto cari e costano il doppio rispetto a Badhdad. I prezzi sono aumentati per via dell’assedio, perché un commerciante deve sostenere costi molto alti per entrare in città superando l’accerchiamento: deve pagare ed in più deve perdere molto tempo.
L’esercito americano uccide qualsiasi persona dia fastidio, anche un bambino. Se passa davanti a loro e muove una mano come per prendere qualcosa in terra, spaventa e da fastidio ai militari, che quindi gli sparano. All’aeroporto avevano sparato su un taxista. Al suo arrivo l’autista era sceso a prendere i bagagli del passeggero. Hanno sparato con la scusa: “Abbiamo immaginato si trattasse di terroristi che portavano armi”. Io stesso in auto, passando vicino a dei militari americani, ho ricevuto una bomba di quelle che non uccidono, ma fanno un rumore assordante, che ha provocato la rottura dei vetri della macchina. Questo solamente perché volevano che lasciassi loro la strada. Lo stesso è capitato ad un mio collega medico, al quale hanno sparato solamente perché intralciava il loro percorso lungo la strada. Per fortuna non è morto, ma ha dovuto farli passare.
Le organizzazioni umanitarie in Iraq non lavorano. E’ show-business. Non si tratta di vere organizzazioni umanitarie: credo siano solamente organizzazioni dei servizi segreti, di spionaggio. Questo perché l’Iraq è un campo di battaglia. Ciò che viene fatto è solo per controllare la situazione, sino a quando non si arrivi a tagliare la torta irachena. Personalmente non ho avuto modo di verificare l’operato di organizzazioni umanitarie. Ci sono tantissime organizzazioni che si dichiarano umanitarie, ma cosa hanno portato? Hanno portato generatori elettrici? No. Hanno portato qualcosa di utile per le abitazioni? Hanno curato feriti? Hanno aiutato bambini orfani? Hanno dato loro un qualche aiuto materiale? No. Tutto questo non mi risulta. Quando dico che non mi risulta, intendo dire che non ho visto niente di concreto.
Alcune organizzazioni arabe, soprattutto dell’Arabia Saudita, avevano fatto un piano per la riorganizzazione di Falluja, ma il governo iracheno non aveva accettato e sono sicuro che questa decisione è stata dettata dagli Stati Uniti, che vogliono che la città ed i suoi cittadini diventino poveri ed isolati dal resto del mondo arabo. Credo sia questo il loro disegno.
Credo che l’Italia si sia fatta incastrare nel gioco iracheno. E’ possibile che gli americani abbiano promesso al governo italiano una fetta della torta irachena. Piuttosto che fare i poliziotti dappertutto in giro per il mondo sarebbe meglio dedicarsi a sviluppare la vita in pace nel proprio paese. Costruirsi la propria casa e preservarvi la pace e la democrazia sarebbe la cosa migliore: meglio che cercare di esportarla altrove. Abbiamo sempre pensato che guerra e violenza non facessero parte delle abitudini degli italiani. Sapevamo anche che l’esercito italiano aveva una cultura militare diversa da quella americana. La cultura dell’esercito americano non è né civile, né militare. Chi spara su una manifestazione pacifica, chi spara su un ferito sino a causarne la morte, dimostra di non avere nemmeno una cultura militare.
Non sono un politico, ma un medico, e prima ancora di essere medico sono iracheno.
Ci sono tantissime dittature nel mondo. Ognuno dei presidenti e dei capi di stato arabi ha governato o governa almeno da 30 anni e conserva il potere con la forza. Nello stesso Qatar, che è stato il primo ad offrire la base militare per occupare l’Iraq, un figlio ha fatto un colpo di stato ai danni del padre. Il padre, che era il principe, si era recato a Londra. Il figlio gli ha detto: “Ho fatto un colpo di stato. Non sei più principe”. Si è autorizzati a fare una manifestazione pacifica ad esempio in Qatar od in Egitto, nazioni amiche degli Stati Uniti? Chi di voi sta seguendo le notizie dell’Egitto saprà che è in corso un cambiamento della Costituzione e le notizie che arrivano parlano di arresti e persone scomparse.
Se prima odiavamo Saddam, adesso lo amiamo e speriamo nel suo ritorno. Accettiamo un dittatore iracheno, ma non un democratico americano.
Lasciate che la Resistenza prenda i colori dell’arcobaleno. Il mio arrivo qui è Resistenza. Perché l’Iraq è un insieme di religioni, di etnie, di frazioni. Gli stessi sciiti, che attualmente gli americani stanno utilizzando per un governo loro alleato, stanno opponendo resistenza agli americani. Anche la loro partecipazione alle elezioni è stata una forma di resistenza. I sunniti non vi hanno partecipato ritenendole un gioco americano. Tutte le regioni a maggioranza sunnita sono state bombardate, in preparazione delle elezioni. Tra gli sciiti, la massa ha seguito gli ordini di Al-Sistani. Questi è un’autorità religiosa, ma non è iracheno, è iraniano. Non possiede alcun senso di patriottismo o di cittadinanza iracheni. Ha promulgato una fatua, ovvero un imperativo religioso, di partecipare alle elezioni. Chi non fosse andato a votare non sarebbe più stato considerato mussulmano. Gli sciiti seguono molto l’autorità religiosa, senza spirito critico, al contrario dei sunniti che sono molto critici nel rapporto con le loro autorità religiose. Al tempo stesso questa fatua è stata una promessa: “Partecipate in massa alle elezioni, così gli americani andranno via”. Quindi, se guardiamo bene, il semplice iracheno sciita ha votato alle elezioni per la partenza degli occupanti. Anche il sunnita, che non ha votato, ha espresso con la sua non partecipazione la chiara volontà di far andare via gli americani. Credo che sia il primo che il secondo modo siano comunque Resistenza.
Adesso stanno chiedendo ai sunniti di partecipare alla stesura della Costituzione. I sunniti hanno costituito, ad esempio, il Comitato degli Ulema dell’Islam, il Partito Islamico, il Congresso Costituzionale dell’Organizzazione per la Lotta Contro la Guerra, il Consiglio Iracheno di Discussione. Questo Comitato degli Ulema dell’Islam è quotidianamente esposto all’arresto o all’uccisione dei suoi esponenti. Il presidente del Partito Islamico è stato arrestato, malgrado sia sempre stato pronto anche a collaborare. E’ stato fra quelli che hanno firmato per l’ingresso degli americani a Badhdad. Costui viene arrestato e ne viene diffusa la foto con una soldatessa americana che gli mette le scarpe sulla testa. Quest’immagine è stata diffusa in tutti gli Stati Uniti. Poi hanno detto: “Abbiamo sbagliato persona. Credevamo di aver arrestato un terrorista”. Come possono non aver riconosciuto il presidente del Partito Islamico che ha sempre collaborato con loro e che aveva firmato anche per il loro ingresso in Iraq? Paul Bremer stesso lo conosce. Gli stessi Rumsfeld e Bush lo avevano incontrato. Al Consiglio Iracheno di Discussione hanno distrutto la sede ed arrestato tutti i membri. E’ rimasto solamente il Congresso Costituzionale per la Lotta Contro la Guerra, che è un gruppo d’intellettuali. Non hanno ancora una sede, perché sicuramente, nel momento in cui lo facessero, gli verrebbe distrutta.
Com’è possibile in questa situazione creare una forza politica della Resistenza? Com’è possibile pensare ad una Resistenza unitaria? Appena apri una sede te ne distruggono un’altra. La democrazia americana in Iraq autorizza ad uccidere anche il politico, chi svolge un’attività anche solamente politica, non militare. Ci sono centinaia di migliaia di persone arrestate, rinchiuse nelle prigioni americane. Io stesso ho la consapevolezza di poter essere ucciso od imprigionato, ma amo il mio paese. Sono sicuro, almeno spero, che si arriverà all’unificazione della Resistenza. Si arriverà al punto che gli stessi Stati Uniti saranno obbligati ad aprirle una porta, perché non hanno il controllo della situazione. All’inizio dicevano: “Questi sono i vecchi sostenitori di Saddam”, dopo hanno detto che si trattava di terroristi, adesso che sono i ribelli. Arriverà il giorno che li chiameranno Resistenti.
Non abbiamo di fatto nessun governo. Non abbiamo polizia. Non abbiamo sicurezza. Non abbiamo nemmeno servizi d’informazione. Non esiste giustizia. Nessuno può andare a citare qualcuno in giudizio. Il popolo iracheno “si governa da solo”.
La Resistenza esiste e c’è differenza tra Resistenza e terrorismo. In precedenza in Iraq non c’era mai stato terrorismo. Cercate nel terrorismo internazionale: non si trovano nomi di iracheni ma si possono trovare nomi americani, europei, arabi sauditi, marocchini, egiziani, ma non iracheni. Il terrorismo non fa parte degli iracheni: è stato importato dagli Stati Uniti. Qui chiunque oppone resistenza agli americani viene definito terrorista. Ma non è la Resistenza che uccide i civili, i giornalisti, e persino militari. Non è pensabile che per uccidere un militare occupante si uccidano 50 connazionali. O che si uccidano i connazionali perché sono mussulmani, o cristiani o di qualsiasi altra religione. Questo non fa parte della nostra cultura, né della nostra religione, né delle nostre consuetudini. Sono i servizi di sicurezza internazionali. Per vendetta e per fornire una brutta immagine dell’Iraq.
Gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq innanzitutto per ragioni economiche. Gli ordini sono stati politici e la pratica militare. Sappiamo che si erano preparati ed organizzati per entrarvi e non per uscirne. Ma credo che la decisione ultima non sia nelle loro mani. La decisione finale sarà quella dei cittadini iracheni. Se questi combattenti della Resistenza verranno uccisi (indicando le foto di alcuni cartelloni) la decisione passerà nelle mani di quel bambino, di questi bambini... Sono loro che riusciranno a liberare l’Iraq!
Soldati statunitensi che terrorizzano, saccheggiano, uccidono civili innocenti. Parla uno degli oltre 6.000 disertori americani che hanno detto no alla guerra di Bush
PATRICIA LOMBROSO
NEW YORK
«In Iraq non ho più intenzione di tornare. Per il Pentagono sono nella lista dei 6.000 "disertori". In gergo militare ci indicano con la sigla "Aow", Absent of war. Durante la mia esperienza in Mesopotamia ho visto che per i nostri soldati e comandanti lì non esistono regole. Tutti si comportano come nell’avamposto del nuovo Far west americano. Politici e militari ci hanno detto una valanga di bugie sulla missione a Baghdad. La mia esperienza è stata decisiva per farmi maturare la convinzione che non sarei mai tornato in Iraq». Mark, 20 anni, vive in clandestinità dal marzo del 2004. Dopo l’«Active duty» alla base militare di Forthood, nel Texas, venne spedito in Iraq a 17 anni. Recentemente è entrato nelle file dei disertori alla guerra in Iraq. Come nel caso della guerra in Vietnam, il numero dei «resistenti» all’avventura bellica si sta estendendo in modo preoccupante per il Pentagono, incapace di trovare soldati, marines e forze speciali - anche dispensando bonus pecuniari dai 40.000 ai 150.000 dollari - disposti a riarruolarsi volontariamente per la guerra. Mark, nell’intervista al manifesto, ci racconta dalla clandestinità la sua esperienza.
Quando è stato spedito in Iraq?
Nel marzo del 2003, la mia unità da Forthood in Texas è stata spostata in Iraq. Facevamo parte della polizia militare. Son rimasto fino al marzo 2004. Avevo 17 anni. Addestramento militare di una settimana con regole d’ingaggio che poi si sono verificate inesistenti sul teatro di guerra. Trattavamo tutti gli iracheni come dei criminali. I nostri comandanti pattugliavano le strade di Tikrit, la città dove ero assegnato: quando si annoiavano impartivano a noi soldati l’ordine di fare irruzione in ogni casa privata di un determinato quartiere da loro indicato. Spargendo terrore dovevamo far uscire ogni singolo membro di ogni nucleo familiare, arrestarlo e sbatterlo in prigione.
Quali erano le motivazioni per l’arresto e sequestro di civili innocenti?
Non esisteva alcun motivo, né sospetti concreti che facessero parte della resistenza irachena. Dovevamo eseguire questi ordini, terrorizzare donne e bambini con il pretesto di dover sequestrare armi e munizioni, anche se non trovavamo nulla nelle case.
Venivate informati che questo faceva parte di una missione militare?
Non esisteva nessun motivo, né missione. Ai check point bloccavamo le auto di civili iracheni sul nostro percorso e li derubavamo di tutto il denaro in loro possesso. Tra i soldati si era stabilita una gara, quasi un gioco sadico nei confronti della popolazione locale. I giovani soldati gareggiavano a chi riusciva a distruggere il maggior numero di auto irachene sparando dai nostri gipponi «Hunvees». Era diventato un passatempo. Per ogni veicolo iracheno distrutto, il soldato appostava uno sticker sul proprio cruscotto. Si scommetteva anche su quante donne nude potevamo rinvenire quando di notte effettuavamo irruzione nelle case degli iracheni. Quante persone si riusciva a terrorizzare al punto di urinarsi addosso per la paura. Fu questo il primo segnale che destò in me l’orrore per quanto stavamo facendo.
Come venivano puniti i soldati protagonisti di questi atti di sadismo ingiustificati?
In Iraq, i soldati hanno completa mano libera da parte dei loro comandanti e generali. Possono fare quello che vogliono senza essere puniti. Civili innocenti iracheni venivano uccisi impunemente, derubati e gettati nel Tigri.
Lei ha partecipato, durante le irruzioni in case private, a questi atti di terrorismo da parte dei soldati americani?
Rifiutai di eseguire questi ordini. Cominciai a capire che la guerra era contro un nemico inesistente. Stavamo semplicemente saccheggiando un paese, distruggendo scuole, ospedali. Non era vero che eravamo in Iraq per aiutare la ricostruzione, presto ho verificato le balle che hanno detto a noi e all’opinione pubblica: eravamo stati mandati in guerra per abbattere il regime di Saddam Hussein che minacciava di distruggere gli Stati uniti. Presto abbiamo appreso che non esistevano armi di sterminio in Iraq. Eravamo degli invasori che saccheggiavano il paese. L’informazione a disposizione era il giornale militare Star and stripes. L’accesso all’informazione televisiva era limitata ad un solo canale: la Arm force network, tv militare. Molto spesso non avevamo accesso ad internet.
Gli altri soldati del suo plotone la pensavano come lei?
Lei non può immaginare la reazione individuale dei soldati quando viene menzionato l’attacco terroristico dell’11 settembre. È patriottismo cieco. Loro sono convinti di essere in Iraq per vendicarsi dei morti americani dell’11 settembre. Non possono psicologicamente ammettere il contrario. Serve loro per giustificare tutto l’orrore che fanno in Iraq.
Ma nell’ultimo anno di guerra è lo stesso Pentagono ad ammettere che il numero dei disertori è salito da un numero esiguo a 6.000 soldati. Altri chiedono asilo in Canada.
Il rifiuto da parte dei soldati di tornare a combattere in Iraq per una guerra che non trova giustificazioni è una evoluzione recente. Ma la maggioranza dei soldati che sono in Iraq preferisce pensare che è ok. Eseguono ordini e si rifiutano di pensare.
La verità dai colleghi dei 4 elicotteristi precipitati il 31 maggio: «Abilitati da poco al volo notturno, li hanno mandati a fare esperienza al posto degli anziani». Erano 40 gradi fuori rotta
ALESSANDRO MANTOVANI
ROMA
Li hanno fatti volare di notte nei cieli iracheni per uno scopo preciso ma inconfessabile: completare l’addestramento. Ecco a cosa serviva il viaggio costato la vita al tenente colonnello Giuseppe Lima, 39enne di Roma, al capitano Marco Briganti (33) di Forlì e agli specialisti mitraglieri Massimiliano Biondini (33) di Bagnoregio (Viterbo) e Marco Cirillo (29) di Viterbo, i quattro elicotteristi dell’Aves, l’Aviazione dell’esercito, rimasti uccisi nel deserto a 13 miglia da Nassiriya la notte tra il 30 e il 31 maggio. E’ stato un incidente, non un atto di guerra. L’indagine della procura militare di Roma è chiamata a chiarire se sia stato provocato effettivamente da un’«imprevedibile» tempesta di sabbia o da altro, guasto meccanico o errore umano. Il relitto è stato ritrovato 40 gradi fuori rotta, che non è affatto poco. L’elicottero viaggiava a 120 nodi, oltre 200 chilometri l’ora, a una decina di metri dal suolo. Come si ricorderà i quattro stavano rientrando da Kuwait City dove avevano accompagnato un commilitone, costretto a rientrare in Italia per un grave lutto familiare. Non c’era alcun motivo ragionevole per predisporre un volo che in gergo sichiama Nvg, Night vision googles, ovvero il volo notturno tattico con i visori che poi sarebbero speciali occhiali elettronici in dotazione ai piloti. L’equipaggio avrebbe potuto passare la notte nella base kuwaitiana per ripartire l’indomani, con la luce del giorno e in tutta sicurezza.
I due piloti erano molto preparati, assicurano gli stati maggiori. Il comandante Lima aveva 480 ore di volo all’attivo, di cui però solo 24 sull’AB 412 che è il velivolo sul quale è precipitato. Poteva pilotarlo solo da gennaio. Il primo pilota capitano Briganti, alla seconda missione in Iraq e quindi esperto della zona, aveva totalizzato 1060 ore di volo di cui 521 su AB 412. Ma non è questo, dicono i loro colleghi dell’Aves, il dato che conta davvero, perché «tra pilotare un elicottero in condizioni normali e un volo Nvg passa la stessa differenza che c’è tra guidare un’utilitaria e lanciarsi in pista al volante della Ferrari di Shumacher». Lima era abilitato Nvg dallo scorso gennaio e dopo 25 giorni è finito in Iraq, quando alle spalle aveva solo 15 (quindici) ore di volo Nvg comprese quelle necessarie per l’abilitazione e che chiameremmo, per intenderci, «di scuola guida». Briganti, abilitato nel 2004, 35 (trentacinque) ore di volo Nvg. Non erano affatto i piloti più esperti tra quelli a disposizione del comando italiano di Tallil, la base poco lontana da Nassiriya dove sono acquartierate l’Aeronautica e l’Aves, ma gli altri sono stati tenuti a riposo proprio perché loro «facessero esperienza».
Sono tutte informazioni che arrivano da uomini dell’Aves impegnati in Iraq. C’è già un’interrogazione urgente depositata in senato dal capogruppo del Prc, Gigi Malabarba. A Viterbo come a Rimini, nelle basi dell’Aviazione dell’esercito, la tensione è fortissima come dimostrano anche le e-mail, in parte pubblicate qui sotto, che arrivano a siti come www.paginedidifesa.it o www.osservatoriomilitare.it. Ma anche i comandi devono aver compreso che qualcosa non funziona, tanto da bloccare la partenza, prevista in questi giorni, dei piloti di stanza a Rimini che sarebbero dovuti partire, a questo punto anche per rimpiazzare quelli deceduti nell’incidente. Li hanno bloccati con otto ore di preavviso.
Per l’ennesima volta ci vogliono i morti. La missione in Iraq si è ormai trasformata in un calvario per l’Aves: era stato necessario uno scandalo, quello dei quattro piloti rimpatriati, per adeguare le protezioni dei velivoli; poi c’è voluto un morto, il maresciallo Simone Cola ucciso a gennaio durante una ricognizione su AB412, per spedire in Iraq gli elicotteri corazzati A129 Mangusta scartati, fino a quel momento, in nome della propaganda che chiama «missione di pace» quella in Iraq. Lo stesso, si ricorderà, era successo ai carabinieri, che per cambiare strategia e spostarsi ai margini dell’abitato di Nassiriya attesero la strage del 12 novembre 2003. E l’esercito spedì in Iraq i carri e i blindati Dardo e Ariete solo dopo l’uccisione del caporale Marco Vanzan.
«Il vero problema - spiega un sottufficiale dell’Aves - è che i più anziani ed esperti, in un modo o in un altro, riescono a evitare l’Iraq». Fanno cioè la scelta che è costata molto cara ai quattro che un anno e mezzo fa rifiutarono di volare di notte nei cieli del Golfo Persico su elicotteri da trasporto CH47 che ritenevano poco sicuri. Vennero immediatamente rispediti in Italia e denunciati per insubordinazione e altre diavolerie previste dal codice militare. «Ottimi piloti, pessimi soldati», sentenziò l’allora comandante dell’Aves, generale Luigi Chiavarelli. Di parere opposto è stata la procura militare di Roma che ha chiesto l’archiviazione, non ancora disposta dal giudice per le indagini preliminari. Ma la gerarchia è la gerarchia e i quattro, da allora, sono a terra. Non li fanno più volare. E l’Aves nel frattempo è costretta a mandare in missione, in un posticino tranquillo come l’Iraq, piloti che avrebbero ancora bisogno di completare l’addestramento. «Vanno ad addestrarsi laggiù, costi quel che costi - conclude amaramente il sottufficiale - Anche perché in Italia, vuoi per ragioni economiche, vuoi per le limitazioni previste per i voli militari, non è per niente facile accumulare ore di volo».
Una delle vittime - oltre a quelle incalcolate e forse incalcolabili tra la popolazione - della guerra in Iraq è l’informazione. Quelli che ci pervengono da quel paese sono solo bollettini di guerra, numeri avulsi da un contesto terribile. Che non conquistano quasi mai la prima pagina. Tranne quando a riportarci alla drammatica realtà sono le morti dei soldati italiani, come è successo per i quattro elicotteristi i cui funerali si sono svolti ieri. Ancora una volta vittime inutili di una guerra negata. Non fa molta differenza se le cause sono metereologiche o altre, il terreno è comunque ostile. Anche perché sebbene gli italiani stiano trincerati dentro la base di Tallil, la loro presenza non può avere altro scopo che quello di garantire la partecipazione all’occupazione di un paese, una piccola parte, che però galleggia sul petrolio. Occupanti anche quando non si scontrano con la popolazione o distribuiscono bambole! E allora perché non vengono ritirati? A Nassiriya restano i militari trincerati ma a Baghdad non ci sono più giornalisti italiani. E allora come tornare a informare su quella guerra che non segna battute d’arresto? La domanda si è posta anche ieri mattina alla sala della Protomoteca in Campidoglio dove una sessione del Comitato esecutivo della Federazione internazionale dei giornalisti riguardava le «Giornaliste sulla linea del fuoco». E di giornaliste in questi anni in Iraq ce ne sono state molte. La guerra, tanto più se preventiva o basata su falsi pretesti, non vuole testimoni. E i fautori della guerra hanno fatto di tutto per evitarli istituzionalizzando i giornalisti «embedded», arruolati, e soprattutto maschi. Le ambasciate occidentali avevano tentato in tutti i modi di allontanare la stampa da Baghdad prima dei bombardamenti (con minacce, ordini o lo spauracchio degli effetti catastrofici delle armi di distruzione di massa, che non esistevano) senza riuscirci. I giornalisti erano rimasti e due di loro all’hotel Palestine avevano perso la vita per una cannonata americana, un altro sulla riva del Tigri lo stesso giorno, e altri ancora. Per i giornalisti la guerra in Iraq è la più pericolosa: da quando è iniziata (marzo 2003) 59 reporter sono stati uccisi e 29 rapiti.
Dove non arrivano le raffiche Usa arrivano i sequestri, a volte entrambi (come nei mio caso). La degenerazione della guerra con l’occupazione non conosce limiti. E così lo spazio per fare informazione si è andato esaurendo. La scelta si è sostanzialmente ridotta all’andare al seguito delle truppe (embedded), subendo le censure dell’esercito, oppure stare chiusi in albergo sguinzagliando i collaboratori iracheni che, spesso, rischiano quanto gli occidentali. Perché se qualcuno osa uscire per strada, senza scorte armate, per andare a parlare con la gente, magari con i profughi di Falluja, rischia il sequestro, come è successo a me e a Florence e Hussein (sono già passati 150 giorni!). Si può accettare questo ricatto?
Oggi la forza e la pervasività dell’informazione, la capillarità e la velocità delle notizie obbligano chi fa la guerra, quali che siano le sue ragioni, a negare la verità. La guerra moderna, che fa soprattutto vittime civili, si fonda solo sulla menzogna perché la verità la renderebbe sempre più insostenibile per qualsiasi opinione pubblica. La storia del giornalismo è stata anche la storia dei suoi inviati «di guerra»: dalla guerra di Spagna alla seconda guerra mondiale, al Vietnam. I giornalisti al seguito delle truppe c’erano anche prima ma non erano «embedded» e nessuno si è mai sognato di invocarli perché il controllo dell’informazione aveva tempi e strumenti diversi. Oggi invece l’informazione viaggia in tempo reale e su scala planetaria e i suoi effetti si ripercuotono immediatamente sugli scenari di guerra. Ma il diritto all’informazione è essenziale per la democrazia. Come si può parlare di processo di democratizzazione in Iraq se non esiste il diritto di informare? Sotto occupazione la stampa non ha diritto di cittadinanza, anche la libertà di informare passa attraverso una rottura del panorama attuale, iniziando con il ritiro delle truppe. L’Iraq si può aiutare con altri mezzi, anche informando.
Baghdad, 03 Giugno 2005 . Si prepara una nuova Belfast. Come ad Algeri, come in Palestina, come nel Sudafrica dell’apartheid. E’ cominciato il martirio di Baghdad. Posti di blocco ovunque, 40.000 soldati iracheni e altre migliaia della forza multinazionale, rastrellamenti ed arresti di massa; ci sarà battaglia nel cuore della capitale? Questo il menù previsto dalla forza di occupazione per sedare la capitale irachena. Un progetto che nei piani prevede di dividere la capitale in zone impermeabili, una rete di check point e controlli che trasformeranno la metropoli un una enorme prigione divisa in settori, all’interno dei quali solo i membri della sicurezza avranno licenza di movimento e l’ordine di fare qualsiasi cosa per stroncare la resistenza all’interno di Baghdad.
Una nuova, ma molto più grande Falluja se la città dovesse ribellarsi; un enorme galera se la popolazione accetterà le condizioni imposte dagli occupanti; famiglie divise, ore per raggiungere i pochi posti di lavoro, nessun giornalista in giro e mano libera alla repressione nel dissolvimento di qualsiasi tutela legale. Un film già visto, fiumi di sangue versati per piegare un popolo ai desideri di una potenza occupante.
La chiameranno operazione di polizia, e sarà ovviamente intitolata alla caccia dei cattivi; rinunciando però a tutto quanto faccia la differenza tra i cattivi che non rispettano le loro leggi, ed i buoni che le stracciano per fare i comodi loro. Misure che nella storia non sono mai riuscite a piegare nessuno, visto che la loro applicazione è troppo punitiva per le masse innocenti, che a quel punto solidarizzano con i cacciati e prendono ad odiare gli occupanti, anche senza esservi predisposti.
E’ naturale, tutta la gente che finora è riuscita ad evitare l’isteria e a mantenere il controllo sperando in una via d’uscita non cruenta, una volta martoriata da tali procedure, umiliata e sottoposta a soprusi, tende a ribellarsi contro chi li applica, specialmente se straniero; gli abitanti di Baghdad non se la prenderanno di certo con chi, almeno secondo la teoria americana, giustifica l’esistenza della repressione praticando la resistenza; questo gli americani lo sanno.
Si va dunque verso un massacro ed una escalation, prevista e prevedibile; ma si sapeva: l’unica maniera di controllare l’Iraq con una forza tanto sottodimensionata (per opinione unanime dei vertici militari i soldati sul campo dovrebbero essere il doppio) è quello di impegnare gli iracheni in conflitti interni e in una strenua lotta per la sopravvivenza quotidiana. L’invasione della capitale da parte di truppe non sunnite, i rastrellamenti e le prime prevedibili carneficine serviranno a questo scopo.
Chi riconosce un dio, preghi per gli abitanti di Baghdad, da oggi ne hanno bisogno...
mazzetta
La lotta dei lavoratori iracheni riuniti nel forte sindacato Southern Oil Company Union dei giacimenti meridionali
Liberazione, 17 maggio 2005
Il 25 e il 26 maggio attivisti, ricercatori e accademici di tutto il mondo s’incontreranno con i sindacalisti per discutere di privatizzazioni. Naomi Klein e Avi Lewis hanno dedicato all’evento il loro film sulle fabbriche argentine autogestite e hanno spedito The Take a Indymedia Beirut, dove lo stanno traducendo in fretta e furia. Si tratterebbe di normale amministrazione se non fosse che la conferenza si terrà all’Istituto del petrolio di Bassora, principale centro petrolifero di quell’inferno in terra che è diventato l’Iraq.
Sebbene la guerra civile devasti ormai il centro e il nord del paese, il polo petrolifero di Basra - Bassora in italiano - continua a pompare greggio. A differenza di Kirkuk, altro grande giacimento situato nella zona curda ai confini con la Turchia, la zona di Bassora è relativamente tranquilla e fornisce buona parte di quel milione e mezzo di barili al giorno che l’Iraq, malgrado tutto, continua a esportare. La spiegazione va cercata nell’accorta gestione britannica che aveva contattato le autorità locali ancor prima di entrare in città, per garantire una transizione meno sanguinosa possibile.
In seguito gli inglesi si sono dimostrati abili anche nel gestire i problemi d’ordine pubblico che si sono presentati quando, con una decisione in seguito ritrattata, l’Autorità provvisoria di Paul Bremer ha messo sul lastrico centinaia di migliaia di dipendenti statali. A differenza dei marines americani, che negli stessi giorni mitragliavano i manifestanti a Falluja, gli inglesi dispersero la folla con lacrimogeni e proiettili di gomma.
Naturalmente non è tutto rose e fiori. La strategia britannica ha dato potere alle autorità religiose mentre i rapimenti a scopo di estorsione sono ormai un’epidemia. Ma Bassora resta comunque una realtà produttiva, cosa che ha consentito al sindacato dei lavoratori petroliferi - il General Union of Oil Employees - di tentare il colpaccio: una conferenza contro la privatizzazione del settore petrolifero a cui sono invitati sindacalisti (dagli americani dell’Us Labour Against the War ai britannici del Transport and General Workers Union) e attivisti impegnati contro la guerra (Platform, Jubilee Iraq e Focus on the Global South, tanto per citare i principali). La scommessa è riuscire a stabilire contatti più stretti con i movimenti e i sindacati occidentali per rompere l’isolamento voluto sia dagli occupanti che dai fondamentalisti.
«I lavoratori dei giacimenti meridionali hanno cominciato a organizzarsi subito dopo l’invasione. Il Southern Oil Company Union è nato appena 10 giorni dopo la caduta di Baghdad. Quando ci siamo accorti che le truppe d’occupazione difendevano soltanto le strutture petrolifere ma lasciavano saccheggiare ospedali e musei, abbiamo capito che ogni discorso sulla liberazione era soltanto propaganda». A parlare è Hassan Juma’a Awad, presidente del sindacato indipendente - l’altro, l’Iraqi Federation of Trade Unions è diretta emanazione del governo ed è, di fatto, l’unico autorizzato. «Le autorità d’occupazione hanno mantenuto molte delle leggi repressive di Saddam, inclusa la direttiva del 1987 che proibisce scioperi e sindacati - continua Awad - Per questo oggi non siamo ancora ufficialmente riconosciuti anche se, fra i lavoratori dei giacimenti nell’area di Basra, Amara, Nassirya e Anbar, abbiamo più di 23 mila iscritti». Un sindacato che, nella sua breve storia, vanta già due importanti vittorie. Durante i primi mesi d’occupazione, quando la potentissima Halliburton di Dick Cheney predispose la sostituzione di mille lavoratori iracheni con 1.200 dipendenti privati, la mobilitazione ha costretto l’Autorità provvisoria a stracciare il contratto. Nell’agosto 2003, quando Bremer decise di dimezzare il salario minimo dei dipendenti statali, il Southern Oil Company Union lanciò uno sciopero del settore: tre giorni di blocco totale della produzione petrolifera hanno costretto il pro-console a fare marcia indietro.
Ma la lotta dei lavoratori del petrolio non si ferma. All’ordine del giorno c’è la privatizzazione dell’intero settore che finirebbe così nelle mani delle multinazionali statunitensi. Anche su questo punto il presidente dello Southern Oil Company Union, ha le idee molto chiare: «Noi consideriamo nostro dovere difendere le risorse del paese e ci opporremo a qualunque tentativo di privatizzare l’industria petrolifera. Consideriamo le privatizzazioni come una forma di neo-colonialismo, un tentativo di imporre un’occupazione economica permanente dopo quella militare».
Il petrolio è solo l’ultimo della lista. In Silent War (guerra silenziosa), pubblicazione del Focus on the Global South di Walden Bello, viene smascherata l’intenzione statunitense di sperimentare nel paese la versione più estrema del neo-liberismo. Con l’ordinanza n. 39 dell’Autorità provvisoria - ordinanze che sono state lasciate in eredità al nuovo governo praticamente blindate - viene garantita una libertà di movimento dei capitali esteri che fa impallidire le normative del Wto o del Nafta. Imponendo la sostanziale parità fra investitori stranieri - in prevalenza statunitensi - e nazionali, l’ordinanza 39 impedisce ogni iniziativa che miri a sostenere lo sviluppo locale, e quindi la ripresa economica del paese. Al capitale straniero non viene imposto alcun obbligo - per esempio quello di reinvestire una minima percentuale dei profitti in Iraq - né al governo viene concesso di esercitare alcun controllo sulla politica monetaria o sul tasso d’interesse, come è prassi in ogni paese.
Ma il fervore liberista di Bremer non si ferma qui. Con l’ordinanza numero 81 il pro-console si è assicurato di strappare definitivamente la proprietà dei semi ai contadini iracheni. La nuova legge sui brevetti è progettata per trasformare l’Iraq in un grande laboratorio a cielo aperto di piante transgeniche, con i contadini costretti a pagare le royalties sui semi alle grandi aziende dell’agrochimica. Di fatto, l’unica cosa lasciata fuori dalle ordinanze di Bremer è proprio il comparto petrolifero, una privatizzazione che era stata rimandata a tempi migliori.
Certo, l’Iraq dilaniato dalla guerra civile non assomiglia affatto al paradiso dei capitalisti che avrebbe dovuto attirare fiumi di capitali, ma questo non significa che i padroni di Baghdad abbiano rinunciato ai propri progetti. La mobilitazione dei sindacati ha fatto fallire le tappe intermedie della privatizzazione del petrolio ma l’arrembaggio è dietro l’angolo. Per questo la conferenza internazionale è così importante: «Veniamo da 35 anni di repressione e non abbiamo alcuna esperienza di organizzazione sindacale: abbiamo bisogno di addestramento» conclude Awad. E la guerra? Per il presidente dello Southern Oil Company Union «l’occupazione deve finire immediatamente, e per questo noi sosteniamo la lotta per l’indipendenza. Ci opponiamo invece a ogni atto di terrorismo contro i civili, sia iracheni che stranieri».
Peacekeeping e business: un’inchiesta di Rai News 24 va alle origini della missione italiana in Iraq
In un dossier del governo scritto sei mesi prima della guerra
si indicava la provincia irachena come località strategica per l’Italia
Siamo in Iraq per il petrolio. Certo anche per scopi umanitari e di salvaguardia dell’immenso patrimonio archeologico di quel paese - non a caso la missione si chiama "Antica Babilonia" - ma l’oro nero c’entra e come.
L’inchiesta di Sigfrido Ranucci, in onda oggi su Rai News 24, documenti alla mano, prova a dimostrarlo. E non sarebbe nemmeno un caso che i nostri militari siano stati dislocati a Nassirya e non altrove, perché il capoluogo della provincia sciita di Dhi Qar era proprio il posto in cui volevamo essere mandati. Perché? Perché sapevamo quanto ricca di petrolio fosse quella zona. In gran parte desertica, ma letteralmente galleggiante su un mare di quel preziosissimo liquido che muove il mondo.
Un vecchio accordo tra Saddam e l’Eni, che risale a metà degli anni Novanta, per lo sfruttamento di un consistente giacimento (2,5-3 miliardi di barili) nella zona di Nassiriya induce quantomeno a sospettarlo. Così come qualche dubbio lo insinua lo studio commissionato dal ministero per le Attività produttive, ben sei mesi prima dello scoppio della guerra, al professor Giuseppe Cassano, docente di statistica economica all’università di Teramo. Un dossier nel quale si conferma che non dobbiamo lasciarci scappare l’occasione in caso di guerra di basarci a Nassiriya, "se non vogliamo perdere - scrive Cassano - un affare di 300 miliardi di dollari".
Qual è il problema?, si chiederanno molti. In fondo che male c’è se dopo aver preso parte a una missione così onerosa e rischiosa, alla fine ce ne viene qualcosa? Salvaguardare "anche" il buon andamento dei nostri affari petroliferi, suggerisce il sottosegretario alle Attività Produttive Cosimo Ventucci, intervistato da Ranucci, è una scelta "intelligente".
Certo, bastava ammetterlo - questa la tesi di Ranucci - e rispondere alle interrogazioni parlamentari in materia senza nascondersi dietro formule di circostanza. Ammettere che in realtà la ragione petrolio era tanto più importante di quella umanitaria: "Ho cercato di occuparmi di progetti di ricostruzione - denuncia Marco Calamai, che ha lavorato con il governatore di Nassiriya per un periodo - ma la ricostruzione non è mai veramente partita. L’America esporta la democrazia a parole, in effetti ne ha impedito la crescita dal basso".
I nostri carabinieri hanno pertanto scortato barili di petrolio e sorvegliato oleodotti. E la strage di Nassiriya, come ha scritto il corrispondente del Sole24 Ore Claudio Gatti all’indomani dell’attentato, non era diretta contro il nostro contingente militare, ma contro l’Eni.
D’altronde, l’Iraq è la vera cassaforte petrolifera del pianeta. Con scorte che secondo Benito Livigni, ex manager dell’americana Gulf Oil Company e successivamente dell’Eni, sarebbero superiori a quelle dell’Arabia Saudita: "Secondo una stima le riserve dell’Iraq ammonterebbero a 400 miliardi di barili di petrolio, e non i 116 dei quali si è sempre parlato. Nel Paese ci sono vaste zone desertiche non sfruttate".
L’ENI e il Governo si scusino con le famiglie dei soldati italiani e degli iracheni e con il popolo italiano
Quanto sosteniamo da tempo, sempre smentiti dal Governo e dall’ENI, si è rivelato vero: le truppe italiane sono a Nassiriya per proteggere il contratto firmato dall’ENI
http://www.osservatorioiraq.it/modu...-
con Saddam Hussein, per lo sfruttamento dell’omonimo campo petrolifero. Ecco perché, e per chi, sono morti i militari italiani.
Tutte le frottole sulla "operazione umanitaria" e sul "portare la democrazia" si sgonfiano come quelle sulle armi di distruzione di massa: già sei mesi prima delle guerra, mentre gli ispettori dell’Onu erano in Iraq, il Consiglio di Sicurezza discuteva, il Governo stava già studiando dove mandare le proprie truppe.
Già a suo tempo avevamo denunciato che, prima dell’arrivo dei militari, nel giugno 2003, erano volati a Nassiriya, su un aereo militare, esponenti dell’ENI, ora si apprende che questa non è una coincidenza.
Ci chiediamo se ora l’ENI assumerà la responsabilità che le compete nei confronti delle famiglie che hanno perso un congiunto per sorvegliare i suoi barili di petrolio e nei confronti dei civili iracheni rimasti vittime nella "battaglia dei ponti".
Ci chiediamo se il Governo ammetterà di aver mentito agli italiani sugli obiettivi della presenza a Nassiriya e sul fatto che la discussione sull’invio delle truppe era una pura copertura di decisioni già prese.
Mai tanto vero si è rivelato lo slogan del movimento pacifista americano: No blood for Oil.
Oggi torniamo a chiedere con maggior forza il ritiro immediato delle truppe italiane e l’avvio di una nuova fase che sia finalizzata con atti politici, diplomatici ed economici a sostenere un processo di dialogo tra le diverse componenti irachene, che sia autonomo dalle forze occupanti e che favorisca la riconquista della sovranità e sconfigga il terrorismo.
Invitiamo tutto il popolo della pace a mettere in atto una diffusa campagna di denuncia e di boicottaggio non-violento dell’ENI, come sta facendo da tempo il movimento pacifista statunitense con le multinazionali Bechtel e Halliburton.
Un ponte per aveva denunciato il vero motivo della presenza italiana a Nassiriya all’indomani dell’attentato nel novembre 2003, lo aveva scritto sul "Il Manifesto" il 16 gennaio 2004
http://www.osservatorioiraq.it/modu... - e ripetuto il 18 marzo 2004 nel convegno "La ricostruzione in Iraq. Un gioco di interessi" - http://www.unponteper.it/article.ph...
.
news in continuo aggiornamento:
http://www.osservatorioiraq.it/modu...
A tre mesi dalle elezioni, è stato formato, dopo negoziati assai laboriosi, il nuovo governo iracheno, che dovrà, fra l’altro, stendere la costituzione permanente del paese (da sottoporre ad approvazione tramite referendum), che sarà la base di nuove elezioni per un governo permanente (che dovrebbero svolgersi entro il dicembre 2005).
Il 28 aprile il Primo Ministro - Ibrahim al Jaafari (che aveva ricevuto formalmente l’incarico il 7 aprile 2005) - aveva annunciato – e sottoposto all’approvazione dell’Assemblea Nazionale di Transizione (TNA), come previsto dalla TAL (sorta di costituzione provvisoria che attualmente governa il paese) - una formazione incompleta, nella quale 7 posizioni (due vice-primi ministri e cinque ministeri, fra cui quelli - importanti – di Difesa e Petrolio) non erano state ancora assegnate.
Questo governo “parziale” aveva quindi prestato giuramento il 3 maggio.
L’8 maggio sono state coperte anche le posizioni rimaste sino ad allora vacanti (tranne un posto di vice-premier, che Jaafari spera di assegnare a una donna), e la formazione completa è stata approvata dalla TNA.
Di seguito l’elenco dei componenti il governo
Primo Ministro: Ibrahim al Jaafari (sciita)
Vice-Primo Ministro: Rowsch Shaways (kurdo)
Vice-Primo Ministro: Ahmed Chalabi (sciita)
Vice-Primo Ministro: Abed Mutlak al Juburi (sunnita)
Vice-Primo Ministro: Non ancora assegnato
Ministri:
Interni: Bayan Baqir Sulagh (Bayan Jabr) (sciita)
Difesa: Saadun al Dulaimi (sunnita)
Esteri: Hoshyar Zebari (kurdo)
Petrolio: Ibrahim Bahr al Ulum (sciita)
Finanze: Ali Allawi (sciita)
Pianificazione e Cooperazione allo sviluppo: Barham Salih (kurdo)
Elettricità: Mihsin Shlash (sciita)
Giustizia: Abdul Hussein Shandal (sciita)
Lavori Pubblici: Nasrin Berwari (kurda)
Sanità: Abdul Mutalib Mohammed Ali (sciita)
Agricoltura: Ali al Bahadli (sciita)
Risorse Idriche: Latif Rashid (kurdo)
Ambiente: Nermin Othman (kurda)
Edilizia e abitazioni: Jassim Mohammed Jaafar (sciita)
Trasporti: Salam al Maliki (sciita)
Comunicazioni: Jwan Fuad Maasum (kurda)
Commercio: Abdul Bassit Maulud (kurdo)
Industria e Minerali: Osama al Nujaifi (sunnita)
Lavoro e Affari Sociali: Idris Hadi (kurdo)
Istruzione: Abdul Falah Hassan (sciita)
Istruzione Superiore: Sami al Mudhaffar (sciita)
Scienza e Tecnologia: Bassima Butros (cristiana)
Cultura: Nuri Farhan al Rawi (sunnita)
Gioventù e Sport: Talib Aziz Zayni (sciita)
Migrazioni e sfollati : Suhaila Abd el Jaafar (sciita)
Diritti Umani: Hashim Abdul Rahman al Shibli (sunnita) (ha rifiutato l’incarico, dicendo di non poter accettare una posizione assegnata sulla base di criteri settari)
Ministro di Stato (senza portafoglio) per la sicurezza nazionale: Abdul Karim al-Inizy (sciita)
Ministro di Stato (senza portafoglio) per gli affari provinciali: Saad Nayif Mishaan al Hardan (sunnita)
Ministro di Stato (senza portafoglio) per le questioni femminili: Azhar Abdul Karim al Sheikhli (sunnita)
Ministro di Stato (senza portafoglio) per la società civile: Alaa Habib Kadhim (sciita)
Ministro di Stato (senza portafoglio) per il turismo e l’archeologia: Hashim al-Hashimi (sunnita)
Ministro di Stato (senza portafoglio) per i rapporti con l’Assemblea Nazionale: Safa al Din al-Safi (sciita)
Riepilogo:
· Membri del governo: 37 (26 ministri + Primo Ministro + 4 vice primi ministro* + 6 ministri senza portafoglio)
· Sciiti: 16 ministeri (Interni, Petrolio, Finanze, Elettricità, Giustizia, Sanità, Agricoltura, Edilizia e abitazioni, Trasporti, Istruzione, Istruzione superiore, Gioventù e sport, Migrazioni e sfollati, Sicurezza nazionale, Società civile, Rapporti con l’Assemblea Nazionale) più il Primo Ministro e un Vice-Primo Ministro
· Kurdi: 8 ministeri (Esteri, Pianificazione e cooperazione allo sviluppo, Lavori Pubblici, Risorse Idriche, Ambiente, Comunicazioni, Commercio, Lavoro e Affari Sociali) più un Vice-Primo Ministro
· Sunniti: 7 ministeri (Difesa, Cultura, Affari provinciali, Questioni femminili, Turismo e Archeologia, Diritti Umani, Industria e minerali) più un Vice-Primo Ministro
· Cristiani: 1 ministero (Scienza e tecnologia)
· Ministri senza portafoglio : 6 (Sicurezza nazionale, Affari provinciali, Questioni Femminili, Turismo e archeologia, Società civile, Rapporti con l’Assemblea Nazionale)
· Donne: 6** (Lavori Pubblici, Comunicazioni, Agricoltura, Ambiente, Questioni Femminili, Migrazioni e sfollati)
· Ministri del precedente governo che conservano l’incarico : 3 (Esteri, Lavori Pubblici, Risorse Idriche)
* un posto non è ancora stato assegnato
** Una sciita, una sunnita, una cristiana, tre kurde
(Scheda a cura di Ornella Sangiovanni)
OSSERVATORIO IRAQ
2 maggio 2005
Baghdad , Iraq – Un fotografo che lavora per un giornale di Baghdad dice che la polizia irachena lo ha picchiato e arrestato per aver scattato foto di lunghe file ai distributori di benzina. Un giornalista di un altro giornale locale ha ricevuto un invito dalla polizia irachena a seguire la loro cerimonia di diploma e ha finito col ricevere minacce di morte dalle reclute. Una reporter di una TV locale dice di avere perso il conto di quante volte le autorità irachene hanno confiscato le sue telecamere e rotto le sue videocassette.
Su tutti questi casi sta indagando la Associazione irachena per la difesa dei giornalisti, un sindacato che si è formato nel mezzo di una nuova tendenza agghiacciante di presunti arresti, percosse e intimidazioni dei reporter iracheni per mano delle forze di sicurezza irachene.
Reporters Sans Frontières, un gruppo internazionale per il monitoraggio della libertà di stampa, è risalita all’arresto di cinque giornalisti iracheni nell’arco di due settimane, e ha emesso un comunicato il 26 aprile in cui chiede alle autorità "di esercitare maggior discernimento e autocontrollo e di non compiere arresti affrettati e arbitrari".
Mentre il neo eletto governo iracheno dice che indagherà sulle proteste per le intimidazioni contro la stampa, i giornalisti locali hanno detto di aver visto scarsi progressi da quando hanno riferito gli incidenti. Alcuni hanno lasciato il lavoro dopo aver ricevuto minacce – non dai ribelli, ma dalla polizia. La maggior parte dei giornalisti iracheni sono riluttanti perfino a identificarsi come stampa quando vengono fermati ai posti di blocco della polizia. Altri dicono che non si occuperanno di eventi che coinvolgano le forze di sicurezza irachene, il che crea un grosso vuoto nella loro copertura delle notizie locali.
"Ditemi di occuparmi di qualsiasi cosa tranne che della polizia", dice Muth’hir al Zuhairy, il reporter del giornale Sabah che è stato minacciato in una accademia di polizia.
La caduta della dittatura di Saddam Hussein ha avuto come effetto una libertà senza precedenti per i giornalisti iracheni, che avevano subito torture e pene carcerarie per aver criticato il passato regime. Più di 150 nuovi giornali e diverse TV e stazioni radio locali sono sorti immediatamente dopo l’inizio della guerra - una delle storie di maggior successo dell’invasione guidata dagli Usa.
Negli ultimi mesi, tuttavia, la polizia irachena ha iniziato un giro di vite contro i giornalisti locali, creando una ondata di paura che ricorda l’epoca di Saddam.
"Se le cose continuano così, dovremo portare armi assieme alle nostre telecamere e registratori", dice Israa Shakir, redattore di Iraq Today, un giornale indipendente di Baghdad. "In queste circostanze, dovremmo essere preoccupati del futuro della democrazia".
Anche se Baghdad è il centro principale per i giornalisti iracheni, reclami sono arrivati in grandi quantità da altre province, dice Ibrahim al Sarraj, direttore della Associazione irachena per la difesa dei giornalisti. Nel sud-est dell’Iraq, dice, un settimanale è stato chiuso in ottobre per aver criticato il governatore della provincia di Wasit. Un giudice legato al governatore ha condannato due redattori a diversi mesi di carcere, dice Sarraj. Gli atti processuali hanno accusato gli uomini di avere "detto parolacce e insultato" il politico.
Nella città settentrionale di Ba’aquba, un cameraman di una stazione TV locale stava filmando una moschea quando soldati iracheni lo hanno arrestato il 9 aprile per essere entrato illegalmente "in un posto proibito" e per aver girato dei video che potrebbero essere utilizzati per aiutare i ribelli. E’ ancora detenuto, dice Salah al Shakerchi, uno dei suoi colleghi alla TV al Diyar.
"Non c’era mandato di arresto. E’ stato totalmente illegale, e viene tenuto in cattive condizioni", dice Shakerchi. "E’ tutto quello che sappiamo. Non abbiamo avuto altri contatti con lui".
Vari funzionari del Ministero degli interni non hanno risposto ai messaggi telefonici che chiedevano commenti sui reclami dei giornalisti.
A differenza della maggior parte dei giornalisti occidentali, che sono blindati negli hotel a causa delle preoccupazioni per la sicurezza, i reporter iracheni ancora vanno nei posti dove scoppiano le bombe e alle manifestazioni, luoghi pieni di autorità. I giornalisti locali sono bersagli facili per diverse ragioni: i poliziotti non sono abituati al fatto che la stampa segua le loro attività, le autorità non sono portate per la libertà di stampa, e i politici iracheni di frequente si lamentano del fatto che gli articoli negativi aiutano la rivolta.
"Siamo diventati oggetto di odio perché diciamo la verità, e la verità è che la polizia irachena fa un sacco di errori", dice Ahmed Abed Ali, il fotografo arrestato il 13 gennaio per aver scattato foto di lunghe file ai distributori di benzina.
Anche con l’appoggio di una testata importante, i giornalisti in Iraq vengono presi di mira dalle autorità locali. Le due stazioni televisive satellitari più popolari del Medio Oriente hanno avuto problemi: l’ufficio di al Jazira a Baghdad è chiuso da mesi a causa di critiche al governo, e le forze irachene hanno trattenuto un giornalista di al Arabiya per due settimane perché aveva immagini di attacchi dei ribelli.
Laith Kubba, un portavoce del Primo Ministro designato - Ibrahim al Jaafari - ha detto che il governo neo eletto non accetterà maltrattamenti di giornalisti e li ha esortati a presentare i reclami tramite organizzazioni come l’Associazione irachena per la difesa dei giornalisti.
L’obiettivo principale del governo, ha detto, rimane quello di combattere il terrorismo. I poliziotti iracheni sono l’obiettivo frequente degli attacchi dei ribelli e sono naturalmente sospettosi dei giornalisti che arrivano sul luogo pochi minuti dopo una autobomba. Le autorità hanno anche riferito di incidenti nei quali i ribelli hanno utilizzato tesserini stampa falsi per arrivare più vicino ai loro obiettivi.
"I nostri fratelli nelle organizzazioni dei media capiscono la delicatezza e le difficoltà delle condizioni attuali", ha detto Kubba.
Ha collaborato Hannah Allam, inviata del gruppo Knight Ridder
(Traduzione di Ornella Sangiovanni)
Articolo originale : http://www.realcities.com/mld/krwas...
Intervista a Hannah Allam, giornalista, responsabile dell’ufficio di Baghdad del gruppo Knight Ridder
WNYC Radio (New York Public Radio), 22 aprile 2005
BROOKE GLADSTONE: Come abbiamo appena sentito, gli attacchi terroristici in Iraq (…) continuano (…) – fra i 30 e i 40 al giorno, secondo cifre del Pentagono. Sono diminuiti da una media di 140 al giorno nel periodo che si avvicinava alle elezioni di gennaio. Ma per i giornalisti la situazione è migliorata? La settimana scorsa, la responsabile dell’ufficio di Baghdad del gruppo Knight Ridder, Hannah Allam, ha affrontato la domanda durante la convention annuale dell’American Society of Newspaper Editors [Società americana dei direttori di giornali NdT]. L’abbiamo raggiunta a Oklahoma City, un giorno prima che rientrasse in Iraq, e le abbiamo chiesto se ha notato un cambiamento.
HANNAH ALLAM: Veramente non riesco a vedere alcuna differenza per i giornalisti stranieri che lavorano a Baghdad. Abbiamo appena perso una cara amica lo scorso fine settimana, Marla. Era lì per una organizzazione no-profit che aveva fondato lei. Era in macchina sulla strada per l’aeroporto ed è rimasta vittima di un attentato suicida, ed è morta – a 28 anni. Era in Iraq dall’inizio, e molti giornalisti la conoscevano. Quindi questo ci ha fatto davvero capire che la minaccia c’è ancora. Non è cambiata.
BROOKE GLADSTONE: Hai detto che è morta sulla strada per l’aeroporto di Baghdad, che penso sia uno dei posti più insidiosi di tutto il paese, o forse perfino di tutto il pianeta. Voi come andate su quella strada?
HANNAH ALLAM: Con molta cautela. Normalmente, preferiamo tenere un profilo molto basso in Iraq. Andiamo solo magari in due macchine, senza contrassegni o cose del genere. Ma sulla strada per l’aeroporto, è il caso in cui davvero portiamo una guardia del corpo e armi, e sono sette miglia [1 miglio = 1,609 Km NdT] di terrore, decisamente.
BROOKE GLADSTONE: Questa quindi è la situazione estrema. Ma come vivete quotidianamente?
HANNAH ALLAM: Passiamo tuttora molto tempo in albergo. Anche se usciamo, non restiamo in qualsiasi posto più di 20 minuti. E poi torniamo in albergo. Ma facciamo molte interviste telefoniche. Mandiamo fuori molto di più il nostro personale iracheno, a raccogliere informazioni e a fare interviste.
BROOKE GLADSTONE: La settimana scorsa, alla convention dell’American Society of Newspaper Editors, avevi descritto questo incidente. Com’era la storia?
HANNAH ALLAM: C’era un salone di bellezza, a Baghdad, dove ero solita andare dopo giornate stressanti a farmi fare una manicure o semplicemente per rilassarmi, ed era gestito da due irachene davvero divertenti. E negli ultimi due anni eravamo diventate amiche. E tre settimane o un mese fa mi trovavo lì, ed è squillato il mio cellulare, e istintivamente l’ho preso e ho detto “ Hello” - in inglese. E nella stanza è piombato questo silenzio. La gente mi guardava fisso, e ho capito che cosa avevo fatto. E allora la mia amica, la proprietaria irachena del salone, è venuta e mi ha detto: “Sai, mi si spezza il cuore, mi dispiace dirtelo, ma ti sei messa in pericolo, e hai messo in pericolo noi. Ora sanno che sei una straniera – le altre clienti, e per te non è più sicuro venire qui. Per me era l’ultimo rifugio, e ora anche quello non c’è più.
BROOKE GLADSTONE: Devastante a livello personale, ma è potenzialmente devastante anche per il tuo lavoro? In che modo influisce sul tuo lavoro?
HANNAH ALLAM: Beh, non ero là per intervistare nessuno, ma comunque avrei raccolto queste idee fantastiche per delle storie, e avrei solo ascoltato [le donne] mentre scherzavano e in che modo interagivano, e avrei anche visto la tensione crescente fra le clienti sunnite e sciite che entravano. E potevo fare domande, che non venivano scritte da nessuna parte. Erano molto a loro agio e libere di parlare. E per me, era uno degli ultimi legami rimasti con gli iracheni comuni.
BROOKE GLADSTONE: Cosa pensi nel complesso del modo in cui i media trattano la vicenda da qui. Adesso sei qui da circa un mese. Pensi che ci raccontino la storia che dovremmo sapere?
HANNAH ALLAM: Ciò che mi ha veramente colpito da quando sono tornata negli Stati Uniti – dovunque vado, è quando la gente sente che vivo a Baghdad e dice: “Oh, beh, sei a Baghdad, ma almeno adesso là va tanto meglio”. E non è vero. Voglio dire, gli iracheni muoiono ancora a dozzine tutti i giorni, in alcuni casi. Sai, le cose sul terreno sono ancora molto, molto pericolose. Quindi, credo che sia importante non confondere una diminuzione degli attacchi contro i soldati americani e gli interessi americani con qualche tipo di cambiamento significativo nella guerra.
BROOKE GLADSTONE: Hannah, una zona dell’Iraq di cui non abbiamo sentito parlare molto è Falluja, il che sembra un po’ strano, considerando l’operazione vasta ed enormemente distruttiva che è stata condotta là sei mesi fa, dalle truppe americane. Di chi è la colpa? I giornalisti hanno un qualche accesso a Falluja?
HANNAH ALLAM: No. In realtà, qualunque iracheno che non sia di Falluja non ha accesso a Falluja. Per entrare a Falluja, si viene sottoposti a ogni genere di prova – credo scansione della retina e bisogna esibire la carta di residenza. Per gli stranieri, in realtà l’unico modo per andare a Falluja è muoversi con le forze armate Usa o l’ambasciata Usa per andare a vedere qualche progetto di ricostruzione o qualcosa del genere. Quindi i giornalisti veramente non si avventurano fuori Baghdad, ancor meno in un posto dove c’è ancora molta agitazione e, sai, rabbia e astio dopo l’invasione di novembre.
BROOKE GLADSTONE: Tutte le notizie col contagocce che ci arrivano sono essenzialmente racconti di funzionari che visitano un ospedale o una scuola, e il testo che li accompagna dice: “C’è un ospedale. C’è una scuola”.
HANNAH ALLAM: Questo fa parte della frustrazione di essere giornalisti in Iraq. Sai, ci sono in giro tutte queste storie – non solo a Falluja. Lo stesso si potrebbe dire di Najaf, la città più santa dell’Iraq, dove c’è stata anche una rivolta. Per arrivare là, tuttavia, in macchina, bisogna attraversare uno dei luoghi più pericolosi dell’Iraq. E’ un posto chiamato “il triangolo della morte”. Quindi anche lì non possiamo andare e “coprire” la ricostruzione – ammesso che ce ne sia una – a meno di non essere in qualche viaggio sponsorizzato dall’ambasciata o con le forze armate o con il governo iracheno.
BROOKE GLADSTONE: Penso che magari vorresti dire qualcosa su che impatto ha nel complesso sugli americani il fatto di avere una storia molto incompleta dall’Iraq.
HANNAH ALLAM: Credo che molti lettori, o spettatori, diventino insensibili alla vicenda. Alcuni lettori mi hanno detto che sono stanchi di leggere di autobombe articolo dopo articolo. Ma per uscire e tirar fuori gli elementi realmente sostanziosi che vogliamo, o per “coprire” il processo di ricostruzione, dovremmo avere livelli di sicurezza che semplicemente non esistono. Quindi, credo che corriamo il rischio di annoiare i nostri lettori con la storia, ed essi si rivolgeranno altrove, e forse ci sarà un ritiro significativo delle truppe, e allora i media se ne andranno con loro, e quindi forse avremo una situazione tipo quella dell’Afghanistan.
BROOKE GLADSTONE: Cosa intendi dire con questo?
HANNAH ALLAM: Intendo dire che è un posto in cui c’è ancora molta agitazione, e nessuno che davvero vi presti molta attenzione.
BROOKE GLADSTONE: Hannah Allam, responsabile dell’ufficio di Baghdad del gruppo Knight Ridder. Hannah, buon ritorno a Baghdad.
HANNAH ALLAM: Grazie
(…)
(Traduzione di Ornella Sangiovanni )
Testo originale :
http://www.onthemedia.org/transcrip...
Background :
War Reporters at ASNE Say Iraq Remains Frightening
by Andrew Ackerman, Editor & Publisher, 15 April 2005
Fiducia al governo «dimezzato» sciita-kurdo senza alcuna rappresentanza per i sunniti contrari all’occupazione. Jafaari non nomina due vice-premier, il ministro della difesa e quello del petrolio (dato ad interim al bancarottiere Chalabi)
Collaboratori della Cia, esponenti islamisti filo-iraniani, bancarottieri, economisti ultraliberisti cari ai neocons, politici che non hanno mai nascosto la loro intenzione di «dearabizzare» l’Iraq e di dividerlo lungo linee etnico-confessionali. E’ questo l’identikit dei ministri del nuovo «governo parziale» iracheno - un esecutivo nel quale sono rimaste vuote le caselle di due vice-primi ministri, di due ministeri «strategici» come la difesa e il petrolio, oltre a quelli dell’industria e miniere e dell’elettricità - guidato da Ibrahim al Jafaari, esponente della corrente filo-Usa del partito islamista filo-iraniano «al Dawa», che ha ricevuto ieri la fiducia di 180 deputati sui 275 eletti all’Assemblea nazionale nelle elezioni truffa dello scorso 30 gennaio. Alla votazione non hanno voluto partecipare, a causa delle loro riserve nei confronti dell’operazione imposta dagli Usa alla stessa assemblea irachena, l’ex premier (sciita ma filo-Usa) Iyad Allawi e il leader curdo Massoud Barzani, oltre a ben novanta deputati. Assenze significative se consideriamo che i deputati eletti hanno tutti una posizione sostanzialmente favorevole all’occupazione. L’esecutivo «parziale» varato ieri nasce infatti dall’esigenza degli Usa di avere al più presto un «governo qualunque», anche se incompleto, favorevole alla propria permanenza in Iraq e al saccheggio delle multinazionali, dopo tre mesi di defatiganti trattative tra i tre blocchi (già al governo) che hanno partecipato alle elezioni di gennaio: la lista unitaria sciita, con 140 seggi, benedetta dall’ayatollah Ali al Sistani, e composta dal partito filo-iraniano il «Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq» di Abdel Aziz al Hakim, dalle diverse anime del partito islamista «al Dawa», dal gruppo di Ahmed Chalabi, pupillo dei neocons Usa, di Israele e degli ayatollah di Tehran che, condannato a 22 anni di carcere in Giordania per bancarotta fraudolenta, ha ieri ricevuto l’interim del petrolio, e da alcuni indipendenti vicini al movimento del radicale sciita Moqtada al Sadr; il secondo blocco è costituito dal listone kurdo di Massoud Barzani e Jalal Talabani; il terzo dalla lista del premier uscente Iyad Allawi deciso a diventare il nuovo «uomo forte» del paese.
Le trattative si sono trascinate così a lungo, approdando ad un «governo parziale», con i «ministri nascosti» che un giorno, come il Mahdi, si riveleranno agli occhi degli iracheni, soprattutto per l’introduzione da parte degli Usa come base della vita politica e istituzionale di quote etnico confessionali, con il relativo tentativo dei tre blocchi di contendersi le spoglie del paese più che di programmare una sua ricostruzione. La lista curda punta alla secessione, ad impadronirsi della città di Kirkuk e del suo petrolio e non vede di buon occhio uno strapotere sciita (in fondo anche loro sono sunniti) mentre quella sciita si articola in tre tronconi anch’essi con obiettivi in parte divergenti: chi è favorevole ad una divisione del paese con la nascita di una entità sciita nel sud dell’Iraq, con il suo petrolio, chi vuole mantenere il paese unito (la maggioranza) gestendolo su delega Usa ma secondo la «Sharia», e una piccola minoranza «nazionalista», vicina a Moqtada al Sadr, contraria ad ogni frammentazione dell’Iraq e favorevole a collaborare con i sunniti contro gli occupanti. Entrambi questi blocchi sono contrari alla ricostruzione dell’esercito iracheno che vedono anzi come un possibile pericolo per i loro interessi. L’ex premier Iyad Allawi, da parte sua, ha perseguito un programma «nazionale» centrista, sempre filo-occupazione, ma basato sulla ricostruzione di forze di sicurezza nazionali, con l’utilizzo di ufficiali e agenti «pentiti» (in gran parte sunniti) dei vecchi servizi e dell’esercito di Saddam. Un progetto questo che per riuscire aveva però bisogno di ri-imbarcare la comunità sunnita, o almeno parte di essa, nella vita politica e istituzionale. Il nuovo governo si muove invece in direzione opposta escludendo del tutto la maggioranza dei sunniti e proponendosi una loro epurazione da ogni posto di responsabilità sotto la copertura della «debaathizzazione» del paese. Da questo punto di vista possiamo dire che dal presunto «passaggio dei poteri» del giugno 2004 ad oggi, il controllo esclusivo sulle nuove istituzioni esercitato dai partiti sciiti e kurdi pro-Usa si sia andato accentuando, rafforzando così parallelamente la resistenza contro l’occupazione.
da Ansa, AdnKronos, 28 aprile 2005
L’Assemblea Nazionale irachena ha approvato la lista dei ministri del nuovo governo presentata dal premier designato Ibrahim Al-Jaafari. Questa la composizione del nuovo governo iracheno, approvato a larga maggioranza (180 voti a favore su 185) dall’Assemblea Nazionale, che dovrà guidare il paese fino alle prossime elezioni. La lista parziale dell’esecutivo del premier designato Ibrahim al-Jaafari comprende, al momento due vice premier, Ros Nouri Shawis e Ahmed Chalabi, mentre altri due saranno nominati nei prossimi giorni. Il premier designato ha assunto l’interim della Difesa.
Bayan Baqir Solagh, ministro dell’Interno
Hoshyar Zebari, ministro degli Esteri
Ali Abdul Amir, ministro delle Finanze
Ahmed Chalabi, ministro ad interim del Petrolio
Ros Nouri Shawis, ministro ad interim dell’Energia
Jassim Mohammed Jaafar, ministro della Ricostruzione
Abdul-Falah Hassan, ministro dell’Istruzione
Sami al-Mudhaffar, ministro dell’Università
Abdul Mutalib Mohammed Ali, ministro della Sanità
Barham Salih, ministro della Pianificazione
Jwan Fouad Masoum, ministro delle Comunicazioni
Abdul-Basit Kareem Mawlud, ministro del Commercio
Muslih Khudhir al-Jibouri, ministro dell’Industria
Ali al-Hadili, ministro dell’Agricoltura
Abdul-Hussein Shandal, ministro della Giustizia
Idris Hadi, ministro degli Affari Sociali
Latif Rashid, ministro delle Risorse idriche
Salam al-Maliki, ministro dei Trasporti
Nouri Farhan al-Rawi, ministro della Cultura
Basim Butrous, ministro per la Scienza e la Tecnologia
Suhaila Abid Jaafar, ministro per l’Immigrazione
Talib Aziz Zaini, ministro per lo Sport e la gioventù
Narmin Othman, ministro per l’Ambiente
Narmin Othman, ministro ad interim per i Diritti umani
Nasrim Barwari, ministro dei Lavori pubblici
Nella squadra del governo iracheno anche diversi sottosegretari.
Questi i loro nomi e incarichi:
Abdul-Karim al-Anz alla Sicurezza nazionale
Saad Nayif Mishhan al-Hardan, agli Affari governativi
Ala Habib Kadhim, agli Affari della società civile
Azhar Abdul-Karim al-Shaikhli, alle Questioni femminili
Hashim al-Hashimi, al Turismo
Safauldin Mohammed al-Safi, sottosegretario per l’Assemblea nazionale.
Dei 185 deputati iracheni che hanno partecipato alla votazione (l’aula è stata disertata da 90 parlamentari), 180 hanno approvato la fiducia al governo. L’Assemblea nazionale uscita dalle elezioni del 30 gennaio è attualmente composta da 274 deputati, dopo che la parlamentare Lamiya Abed Khadawi è stata assassinata ieri a Baghdad. La votazione - hanno aggiunto le fonti - si è svolta per alzata di mano, dopo che era stato deciso di votare in blocco la lista dei 33 ministri presentata da Jaafari. Prima della votazione uno dei deputati della lista Allawi, Hussein Al-Sadr, ha però insistito senza successo perchè la fiducia venisse votata singolarmente per ciascun ministro e non in blocco per l’intero governo, come proposto dal deputato della lista sciita Akram Al- Hakim.Il premier ha precisato che due dei quattro posti di vice premier non sono stati ancora assegnati, in attesa della scelta degli esponenti sunnita e turcomanno che dovranno ricoprirli. Del nuovo governo, sulla carta, fanno parte 18 ministri sciiti, 10 curdi, 5 sunniti e un rappresentante ciascuno per le minoranze turcomanna e cristiana. Al termine di lunghe trattative tra rappresentanti dei vari partiti, Al Jaafari aveva presentato ai parlamentari una lista incompleta, spiegando che in attesa di trovare un accordo definitivo sui ministeri ancora oggetto di contrasto - cinque i posti ancora vacanti - i dicasteri sarebbero stati affidati in via temporanea. Lo stesso premier sarà responsabile della Difesa a tempo determinato, un incarico che in base alle trattative doveva essere riservato ad un esponente sunnita, ha spiegato all’assemblea il presidente Hajim al-Hassani, leggendo una dichiarazione del premier, poi intervenuto di persona. L’incarico ad interim del ministero del Petrolio sarà affidato ad Ahmed Chalabi,il discusso leader sciita un tempo favorito degli americani, cui andrà anche una delle quattro poltrone di vicepremier. Un altro incarico di vice primo ministro sarà affidato al funzionario curdo ed ex vicepresidente Rowsch Nouri Shaways che eserciterà anche a titolo temporaneo l’incarico di ministro dell’energia elettrica. Ancora in discussione due incarichi di vicepremier. Il partito dell’ex premier, la Lista irachena, come annunciato da giorni, non ha avuto alcun incarico, dopo che erano state giudicate eccessive le sue pretese di avere un vice premier e quattro ministeri ’pesantì. È per questa ragione che nessuno dei 40 deputati di Allawi si è presentato in Parlamento per votare il nuovo governo. Il vice-presidente iracheno, il sunnita Ghazi al Yawar, ha chiesto che la lista dei ministri del nuovo governo sia completata entro due giorni e che due dicasteri ad interim, tra cui quello della difesa, siano assegnati alla sua comunità. «Nel caso in cui i sunniti non avranno la possibilità di scegliere loro candidati per i due incarichi, potrebbero ritirarsi dal governo, il quale a quel punto non potrebbe pretendere di essere un gabinetto di unione nazionale», ha ammonito il vice-presidente. La minoranza sunnita, che ha largamente boicottato le elezioni del 30 gennaio, ha solo cinque rappresentanti nel governo Jaafari.
Pagine di difesa , 25 marzo 2005
I commentatori militari indipendenti e soprattutto quelli politici, nell’analizzare i combattimenti e i risultati dell’assedio condotto dai marines a Falluja, li definiscono una vana vittoria. Questa visione pessimista corrisponde alla realtà della situazione politico-militare in Iraq, specialmente nell’ormai famoso triangolo sciita compreso tra Falluja, Baghdad e Ar Ramadi.
Il giudizio negativo dei politici è legato all’analisi dei risultati conseguiti con la conquista della città e l’allontanamento forzato di tutte le unità di guerriglia e nuclei di terroristi che per mesi hanno tenuto in scacco le forze armate dell’Alleanza. Il fatto è che al risultato militare non è seguito un analogo e definitivo risultato politico, dato che dei guerriglieri e terroristi combattuti nella città una parte sono stati eliminati ma la maggior parte, dopo aver opposto una strenua resistenza, è riuscita a dileguarsi, disperdendosi nelle città vicine e soprattutto immergendosi nelle vaste banlieue di Baghdad, da dove hanno ricominciato a portare i loro attacchi a convogli e pattuglie americane e soprattutto morte e distruzione contro le milizie irachene e le unità di polizia che il governo provvisiorio di Allawi cerca di ricostruire.
Solo una piccola parte dei guerriglieri e qualche pesce minore dei terroristi è stato fatto prigioniero. Si calcola che dei 2.000 combattenti iracheni, 600 sono stati uccisi, qualche centinaio fatto prigioniero mentre il resto è riuscito a ritirarsi, abbandonando qualche arma pesante (mortai e mitragliatrici) ma portando con sé l’arma più terribile e pericolosa per gli americani: la loro determinazione e volontà di combattere contro le truppe occupanti del loro paese.
Sarebbe forse necessario, dal punto di vista politico-militare, ridefinire ciò che può essere stabilito come vittoria o più probabilmente come un successo tattico. Solo la finale soluzione della prolungata operazione Enduring Freedom in tutto l’Iraq potrà portare a un reale traguardo strategico. Si deve considerare il successo locale solo come un ulteriore passo in avanti, dove almeno una certa area è stata bonificata e liberata dagli elementi offensivi che tanti lutti e feriti hanno inferto alle forze Usa e a quelle cooperanti irachene. A Falluja, almeno secondo le dichiarazioni ufficiali, i marines hanno subito circa un centinaio di perdite e soprattutto un migliaio di feriti. Contano anche questi nel bilancio morale, politico e psicologico che i combattenti americani hanno dovuto registrare a loro spese.
Noi ora cercheremo di analizzare le tattiche impiegate nel combattimento urbano a Falluja da entrambe le parti. Thomas Edward Lawrence (Lawrence d’Arabia), nel descrivere i combattimenti contro i ribelli arabi, diceva che affrontarli era come "mangiare una minestra con un coltello". Le difficoltà che i marines hanno incontrato e dovuto superare - ora dopo ora, sia di giorno che di notte e per più settimane - prima di dichiarare la città sotto loro controllo sono dipese dalla scarsa vulnerabilità dei guerriglieri alle tattiche e alle armi americane. Gli americani hanno utilizzato aerei ed elicotteri per bombardare i nidi di resistenza degli avversari, ma il fuoco a distanza, creando cumoli di macerie, ha altresì offerto ulteriori punti di appoggio per i combattenti che, dopo i razzi degli elicotteri e le bombe e le cannonate dei C-130 Spectre, sono riemersi come ragni dai cunicoli e dalle cantine, opponendo una fiera resitenza ai marines avanzanti.
Molte delle azioni di successo delle unità americane, all’attacco tra i vicoli e dentro le case di mattoni e fango, sono state possibili soprattutto di notte, con l’impiego di visori notturni che consentivano di vedere, individuare i guerriglieri e di eliminarli. Il piano di operazione che ha guidato i militari americani nell’assalto urbano alla città, riflette fedelmente l’addestramento del soldato Usa, capacità e relativa efficacia del suo ultramoderno equipaggiamento nel combattimento urbano, quasi un corpo a corpo, dove difficilmente i mezzi tecnologici riescono a dispiegare tutte le loro potenzialità, molto più efficaci in un combattimento frontale. Passiamo all’analisi delle tecniche e tattiche delle forze armate americane contrapposte ai guerriglieri e terroristi.
La città della Battaglia
La città di Falluja si trova lungo il corso del fiume Eufrate. La parte moderna si colloca sulla riva destra, mentre la città vecchia e i quartieri di insediamento più tradizionali sono sulla riva sinistra. Il comando americano, prima di intraprendere la seconda battaglia di Falluja, ha steso il classico anello di isolamento e sicurezza tutt’intorno alla città. Per questo motivo ha dovuto richiedere alla Gran Bretagna l’apporto di un migliaio di uomini per poter lasciar presidiate le posizioni che ha dovuto disimpegnare per raccogliere tutti gli uomini necessari alla battaglia di Falluja.
Il piano di penetrazione nella città è stato concepito in una maniera abbastanza tradizionale: progressione frontale in linea continua dal lato nord della città, avendo sul fianco destro il fiume come limite e come linea determinata di appoggio, con una penetrazione graduale, quartiere dopo quartiere, via dopo via, da nord verso sud, metodicamente, casa per casa, dopo aver bombardato le aree di arroccamento, snidando le postazioni e i punti forti, gli appostamenti di cecchini, rilevando e disinnescando, passo dopo passo, trappole e trabocchetti esplosivi.
La complessa azione di penetrazione è stata pianificata con l’appoggio dall’alto di forze aeree ed elicotteristiche, con la progressione avanzata di mezzi corazzati seguiti dai marines, in modo da non esporre gli uomini immediatamente al fuoco insidioso dei guerriglieri e terroristi prima di averne localizzato le posizioni e avere indirizzato il fuoco aereo e degli elicotteri dall’alto verso i punti forti. Al bombardamento è seguito il fuoco di apertura dei varchi tra le case e i vicoli, con i cannoni dei carri armati. Solo dopo queste azioni di fuoco dall’alto e da terra i marines sono avanzati per il rastrellamento e la eliminazione delle residue resistenze in atto.
Le forze e il concetto d’azione
Scopo - Eliminare le forze insurrezionali (insurgents) e terroriste da Falluja; catturare Abu Mussab Al Zarkawi
Forze nemiche - 2000÷2500 tra iracheni-jiadisti-miliziani del Partito Baath, ex militari della Guardia Repubblicana di Saddam Hussein (ex divisione Medina), volontari stranieri (yemeniti-sauditi-nordafricani) sotto la guida di: Abdollah el Gianabi, capo dei mujaheddin di Falluja, con il suo vice comandante militare Jasim Ab del Latif; Abu Abdullah al Hassan bin Mohamed, alla testa degli jihaidisti iracheni di Ansar al Sunna che gravitano intorno ad Abu Mussad al Zarkawi.
Forze amiche - circa 10.000 uomini della 1^ divisione Usmc (United States Marines Corps), con i 1°, 2°, 3°, 5°, 8° reggimenti marines, appoggiati da Main Battle Tank (Mbt) Abrams, blindo ruotate Lav-25, elicotteri da combattimento Cobra, C130 Spectre, elementi operativi della 3^ brigata irachena, 36° battaglione della Guardia Nazionale irachena.
Concetto d’azione americano - Isolare Falluja; predisporre un anello di sicurezza per chiudere tutti gli itinerari di scampo dalla città; bloccare le vie di facilitazione tattica; eliminare le unità insurrezionali e terroriste, impiegando dall’alto il fuoco aereo e elicotteristico e da terra quello corazzato e blindato; progredire da nord a sud su un fronte continuo, avendo a ovest come linea di contenimento il fiume Eufrate, su un fronte continuo, via dopo via, casa dopo casa, eliminando ogni sacca di resistenza e rastrellando ogni vano.
Concetto d’azione della guerriglia irachena - Sottrarsi, per quanto possibile, al fuoco aereo ed elicotteristico; dissociare le unità carri e blindate dalla fanteria; ostruire e minare le principali direttrici di attacco dei marines con ostacoli speditivi, mine regolamentari e di circostanza; costringere la fanteria ad avanzare su itinerari obbligati, incanalandola per quanto possibile tra i quartieri organizzati a difesa; predisporre ovunque trappole agli accessi delle case e all’interno delle stesse; reiterare le linee di difesa e centri di fuoco su linee e punti successivi, mai irrigidendosi però a strenua difesa; sfuggire alle unità di rastrellamento in progressione lineare, riprendendo il combattimento sui fianchi e sul retro dei plotoni americani per impedire (progressione durante) l’impiego del fuoco aereo ed elicotteristico; sfruttare vie di facilitazione tattiche come il fiume Eufrate e nell’abitato - tra via e via, casa e casa - con tunnel sotterranei.
Precedenti storici e locali
In Iraq Falluja ha rappresentato il punto più caldo dell’attività insurrezionale e terroristica in atto, dove i reduci delle truppe di Hussein e i terroristi di Al Zarkawi-Bin Laden, si sono uniti per contrastare la penetrazione dei soldati americani ma anche per proclamare al mondo la loro opposizione al modo di vivere occidentale nel loro paese occupato. In questa lunga guerra post-guerra, troppo anticipatamente dichiarata vinta da G.W.Bush, essi si sono trovati uniti, amalgamati e compattati, nel difendere interessi etnici, religiosi e politici della passata dittatura, nella speranza di ricondurre l’Iraq a una unità araba che, se pur rappresentata dal mosaico sunnita, sciita e kurdo, comunque non dovrà essere occidentale o dipendente dall’Occidente.
Il triangolo sunnita tra Falluja-Baghdad e Ar Ramadi, era già stato attaccato dalle unità americane nel mese di aprile 2004 e ripulito da guerriglieri e terroristi al 50%. La campagna elettorale presidenziale americana impose allora lo stop ai combattimenti per due motivi: primo, per non accentuare ancor di più la campagna antiamericana e pacifista in relazione ai morti e ai danni collaterali tra la popolazione civile causata dai bombardamenti aerei e terrestri; secondo, per consentire a G.W. Bush di svolgere la sua campagna elettorale senza preoccuparsi del numero dei caduti e dei feriti americani, che avrebbe potuto rappresentare una carta da sfruttare politicamente da parte del suo avversario J.Kerry. Ecco che la battaglia di Falluja è stata rimandata da parte di Bush a elezioni e risultati di vittoria conseguiti.
Nella prima battaglia per Falluja dell’aprile 2004, quando 2.000 marines combatterono per tre settimane senza riuscire a prendere il controllo della città e catturare, eliminare o almeno disperdere i difensori, l’attacco fu fermato da Bush, preoccupato per le grandi recriminazioni dell’opinione pubblica mondiale per il rilevante numero di civili che erano coinvolti con perdite e feriti nei combattimenti. La campagna per le elezioni presidenziali si stava facendo più intensa e l’avversario politico, J. Kerry, aveva mano facile nel criticare la condotta della battaglia. Le perdite americane in morti e feriti rappresentavano un costo troppo oneroso per gli scarsi risultati militari conseguiti in confronto alle vaste e profonde critiche per "i danni collaterali" provocati dalla battaglia.
Nel secondo combattimento la pianificazione delle operazioni è stata più completa e articolata. Sono stati impiegati più di venti tipi di mezzi, tra aerei ed elicotteri, per ammorbidire le posizioni di resistenza degli insorti e sono stati schierati tutti i mezzi blindati e corazzati in possesso all’armata americana. Ancora, tutta la città è stata racchiusa in un anello di sorveglianza, in modo da isolare per quanto possibile in un terreno così particolare come quello intorno a Falluja, senza linee di riferimento o ostacoli naturali quali fiumi o monti, per impedire l’infiltrazione di rinforzi o vie di scampo per i guerriglieri.
Ed è proprio questa ultima possibilità che non è stata bloccata completamente. Infatti dopo sei giorni di assedio, con alcune centinaia di morti tra i combattenti sunniti e terroristi, aggregati, gran parte dei guerriglieri sono riusciti a defilarsi e/o ritirarsi verso Baghdad o Mosul, e soprattutto i capi, sia dei guerriglieri che dei terroristi, non sono stati nè eliminati nè presi prigionieri. La conquista, se così può definire il raggiunto pieno controllo di quello che resta della città di Falluja, ha in realtà spostato la battaglia da un quadrato geografico a un altro. Rimane la soddisfazione ai marines di proclamare che l’obiettivo è stato raggiunto. Vedremo però, analizzando più a fondo il combattimento, che il conseguimento di tale obiettivo è stato particolarmente difficile e contrastato.
Le operazioni da parte americana si sono svolte dall’alto e da terra. Nell’area i satelliti sorvegliavano 24 ore su 24 il settore della battaglia in atto, trasmettendo le immagini fotografiche dei movimenti in tempo reale ai comandi e alle unità aeree e terrestri americane. Inoltre, sempre con i satelliti, venivano captate tutte le possibili trasmissioni radio e traffico dei cellulari tra i guerriglieri nella zona sotto assedio e le bande di supporto all’esterno. A mano a mano che i C130 Spectre e gli elicotteri AH-64 bombardavano le posizioni di resitenza, i carri armati M1-A1 Abrams e gli M2 Bradley con alzo zero aprivano varchi nei muri delle case, unità speciali si calavano dagli elicotteri CH-47C/D e UH-60-6H sui tetti per stanare i nemici e costringerli allo scoperto.
Solo a questo punto i marines avanzavano e penetravano negli edifici, marcando con le bombolette spray gli interni bonificati e proseguendo quindi la progressione verso i successivi obiettivi. Talvolta i marines non riuscivano a stanare tutti i guerriglieri poiché diversi di questi, che non si erano rivelati precedentemente agli attacchi aerei e al tiro diretto dei blindati e corazzati, riemergevano alle spalle dei soldati avanzanti tra le macerie e da bravi cecchini colpivano i militari americani alle spalle. Un’altra tecnica di agguato messa in atto dai guerriglieri è stata quella di posizionare sotto i cadaveri, addirittura sotto i loro feriti gravi, trappole esplosive che deflagravano a ogni tentativo di rimozione o di soccorso. Dopo diverse perdite dovute alle modalità spietate di trappolamenti marines al momento della penetrazione saturavano le stanze con il fuoco delle armi portatili e senza mai toccare qualsiasi corpo - morto o ferito - riaprivano il fuoco su qualsiasi cosa si fosse trovano nell’ambiente per la eliminazione totale della minaccia.
"A Falluja - osserva il generale Fabio Mini - il combattimento è stato affrontato con le modalità di attacco usate nelle isole del Pacifico durante la seconda guerra mondiale. Non per nulla allora e ora sono sempre i marines in azione. La sola variante riguarda l’impiego degli ultimi ritrovati della tecnologia" che contro un’avversario mobile, flessibile, immerso nel proprio ambiente, rende assai poco, specie quando il nemico agisce individualmente, capace di infiltrarsi e filtrare tra casa e casa, tra muro e muro.
Il comando americano aveva inoltre annunciato e datato da tempo la sua offensiva, consentendo alle formazioni insurrezionali e terroriste di prepararsi, adeguarsi alle tecniche di combattimento americano, predisporrre le difese, trappole e trabocchetti, e organizzare non solo vie di facilazione tattiche, ma anche vie di scampo e di eclissamento. Il comando Usa aveva dichiarato in anticipo non solo lo scopo della battaglia (incapsulare e distruggere le bande insurrezionali) ma anche il proposito di catturare Al Zarkawi, il quale ovviamente non ha atteso la prima divisione Usmc per raggiungere altri santuari della guerriglia o addirittura rifugiarsi in Iran.
Dalla prima battaglia di Falluja nell’aprile del 2004, gli insorti iracheni avevano appreso una cruda lezione irrigidendosi e incapsulandosi nelle moschee e luoghi di riunione che gli elicotteri e corazzati Usa avevano avuto buon gioco a colpire e distruggere, giungendo a un pelo dalla sconfitta, se l’opinione pubblica mondiale non fosse insorta al loro fianco per l’enormità dei danni collaterali e l’alto numeo di inermi coinvolti mortalmente nella battaglia dagli americani.
Così, vuoi per il clamore suscitato dai metodi spazza e distruggi, vuoi per le imminenti elezioni presidenziali in patria, i soldati Usa si ritirarono da Falluja, promettendo a loro stessi e agli insorti che, rieletto Bush, si sarebbero ripresentati a Falluja. Così è stato ma, come hanno commentato molti osservatori occidentali, la seconda battaglia urbana di Falluja, benchè vinta, non ha conseguito i risultati sperati. La città è stata completamente devastata, i guerriglieri sono stati in parte eliminati, ma molti di loro sono riusciti a raggiungere le aree di rifugio sunnite tra Baghdad e l’Iran e soprattutto Al Zarkawi non è stato catturato.
(continua)
Guerriglia e controguerriglia
La guerriglia è più agile, il combattente assimmetrico sfrutta l’agguato, l’inganno, l’imprevedibilità, la non linearità e consequenzialità dei procedimenti di combattimento. E ancora, la guerriglia non dipende per la sua efficacia di combattimento da vulnerabili linee e mezzi di rifornimento o da intercettabili mezzi di comunicazione. La guerriglia si confonde tra la popolazione e, dopo aver utilizzato le armi, le può posare e disperdersi tra la gente per le strade o nelle attività quotidiane, rendendo la vita difficile alle unità di contro guerriglia. E’ in questo modo che gli uomini di Al Zarkawi hanno contrastato e contrastano le unità americane. Pur essendo in numero limitato, sono in grado di tenere in tensione e sotto minaccia non solo i 148mila G-men ma a portare la loro devastante azione contro le decine di migliaia di loro conterranei arruolati nelle milizie di Allawi.
Questa è una delle ragioni articolate e complesse per cui la guerriglia è una vicenda che da quando è nata rappresenta per la controguerriglia un fallimento. Così è stato per la Francia in Indocina dal 1945 al 1954, ancora per i francesi in Algeria negli anni ’50-’60, per gli Usa in Vietnam, per l’ex Urss in Afghanistan dal 1979 al 1989, per Israele nei territori occupati tra Gaza e Cisgiordania e ancora per la Russia di oggi in Cecenia. Ai teatri operativi citati fa eccezione quello malese, dove solo la Gran Bretagna negli anni 1948-50 è riuscita a domare la guerriglia.
Non vi è una virtuale connessione tra il conquistare il territorio e sconfiggere un’insurrezione. La guerriglia non cerca la vittoria sul campo di battaglia. La prima regola per la guerriglia è di evitare le battaglie su larga scala con le truppe regolari. I guerriglieri colpiscono secondo i loro tempi e logiche (persuasione, intimidazione, coinvolgimento, terrorismo, sabotaggi, rapimenti) sia i civili che le unità militari isolate o i convogli. Le accorte forze di guerriglia cedono il territorio, si sciolgono quando le unità nemiche si avvicinano in forze e allora colpiscono con cecchini, uccidono con le bombe e in generale attaccano dall’ombra.
Non è una sorpresa che nuclei di guerriglieri abbiano iniziato a condurre isolate azioni a Mosul e Samarra e in altre città quando sono iniziate le operazioni in Falluja. Se l’occupazione delle città potesse costituire la chiave del successo nelle operazioni di controguerriglia, ci si sarebbe dovuti aspettare che la Francia vincesse dopo la battaglia di Algeri del 1957, che l’America terminasse vittoriosa dopo la sconfitta delle forze nordvietnamite e Vietcong a Hue nel 1968 e che la Russia riportasse anche essa la vittoria sui ceceni dopo la riconquista di Groznj nel 1995. Invece sia la Francia che gli Stati Uniti hanno perso e la guerra in Cecenia continua ancora.
Poche migliaia di guerriglieri possono creare il caos in un paese di dieci milioni di abitanti. La guerriglia si camuffa tra la popolazione e l’unico modo per distinguere un guerrigliero da un civile è quando apre il fuoco o si fa saltare in aria. Nel tempo della guerra asimmetrica l’uomo, come combattente individuale, ha riaffermato la sua superiorità su molte delle tecnologie che equipaggiano, rivestono, armano e proteggono il Warrior 2000 Usa. Si è constatato che nessuna superiorità tecnologica è riuscita a prevalere sulla guerriglia insurrezionale e/o sul terrorismo in atto nell’Iraq, dove un mix di azioni drammatiche e sanguinose riesce a dominare la situazione politico-militare.
Numerosi osservatori militari, al momento dell’inizio delle operazioni belliche nel teatro iracheno, avevano previsto che il terrorismo si sarebbe inserito prepotentemente nell’area: Saddam Hussein sarebbe stato certamente sconfitto - così come è stato - dalla preponderante efficienza bellica americana, ma come conseguenza collaterale il terrorismo si sarebbe insediato in un’area che era sì stata teatro di atrocità della dittatura verso i suoi stessi cittadini, ma ogni forma di opposizione politica o armata era stata azzerata. Nessuno dei numerosi comandi americani - dal Centcom a Tampa in Florida fino a Baghdad - aveva previsto lo scacco dei mezzi spaziali ed elettronici ultra sofisticati, messi a confronto con le capacità del combattimento umano.
In effetti la tecnologia può coprire molte fasce della ricerca informativa e opporsi a unità armate e organizzate in parallelo con altrettanti mezzi elettronici da cui le misure Ecm-Ccecm e così via. Ma se il combattente oppositore non impiega strumenti elettronici, non si possono adottare misure e contromisure nei suoi riguardi ma nemmeno localizzarlo con esattezza o interferire nella sua capacità operativa nei combattimenti condotti con metodi grezzi e insensibili a ogni misura e contromisura elettronica. La imprevedibilità sembra essere stata il leitmotiv conduttore della guerriglia in Falluja e del terrorismo in tutto l’Iraq.
La mente dell’uomo, almeno per il momento, non è ancora intercettabile e la imprevedibilità delle azioni del guerrigliero e/o del terrorista coglie quasi sempre il segno. Per contrastare queste tecniche non standardizzate, i convenzionali marines americani hanno adottato tecniche e tattiche mediate dalla condotta delle operazioni anti guerriglia russe a Groznj in Cecenia, nelle campagne 1995-1996 e 2000: attacchi reiterati nel tempo e nello spazio da direzioni diverse, dall’alto, da terra, e anche sotto la superficie, favoriti però da una struttura urbana industriale che in Falluja non esiste.
A queste tecniche di progressione, maceria dopo maceria, gli iracheni a Falluja hanno contrapposto una resistenza molto limitata poiché non avevano armi pesanti da opporre e anche perché il volume di fuoco aereo ed elicotteristico impediva loro di utilizzare i lanciarazzi portatili contro i mezzi corazzati americani. Quindi una parte ripiegava sotto il fuoco, lungo vie di facilitazione tattiche sotterranee, verso nuovi appigli laterali rispetto alla direzione di progressione dei marines; una seconda parte si sacrificava sul posto e apprestava trappole e altri sistemi esplosivi in punti di obbligato passaggio o celati sui corpi dei compagni feriti o morti.
Per i marines che irrompevano tutti in fila all’interno degli spazi, tali volumi si trasformavano in killing zone e molti venivano colpiti agli arti e al viso da queste mine predisposte. Infine una terza parte - probabilmente i capi, gli elementi guida della guerriglia - si eclissava lungo vie per lo più sotterranee, predisposte da tempo fuori dall’area urbana di Falluja, verso zone dove non era in atto alcuno schieramento americano.
Il successo tattico dell’operazione Falluja, inteso come occupazione materiale della città dopo una settimana di furiosi combattimenti che contro i 2000÷3000 militanti islamici hanno impegnato 10.000 marines appoggiati da 2.000 fra poliziotti e militari iracheni, non è dipeso dagli attacchi aerei ma dai rastrellamenti search-and-destroy che i marines hanno condotto isolato per isolato, casa per casa dove, per evitare nella loro progressione le trappole esplosive, dopo gli attacchi aerei hanno demolito con i bulldozer - a somiglianza dei metodi israeliani - le case dalle quali vedevano spuntare qualsiasi filo elettrico. Queste distruzioni, in verità molto indiscriminate, hanno evitato perdite ai militari Usa ma hanno anche impedito loro di catturare gli insorti.
La guerriglia è una forma di combattimento che come una medusa rigenera se stessa e si divide in un serpente a mille teste che non si può schiacciare del tutto e che può colpire in ogni luogo. In effetti i guerriglieri, che non sono stati elimintai a Falluja, sono riusciti a evacuare l’area di combattimento o utilizzando il fiume Eufrate o le decine di cunicoli sotterranei alla periferia della città, mescolandosi con la popolazione della cinta urbana esterna, certamente favoriti dalla compiacenza delle forze militari e di polizia irachene, che non sono riuscite o non hanno voluto rendere impermeabile il cerchio di assedio intorno alla città.
Si è detto all’inizio che uno degli obiettivi dell’accerchiamento americano di Falluja era non solo quello di eliminare la massa degli insorti ma anche quello di catturare Abu Mussab Al Zarkawi. In effetti durante il rastrellamento è stato individuato il quartier generale del gruppo terrorista del leader giordano ma non lui, probabilmente riparatosi in qualche santuario ben prima dell’inizio dei combattimenti nella città.
Nel corso dei rastrellamenti sono stati ritrovati diversi covi dove guerriglieri e terroristi avevano trattenuto i numerosi ostaggi catturati nei mesi che hanno preceduto la battaglia. In questi stessi luoghi, per lo più sotterranei, rinforzati per resistere alle bombe aeree e ai razzi di elicotteri, sono state ritrovate le sostanze e strumenti per preparare cinture esplosive per i kamikaze e anche tracce di strumenti di tortura.
Il 15 novembre 2004, dopo una settimana di preparazione e una settimana di incessanti combattimenti, il comando americano ha dichiarato che la battaglia di Falluja si era conclusa. Nel suo comunicato ufficiale il portavoce dei marines ha confrontato i risultati della battaglia appena terminata con quelli non conseguiti nella precedente di aprile, dove peraltro erano stati impiegati solamente 2.000 marines e soprattutto il combattimento non era stato condotto con quella determinazione e impiego coordinato di tutte le forze aeree e terrestri disponibili a fianco delle forze della fanteria di marina.
I combattimenti a Falluja sono serviti se non altro e rendere più coriacei le reclute e i rimpiazzi della First Marine Expeditionary Force e a far acquisire loro i sistemi di vita e di combattimento dei ribelli. Si sono fatti inoltre una cultura sugli esploditori di circostanza, inneschi esplosivi e chimici, sistemi di esploditori a distanza con l’impiego di semplici telefonini o dei circuiti elettrici dei computer. Ancora, hanno imparato come si possono costruire delle mine con materiali quali detersivi e fertilizzanti mescolati con petrolio e benzina per ottenere delle bombe al napalm domestiche.
Il napalm è una miscela di vari sali alluminici e di acidi organici usati come agenti gelificanti della benzina per la fabbricazione di bombe incendiarie. I composti chimici principali sono il Sodio e il Palmitato di Sodio, mescolati adeguatamente con le benzine. Le miscele esplosive al napalm sono state usate dalle forze americane specialmente nella guerra del Pacifico 1941-1945 e nella guerra Vietnamita 1968-1974. Una cosa i marines non hanno trovato: i corpi dei guerriglieri che erano stati eliminati dai bombardamenti aerei e dai razzi degli elicotteri. I guerriglieri caduti o sono portati via o sono seppelliti sotto i pavimenti delle case.
Lessons learned
Nel combattimento negli abitati le azioni molto spesso si individualizzano. L’uomo caccia l’uomo, per cui la guerra perde il suo significato generale. Non valgono le leggi morali, si dimenticano o si esasperano o si inaspriscono le regole di ingaggio e naturalmente a nessuno passa per la testa di osservare la Convenzione di Ginevra, come è successo al marine che penetrando in una casa ha sparato a bruciapelo su di un corpo che a lui sembrava un cadavere, ma che in realtà era un ferito. D’altra parte diversi marines nei giorni precedenti di combattimento - specie nelle azioni di rastrellamento - erano stati feriti seriamente da trappole esplosive sistemate su cadaveri o su feriti, che comunque avevano scelto di morire portando con sé qualche nemico Usa.
Ma quali possono essere le leassons learned dalla seconda battaglia di Falluja? Dal punto di vista delle tecniche di combattimento ne risulta evidenziata l’importanza dell’elemento umano dall’una e dall’altra parte nel resistere e sopportare gli stress del combattimento per giorni e notti, senza soluzioni di continuità sotto la minaccia, per i guerriglieri, del devastante fuoco aereo ed elicotteristico, per i marines degli attacchi improvvisati e omnidirezionali condotti con le tecniche meno ortodosse.
I marines a un certo punto hanno realizzato che per contrastare la capacità di movimento e la flessibilità dei guerriglieri avrebbero potuto e dovuto esercitare la massima pressione di fuoco di giorno e condurre le operazioni search-and-destroy di notte, utilizzando i visori notturni individuali e i congegni all’infrarosso delle armi. Così hanno fatto e i risultati tattici hanno premiato tecniche impiegate e tempi di combattimento.
Secondo gli esperti del Pentagono, Falluja era il terreno ideale per le nuove tattiche di guerriglia urbana: 300.000 abitanti, una grande varietà di viali, quartieri con strade strette, vicoli, edifici a due e tre piani con porticati che si adattavano perfettamente alle tecniche di combattimento di cecchini isolati, moschee, scuole, mercati in ogni quartiere che si prestavano a essere utilizzati come centri di temporanea resistenza.
I marines però potevano controllare il lato settentrionale della città, l’autostrada e ampi spazi in periferia da dove hanno potuto far decollare i drones, aerei non pilotati da ricognizione e bombardamento. La riscoperta tattica di guerra urbana non si esauriva allora nel conquistare la città strada per strada, con l’obbligo di tenere ogni posizione acquisita, con una serie di blitz contro i centri di fuoco nemici, con l’impiego di truppe scelte sostenute dal fuoco degli elicotteri e dagli Spectre A-C130, quanto piuttosto nel bonificare i punti di resistenza con nuclei flessibili nell’attacco e nel ripiegamento per poi reiterare l’azione da una direzione diversa e in tempi diversi.
Non si trattava più di bussare alle porte delle case con il rischio di cadere in qualche trappola, ma di penetrare dai tetti o da buchi nei muri, e di condurre poi il rastrellamento. Non tutto è andato come previsto poiché la guerriglia irachena non ha permesso agli elicotteri da trasporto truppe di avvicinarsi a volo radente, rallentare o sostare in hovering per calare gli uomini sulle case e ha impiegato i lancia razzi Rpg-7 e simili, abbattendone diversi.
Così è stato ripreso il metodo di fuoco dall’alto e da terra, a premessa di ogni attacco, e progressione delle squadre e plotoni lungo le strade, come era stato fatto nella seconda guerra mondiale, così come i Canadesi erano stati obbligati ad agire nelle cittadine della costa adriatica (Citerna, Vasto, Termoli. Ortona...) contro i tedeschi.
Tra le leassons learned che si devono trarre dai combattimenti di Falluja - sia dal primo in aprile sia dal secondo nel novembre 2004, si deve constatare che il possesso del territorio non è sufficiente a determinare la vittoria quando non si riesce a debellare la resistenza della popolazione locale. Gli esiti di ambedue le battaglie sono stati molto deprimenti per i comandi americani. Di fronte a una perdita dei guerriglieri pari a 600 caduti (dichiarata però dagli americani), bisogna enumerare tra i marines 180 caduti e 1.500 feriti. Non si contano, perché non fanno statistica, i caduti e i feriti delle unità irachene cooperanti con gli americani. Qualcuno ha osservato che il numero dei caduti e dei feriti, tra i guerriglieri e terroristi iracheni, è veramente irrisorio rispetto ai 200.000 stimati oppositori in armi o supporters della guerriglia. Così è assolutamente indifferente la quantità di esplosivi armi e munizioni sequestrate o raccolte durante le due battaglie, considerata la illimitata disponibilità nel teatro iracheno.
Per cercare di ridurre non solo il numero dei caduti ma anche il numero dei feriti, che con le loro invalidità permanenti colpiscono i sentimenti e minano psicologicamente non solo i militari ma anche i loro familiari, il Pentagono ha incaricato la Darpa (Agenzia per le ricerche e innovazioni tecnologiche in campo bellico) di sviluppare ben 36 progetti per diminuire le soglie di rischio dei militari, in modo particolare nei combattimenti urbani. Questi progetti riceveranno un finanziamento pari a 2,7 milioni di dollari da spendere in un anno di ricerche e di applicazioni tecnico-tattiche. In pratica si tratta di passare la mano dell’esplorazione e dei primi contatti con gli elementi nemici nei combattimenti urbani a strumenti robotizzati che affrontano la minaccia e l’incognita sempre presente nella guerra asimmetrica.
Si stanno sviluppando robot in grado di captare e segnalare la presenza di esplosivi e armi all’interno dei volumi da rastrellare. Altri robot radiocomandati a distanza dovranno essere in grado di penetrare nelle case e reagire al contatto con nemici con adeguate armi di offesa. Queste ricerche tecnologiche, se in futuro potranno avere un grande impatto sulle tecniche del combattimento urbano, certamente non potranno risolvere tutte le problematiche legate alle modalità di azione della guerriglia in ambiente ravvicinato. Potranno però ridurre le perdite e i feriti, con notevole impatto psicologico positivo tra le forze convenzionali.
Mezzi e tecniche della guerriglia
Remote Devices - Come accenditori a distanza sono usati non solamente i telefonini cellulari, ma anche gli antifurto delle macchine che, se privi di ostacoli diretti, funzionano fino a un raggio di 200-250 metri. Per il lancio di missili, un comune detonatore di lancio è costituito da un interruttore elettrico collegato a una batteria portatile.
Tecniche di individuazione del nemico - Gli informatori locali a favore degli americani rilasciano o lanciano - sui tetti delle case e/o luoghi di resistenza della guerriglia - pasticche riflettenti che, captate dai congegni elettronici degli elicotteri, individuano perfettamente le postazioni nemiche.
Armi della resistenza - Kalashnikov, missili Estrella, missili Kolpas, razzi Rpg-7 e 8, mitragliatrici Pkc su treppiede, visori notturni (questi ultimi sono per la maggior parte di provenienza russa).
Tecniche di combattimento - I comandanti della guerriglia chiamano i nuclei di combattimento secondo l’armamento in possesso: Kalshnikov, Pkc (coprimi); lanciagranate (avanza nella strada successiva). Sono ordini tipicamente militari che fanno capire che i nuclei di insorti sono inquadrati da ex-ufficiali della Guardia Repubblicana di Saddam.
Composizione degli insorti - Vi sono due livelli di resistenza sunnita in Iraq. Il primo è composto da patrioti locali con armamento e tecniche di coordinamento che derivano dalle unità più salde dell’ex esercito di Saddam. Operano mescolati e confusi tra la popolazione, su di un terreno che ovviamente conoscono alla perfezione. Il secondo livello è composto da una rete politico-militare internazionale, dalla provenienza molto diversificata, con alle spalle i combattimenti in Bosnia, Afghanistan etc., guidati da elementi di Al Qaeda, tra cui il più noto è Al Zarqawi.
La composizione delle ricostituite forze locali irachene
Secondo fonti di intelligence, gli uomini della brigata irachena che ha partecipato alla battaglia di novembre a Falluja (ricostituita e addestrata dagli americani) sarebbero provenienti in maggior parte dalla resistenza stessa. Sarebbero stati fatti arruolare dai comandi dei guerriglieri affinché costituissero utili punti di informazione e di eventuale appoggio per il transito, in ogni senso, dei guerriglieri quando le pattuglie di questa brigata fossero state impiegate nei check point per il controllo di vie e passaggi e in altri momenti e situazioni della battaglia. Anche gli americani hanno utilizzato elementi informatori locali che i guerriglieri sbrigativamente hanno definito spie ed eliminato senza pietà quando scoperti.
(segue)
I combattenti
Il guerrigliero iracheno - Nuota nel mare proprio. Combatte con il supporto della popolazione civile. Possiede una mobilità tattica di superficie e sotterranea. Ha ridotte esigenze logistiche. Non ha remore a sacrificare la vita sua e quella degli altri. Non cura e non raccoglie feriti e tanto meno i morti. Combatte senza schemi fissi. Combatte in casa propria e per una causa propria. La sua aggressività dipende da una cultura non ancora modificata da educazione e/o istruzione. Impiega tecniche istintive di offesa e difesa.
Il soldato americano - Si muove e opera in ambiente ostile. Non può fidarsi di nessuno, se non americano. Muove e combatte solo in superficie. Necessita di un pesante supporto logistico. Combatte cercando di preservare al massimo se stesso e i suoi compagni. La cura e la raccolta dei feriti fa parte della sua forma mentis. Segue una check list. Combatte in terra straniera per vincolo d’obbedienza. La sua aggressività dipende dall’efficacia dell’armamento e dell’equipaggiamento. Come combattente moderno ha perso molto della sua istintiva capacità di sopravvivenza. E’ stato addestrato in poligoni preparati ad hoc, dove però non vi è stato un contrasto umano.
L’informazione e il condizionamento dell’opinione pubblica
Le associazioni umanitarie, anche quelle occidentali, hanno avuto probabilmente ragione di accusare gli americani di aver provocato con i bombardamenti e i cannoneggiamenti su Falluja almeno 1.000 morti, non solo tra i combattenti ma anche tra i civili che non avevano voluto abbandonare la città. Il comando americano, se ha vinto il secondo combattimento di Falluja, ha certamente perso la guerra dei media.
Falluja è stata non solo l’epicentro di una battaglia di resistenza, ma anche di propaganda, che ha aiutato e alimentato il fuoco dell’insurrezione attraverso tutto l’Iraq. Pamphlet, libri, poster, nastri e Dvd sono stati diffusi dalla propaganda araba a pubblicizzare le immagini dei marines americani avanzanti sui corpi di bambini insanguinati.
La battaglia di Falluja si è prestata molto alla campagna dei media. Non solo da parte delle voci arabe è stata dato ampio risalto alle tecniche di combattimento e di distruzione indiscriminata messa in atto dai marines, ma anche i media occidentali hanno ripreso con molta evidenza singoli episodi di condotta crudele del combattimento da parte americana, inspiegabile per chi non è direttamente coinvolto nell’ambiente, nell’azione e soprattutto non sente la minaccia davanti, ai fianchi e sul retro.
Conclusioni
Per come si sta sviluppando il movimento insurrezionale in Iraq, gli Usa dovranno penare non poco per raggiungano quegli obiettivi politici che si sono proposti nell’ex baluardo di Saddam Hussein: democratizzarlo e renderlo prima Nation Building, che apre la strada a una modernizzazione in senso di affermazione delle libertà comuni nel Medio Oriente. Al momento però l’America si deve preoccupare, oltre che della guerra civile tra sunniti e sciiti e della comunità Kurda, anche per i sentimenti anti occidentali dell’attuale governo pro-tempore iracheno. L’insieme di queste opposizioni creano un terreno fertile per il reclutamento di guerriglieri e per il mantenimento in azione dei nuclei di terroristi internazionali collegati ad Al Qaeda.
Diversi osservatori hanno suggerito che agli Stati Uniti potrebbe convenire lasciare l’Iraq diviso in tre aree indipendenti: sunnita, sciita e curda. Altri, con altrettanta ragione, temono uno scontro violento, probabilmente una guerra civile tra le tre etnie per il controllo del governo centrale dopo il ritiro delle truppe alleate. La storia più recente, come suggerisce quella jugoslava, dimostra che la partizione è un rischio di sanguinosi eventi drammatici. Milioni di persone possono essere forzate a lasciare le loro case e molti non le abbandonerebbero senza combattere. Inoltre questi mini Stati potrebbero essere fagocitati dai più potenti vicini. L’area sciita costituirebbe una grande e reale attrattiva per l’Iran.
Una ulteriore e certo ripugnante alternativa sarebbe quella di affidare il paese a un nuovo "uomo forte". Questa soluzione potrebbe portare a una pace coatta, ma sarebbe un amaro risultato dopo che la popolazione irachena ha assaporato, anche se tra sanguinose difficoltà, un corto respiro di libertà. In effetti Saddam Hussein fu abile nel mantenere il paese forzatamente unito, anche se etnicamente e religiosamente diviso, ma non sembra così facile che un successore possa ottenere gli stessi risultati. La situazione consiglia agli Stati Uniti di trovare un modo per ritirare quanto prima le sue truppe dall’Iraq, mantenendo comunque qualche Forward Base per non lasciare ad Al Qaeda un paradiso per i suoi scopi di destabilizzazione di tutto il Medio Oriente islamico.
di Simone Baschiera
Pagine di difesa , 25 marzo 2005
L’attuale presidente rifiuta la carica onorifica di presidente del parlamento.
E l’accordo tra sciiti e kurdi, vincitori delle elezioni, mostra tutti i suoi limiti
A poche ore dalla riunione della nuova assemblea irachena che dovrebbe designare il nuovo governo curdo-sciita, l’esclusione della comunità sunnita dalla vita politico-istituzionale dell’Iraq e sancire la divisione dell’Iraq in tre ministati etnico-confessionali, gli Usa hanno perso uno degli ultimi loro alleati sunniti, l’attuale presidente Ghazi al Yawar. Gli occupanti avevano chiesto al sunnita Ghazi Yawar, per bocca del listone sciita filo-Usa e filo-Iran e della lista curda separatista, vincitori delle elezioni del 30 gennaio (dopo che era stato impedito ai sunniti e a tutti coloro che erano contrari all’occupazione di prendervi parte) di «coprire» a livello internazionale l’esclusione della propria comunità accettando la carica onorifica di presidente del parlamento. Il noto capo tribale sunnita della zona di Mosul, pur sostenitore dell’occupazione, ha ritenuto però l’offerta una vera offesa e non sembra se la sia sentita di sfidare a questo punto l’ira della sua comunità. La totale esclusione dei sunniti, perseguita dagli Usa sin dal loro arrivo in Iraq, in quanto identificati con il nazionalismo arabo e iracheno e quindi ostacolo alla creazione di uno staterello curdo-americano nel nord dell’Iraq, sembra così giunta, grazie alle elezioni farsa del 30 gennaio, al suo compimento. Una decisione che non potrà che spingere tutta la comunità sunnita e non solo i suoi settori più radicali a prendere le armi contro l’occupazione, ma che allo stesso tempo rischia di spostare il fulcro dello scontro da quello tra occupati e occupanti a quello tra le varie comunità etniche confessionali. In realtà sarebbe questo il vero obiettivo dell’occupazione perseguito sin dall’aprile del 2003 con l’introduzione alla base della vita politica e istituzionale irachena del criterio etnico-confessionale con la divisione delle cariche e degli incarichi non su base politica ma piuttosto etnico-confessionale con l’introduzione di quote destinate alle varie comunità decise, mancando qualsiasi referendum e la presenza di centinaia di migliaia di famiglie miste, su basi del tutto teoriche. I due blocchi, quello sciita e quello curdo, sarebbero in queste ore sul punto di raggiungere un accordo per la creazione di un governo di coalizione e questo nelle prossime ore potrebbe portare ad un annuncio ufficiale sulla designazione di un presidente e di due vice-presidenti che a loro volta designeranno il nuovo premier nella figura del leader dell’ala filo-Usa del partito filo-Iran «al Dawa», Ibrahim al Jafaari. L’intesa, ancora da finalizzare, e contro la quale si à già pronunciato il leader sciita radicale Moqtada al Sadr, avrebbe accolto tutte le richieste dei movimenti separatisti curdi filo-americani concedendo loro non solo la carica di presidente ma soprattutto la città petrolifera di Kirkuk, con tutte le sue risorse petrolifere, che dovrebbe diventare la capitale di un nuovo staterello etnico a stelle e strisce, una sorta di nuova Israele nel cuore del mondo arabo, fonte anch’essa di nuove innumerevoli guerre e pulizie etniche. I curdi manterrebbero inoltre il diritto di non sciogliere le loro milizie forti di oltre 80.000 uomini. Il listone sciita ha accettato il ricatto degli Usa pensando a sua volta di creare una repubblica islamica nel sud del paese che potrà gestire in proprio la seconda cassaforte petrolifera dell’Iraq nella zona di Bassora. In tal modo lo stato iracheno scomparirà, come voluto da Ariel Sharon e da Wolfowitz, dalla faccia della terra dal momento che le uniche sue risorse sulle quali potrà contare saranno le carpe del Tigri e le arance di Baqouba. I sentimenti patriottici e nazionali sono però ancora assai forti in Iraq, anche tra gli sciiti, e gli Usa hanno pensato bene di optare per il momento per una divisione di fatto e non ancora ufficiale dell’Iraq. L’accordo di governo prevede a tal fine: che il futuro di Kirkuk sarà deciso da un referendum che si terrà tra un anno ma che sin da oggi sarà avviata quella pulizia etnica che dovrà portare alla cacciata dalla città di almeno 100.000 arabi e turcomanni e alla loro sostituzione con altrettanti curdi. In tal modo la democrazia sarà salva. Ma forse il vero capolavoro degli Usa sta nel fatto che a capo della commissione incaricata di cacciare gli arabi e in parte i turcomanni (in gran parte sciiti) da Kirkuk, vi sarà il leader del Partito comunista iracheno collaborazionista Hamid Majid Moussa.
La tv di stato diffonde i verbali di un incontro del luglio 2002 fra Blair e il capo dell’MI6, che confermava la manipolazione delle prove sulle «armi di distruzione di massa» di Saddam
E’ stizzito Donald Anderson, presidente (laburista) della commissione affari esteri della Camera dei comuni. «La Bbc - ha dichiarato ieri - si sta vendicando. Se la voce è quella soave e pacata della tv di stato, i sentimenti sono quelli selettivi e per nulla equilibrati di Michael Moore». Ad attirare tanta ira il documentario sulla guerra in Iraq trasmesso domenica sera. Il programma (della serie Panorama) ha prodotto nuove prove che dimostrano come le informazioni di intelligence sulla pericolosità di Saddam Hussein e sul suo possesso di armi di distruzione di massa siano state gonfiate dal governo britannico per convincere il parlamento a votare in favore dell’intervento militare.
Panorama ha ottenuto, tra le altre cose, conferme incrociate da più fonti sul contenuto dei verbali di un incontro presieduto dal primo ministro Tony Blair il 23 luglio 2002. In questo meeting l’ex capo del MI6 (i servizi segreti britannici), sir Richard Dearlove avrebbe sostenuto che i fatti e l’intelligence americana sull’Iraq erano stati «aggiustati» per aagevolare la politica interventista di Bush, che rendeva la guerra inevitabile. In quello stesso incontro estivo, il ministro degli esteri Jack Straw avrebbe chiesto (e non per la prima volta, stando alle fonti della Bbc) se davvero le prove in mano ai servizi fossero sufficienti a giustificare la guerra.
Il programma della tv di stato britannica dunque offre a quanti cercano la verità sull’Iraq nuovi elementi. Soprattutto per quel che riguarda i dubbi che molti, anche all’interno del governo avevano, rispetto all’intervento militare. Non solo Robin Cook (ex ministro degli esteri che si dimise prima del voto sulla guerra) e Claire Short (ex ministra allo sviluppo e cooperazione internazionale che invece fu convinta, o piuttosto «ingannata», come sostiene lei, da Blair). Ma anche Jack Straw, il ministro degli esteri.
Ma i dubbi di alcuni si mescolano alla consapevolezza di tutti che comunque andasse, quelle prove, l’intelligence, erano state manipolate. Non giustificavano, insomma, così com’erano la decisione di portare in guerra il paese. Eppure, tutti i maggiori protagonisti (premier, governo, consulenti) della costruzione del «caso Iraq» avevano la guerra era come unica opzione. Anche per compiacere a Bush. In questo senso va letto il commento di sir Stephen Wall, ex consulente di Blair sull’Europa. Wall aveva dichiarato che «l’argomentazione legale è stata tirata fino al punto di rottura». Anche sul piano legale, dunque, si sapeva di correre sul filo del rasoio, di essere anzi in alcuni casi già nel campo dell’illegalità. Eppure il governo ha continuato a perseguire la strada che avrebbe portato al conflitto.
Per questo al MI6 l’esecutivo chiese di ottenere il maggior numero di informazioni possibili dalle limitate fonti in Iraq per costruire il casus belli. Le nuove informazioni sarebbero finite nel dossier diventato famoso per essere stato reso «più sexy» e convincente. Brian Jones, analista capo al ministero della difesa ricorda che «la notizia del nuovo dossier ci preoccupò. Redarlo sarebbe stata una sfida difficile - aggiunge - per via delle poche e sparse informazioni a disposizione». Più esplicito l’ex ambasciatore messicano all’Onu, Adolfo Aguilar Zinser, invitato ad un briefing d’intelligence sulle armi di distruzione di massa irachene. «Ho chiesto all’agente del MI6 se avesse prove concrete dell’esistenza di queste armi. E lui mi ha risposto di no».
La guerra in Iraq peserà sulle elezioni politiche di maggio. Non v’è dubbio. I musulmani britannici stanno tenendo assemblee nel paese per scegliere quali candidati votare. Lo stesso stanno facendo i milioni di cittadini che si sono schierati contro la guerra. E anche quelli che forse inizialmente erano a favore, magari perchè il loro figlio era partito per l’Iraq. Ma che poi si sono ricreduti.
E’ il caso di Reg Keys, padre di un giovane soldato ucciso in Iraq che ha deciso di candidarsi proprio nel collegio di Tony Blair, Sedgefield. La sua campagna elettorale sarà finanziata dal musicista Brian Eno.
Due anni fa iniziava la guerra in Iraq. In realtà era iniziata molto prima, con le bombe del ’91 e l’embargo successivo, o addirittura più in là nel tempo, quando Saddam veniva sostenuto e armato dagli Stati uniti. Questioni di geopolitica e di «interessi superiori». Ma due anni fa - era il 20 marzo 2003 - è successo qualcosa di più. Non una «semplice» guerra tra stati, bensì lo stravolgimento epocale del percorso centenario che aveva portato l’Occidente a considerare l’uso delle armi «l’ultima risorsa possibile». La violenza militarmente pianificata chiamata «guerra preventiva», ha fatto diventare l’uso delle armi il mezzo primario per «risolvere» - spianando persone e cose - le controversie internazionali. Una vera rivoluzione del pensiero.
Tutto ciò che è venuto dopo è stato semplicemente conseguente. La politica è scomparsa, se non come simulazione; il terrorismo ha confermato se stesso sentendosi legittimato; la violenza è diventata la relazione prevalente tra gli esseri umani in zone sempre più ampie del mondo; e le morti terribili di questi due anni, laggiù come da noi (in cannoneggiamenti, sparatorie, attentati, sequestri, agguati, «incidenti»), hanno solo confermato il pericolo di un suicidio collettivo. Al punto che persino chi ha deciso di dar vita o di partecipare a quella follia oggi preferirebbe una via d’uscita che però la sua natura politica gli impedisce di trovare.
Non ce n’era bisogno, ma abbiamo dovuto verificare direttamente sulla nostra pelle tutta questa insensatezza. Il rapimento di Giuliana Sgrena e l’omicidio di Nicola Calipari ci sono piombati addosso con la forza di un paradigma: una cronista di pace sequestrata da coloro che si pretendono rappresentanti di quella parte della popolazione irachena le cui sofferenze Giuliana voleva far uscire dal silenzio; un agente dei servizi segreti italiani ucciso dagli alleati del suo governo, da coloro che avrebbero dovuto perlomento facilitare la missione di Nicola. Due rovesciamenti di senso che compongono un assurdo logico.
E, poi, un’altra contraddizione lacerante, che mette in discussione nel profondo ciò che abbiamo sempre chiamato democrazia, rendendola una parola vuota: governi - cioè rappresentanti eletti dal popolo - che mettono in movimento generali e soldati nonostante l’opposizione maggioritaria (in Europa, almeno, è così) dei loro cittadini. Come si fa, a questo punto, a dire che il voto è l’essenza della democrazia?
Non si può rispondere a questa domanda senza andare alla radice della parola «partecipazione», senza recuperarne il senso attraverso la spinta di una manifestazione attiva che si mostri a tutti e sottragga a oligarchie lobbistiche e televisive trasformatesi in governi quella delega in bianco che stravolge la natura della rappresentanza.
Per questo oggi in tante piazze del mondo si manifesta. Non è «solo» contro la guerra o per conoscere la verità su ciò che è successo vicino all’aeroporto di Baghdad la sera del 4 marzo. E’ per ridare un luogo alla politica, alla partecipazione, per combattere quei virus autoritari, che riducendo il potere delle persone sulla propria esistenza - così chiamiamo i diritti -, danno la possibilità agli eserciti di governare il mondo. Distruggendolo.
Azzaman , 10 marzo 2005
Le quattro donne oggi nell’attuale governo ad interim dicono che sosterranno la scelta di una donna irachena per diventare presidente. Inoltre hanno sollecitato un ruolo maggiore per le donne nella progettazione della nuova costituzione del paese ed in una quota maggiore nella prossima Assemblea nazionale di 275 membri.
"Sosterrò la nomina di qualunque donna irachena per assumere la presidenza. Inoltre vorrei vedere due terzi dei posti chiave del Consiglio dei Ministri dati alle donne quando il nuovo governo sarà formato", ha detto Nasreen Barwari, ministro dei lavori pubblici.
L’Assemblea nazionale si dovrebbe riunire mercoledì (16 marzo, ndt) , più di due mesi dopo le elezioni. Un terzo dei seggi dovrà essere occupato dalle donne ma non è chiaro quante donne avranno ministeri nel nuovo governo. Barwari ha detto di essere insoddisfatta delle disposizioni correnti che danno alle donne il 30 per cento dei seggi nel Parlamento di 275 membri. "Le donne dovrebbero costituire il 50 per cento dell’Assemblea nazionale", dice.
Layla Abdullatif, ministro del lavoro e degli affari sociali, ha invitato le donne a consolidare le loro attuali posizioni lavorando sodo per ampliare la loro rappresentanza nelle nascenti istituzioni democratiche del paese. Baskal Warda, ministro dell’emigrazione e Susan Al-Sharifi, ministro dell’agricoltura, hanno detto di non essere soddisfatte della ripartizione dei posti per le donne irachene sia nel governo sia nel Parlamento. Hanno detto che le donne dovrebbero avere almeno il 50 per cento dei seggi in Parlamento e metà dei posti chiave.
(traduzione di Paola Mirenda )
Azzaman , 12 marzo 2005
L’Iraq è fra i paesi più colpiti del mondo dalle mine e dagli ordigni inesplosi, che hanno ucciso o ferito almeno 100.000 persone in pochi anni, secondo Muayad Majeed.
Majeed, che dirige la Commissione Nazionale del paese per gli affari relativi alle mine, ha detto ad esempio che le sue squadre di sminamento hanno disinnescato più di 1.2 milioni di mine e ordigni inesplosi soltanto negli ultimi due anni. "Le statistiche disponibili alla commissione indicano che ci sono state 100.000 vittime delle mine nel paese".
"Tuttavia, queste statistiche non sono molto esatte. Stiamo progettando un’indagine generale quest’anno per verificare i dati", ha aggiunto.
Secondo le Nazioni Unite ci sono probabilmente più mine e ordigni inesplosi in Iraq che in qualunque altro paese nel mondo. Sono i residui delle guerre del paese, specialmente la guerra del 1980-1988 tra Iraq e Iran, la guerra del Golfo del 1991, la guerra del Golfo del 2003, due decenni di conflitto interno e persino due guerre mondiali. Tuttora le truppe degli Stati Uniti in Iraq sono accusate di schierare ancora più mine, e nell’ultimo mese Human Right Wacht ha alzato una bandierina rossa sopra i programmi di Washington per installare un nuovo sistema di mine a controllo remoto nel paese. Le Comunità più colpite dalla presenza delle mine nel paese sono quelle lungo il confine tra l’Iraq e l’Iran e quelle nelle regioni centrali e del sud. La presenza di bombe inesplose e di mine è una minaccia seria alle Comunità in queste zone ed il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) nel 2001 ha classificato le bombe ed altri ordigni inesplosi come la minaccia principale alla vita nell’Iraq del sud. La commissione di Majeed non avrà difficoltà a convalidare le sue cifre relative alle vittime. Dai rapporti della stampa, una media di 39 incidenti al mese è stata segnalata nel nord curdo nel 2001, ed almeno 20 persone sono stati uccise nel resto del paese. Tuttavia, gli esperti dicono che il numero delle vittime è molto più alto poiché altrettanti incidenti causati dalle mine si suppone non vengano riferiti.
Majeed ha detto che recentemente ha chiesto 588 protesi per le vittime più recenti delle mine.
(Traduzione di Paola Mirenda )
Una illuminante intervista a Maurizio Scelli, attuale Commissario della Croce Rossa, già candidato escluso per Forza Italia nel 2001, che annuncia la sua decisione di voler tornare in politica. E usa la sua missione in Iraq per accreditarsi presso gli elettori. Con qualche inesattezza.
Famiglia Cristiana, n° 12, 20 marzo 2005
Fulvio Scaglione
«Destra o Sinistra? Il vero problema è far recuperare ai giovani i giusti valori». E ai critici risponde che...
E dunque: che farà Maurizio Scelli da grande? I due anni vissuti da commissario straordinario della Croce rossa italiana, l’impegno in Irak, le vicende degli italiani sequestrati, il successo con le due Simone gli hanno dato un credito e una visibilità che farebbero gola a tanti. A tutti. Da tempo, ancor più da quando la riforma degli Statuti della Croce rossa ha doppiato il capo del Parlamento e Scelli si è preparato a tornare libero cittadino, le voci sono impazzite: ministro, governatore in Abruzzo, vicegovernatore nel Lazio, e sono solo le più insistenti. Può darsi, però, che Scelli abbia una sorpresa in serbo.
Croce rossa: missione compiuta?
«Credo di sì. Era una Ferrari senza motore, ora ne ha uno che può farla correre su tutte le piste. All’inizio ho scontato il fatto di essere commissario nominato dal Governo, quindi "di parte" per chi era incline al sospetto, e di non venire dall’interno della Croce rossa, come la legge avrebbe permesso. Avevo alle spalle l’esperienza in Unitalsi…».
E che cosa c’entra?
«La Croce rossa è un’istituzione laica, qualcuno pensava: "Questo ci farà organizzare pellegrinaggi". Ma ci siamo intesi subito, a partire dal terremoto del Molise, tre giorni dopo il mio insediamento, un’emergenza che mi ha fatto conoscere e accettare. Adesso, se chiede in giro, sono tutti un po’ dispiaciuti che me ne vada via».
E allora perché non resta?
«L’avevo detto: arrivo da commissario e da commissario me ne andrò. Con la riforma degli Statuti si può tornare a eleggere un presidente. Ho persino fatto eliminare la norma, introdotta dai miei predecessori, per cui il commissario straordinario acquista lo status di socio attivo e può diventare presidente».
Perché?
«Ho anch’io le mie debolezze: amo queste persone e volevo evitare cedimenti dell’ultimo momento. Avevo fatto una promessa, l’ho mantenuta. E poi ho pur sempre una professione, quella dell’avvocato, che continuo a esercitare. A volte è dura, ma ci tengo, anche perché l’ho raggiunta grazie ai sacrifici dei miei genitori, che mi hanno permesso di studiare a Roma e di realizzarmi».
L’emozione migliore di questi anni?
«Mai nella vita avrei pensato di ritrovarmi in posti come Fallujah, Najaf, Abu Ghraib, le regioni colpite dallo tsunami, insieme con tanti uomini e donne decisi a sacrificarsi per gli ultimi, i disperati. Ho scoperto lati di me stesso che non sapevo di avere e spesso mi sono sentito parte di un disegno più alto: non poteva essere un caso se ero finito lì, doveva esserci una ragione precisa».
La peggiore?
«L’accusa di protagonismo mediatico».
In effetti la si è vista molto in Tv…
«Sì, ma quasi sempre quando ero in Irak. E lo facevo per tranquillizzare le famiglie degli ostaggi. Tutte mi hanno poi confermato che quando mi vedevano in Tv la tensione calava un poco, erano portate a pensare: se è là vuol dire che qualche speranza c’è. Ma il problema vero è un altro».
E cioè?
«Di Irak parlano quasi sempre persone che non ci sono mai state. Come possono capire che cosa vuol dire stare in una stanza sette ore, dopo che ti hanno tolto orologio e telefono, senza sapere se vogliono restituire gli ostaggi o prendere anche te? O quello che provi quando i rapitori tirano fuori la telecamera e tu pensi: magari dentro c’è la cassetta per Al Jazira… I rischi maggiori, io e il mio amico Nawar, li abbiamo corsi per recuperare il corpo di Fabrizio Quattrocchi. Ma va’ a farlo capire».
E il rapporto con la politica?
«Mi sono ancor più convinto della necessità di riformarla o, meglio, di riportarla al significato vero, che è quello di "fare per gli altri". O del "dono di sé", come ha detto don Maurizio Calipari ai funerali del fratello. La politica com’è spesso oggi, scontro fazioso anche quando si potrebbero avere finalità comuni, soffoca gli ideali dei giovani e li allontana dall’idea del bene comune».
Ci sta dicendo qualcosa dello Scelli di domani?
«In effetti, sì. Proprio dalle esperienze compiute ho capito che fra tutte le attività di volontariato l’impegno politico è "la forma più alta ed esigente dell’amore verso il prossimo", come ci ha insegnato Paolo VI. Vorrei perciò provare a impegnarmi in nuove sfide insieme con i giovani. Nei primi anni in cui andavo a Lourdes come barelliere dell’Unitalsi, d’estate, capitava che qualcuno mi chiedesse: dove vai in vacanza? E io rispondevo: vado in Francia… Se ho un po’ di credibilità, vorrei usarla per aiutare i giovani a essere fieri di operare per gli altri».
Un nuovo movimento?
«Vedremo. Certo, voglio incontrarli, regione per regione, e confrontarmi con loro sulla base dell’esperienza di solidarietà fatta in Unitalsi e Croce rossa».
La domanda è inevitabile: in politica con la Destra o con la Sinistra?
«Oggi il problema non è questo. Bisogna piuttosto recuperare certi valori che spesso si smarriscono: famiglia, amicizia, solidarietà, difesa della vita, educazione a una fede vera, che ti faccia battere per valori importanti».
Questo lo si può fare con chiunque.
«Con chiunque, no. Se si parla di matrimonio tra omosessuali non mi ci ritrovo. Per me l’embrione è vita, e non posso pensare di sopprimere una vita per migliorarne un’altra. Non si tratta di andare a simpatie, ma di fare scelte coerenti».
Dunque, ci sarà un manifesto?
«A un certo punto bisognerà mettere nero su bianco alcune questioni fondamentali e su queste organizzare un confronto tra istituzioni e mondo giovanile».
Sul tema Scelli, i giovani e Berlusconi, venne fuori una brutta polemica. Scrissero che lei aveva "offerto" al premier l’aiuto dei volontari in cambio del nuovo Statuto della Croce rossa.
«Questo è appunto il modo di interpretare la politica che offende i giovani e li allontana: i giovani sono liberi e vogliono manifestare le loro attese organizzandosi e interrogando le istituzioni. A me piace condividere con altri la vita e i suoi aspetti di gioia e di dolore, ed è per questo che vorrei aiutare i giovani a ottenere risposte concrete e rapide da chi guida il Paese in questo determinato momento storico».
Corriere Canadese, 12 marzo 2005
Rapiti e sgozzati, dilaniati dalle autobombe dei kamikaze, vittime dei raid americani. L’inferno iracheno non risparmia i bambini e la denuncia della loro presenza anche tra i detenuti del famigerato carcere di Abu Ghraib ripropone il dramma dell’infanzia violata dalla guerra e dal terrore. Testimoni nelle inchieste sugli abusi commessi dai militari Usa nel carcere vicino a Baghdad hanno rivelato ieri che fra i prigionieri c’erano bambini dall’età apparente di otto anni. Già nel luglio dell’anno scorso media tedeschi avevano denunciato arresti e maltrattamenti di minori iracheni da parte di soldati americani e della coalizione, anche a Abu Ghraib. Il portavoce della Croce Rossa Internazionale, Florian Westphal, intervistato dalla rete Swr, aveva detto che, tra gennaio e maggio, 107 bambini erano stati registrati dall’organizzazione in 19 visite in sei diversi carceri. Notizie di arresti di donne e bambini, nel corso di rastrellamenti alla ricerca di sospetti coinvolti in attacchi contro le forze Usa, cadono con cadenza regolare in Iraq. In genere tali informazioni rimangono prive di sviluppi e non si conosce la sorte dei piccoli. Ma le cronache quotidiane grondano del loro sangue e della loro sofferenza. Secondo il sito non ufficiale Iraqbodycount.net, dall’inizio della guerra, nel marzo 2003, tra 16.231 e 18.509 civili hanno perso la vita in episodi di violenza - operazioni militari della coalizione, attentati o scontri tra iracheni - o per mancanza di cure mediche adeguate. Non si hanno tuttavia cifre precise sul numero dei bambini morti. Fonti mediche irachene hanno riferito che il livello di mortalità infantile tocca il 125 per mille. Una delle peggiori stragi di innocenti è avvenuta il 30 settembre scorso nel centro di Baghdad, quando 37 bambini, accorsi a prendere le caramelle distribuite dai militari americani, sono rimasti uccisi nell’esplosione di tre autobombe. L’obiettivo dei kamikaze erano le forze Usa, ma le loro 44 vittime sono tutti civili iracheni. Molti bambini hanno perso la vita a causa del "fuoco amico" americano. Nel maggio 2004, alle raccapriccianti immagini delle torture contro i detenuti di Abu Ghraib, si aggiunsero quelle di un video che mostrava gli effetti di un bombardamento di elicotteri americani su una festa nuziale a Mogr el Dib, vicino al confine siriano. Nel raid morirono almeno 41 persone, in gran parte donne e bambini. E, nella notte tra il 7 e l’8 gennaio scorso, un F-16 Usa ha sganciato una bomba da 250 kg su una casa in un villaggio di Aaytha, vicino alla città settentrionale di Mossul, uccidendo un’intera famiglia di 14 persone, tra cui sette bambini. Risale a quei giorni la tragedia - documentata da fotografie - di una coppia di iracheni crivellati di colpi a un posto di blocco.
11 marzo 2005
In Iraq siamo andati per esportare la democrazia. E’ una delle frasi ricorrenti dei governi che partecipano all’occupazione del paese, e che serve a giustificare le operazioni militari. Ma, scrive il British Medical Journal (BMJ), uno degli indicatori della democrazia è la conoscenza del numero dei morti, e della causa della loro morte. Non per mera velleità statistica, ma perchè una democrazia, le sue leggi, si scrivono cercando di capire cosa fa morire e cosa fa vivere, cercando di eliminare la prima causa ed esaltare la seconda. Può essere democratico un governo che non conti, nell’elaborazione delle sue leggi, del benessere della popolazione? E come può valutare questo benessere, se ignora il numero dei morti e loro causa? Soprattutto, se la questione che viene agitata è quella della democrazia, e quindi la necessità di un giudizio politico e non militare, quale politica possiamo giudicare se non ne conosciamo gli effetti sulla popolazione? Ma sull’Iraq, non ci sono dati di questo genere. Del resto, lo aveva detto il generale Tommy Franks, affermando che " noi non ci occupiamo della contabilità dei morti" ( iracheni,ovviamente). Gli altri paesi che partecipano alla coalizione si sono adeguati all’istante. Il governo britannico ha rapidamente liquidato lo studio di Lancet che dichiarava, sulla base dei propri dati, la cifra di oltre centomila morti dalla data del’invasione, come "inattendibile". Il motivo? non veniva riconosciuta la scientificità dello studio, e i dati erano "opinabili". Lo studio di Lancet era stato condotto su un campione rappresentativo di famiglie, valutando attraverso queste il numero dei morti e rapportandolo alla popolazione irachena. Il metodo, per alcuni versi empirico, era però l’unico a quel momento disponibile, sopratutto considerando la situazione di guerra. Infatti, i dati del Ministero della sanità iracheno sono ancora meno attendibili, non citando neanche le fonti da cui vengono elaborati. Soprattuto, se un’accusa di parzialità può essere rivolta, questa è proprio ai dati iracheni, e a quelli che vengono rielaborati dai governi che sostengono la guerra. In genere, per capire qualcosa della realtà e della mortalità irachena, si fa riferimento a diversi indicatori: le stime ospedaliere, quelle degli obitori, i resoconti stampa, le dichiarazioni ufficiali. Ma anche così, si arriva ad una forbice tra gli ottomila e i 194.000 morti. Cifre fra loro estremamente lontane, e quella di circa centomila morti era una delle medie possibili, che non preoccupano assolutamente i responsabili dei governi che questa guerra l’hanno voluta e ancora oggi la sostengono. Per loro, scrive ancora il British Medical Journal, contano soltando due tipi di decessi: quelli delle loro unità combattenti, e quelli uccisi da attacchi della guerriglia contraria all’occupazione. Il resto, non conta. Eppure, una cifra come quella denunciata da Lancet, si avvicina alla metà delle morti di Hiroshima. Sessanta anni di storia non hanno insegnato nulla? Evidentemente no, se ancora ci si ostina, nonostante le belle parole, a non produrre, a livello governativo, nessun dato certo. In Iraq, anche i dati forniti dalla locale Mezzaluna Rossa non vengono conteggiati, poichè si riferiscono a situazioni particolari e non generali - come Fallujah, per esempio- .
C’è la necessità, dice ancora Klim McPherson, che firma l’articolo sul BMJ, di una inchiesta indipendente, che possa avere libero accesso e libera disposizione di tutti i dati, e venga messa in condizione di eleborarli. Altrimente resteranno solo le cifre ufficiali, a guardare le quali non bombe sganciamo, ma petali di rose.
Paola Mirenda , Osservatorio Iraq
Nel nome di Dio Clemente e Misericordioso,
Le forze patriottiche irachene contrarie all’occupazione si sono riunite nella moschea di Umm al Qura il 15 febbraio 2005 per discutere la situazione attuale e le sue implicazioni a tutti i livelli.
I partecipanti hanno discusso proposte che mirano a ripristinare la piena indipendenza, unità e sovranità dell’Iraq.
Le forze partecipanti proclamano che esse si coinvolgeranno nella riconciliazione nazionale, che sono le prime a invocare da quando è iniziata l’occupazione, e nella stesura della costituzione, sulla base di quanto segue:
1. Un calendario chiaro, preciso, pubblico e vincolante, garantito internazionalmente, per il ritiro delle truppe di occupazione dall’Iraq in tutti i loro aspetti e forme.
2. L’abolizione del principio di ripartizione secondo linee settarie, razziali o etniche, e l’adozione del principio di cittadinanza e di eguaglianza nei diritti e doveri di fronte alla legge
3. Il riconoscimento del principio del diritto del popolo iracheno a rifiutare l’occupazione; il riconoscimento della resistenza irachena e del suo diritto legittimo a difendere il proprio paese e le proprie risorse; il rifiuto del terrorismo che prende di mira iracheni innocenti, strutture e istituzioni di pubblica utilità, e luoghi di culto – moschee, husseniye [centri religiosi sciiti NdT], chiese e tutti i luoghi santi
4. Dal momento che le elezioni che si sono svolte mancano di legittimità per il fatto di essere state basate sulla Legge amministrativa [la TAL, ideata da Bremer, che lo stesso Sistani ha contestato], in assenza di condizioni di legalità e di sicurezza, sono state boicottate da un gran numero di persone e manipolate in modo fraudolento, l’amministrazione che ne verrà fuori non ha il diritto di concludere alcun accordo o trattato che vìoli la sovranità dell’Iraq, l’unità del suo popolo, la sua terra e la sua economia, e la conservazione delle sue ricchezze
5. L’adozione della democrazia e delle elezioni come l’unica opzione per il trasferimento del potere, e la preparazione di condizioni e leggi che consentano al processo politico di svolgersi in condizioni oneste e trasparenti, sotto supervisione internazionale neutrale
6. L’affermazione dell’identità patriottica, araba e islamica dell’Iraq, e la ferma opposizione a tutte le posizioni che possano condurre alla perdita di tale identità
7. La liberazione di tutti i prigionieri e detenuti nelle carceri dell’occupazione e del governo provvisorio, in particolare delle donne; la cessazione delle continue operazioni di perquisizione, e delle violazioni dei diritti umani in tutte le province dell’Iraq; la richiesta che le città distrutte vengano ricostruite e pagati risarcimenti giusti ed equi ai loro abitanti.
Le forze partecipanti invitano le altre forze patriottiche che sono d’accordo con loro su questi principi a firmare questa dichiarazione come un servizio alla nostra causa patriottica e nell’interesse di riunire tutte le forze patriottiche irachene e di unificare la loro posizione
Le forze patriottiche contrarie all’occupazione
6 Muharram 1426/15 febbraio 2005
Firmatari:
1 Corrente di al Sadr
2 Scuola (sciita) al Khalisia
3 Consiglio degli Ulema
4 Fronte Patriottico per la liberazione dell’Iraq [coalizione di vari gruppi, in prevalenza nazionalisti arabi, compresi ex -ba’athisti]
5 Iraqi National Foundation Congress
6 Consiglio Popolare per la Cultura e le Arti
7 Nasserite Vanguard Party
8 Council of Women’s Will
9 People’s Unity Party [comunista]
10 Movimento della Corrente Nazionalista Araba
11 Partito della Riforma, giustizia e democrazia
12 United Iraq Party
13 Islamic Bloc
14 Partito Nazionalista Democratico
15 Movimento Patriottico Unito
16 Raggruppamento per l’Iraq
17 Unione Progressista degli studenti iracheni
18 Raggruppamento arabo di Kirkuk
19 Partito Nazionalista Popolare
20 Movimento Socialista Arabo (Comando Patriottico)
21 Union of Republic’s Women
oltre a sette personalità singole
(Traduzione dall’originale arabo di Gilbert Achcar – Versione italiana dal testo inglese di Ornella Sangiovanni )
Nelle ultime settimane ci sono stati una serie di incontri tra gruppi politici e singole personalità per discutere il futuro assetto politico e sociale dell’Iraq. In un incontro dello scorso 15 febbraio, è stata stilata una dichiarazione in cui vengono poste delle richieste ben precise, e sulla quale si chiama ad esprimersi tutte le forze che hanno a cuore l’Iraq.
Tra i punti indicati, un calendario chiaro, preciso, pubblico e vincolante, garantito internazionalmente, per il ritiro delle truppe di occupazione dall’Iraq in tutti i loro aspetti e forme, e la richiesta di in Iraq non diviso su basi etniche o religiose. E poichè le elezioni in Iraq sono state boicottate da parti significative della popolazione, si chiede che non venga concluso nessun accordo che vìoli la sovranità dell’Iraq, l’unità del suo popolo, la sua terra e la sua economia, e la conservazione delle sue ricchezze. Uno dei punti più significativi è quello del rifiuto del terrorismo che prende di mira iracheni innocenti, strutture e istituzioni di pubblica utilità, e luoghi di culto. Si ribadisce inoltre la volontà di liberare detenuti e detenute nelle carceri irachene , e risarcimenti giusti ed equi per coloro che sono state vittime della ferocia della guerra.
Di questi aspetti ne parliamo con Fabio Alberti, presidente dell’associazione Un ponte per...
Il dopo elezioni irachene è stato dominato dalle questioni relative al futuro assetto del governo. Ma nel frattempo, le forze che non hanno partecipato alla consultazione elettorale si stanno organizzando per trovare un loro posto nella costruzione del futuro Iraq. E’ un processo che potrà portare cambiamenti significativi?
Non tutte le formazioni politiche, sociali e religiose che hanno boicottato le elezioni lo hanno fatto per lo stesso motivo. Per tutti ovviamente valeva il fatto che si tenevano sotto occupazione militare e senza garanzie. Ma, mentre una parte, grosso modo riconducibile a formazioni armate di fondamentalismo islamista, rifiutava le elezioni in sè, in quanto "contrarie alla sharia", un’altra parte contestava il processo non inclusivo che le aveva preparate, ribadendo la richiesta di elezioni veramente libere. Queste seconde devono ora prendere atto che, anche se in un contesto giudicato di non legittimità, una metà del paese è andato alle urne. L’altra metà, come noto, non vi ha partecipato e questo fatto, se non si avvierà un processo politico di dialogo all’interno dell’Iraq costituisce la base per la continuazione della violenza ed per la trasformazione di questa in guerra civile, oltre che per giustificare il mantenimento delle truppe straniere. Il fatto che un arco molto ampio di formazioni di opposizione, laiche e religiose, shiite e sunnite, alcune delle quali esplicitamente sostenitrici della resistenza armata, abbiano avanzato nei confronti dei maggiori partiti che hanno partecipato alle elezioni una proposta di "dialogo nazionale" subordinandola solo alla fissazione di un calendario di ritiro delle truppe (e non al ritiro stesso) è quindi della massima importanza per il futuro dell’Iraq. Occorrerebbe fare di tutto perchè non cada nel vuoto. Dobbiamo notare inoltre che la dichiarazione del 15 febbraio "delle forze patriottiche contrarie all’occupazione" prende chiaramente le distanze dal terrorismo e ribadisce la richiesta di elezioni libere, esplicitando così una frattura politica di prospettiva tra le formazioni armate che potrà contribuire a isolare le formazioni fondamentaliste.
In questi incontri, almeno fino ad ora, sono però mancati alcuni pezzi importanti. Manca, soprattutto, tutto il kurdistan non legato ai partiti vincitori delle elezioni, e al contempo c’è, pressante, la richiesta di un Iraq unificato e non federale. Questo può portare ad una spaccatura, o questa divisione è ricomponibile?
Un contrasto sul futuro assetto del paese, ed in particolare sulla qualità della autonomia della zona curda, per la verità, è aperto anche all’interno delle forze politiche che hanno partecipato alle elezioni. E’ nota ad esempio la forte opposizione di Al Sistani a quella parte della Legge Transitoria che dà di fatto alle province kurde una sorta di diritto di veto sulla costituzione definitiva. Il nodo, senza nasconderci dietro a un dito, è il controllo del petrolio della zona di Kirkuk e non sarà di facile soluzione comunque. In ambiente kurdo è in corso una parziale differenziazione di gruppi politici, per ora minori, dal dominio storico del Puk e del Pdk, ma non ho informazioni di maggior dettaglio. Anche su questo punto è assolutamente necessario, se si vuole evitare che sulla questione kurda si inneschino ulteriori focolai di scontro, che la discussione avvenga tra tutte le componenti della società irachena e che si lavori ad una soluzione consensuale, ma, ripeto, la cosa importante è soprattutto che si avvii il confronto. Il resto si vedrà.
Per quanto riguarda le entità politiche e singole che hanno dato vita a questi movimenti, si tratta di forze politiche che non siamo abituati a considerare, oppure a considerare sempre sotto l’ottica manichea del " con noi o contro di noi". Sembra invece che sia in atto una crescita di un movimento di opposizione politica, non solo militare, all’occupazione del paese.
La opposizione politica alla occupazione è sempre stata ampia e coinvolge sia partiti che hanno partecipato alle elezioni, che partiti che le hanno boicottate. Dobbiamo ricordare, ad esempio, che le elezioni non erano nei programmi statunitensi, ma sono in qualche modo state imposte da Al Sistani per dare una qualche forma di legittimità, ed un maggiore margine di manovra, al governo transitorio ed anche che la fine dell’occupazione militare è nei programmi di quasi tutti i partiti. Il misero risultato del gruppo di Allawi, favorito da Washington, è lì a testimoniarlo. L’opposizione all’occupazione non si limita però ai partiti, ma si anima della crescita della società civile. La rinascita del movimento sindacale è, ad esempio, una di queste componenti, poco considerate, ma che si è opposto, efficacemente, alla politica di privatizzazione e di liberalizzazione selvaggia. Altra componente fondamentale per la costruzione del futuro sono le donne, che hanno ottenuto, con la loro mobilitazione, una presenza nel parlamento attuale del 31%. Il movimento delle donne irachene, come è intuibile, si sta concentrando più sulla qualità dello stato e del ruolo della donna nel futuro Iraq, che sulla questione dell’occupazione e lo sta facendo con enorme difficoltà, stretto tra la volontà americana di non dispiacere troppo ai poteri religiosi e le pressioni dei gruppi fondamentalisti armati. In questo ultimo anno il movimento delle donne ha pagato un alto tributo di vittime assassinate da gruppi terroristici e costituisce una delle risorse fondamentali per un futuro democratico del paese. Occorre rendersi conto cioè che per chi vive in Iraq l’occupazione americana non è l’unico problema e per questo la società civile irachena non si occupa solo di questo.
Tra le componenti più note di questi incontri di discussione, c’è il movimento di Moqtada Al Sadr, firmatario anche del convegno del 15 febbraio. Come possiamo oggi valutare questo gruppo, che è contemporaneamente di resistenza armata e resistenza sociale?
Il gruppo di Al Sadr ha la sua base sociale principalmente nei giovani dei quartieri poveri di Baghdad (come Sadr city) e delle città sante. Da qui nasce il suo maggiore radicalismo. Ha una propria milizia armata, come altri partiti, ed ha operato anche con le armi, ma a quanto è dato sapere in funzione principalmente difensiva a fronte di attacchi da parte delle forze della coalizione o in difesa dei luoghi sacri dell’Islam e non teorizza la lotta armata come strumento per la liberazione dell’Iraq. Anche sulle elezioni ha avuto un comportamento contraddittorio, non partecipando ufficialmente, ma facendo eleggere propri uomini all’interno di più liste. Il movimento era quasi ininfluente (anche se molto rumoroso) un anno fa ed è cresciuto come reazione al comportamento delle truppe occupanti e al "moderatismo" delle autorità religiose sciite alle quali contende la leadership della comunità.
Il movimento contro la guerra ha avuto per lungo tempo come parola d’ordine la richiesta di ritiro delle truppe. Oggi si potrebbe aggiungere anche la richiesta di sostegno a questi movimenti? Si è pronti per farlo?
La fine dell’occupazione e quindi il ritiro delle truppe non può che restare richiesta centrale del movimento contro la guerra. Senza questo non ci può essere futuro di pace per la gente dell’Iraq, nè sovranità, nè democrazia. Credo però che sia ora che il movimento per la pace, sia a livello italiano che internazionale, assuma la responsabilità di intervenire nel merito della crisi irachena, pena diventare sostanzialmente irrilevante. Ciò significa avere la capacità di adattare le proprie parole d’ordine all’evoluzione della crisi e orientare il proprio agire in base ad una strategia di medio periodo. Il semplice ripetere cose vere e importanti come la illegittimità della guerra e dell’occupazione non serve più a molto. Voglio essere esplicito: ritengo la parola d’ordine del sostegno alla resistenza armata (che è cosa diversa dal riconoscimento di legittimità nell’ambito delle limitazioni che il diritto umanitario impone - come il divieto di colpire i non combattenti e le infrastrutture civili), soprattutto se "senza se e senza ma" e non accompagnata da una dura condanna del terrorismo, assolutamente inadeguata. La scelta della resistenza armata non è stata fatta dall’insieme del popolo iracheno e la partecipazione alle elezioni lo dimostra, nello stesso tempo gli obiettivi delle formazioni armate sono diversi e comprendono anche progetti totalitari. Il punto centrale credo sia invece il sostegno al processo politico di dialogo tra diverse componenti della società irachena che è condizione, credo, sia della riconquista della sovranità nazionale, sia per porre le basi per un futuro democratico per il paese, sia per battere il terrorismo fondamentalista. Non so se la parola verrà lasciata solo alle armi se un domani questo dovesse portare comunque alla liberazione dall’occupazione, ma sono certo che i prezzi che pagherebbe la popolazione sarebbero altissimi e che la qualità dell’Iraq così liberato non è detto che sarebbe democratica. Si tratta cioè, credo, di "sostenere la società irachena" nel suo insieme nel difficile compito di trovare una via politica unitaria alla sovranità come alternativa alla violenza interna. Allora alle dichiarazioni del fronte patriottico dobbiamo reagire con un aggiornamento della nostra domanda politica: come reagisce il governo italiano alla richiesta di fissare un calendario di ritiro come condizione per il dialogo? Quali iniziative possono essere messe in campo da parte italiana ed europea per sostenere l’avvio del dialogo? Ed anche per il movimento e per l’opposizione politica italiana si possono aprire nuovi compiti. Voglio rilanciare, ad esempio, la proposta, che ho già fatto al Forum per la pace di Firenze, che il movimento e la opposizione politica italiana si facciano carico di organizzare un incontro in Italia sul tema del dialogo interno a cui siano invitati sia partiti che hanno partecipato alle elezioni, sia esponenti delle forze di opposizione irachena, rivendicando nello stesso tempo che il nostro governo faccia subito atti concreti che favoriscano l’avvio di questo processo. Sarebbe questo un modo concreto per lottare per la pace e forse più utile che il reiterare analisi non aggiornate o di parte. Anche la richiesta di immediato ritiro delle truppe, che non credo affatto vada fatta cadere, va diversamente motivata. Essa, oggi, è soprattutto la precondizione perché l’Italia possa svolgere un altro ruolo. Il che significa però che il contenuto del nuovo ruolo deve essere chiaramente identificato. E nello stesso tempo non si può attendere che questo avvenga per avanzare richieste intermedie che possano essere utili nell’attuale contesto.
( a cura di Paola Mirenda )
Dopo Falluja e Ramadi, e’ Samarra, un’altra citta’ del ’triangolo sunnita’, l’epicentro delle operazioni delle forze americane e irachene che stanno dando la caccia agli insorti. L’offensiva ha provocato tensione e proteste nella cittadina a nord di Baghdad, il cui sindaco si e’ dimesso, mentre e’ giallo sulla sorte di Abu Musab al Zarqawi: il leader di al Qaida in Iraq sarebbe stato catturato settimane fa vicino al confine siriano, secondo alcune fonti, oppure si troverebbe proprio nella regione di Samarra, secondo altre. Alla popolazione stremata dalle violenze, il governo provvisorio oggi ha inviato un segnale politico, a cinque settimane dalle elezioni del 30 gennaio. La prima riunione della nuova Assemblea nazionale si svolgera’ fra dieci giorni, ha annunciato, mentre i primi consigli provinciali si sono appena insediati a Baghdad e a Najaf, la citta’ santa sciita. A Samarra, i cui abitanti hanno disertato in massa le urne come in gran parte delle roccaforti sunnite, il sindaco Taha Hussein ha lasciato il suo incarico in segno di protesta contro l’offensiva dei marines e delle forze governative irachene, in corso da almeno quattro giorni. La giunta comunale si era gia’ dimessa tre giorni fa, mentre ieri la polizia ha imposto il coprifuoco per impedire una marcia indetta dal Consiglio degli ulema, la principale organizzazione religiosa sunnita, per chiedere la partenza delle forze Usa. Il 30 gennaio il sindaco aveva annunciato l’annullamento delle votazioni, mentre giungeva notizia del rapimento di una trentina di funzionari della commissione elettorale. Nei giorni scorsi la protesta anti-americana ha coinvolto anche la polizia. Alcuni alti ufficiali nella provincia di Salaheddin, di cui Samarra e’ il capoluogo, hanno scioperato in seguito a una incursione delle truppe americane nel loro quartier generale. Secondo il comandante della polizia, il generale Mizher Raha Ahmad, i marines hanno assaltato la sede delle forze di sicurezza, sequestrando armi, devastando i locali e arrestando due alti ufficiali, probabilmente sospettati di connivenza con la ribellione armata. L’intensificarsi delle operazioni militari e’ stata giustificata con informazioni secondo cui Zarqawi si nasconderebbe a Samarra, 125 chilometri a nord di Baghdad, o nella sua provincia. Le forze Usa e i governativi iracheni hanno arrestato 66 sospetti e stanno dando la caccia ad altri 250, secondo fonti ufficiali. E il comando americano ha reso nota la cattura di 400 ’’presunti terroristi’’ nel corso dell’operazione ’River Blitz’, condotta nelle scorse settimane nella provincia di al Anbar, il cui capoluogo e’ Ramadi. Dopo il sanguinoso assalto contro Falluja, nel novembre scorso, Zarqawi e’ stato segnalato in diverse zone del ’triangolo sunnita’ attorno a Baghdad. Oggi il quotidiano saudita Al Watan, citando fonti irachene, scrive che il terrorista giordano, sulla cui testa pende una taglia di 25 milioni di dollari, in realta’ e’ gia’ stato arrestato alcune settimane fa dalle forze americane, assieme a tre suoi luogotenenti. La cattura sarebbe avvenuta lungo il confine siriano, mentre i quattro stavano lasciando l’Iraq. L’importante annuncio - secondo le fonti irachene - dovrebbe giungere dopo la formazione del nuovo governo iracheno, i cui tempi pero’ appaiono ancora lunghi.
Ansa , 6 marzo 2005
L’operazione River Blitz, avviata due settimane fa dall’esercito americano e dalle forze irachene nella provincia sunnita ribelle di al Anbar, a ovest di Baghdad, si e’ conclusa oggi. Lo ha reso noto un comunicato militare Usa, precisando che in tutto sono state arrestate 400 persone. ’’Durante l’operazione River Blitz, le forze di sicurezza irachene e la coalizione - si legge nel comunicato - hanno arrestato piu’ di 400 presunti terroristi e scoperto numerosi depositi d’armi nella provincia di al Anbar. Il numero degli attentati terroristici e’ diminuito in modo significativo nel corso dell’operazione’’. ’’L’operazione River Blitz - continua il comunicato - e’ cominciata il 20 febbraio su richiesta del governo iracheno per garantire una transizione pacifica’’ dopo le elezioni del 30 gennaio. E ancora: ’’Sono stati istituiti, oltre al coprifuoco, posti di blocco sulle strade che portano alla capitale provinciale di Ramadi. Questi posti di blocco si sono rivelati molto efficaci per impedire ad armi e terroristi di entrare in citta’’’. Il generale Richard Natonski, comandante della prima divisione del primo corpo di spedizione dei marines, citato nel comunicato, ha successivamente annunciato la sua intenzione di ’’continuare a mantenere la pressione nei confronti della ribellione’’.
Il comunicato Usa non fa parola di morti, che invece sono stati numerosissimi durante i giorni delle operazioni: Ma è proibito entrare a Ramadi, sotto coprifuoco stretto da ancora prima dell’inzio dell’ffensiva, ed è difficile oggi avere testimonianze certe. Si sa solo di bombardamenti a tappeto sulla città, ma la stessa Mezzaluina Rossa non ha ancora potuto verificare nulla. Ma nel frattempo un altro orrore arriva da Ramadi,meno recente ma non meno tragico.
Un video girato dai soldati della Guardia Nazionale della Florida testimonia le violenze e gli abusi compiuti sui prigionieri dalle forze americane in Iraq. Le immagini mostrano alcuni soldati della stessa unita’ che ha realizzato il filmato mentre prendono a calci un prigioniero di guerra ferito e legato ed indicano alla telecamera, costringendo tra l’altro l’uomo ferito a muoversi, i fori di entrata e di uscita delle pallottole che lo hanno colpito. Nessuna accusa penale e’ stata formulata contro quei militari, si apprende da documenti dell’inchiesta resi pubblici ieri e citati dal ’’New York Times’’ sul suo sito. Stando a quanto riferito dagli inquirenti, l’iracheno ripreso nel video - poi intitolato ’’Follia di Ramadi’’ e che si ritiene sia stato distrutto - sarebbe deceduto poco dopo quanto accaduto. Tuttavia, stando a quanto si apprende dai documenti dell’inchiesta, gli inquirenti si sarebbero consultati con avvocati militari e sarebbero giunti alla conclusione che quelle immagini testimoniavano ’’un comportamento inopportuno piu’ che criminale’’. I documenti dell’inchiesta sono tra quelli resi pubblici ieri nel quadro di un’azione legale avviata contro i militari dall’’’American Civil Liberties Union’’ e da altri gruppi, secondo i quali le 1.200 pagine pubblicate ieri, e le altre pubblicate precendentemente proprio nel quadro dell’azione legale, dimostrano l’esistenza di un insieme di comportamenti scorretti sui quali non si e’ indagato a fondo. L’esercito, scrive il quotidiano statunitense, ha deciso di pubblicare i documenti ieri al Pentagono - con una dichiarazione in cui si sottolinea come molte delle denunce siano difficili da indagare in una zona di guerra in un momento in cui si combatte - per prevenire la loro annunciata diffusione lunedi’ da parte dei gruppi che stanno promuovendo l’azione legale. La nuova serie di documenti resi pubblici riguarda 13 casi oggetto di indagine - relative, tra l’altro a denunce di stupri di donne irachene e di persone disarmate contro le quali e’ stato aperto il fuoco - e che si sono conclusi senza l’adozione di alcuna misura a carico dei soldati.
Fonti : Ansa, Adnkronos
5 marzo 2005
Un esperto del Ministero della Sanita’ iracheno ha accusato le forze americane di aver impiegato armi vietate dalle convenzioni internazionali durante la sanguinosa offensiva contro Falluja, nello scorso novembre. Lo riferisce la tv satellitare qatariota Al Jazira sul suo sito internet. La denuncia e’ venuta durante una conferenza stampa presso il Ministero a Baghdad, la cui data non e’ stata precisata. Il dottor Khalid ash-Shaykhili, al quale e’ stato affidato l’ incarico di accertare le condizioni di salute degli abitanti di Falluja, ha detto che le ricerche effettuate dalla sua equipe medica provano che le forze Usa hanno usato gas ’’mostarda’’, gas nervino e altre sostanze chimiche nocive. ’’Quello che ho visto durante i nostri sopralluoghi a Falluja mi portano a credere tutto quanto e’ stato detto riguardo a quella battaglia’’, ha dichiarato il medico, secondo Al Jazira. Il dottor ash-Shaykhili ha precisato che la roccaforte della guerriglia sunnita ad ovest di Baghdad reca ancora i segni dell’ uso di sostanze chimiche e di altri armi, che provocano gravi malattie. L’esperto ha anche denunciato la ’’totale distruzione dell’ ambiente’’ a Falluja. ’’Posso anche dire di aver trovato dozzine, se non centinaia, di cani e gatti randagi e uccelli uccisi da questi gas’’. Il medico ha detto che inviera’ un rapporto a tutti gli organi competenti in Iraq e all’estero. Durante l’offensiva americana contro Falluja, alcuni abitanti avevano riferito di aver visto ’’corpi bruciati’’, con i segni caratteristici che lascia il napalm, un cocktail di sostanze tossiche del quale le truppe Usa fecero largo uso durante la guerra del Vietnam, con effetti devastanti sulle persone e l’ambiente.
Ansa , 4 marzo 2005
L’Europa e il mondo hanno assistito a un’offensiva diplomatica volta a convincere gli europei a "mettersi dietro le spalle la questione irachena". L’iniziativa, di fatto, serve a convincere non solo gli europei, ma il mondo intero, del fatto che le recenti elezioni tenutesi in Iraq hanno segnato l’inizio di una nuova partita, il cui nome è democrazia.
La realtà è che l’unica partita che si continua a giocare è quello del dominio e dell’occupazione e che gli Stati Uniti non la stanno vincendo. Il trionfalismo che ha accompagnato il viaggio nella "vecchia Europa" intrapreso da George W. Bush in compagnia del nuovo Segretario di Stato, Condoleeza Rice, ha rappresentato un’operazione di public relations per contrastare la realtà, caratterizzata dalla diffusione di un’ampia e profonda resistenza in Iraq. Non è solo la resistenza militare, quella che vediamo ogni giorno alla televisione, ma esiste anche una resistenza politica, ancora più diffusa di quella militare. A questa si affianca inoltre una notevole resistenza civile, che non comprende soltanto le manifestazioni sindacali, ma tutti gli atti intrapresi ogni giorno da comuni cittadini per negare la legittimità dell’occupazione: atti che James C. Scott definisce "le armi dei più deboli".
La verità è che gli Usa stanno perdendo la guerra in Iraq, sia politicamente, sia militarmente. Il numero dei governi appartenenti alla cosiddetta "coalizione dei volenterosi" si è assottigliato a tal punto che il Pentagono ha abbandonato questa definizione, sostituendola con l’espressione "forze multilaterali". Anche i 135.000 soldati americani cominciano ad essere troppo pochi e incapaci di arginare la vorticosa crescita dell’insurrezione a opera di guerriglieri. Secondo le stime realizzate da molti esperti militari, il numero minimo di soldati necessari a combattere contro la guerriglia fino ad arrestarla varia tra 200.000 e un milione. È impossibile raggiungere questi numeri senza provocare massicci fenomeni di protesta civile negli Stati Uniti, dove la maggioranza della popolazione ormai non vede alcuna giustificazione per l’intervento militare. Certo, Bush ha vinto le elezioni, ma non per l’appoggio della popolazione alla guerra, e lo stesso presidente ne è consapevole.
Anche l’esercito degli Stati Uniti - sempre più soldati, anche in servizio attivo, per non dire delle loro famiglie - sta iniziando a fare sentire la sua voce contro la guerra. Qualche settimana fa, il pubblico televisivo di tutto il mondo ha assistito a una scena in cui le truppe applaudivano un militare che, criticando il Segretario alla Difesa Rumsfeld, lo accusava di aver inviato l’esercito in guerra senza garantirgli tutele sufficienti. Abbiamo visto anche un’unità statunitense rifiutarsi di trasportare vettovagliamenti in una città a diversi chilometri di distanza in quanto i veicoli in sua dotazione non erano sicuri. E probabilmente vedremmo un numero ancora maggiore di incidenti come questi se i giornalisti si preoccupassero di osservare la realtà anziché farsi "arruolare" dal Pentagono.
L’esercito degli Stati Uniti, come si ricorderà, ebbe un crollo interno nelle ultime fasi della guerra del Vietnam a causa dello scoraggiamento, che tra le altre cose provocò anche uccisioni di militari e lanci di granate contro di loro. Attualmente, circa il 40% delle truppe in Iraq non appartiene alle forze regolari, ma alla Guardia Nazionale: non si tratta quindi di militari di carriera, e la demoralizzazione crescente non va assolutamente sottovalutata. È probabile che gli unici soldati in grado di resistere a questo fenomeno siano i Marines più stupidamente esagitati, ma si tratta di una minoranza all’interno di un esercito altrimenti molto demoralizzato.
Ma non c’è solo il fatto che gli Stati Uniti si sono esposti eccessivamente in Iraq. L’Iraq di fatto ha anche peggiorato la crisi dovuta alla sovraesposizione degli USA a livello globale, e i sintomi principali del dilemma imperiale sono ormai chiarissimi: Malgrado le recenti elezioni spalleggiate dagli USA in Afghanistan, il governo Karzai di fatto controlla solo alcuni quartieri di Kabul e altre due o tre città. Come ha detto il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, nonostante le elezioni, "in assenza di istituzioni dello Stato funzionanti, in grado di sopperire alle esigenze basilari della popolazione in tutto il paese, l’autorità e la legittimità del nuovo governo avranno vita breve". E finché la situazione è questa, rimarranno impegnati in Afghanistan 13.500 soldati americani all’interno del paese e 35.000 truppe di supporto all’esterno.
La guerra degli Usa contro il terrorismo ha ottenuto effetti completamente opposti rispetto a quelli sperati, e ora Al Qaeda e i suoi alleati sono assai più forti che nel 2001. L’invasione dell’Iraq, secondo Richard Clarke, un tempo soprannominato "lo zar dell’antiterrorismo", ha sviato la guerra al terrorismo, finendo per rappresentare il migliore mezzo di reclutamento per Al Qaeda.
Dando il pieno assenso alla fallimentare strategia di Sharon, consistente nel sabotare la nascita di uno Stato palestinese, Washington ha anche rinunciato a tutto il capitale politico che aveva accumulato agli occhi degli arabi negoziando per gli accordi di Oslo, ormai irrimediabilmente naufragati. Inoltre, la strategia pro-Sharon, insieme all’occupazione dell’Iraq, ha esposto, screditato e indebolito gli alleati di Washington agli occhi delle élite arabe.
Lo spostamento a sinistra dell’America Latina proseguirà a velocità crescente. La vittoria della coalizione di sinistra in Uruguay non è che l’ultima di una serie di vittorie elettorali delle forze progressiste, che va ad aggiungersi a quelle del Venezuela, dell’Ecuador, dell’Argentina e del Brasile. Oltre ai risultati elettorali delle sinistre, potrebbero però essere nell’aria anche altre insurrezioni di massa come quella avvenuta in Bolivia nell’ottobre 2003. A proposito della spostamento verso sinistra, e del conseguente allontanamento dalle posizioni dell’impero, uno dei sostenitori degli Stati Uniti, l’ex Ministro degli esteri messicano Jorge Castaneda, ha così espresso la sua giusta valutazione: "Anche gli amici dell’America iniziano a sentire il fermento di tanta rabbia contro gli americani. Si sentono costretti ad abbandonare il loro apparato retorico e il loro atteggiamento, ammorbidendo la difesa di politiche considerate filoamericane, se non direttamente ispirate dagli Usa, e irrigidendo nel contempo la loro recalcitranza ad assecondare le richiese e i desideri di Washington". È questa la situazione globale che si cela dietro il trionfalismo che ha accompagnato il viaggio di Bush in Europa. Con questa impresa, ci si proponeva di ricorrere alla diplomazia per contrastare i tentativi di erodere la posizione americana, ma si è trattato di un viaggio intrapreso per disperazione. Si potrebbe addirittura sostenere che, mentre i giornali stampano fiumi di parole bellicose rivolte da Washington nei confronti dell’Iran, della Siria e della Corea del Nord, la realtà è che, proprio perché si trovano vincolati a una guerra infinita in Iraq, gli Usa non sono più in grado di destabilizzare questi governi, almeno non tanto quanto lo erano nel 2003, prima dell’invasione dell’Iraq.
Quella a cui stiamo assistendo è la terza grande iniziativa di public relations volta a convincere il mondo che in Iraq è stata ottenuta una pacificazione. La prima è stata la famosa dichiarazione di vittoria a bordo della portaerei Abraham Lincoln nel maggio 2003: tutti sappiamo che cosa è successo in seguito. La seconda è stata la riconsegna della sovranità al popolo iracheno nello scorso giugno: a questo insulso episodio ha fatto seguito una drammatica escalation della resistenza.
L’Europa rappresenta, logicamente, l’obiettivo fondamentale della strategia di Bush. Il cambiamento avvenuto nella valutazione della posizione europea, a seguito della dura realtà della resistenza irachena, è illustrato dall’ideologo neoconservatore Robert Kagan. Nel 2002, Kagan ha denigrato l’approccio europeo all’ordine mondiale con la famigerata affermazione secondo cui "gli americani vengono da Marte e gli europei da Venere". Nel 2004, lo stesso Kagan era sceso a più miti consigli, quando ha scritto su Foreign Affairs che "gli americani avranno bisogna della legittimità che può fornire loro l’Europa, ma gli europei potrebbero decidere di non garantirla".
Per fortuna, gli europei non si lasciano irretire dalle "nuove" vesti "concilianti" che Bush ha scelto di indossare. Il quotidiano liberale Financial Times considera questo nuovo atteggiamento come "un riconoscimento, per quanto tardivo, del fatto che gli Stati Uniti si sono esposti eccessivamente e hanno necessità di trovare nuovi alleati", pur sconsigliando agli europei di adottare un "atteggiamento inetto" nei riguardi dell’iniziativa di Bush. Eppure, purtroppo per il Financial Times, sulla questione irachena c’è ben poco che i governi dell’Europa occidentale possano fare, dal momento che le popolazioni di questi paesi rimangono fortemente contrarie, per la stragrande maggioranza, a partecipare alla guerra degli Stati Uniti. Di più: anche nell’Europa orientale, dove l’antiamericanismo è meno diffuso, gli Usa continuano a perdere alleati. L’Ungheria ha deciso formalmente di abbandonare la coalizione, e anche il governo polacco ha espresso l’intenzione di ritirare il proprio contingente non appena "le circostanze lo permetteranno".
La diplomazia di Bush, di fatto, sta avventurandosi contro la marea degli eventi futuri. L’Alleanza Atlantica è ormai defunta, e l’Iraq non ha fatto che infliggere il colpo di grazia a una relazione già martoriata da conflitti sempre più aspri in materia di commercio, ambiente e sicurezza. Ma c’è di più: non solo stanno scomparendo i presupposti per una linea d’azione comune, ma, come argomenta l’esperto statunitense Ivo Daalder, "non sono più in pochi [in Europa] a temere che gli Stati Uniti rappresentino oggettivamente la principale minaccia alla propria sicurezza". Studiosi europei come Marco Piccioni sostengono già attualmente, rivolgendosi a un pubblico attento, che la presenza degli Stati Uniti in Iraq fa parte di una strategia focalizzata su tutto il Medio Oriente, finalizzata a escludere l’Europa dalle regioni petrolifere, anche con la forza, se necessario.
Se la Francia e la Germania da tempo si rifiutano di legittimare l’invasione americana in Iraq e, a questo punto, si ostinano a negare qualunque forma di impegno, non dipende solo dal pacifismo dei loro cittadini. Tale atteggiamento serve anche a dissuadere gli Usa dall’intraprendere altre azioni che possono minacciare direttamente la loro sicurezza nazionale. La società civile europea si è in gran parte comportata da spettatrice durante il viaggio di Bush. Malgrado la profonda cesura tra i governi nazionali europei e Washington, i movimenti europei della società civile non devono abbassare la guardia. A ben guardare, il disimpegno europeo dalla guerra in Iraq è infatti incompleto. Benché la stragrande maggioranza della popolazione sia contraria alla guerra in Iraq, i governi Blair e Berlusconi continuano a inviare unità militari in questo paese. Cacciare la Gran Bretagna e l’Italia fuori da questa guerra perpetrata ai danni della popolazione dell’Iraq rappresenta la principale priorità all’ordine del giorno del movimento pacifista europeo nei prossimi mesi.
Walden Bello
www. focusweb. org
Traduzione di Sabrina Fusari
L’appello ai sindacati dai no war di Firenze. Ma arriva anche la proposta di invitare a Roma le forze irachene contro l’occupazione. Un’assemblea vera pensando a Giuliana
ANGELO MASTRANDREA
INVIATO A FIRENZE
Si attendeva un appello alle forze politiche, soprattutto del centrosinistra, affinché chiedano lo stop dei bombardamenti su Ramadi. Ne arriva invece un altro, ai sindacati perché proclamino uno sciopero generale contro la guerra, anche se la proposta più intrigante è quella di organizzare in Italia una conferenza di pace delle forze irachene che sono contro l’occupazione. Anche perché a lanciarla è il presidente di Un ponte per Fabio Alberti. Torna il movimento pacifista, a discutere sul serio e non solo a sfilare, e lo fa riprendendo da dove aveva smesso, nell’agitata primavera del 2003 di blocco dei treni e grandi adunate. Da quella richiesta, non accolta, ai sindacati che pure avevano sostenuto (tranne la Uil) la campagna per fermare la guerra e addirittura il rifiuto, al porto di Livorno, di imbarcare mezzi e materiali bellici americani in partenza per l’Iraq. La proposta, una delle tante partorite nelle cinque sessioni tematiche mattutine, viene lanciata nell’assemblea plenaria del pomeriggio davanti a un migliaio di persone da una pacata signora genovese che di nome fa Norma e di cognome Bertullaccelli, e riceve subito un’ovazione. «E’ necessario porci il problema di come esporre in maniera più incisiva e radicale il nostro dissenso. Oltre alle manifestazioni, pensiamo ad azioni concrete di boicottaggio e ad azioni non violente come il blocco dei treni. E lanciamo un appello a tutte le organizzazioni sindacali, più o meno rappresentative, affinché proclamino uno sciopero generale contro la guerra», dice. Una richiesta che potrebbe finire nel documento finale che dopo l’assemblea conclusiva di questa mattina tirerà le fila di questa tre giorni nella quale una parte del movimento è tornata a discutere della situazione in Iraq dopo le elezioni e il sequestro di Giuliana Sgrena, e a domandarsi come fare per dare incisività all’obiettivo del ritiro delle truppe italiane dal Golfo e dell’uscita dal «sistema guerra». Nel mirino, più che il governo Berlusconi c’è il centrosinistra italiano, sul quale si intende far pressione nell’immediato con «la richiesta di stop ai bombardamenti su Ramadi e perché presenti una mozione in Parlamento per il ritiro delle truppe», e per far sì che se andrà al governo nel 2006 «non pensi di lasciare le truppe in Iraq perché nel frattempo la situazione è cambiata». La proposta più forte arriva però da Fabio Alberti: «Il movimento ha bisogno di un salto di qualità nell’iniziativa politica. Dobbiamo costruire una superficie di contatto più ampia con le forze della società civile che si oppongono all’occupazione. Perché non pensare a organizzare in Italia una conferenza di pace con questi soggetti?». Ma di idee ce ne sono tante. La più bizzarra è «l’accampata», proposta dal gruppo bolognese Valsamoggia contro la guerra. Si tratta di un passaparola per «centinaia, migliaia di persone che invadono Roma, si accampano davanti al Parlamento e non se ne andranno fino al ritiro delle truppe italiane dall’Iraq». Una proposta singolare ma seria, perché «presto convocheremo un incontro per organizzare il percorso necessario alla sua realizzazione», scrivono in un volantino con tanto di e-mail cui poter inviare le adesioni.
Non c’è dubbio che il sequestro della nostra Giuliana, il drammatico video e la manifestazione di sabato scorso abbiano dato una scossa al movimento pacifista. Lo si intuisce dalla partecipazione e dal fatto che la nostra inviata è ricordata in tutti gli interventi. Un appello per la sua liberazione arriva anche da un rappresentante della comunità irachena. Cresce anche la mobilitazione per la giornata di azione globale contro la guerra del 19 marzo, tra chi scenderà in piazza a Roma, chi a Bruxelles e chi, come Walter Soresini del Brescia social forum, propone invece di andare davanti alle basi militari e alle industrie di armi. Per portare la mobilitazione «a casa propria» e perché «Giuliana ci chiede di far vedere le foto degli effetti delle cluster bomb, ma noi dovremmo fare di più: cercare di capire come fermarne la produzione».
Il Forum di Firenze chiude «con Giuliana nel cuore». Appuntamento al 19
A. MAS.
INVIATO A FIRENZE
La sospensione immediata dei bombardamenti su Ramadi, il ritiro delle truppe, la costruzione di «ponti di pace per consolidare le nostre relazioni con la società civile e la resistenza quotidiana del popolo iracheno», la proposta di una conferenza nazionale per la pace in Italia con la presenza di tutti i soggetti politici e sociali iracheni che si oppongono all’occupazione. Si conclude con questi obiettivi di fondo e l’avvio di alcune campagne mirate, contro le basi militari come nei confronti del governo e del centrosinistra, il forum contro la guerra di Firenze. «Con Giuliana nel cuore», i pacifisti lanciano anche un appello per continuare la mobilitazione per la liberazione della nostra inviata, di Florence, Hussein e di «tutto il popolo iracheno».
Come? Sostenendo lo sciopero della fame promosso da don Antonello Santoro, dall’imam di Colle val d’Elsa e dal presidente della comunità islamica di Firenze, «le iniziative di presidio e presenza nelle città» e facendo in modo che queste «si moltiplichino, si consolidino e siano partecipate». Il forum contro la guerra di Firenze, che visto il successo diventerà un appuntamento annuale permanente, cui seguiranno forum tematici per approfondire le questioni affrontate, segna l’improvvisa ripresa di iniziativa del movimento pacifista, ringalluzzito dalla risposta di piazza della manifestazione del 19 febbraio a Roma. Ma nonostante il mezzo milione di persone in piazza la «nuova fase» che si apre per il movimento sarà fatta più di campagne mirate e mobilitazioni nei territori che di grandi adunate.
Unica eccezione la giornata di azione globale contro la guerra del 19 marzo, per la quale i pacifisti chiedono una «partecipazione di massa». Il principale obiettivo rimane quello del ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, e su questo i riflettori sono puntati sul centrosinistra: «Se vogliono il nostro voto devono dirci da subito cosa vogliono fare se andranno al governo», dice Massimo Torelli.
Insomma, quello che i pacifisti vogliono è che un futuro governo di centrosinistra faccia né più né meno di quanto ha fatto il governo Zapatero in Spagna. Per questo rivolgono «un appello ai parlamentari affinché richiedano e votino il ritiro immediato delle truppe e la dissociazione dall’occupazione e a tutte le forze politiche perché si esprimano chiaramente per il ritiro delle truppe». In attesa di un futuro cambio di governo e di direzione il movimento no war si propone «una presenza visibile e costante» e una «campagna contro il ruolo italiano nella guerra», anche opponendosi ad accordi militari come quello con Israele che sarà discusso prossimamente alla Camera. Un’altra campagna riguarda infine «la liberazione dei prigionieri politici iracheni».
Ma le proposte partorite in tre giorni di assemblea aperta e sessioni tematiche sono state le più diverse: dalla campagna per la destinazione dell’8 per mille dell’Irpef al movimento pacifista, come avviene per le confessioni religiose, al rilancio dell’obiezione fiscale alle spese militari, dalle iniziative contro le basi alla mobilitazione contro l’annuale fiera delle armi leggere Exa, a Brescia dal 16 al 18 aprile. Fino alla richiesta del riconoscimento, da parte delle Nazioni unite e dell’Unione europea, del ruolo svolto dalle organizzazioni che fanno «diplomazia dal basso», quali ad esempio Action for peace in Palestina o Un ponte per in Iraq.
All’assemblea conclusiva di ieri mattina è intervenuta anche un’attivista afroamericana del movimento United for peace and justice, Efia Nnwangaza, che ha raccontato di come negli States siano impegnati in una campagna contro il reclutamento militare dei giovani all’interno delle scuole e contro l’utilizzo della Guardia nazionale in Iraq che ha già prodotto un primo risultato quando il governatore del Vermont ha voluto che la Guardia del suo Stato, sulla quale ha la competenza, non venisse inviata in guerra. Poi ha strappato applausi quando ha chiesto di impegnarsi per «chiudere le basi Usa nel vostro territorio». Una richiesta che verrà portata anche nelle manifestazioni del 10 settembre a New York in occasione del summit mondiale dell’Onu.
Il Forum di Firenze chiude «con Giuliana nel cuore». Appuntamento al 19
A. MAS.
INVIATO A FIRENZE
La sospensione immediata dei bombardamenti su Ramadi, il ritiro delle truppe, la costruzione di «ponti di pace per consolidare le nostre relazioni con la società civile e la resistenza quotidiana del popolo iracheno», la proposta di una conferenza nazionale per la pace in Italia con la presenza di tutti i soggetti politici e sociali iracheni che si oppongono all’occupazione. Si conclude con questi obiettivi di fondo e l’avvio di alcune campagne mirate, contro le basi militari come nei confronti del governo e del centrosinistra, il forum contro la guerra di Firenze. «Con Giuliana nel cuore», i pacifisti lanciano anche un appello per continuare la mobilitazione per la liberazione della nostra inviata, di Florence, Hussein e di «tutto il popolo iracheno».
Come? Sostenendo lo sciopero della fame promosso da don Antonello Santoro, dall’imam di Colle val d’Elsa e dal presidente della comunità islamica di Firenze, «le iniziative di presidio e presenza nelle città» e facendo in modo che queste «si moltiplichino, si consolidino e siano partecipate». Il forum contro la guerra di Firenze, che visto il successo diventerà un appuntamento annuale permanente, cui seguiranno forum tematici per approfondire le questioni affrontate, segna l’improvvisa ripresa di iniziativa del movimento pacifista, ringalluzzito dalla risposta di piazza della manifestazione del 19 febbraio a Roma. Ma nonostante il mezzo milione di persone in piazza la «nuova fase» che si apre per il movimento sarà fatta più di campagne mirate e mobilitazioni nei territori che di grandi adunate.
Unica eccezione la giornata di azione globale contro la guerra del 19 marzo, per la quale i pacifisti chiedono una «partecipazione di massa». Il principale obiettivo rimane quello del ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, e su questo i riflettori sono puntati sul centrosinistra: «Se vogliono il nostro voto devono dirci da subito cosa vogliono fare se andranno al governo», dice Massimo Torelli.
Insomma, quello che i pacifisti vogliono è che un futuro governo di centrosinistra faccia né più né meno di quanto ha fatto il governo Zapatero in Spagna. Per questo rivolgono «un appello ai parlamentari affinché richiedano e votino il ritiro immediato delle truppe e la dissociazione dall’occupazione e a tutte le forze politiche perché si esprimano chiaramente per il ritiro delle truppe». In attesa di un futuro cambio di governo e di direzione il movimento no war si propone «una presenza visibile e costante» e una «campagna contro il ruolo italiano nella guerra», anche opponendosi ad accordi militari come quello con Israele che sarà discusso prossimamente alla Camera. Un’altra campagna riguarda infine «la liberazione dei prigionieri politici iracheni».
Ma le proposte partorite in tre giorni di assemblea aperta e sessioni tematiche sono state le più diverse: dalla campagna per la destinazione dell’8 per mille dell’Irpef al movimento pacifista, come avviene per le confessioni religiose, al rilancio dell’obiezione fiscale alle spese militari, dalle iniziative contro le basi alla mobilitazione contro l’annuale fiera delle armi leggere Exa, a Brescia dal 16 al 18 aprile. Fino alla richiesta del riconoscimento, da parte delle Nazioni unite e dell’Unione europea, del ruolo svolto dalle organizzazioni che fanno «diplomazia dal basso», quali ad esempio Action for peace in Palestina o Un ponte per in Iraq.
All’assemblea conclusiva di ieri mattina è intervenuta anche un’attivista afroamericana del movimento United for peace and justice, Efia Nnwangaza, che ha raccontato di come negli States siano impegnati in una campagna contro il reclutamento militare dei giovani all’interno delle scuole e contro l’utilizzo della Guardia nazionale in Iraq che ha già prodotto un primo risultato quando il governatore del Vermont ha voluto che la Guardia del suo Stato, sulla quale ha la competenza, non venisse inviata in guerra. Poi ha strappato applausi quando ha chiesto di impegnarsi per «chiudere le basi Usa nel vostro territorio». Una richiesta che verrà portata anche nelle manifestazioni del 10 settembre a New York in occasione del summit mondiale dell’Onu.
Amnesty-Usa denuncia la «scomparsa», dopo l’arresto da parte delle truppe americane, di un’imprenditrice irachena che aveva denunciato le torture
E’vero che nelle carceri americane in Iraq vi sono numerose prigioniere, arrestate spesso solamente perché parenti di ex esponenti del Baath (vi sarebbero anche la moglie e la figlia del vicepresidente Izzat Ibrahim) o di dirigenti della resistenza, e che queste vengono maltrattate, torturate e subiscono violenze sessuali al pari degli uomini? Questi angosciosi interrogativi sono stati riproposti negli ultimi giorni da un appello lanciato da Amnesty Intenational -sezione Usa intitolato: «Preoccupazione per la sorte/ per la possibile "scomparsa"/ per possibili torture o maltrattamenti: Huda Hafez Ahmad al-Azawi, donna di affari (irachena ndr.). L’appello urgente si riferisce ad un’imprenditrice di Baghdad sequestrata dai soldati Usa e dalle milizie del nuovo governo iracheno lo scorso 17 febbraio. Da allora nessuno ha più saputo nulla di lei. L’arresto sarebbe avvenuto alle 4 del mattino nella sua casa di Hay al-Jamiaa Baghdad. Secondo l’organismo internazionale per la difesa dei diritti umani la donna, per di più convalescente da un’operazione subita una settimana prima, sarebbe stata ammanettata, bendata e picchiata nel corso dell’arresto insieme alle due figlie Nura di 15 anni e Sarah di 20. I soldati si sarebbero impadroniti anche di tutti i gioielli di famiglia e di tutto il contante pari a 2.500 dollari. I soldati, prima di portarla in una località sconosciuta l’avrebbero genericamente accusata di «sostenere la resistenza». Ma la colpa della donna d’affari irachena potrebbe essere stata piuttosto quella di aver denunciato alla stampa internazionale, non soltanto la pretestuosità di un suo predecente arresto nel dicembre del 2003 - in seguito alla denuncia di un informatore al quale si era rifiutata di pagare 10.000 dollari - ma anche l’uccisione, sotto tortura del fratello Ayad arrestato con lei e sua sorella Nahla, i maltrattamenti subiti da lei e dalle altre detenute - appuntati clandestinamente sui margini di un piccolo corano - nel corso della sua lunga detenzione nell’universo concentrazionario dell’Iraq occupato, terminata solamente nel luglio del 2004.
Altri due fratelli di Huda, Ali Hafez Ahmad e Mo’ataz Hafez Ahmad sarebbero ancora detenuti dalle forze di occupazione ma sino ad oggi Amnesty international non ha ricevuto alcuna informazione relativa alla data del loro arresto e soprattutto sul loro luogo di detenzione. Appena rilasciata nell’estate del 2004 la tentanovenne e coraggiosa donna di affari, nonostante fosse stata abbandonata dal ricchissimo marito «imbarazzato» dalle notizie sui maltrattamenti subiti da sua moglie, aveva raccontato a numerosi giornalisti degli abusi sessuali subiti da suo fratello Mo’ataz sotto i suoi occhi, nell’ex palazzo presidenziale di Saddam Hussein, dell’uccisione sotto tortura, lo stesso giorno, di un altro fratello, Ayad, delle privazioni del sonno, dei pestaggi, delle ore passate all’aperto nel gelo dell’inverno, delle docce gelate, delle celle senza tetto, del regime di isolamento, anche per 23 ore al giorno. Dopo aver subito la rottura di una spalla Huda e i suoi parenti sopravvissuti, furono trasferiti dal centro di detenzione segreto nel palazzo di Saddam all’accademia di polizia a Baghdad e quindi, il 4 gennaio in quello «ufficiale» di abu Ghraib. Qui la donna di affari irachena avrebbe trascorso 156 giorni in isolamento nell’ala «dura» del carcere, dove si trovavano altre cinque donne, al piano superiore dello stesso braccio dove vennero scattate le fotografie delle torture. Huda al Azawi non ha mai denunciato di aver subito violenze sessuali ma di queste hanno parlato il rapporto del generale Usa Taguba secondo il quale almeno un soldato della polizia militare avrebbe violentato una detenuta, una lettera fatta uscire dal carcere clandestinamente da una prigioniera di nome Noor e alcuni testimoni citati dal quotidiano inglese «The Guardian» secondo i quali le guardie della prigione avrebbero ripetutamente violentato una ragazzina di 14 anni lo scorso anno e avrebbero costretto le donne a camminare svestite per i corridoi del carcere. Ad eccezione di Huda e di poche altre donne, il terrore di quel che potrebbe accadere loro ad opera della famiglia e la vergogna per le violenze subite, ha impedito alla maggior parte delle donne che hanno subito violenze di denunciarle pubblicamente. Molti sarebbero stati i suicidi tra le donne rimaste incinta in seguito alle violenze e non pochi i casi nei quali invece le malcapitate sono state uccise dai familiari. Le più fortunate sono state semplicemente divorziate. Non mancano anche alcuni, rari, casi di un trattamento più umano di queste donne da parte dei loro parenti come quello di un uomo che si è rifiutato di uccidere la sorella in cinta di quattro mesi in seguito alle violenze subite e del loro cheik che ha vietato qualsiasi atto ostile nei confronti della donna definita «una martire dell’occupazione».
Il dialogo segreto fra Usa e ribelli in Iraq
TIME , 20 febbraio 2005
UNA ESCLUSIVA DI TIME
L’incontro segreto si svolge nelle viscere di un struttura di Baghdad, un edificio cavernoso, fortemente sorvegliato nella Green Zone controllata dagli Usa.
Il negoziatore iracheno, un uomo di mezza età, ex membro del regime di Saddam Hussein e il più alto rappresentante della rivolta che si autodefinisce nazionalista, è seduto a un lato del tavolo.
E’ qui per parlare con due membri delle forze armate Usa. Uno di questi, un ufficiale, prende appunti durante l’incontro. L’altro, vestito in abiti civili, ascolta mentre l’iracheno descrive a grandi linee un elenco di richieste che gli Usa devono soddisfare prima che i ribelli smettano di combattere.
Le parti si scambiano lagnanze standard: l’ufficiale Usa pressa l’iracheno perché faccia i nomi di altri leader ribelli; l’iracheno dice che il neo-eletto governo dominato dagli sciiti è controllato dall’Iran. La discussione non va oltre le questioni generali, ma entrambe le parti sanno cosa c’è dietro il linguaggio in codice.
La presenza stessa dell’iracheno trasmette un messaggio: alcuni membri della rivolta sono aperti a negoziare una fine della loro lotta contro gli Usa. “Siamo pronti”, dice prima di andarsene, “a lavorare con voi”.
In quella promessa senza impegni potrebbe esserci il primo segno che, dopo due anni di combattimenti, alcune parti della rivolta in Iraq sono pronte a discutere e a fare un passo nella direzione del deporre le armi – e che gli Usa sono disposti ad ascoltare.
Un resoconto dell’incontro segreto fra l’alto negoziatore dei ribelli e i funzionari delle forze armate Usa è stato fornito a TIME dal negoziatore dei ribelli. Egli dice che si sono svolti due incontri di questo tipo.
Mentre i funzionari Usa non confermano i particolari di nessun incontro specifico, alcune fonti a Washington hanno detto a TIME che per la prima volta gli Usa sono in contatto diretto con membri della rivolta sunnita, compresi ex membri del regime Ba’athista di Saddam. Funzionari del Pentagono dicono che i contatti segreti con leader della rivolta vengono condotti principalmente da diplomatici e ufficiali dell’intelligence Usa. Un osservatore occidentale vicino alle discussioni dice che “non c’è alcun dialogo autorizzato con i ribelli", ma che gli Usa hanno partecipato a canali trasversali di comunicazione con i ribelli. Dice l’osservatore: "C’è molto che bolle sotto la superficie oggi".
Durante il corso della guerra in Iraq, mentre la resistenza contro gli Usa è cresciuta in dimensioni e intensità, funzionari dell’amministrazione sono stati fermi nel loro rifiuto di negoziare con i nemici combattenti. Ma negli ultimi mesi, il perseverare dei combattimenti e segni di divisione nelle fila della rivolta hanno spinto alcuni funzionari Usa a cercare una soluzione politica. E funzionari del Pentagono e dell’intelligence sperano che l’alta affluenza alle elezioni del mese scorso “sgonfierà” il morale dei ribelli e convincerà un numero maggiore di essi a uscire allo scoperto.
Combattenti islamisti “duri e puri”, come il gruppo al-Qaeda di Abu Mousab al-Zarqawi, non scenderanno a compromessi nella loro campagna per creare uno stato islamico. Ma in alcune interviste con TIME, alti comandanti dei ribelli iracheni hanno detto che diversi gruppi ribelli "nazionalisti" – composti in prevalenza di ex ufficiali dell’esercito e da quelli che il Pentagono chiama "elementi del passato regime"- si sono spostati verso una strategia di "combatti e tratta".
Anche se non hanno piani immediati per smettere di attaccare le truppe Usa, dicono che il loro obiettivo è creare una identità politica che possa rappresentare i sunniti privati di diritti e prima o poi negoziare una fine all’offensiva militare degli Usa nel triangolo sunnita.
Il loro modello è lo Sinn Fein, l’ala politica dell’Irish Republican Army, che alla fine ha ottenuto per l ’I.R.A. un ruolo nel processo di pace in Irlanda del Nord.
"Questo è quello per cui stiamo lavorando, per avere un volto politico che appaia dal campo di battaglia, per unificare i gruppi, per resistere all’aggressore e presentare le nostre idee alla gente", dice un comandante negli alti gradi della rivolta che ha chiesto di essere identificato con il suo nome di battaglia, Abu Marwan.
Un altro negoziatore, di nome Abu Mohammed, ha detto a TIME: "Nonostante quello che è accaduto, la possibilità di trattativa è ancora aperta”.
Ma possono questi colloqui avere successo? Un alto funzionario dell’Ambasciata Usa a Baghdad dice che i ribelli nazionalisti "vogliono arrivare a un accordo, pensando che noi possiamo ottenere ciò che vogliamo e loro ciò che vogliono". Qualunque accordo con i ribelli spetterebbe al nuovo governo, ma funzionari di ambasciata dicono di ritenere che raggiungere un accordo dovrebbe essere la priorità numero uno del governo.
Dietro le quinte, gli Usa stanno incoraggiando i leader sunniti e i ribelli a parlare con il governo. Una impresa più dura potrebbe essere convincere i leader dei partiti politici che stanno per andare al potere – molti dei quali hanno subito le brutalità dei Ba’athisti che ora coordinano la rivolta – che è nel loro interesse arrivare a una soluzione pacifica con i loro persecutori di un tempo.
Nel comando Usa, c’è uno scetticismo crescente che la rivolta possa essere sconfitta solo con la forza militare. Dice un alto ufficiale Usa: "Gli iracheni sono la soluzione alla rivolta, ed essi sono soluzione alla nostra partenza [dall’Iraq]".
Fonti dei ribelli dicono che entrambe le parti si stanno “tastando” da mesi. Alcune delle prime avance furono fatte lo scorso anno attraverso ufficiali dell’intelligence giordana, ma i ribelli rifiutarono l’idea di incontrarsi in Giordania.
Anche dei diplomatici Usa iniziarono dei contatti con sunniti conservatori noti per avere influenza fra i ribelli, come Harith al-Dhari, il capo del Consiglio degli Ulema. Fonti dei ribelli dicono che l’estate scorsa un insieme informale di gruppi nazionalisti – l’Esercito di Mohammed, al-Nasser al-Saladin, le Brigate della Rivoluzione del 1920 e forse perfino l’Esercito Islamico dell’Iraq – si sono incontrati per discutere la messa a punto di una piattaforma politica comune.
Nel frattempo, alcuni americani hanno mostrato di essere aperti al dialogo. In incontri con alcuni leader tribal sunniti, il Luog. Colonnello Rick Welch, il maggior consigliere per le operazioni speciali civili-militari del comandante generale della Prima Divisione di Cavalleria a Baghdad, ha diffuso la voce che le forze armate erano disposte a parlare con gli irriducibili delle loro lagnanze, e che, come dice Welch, "la porta non è chiusa, tranne per alcuni esponenti molto alti del regime".
Welch, un riservista e pubblico ministero di Morgan County, nell’Ohio, ha detto a TIME: "Non incontro tutti i leader dei ribelli, ma ne ho incontrati alcuni". Pur non essendo un negoziatore autorizzato, Welch è diventato un canale non ufficiale nel dialogo emergente degli Usa con i ribelli. Negoziatori dei ribelli confermano a TIME di essersi incontrati con Welch.
Cosa vogliono i ribelli? Alti comandanti dei ribelli sul campo e negoziatori hanno informato TIME che i ribelli hanno detto ad alcuni diplomatici e ufficiali delle forze armate che essi sostengono una democrazia laica in Iraq, ma che vedono in modo ostile la prospettiva di un governo gestito da esuli che erano fuggiti in Iran e in Occidente durante il regime di Saddam.
I ribelli vogliono anche un calendario garantito per il ritiro delle truppe Usa, una richiesta che gli Usa rifiutano. Ma ci sono alcuni accenni di compromesso: negoziatori dei ribelli hanno detto alle loro controparti Usa che accetterebbero una forza di peacekeeping delle Nazioni Unite man mano che le forze Usa si ritirano. Il rappresentante dei ribelli Abu Mohammed dice che i nazionalisti tollererebbero persino delle basi Usa sul suolo iracheno. “Non ci importa se l’invasore diventa un ospite", dice, suggerendo una situazione simile alla presenza militare Usa in the Germania e Giappone.
Per quanto promettenti possano sembrare tali offerte, è decisamente troppo presto per essere ottimisti. La nuova politica Usa di coinvolgimento mira a scavare un solco fra i ribelli nazionalisti e i “jihadisti”.
Ma al Zarqawi e i suoi alleati hanno ridotto al silenzio i nazionalisti, minacciando di ucciderli se negozieranno. L’osservatore occidentale vicino alle discussioni dice: "Al-Zarqawi continua a allontanare il processo dal ’combatti e tratta’ al ‘disordine puro e semplice ’".
La strategia di coinvolgimento ha di fronte un altro ostacolo: il nuovo governo iracheno. I leader dei partiti politici che hanno vinto dicono di non avere alcun interesse nel continuare un dialogo con i ribelli.
"Gli elettori ci hanno dato un mandato per attaccare questi ribelli, non per negoziare con loro", dice Humam Bakr Hammudi, uno stratega politico del partito dominante SCIRI.
I negoziatori dicono di ritenere che il nuovo governo alla fine capirà che solo una soluzione politica domerà la rivolta – che potrebbe presto indirizzare la sua ira verso i nuovi governanti iracheni se riterrà che i suoi interessi stanno venendo ignorati.
Mentre alcuni nell’amministrazione Bush potrebbero trovare sgradevole l’idea di appoggiare un accordo con l’arcinemico Ba’athista, l’osservatore occidentale dice: "Penso che ci sia un governo [Usa] piuttosto flessibile". Ora sta agli altri dar seguito.
Hanno collaborato Aparisim Ghosh da Baghdad e Douglas Walzer da Washington
(Traduzione di Ornella Sangiovanni )
Le Monde , 22 febbraio 2005
Eliminati dal potere centrale, praticamente assenti dalle nuove forze di sicurezza, storditi dalla schiacciante vittoria dei partiti sciiti e curdi nelle elezioni del 30 gennaio, i sunniti iracheni tentano confusamente di rialzare la testa.
Domenica 20 febbraio, in un grande albergo di Baghdad, il “congresso delle cinque province” prevalentemente sunnite che non hanno - o molto poco - partecipato alle prime elezioni post Saddam Hussein, ha chiaramente rivendicato il suo “diritto inalienabile a partecipare alla vita politica nazionale” e anche a “ aspirare a posti importanti” nella nuova configurazione politica in gestazione.
Mentre proseguono attivamente , dietro le quinte, le trattative tra i vincitori sciiti e curdi per una condivisione negoziata delle funzioni supreme nel potere esecutivo, Adnan Al- Duleimi, capo dell’amministrazione nazionale dei beni religiosi sunniti, ha enunciato alla tribuna le principali rivendicazioni del congresso. “Noi dobbiamo essere partecipi alla redazione della nuova Costituzione”, che dovrà essere presentata al paese prima del 15 agosto. In altri termini, come ha sottolineato il generale in pensione Abed Motlaq Al-Joubouri, “ se il 42% degli iracheni non hanno partecipato al voto, questo era loro diritto e questo non deve in alcun caso privarli della partecipazione alla vita politica del loro paese”.
Iyad Allawi, primo ministro ad interim uscente, di cui si dice a Baghdad che sia “molto amareggiato della sua sconfitta”, si è dichiarato, domenica, della stessa opinione, in una breve intervista con l’AFP. Secondo lui, nonostante che la lista vittoriosa, sostenuta dal grande Ayatollah Ali Al Sistani, sia largamente costituita da partiti religiosi, “l’Iraq non è pronto ad essere governato da un regime islamico”. Per Allawi, che deciderà in seguito, “alla luce delle sue proposte”, se sosterrà o meno il prossimo governo, “anche se la partecipazione dei sunniti al potere legislativo è ormai impossibile, questo non deve impedire la loro presenza in altri poteri”.
Questa è anche l’ambizione espressa da circa duecento personalità, capi tribù, sceicchi religiosi, ex militari e militanti indipendenti che hanno partecipato, nello stesso giorno, al “congresso delle cinque province” più o meno astensioniste ( Diala, Ninive, Daamine-Kirkuk, Salahedine e Ambar). Problema: nell’atmosfera molto emotiva della grande sala conferenze dell’Hotel Baylone della capitale – dove i dignitari dell’ex regime, come Tarek Aziz, amavano ritrovarsi per dei convegni -, è chiaro, domenica, che non tutti sono sulla stessa linea. Per lo sceicco del Raggruppamento nazionale delle tribù, Abdel Razak Chalal Farhane, che vorrebbe l’istituzione di una sorta di Senato tribale alla Camera Alta, “non ci sono né sciiti né sunniti in Iraq, ma solo iracheni”.
Moflah Al-Hadidi,, un avvocato del Partito Nazionale ( sunnita) di Baghdad, non è d’accordo: con la vittoria sciita, “ è ormai l’Iran che occuperà il nostro governo”, proclama. A queste parole, un vecchio signore in giacca e cravatta si alza nell’assemblea e grida, con voce tremula. “Gli americani si sono fatti fregare! Hanno creduto di installarsi da noi. E sono adesso i partiti dell’Iran che controlleranno il paese!” Applausi nutriti nella sala.
Maher Abdel Jabbar Al-Chamari, un notabile nazionalista arabo che appartiene alla stessa tribù del presidente della Repubblica uscente, Ghazi Al Yaouar, ritorna su queste “elezioni illegittime, che si sono svolte sotto una legge fondamentale concepita dagli occupanti”. Ogni giorno, dice con voce forte, “uccidono i nostri figli, distruggono le nostre case, confiscano le nostre terre. Come potevamo votare in queste condizioni?”. Nuovi applausi dell’assemblea.
Quando il giovane sceicco Ahmed Mohammed Wasmi,rappresentante del Comitato degli Ulema (sunnita) per la provincia di Salahedine, prende la parola, una parte della sala diventa incandescente. “Combattere l’occupante americano è un dovere! La resistenza è quindi legittima. I 275 eletti della nuova Assemblea non devono ignorarlo”, dice. Turbante bianco, corta barba nera, il leader religioso, che ha aperto il congresso con una preghiera collettiva, reclama per il nuovo Iraq “l’applicazione della sharia”, la legge musulmana.
Sostiene che gli arabi Sunniti, che rappresentano circa il 20% della popolazione, “non saranno mai messi ai margini” nel paese, perché, alla fin fine, “coloro che combattono con il Corano in mano saranno finalmente vittoriosi”
Il comunicato finale del congresso non riprende né queste parole forti né l’imposizione di un calendario preciso per il ritiro delle forze straniere richiesto da alcuni come prezzo della loro partecipazione alla futura configurazione politica.
Il comunicato sostiene al contrario che “il congresso è pronto a collaborare con la nuova Assemblea e il governo da questa designato , fintanto che agiranno per l’unità e l’integrità nazionale”.
(Traduzione di Paola Mirenda )
Tomdispatch.com, 16 febbraio 2005
Nell’ottobre 2003, la serie televisiva Frontline fece un programma dall’Iraq, "Truth, War, and Consequences" che mostrava una scena notevole girata nell’aprile precedente, non molto tempo dopo che le truppe americane erano arrivate a Baghdad.
Un gruppo di soldati americani ha catturato alcuni iracheni, che accusa di aver rubato del legname.
Come punizione istantanea nel "Selvaggio West" di quel periodo, essi passano semplicemente sulla macchina degli iracheni con il loro carro armato. Prima il carro armato sale in avanti sopra la carrozzeria dell’auto, poi lo fa nuovamente al contrario: due botte sostenute che trasformano il veicolo in qualcosa che assomiglia a una frittella di metallo. (Soldato americano: "Cerchiamo di far sì che smettano di saccheggiare, e non capiscono, così prendiamo la loro macchina e la schiacciamo, i carristi dell’esercito degli Stati Uniti. E’ quello che si ottiene quando si fanno i saccheggi").
Più tardi uno degli iracheni dice semplicemente a un intervistatore: "Sono un tassista. La macchina era il mio mezzo di sostentamento".
La scena mi è rimasta in mente e, mentre cercavo di immaginare come si potrebbe descrivere l’Iraq di oggi, ho pensato di nuovo a quella macchina – questa volta in un fosso sul lato di una autostrada irachena. Naturalmente, in Iraq ci sono appena state delle elezioni, che hanno messo insieme due imponenti presenze e a una imponente assenza, che descrivono le tre principali comunità irachene — kurdi, sciiti, e sunniti. Nello stesso tempo, su quel successo c’è stata molta celebrazione e auto-congratulazione americana (da parte dei nostri media come da quella dell’amministrazione Bush) . E in verità le elezioni sono state una affermazione impressionante di un qualche tipo.
E’ stato come se dei rappresentanti di due di quelle comunità irachene fossero apparsi improvvisamente sul lato della strada e, in uno stato d’animo magnanimo, avessero dato a furia di colpi a quella macchina schiacciata una qualche forma grezza, l’avessero sollevata sulla strada, e orientata nella direzione in cui volevano andare. Poco dopo, compare un gruppo di autisti che litigano fra loro, nessuno troppo edificante, bramosi di entrare nel veicolo senza finestre, ancora sfasciato.
L’unico problema è che, a meno di un miracolo, non li porterà da nessuna parte. E anche se lo facesse, rappresentanti della terza comunità, che non si sentono affatto troppo generosi di spirito, hanno già piazzato una serie di blocchi stradali e di imboscate, appena qualche centinaio di iarde più giù lungo l’autostrada.
Mettiamola in un altro modo – e in questo momento abbiamo un disperato bisogno di un po’ di prospettiva – siamo qui ad appena un mese da quando due anni fa l’amministrazione Bush lanciò la sua trionfante invasione contro delle forze armate di quinta categoria, con una aviazione inesistente e senza difese aeree efficaci, in un paese a pezzi, già messo a terra da un insieme di guerra continua, capricci di un tiranno, e sanzioni internazionali. Dopo tutto questo tempo, elezioni a parte, le condizioni effettive del paese e della sua gente possono nella maggior parte dei casi essere peggiorate.
L’economia irachena è in rovina, e parti di essa vengono ancora regalate a società straniere che non sanno bene se le vogliono o no. E’ un paese senza una fornitura di elettricità affidabile o, pur essendo seduto su un mare di combustibile fossile, senza benzina per le sue automobili, o kerosene per le sue stufe e le sue lampade, o lavoro per la sua gente, o acqua potabile da bere, o sicurezza di quasi qualunque tipo in parti significative. (Una ondata imponente di criminalità, collegata solo in modo debole alla rivolta, continua quasi ovunque, per quanto possiamo dire).
Con le elezioni, abbiamo appena svoltato un altro dei molti “angoli” annunciati nell’Iraq del dopo invasione, solo per trovarci ancora una volta all’incrocio delle vie “caos” e “disordine”.
Dopo uno o due giorni post-elettorali, in cui i nostri media hanno ampiamente trasmesso la notizia secondo cui la "violenza" era rapidamente diminuita, essa prevedibilmente è aumentata di nuovo. Nell’ultima settimana, sono stati assassinati un giudice iracheno, un generale della Guardia Nazionale Irachena, e due alti funzionari di polizia iracheni, mentre 23 soldati americani sono morti nella prima metà di febbraio, assieme a innumerevoli iracheni comuni – e questa è sicuramente la punta dell’iceberg.
Dopo tutto, possiamo chiederci quanto sappiamo davvero sulla natura della carneficina in Iraq, dal momento che i ribelli, secondo Patrick Cockburn del britannico Independent, ora controllano in una misura o nell’altra tutte le principali strade di accesso e di uscita da Baghdad, dove sono assegnati la maggior parte dei giornalisti occidentali; i sequestri sono di nuovo in aumento; e, come ha scritto Roger Cohen del New York Times: "Oggi, nessun occidentale cui sia rimasto un barlume di sanità mentale prenderebbe in considerazione la possibilità di fare… viaggi [fuori Baghdad con un automezzo], anche nel periodo successivo a delle elezioni che sono state un notevole successo."
Rory McCarthy, corrispondente da Baghdad del britannico Guardian, trae le necessarie conclusioni (non meno applicabili ai nostri media): "Troppo spesso siamo rimasti seduti ad ascoltare funzionari che ci dicevano quanto accade in un Iraq che loro stessi sono a mala pena in grado di visitare".
Ci sono stati un certo numero di articoli successivi alle elezioni che indicano che agli americani e alle forze irachene loro alleate stanno arrivando più “dritte” sulla rivolta, ma la sola cosa che sappiamo davvero è che i centri di detenzione controllati dagli americani, compresa la famigerata prigione di Abu Ghraib, dell’epoca di Saddam Hussein, si stanno riempiendo nuovamente di "ribelli". Molti degli oltre 8.000 iracheni attualmente incarcerati sono, ce lo dice l’esperienza passata, semplicemente innocenti portati via in ammucchiate durante raid americani organizzati in modo improvvisato. Possiamo solo indovinare cosa stia accadendo loro, ma certamente non è qualcosa di piacevole. (Il ventiquattrenne giornalista freelance David Enders ha scritto per Mother Jones online di uno studente di fisica di vent’anni, rilasciato dopo essere stato prigioniero degli americani solo un mese fa: "Dice di essere stato… interrogato e picchiato quotidianamente. Indica il naso, che dice non era storto prima che venisse arrestato. Ha detto che i prigionieri sono stati ripetutamente colpiti con dei taser [bastoni che producono elettroshock NdT] , costretti a passare 24 ore per volta in celle troppo basse per poter stare in piedi e troppo strette per stare seduti, obbligati a stare seduti per due giorni".).
Proprio adesso, come prima delle elezioni, le forze americane hanno di fronte un dilemma che i nostri corpi di alti ufficiali, dopo il Vietnam, non pensavano mai che avremmo di nuovo incontrato. Le nostre truppe sono impantanate in una guerra di guerriglia che sembra senza fine, nella quale, se ci si ritira nelle proprie basi ragionevolmente inespugnabili, si cedono immediatamente fette significative di territorio al nemico; mentre, se ci si avventura armati e in massa per andare all’ offensiva, non solo si subiscono perdite continue ma, operando relativamente al buio in una terra straniera, si creano con ogni proprio atto ancora più nemici fra i cittadini comuni.
A questo si aggiunga una rivolta che sembra diventare sempre più estrema, e le cui azioni sono sempre più dirette contro altri iracheni, che minaccia di far precipitare il paese in un bagno di sangue intestino, nonché una lotta contro un occupante straniero. In questo modo, l’estremismo globale dell’amministrazione Bush ha evocato verso di sé un movimento a carattere locale (rafforzato da volontari internazionali o “jihadisti”) estremista e feroce – e l’Iraq è stato spinto completamente in un mondo sinistro di profezie che si realizzano da sole, diventando un (se non il) "teatro centrale nella guerra al terrorismo".
Nel frattempo, i nostri alleati nella "coalizione dei volonterosi" stanno assai lentamente ma continuamente abbandonando la nave. Il notevole contingente ucraino, la modesta forza olandese, e la minuscola portoghese sono stati gli ultimi a essersi gettati a mare.
La Polonia, che di recente ha avuto da Bush la promessa di aiuti per 100 milioni di dollari – aiuti militari, naturalmente, dato che tutte le relazioni internazionali per questa amministrazione sono essenzialmente militari – potrebbe ancora resistere, assieme agli italiani. Ma le truppe americane e britanniche sono già sollecitate al limite, e anche alcune di loro adesso stanno, di necessità, ruotando fuori dal paese. Di fatto, come scrive Robert H. Reid dell’Associated Press: "la violenza è di nuovo in aumento, proprio mentre alcune delle unità militari Usa più esperte si preparano a partire. Quelli che le sostituiranno, alcuni di loro soldati part-time della Guardia Nazionale, avranno bisogno di tempo per apprendere la situazione sul terreno". Quanto a questi soldati della Guardia Nazionale, il Lt. Gen. Steven Blum, capo del National Guard Bureau, ha appena detto alla Commissione Forze Armate della Camera:
"Per quanto riguarda la Guardia Nazionale, in particolare la Army National Guard, eravamo tristemente sotto–equipaggiati prima dell’inizio della guerra … Sta diventando – diventa ogni giorno un po’ peggio".
In Europa, dove Condi Rice ha lanciato la sua versione di una offensiva di charme, i "vecchi" europei stanno parlando in modo soave, con una mano consolatoria sulla spalla dell’amministrazione Bush, e dicendo tutte le cose giuste. Ma i loro occhi sono su quella macchina ridotta come una frittella, e si apprestano a fare quasi niente quando si tratta di aiutare il piano degli Usa, qual è al momento, in Iraq.
Quanto ad altri paesi, chi si ricorda perfino dei nostri tentativi di coinvolgere truppe pakistane o indiane o altre "indigene"? Quella è storia vecchia, oggi inimmaginabile.
Solo un “alleato”, menzionato di rado, sta rimanendo davvero con l’amministrazione Bush e i britannici fino alla fine – le società di sicurezza private che rappresentano l’unica industria in espansione in Iraq. Anche se quando la nostra stampa fa la somma delle truppe "alleate" là, i mercenari non vengono mai inclusi (né di questi tempi se ne scrive molto), nel paese ce ne sono migliaia e migliaia. Dai primi giorni dell’occupazione, britannici, serbi, sudafricani, gurkha nepalesi, ex soldati delle Forze Speciali americane, e altri mercenari sono arrivati in gran numero [in Iraq] per fornire "sicurezza" in cambio di una paga.
Di questo attualmente sappiamo relativamente poco, anche se sappiamo che la privatizzazione del Pentagono da parte di Donald Rumsfeld lo ha lasciato nella posizione ridicola di competere con se stesso, perché adesso il denaro mercenario è così allettante. Come scrive Craig Gordon di Newsday: "Il Pentagono non sta riuscendo a mantenere le unità delle forze speciali di élite a ranghi completi, e adesso sta combattendo dollaro per dollaro, offrendo fino a 150.000 dollari in indennità straordinarie ai commando per impedire che le società di sicurezza private che pagano molto si scelgano i migliori nelle squadre … Alcuni comandanti militari hanno espresso preoccupazioni che indennità straordinarie così elevate possano distorcere la natura tutta volontaria della forza e portare a una cultura ’mercenaria’".
Così, le elezioni irachene sono finite; i voti sono arrivati; e il nostro principale uomo a Baghdad, Ayad Allawi (noto anche come "Saddam Lite") ha subito una batosta significativa, come ha sottolineato immediatamente Juan Cole nel suo inestimabile blog, Informed Comment.
Dall’altro lato, i voti sciiti, che le proiezioni subito dopo le elezioni davano vicini al 60%, si avvicinano al 50% — cosa che potrebbe definirsi un calo comodo, dal punto di vista americano. Dopo tutto, l’elezione di un governo fortemente sciita con possibili simpatie filo-iraniane non era proprio quello che i neocon avevano in mente quando hanno lanciato questa piccola avventura. (Anche se, sottolinea Robin Wright del Washington Post: "I due partiti che hanno vinto – che assieme hanno ottenuto più del 70 % del voto e dovrebbero nominare il nuovo Primo Ministro e il Presidente iracheno – sono i più stretti alleati dell’Iran in Iraq".).
Non ho ancora sentito nessuno che se lo sia chiesto, ma vale la pena domandarsi cosa sia successo, in effetti, in quei giorni extra inaspettati di conteggio dei voti svoltosi a porte molto chiuse.
Su questo argomento, data la presenza americana a Baghdad dove sono stati conteggiati i voti (e il nostro stesso processo elettorale ora corrotto), non mi meraviglierei di niente.
In ogni caso, presto un nuovo governo prenderà … beh, la parola normale qui sarebbe il "potere", ma questa non è un parola da usare con leggerezza in questa situazione. Attualmente, per quello che si può dire, a Baghdad non è rimasta quasi nessuna delle normali istituzioni del governo civile di cui assumere il controllo. In tutti i ministeri iracheni ci sono consiglieri americani. Le forze armate irachene che il nuovo governo potrebbe comandare sembrano consistere di sole circa 5.000 truppe operative, niente armamenti pesanti, e niente aviazione. Sembra certo che la forza del voto kurdo e la mancanza di uno sunnita creeranno una coalizione debole di qualche tipo a Baghdad, nella quale tutti i parlamentari saranno presi di mira dai killer. L’amministrazione Bush è profondamente “embedded” nella Green Zone di Baghdad, pesantemente fortificata, dove sta per essere costruita una nuova ambasciata da 1-2 miliardi di dollari; i suoi 120.000 o più soldati sono asserragliati dentro fino a 14 imponenti basi militari "permanenti", note anche come "campi permanenti"; il suo contingente della CIA è probabilmente il più grande del mondo; i suoi funzionari parlano apertamente del fatto che i soldati americani rimarranno in Iraq ai livelli attuali o quasi almeno fino al 2007; l’amministrazione è ansiosa di negoziare un Accordo sullo status delle forze a lungo termine con il nuovo governo iracheno, e, come ha discusso di recente Stephen R. Shalom sul sito di ZNet, squadroni della morte in stile El Salvador sembrano essere già operativi.
Tutto sommato, l’amministrazione Bush esercita un cosiddetto potere – attraverso un tipo di forza bruta che ancora non ha ridotto all’obbedienza l’Iraq – e non mostra alcun segno di avere il minimo desiderio di rinunciare ai suoi possedimenti iracheni (i borbottii sul "ritiro" dentro la Beltway [a Washington NdT] non hanno importanza).
E’ questo il vero volto della "democrazia" e della "libertà" americana in Iraq; ma anche qui, per l’amministrazione Bush, la "democrazia", ora elevata ai vertici nella sua commedia di moralità globale, ha solo assunto il ruolo giocato un tempo dalle armi di distruzione di massa - per dirla secondo la tanto famosa espressione di Paul Wolfowitz - come “il solo tema su cui tutti potevano essere d’accordo” – dato che ogni altra spiegazione per l’invasione, l’occupazione, e la rivolta sono state spazzate via dal tavolo. (Come ha commentato un traduttore del giornalista Christian Parenti: "Ah, la libertà. Guarda, abbiamo la libertà delle file per la benzina, la libertà di saccheggio, la libertà di uccidere, la libertà di stupro, la libertà di fumare l’hashish. Non so che farci con tutta questa libertà".).
A fronte di questo i sunniti hanno armi, fondi, e determinazione; i kurdi una spinta potente verso l’ indipendenza; e l’Ayatollah Ali Sistani, che ha portato alle urne così tanti sciiti, non ha che una sola minaccia (anche se immensamente potente) – quella che, se insoddisfatto, potrebbe, in una versione della soluzione iraniana del 1979, invitare a scendere in piazza un numero imprecisato di sciiti per sfidare l’occupazione.
Nel frattempo, il mercanteggiamento per il "potere" somiglia alquanto a un nido di vipere.
C’è l’ex-uomo dell’America a Baghdad, Ayad Allawi, ancora in ballo; c’è il nostro precedente uomo a Baghdad, Ahmed Chalabi (La Scheherazade dei neocon prima dell’invasione, e ancora appoggiato da alcuni di loro), un uomo che ha superato qualunque gatto quanto al numero di vite; c’è Adel Abd al-Mahdi, il ministro delle finanze del governo a interim e il presunto “Cavallo di Troia” dell’amministrazione Bush nella principale coalizione sciita – le superpotenze, ricordatevelo, non hanno bisogno di limitarsi a un solo "uomo" quando possono avere "uomini" ovunque vogliono – che solo di recente stava negoziando budget di austerità con il Fondo Monetario Internazionale e facendo piani per una nuova legge petrolifera "molto promettente per gli investitori americani," come scrive Naomi Klein; poi ci sono i kurdi filo-iraniani e gli sciiti filo-iraniani; e anche un po’ di sunniti infiacchiti, e Dio sa chi altro.
In realtà, l’Iraq è stato schiacciato dal carro armato dell’amministrazione Bush e non c’è alcuna strada ovvia per spingerlo verso qualcosa che possa portare in un qualunque posto accettabile, a prescindere da chi ora possa essere sul sedile del conducente.
Come indica Dilip Hiro, in un aggiornamento del suo articolo scritto prima delle elezioni sul Cul-de-sac elettorale iracheno, anche i problemi più immediati di qualunque nuovo governo saranno densi di pericoli. E qualunque cosa accada, per il futuro prevedibile, l’Iraq – con il suo mare di petrolio ancora in gran parte per la maggior parte inottenibile – rimarrà un paese occupato e completamente umiliato. Quale immagine dovrebbe allora essere scelta per l’Iraq americano – “schema di Ponzi”, castello di carte, o [riempite voi lo spazio vuoto] – ma non, io credo, per quanto ci si possa spingere in là con l’immaginazione, quella di una terra di democrazia e libertà.
Tom Engelhardt, che gestisce Tomdispatch.com del Nation Institute ( “un antidoto regolare ai media dominanti"), è co-fondatore dell’American Empire Project e autore di The End of Victory Culture, una storia del crollo del trionfalismo americano all’epoca della Guerra Fredda, nonché di un romanzo, The Last Days of Publishing.
(Traduzione di Ornella Sangiovanni )
Amy Goodman intervista Robert Fisk
"Le elezioni non sono state solo la manifestazione di un popolo che chiede democrazia, ma che vuole libertà di votare e libertà dall’occupazione straniera. E se verrà tradito, rimpiangeremo di non aver mantenuto le nostre promesse".
Milioni di iracheni si sono recati alle urne nelle prime elezioni multi-partitiche del paese dopo cinquanta anni. Almeno 44 persone sono state uccise e oltre 100 ferite in attacchi kamikaze, sparatorie e esplosioni. Gli attacchi sono avvenuti in una situazione di sicurezza senza precedenti, tra cui il coprifuoco con ordine di sparare a vista, confini chiusi, divieto di utilizzare l’auto e restrizioni entro tutto l’Iraq.
Gli elettori si sono diretti verso gli oltre 30.000 seggi elettorali sparsi in tutto il paese, e le votazioni sono iniziate alle 7 e sono terminate alle 17. Alcuni funzionari hanno detto inizialmente che sui 13 milioni di persone che si erano registrati, si è presentato il 72%. In seguito hanno corretto la cifra a 8 milioni, poco più del 60%.
Il monitoraggio da parte di paese esteri non è avvenuto per paura di rapimenti, dunque è difficile stabilire l’imparzialità dell’elezione o la precisione delle cifre. Ma il consigliere elettorale dell’ONU in Iraq, Carlos Valenzuela, ha detto di essere soddisfatto dalle prime indicazioni di voto.
Nel frattempo durante una conferenza stampa a Washington, il presidente Bush ha accolto le elezioni come un successo clamoroso. • Presidente Bush, Conferenza stampa alla Casa Bianca, 30 Gennaio 2005. Il Presidente Bush ha parlato ieri alla Casa Bianca. Mentre a Washington le elezioni sono state viste come un successo clamoroso della democrazia, c’è stata una netta divisione nell’affluenza alle urne nel paese. L’affluenza è stata molto alta nelle regioni dominate da curdi e sciiti, ma nell’area sunnita il numero dei votanti è stato decisamente inferiore. A Samarra per esempio, le strade erano completamente deserte e ci sono stati poco meno di 1.400 voti su una popolazione di 200.000 persone. Hanno votato anche decine di migliaia di iracheni espatriati in 14 paesi.
Gli iracheni hanno votato per eleggere un’Assemblea Nazionale transitoria di 275 stati membri che redigerà una nuova costituzione, e sceglierà il futuro presidente e due vice-presidenti. Il presidente a sua volta eleggerà il primo ministro. I risultati preliminari si avranno in circa sei giorni, ma il risultato definitivo arriverà tra 10 giorni.
Nel suo ultimo articolo Robert Fisk, corrispondente per il Medio Oriente dell’Independent di Londra, ha scritto: "Vedere migliaia di sciiti, di donne in nero coperte con "hijab", di uomini in giacca di pelle o con vestiti lunghi, di bambini accanto a loro, è stato uno spettacolo mozzafiato. Osama Bin Laden aveva chiamato queste elezioni un’apostasi, ma in molti non hanno ascoltato la sua minaccia Wahabi. Sono venuti ad affermare il diritto sulla propria terra (proprio per questo l’Ayatollah Ali al-Sistani, il grande marji degli sciiti in Iraq, ha detto loro di andare a votare) e sarà soltanto colpa degli Stati Uniti e della Gran Bretagna se non ci riusciranno!"
Robert Fisk, corrispondente per il Medio Oriente dell’Independent di Londra.
Amy Goodman: Anche se a Washington hanno salutato le elezioni irachene come un successo clamoroso della democrazia, c’è stata una netta divisione nell’affluenza alle urne nel paese. L’affluenza è stata molto alta nelle regioni dominate da curdi e sciiti, ma nell’area sunnita il numero dei votanti è stato decisamente inferiore. E adesso la parola a Baghdad al reporter dell’Independent Robert Fisk. Benvenuto a Democracy Now!, Robert. Robert Fisk : Ciao, Amy.
Goodman: E’ bello averti con noi. Puoi descrivermi quello che hai provato nel corso di questa giornata appena trascorsa?
Fisk : Nonostante io sia sempre molto cinico sul Medio Oriente, e credo di avere le mie buone ragioni, devo però dire che è stata un’esperienza molto commovente vedere centinaia e migliaia di musulmani sciiti a Baghdad che camminavano per le strade nonostante il rumore delle esplosioni e degli spari. In due minuti ho contato 30 serie di bombardamenti proprio vicino a noi, mentre mi recavo verso uno dei seggi elettorali.
Tutte queste famiglie che portano con sé i figli, i bambini tra le braccia per andare a votare. Gli sciiti hanno deciso di votare. Hanno rispettato le istruzioni del supremo leader sciita, il marja, Ali al-Sistani che ha detto che è più importante votare che digiunare per il Ramadan o pregare. E andando nei seggi elettorali potevi parlare con loro, l’amministrazione americana insisteva affichè le telecamere effettuassero riprese soltanto in 5 seggi, di cui quattro erano naturalmente sciiti, affollatissimi di elettori, uno solo era per i sunniti dei ceti più alti con pochi elettori, e nessuno seggio dei sunniti dei ceti più bassi dove naturalmente non ci sarebbe stato nessuno. Ma noi giornalisti potevamo muoverci abbastanza liberamente da un seggio all’altro, a piedi perché le strade erano chiuse e non c’erano veicoli, esclusi quelli delle pattuglie militari americane e della polizia irachena.
E sai, vedere tutte queste persone unite, le famiglie con i loro documenti d’identità, tutte doverosamente con le dita sporche d’inchiostro per evitare brogli elettorali, e poi vederle, almeno qui nella zona dove mi trovo io, mentre andavano a votare per l’alleanza irachena, l’alleanza irachena sciita, ed ecco, si sentiva nell’aria una certa pressione insieme certo alle esplosioni, e infatti i primi due kamikaze si sono fatti esplodere vicino a noi, uccidendo almeno 6 delle 60 persone che poi sarebbero state uccise in quelle 24 ore, e loro erano lì, passavano attraverso i posti di blocco e andavano a votare.
E suppongo che questo era proprio quello che volevamo vedere. Il punto è però che gli sciiti non stavano votando per la democrazia, anche se vorrebbero averla e ci credono. Molti di loro l’hanno chiaramente espresso alle urne. Sono venuti a votare perchè al-Sistani ha detto loro di farlo. "Stiamo votando perché prima non avevamo il permesso di farlo. Stiamo votando perché vogliamo che gli americani se ne vadano."
Ma i media americani dicono che sono venuti a votare per la democrazia. E probabilmente è vero. Ma sono anche venuti perché pensano e credono e sono convinti del fatto che votando avranno un paese libero dalle forze d’occupazione. Se ciò verrà loro negato, se si sentiranno traditi e se il loro voto non avrà alcun valore, naturalmente sorgerà un altro problema. Cosa penseranno della democrazia? Si uniranno all’insurrezione? I curdi naturalmente hanno votato per la loro autonomia e, in un certo senso, tra gli iracheni loro sono i più favorevoli agli americani: anche se hanno votato nelle elezioni irachene, tentano di votare per restare fuori dall’Iraq. Più autonomia riusciranno ad ottenere, (e le bandiere che si vedevano per strada erano certo curde e non irachene) più vicini saranno a quell’indipendenza che il popolo curdo chiede da decenni, praticamente da almeno 200 anni.
Quindi, quello che si è riusciti ad ottenere è un’elezione che ha dimostrato l’immenso coraggio degli sciiti. Forse meno coraggio l’hanno dimostrato i curdi che comunque vivono nell’area più sicura dell’Iraq. Ma, in ogni caso, sono andati a votare, pur essendo stati minacciati in passato, e c’è stata un’astensione totale dei musulmani sciiti e questo naturalmente è il problema. Se ci sarà un’assemblea nazionale, che dovrebbe essere rappresentativa del popolo iracheno e se questa fosse stata un elezione non per formare per un governo, o un’assemblea che dovrà poi scegliere una costituzione, sulla quale ci sarà un referendum ed un’altra elezione per un nuovo governo, allora quanto potrebbe essere ritenuto legittimo il nuovo parlamento? E’ il 20% della popolazione. L’unica parte della popolazione che sta attivamente e con violenza resistendo agli americani non viene rappresentata.
Questo è naturalmente il vero problema. Anche gli sciiti si sentiranno traditi perché quello che vogliono, cioè naturalmente essere a capo del nuovo governo, non avverrà immediatamente. Vogliono che questo diventi un paese sciita. Non vogliono una repubblica islamica, ma vogliono il potere perché rappresentano il 60% della popolazione e per 100 anni non sono stati rappresentati.
Quello che queste elezioni hanno fatto realmente non è una dimostrazione di un popolo che chiede democrazia, ma vogliono una libertà di tipo diverso, libertà di votare, ma anche libertà dall’occupazione straniera. E se verranno traditi, rimpiangeremo di non aver mantenuto le nostre promesse.
Certamente anche i soldati iracheni a guardia dei seggi elettorali e il fatto che indossavano tutti cappucci neri per non essere identificati ci fa vedere il senso di sicurezza precaria qui, ed è la stessa cosa, vogliamo che gli americani se ne vadano. Naturalmente non è stato promesso nulla del genere. Iyad Allawi, il Primo Ministro che era un ex agente della CIA nominato dagli americani, e che potrebbe benissimo essere nominato di nuovo con l’aiuto americano come capo di una coalizione del nuovo governo dopo la formazione del nuovo parlamento, si limita a dire: non vogliamo che gli americani se ne vadano adesso. Questa è una grande vittoria sul terrorismo. Proprio eri mattina dal suo ufficio bunker nella cosiddetta zona verde dove è protetto da forze americane e inglesi, ha solennemente e pubblicamente votato davanti le telecamere e ha chiesto a tutti gli iracheni di andare a votare come ha fatto lui. Ovviamente loro non possono votare come ha fatto lui. Devono uscire per strada dove è veramente pericoloso, con i kamikaze e i bombardamenti, mentre Allawi era al sicuro. È questa oggi la vita in Iraq.
Di nuovo, ripeto, è stato molto commovente vedere tutti questi sciiti - questo è avvenuto anche in altre città, soprattutto a Basra nel sud e a Najaf, Kerba e Kufa - prendere le loro famiglie, camminare silenziosamente per le strade. Come dicevo, nell’aria rimbombavano le esplosioni e si recavano in silenzio alle urne, perché avevano comunque deciso di votare. Impressionante davvero.
Goodman: Dobbiamo fare una pausa adesso. Quando torneremo, vorrei chiederti, Robert, dei curdi e di un articolo apparso nel The Guardian di Londra che diceva che forse l’Iraq potrebbe avere il suo primo presidente o primo ministro curdo, mentre procede il dialogo tra i due leader curdi che chiederanno uno dei due posti di comando. Stiamo parlando con Robert Fisk dell’Independent. E’ in linea con noi da Baghdad dove si sono appena concluse le elezioni. [pausa]
Goodman: Stiamo parlando con Robert Fisk dell’ Independent, corrispondente dal Medio Oriente, adesso a Baghdad, per parlare delle elezioni. Quest’ultimo articolo sulla possibilità di un primo ministro, o forse un presidente, curdo. Robert Fisk.
Fisk : Scusatemi se la linea è disturbata ma ci sono i vostri elicotteri che stanno sorvolando la zona. Non credo che si possa discutere se i curdi, se un curdo possa diventare primo ministro o presidente. Questo è sempre possibile. Il punto è quale sarà il coinvolgimento americano nel fornire all’Iraq il suo prossimo governo ad interim.
Di nuovo vorrei ripetere, che si è votato per un’assemblea nazionale che scriverà una costituzione, che dovrà essere approvata con un referendum, e in dicembre ci sarà un’altra elezione per un "governo reale".
Il punto è questo: non sappiamo i risultati e non li sapremo per giorni, è possibile che l’amministrazione, che è effettivamente nelle mani degli americani (anche l’ambasciatore Negroponte sarà coinvolto), cercherà di formare una coalizione di governo. Questo comporterà una leadership dei politici sciiti che hanno vinto nelle elezioni, e comporterà anche la presenza di alcuni sunniti che si trovano nelle liste sciite.
Era un sistema di liste, con il metodo proporzionale e naturalmente includerà sicuramente qualche curdo. Sarebbe molto bello e molto democratico e libero se una coalizione di governo riuscisse ad includere sciiti,sunniti e curdi. Sono certo che è quello che vorrebbero gli americani.
Ma allora la grande alleanza sciita che ha ottenuto seggi alle elezioni potrebbe rivelarsi l’opposizione ufficiale e gli Sciiti allora direbbero: "bene, è molto bello avere questa bella coalizione formata da tutti i gruppi etnici. Ma noi abbiamo vinto le elezioni. Rappresentiamo il 60% della popolazione e facciamo parte di una coalizione dove non abbiamo la maggioranza e il nostro maggior partito è relegato all’opposizione in parlamento".
In questo momento questo è il pericolo maggiore: vedere tale amministrazione correggere i risultati elettorali e occidentalizzare una coalizione di governo equa che comprenda sciiti, sunniti e curdi, ma che non rappresenterà i risultati elettorali che dovrebbero mostrare una maggioranza sciita. Intendo dire che in questo momento ci sono alcuni membri della alleanza più vasta dei gruppi sciiti che dicono che sono certi di aver ottenuto più del 50% dei voti nell’elezione. Se è così, gli sciiti diranno, ehi un attimo, siamo noi la maggioranza, abbiamo ottenuto più voti degli altri, abbiamo il maggior numero di seggi e ci state facendo diventare parte di una coalizione, il più grande partito dell’opposizione al parlamento. Naturalmente questo sarebbe un tradimento proprio come sarebbe un tradimento se improvvisamente americani e inglesi e altre forza straniere dicessero che non hanno intenzione di andarsene.
Quindi alla fine, abbiamo delle aspettative da queste elezioni. E dobbiamo ammettere, devo ammettere, avendo visto ed essendo stato lì a camminare con la popolazione verso i seggi a Baghdad, che gli sciiti che hanno voluto votare l’hanno proprio fatto in massa e con grande coraggio. Saranno adesso rappresentati dal processo ambiguo della coalizione di governo, che dovrà compiacere l’occidente, che naturalmente dovrà includere i curdi e poi naturalmente dovrà includere anche i sunniti o gli sarà effettivamente detto, ok, gli sciiti adesso hanno quello che il popolo americano chiama empowerment, cioè pieni poteri. Questa è in effetti una repubblica sciita, non una repubblica islamica, questo paese è, in realtà, un paese sciita. I risultati elettorali, il parlamento, il prossimo governo, rispecchieranno veramente la realtà? Se è così che andranno le cose ne saremo commossi, altrimenti sarebbe stato meglio non fare nessuna elezione.
Goodman: Robert Fisk, voglio ringraziarti per essere stato con noi, in diretta da Baghdad il giorno dopo le elezioni. Robert Fisk, da tempo corrispondente per il Medio Oriende dell’Independent inglese. .
Fonte: Democracy Now!
Traduzione di Simona Schimmenti per Nuovi Mondi Media
Socialistworker , 19 febbraio 2005
(versione italiana a cura di frebooter)
Il Dott. Salam Ismael lo scorso mese ha portato aiuti a Fallujah. Questa è la storia di come gli Stati Uniti hanno assassinato una città
All’inizio fu l’odore che mi colpì, un odore difficile da descrivere e che non dimenticherò mai. Era l’odore della morte. Centinaia di cadaveri che si stavano decomponendo nelle case, nei giardini e nelle strade di Fallujah. I corpi marcivano dove erano caduti, corpi di uomini, donne e bambini, molti per metà mangiati dai cani randagi.
Una ondata di odio aveva spazzato via due terzi della città, distruggendo case e moschee, scuole ed ospedali. Era la tremenda e spaventosa potenza dell’assalto militare degli USA.
I racconti che sentii nei due giorni successivi vivranno in me per sempre. Voi potete pensare di sapere ciò che è accaduto a Fallujah. Ma la realtà è peggiore di quanto forse potreste avere immaginato.
A Saqlawiya, uno degli improvvisati campi profughi che circondano Fallujah, abbiamo trovato una vecchia di 17 anni. "Sono Hudda Fawzi Salam Issawi del distretto di Jolan a Fallujah", mi disse, "Cinque di noi, compreso un vecchio vicino di 55 anni, quando è cominciato l’assedio sono rimasti intrappolati insieme nella nostra casa a Fallujah.
"Il 9 novembre i marines americani sono arrivati alla nostra casa. Mio padre ed il vicino andarono alla porta per incontrarli. Non eravamo combattenti. Pensavamo di non avere nulla da temere. Sono corsa in cucina per mettere il velo, dal momento che dovevano entrare in casa degli uomini e sarebbe stato inopportuno farmi vedere a testa scoperta.
"Questo mi ha salvato la vita. Appena mio padre ed il vicino si avvicinarono alla porta gli americani aprirono il fuoco su di loro. Morirono all’istante.
"Io e mio fratello di 13 anni ci nascondemmo in cucina, dietro al frigorifero. I soldati entrarono nella casa e presero mia sorella maggiore. La picchiarono. E quindi le spararono. Ma non videro me. Appena se ne erano andati, ma non prima di avere distrutto i nostri mobili ed avere rubato il denaro dalla tasca di mio padre".
Hudda mi raccontò di come ha confortato la sorella morente leggendo versi del Corano. Dopo quattro ore la sorella morì. Per tre giorni Hudda e suo fratello sono rimasti con i loro partenti assassinati. Ma avevano sete e da mangiare avevano soltanto pochi datteri. Temevano che i soldati sarebbero ritornati e decisero di provare a scappare dalla città. Ma vennero individuati da un cecchino USA.
Hudda venne colpita ad una gamba, suo fratello correva ma fu colpito alla schiena e morì all’istante. "Mi preparai a morire", mi disse. "Ma fui trovata da una soldatessa americana che mi portò all’ospedale". Alla fine si ricongiunse ai membri sopravvissuti della sua famiglia.
Trovai anche altri sopravvissuti di un’altra famiglia del distretto di Jolan. Mi dissero che alla fine della seconda settimana di assedio le truppe USA percorsero Jolan. La Guardia Nazionale irachena utilizzava altoparlanti per chiedere alla gente di uscire dalle case portando bandiere bianche, portando con se tutti i loro effetti personali. Venne loro ordinato di raccogliersi fuori vicino alla moschea di Jamah al-Furkan, nel centro della città.
Il 12 novembre Eyad Naji Latif ed otto membri della sua famiglia, uno di loro un bambino di sei mesi, raccolsero i loro effetti personali e camminarono in una unica fila, secondo le istruzioni, verso la moschea.
Quando raggiunsero la strada principale all’esterno della moschea udirono un grido, ma non riuscirono a capire cosa veniva gridato. Eyad mi ha detto che poteva essere stato "ora" in inglese. Poi iniziarono gli spari.
I soldati USA apparvero dai tetti delle case circostanti ed aprirono il fuoco. Il padre di Eyad venne colpito al cuore e sua madre al petto.
Morirono all’istante. Anche due dei fratelli di Eyad furono colpiti, uno al petto ed uno al collo. Due delle donne vennero colpite, una ad una mano e l’altra ad una gamba.
Quindi i cecchini uccisero la moglie di uno dei fratelli di Eyad. Quando cadde, suo figlio di cinque anni corse da lei e rimase sopra il suo corpo. Uccisero anche lui.
I sopravvissuti fecero ai soldati dei disperati appelli perché cessassero il fuoco.
Ma Eyad mi disse che ogni volta che uno di loro tentava di alzare una bandiera bianca veniva colpito. Dopo diverse ore provò di alzare il braccio con la bandiera. Ma lo colpirono al braccio. Infine provò ad alzare la mano. Così lo colpirono alla mano.
I cinque sopravvissuti, compreso il bambino di sei mesi, stettero distesi sulla strada per sette ore. Poi quattro di loro strisciarono fino alla casa più vicina per trovare riparo.
Il mattino successivo anche il fratello che era stato colpito al collo riuscì a strisciare verso la salvezza. Rimasero tutti nella casa per otto giorni, sopravvivendo di radici e di una tazza d’acqua che avevano risparmiato per il bambino.
L’ottavo giorno furono scoperti da alcuni membri della Guardia Nazionale irachena e portati in ospedale a Fallujah. Essi sentirono che gli americani arrestavano tutti gli uomini giovani, così la famiglia fuggì dall’ospedale e ottenne finalmente delle cure in una città vicina.
Essi non sanno in dettagli cosa accadde alle altre famiglie che erano andate verso la moschea come ordinato. Ma mi dissero che la strada era bagnata di sangue.
Ero arrivato a Fallujah in gennaio come parte di un convoglio di aiuti umanitari finanziato da donazioni britanniche.
Il nostro piccolo convoglio di camion e pulmini portava 15 tonnellate di farina, otto tonnellate di riso, medicinali e 900 capi di vestiario per gli orfani. Sapevamo che migliaia di profughi erano accampati in condizioni terribili in quattro campi alla periferia della città.
Lì sentimmo racconti di famiglie uccise nelle loro case, di feriti trascinati in strada ed investiti con i carri armati, di un container con dentro i corpi di 481 civili, di assassinio premeditato, saccheggio ed atti di ferocia e crudeltà che superano ogni immaginazione.
In mezzo alle rovine
Per tale motivo decidemmo di entrare a Fallujah a investigare. Quando entrammo in città quasi non riconoscevo il posto dove avevo lavorato come medico nell’aprile del 2004, durante il primo assedio.
Trovammo persone che vagavano come fantasmi tra le rovine. Alcuni cercavano i corpi dei parenti. Altri cercavano di recuperare dalle case distrutte alcuni dei loro beni.
Qua e là, piccoli gruppi di persone facevano la coda per carburante o cibo. In una coda alcuni sopravvissuti lottavano per una coperta.
Ricordo di essere stato avvicinato da un’anziana donna, i suoi occhi gonfi di lacrime. Mi afferrò per il braccio e mi raccontò di come la sua casa era stata colpita da una bomba USA durante un’incursione aerea. Il soffittò crollo sul figlio di 19 anni, tagliandogli entrambe le gambe.
Non poté ottenere aiuto. Non poteva andare in strada perché gli americani avevano postato cecchini sui tetti ed uccidevano chiunque si avventurasse fuori, anche di notte.
Fece del suo meglio per fermare l’emorragia, ma fu inutile. Rimase con lui, il suo unico figlio, finché questi morì. Ci vollero quattro ore perché morisse.
Il principale ospedale di Fallujah fu preso dalle truppe USA nei primi giorni dell’assedio. L’altra sola clinica, la Hey Nazzal, venne colpita due volte dai missili USA. I suoi medicinali e l’attrezzatura medica vennero tutti distrutti.
Non c’erano ambulanze, le due ambulanze che venivano ad aiutare i feriti furono colpite e distrutte dalle truppe USA.
Abbiamo visitato case del distretto di Jolan, un’area povera di lavoratori nella parte nord occidentale della città che era stata il centro della resistenza durante l’assedio di aprile.
Sembrava che questo quartiere fosse stato scelto per la punizione durante il secondo assedio. Ci spostavamo di casa in casa, scoprendo famiglie morte nei loro letti, o abbattute in soggiorno o in cucina. Tutte le case avevano i mobili fracassati ed i beni sparpagliati.
In alcuni posti trovammo corpi di combattenti, vestiti in nero e con le cartucciere.
Ma, nella maggior parte delle case, i corpi erano di civili. Molti erano in vestaglia, molte delle donne non avevano il velo, il che significa che nella casa non vi erano altri uomini che quelli della famiglia. Non vi era nessuna arma, nessun bossolo.
Ci divenne chiaro che eravamo testimoni delle conseguenze di un massacro, il macello a sangue freddo di civili inermi ed indifesi.
Nessuno sa quanti sono morti. Ora le forze d’occupazione spianano i quartieri con i bulldozer per coprire il loro crimine. Ciò che è accaduto a Fallujah è stato un atto di barbarie. La verità deve essere raccontata al mondo intero.
The Guardian, 18 febbraio 2005
Abbiamo vissuto giorni bui sotto la dittatura di Saddam Hussein. Quando il regime è caduto, la gente ha desiderato una nuova vita: una vita senza restrizioni e terrore; una vita dove avremmo potuto ricostruire il nostro paese e godere le nostre ricchezze naturali. Invece, le nostre comunità sono state attaccate con mezzi chimici e bombe a frammentazione e la nostra gente torturata, rapita e uccisa nelle loro case. La polizia segreta di Saddam usava salire furtivamente sopra i tetti delle nostre case di notte; le truppe di occupazione ora abbattono le nostre porte in pieno giorno. I media non mostrano neppure una frazione della devastazione che ha inghiottito l’Iraq. I giornalisti che osano segnalare la verità di che cosa sta accadendo sono stati rapiti dai terroristi. Ciò serve al ruolino di marcia dell’occupazione, che mira ad eliminare i testimoni dei suoi crimini. Gli operai nei giacimenti di petrolio del sud dell’Iraq hanno cominciato ad organizzarsi presto dopo che le forze d’occupazione britanniche avevano invaso Bassora. Abbiamo fondato la nostra associazione, la Southern Oil Company Union, appena 11 giorni dopo la caduta di Baghdad nel mese di aprile del 2003. Quando le truppe di occupazione sono arretrate e hanno permesso che gli ospedali di Bassora, le università ed i servizi pubblici fossero bruciati e saccheggiati, mentre hanno difeso soltanto il ministero ed i giacimenti di petrolio, abbiamo capito che avevamo a che fare con una forza brutale pronta ad imporre la propria volontà senza riguardo per la sofferenza umana. Dall’inizio, non abbiamo avuto alcun dubbio che gli Stati Uniti ed i loro alleati fossero venuti a prendere il controllo delle nostre risorse petrolifere.
Le autorità di occupazione hanno mantenuto molte delle leggi repressive di Saddam, compreso l’ordine 1987 che deruba dei diritti di base il sindacato, compreso il diritto di sciopero. Oggi, ancora non abbiamo riconoscimento ufficiale come sindacato, malgrado abbiamo 23.000 membri in 10 aziende del gas e del petrolio a Bassora, Amara, Nassiriya e fino alla provincia di Anbar. Tuttavia, otteniamo la nostra legittimità dagli operai, non dal governo. Crediamo che i sindacati dovrebbero operare senza riguardo ai desideri del governo, fino a che la gente non possa infine scegliere un governo iracheno genuinamente responsabile ed indipendente, che rappresenti i nostri interessi e non quelli dell’imperialismo americano. La nostra unione è indipendente da tutti i partiti politici. La maggior parte dei sindacati in Gran-Bretagna sembrano essere informati soltanto di una federazione in Irak, Iraqi Federation of Trade Unions, paragovernativa, il cui presidente, Rassim Awadi, è funzionario del partito del primo ministro, imposto dagli Usa, Ayad Allawi . La direzione del IFTU è divisa fra il partito comunista pro-governo, l’Iraqi National Accord di Allawi ed i loro satelliti. In realtà, ci sono altre due federazioni di sindacati, che sono collegate ai partiti politici, così come la nostra propria organizzazione. Il nostro sindacato ha già dimostrato che può tener testa ad una delle aziende degli Stati Uniti più potenti, KBR del Dick Cheney, che ha provato ad assumere il controllo dei nostri posti di lavoro con la protezione delle forze di occupazione. Li abbiamo cacciati fuori ed abbiamo costretto il loro subappaltatore kuwaitiano, Al Khourafi, a sostituire 1.000 dei 1.200 impiegati che ha portato con sé con gli operai iracheni, il 70% dei quali sono oggi disoccupati. Inoltre abbiamo combattuto il programma dei salari del vicerè degli Stati Uniti Paul Bremer, che ha stabilito che gli operai iracheni del settore pubblico debbano guadagnare 69.000 dinari ($35) al mese, mentre pagano fino a $1.000 al giorno ai migliaia di mercenari stranieri .Nell’agosto 2003 abbiamo intrapreso uno sciopero ed abbiamo interrotto tutta la produzione di petrolio per tre giorni. Di conseguenza, le autorità di occupazione hanno dovuto aumentare gli stipendi ad un minimo di 150.000 dinari.
Lo vediamo come un nostro dovere per difendere le risorse del paese. Rifiutiamo ed ci opporremo a ogni mossa per privatizzare la nostre industria petrolifera e risorse nazionali. Consideriamo questa privatizzazione come una forma di neo-colonialismo, un tentativo di imporre un’occupazione economica permanente per seguire l’occupazione militare. L’occupazione ha fomentato deliberatamente una divisione settaria di Sunniti e di Sciiti. Non abbiamo conosciuto mai prima questa specie di divisione. Le nostre famiglie si sposavano tra loro, abbiamo vissuto insieme e lavorato. Ed oggi stiamo resistendo insieme a questa occupazione brutale, da Falluja a Najaf alla città di Sadr. La resistenza alle forze di occupazione è un diritto divino dato agli iracheni e noi, come sindacato, ci sentiamo parte necessaria di questa resistenza - anche se combatteremo usando il nostro potere industriale, la nostra forza collettiva come sindacato e come parte della società civile che ha bisogno di evolversi per sconfiggere sia le elite ancora potenti di Saddam sia l’occupazione straniera del nostro paese.
Bush e Blair dovrebbero ricordarsi che coloro che hanno votato nelle elezioni dell’ultimo mese in Iraq sono ostili all’occupazione come coloro che le hanno boicottate. Coloro che sostengono di rappresentare gli operai iracheni mentre chiedono alle forze di occupazione di rimanere un po’ più a lungo, per "i timori della guerra civile", in effetti stanno parlando soltanto per se stessi e per la minoranza di iracheni i cui interessi dipendono dall’occupazione. Noi come sindacato chiediamo il ritiro delle forze straniere di occupazione e delle loro basi militari. Non desideriamo una data - questa è una tattica per perdere tempo. Risolveremo i nostri problemi. Siamo iracheni, conosciamo il nostro paese e possiamo prendercene cura. Disponiamo dei mezzi, delle abilità e delle risorse per ricostruire e generare la nostra propria società democratica.
Hassan Juma’a Awad è segretario generale della Southern Oil Company Union dell’Iraq e presidente del Sindacato degli operai del petrolio di Bassora
(Traduzione di Paola Mirenda )
Reporter freelance Dahr Jamail è un giornalista americano con un blog molto seguito. Ha trovato un medico testimone dell’assedio americano. Niente prigionieri. I marine sparavano su tutto e su tutti. Anche su chi si arrendeva e sui malati in camera operatoria. Ora i profughi hanno paura
Queste sono le storie che continueranno a emergere dalle macerie di Falluja per anni. Anzi, per generazioni. Parlando a condizione di mantenere l’anonimato, il dottore è seduto insieme a me in una stanza d’albergo ad Amman, dove ora si è rifugiato. Aveva parlato di ciò che ha visto a Falluja nel Regno Unito ed ora è minacciato dai militari statunitensi, qualora tornasse in Iraq. «Ho cominciato a parlare di quello che era successo a Falluja durante entrambi gli assedi affinché queste cose si sappiano, e gli americani hanno fatto irruzione a casa mia per tre volte» dice, parlando così in fretta che riesco a malapena a stargli dietro. Avendo lavorato a Falluja, possiede prove video e fotografiche di tutto ciò che mi racconta.
«Sono entrato nella città con un convoglio sanitario e umanitario britannico alla fine di dicembre, e sono rimasto fino alla fine di gennaio, ma ero già stato a Falluja per lavorare con la gente e vedere quali fossero i loro bisogni, perciò ero lì dall’inizio di dicembre». Quando gli chiedo di spiegare cosa ha visto quando è entrato a Falluja a dicembre, mi risponde che era come se la città fosse stata colpita da uno tsunami. «Falluja è circondata da campi profughi dove le persone vivono in tende e vecchie automobili», spiega. «Mi sono tornati in mente i campi profughi palestinesi. Ho visto bambini tossire per il freddo, e non ci sono medicine. Quasi tutti hanno lasciato le loro case senza niente, senza soldi. Come possono vivere dipendendo solo dagli aiuti umanitari?». In un campo profughi nell’area nord di Falluja c’erano 1200 studenti che vivevano in sette tende.
«Una storia riguarda una ragazza di sedici anni», racconta, riferendosi a una delle testimonianze che ha filmato recentemente. «Lei è rimasta per tre giorni in casa con i corpi dei suoi familiari che erano stati uccisi. Quando i soldati sono arrivati, si trovava in casa con suo padre, sua madre, il fratello di 12 anni e due sorelle. Ha visto i soldati entrare e sparare a sua madre e a suo padre direttamente, senza dire niente». La ragazza è riuscita a nascondersi dietro il frigorifero con il fratello e ha assistito a questi crimini di guerra. «Loro hanno percosso le due sorelle della ragazza, poi hanno sparato loro in testa», dice. «Dopo questo fatto suo fratello, in preda a uno scatto d’ira, è corso verso i soldati urlandogli qualcosa, così quelli hanno ucciso anche lui». «Dopo che i soldati se ne sono andati lei è rimasta nascosta. È rimasta con le sue sorelle perché sanguinavano, erano ancora vive. Aveva troppa paura di chiedere aiuto perché temeva che i soldati tornassero e uccidessero anche lei. È rimasta lì tre giorni, senza acqua né cibo. Alla fine uno dei cecchini americani l’ha vista e l’ha portata all’ospedale», aggiunge prima di ricordami ancora una volta che tutta la testimonianza della ragazza è documentata su pellicola.
Mi racconta brevemente un’altra storia che ha documentato, di una madre che era in casa durante l’assedio. «Il quinto giorno d’assedio la casa è stata bombardata e il tetto è caduto sul figlio tranciandogli le gambe» dice usando le mani per mimare la scena. «Per ore la donna non è potuta uscire perché avevano annunciato che avrebbero sparato a chiunque fosse andato in strada. Perciò non ha potuto fare altro che fasciargli le gambe e guardarlo morire davanti ai suoi occhi». Fa una pausa per tirare il fiato, poi continua. «Uno dei miei colleghi, il dottor Saleh Alsawi, ha parlato di loro con grande rabbia. Si trovava all’ospedale principale quando loro hanno fatto irruzione, all’inizio dell’assedio. Sono entrati nella sala del teatro dove stavano lavorando su un paziente... lui era lì perché è un anestesista. Sono entrati con gli scarponi addosso, hanno malmenato i dottori e li hanno portati via, lasciando il paziente a morire sul tavolo operatorio». Questa storia è già stata riferita dai media arabi. Il medico mi parla del bombardamento della clinica Hay Nazal durante la prima settimana di assedio. «Questa conteneva tutti gli aiuti stranieri e le apparecchiature sanitarie di cui disponevamo. Tutti i comandanti Usa lo sapevano, perché glielo avevamo detto in modo che non la bombardassero. Ma nella prima settimana d’assedio l’anno bombardata due volte». Poi aggiunge: «Naturalmente hanno preso di mira tutte le nostre ambulanze e i dottori. Lo sanno tutti».
Il dottore mi dice che lui e alcuni altri medici stanno cercando di citare in giudizio l’esercito americano per il seguente episodio, per il quale egli ha la testimonianza su nastro. È una storia che mi è stata raccontata da molti profughi anche a Baghdad... alla fine dello scorso novembre mentre l’assedio era ancora in corso. «Durante la seconda settimana di assedio sono entrati e hanno annunciato che tutte le famiglie dovevano lasciare le loro case e recarsi all’incrocio della strada portando una bandiera bianca. Gli hanno dato 72 ore per andarsene e poi sarebbero stati considerati nemici» spiega. «Abbiamo documentato questa storia con un video: una famiglia di 12 persone, tra cui un parente e il suo figlio più grande di 7 anni. Avendo ricevuto queste istruzioni, sono andati via con tutto il cibo e i soldi che potevano riuscire a portare, e le bandiere bianche. Quando sono arrivati al punto di raccolta dove le famiglie si stavano affollando, hanno sentito qualcuno gridare `ora!’ in inglese, e dappertutto sono cominciati a piovere colpi di arma da fuoco».
Il giovane che ha raccontato questo episodio, ha visto i cecchini sparare a suo padre e a sua madre: sua madre alla testa e suo padre al cuore. Sono state colpite anche le sue due zie, poi suo fratello è stato colpito al collo. L’uomo ha detto che quando si è alzato dal terreno per chiedere aiuto, gli hanno sparato a un fianco. «Dopo alcune ore ha alzato il braccio per chiedere aiuto e gli hanno sparato al braccio» continua il dottore, «dopo un po’ ha alzato la mano e gli hanno sparato alla mano». Un ragazzino di sei anni si è sollevato sopra i corpi dei suoi genitori; piangeva, e hanno sparato anche a lui. «Sparavano a chiunque si alzasse» aggiunge il dottore, che mi ha detto di avere fotografie dei morti e delle ferite da arma da fuoco dei sopravvissuti. «Dopo che è sceso il buio, l’uomo che ha parlato con me con suo figlio, sua cognata e sua sorella è riuscito a strisciare via. Hanno raggiunto un edificio e ci sono rimasti otto giorni. Avevano un bicchiere d’acqua e l’anno dato al bambino. Hanno messo olio da cucina sulle ferite che naturalmente si erano infettate, e per mangiare hanno trovato delle radici e dei datteri».
Qui il dottore si ferma. Si guarda intorno, mentre fuori passano le macchine sulle strade bagnate... l’acqua sibila sotto le gomme. Ha lasciato Falluja alla fine di gennaio, perciò gli chiedo com’era la situazione quando se n’è andato, recentemente. «Forse è tornato il 25% delle persone, ma non ci sono ancora medici. Ora l’odio a Falluja contro ogni americano è incredibile, e non li si può biasimare. L’umiliazione ai check-point non fa che rendere la gente ancora più furiosa» mi spiega. «Sono stato lì, e ho visto che chiunque volti la testa viene minacciato e malmenato dai soldati americani e iracheni... un uomo lo ha fatto, e quando il soldato iracheno ha tentato di umiliarlo, l’uomo ha preso il fucile di un soldato che si trovava lì vicino e ha ucciso due soldati iracheni. Poi naturalmente gli hanno sparato». Il dottore mi dice che l’esercito americano che sta girando dei film di propaganda sulla situazione. «Il 2 gennaio al check-point nella zona nord di Falluja davano 200 dollari a famiglia per tornare in città in modo che potessero filmarli, quando in realtà in quel momento nessuno stava tornando» dice. Questo mi ricorda della storia che mi ha raccontato un mio collega su quello che ha visto a gennaio. In quel periodo la troupe della Cnn è stata scortata dai militari a filmare i netturbini che erano stati assunti come figuranti, e i soldati che davano le caramelle ai bambini. «Tu devi capire - conclude il dottore - dopo tutto questo odio è diventato difficile per gli iracheni, me compreso, distinguere tra il governo americano e il popolo americano».
Traduzione Marina Impallomeni
Agli sciiti il 48% dei voti e, forse, la maggioranza assoluta nell’Assemblea costituente. Ad Allawi il 14%. Ma l’affermazione dei curdi (26%) fa infuriare la Turchia. Ankara parla di «irregolarità» e «parlamento non rappresentativo»
Quelli della lista 169, dopo essere riusciti con un capolavoro politico a raggruppare tutti principali partiti sciiti, si aspettavano che le elezioni irachene avrebbero consegnato loro una maggiornaza schiacciante nell’Assemblea costituente di 275 membri. E invece ieri, due settimane dopo la chiusura delle urne, la commissione elettorale ha tirato fuori un verdetto meno netto del previsto: 48% al gruppone sponsorizzato dal grande ayatollah Ali al Sistani e un numero di seggi che varierà tra 132 e 140 e che, solo in questo secondo caso, sarebbero la maggioranza assoluta. La maggioranza sciita (circa il 60% della popolazione) discriminata durante qurant’anni di dominio del partito Baath dovrà comunque scrivere la costituzione assieme ai curdi e agli sciiti filostatunitensi dell’attuale primo ministro ed ex collaboratore dei servizi segreti occidentali Iyad Allawi. Sia la redazione della carta fondamentale che le nomine delle alte cariche dello stato richiedono infatti maggioranze qualificate: il presidente e i due vicepresidenti dovranno essere scelti a maggioranza di 2/3; da un accordo tra questi tre dovrà infine essere scelto un primo ministro e un governo, soggetti entrambi all’approvazione parlamentare. I tempi sono stretti: entro il 15 di agosto dovrebbe essere pronta la bozza della nuova costituzione; per il 15 di ottobre il testo deve essere sottoposto a referendum popolare, ed entro il 15 dicembre gli iracheni dovranno tornare alle urne per eleggere un nuovo parlamento.
Secondo la commissione elettorale hanno votato 8.5 milioni d’iracheni, il 58% degli aventi diritto. Quasi un miracolo se si considera che che ci sono città popolose assediate (Mosul), semidistrutte (Falluja) e che gli attentati rendono la vita invivibile nella capitale Baghdad. All’Alleanza irachena unita sono andati 4.075.295 voti (48%), all’Alleanza curda - della quale fanno parte sia il Partito democratico del Kurdistan di Massud Barzani che l’Unione patriottica del Kurdistan di Jalal Talabani - 2.175.551 preferenze (26%) e alla Lista irachena di Allawi 1.168.943 (14%). Assieme questi tre gruppi rappresentano l’88% dell’elettorato e sono quelli che decideranno nell’immediato futuro il destino di un processo di ingegneria istituzionale ancora molto incerto, minato dal boicottaggio sunnita e da quella parte della resistenza armata che pretende anzitutto l’allontanamento degli occupanti dall’Iraq. Nella provincia di al Anbar - quella di Falluja - hanno votato poco meno di 14.000 persone, il 2% degli aventi diritto. Nell’area di Ninive, dove sorge Mosul, è andato ai seggi il 17% degli abitanti.
I sunniti hanno ovviamente subito contestato i risultati. In un’intervista alla televisione panaraba al Jazeera Mohammed Bashar del Consiglio degli ulema ha lamentato la mancanza di osservatori delle Nazioni unite e messo in dubbio il responso delle urne. «Quelli che hanno boicottato il voto sono più di quelli che hanno partecipato - ha dichiarato -. Ma boicottare le elezioni non significa che rinunceremo ai nostri diritti». Quest’ultima frase potrebbe segnalare la volontà di parte dei sunniti d’inserirsi - attraverso le commissioni tecniche - nel processo di redazione della costituzione. Molto critico anche Adnan Pachachi, rispettato ex ministro degli esteri dell’era pre-Saddam, sunnita, che più volte aveva alzato la voce per cercare di ottenere un rinvio del voto, impossibile secondo lui con la violenza che impazza nelle città irachene. La sua lista, con 12.000 voti, ha ottenuto un magro 0.1%, ma lui ha avuto la forza di tornare a gridare, dagli schermi di al Arabiya, che «un gran numero di iracheni non ha partecipato e che quindi ci sono parti del paese non adeguatamente rappresentate nell’Assemblea nazionale». Ghazi al Yawar, con 150.000 voti e il 2% ha il partito sunnita più rappresentato.
Chi festeggia di più per ora sono i curdi, che ieri hanno inscenato caroselli di auto per le strade di Kirkuk, la città del nord del paese nella cui regione si trovano i giacimenti petroliferi più importanti. I partiti curdi hanno ottenuto il 60% nelle votazioni per il consiglio provinciale (se ne sono rinnovati 18 in tutto il paese) ma la città ha anche forti minoranze arabe e turcomanne. Così, mentre i seguaci di Barzani e Talabani sparavano in aria salve di kalashnikov, il ministero degli esteri turco ha diramato una nota gelida, nella quale invita la commissione elettorale e le Nazioni unite a riesaminare quello che ha definito un esito «distorto» del voto. «È emerso che che alcuni elementi hanno cercato d’influenzare il voto e a tal fine hanno compiuto una serie d’irregolarità. Il risultato - continua la nota - è che il parlamento iracheno provvisorio non rifletterà i reali rapporti demografici della società irachena». Da tempo Ankara denuncia che i partiti curdi stanno trasferendo popolazione curda a Kirkuk - dove ci sono anche tanti turcomanni e arabi - per spostare i rapporti di forza demografici a loro vantaggio.
Tre mesi dopo l’offensiva americana e la presa di questo bastione sunnita, appena il 20% della popolazione è tornata. Qualche abitante sopravvive tra le rovine. La Croce Rossa tenta di aiutare, mentre l’esercito iracheno pattuglia e saccheggia ciò che resta.
Le Monde, 8 febbraio 2005
Tre mesi dopo l’offensiva americana contro Fallujah, che è iniziata l’otto novembre 2004, la città ribelle, situata ad una cinquantina di chilometri ad ovest di Baghdad, è una città sinistra, svuotata, sepolcrale. "Come dopo un terremoto di terra, uno tsunami di fuoco e di bombe che non ha praticamente risparmiato nulla, neanche le moschee", racconta lo sceicco Taghlib Al- Alusi, presidente della Choura, l’assemblea dei dignitari religiosi. La città delle cento moschee non è più che l’ombra di se stessa. "E’ una tragedia! Io ho pianto come un bambino", spiega il responsabile della moschea, Hazrah Mouhammedia, che, dopo la fine dei principali combattimenti, all’inizio di dicembre, è ritornato tre volte in quello che fu un bastione sunnita. Le lacrime gli arrivano agli occhi mentre evoca lo stato attuale della città di 400.000 abitanti sul bordo dell’Eufrate. "Praticamente non una casa è stata risparmiata. Il 20% sono state bruciate e almeno il 10% totalmente distrutte", afferma questo ingegnere, che denuncia i bombardamenti massicci degli americani ogni volta che i marines si trovano di fronte ad una qualche resistenza. Cheickh Taghlib non ha assistito ai combattimenti. E’ partito prima. Al contrario, Abu Ahmed ha vissuto l’inferno, asserragliato in una moschea da cui gli americani lo hanno fatto uscire con altre persone per seppellire i morti che ricoprivano le strade. "Ce n’erano ovunque, corpi bruciati, decapitati, mutilati. Alcuni avevano ancora le cinture esplosive. Altri erano stati sorpresi dalla morte nella loro vettura. Bisognava fare attenzione a tutto. Li si metteva in dei sacchi e poi nei camion per portarli al cimitero o seppellirli così come si trovavano, senza gli usuali preparativi, nello stadio. Quelli che erano con me non hanno resistito, all’eccezione di un sudanese". Nel corso di questo viaggio, Abu Ahmed ha ritrovato dei sopravvissuti rintanati nelle loro case, che uscivano guardinghi con delle bandiere bianche. Racconta la storia di una giovane donna, Souad, che gli aveva telefonato all’inizio dell’assalto e che lui ha salvato dalla paura e dalla follia dopo dieci giorni di terrore. “Io non auguro a nessuno di provare questo”, aggiunge. “I soldati scrivevano una X sulle case già perquisite, una X circondata da un cerchio su quelle che bisognava far esplodere e un teschio su quelle dove c’erano dei cadaveri. Posso assicurarvi che ce ne sono ancora tra le macerie”.
Controllo dei marines
Per Cheick Taghlib è difficile dire quante persone sono morte. Ipotizza qualche cifra: “1800, 2000 forse 2500. Non so se lo si saprà, un giorno”. Fallujah è ormai una città fantasma. Una piccolissima parte della popolazione è tornata, senza dubbio meno del 20%, per la maggior parte poveri che non hanno i mezzi per vivere a Baghdad o non hanno trovato posto altrove. Sopravvivono in uno scenario da apocalisse, in mezzo a rovine e strade sbarrate o ingombre di vetture bruciate e mucchi di calcinacci. I negozi sono vuoti, saccheggiati. Gli ospedali danneggiati e chiusi. Le scuole e i mercati sono deserti. L’elettricità e l’acqua cominciano a malapena a tornare. Le macchine sono solo eccezionalmente autorizzate ad entrare in città. Gli abitanti vivono come dei nomadi. La Croce Rossa tenta di venire incontro ai bisogni e dei mercanti ambulanti portano qualche genere di sussistenza in questa città morente che i marines continuano ad occupare e controllare con barricate. L’esercito iracheno si è installato sulla piazza principale e pattuglia. Composto essenzialmente da sciiti e peshmerga (combattenti kurdi) compie razzie nelle case, saccheggiando, sparando sulla mobilia, sui muri, sugli elettrodomestici, come raccontano diversi testimoni delle scene. “Prendono i computer e li gettano per terra. Li ho visto con i miei occhi, come li ho visti aprire i rubinetti del gas e dare fuoco. Giocano a distruggere quello che non è ancora distrutto”, si indigna un abitante che non vuole dare il suo nome. Ogni giorno, degli ex abitanti ritornano sul luogo che è stato la loro dimora. Per far questo, bisogna essere muniti di una carta di identità rilasciata dagli americani e affrontare ore di attesa ai punti di passaggio prima di poter penetrare nella città sotto alta sorveglianza, al fine di constatare i danni e di preservare quello che ancora lo può essere. La maggior parte riparte il giorno stesso. Ritornano a Baghdad, Ramadi e Habbania e in tutti i campi che sono stati aperti alla periferia di Fallujah, nelle fattorie, in ricoveri di fortuna e sotto delle tende. Migliaia di famiglie si sono così sistemate nell’attesa della partenza dei soldati. Tutta una città in esilio reclama di poter ritornare in quello che resta delle sue mura per poter ricostruire quello che la guerriglia aveva trasformato in una roccaforte salafita e che le autorità americane hanno messo a ferro e fuoco. Secondo i testimoni, i mudjahidin sono fuggiti a Mosul o altrove. Alcuni, come i cecchini o i kamikaze, tentano ancora qualche incursione in quello che fu il loro feudo. Nessuno ha mai visto Abu Mussab Al Zarqawi, il giordano di Al Qaeda, che gli americano hanno sempre localizzato a Fallujah. “Per noi, è un fantasma. Gli americani lo hanno fabbricato perché hanno bisogno di un nemico per giustificare le loro azioni”, dice Cheick Taghlib. Oppositore dei salafiti, questo dignitario spiega come ha tentato di salvare la città dai combattimenti. Ha spiegato che era inutile venire alle mani, che era “una trappola tesa dagli americani”, che “non bisognava combattere gli americani come loro volevano che fosse fatto”. “Noi non vogliamo la guerra”. Nessuno lo ha ascoltato. Di fronte ai campi di rovine, si domanda come e quando Fallujah potrà rinascere da questo caos. Abu Ahmed è disperato. “Vorrei che non si vedessero più americani, ne qui né su tutta la Terra” dice. “Ma sono troppo vecchio e gli americani sono troppo forti. Vogliono colonizzare l’Iraq in vent’anni o più, perché noi abbiamo il petrolio. Non so se partiranno un giorno”.
(Traduzione di Paola Mirenda )
E’ stata rapita questa mattina a Baghdad Giuliana Sgrena, giornalista de Il Manifesto. Di nuovo in Iraq dal 23 gennaio, oggi si era recata all’Università di Baghdad per un reportage sugli sfollati di Fallujah. A dare la notizia del rapimento è stata la sua compagna di stanza, giornalista anch’essa, che ha ricevuto una chiamata dal suo telefono, senza pero’ sentire la sua voce. Con ogni probabilità Giuliana Sgrena ha utilizzato questo sistema per lanciare l’allarme il piu’ presto possibile. E’ stato poi l’interprete iracheno, contattato dagli altri colleghi giornalisti, a confermare il rapimento. L’interprete ha raccontato che stamattina, assieme all’autista Mohamed, aveva condotto Giuliana nel quartiere di al Jadiriya, nella zona sud-est di Baghdad, per incontrare nella moschea sunnita al Kastal, all’interno dell’Universita’, gli sfollati di Falluja . All’uscita dall’Universita’, alcuni uomini armati a bordo di due macchine (una Opel e una Kia, secondo el testimonianze) hanno sparato alcuni colpi d’arma da fuoco per bloccare l’auto con a bordo la giornalista italiana. L’interprete ha raccontato di aver cercato di opporsi al rapimento, ma di essere stato colpito alla testa con il calcio di una pistola. I rapitori si sono quindi allontanati dall’Universita’ con la giornalista italiana rapita.
Un altro inviato di un testata italiana era stato vittima di un breve sequestro ieri a Baghdad, secondo quanto riferito da fonti dell’Adn Kronos International, per cui lavora il giornalista. L’inviato, Ahmad Rafat, e’ stato bloccato e rinchiuso in una stanza per quattro ore da miliziani legati ad una persona che doveva intervistare nella capitale irachena, a quanto si e’ appreso dalle fonti
Nella sede del quotidiano per cui lavora Giuliana si è svolta nel pomeriggio una conferenza stampa: il direttore Gabriele Polo ha confermato di non avere ora ulteriori notizie, e di restare in attesa dell’evoluzione della situazione. Chi sembra invece avere "informazioni" è il ministro dell’interno Pisanu, che ha affermato che la giornalista è stata rapita da un gruppo sunnita. "Non so su quale base Pisanu ha detto che Giuliana e’ stata rapita da una banda sunnita. Se il ministro ha altre informazioni, ce le dia", ribatte Gabriele Polo.
Per Giuliana Sgrena questo non è il primo viaggio in Iraq, nè il primo in una zona di guerra e conflitto. Ottima giornalista, esperta e prudente, Giuliana conosce bene il mondo arabo. In Iraq c’è stata negli anni dell’embargo, tornando spesso tra la gente, soprattutto tra le donne irachene. La passione per il suo lavoro e la sua correttezza è una qualità che le viene riconosciuta da tutti, così come il suo impegno pacifista.In molti lo hanno testimoniato oggi con appelli e attestati di solidarietà, e tutti ponendo l’accento sul valore del suo lavoro e del suo impegno.
Per domani è stata organizzata una manifestazione in Campidoglio, mentre il Manifesto sta preparando una ’scheda’ per raccontare il lavoro di Giuliana e alcuni articoli da lei scritti, che saranno inviati alle televisioni arabe di Al Jazeera e Al Arabia. Lo scopo e’ spiegare ai rapitori chi hanno rapito, dice ancora Gabriele Polo. ’’Analoga iniziativa e’ in corso da parte delle radio di Baghdad, che stanno lanciando appelli per la liberazione dell’ italiana’’. Dall’Iraq la prima risposta è arrivata dal patriarca caldeo di Baghdad: ’’Sono solo banditi che infangano la dignità dell’uomo e l’immagine del nostro Iraq’’ha detto Emanuele III Delly, riferendosi al rapimento della giornalista. ’’Spero che non le facciano del male -ha aggiunto il Patriarca al Servizio informazioni religiose- Sono solo dei banditi -sostiene- forse in cerca di denaro. Da parte nostra faremo il possibile per sapere qualcosa di più e per chiedere la liberazione della donna’’.
Gli appelli e i comunicati
Amnesty International sezione italiana
Parla Taki, responsabile delle relazioni politiche dello Sciiri, vincitore delle elezioni
GIULIANA SGRENA
INVIATA A BAGHDAD
Il conteggio dei voti di domenica richiederà ancora tempo, ma l’Alleanza irachena unita già canta vittoria. E dà i suoi numeri: la lista 169 avrebbe ottenuto tra il 70 e il 90 per cento dei voti nei governatorati a maggioranza sciita. Una valanga di voti che comunque non garantirebbe i due terzi dell’assemblea necessari per eleggere il presidente e i due vice. Redha J. Taki, responsabile delle relazioni politiche dello Sciiri, il Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq, che è tornato in Iraq dopo la caduta di Saddam per lavorare con gli ayatollah al Hakim, sta tessendo la trama delle relazioni. Innanzitutto per individuare il possibile alleato per raggiungere i due terzi nell’assemblea. E le preferenze non sembrano riguardare la lista sciita laica di Allawi, sospettato di voler cercare di dissanguare l’Allenza di Sistani recuperando i candidati indipendenti, non appartenenti né allo Sciiri né al Dawa (i due maggiori partiti religiosi sciiti). Le attenzioni sono piuttosto rivolte alla lista kurda. «Con i kurdi abbiamo oltre tre decenni di collaborazione, ci conosciamo bene», dice Taki. Insieme nella lotta contro Saddam di cui erano entrambi le vittime, i kurdi permettevano, tra l’altro, alle brigate al Badr dello Sciiri di penetrare in Iraq dall’Iran attraverso il Kurdistan. Un’alleanza meno facile nel dopo Saddam, visto che l’Assemblea appena eletta dovrà elaborare la costituzione ponendo le basi del futuro stato iracheno e su questo le visioni dei due schieramenti divergono tra l’impostazione secolare dei kurdi e quella islamista della lista sponsorizzata dal grande ayatollah. Per la lista 169, che si pone come forza di governo, il maggiore problema è rappresentato dall’esclusione dei sunniti che hanno boicottato le elezioni in stragrande maggioranza, perché svolte sotto occupazione. «Non possiamo trascurare i sunniti, ne abbiamo discusso nell’Alleanza, dobbiamo negoziare con loro sia la formazione del nuovo governo che la costituzione. Diversi sunniti sono presenti nella lista di Allawi, di al Yawar, di Pachachi, ma se non sarà un numero rappresentativo dovremo consultarli. A partire dai due gruppi più importanti: il Partito islamico iracheno, già presente nel Consiglio governativo, anche se poi si era ritirato (dopo l’attacco a Falluja, ndr). Lo avevamo incontrato alla vigilia delle elezioni per convincerlo a partecipare, ma temeva le minacce dei terroristi. Già da allora avevamo previsto un incontro dopo le elezioni. E poi il Consiglio degli Ulema, su posizioni più radicali, decisamente contro le elezioni, a causa dell’occupazione. Anche con loro bisogna dialogare, ho appena visto un loro esponente per fissare un incontro con uno dei loro leader per domani». Il terreno di trattativa tuttavia sarà limitato visto che i consiglio degli Ulema sostiene che questa elezioni sono illegali e che «l’assemblea e il governo che usciranno non avranno la legittimità per scrivere la costituzione e concludere accordi di sicurezza ed economici», facciamo notare. «Sì, ma nello stesso comunicato, il Consiglio degli ulema sostiene che rispetterà la scelta degli iracheni che hanno votato. All’interno del Consiglio degli ulema vi è una forte discussione, le posizioni sono diverse. Dobbiamo impegnarci a negoziare per portarli dalla nostra parte e stiamo organizzando un incontro con loro, il Partito islamico e capi tribali. Non prenderemo nessuna decisione importante senza una discussione con tutti i gruppi», sostiene Taki.
Un terreno su cui potreste mettervi d’accordo con gli ulema ma che preoccupa i laici è lo stato islamico. «L’Alleanza non crede che in Iraq ci siano le basi per costruire uno stato islamico sul modello iraniano». E per l’imposizione della sharia? «Noi poniamo tre condizioni: la costituzione deve rispettare l’islam come religione della maggioranza. Nessuna legge deve andare contro l’islam e l’islam deve essere preso in considerazione per il codice della famiglia». Cerchiamo di approfondire cosa comportano queste affermazioni, ma il nostro interlocutore è sfuggente, ammette che l’islam sarà dichiarato religione di stato, e il codice della famiglia attuale sarà cambiato e seguirà la sharia, quindi sì alla poligamia, no all’aborto, etc. «Molti dei nostri votanti sono gruppi islamisti radicali, che vogliono l’imposizione dell’hijab, il divieto degli alcolici, non possiamo trascurarli altrimenti si radicalizzeranno. Dobbiamo mantenere un equilibrio», si giustifica.
Oltre che di alleanze si parla anche di candidati al governo. Chi candidate a premier? «Adel Abdel Mahdi (ministro delle finanze), Ibrahim al Jaafari (vicepresidente del Dawa) e ...». Si comincia a parlare anche di un recupero di Ahmed Chalabi, già favorito dagli americani prima di cadere in disgrazia, qualche mese fa per documenti passati all’Iran, cosa che gli avrebbe permesso di rifarsi una immagine candidandosi con Sistani. Laico, non più fantoccio di Bush, potrebbe favorire il compromesso tra l’Alleanza e i kurdi. Ma Taki che lo conosce bene, sono diventati amici a Londra, dice che è presto. «Diventerà un uomo chiave nel 2006». E il vostro leader Abdelaziz al Hakim? «Potrebbe essere candidato a presidente, se agli sciiti toccasse la presidenza».
L’associazione dei musulmani sunniti accusa gli americani: hanno voluto tenerci fuori dall’assemblea, e ci sono riusciti. Il nostro coinvolgimento nel dopo, è pura chiacchiera. Il nodo è il ritiro. In calo le percentuali sull’affluenza.
STEFANO CHIARINI
INVIATO A BAGHDAD
«Gli americani e i loro amici fidati del governo hanno voluto un’assemblea nella quale non fossero rappresentati né la comunità sunnita, né molti sciiti e laici contrari all’occupazione e l’hanno ottenuta. Non possono certo pensare che ora riconosceremo una qualche legittimità a quest’assemblea, al futuro governo e alla futura costituzione. In ogni modo tutte quelle parole sulla necessità di coinvolgere i sunniti nel "dopo voto" sono solo chiacchiere, altrimenti lo avrebbero fatto prima. Il nodo non è di natura religiosa ma politica: il rifiuto degli Usa di fissare una data per il loro ritiro». Sheik Omar, il portavoce dell’Associazione degli Ulema musulmani sunniti, l’organizzazione che raggruppa i rappresentanti di oltre 3.000 moschee e costituisce l’unica rappresentanza politico-religiosa di questa comunità sempre più emarginata dagli occupanti, così spiega il senso della durissima presa di posizione adottata ieri al termine di una riunione dei vertici dell’associazione. L’incontro è avvenuto nella grande moschea di Um al Qura (la madre di tutti i villaggi), già «Um al Maarek» (la madre di tutte le battaglie), costruita all’indomani della prima guerra del Golfo, ai tempi di Saddam Hussein, alla periferia ovest della capitale, lungo la strada che porta verso Abu Ghraib, Falluja, Ramadi, una delle più pericolose per le truppe Usa.
I sunniti iracheni nel loro comunicato sostengono che «queste elezioni sono prive di ogni legittimità perché una gran parte delle varie componenti del paese, politiche e religiose, le ha boicottate. Questo vuol dire che sia l’Assemblea nazionale, sia il governo che ne uscirà, non avranno la legittimità necessaria per scrivere la costituzione o per concludere accordi di sicurezza o economici». Nonostante ciò l’Associazione si dichiara disposta a rispettare la volontà degli elettori e a considerare il prossimo governo «un esecutivo dalle prerogative limitate che si occuperà degli affari correnti» ma qualsiasi altra decisione o atto, al di fuori di quest’ambito puramente amministrativo, saranno considerati nulli e privi di valore. Assai dura anche la parte finale del comunicato là dove l’Associazione degli ulema mette in guardia l’Onu e la Comunità internazionale «contro il rischio di considerare queste elezioni come legittime perché questo potrebbe aprire la porta a nuove sventure e saranno loro i primi a pagarne le conseguenze».
«Gli americani hanno inventato le "Truman election", le elezioni che si svolgono solo su un set televisivo, mentre l’intero paese è schiacciato dai carri armati, sottoposto a duri bombardamenti e a continui rastrellamenti», ci dice sprezzante uno degli addetti dell’Associazione, raccontandoci poi come a Baghdad molti seggi nei quartieri sunniti non abbiano neppure aperto i battenti e in altri la percentuale dei votanti non ha superato l’8%.
La Commissione elettorale centrale, dopo aver abbassato ieri la probabile percentuale di coloro che hanno votato dal 72% al 57% non ha più dato alcun dato generale limitandosi a far trapelare le percentuali, tutte attorno all’80% relative ai seggi attorno alle «città sante» per gli sciiti di Najaf e Kerbala, dov’è la sede della «Marjaiya», il conclave guidato dal grande ayatollah al Sistani che ha imposto ai suoi fedeli, pena l’inferno, di votare per la lista unitaria sciita filo-Usa e filo-Iran.
Paradossalmente i seri dubbi sulle percentuali dei votanti dell’Associazione degli Ulema sono stati, indirettamente, accreditati ieri dal sito Debka-File, vicino ai servizi israeliani, assai presenti con i loro uomini non solo nel nord dell’Iraq, dove dagli anni `70 addestrano le milizie kurde, ma anche a Baghdad e in particolare, si dice, al Baghdad Hotel tra Saadoun Street e il lungotigri abu Nawas (alcuni anni fa nello stesso albergo soggiornò a lungo un altro noto abitante di Jaffa, dov’era nato in una famiglia con vasti agrumeti, che dopo essere stato derubato di tutti i suoi terreni e case, decise di prendere il nome di Abu Nidal). Secondo Debka File la percentuale nazionale dei votanti sarebbe tra il 40 e il 45% con enormi differenze tra una zona e l’altra: a Najaf e Kerbala saremmo oltre l’80%, negli altri centri del sud, come Diwaniya, Qadisiya e Amara, attorno al 40%, e a Basra sotto il 30%. Nella provincia di Diyala e a Baghdad la percentuale dei votanti si aggirerebbe attorno al 30%.
Da una rapida analisi di queste percentuali emerge che i fedeli hanno ubbidito con entusiasmo all’invito di al Sistani nelle città sante ma assai meno nelle grandi città, in particolare a Basra, dove a livello locale i partiti della lista unitaria - il Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq (Sciri) e il partito «al Dawa» - hanno già dato pessima prova di sé. Il secondo dato è che anche molte tribù sciite del sud, vicine al leader radicale Moqtada al Sadr, hanno preferito non recarsi alle urne. Più in generale ad astenersi non sarebbe stata solo la comunità sunnita ma anche buona parte di quella sciita.
Intanto, mentre ieri Baghdad era scossa da nuove, forti esplosioni, alcuni gruppi di guerriglieri hanno fatto saltare a Samarra (la famosa città con il minareto a spirale che ricorda la torre di Babele), l’oleodotto che rifornisce due importanti raffinerie, quella di Dora a sud della capitale e quella di Baji a nord. Cresce la tensione nel nord dell’Iraq dove le milizie di Jalal Talabani e di Massoud Barzani, oltre ad aver occupato i seggi della città di Kirkuk e aver fatto votare (con l’ok Usa) circa 80.000 curdi non residenti in città, nell’aerea di Mosul, attraverso l’ufficio elettorale di Arbil da loro controllato, avrebbero invece impedito di votare - non facendo arrivare schede e verbali - a molti cittadini della comunità assiro-caldea (circa 300.000 anime).
BAGHDAD
Non vorrei sorprendere negativamente chi mi legge, ma sbaglia chi riduce l’importanza dell’esito positivo dell’elezioni in Iraq. Non basterebbe un articolo per mettere in luce la loro portata, ma non bisogna lasciarsi confondere dal disperato grido di vittoria lanciato a squarciagola dall’amministrazione americana e dei suoi partners della «Coalizione dei volenterosi». Questo successo è un esclusivo merito degli iracheni che vorrebbero vivere finalmente in democrazia e liberarsi, dopo la dittatura, anche dagli americani. La vera guerra inizia adesso e sigillerà il definitivo fallimento della spedizione americana partita alla ricerca di materie prime, mercati, risorse da saccheggiare e popoli da schiavizzare. Da queste elezioni nascerà un’Assemblea generale, che deve dare vita ad una costituzione, un governo transitorio ed un assetto definitivo del paese che ancora è tutto da scrivere e da fare. Ma oggi gli amici degli eserciti d’occupazione sono una esigua minoranza, e forse saranno costretti a partire ancora prima dei soldati stranieri. Insieme al loro tramonto, tramonteranno anche i progetti di privatizzazione del petrolio, di dominio statunitense e israeliano sul destino della regione. Di loro rimarrà solo uno sgradevole ricordo: le stragi d’innocenti, la «liberazione» di Falluja e le lezioni di «democrazia» di Abu Ghraib sono ben presenti nella nostra coscienza collettiva di popoli del vicino oriente che piano piano stanno trovando la loro via per l’emancipazione. Questione di settimane e quelli che si erano opposti alla resistenza armata contro l’occupazione, insieme a Moqtada al Sadr ed a tutti i sunniti, saranno compatti nel chiedere la partenza degli americani dall’Iraq dove la battaglia per la libertà è appena iniziata. Bush sta cercando ancora conseguenze storiche dell’elezione, mentre Blair parla di un colpo inferto al cuore del terrorismo. Anche io sono d’accordo che è un colpo al cuore del terrorismo, quel terrorismo che hanno fomentato, che insieme a loro sarà sconfitto per mano di milioni di donne e uomini che con la scheda elettorale si sentono padroni del loro destino. Il «fatto storico» invece è già avvenuto in Palestina con le ultime elezioni che stanno creando un vero terremoto nei paesi limitrofi ed incoraggiando molti a rivendicare i loro diritti di cittadinanza, e di libertà dalla corruzione e dal dominio americano e dalla prepotenza israeliana nella regione. Queste elezioni danno un sbocco democratico alla questione del ruolo e della presenza delle forze islamiche nelle società, non solo come presunti o potenziali forze terroristiche. Uno sbocco che sta avvenendo in Palestina ed ha un valore storico che va al di là della Palestina stessa. La democrazia è ormai è un processo inarrestabile, e non mancheranno tra non molto i segni di non tollerabilità a questo processo da parte di chi ha voluto strumentalizzarla per giustificare la loro avventura imperialistica. Siamo ormai giunti ad imboccare una via autentica che fa emergere, finalmente, un’idea di sovranità assoluta, libera dai vincoli soffocanti delle religioni, nel quadro di un’idea dell’ordine politico integralmente umana.
La scomparsa del Presedente Arafat, la guerra del Iraq, porteranno effetti inimmaginabili, che sono l’esatto opposto di quelli sperati da chi ha voluto la sua scomparsa ed ha fatto quella guerra sciagurata. È un risultato inevitabile, perché se chi ha il monopolio della macchina di guerra ha dimostrato la sua capacità incontrastata di distruzione, ha reso evidente a tutti la totale incapacità di gestione e di dominio. È un quadro inedito, dove anche le religioni potranno iniettare valori, di libertà e non di dominio, che la politica ha smarrito, una sorta di teologia di liberazione islamica, che non è estranea ai concetti dell’ Islam sciita. È una sfida difficile, entusiasmante, che avrà esiti positivi se si metterà al centro dell’attenzione la centralità dell’uomo e del suo futuro in questo trapasso che deve portare l’umanità oltre la modernità. Dalla Terra Santa, dalla Grande Siria e dalla Mesopotamia si riprenderà il cammino e nessuno dirà grazie agli americani.
*Primo segretario della delegazione palestinese in Italia
della corrispondente dalla Giordania di Reporter Associati
Amman ( Giordania ). Sono stata nella Baghdad liberata e nei suoi dintorni per due mesi, periodo durante il quale mi sono anche trovata all’interno di Fallujah, e, più di una volta, ho avuto il fucile puntato da parte dei militari americani in segno di avvertimento.
Ho viaggiato nel sud, nel nord, e ovunque nel centro dell’Iraq. Ogni volta, quello che io ho visto nel corso dei primi giorni del 2003, all’epoca in cui era più facile per un giornalista straniero percorrere il paese, offriva una forte sensazione - spesso premonitrice - degli orrori che sarebbe venuti nel corso dell’anno (e, a colpo sicuro, anche nel 2005). Vale la pena ritornare al primo semestre, ormai dimenticato, dell’anno scorso e di ricordarsi fino a che punto la situazione fosse orribile per gli iracheni, anche durante i primi tempi della nostra occupazione del loro paese.
Per gli iracheni, all’epoca e ancora oggi, l’occupazione occidentale e la loro invasione erano un affare di liberazione da: dai diritti dell’uomo (pensate: le atrocità commesse ad Abu Ghraib hanno tuttora luogo, lì come altrove), liberazione da una infrastruttura funzionante (pensate: oggi, l’approvvigionamento elettrico funziona molto male, e questo vale anche per gli innumerevoli chilometri di condotte del gas o le fogne a cielo aperto), di liberazione dalla possibilità di vivere interamente una città (pensate: Fallujah, oggi, la cui maggior parte è rasa al suolo dai bombardamenti aerei e da altri metodi di guerra).
All’epoca, gli iracheni erano già amareggiati, disorientati, costretti a vivere in una desolazione causata dalla miriade di promesse non mantenute dell’amministrazione Bush. Ogni iracheno liberato, per così dire, che mi è capitato di incontrare nei primi giorni del mio soggiorno nel paese, aveva un parente o un amico che era stato ucciso dai soldati americani o dagli effetti della guerra e dell’occupazione. Questi ultimi comprendevano delle cose talmente quotidiane della vita, come il fatto di non avere abbastanza soldi per il cibo o il combustibile, a causa della disoccupazione di massa e dei prezzi del combustibile in forte rialzo, o ancora gli altri innumerevoli orrori provocati dai fatti e dalle operazioni esposte prima.
Le promesse mancate, le infrastrutture distrutte e le città irachene distrutte, tutto questo era già nettamente visibile durante i primi mesi del 2004 e , cosa più triste, è che le devastazioni che io ho visto non hanno fatto che aumentare in peggio. L’esistenza che gli iracheni conducevano un anno fa, per quanto orribile, non era che un preludio di quello che sarebbe avvenuto sotto occupazione americana. I segnali di allarme erano chiari, dalle infrastrutture distrutte a tutte le torture, alla nascente resistenza armata. E’ stato molto presto evidente, anche per un novellino del giornalismo, e anche nel corso dei primi mesi dell’anno scorso, che la natura reale della liberazione che noi portavamo all’Iraq non aveva nulla di nuovo per gli iracheni.
Molto prima che i media americani decidessero che era tempo di rendere noto gli orrori che si perpetravano all’interno della prigione di Abu Ghraib, la maggior parte degli iracheni sapeva già che i "liberatori" del loro paese torturavano e umiliavano i loro connazionali. Nel novembre del 2003, a Baghdad, per esempio, un uomo mi ha detto, parlando delle atrocità di Abu Ghraib: "Perchè ricorrono a questo genere di azioni? Neanche Saddam faceva questo! Non è un buon comportamento. Non stanno liberando l’Iraq!".
E, a quell’epoca, gli amari giochi di parole sulla coalizione cominciavano già a circolare. Con questo humor nero che è diventato così popolare a Baghdad oggi ,un detenuto di Abu Ghraib recentemente liberato mi ha dichiarato, durante l’intervista: "Gli americani mi hanno messo la corrente in quel posto prima di mettermela a casa!" Sono andata nella "zona di attesa", polverosa, lugubre, strettamente guardata e circondata da filo spinato, all’esterno di Abu Ghraib.
Lì ho visto l’orrore di una storia dopo un’altra che raccontavano i parenti tristi, raccolti con ostinazione su questo pezzo di terra battuta, sperando ancora malgrado tutto che gli venisse accordata la visita a uno dei loro cari in questo orribile edificio. Un Humvee carico di soldati, le armi puntate fuori dalle piccole feritoie, passa rumoreggiando attraverso l’entrata principale del complesso penale, sollevando una spessa nuvola di polvere che avvolge rapidamente tutti. In tutto l’Iraq, c’è uno scenario di infrastrutture distrutte e di assenza quasi completa di ricostruzione. Quello che gli americani fanno ancora meglio, una volta di più, sono le promesse - e la loro propaganda.
Tuttavia, quando furono gettate le basi del Nuovo Iraq, la disoccupazione era al 50% e in aumento, i migliori quartieri di Baghdad disponevano di una media di sei ore di elettricità al giorno, e non c’era sicurezza in nessun luogo. Anche tornando fino al lontano gennaio 2004, prima che la situazione di insicurezza incidesse sulla maggior parte dei progetti di ricostruzione fino alla quasi paralisi attuale, e nove mesi dopo la fine ufficiale della guerra in Iraq, la situazione rasentava già la catastrofe. Oggi, in tema di crollo delle infrastrutture, altre zone di Baghdad cominciano a soffrire allo stesso modo in cui ha sofferto (e soffre ancora oggi) Sadr City all’epoca.
Mentre i progetti previsti per la ricostruzione di Sadr City hanno visto l’incremento dei loro fondi, il più delle volte non c’è nessun segno di interventi fatti ed è la regola nella maggior parte di Baghdad. Mentre la persistente crisi del carburante obbliga le persone ad aspettare due giorni per riempire li loro serbatoi alle pompe di benzina, l’insieme della città funziona la maggior parte del tempo per mezzo di generatori e molte zone meno favorite, come Sadr City, non dispongono che di quattro ore di elettricità al giorno.
La tattica della mano pesante delle forze di occupazione è diventata un fatto abituale nella vita in Iraq. Ho intervistato persone che dormono regolarmente vestite di tutto punto per via del fatto che i raid nelle case sono ormai la norma. Molto spesso, quando delle pattuglie militari sono attaccate dai combattenti della resistenza nelle città irachene, i soldati aprono semplicemente il fuoco in tutte le direzioni e su tutto quello che si muove. Più comunemente, le pesanti perdite civili sono imputabili ai raid aerei della forze di occupazione.
Questa azioni orribili hanno provocato più di centomila perdite di vite umane civili tra gli iracheni in meno di due anni di occupazione. Poi c’è Fallujah, una città i cui tre quarti oggi hanno subito dei bombardamenti o sono in ridotti in rovina, una città tra le cui rovine ancora continuano i combattimenti anche se la maggior parte dei residenti attendono ancora l’autorizzazione per rientrare nelle loro case ( di cui molte non esistono più).
Le atrocità commesse in questa città, in questi ultimi tempi, sono in buona parte simili a quelle osservate durante l’assedio fallito della città da parte dei marines americani nello scorso aprile, solo su una scala più grande. Inoltre, questa volta, racconti di famiglie dall’interno della città, così come le prove fotografiche, accusano l’esercito americano di essersi servito di armi chimiche e al fosforo, così come di bombe a frammentazione. I pochi residenti che sono stati autorizzati a rientrare nelle loro case nel corso dell’ultima settimana del 2004 si sono visti rifilare dei volantini redatti dall’esercito che spiegavano loro di non consumare nessun cibo proveniente dalla città e di non bere acqua.
Sulla scia della distruzione di Fallujah, i combattimenti si sono molto semplicemente estesi e intensificati ovunque. Famiglie fuggono oggi da Mosul, la terza più grande città dell’Iraq, a causa degli avvertimenti su una prossima campagna aerea lanciata contro i combattenti della resistenza. Una autobomba almeno al giorno, è la regola della capitale. Esplosioni si fanno sentire con una regolarità mortale in tutta Baghdad allo stesso modo che nelle città come Ramadi, Samarra, Baquba e Balad. L’intensificazione la si riscontra nei due campi.
Ad ogni rilancio della violenza, la tattica dei militari americani non fa che indurirsi e , quando lo fanno, la resistenza, dal suo canto, si accresce tranquillamente in ampiezza e efficacia. Ogni forma di "assedio" verso Mosul non farà che intensificare questa dinamica. In tutta questa devastazione oggi si parla solo di elezioni. L’argomento elezioni in Iraq è stato incerto sin dal suo avvio, e queste sono le prove: in primo luogo, qualsiasi elezione nel mondo ottiene legalità e autenticità dal grado di correttezza del sistema dello stato e dalla natura del sistema governante; se lo stato si fonda sui principi di democrazia, correttezza e trasparenza e se gli organi giudiziari godono di autonomia, allora forse, in questo caso, si può guardare alle elezioni con rispetto.
Per quanto riguarda invece la situazione irachena, le elezioni si sono svolte all’ombra di un’occupazione straniera che controlla ogni aspetto della vita politica e - benchè nel XXI secolo - dopo tutte le esperienze democratiche del mondo con gli aspetti positivi e negativi che ne sono conseguiti, non si capisce come possa esserci qualcuno che cerchi di convincere il mondo che in un paese, anche se occupato, ci sono state delle elezioni. Naturalmente, non si può parlare di organi giudiziari che controllino autonomamente le elezioni.
Secondo: messo da parte il primo punto e se ammettiamo la legalità di elezioni libere e corrette in Iraq nella situazione attuale, allora il problema sta nel fatto che le elezioni si sono svolte solo in alcune zone e non in altre e la questione è collegata, dal punto di vista americano, all’aspetto della sicurezza, per la difficoltà dello svolgimento di operazioni elettorali sicure in quelle città dove ci sono ancora scontri ed esplosioni.
Se l’Amministrazione americana si accontentasse di fare credere al mondo la possibilità di elezioni in questo modo, allora potrebbe inventare una nuova democrazia, mai vista prima.
Terzo: se mettiamo da parte i primi due punti, e decidiamo che si possono fare elezioni durante un’occupazione e solo in alcune zone, allora ci dobbiamo interrogare sul grado di libertà di cui godono gli elettori nella scelta dei loro rappresentanti o nella scelta del governo che effettivamente vogliono, nonchè sul grado di parità di tutte le diverse formazioni partitiche e politiche nell’attività di propaganda elettorale.
A questo punto basta ricordare che l’Amministrazione americana vuole da queste elezioni - sin dall’inizio - un determinato risultato, a proprio piacimento, mettendo da parte sin dall’inizio anche tutte le possibilità che possono avere come conseguenza la formazione di un governo che non ne realizzerebbe gli scopi. Quarto: considerando gli ultimi movimenti osserviamo che l’Amministrazione americana concentra il suo interesse sul semplice svolgimento delle elezioni nella data stabilita, e non sulla partecipazione ad esse delle varie parti irachene.
Questo è forse ciò che ha chiarito attraverso il suo atteggiamento di osservatore soddisfatto della mancanza di volontà dei sunniti e degli sciiti di Al Sadr di partecipare, considerando che, per gli americani, questa è la scelta migliore. Questo argomento ha interessato soprattutto gli ulama che davano il loro consenso alla partecipazione alla elezioni da parte dei sunniti a patto di un piano di ritiro americano dall’Iraq. Washington non ha potuto fare altro che rifiutare immediatemente questo appello; non perchè non voglia un immediato ritiro dall’Iraq o perchè non abbia un programma, ma perchè chiaramente non approva la partecipazione di certi gruppi alle elezioni, tra cui i sunniti, e ciò malgrado l’interesse strategico di Washington risieda in un governo sunnita che rappresenti un muro di difesa contro qualsiasi tentativo dell’Iran di ampliare il suo raggio di azione.
La mancata partecipazione alle elezioni da parte dei sunniti di per se’ fa ritenere non valide queste elezioni. Quinto: coloro che si oppongono alle elezioni sono molto più di quanto sembra, perchè oltre ai sunniti ci sono anche sciiti, turcomanni, curdi e altri ancora. Non dimentichiamoci inoltre che la resistenza irachena non ha smesso i suoi attacchi contro gli occupanti e continuera’ le proprie operazioni anche dopo il ballottaggio.
Non vi sembra allora che queste elezioni siano un semplice strumento per dare legalità all’attuale situazione, compresa l’occupazione?
Rosarita Catani
redazione@reporterassociati.org
Guardian , 1 febbraio 2005
Il 4 settembre 1967, il New York Times pubblicò un articolo pieno di ottimismo sulle elezioni presidenziali tenute dal regime fantoccio sud-vietmamita al culmine della Guerra in Vietnam.
Sotto il titolo "Gli Usa incoraggiati dal voto in Vietnam: funzionari citano una affluenza dell’ 83% nonostante il terrore dei Vietcong", il giornale riferiva che gli americani erano stati "sorpresi e rincuorati" dalle dimensioni dell’affluenza "nonostante una campagna terroristica da parte dei Vietcong per mandare all’aria il voto". Elezioni riuscite, continuava, "sono state viste per lungo tempo come la chiave di volta nella politica del Presidente Johnson di incoraggiare la crescita di processi costituzionali nel Vietnam del Sud".
Gli echi della propaganda di questo weekend sulle elezioni irachene sono così vicini da essere pazzeschi.
Con la valanga di propaganda degli ultimi giorni, potreste essere perdonati se pensate che il 30 gennaio 2005 l’occupazione dell’Iraq guidata dagli Usa sia finita e che la gente abbia conquistato la sua libertà e i suoi diritti democratici.
Questa è stata una campagna a vari livelli, che ricorda la frenesia sulle armi di distruzione di massa di prima della guerra e le fantasie sui fiori che gli iracheni stavano raccogliendo per gettarli alle forze di invasione.
A come si possano far quadrare le parole democrazia, libere e corrette con la realtà brutale dell’occupazione, della legge marziale, di una commissione elettorale nominata dagli Usa e di candidati segreti è stato di rado consentito di intralciare la pubblicità promozionale.
Se la verità è la prima vittima della guerra, delle cifre affidabili devono essere la prima vittima di elezioni controllate da una occupazione.
Il secondo livello di propaganda è stato ideato per convincerci che una maggioranza schiacciante di iracheni ha partecipato. L’affermazione iniziale sul fatto che aveva votato il 72% è stata rapidamente retrocessa al 57% di quelli registrati.
Dunque, quale percentuale della popolazione adulta è registrata per il voto? L’ambasciatore iracheno a Londra non è stato in grado di illuminarmi.
In effetti, come confermano fonti delle Nazioni Unite, non c’è stata registrazione né elenco di elettori reso pubblico – tutto quello che ci hanno detto è che circa 14 milioni di persone avevano diritto al voto.
Quanto agli iracheni all’estero, la comunità di esuli che arriva a 4 milioni (con forse un po’ più di 2 milioni di aventi diritto al voto) ha prodotto una cifra di registrati di 280.000. Di questi, sono 265.000 quelli che in effetti hanno votato.
Il sud dell’Iraq, più religioso di Baghdad, ha risposto in modo positivo alla posizione del Grande Ayatollah al-Sistani: vedere il bluff degli Usa e votare per una lista che era stata proclamata ostile all’occupazione.
I sostenitori di Sistani hanno dichiarato che il voto di domenica è stato il primo passo per cacciare gli occupanti. I mesi che verranno metteranno queste dichiarazioni a dura prova. Nel frattempo, il movimento popolare di Moqtada al-Sadr, che ha rifiutato le elezioni come una frode, probabilmente tornerà a fare aperta resistenza all’ occupazione.
La grande partecipazione al voto in Kurdistan riflette principalmente la richiesta del popolo kurdo di una autodeterminazione nazionale. L’amministrazione Usa ha fino a questo momento posto un freno a queste pressioni. La recente proposta di Henry Kissinger di dividere l’Iraq in tre stati riflette un cambiamento importante fra le figure influenti negli Usa che, guidate da Kissinger come Segretario di Stato, scaricarono i kurdi negli anni ’70, e mediarono per arrivare a un accordo fra Saddam e lo Shah dell’Iran.
George Bush e Tony Blair domenica hanno fatto discorsi eroici che implicano che gli iracheni hanno votato per approvare l’occupazione. Quelli che insistono sul fatto che gli Usa cercano disperatamente una strategia di uscita stanno interpretando male le loro intenzioni.
I fatti sul terreno, compresa la costruzione di imponenti basi militari in Iraq, indicano che gli Usa stanno scavando per installare e sostenere un regime fantoccio a lungo termine. Per questo motivo, la presenza a guida Usa continuerà, con tutto quello che essa comporta in termini di spargimento di sangue e distruzione.
Mentre ci si avvicinava alle elezioni, la maggior parte dei media occidentali le hanno presentate come un duello da “Mezzogiorno di fuoco” fra il terrorista Zarqawi e gli iracheni, con le forze di occupazione che facevano del loro meglio per mettere la gente in grado di sconfiggere il diabolico assassino giordano con una sola gamba.
In realtà, la violenza settaria “stile Zarqawi” non solo è condannata dagli iracheni trasversalmente in tutto l’arco politico, compresi quelli che sostengono la resistenza, ma è considerata come un qualcosa su cui si è chiuso un occhio da parte delle autorità di occupazione.
Questi atteggiamenti vengono liquidati dagli outsider, ma il passato di John Negroponte, l’ambasciatore Usa a Baghdad, con il suo sostegno a squadre del terrore in Centro America negli anni ’80, ha alimentato questi timori, come gli articoli di Seymour Hersh sugli squadroni della morte del Pentagono e l’entusiasmo per l’ "Opzione Salvador".
Una analisi onesta della mappa sociale e politica dell’Iraq rivela che gli iracheni sono sempre più uniti nella loro determinazione a porre fine all’ occupazione. Che abbiano partecipato all’esercizio di domenica o l’abbiano boicottato, questo legame politico presto si riaffermerà – proprio come ha fatto in Vietnam – nonostante le differenze tattiche, e nonostante i tentativi da parte dell’occupazione guidata dagli Usa di dominare gli iracheni infiammando le divisioni etniche e settarie.
Sami Ramadani è un intellettuale iracheno, ex rifugiato politico del regime di Saddam Hussein. Attualmente vive in Gran Bretagna, dove insegna alla London Metropolitan University
Traduzione di Ornella Sangiovanni
Esulta Bush, è raggiante Berlusconi, gioisce il campo dei super-ricchi e super-potenti: “le elezioni in Iraq sono un grande successo. Dimostrano che si può esportare la democrazia” dicono. Che Berlusconi avesse tanta voglia di affiancarsi a Bush in questa avventura, già da tempo l’avevamo capito tutti. Ieri, però, l’ho ha confessato pubblicamente. Fantastico. Si rallegra Bush ma a mio parere, a Teheran ci sono alcuni che si rallegrano molto più di lui. E gridano, ringraziando il cielo: “una forte partecipazione alle urne!” Hanno ragione, una forte partecipazione degli sciiti e dei kurdi…
Non so se avete visto le manifestazioni degli sciiti ieri a Sadr city? Io le ho seguite su Rai Tre, in un servizio di Giovanna Botteri. in migliaia a sfilare con canti di gioia e con tante bandiere. Il problema è che in mezzo a queste centinaia di bandiere, non c’era una sola bandiera irachena. Tutte bandiere verdi. Verdi come l’Islam.
Non dò tre settimane di più e le manifestazioni si faranno con il Corano in mano.
Su tutte le Tv del mondo si è visto votare Allawi, solo lui, nessun altro. Se qualcuno ha visto una trasmissione dove si mostrava votare, ad esempio, Moqtada al Sadr, o qualche Ulema sunnita, o alcuni capi di Tribù, mi mandi una email.
Gli Sciiti ringraziano.
Pensate, di tutti i paesi arabi (e sono numerosi) l’unico a maggioranza sciita è il Bahreim, adesso con l’Iraq sono due. I Sunniti, dai quali sulle reti italiane non abbiamo sentito alcuna dichiarazione e che in maggioranza non sono andati a votare, da quanto ho sentito dai loro commenti sulle reti francesi e svizzere, sono relativamente sereni: godono dell’appoggio morale, economico e strategico del 90 % delle popolazioni arabe. Si preparano.
Poi ci sono i Kurdi, che cantano e ballano.
Poverini, non hanno capito il piano della grande mistificazione americana. Mi dispiace perché sono brava gente. Non sognano più uno Stato indipendente, ci stanno lavorando. E la Turchia sta soffiando sui 15 milioni di Kurdi, un vento di autonomia che comincia a preoccupare molto Ankara. E’ vero, dicono, che i Kurdi in Iraq sono i buoni che erano perseguitati da Saddam; in Turchia, invece, i Kurdi sono i cattivi, i terroristi. Per questo, i Turchi hanno (in 12 anni) bombardato e cancellato 2.000 villaggi Kurdi con circa 90.000 morti (nel 1994 con l’aiuto degli aerei americani).
Si rallegra Bush, ma credo che i Kurdi si rallegrino molto più di lui, soprattutto in Turchia. Ci sarà un Parlamento iracheno. Finalmente, anche se il paese sarà ingovernabile, ci sarà, con maggioranza Sciita e Kurda. Non so se gli “esperti” di “Porta a Porta” sanno che per gli sciiti, i Kurdi non sono i più amati in Iraq. A tal punto che a confronto, Saddam fa la figura di un chierichetto.
Si preannunciano dibattiti interessanti nel nuovo Parlamento iracheno.
E poi, abbiamo sentito le serene dichiarazioni del Ministro Martino, sempre a “Porta a Porta” la più attiva delle divisioni di propaganda di questa RAI militarizzata. Il Ministro: “Il voto in Iraq ha battuto il terrorismo”. Intanto i “terroristi” hanno abbattuto un Hercules C130 Britannico.
Si va verso la democrazia in Iraq - è quello che dicono - pertanto, mandano nuovi elicotteri di combattimento a Al Nassiriya. Non ho ben capito. Se si va verso la democrazia, perché mandano all’esercito di pace italiano degli aerei da combattimento?
Dobbiamo riconoscere alla politica dei tre B, di Londra, Washington e Roma, la coerenza della loro determinazione nell’applicazione delle loro teorie di “Democrazia Export”. La sinistra italiana, invece, che triste spettacolo! Da una parte: “Si, devono restare i nostri militari”; dall’altra, “no, devono andarsene”; e ancora: “però, potrebbero restare ancora un po’, poi andarsene”. Che l’unità della sinistra italiana sia ad anni luci di distanza dall’unità della sinistra spagnola, lo sappiamo, ma che siano caduti così in basso, da non poter più raggiungerli, è spettacolare.
I super-ricchi e super-potenti si rallegrano: la “Democrazia Export” funziona.
Il metodo e l’etica di questa impresa multinazionale ha anche la sua Bibbia: prima si fa morire di fame e di malattia la popolazione del paese da democratizzare con embargo e perpetui bombardamenti, poi quando sono ben disarmati, si distrugge il paese un’altra volta e si invade (perché è un paese pericoloso con tremende armi di distruzione di massa). Una volta massacrata di bombe la popolazione e distrutto il paese, si invade, chi si oppone è arrestato e, se è cattivo, è torturato. Il metodo è radicale, il problema è che si rischia di partorire un mostro. E quello sì che sarà difficile da abbattere!
I super-ricchi e super-potenti sono veramente meravigliosi: prima succhiano fino all’ultima goccia di sangue di un popolo già all’agonia e poi fanno i buoni samaritani nel mandare aiuti umanitari, nell’impegnarsi per la ricostruzione, nel portare la libertà. E’ un po’ come se Dracula, dopo aver succhiato il sangue alle sue vittime, chiedesse che venga fatta loro una trasfusione.
Abbiamo visto delle immagini dove in alcuni seggi per le votazioni, lo spoglio avveniva a lume di candela. A quasi due anni della fine dichiarata della guerra, ancora non hanno l’elettricità! Nel 1998, dopo i bombardamenti dell’Iraq (16-19 dicembre), in cui le forze anglo-americane avevano evidentemente ancora colpito le centrali elettriche, in otto mesi, nonostante le difficoltà create dall’embargo, le avevano ricostruite.
Nel 2001, sono andato a fare un reportage presso l’ospedale di Al Nassiriya, c’era la corrente elettrica. Quando sono tornato, sono andato a proporre il mio reportage alla Rai. Mi hanno risposto: “Al Nassiriya, dove è?”. E’ vero che adesso le cose sono cambiate. Al Nassirya sanno dove è, e sono fioriti tanti esperti dell’Iraq.
Ecco, ho una voglia pazza di fare agli “esperti” di “Porta a Porta” alcune domande: Adesso che hanno votato gli iracheni, sul terreno i 62 gruppi di combattimento di Al Zarqawi sono rimasti o sono andati via?
I circa 800 comandi autonomi regionali della resistenza organizzata dal partito Baath’s (da Mosul a Bassora, passando da Samarra, Falludja e Babilonia) hanno deposto le armi?
E le tribù irachene (che rappresentano circa 8 milioni della popolazione e cioè un terzo del paese) cosa ne pensano delle elezioni?
Se sulla fuga dei cristiani dell’Iraq, non fossero ben informati, mi permetto di segnalare che, dalla fine dichiarata della guerra ad oggi, sono scappati dal paese oltre 50.000 cristiani e, con la fisionomia di Parlamento che si sta prefigurando a Baghdad, molti altri stanno già facendo i bagagli. E’ questo il terribile dilemma: prima c’era la dittatura senza bombe nelle chiese né sequestri di cristiani, non facevano saltare gli uffici dell’ONU, non c’erano gli estremisti islamici e non c’era nessun collegamento con Al Qaeda (né con l’11 settembre), lo hanno riconosciuto anche Bush e il rapporto al Senato Americano.
Oggi, invece, hanno votato: i Kurdi pretendono uno Stato, gli Sciiti una Repubblica Islamica, le organizzazioni estremiste islamiche sono diffuse in tutto il paese, la resistenza è attiva sull’insieme del territorio e dai diversi paesi arabi arriva un sostegno maggiore alla guerriglia, ogni giorno più forte ed organizzata.
Cari amici, ve l’hanno detto in televisione: “in Iraq oramai la Democrazia Export funziona”, speriamo che non sia come la corrente elettrica!
Jean-Marie Benjamin
redazione@reporterassociati.org
Le elezioni irachene si sono quindi svolte, il 30 gennaio, in relativa tranquillità (considerando la situazione del paese). In assenza di osservatori internazionali, è impossibile confermare se i dati ufficiali (che parlano di 8 milioni di votanti, pari al 60 per cento circa del corpo elettorale) siano veritieri. Ma anche se il premier Allawi li avesse gonfiati, è probabile che essi siano vicini al vero: anche i commentatori più critici valutano che la percentuale dei votanti non sia inferiore al 50 per cento.
Mentre scriviamo, lo spoglio dei voti è ancora in corso, e presumibilmente i risultati non si sapranno prima del 10 febbraio. Intanto i principali contendenti - e cioè le due coalizioni sciite - preannunciano la propria affermazione e si preparano alle complesse manovre del dopo voto (formazione della presidenza dell’assemblea costituente e, a ruota, del nuovo governo). Sulla base delle informazioni che si hanno, non è quindi possibile che qualche commento e qualche previsione molto generali.
1) Il fatto che le elezioni siano riuscite, segna indubbiamente una vittoria delle forze che le avevano volute e sostenute (sciiti e curdi), e una sconfitta di coloro che le avevano osteggiate (consiglio degli ulema sunniti, Al Qaeda, più prudentemente le forze della resistenza sunnita). Il governo Usa, che adesso sbandiera questo risultato come una sua vittoria, in realtà in passato aveva avuto più di un dubbio a sostenere le elezioni, e oggi - come vedremo - ha forse qualche motivo di preoccupazione in più.
La partecipazione degli iracheni indica che la popolazione ha voluto approfittare di questa occasione per far sentire la sua voce, per affermare finalmente, dopo decenni di dittatura del Baath di Saddam e dopo due anni di occupazione militare americana, la propria presenza. Questo è un fatto positivo, ma riguarda le zone in cui l’affluenza al voto è stata alta o media (il sud sciita, il nord curdo, alcune zone di Baghdad e del centro del paese): nella grande maggioranza delle zone sunnite la gente non ha votato, o ha votato in percentuali bassissime. Le elezioni, quindi, confermano e per certi versi aggravano la divisione del paese. Con la situazione creata dall’invasione (ma non del tutto prevista dall’amministrazione Usa) si è senz’altro ribaltata la dittatura della minoranza sunnita sul resto del paese, ma a prezzo del rischio concreto di un’oppressione uguale e contraria degli sciiti sui sunniti (con i curdi che assistono benevoli, pronti a strappare ulteriori benefici in termini di autonomia, senza abbandonare un progetto a più lungo termine di indipendenza). L’occupazione Usa ha quindi offerto un’ottima occasione alle componenti islamiste (di cui valuteremo poi il risultato elettorale) per radicarsi in un paese da cui erano praticamente assenti. Ma soprattutto non si deve confondere questo episodio elettorale, come fa la propaganda occidentale e come sta facendo la maggioranza dei media anche in Italia, con una "vittoria della democrazia". La strada per una democrazia effettiva, per una vera partecipazione popolare, è ancora lunga in Iraq, ed è una strada difficile da imboccare finché il paese resta in queste condizioni, soggetto a un’occupazione militare osteggiata tanto dai sunniti quanto dagli sciiti.
2) L’immediato futuro politico del paese, dopo queste elezioni, resta ancora molto incerto. A prescindere dalla questione capitale dell’occupazione straniera, non bisogna dimenticare che gli iracheni che hanno votato non hanno eletto un parlamento, ma una "Assemblea nazionale transitoria" i cui compiti prioritari sono: preparare una costituzione per il paese, su cui gli abitanti saranno chiamati a esprimersi entro il 2005; ed esprimere un nuovo governo provvisorio (solo nel 2006 è previsto che si vada a votare per un vero parlamento e quindi per un governo più "rappresentativo"). Ma i rigidi meccanismi previsti per queste operazioni fanno prevedere una fase piena di insidie e di instabilità.
Il nuovo governo provvisorio, infatti, deve essere nominato da un comitato di presidenza di 3 membri che la nuova assemblea deve esprimere con una maggioranza dei 2/3. Ora, anche in attesa della composizione dell’Assemblea che uscirà dalle urne, è praticamente impossibile che uno dei tre grandi raggruppamenti in lizza ottenga questa maggioranza. E’ possibile che la forza di maggioranza relativa possa essere la United Iraqi Alliance, coalizione sciita che comprende i due maggiori partiti sciiti tradizionali (il Da’wa di al Jaafari e lo SCIRI di el Mahdi) e ha la benedizione del leader religioso al Sistani, ma che ha al suo interno anche personaggi slegati da questi orientamenti, come l’eterno Chalabi e anche alcuni seguaci del leader religioso radicale Moqtada al Sadr (che ufficialmente non si è presentato alle elezioni, ma ha disseminato candidati in varie liste). Proprio la sua natura di coalizione abbastanza eterogenea e in fondo non del tutto controllata dai leader religiosi o dai partiti (i cui candidati non sono la maggioranza dei 228 presenti in lista), fa dell’Alleanza irachena unita l’obiettivo delle manovre del suo principale concorrente, l’attuale primo ministro Iyad Allawi. Quest’ultimo, che conta su un buon successo, anche se in seconda posizione, della sua Iraqi List, sta già approfittando del controllo delle leve del governo e dei media per tentare una disgregazione dell’Alleanza e riproporsi come primo ministro.
Quanto alla terza forza che può giocare un ruolo in questa difficile e intricata partita, la Kurdish Alliance List che riunisce i due leader tradizionali Barzani e Talabani e presumibilmente raccoglierà la maggioranza dei voti nelle aree curde, sarà ovviamente disponibile a tutte le più disinvolte alleanze per rafforzare il proprio controllo sul nord del paese.
3) E a livello internazionale? Anche qui la situazione appare instabile e molto pericolosa. La più che probabile affermazione sciita in Iraq rafforzerà senza dubbio la posizione del regime iraniano, sciita anch’esso, che sta forse superando la sua crisi interna ed è impegnato in questo momento in un braccio di ferro con l’Agenzia per l’energia atomica riguardo al suo programma nucleare. E’ vero che gli sciiti iracheni (non foss’altro perché, a differnza degli iraniani, sono arabi) non hanno interesse a un legame strategico e permanente col proprio potente vicino. Ma che l’Iran stia conseguendo da questa situazione una maggiore libertà di manovra, col rischio di colpi di testa o di inasprimento dei conflitti, è indubbio. E non si deve poi dimenticare la Turchia, che ha già messo le mani avanti dichiarando che non è disposta a tollerare, ai suoi confini, una provincia curda che, pur temporaneamente all’interno dell’Iraq, prepari la prospettiva di un’indipendenza o una semi indipendenza che eserciterebbe sui curdi turchi un’innegabile attrazione.
Insomma, da tutti gli elementi in gioco si conclude che le previsioni vanno tutte in direzione di un aggravamento dell’instabilità in Iraq e in tutta la regione. Questa instabilità, non bisogna stancarsi di dirlo, ha una sola ragione principale: la guerra degli Usa contro Saddam del 2003 e la conseguente occupazione militare del paese. La cosiddetta exit strategy degli Usa, la possibilità cioè di iniziare un’operazione di sganciamento graduale dal paese che porti a una fine dell’occupazione militare (pur mantenendo un saldo controllo politico), si dimostra sempre meno praticabile per l’amministrazione Bush. Sbaglieremo, ma l’esercito Usa ci pare destinato a rimanere ancora parecchio tempo a impantanarsi in Iraq. Le differenze saranno ancora tante, ma le somiglianze con la situazione in Vietnam sul finire degli anni sessanta si fanno sempre più forti.
mercoledì 2 febbraio 2005.
01 Feb 2005
Quando oggi, e anche domani, dopodomani…aprirete i giornali italiani, li troverete tutti impegnati a parlare delle elezioni in Iraq in maniera veemente, senza risparmio di titoloni. Troverete imbecilli di destra che plaudono al trionfo della democrazia e leggerete imbecilli di sinistra annichiliti che annaspano di fronte a quello che ritengono un successo americano, quindi una loro sconfitta. Mi sono chiesto il perché di questi atteggiamenti mentre l’onda montava, e solo dopo un po’ sono riuscito a capire perché succedesse, anche al di là delle rispettive convenienze politiche.
Credo che la spiegazione risieda nel fatto che quasi nessuno, in Italia, abbia capito bene per cosa abbiano votato gli iracheni; e che questa situazione sia sfruttata a proprio vantaggio dal nostro governo e dai suoi solerti trombettieri.
A questo gioco si accodano poi tutti, anche le opposizioni, più inclini a reagire in maniera stereotipata che a cercare di riflettere. Chiaramente della sorte degli iracheni non importa a nessuno, tutto è da mettere in relazione solo ai miseri interessi delle botteghe nostrane. Sembra che tutti stiano giocando sull’equazione che vuole le elezioni come un successo americano, equazione ovviamente imposta dagli americani e dai media che li supportano, ma non facilmente verificabile. Tra chi non stima l’amministrazione Bush. sembra essersi diffusa, naturalmente, l’esigenza di svilire queste elezioni.
Il fatto che ci sia stata una buona affluenza è da considerarsi scontato per un paese che non votava da oltre 50 anni ed è passato attraverso una dittatura tanto lunga; su questo puntava l’amministrazione Usa per segnare un punto a buon mercato; il fatto che il dato possa essere stato gonfiato ad uso e consumo degli interessi politici di Bush sip può dare altrettanto per scontato, e non desterebbe scandalo, ormai. Operazione riuscita con risultati modesti nel mondo, ma clamorosi in Italia, dove tutti i giornali sono pieni di titoli allucinanti che combattono con fervore degno di miglior causa su questo fronte, trascinando con sé schiere di politici ignoranti costretti a misurarsi con materie sconosciute.
E ’scattata la più classica delle discussioni da bar, perfetta nei toni come nella profondità delle argomentazioni, non mancano singoli spericolati che si producono in veri e propri numeri da circo, ma la grande maggioranza ormai è partita con tutti i carri ed i buoi verso la nuova trincea irachena. Il bello, o il brutto, è che tutti parlano commentando dati assolutamente campati in aria, discutendo come se si fosse di fronte ad una svolta epocale. Peccato che qualcosa non torni. Il processo di formazione del nuovo Iraq, così come disegnato dagli alleati e controfirmato dall’Onu, rende il voto di ieri solo il primo passo di un cammino abbastanza lungo.
Gli iracheni hanno solamente eletto coloro i quali scriveranno la costituzione irachena. La quale dovrà essere convalidata da un referendum, al quale seguiranno, finalmente, le vere e proprie elezioni politiche. Questo significa che fino a questa data, prevista per dicembre prossimo, il governo resterà comunque quello di Allawi, e che quindi sia molto improprio parlare di nascita di un nuovo Iraq. Questo spiega anche perché l’Onu ed i media degli paesi, che capiscono il senso di queste elezioni, non abbiano insistito troppo sulla loro perfezione formale, e si accingano a certificarle senza grosse tensioni.
Questo processo, appena iniziato, presenta molte incognite e scogli, tra i quali queste elezioni dei costituenti sono un passaggio importante, ma non sicuramente il culmine della tensione; non certo la vetta scollinata la quale l’Iraq si avvia alla discesa verso la democrazia. L’Assemblea Costituente eletta ieri, dovrà entro settembre scrivere una nuova costituzione, sulla quale la popolazione avrà poco più di un mese di tempo per discutere, e quindi la voterà in un referendum confermativo. Gli eletti avranno parecchio da correre se vorranno rispettare questi tempi, elaborare una costituzione che metta d’accordo esigenze diverse e che fughi i diffusi timori, non sarà facile.
Da domani in Iraq non cambia niente, al contrario, ora viene il difficile; che consiste nel verificare se il risultato del voto verrà accettato, quanti saranno veramente i voti, a quale composizione dell’Assemblea Costituente porteranno, e se questa sarà in grado di produrre un testo condiviso. Esattamente per questo motivo, le elezioni irachene sono presto sparite dalle edizioni internazionali, passato l’effetto celebrativo. L’Iraq torna sulle prime pagine dei giornali stranieri solo perché si è scoperto che qualcuno ha evaporato qualche miliardo di dollari; qualcuno se ne è accorto, e negli Usa ed in Iraq è la notizia del giorno.
Si parla di bustarelle. Considerando che le aziende che operano in Iraq sono per gran parte americane, e che il governo lo hanno designato loro, si può ben dire che qualche americano ha rubato qualche miliardo di dollari destinato agli iracheni. Storie che per l’Italia hanno poco fascino, nel Sud del nostro paese sono anni che aspettano l’acqua, nonostante le cifre stanziate fossero sufficienti per mettere tubi d’oro negli acquedotti.
In Italia una notizia del genere non merita più di un trafiletto. Da noi invece alcuni credono di aver vinto la lotteria, altri di aver perso il portafogli; sbalzi di umore incomprensibili tra la destra che festeggia sfacciata e alcuni a sinistra che preventivamente dubitano del risultato. Si agitano per nulla; non sanno di cosa stanno parlando, o fanno i furbi; da domani in Iraq sarà ancora Allawi, o chi per lui scelto dagli americani; sarà ancora qaedismo, e sarà ancora resistenza popolare e regolamenti di conti tra etnie.
Gli iracheni continueranno a non avere acqua e luce e a far la fila per la benzina, mentre i contractors americani faranno sparire i soldi dei contribuenti americani. La novità è che alcuni iracheni si giocheranno con gli americani la futura costituzione del paese. Un altro anno di trattative e campagna elettorale a base di sangue e bombe, che magari farà crescere nella gente normale la voglia di un governo forte, come della tutela americana. Continueranno a non avanzare i lavori pubblici, non c’è alcuna ragione per aspettarsi un miglioramento della sicurezza, o del benessere della popolazione, in particolare a Baghdad e nella zona sunnita la situazione continuerà a peggiorare.
Bush ha già la risposta in tasca, quando dice che se ne andrà se richiesto dagli iracheni lo fa solo per alimentare l’illusione. Il voto di domenica non poteva, neanche per assurdo, formare una maggioranza in grado di chiedere il ritiro americano. La questione non si poneva nella realtà, è stata posta nei paesi alleati solo per segnare sui media un punto a favore, un punto che segnalasse una prova dell’esistenzadella famosa democrazia, portata in Iraq con tanta irruenza.
In Iraq non ha ancora vinto nessuno, di sicuro ogni giorno perdono gli iracheni, quelli definiti meravigliosi ieri perché andava così; gli stessi che domani torneranno di nuovo invisibili per noi. Questa sconfitta, questa pena degli iracheni è il vero motivo per quale, da sempre, si chiede il ritiro delle truppe d’invasione; per la nostra politica la loro pena non esiste, l’Iraq è un’opportunità come un altra, solo un tema sul quale scannarsi.
Illusioni, immagini irreali, umori impazziti dominano la comunicazione e la politica. Guardate il cucchiaio; il cucchiaio non esiste.
mazzetta
redazione@reporterassociati.org
Stati Uniti d’America - 21.1.2005
Gli Usa vogliono creare "squadre della morte" in Iraq. Un’idea già vista in Centroamerica
Falluja è stata divelta. Una città di centinaia di migliaia di persone, una Saint Louis o una Sacramento, fracassata, la sua popolazione dispersa tra le bombe. Senza fonti certe di acqua potabile, senza accesso al cibo. L’istruzione dei figli interrotta, famiglie spezzate, che non sanno cosa rimane delle loro case. Eppure ciò non ha portato alla fine della resistenza armata. L’assedio e l’espugnazione della città, la trasandatezza con cui ci si è presi cura dei rifugiati, l’aperta teorizzazione del bombardamento di insediamenti civili per “motivare” le popolazioni al divorzio dalla leadership dei resistenti, valgono ormai un ricorso per crimini di guerra. Eppure il fallimento sul piano strategico dell’assalto a Falluja sta spingendo gli Stati Uniti ben oltre.
Un’idea non nuova.
Negli stessi giorni in cui, con il processo a Charles Graner, l’elite americana e la stampa hanno messo in scena il teatrino di una moralità ritrovata, che servirà a circoscrivere a pochi militari il biasimo per una politica di abusi e torture nata ad alto livello, il Pentagono discuteva “l’opzione Salvador”; ovvero il ricorso, per combattere gli insorti, a squadre della morte, come già fecero gli Usa in El Salvador negli anni Ottanta. Dalla tortura di Stato all’eccidio segreto, gli Stati Uniti scendono di un altro livello negli inferi, e si preparano a commettere brutalità ancor più efferate e nascoste.
Né segreti né invenzioni.
Le notizie riguardanti “l’opzione Salvador” non sono invenzioni di chi fa opposizione. Basta leggere il recente articolo di Michael Hirsch e John Barry scritto per Newsweek, un settimanale di ampia circolazione “moderato”. L’articolo nota che al Pentagono si sta discutendo di rispolverare la strategia anti-guerriglia utilizzata sotto Reagan nel Salvador negli anni Ottanta. La sinistra armata stava vincendo il conflitto con lo Stato, gli Usa reagirono creando forze paramilitari con il compito di dare la caccia e uccidere i ribelli e i loro simpatizzanti. L’articolo nota che, nonostante la morte di civili innocenti e lo scandalo Iran-Contra, la destra americana considera il modello Salvador un pieno successo. John Negroponte, allora ambasciatore in Honduras e legato a questa politica, oggi è l’ambasciatore Usa in Iraq.
C’è bisogno di alleati.
Il blitz di due anni fa ha regalato il predominio strategico ma non il controllo esteso del territorio iracheno. Milioni di iracheni non solo non vogliono la presenza occidentale, ma non sono nemmeno convinti delle capacità demiurgiche degli Usa e dei loro alleati. L’America sa distruggere, ma a ogni ciclo di distruzione il suo progetto politico e la sua presenza militare si imbarbariscono; si teorizza apertamente l’utilità di una guerra civile, si cerca adesso il modo, la maniera di disimpegnare la maggior parte delle forze Usa, per mantenere libera la proiezione di potenza su altre zone. Per ottenere tale disimpegno gli Stati Uniti hanno bisogno di alleati iracheni che siano capaci di garantire il continuato accesso al petrolio, e ad alcuni elementi di interesse strategico o personale. Frammentare l’Iraq per poi colludere con i curdi, a cui assegnare il petrolio del nord, e con un qualche regime sciita a sud che almeno garantisca i pozzi nel Golfo Persico; controllo che permette di continuare l’egemonia americana sui Paesi che vi si affacciano. I piccoli protettorati del Kuwait, dell’Oman, degli Emirati Arabi Uniti rimarranno basi di operazione a breve distanza, l’Iran rimarrà sotto tiro.
Preparazione a buon punto.
Dall’articolo sembrerebbe che le discussioni operative siano assai avanzate: gli Usa metterebbero insieme squadre della morte nelle zone sunnite e addirittura in Siria. Le forze sarebbero composte di milizie curde e sciite. L’articolo continua citando il direttore dell’intelligence irachena: “I ribelli sono per lo più nelle zone sunnite, dove la popolazione è a loro favore. La maggior parte degli iracheni non sostengono attivamente gli insorti né forniscono materiale e supporto logistico, però non sono disposti a denunciarli”. Un militare del Pentagono coinvolto nel dibattito strategico è d’accordo: “Questo è il nodo cruciale del problema...ci vogliono nuove operazioni offensive che creino la paura di aiutare gli insorti. La popolazione sunnita non sta pagando alcun prezzo per il sostegno che dà ai terroristi. Dal loro punto di vista, è senza costi. Dobbiamo cambiare tale equazione.”
Un solo modo di operare.
La grande stampa americana si adeguerà alla buona novella di un Iraq “democratico” ma in difficoltà, le squadracce paramilitari, con consiglieri americani, o addirittura squadre segretamente miste, opereranno per mantenere il potere dei governatori lasciati dagli americani, e lo faranno al di fuori della legge. Le squadre della morte in tutto il mondo operano in una sola maniera: uccidendo e trucidando tutti coloro che operano in contatto, sono sospetti, o semplicemente vivono in zone in qualche modo considerate insufficientemente leali. Rischiano inoltre di sfuggire al controllo dei loro principali in capitali lontane, specialmente se in grado di ottenere risorse finanziarie autonome.
ll testo dell’intervista di Farid Ayyar, portavoce ufficiale della Indipendent Electoral Commission of Iraq, fatta da Iman Sadiq , giornalista di Iraqi Al-Sharqiyah TV il 30 gennaio
In primo luogo, benvenuto. Siamo felici di avervi con noi nella vostra qualità di collega giornalista. Voi ed il vostro personale avete lavorato molto bene nelle elezioni irachene. E’ stato uno sforzo nazionale, per cui dovreste essere ringraziati. Questo realmente non era stato previsto. In secondo luogo, vi diamo il benvenuto come il portavoce ufficiale della Commissione elettorale indipendente dell’Iraq (IECI).
Grazie molto e benvenuti a voi.
Abbiamo parecchie domande da porvi, poiché siete il portavoce ufficiale dello IECI. Ma vogliamo farvele anche come collega giornalista. In primo luogo, Al-Sharqiyah ha ricevuto molte proteste. Due ore prima della chiusura dello scrutinio, c’è stata una conferenza stampa. Avete spiegato che l’affluenza dell’elettorato aveva raggiunto il 72 per cento ed in alcune zone il 90 per cento. Dopo la chiusura dello scrutinio, in una conferenza stampa, avete detto ai presenti che l’affluenza dell’elettorato era del 60 per cento. Perchè questa contraddizione, anche se c’era soltanto una differenza di due ore fra le due dichiarazioni?
Grazie molto per la vostra introduzione, che era realistica, perché il successo di queste elezioni non interessa solo alcune categorie o gruppi. Piuttosto, interessa tutti gli iracheni, compresi coloro che non hanno partecipato alle elezioni. L’Iraq è per tutti e le elezioni sono per tutti. Di conseguenza, la responsabilità dovrebbe anche essere assunta da tutti.
Dott Farid, perchè questa contraddizione?
Vi risponderò. In primo luogo, sulla domanda che riguarda l’annuncio dell’affluenza; bene, la percentuale che è stata annunciata nel pomeriggio era una valutazione e dipendeva dal flusso della gente davanti ai seggi e non dalle statistiche ufficiali elaborate contando le schede elettorali.
Su cosa erano basate le percentuali annunciate in conferenza stampa? Sono state basate soltanto sul flusso della gente?
Sì, in base al flusso della gente ed alle attese davanti i seggi in molti posti in Iraq, ed inoltre qualcuno si è messo in contatto con i presidenti di questi seggi, nel nord, nel sud o nel centro. La persona che ha annunciato questi dati non ha detto che erano dati finali. Finora, non abbiamo risultati per le elezioni. Il conteggio sta avvenendo ora. Ho sentito che Al-Sharqiyah conosce alcune cose, che non conosciamo.
Nella città di Mosul, il delegato governativo ha detto che quattro città non hanno ricevuto i materiali elettorali. Come giustificate questo? Queste città sono Bashqa, Bartillah, Al-Hamdaniyah e Jihan. Non hanno ricevuto il materiale per le elezioni. Perchè questo?
Il delegato governativo non è autorizzato a rilasciare una dichiarazione a nome dello IECI, che è super partes. Non ha diritto di parlare a nostro nome. Io sono il portavoce ufficiale e io posso parlare di tutto ciò che è relativo allo IECI ed alle elezioni.
Non ha parlato a nome dello IECI. Ha detto soltanto che alcune zone non hanno ricevuto i materiali elettorali. Qual’è la vostra giustificazione, visto che rappresentate lo IECI, che è incaricato delle elezioni?
Questo non è accaduto. Abbiamo distribuito tutti i rifornimenti, schede e urne elettorali, basati su un fitto programma, a tutte le zone. Non so come abbia detto questo. Siamo sicuri che il nostro lavoro era buono, anche se c’è una possibilità di errore umano. Chiunque può fare un errore. Tuttavia, questo non è accaduto.
Lo IECI ha fatto enormi sforzi e vi meritate di essere ringraziati per quello. Era uno sforzo enorme che nessuno ha previsto e nessuno nega questo. Tuttavia, il conteggio delle scheda elettorali è iniziato alla luce delle lampade. Questo interessa negativamente i risultati o il conteggio delle schede elettorali?
Vorrei dire che fra le cose che sono state importanti per rifornire i seggi ci sono queste lampade speciali. Queste lampade sono state portate in modo da avere abbastanza luce, nel caso avvenisse un guasto della corrente, per permettere agli addetti al conteggio delle schede elettorali di fare il loro lavoro. Ciò fa parte delle cose che abbiamo comprato per assicurare i bisogni dei seggi in Iraq. Di conseguenza, le lampade sono disponibili ed il conteggio delle schede elettorali è attualmente in corso. Annunceremo i risultati una volta che li abbiamo.
Se lo IECI è l’unica parte interessata alla questione, qual’è il motivo per il ritardo nell’annuncio dei risultati? Due settimane o 10 giorni sono troppi. Tutti stanno aspettando ardentemente i risultati delle elezioni. Il settanta per cento dei conteggi delle schede elettorali sono stati completati alcune ore dopo la chiusura delle urne. Perchè allora questo ritardo se lo IECI è l’unica parte interessata alla questione?
Grazie per avermi detto che il 70 per cento dei conteggi delle schede elettorali sono stati completati malgrado il fatto che io, il portavoce per lo IECI, non conosca questa percentuale finora! Non c’è nessun ritardo. I risultati finali e ufficiali saranno annunciati dopo aver ricevuto i risultati dei votanti all’estero, per i quali occorreranno quattro giorni secondo l’Organizzazione Internazionale per la Migrazione (IOM). In seguito, questi risultati saranno raccolti insieme ai risultati locali qui e saranno annunciati al pubblico in una cerimonia ufficiale. Desideriamo portare a termine appena possibile questa faccenda. Non c‘è niente di nascosto ma porteremo a termine il lavoro ed annunceremo i risultati più probabilmente in meno di 10 giorni, o persino in sette o sei giorni. Termineremo il nostro lavoro ed annunceremo i risultati in un modo onesto e trasparente.
Allora ci non darete una data specifica per l’annuncio dei risultati finali o iniziali.
I risultati iniziali saranno annunciati non appena lo IECI li riceve. Saranno annunciati giorno per giorno durante le conferenze stampa pianificate. Se dei risultati diventano disponibili per noi da domani, li annunceremo definitivamente. Dopo il conteggio delle schede elettorali, ogni seggio annuncerà i relativi risultati. In seguito, questi risultati saranno trasmessi al centro principale –
(Sadiq, interrompendo) Abbiamo ricevuto molti risultati dai governatorati di Kirkuk, di Huwayjah, d Mosul e di Bassora. I risultati sono cominciati ad arrivare e stanno trasmettendoli ad Al-Sharqiyah TV, ma non desideriamo annunciarli per non causare il caos o la discrepanza nei dati. Aspetteremo i risultati dello IECI. Vi ringraziamo per gli sforzi tremendi che avete impiegato e siamo felici che siate un collega giornalista . Grazie molto
( Fonte : Al-Sharqiyah, Baghdad, in Arabic 1837 gmt 30 Jan 05. BBC Monitoring, Copyright 2005 Financial Times Information)
Traduzione di Paola Mirenda
BAGDAD - Dal voto di domenica è spuntato un nuovo raìs. Il quale ha subito annunciato "l’importante vittoria sui terroristi". E lo ha fatto con il piglio deciso che quel ruolo richiede. Il personaggio era già formalmente al potere, portato e puntellato da baionette straniere, ma da quarantott’ore la maggioranza degli iracheni ne ha fatto un vero raìs. Non è più un fantoccio (con il marchio di collaboratore della Cia, quando nell’esilio londinese era un oppositore di Saddam Hussein).
Adesso appare un capo autentico. Non si sa ancora, lo sapremo soltanto tra qualche giorno, quanti voti abbia preso Ayad Allawi, con il suo Movimento per l’intesa nazionale, ma egli ha già vinto il referendum, insito nelle elezioni organizzate da lui in quanto primo ministro.
Prima ancora di scegliere partiti e candidati, molti dei quali anonimi per non esporre se stessi e la famiglia alle rappresaglie della guerriglia, gli iracheni dovevano decidere tra il voto e il rifiuto del voto. Un voto voluto dalla potenza occupante, consentito dai 160 mila soldati stranieri accampati sul suolo nazionale, ma presentato da Allawi con grande abilità. Il messaggio era in sostanza questo: i vostri suffragi getteranno le basi su cui costruire una vera sovranità nazionale. La quale, una volta recuperata grazie a uno Stato in grado di garantire la sicurezza, renderà implicita la partenza di quei 160 mila soldati stranieri, la cui presenza ferisce il nostro orgoglio.
L’opposizione armata ordinava l’astensione, presentandola come un rifiuto dell’occupazione. Questo è del resto l’essenza del suo programma: la lotta contro gli stranieri. Usurpatori e infedeli nell’ibrido linguaggio della guerriglia, in cui si mischiano gli accenti patriottici dei saddamisti, un tempo "laici" come il loro partito (il Baath), e quelli religiosi dell’integralismo islamico dedito al terrorismo.
La motivazione non lasciava e non lascia insensibili molti iracheni, che vedono gli americani come occupanti e non come liberatori. Ma essa si è tradotta in concreto soltanto in una violenza spesso cieca, in atti di terrorismo che colpiscono la popolazione civile e impediscono a una società stremata da venticinque anni di privazioni dovute alle guerre, alle sanzioni e alle repressioni di una dittatura inferocita.
Per essere tale, una resistenza, stando ai valori del nostro passato che le attribuiamo, deve esprimere ben altro. Deve anzitutto proporsi come un’alternativa a quel che combatte. Deve offrire un futuro migliore. Al buio rappresentato dall’insurrezione armata la maggioranza degli iracheni ha preferito andare alle urne. Ha risposto "sì" al referendum di Allawi. Un "sì" non destinato a Bush. Era ben chiaro nelle dichiarazioni raccolte domenica davanti ai seggi elettorali. Un "sì" alla democrazia? Un voto liberamente dato è di per sé una conquista della dignità individuale. Quando viene espresso rischiando la vita assume un valore particolare.
Gli elettori iracheni aspirano senz’altro a qualcosa che apra un giorno orizzonti meno cupi di quelli disegnati dalla violenza della guerriglia. E vedono quegli orizzonti senza truppe straniere. Non mi sembra di esagerare, di deformare i sentimenti di molti iracheni, se dico che i loro voti erano una forma di resistenza.
L’interpretazione pecca forse di ingenuità. Non conosciamo ancora i risultati dell’elezione. Né l’esatto tasso di partecipazione. Lo si fa ancora oscillare tra il 60 e il 75 per cento! E senza dati un po’ meno approssimativi è azzardato misurare la profondità della spaccatura tra comunità provocata dal voto. Una lacerazione che il nuovo raìs dovrà ricucire se vuole evitare che l’importante vittoria sul terrorismo" aggravi la situazione sul piano militare. E si traduca in una guerra civile. Egli deve la vittoria al grande ayatollah Sistani.
Senza l’autorità e l’abile regia del capo spirituale, installato a Najaf (il Vaticano degli sciiti) l’impresa non sarebbe riuscita. Invitando la sua comunità, più del 60 per cento della popolazione a votare "per dovere religioso" (come se si trattasse di un precetto, quale il digiuno del Ramadan o il pellegrinaggio alla Mecca, hanno capito i fedeli raccolti nelle moschee dell’Iraq meridionale), Sistali ha garantito la forte affluenza alle urne. E ha fatto vincere ad Allawi il referendum.
"Per noi sciiti, diceva ieri un’anziana signora nel quartiere di Karradah, è la prima vittoria dopo cent’anni". Per gli sciiti, l’elezione ha offerto l’occasione storica di far legittimare la loro maggioranza e il conseguente diritto di governare. Ma per la minoranza sunnita, che ha monopolizzato, usurpato, quel diritto (con qualche parentesi) per secoli, si tratta di una decadenza sofferta e per molti inaccettabile.
Non a caso la guerriglia è sostanzialmente sunnita. Questo obbliga ad articolare il giudizio sull’elezione. Da un lato la robusta affluenza ha inflitto una severa sconfitta politica all’opposizione armata. Il futuro governo, probabilmente presieduto ancora da Allawi, il nuovo rais, avrà la legittimità del voto popolare. E questa legittimità dovrebbe isolare i ribelli, e a lungo termine, forse, contribuire alla loro estinzione.
Ma dall’altro lato, sul piano militare, nell’immediato, potrebbe favorirli la forte astensione registrata tra i sunniti, in particolare nella provincia di Al Anbar, nel Triangolo della morte, ed anche in alcuni quartieri della stessa Bagdad. Sembra che non pochi sunniti abbiano disubbidito, e abbiamo votato di nascosto, rischiando la vita.
In quanti hanno osato tanto? Le prime, approssimative valutazioni parlano di un quoziente a due cifre. Si temeva meno del 10 per cento. Sarebbe poco di più. La guerriglia è comunque riuscita a imporre il rifiuto. Vale a dire a ottenere la solidarietà, per scelta o per paura, di gran parte della comunità. La quale rappresenta circa il 20 per cento della popolazione.
Il comitato degli Ulema, il più alto organismo religioso sunnita, ha negato ieri ogni legittimità alle elezioni, perché avvenute nel paese occupato da truppe straniere. E ha denunciato come falsi i dati sull’affluenza alle urne annunciati dal governo. La maggioranza degli iracheni avrebbe espresso l’ostilità all’occupazione astenendosi dal voto.
In quanto alle testimonianze dei giornalisti sarebbero inaccettabili o incomplete, perché alla stampa è stato consentito di visitare soltanto cinque seggi elettorali (su più di cinquemila). E’ abbastanza vero. Questa dura condanna degli Ulema, i dottori della dottrina, rende più difficile il compito di Ayad Allawi, al quale spetta di ricucire lo strappo: di recuperare la comunità sunnita, senza la quale rischia di essere un rais zoppo. Allawi è sciita, ma il suo partito è laico e conta non pochi sunniti.
Ed altri ancora sono presenti nei partiti intercomunitari, fuori dal controllo delle autorità religiose. Ad essi verranno riservati posti di rilievo per dimostrare che l’avvento al potere della maggioranza sciita non significa l’emarginazione dell’altra grande comunità musulmana. Ma ancora una volta spetterà a Sistani, sulla cui cooperazione contano in tanti (americani compresi), rendere possibile un compromesso. L’avvenire del nuovo rais, e dell’Iraq, è nella mani dell’ayatollah.
(1 febbraio 2005)
Baghdad, 1 febbraio 2005
Oggi il presidente iracheno Ghazi Al Yawer ha lanciato un appello all’unità nazionale. "Anch’io come Iyyad Allawi sono del parere che dovremo convocare un congresso per il dialogo nazionale, perché il dialogo con le diverse componenti del paese è una richiesta di tutti", ha affermato il presidente iracheno nel corso di una conferenza stampa tenuta questa mattina a Baghdad.
"Quella del congresso per il dialogo nazionale è una richiesta irachena che io sostengo - ha affermato - doveva essere convocato in un primo momento per il 16 gennaio ma è stato rinviato per le elezioni". Il presidente ha anche affermato di voler aderire alla richiesta del partito islamico sunnita di partecipare all’assemblea costituente pur non avendo partecipato alle elezioni, ma ha aggiunto, "purché non si usi la violenza".
Al Yawer ha anche assicurato alle migliaia di curdi di Mosul che non hanno potuto votare che si interesserà del loro caso e ha detto di voler inviare da loro la commissione elettorale per chiarire la vicenda.
A proposito del ritiro delle truppe, il presidente iracheno si è detto certo che le elezioni contribuiranno in quella direzione, così come aiuteranno a ripristinare la sicurezza nel paese.
Ghazi al Yawer, presidente ad interim dell’Iraq, ha affermato in conferenza stampa a Baghdad che parte dei 170mila militari statunitensi ed altre truppe starniere presenti nel Paese potrebbero essere ritirate alla fine dell’anno.
Al Yawer ha sottolineato come il ritiro debba avvenire solo dopo che le forze di sicurezza irachene saranno divenute pienamente operative, la situazione della sicurezza sarà migliorata e alcune sacche di resistenza dei terroristi eliminate.
Il presidente iracheno Ghazi al Yawer ha detto nella sua conferenza stampa di oggi che sarebbe "completamente insensato" chiedere adesso alle truppe straniere di lasciare in paese in "questa situazione di caos e di vuoto di potere".
Durante l’occupazione "vi sono stati degli errori", ma "per essere onesti, tutto considerato il contributo dlele forze starniere in iarq è stato positivo"; chiedere adesso agli americani di abbandonare il Paese "in questo caos e nel vuoto di potere" sarebbe una decisione "priva di senso", ha continuato Presidente, il quale ha tuttavia aggiunto: "Se ci lasciassero soli a gestire le vicende del nostro Paese, non vi sarebbero problemi tra noi iracheni".
Iniziato il conteggio finale dei risultati del voto E’ iniziata questa mattina l’ultima fase del conteggio delle schede elettorali del voto di domenica scorsa in Iraq. Si è conclusa ieri nei 5.200 seggi sparsi per il Paese la prima fase del conteggio manuale dei voti, trasmesso poi nella capitale irachena. Oggi, circa 200 addetti inseriranno i dati nella memoria informatica della Commissione.
I primi risultati parziali potrebbero essere resi noti già nella tarda giornata di oggi, anche se per conoscere i dati ufficiali bisognerà attendere una settimana, 10 giorni.
Il gruppo di al Zarqawi annuncia il sequestro di 4 guardie nazionali Un gruppo affiliato all’Organizzazione di al Qaida nel Paese del Rafidain (Mesopotamia) di Abu Musab al Zarqawi ha inviato un video all’Associated Press Television in cui rivendica il rapimento di quattro militari della Guardia nazionale irachena.
Nel filmato, i guerriglieri si presentano con la sigla "Battaglioni della guerra santa in Iraq" e dichiarano di aver rapito i quattro militari al termine delle elezioni di domenica scorsa in Iraq. Un uomo con il volto coperto e armato di Kalashnikov legge un documento in cui si afferma che "questi traditori delle guardie infedeli riceveranno la punizione che meritano per aver tradito il loro Paese e il loro popolo".
The Independent on Sunday, 30 gennaio 2005
Ieri a Baghdad, avrebbero dovuto prepararsi per delle elezioni. Ma si stavano preparando per la guerra.
I blindati americani Bradley per le strade, le pattuglie Usa, i vecchi veicoli da trasporto delle truppe russi che Saddam aveva acquistato a poco prezzo dall’Unione Sovietica – ora “vestiti” nella grigia pittura mimetica del ‘nuovo” esercito iracheno – i poliziotti incappucciati e mascherati: non sembrano il preludio di un esperimento democratico. Sono in attesa dei fiumi di sangue preannunciati dai ribelli. Ma in Iraq ci sarà la democrazia.
I colpi di mortaio ieri sono piovuti sulla Green Zone dove sono ubicate le ambasciate americana e britannica. Un “tump-tump-tump” ha portato gli elicotteri Apache americani sulle autostrade circostanti in meno di 30 secondi, ma i ribelli erano spariti. Poi è scoppiata una feroce sparatoria nel centro di Baghdad fra americani e ribelli. Di nuovo troppo tardi, gli uomini armati se ne erano andati. Attacchi di fantasia prima di elezioni di fantasia. Molti iracheni non conoscono i nomi dei candidati, tanto meno i loro programmi. Ma in Iraq ci sarà la democrazia.
I ragazzi e le ragazze dei media prevedibilmente staranno al gioco. “Transizione dei poteri”, dice il logo che compare ogni ora sulla diretta delle elezioni sulla CNN, anche se il voto è per un parlamento che scriva una costituzione, e gli uomini che formeranno una maggioranza al suo interno non avranno poteri.
Non hanno nessun controllo sul loro petrolio, nessuna autorità sulle strade di Baghdad, tanto meno sul resto del paese, nessun esercito sostenibile o forza di polizia leale. L’unico potere è quello delle forze armate americane e dei loro 150.000 soldati che potevamo vedere ieri agli incroci principali di Baghdad.
Alle grandi reti televisive è stato dato un elenco di cinque seggi in cui sarà loro “permesso” filmare. Un esame accurato dell’elenco mostra che quattro su cinque sono in zone sciite – dove l’affluenza al voto sarà probabilmente alta – e uno in una zona sunnita residenziale, dove sarà moderata. Tutti i seggi in zone sunnite di classe operaia saranno off-limits per la stampa.
Mi chiedo se i ragazzi della TV oggi ce lo diranno quando mostreranno gli elettori che “vanno in massa” ai seggi. Nel quartiere di Karrada, ieri abbiamo visto tre folti gruppi di giovani, tutti che sventolavano bandiere irachene, tutti – come i disoccupati che hanno attaccato manifesti sui muri di Baghdad – pagati dal governo per “pubblicizzare” le elezioni. E c’era un operatore della televisione di stato irachena, che è controllata dal governo “a interim”di Iyad Allawi.
La “vera” storia è fuori Baghdad, nelle migliaia di miglia quadrate fuori dal controllo del governo e fuori dalla vista dei giornalisti indipendenti, specialmente nelle quattro province sunnite che sono il cuore della rivolta irachena. Proprio fino al momento delle elezioni, i jet Usa stavano continuando a bombardare “obiettivi terroristi”, l’ultimo nella città di Ramadi – che, anche se i signori Bush e Blair non lo dicono – adesso è in mano ai ribelli così sicuramente come lo era Falluja prima che gli americani la distruggessero.
Ogni mese, da quando Allawi, l’ex agente della CIA, è stato nominato Primo Ministro dal governo Usa, i raid aerei americani sull’Iraq sono aumentati in modo esponenziale. Non ci sono giornalisti “embedded” nell’enorme base americana in Qatar o sulle portaerei Usa nel Golfo dalle quali partono queste sortite sempre crescenti e sempre più letali. Non vengono registrate, non se ne parla, parte della guerra di “fantasia” che è anche troppo reale per le vittime ma nascosta a noi giornalisti mentre ce ne stiamo al riparo a Baghdad.
La realtà è che gran parte dell’Iraq è diventata una “zona di libero fuoco” – come riferimento, vedi “Vietnam” – e gli americani stanno conducendo questa guerra segreta in modo così efficiente e così spietato come avevano condotto la loro precedente campagna di bombardamenti contro l’Iraq fra il 1991 e il 2003, un raid aereo al giorno, o due, o tre. Allora attaccavano gli “obiettivi militari” di Saddam in Iraq. Adesso attaccano “obiettivi di terroristi stranieri” o “forze anti-irachene”. Questa ultima espressione mi piace particolarmente, dal momento che gli stranieri coinvolti in questa violenza si dà il caso che in realtà siano americani che stanno di solito attaccando gli iracheni.
E non solo nelle zone sunnite. Proprio questo mese, ad esempio, l’aviazione Usa ha sparato dei missili su un dormitorio studentesco nell’università di Erbil, nel nord kurdo del paese. Fra i kurdi feriti c’era un sopravvissuto ai gas di Saddam a Halabja – una delle ragioni per le quali i signori Bush e Blair si presume abbiano invaso questo sfortunato luogo. Nessuna spiegazione da parte degli americani. Quindi, perché stavano bombardando i kurdi? Per avvertirli che non verrà data loro l’indipendenza? O per far sì che smettano di litigare sulla città di Mosul, che il “nuovo” Iraq vuole tenere all’interno del proprio territorio nazionale, non cedere a qualche futuro “Kurdistan”?
Sì, so come tutto questo verrà interpretato. Gli iracheni votano coraggiosamente nonostante le minacce spaventose dei nemici della democrazia. Finalmente, le politiche americane e britanniche si sono realizzate – ci sarà una democrazia reale e funzionante così potremo andarcene presto. O l’anno prossimo. O fra dieci anni o giù di lì. Il solo fatto che queste elezioni si siano svolte – un atto di follia agli occhi di tanti iracheni – sarà un “successo”.
Gli sciiti voteranno in massa, i sunniti in gran parte di asterranno. Il potere degli sciiti verrà consacrato per la prima volta in un paese arabo. E quindi inizierà la manipolazione e le accuse di frode e le ammissioni che in alcune zone le elezioni potrebbero essere state “difettose”.
Ma continueremo a parlare di “democrazia” e “libertà” più e più volte ancora, la rivolta continuerà e diventerà ancora più violenta, e gli iracheni continueranno a morire. Ma in Iraq ci sarà la democrazia.
(Traduzione di Ornella Sangiovanni)
Inter Press Service , 30 gennaio 2005
Un attacco notturno con razzi all’ambasciata degli Usa a Baghdad che ha ucciso due Americani e ne ha feriti altri quattro ha dato il tono per l’elezione domenica. * A fine giornata almeno 29 persone erano state uccise negli attacchi ai seggi elettorali. Un’ora dopo che i seggi avevano aperto, alle sette del mattino, scoppi di mortaio hanno cominciato ad echeggiare nella capitale, a volte un attacco al minuto. La maggior parte degli iracheni sono rimasti a casa, dopo le minacce dei combattenti della resistenza di “lavare le strade con il loro sangue”. Un kamikaze ad un posto di controllo di sicurezza nel distretto di Monsour di Baghdad occidentale ha ucciso un poliziotto ed ha ne ha feriti altri due . Un uomo con una cintura esplosiva si è fatto saltare in aria tra gli elettori in coda nel quartiere di Sadr a Baghdad, uccidendo se stesso e almeno quattro altri. Molti iracheni che avevano deciso di votare sono rimasti a casa mentre colpi di arma di fuoco echeggiavano nel centro della città di Baghdad. Gli attacchi di mortaio ai seggi elettorali sono continuati nella giornata. "Ieri una bomba su una bicicletta ha ucciso qualcuno vicino alla mia casa," ha detto Ahmed Mohammed, 32 anni . "Non ho mai avuto intenzione di votare comunque in queste elezioni illegittime, ma se anche lo avessi desiderato non uscirei mai in queste circostanze." Con le misure di sicurezza draconiane sul posto, persino alcune ambulanze che soccorrono velocemente le vittime degli attacchi con le bombe sono state rimandate indietro ai punti di controllo di sicurezza. " Quella che sta avendo Baghdad è una guerra, non elezioni," ha detto Layla Abdul Rahman, un insegnante di inglese della High School. "Le nostre strade sono riempite di carri armati e i soldati ed i nostri ponti sono chiusi. Tutto quello che sentiamo sono i bombardamenti intorno a noi e per le ultime due notti ci sono stati molti scontri per lungo tempo. Non dovremmo avere elezioni ora perché non è pratico con questa sicurezza orribile." Le minacce dei combattenti della resistenza sono state seguite da una serie di attacchi che hanno ridotto l’affluenza dell’elettorato di Baghdad. "Come possiamo chiamare questa “democrazia” quando sono troppo impaurito per lasciare la mia casa", dice Abdullah Hamid, residente a Baghdad. "Naturalmente ci sarà bassa affluenza qui con tutti questi bombardamenti." Una serie di bombardamenti è stata segnalata inoltre a Hilla, Mossul, Kirkuk, Bassora e Baquba. A Samara, dove una bomba del ciglio della strada ha colpito una pattuglia degli Usa, non c’era alcun segno della presenza degli elettori o della polizia sulle strade, secondo i rapporti da là. "Nessuno voterà a Samarra a causa della situazione di sicurezza," ha detto ai giornalisti Taha Husain, capo del consiglio locale di Samarra. Il premier del governo ad interim nominato dagli Usa, Ayad Allawi, ha annunciato che la legge marziale ora sarà estesa per un altro mese. La speranza di molti iracheni che le elezioni porteranno sicurezza e stabilità continua a sbiadirsi. L’affluenza dell’elettorato nel nord dell’Iraq controllato dai curdi e nella regione del sud dominata dagli sciiti è stata pesante, ma la maggior parte dei seggi elettorali nella capitale e nell’Iraq centrale sono rimasti relativamente vuoti. Oltre ai motivi di sicurezza, molti iracheni hanno scelto di non votare perché mettono in discussione la legittimità di queste elezioni. "Sono sbagliate per principio, l’alto commissariato per le elezioni è stato nominato da Bremer (l’ex coordinatore Usa Paul Bremer), come possiamo avere un’elezione legittima in queste circostanze," ha detto Sabah Rahwani del distretto di Karrada di Baghdad. "Questa elezione serve soltanto l’interesse dell’occupante, non degli iracheni. Questa è soltanto propaganda per Bush." Il presidente degli Usa George W. Bush ha annunciato nella sua trasmissione radiofonica settimanale del sabato che "poichè la democrazia prende la strada giusta in Iraq, la missione dell’America continuerà." La sua amministrazione inoltre ha recentemente annunciato che le truppe degli Stati Uniti rimarranno in Iraq almeno fino al 2006. Il Parlamento scelto tramite l’elezione di domenica scriverà una nuova costituzione per il paese. Un referendum su questo è previsto per il 15 ottobre, seguito da un’altra elezione il 15 dicembre.
I risultati delle elezioni irachene sono ancora incerti e lo saranno probabilmente per sempre. Non sapremo mai se i partecipanti al voto sono stati veramente il 50% degli aventi diritto, come affermano i comunicati della commissione elettorale, o meno, o più. L’assenza totale di osservatori indipendenti e la mancanza di contraddittorio tra i partecipanti non consentirà mai di accertare la veridicità di queste cifre.
Ma qualunque sia stato il vero numero degli elettori e chiunque sarà dichiarato vincitore di questa competizione elettorale, il risultato non cambia: il progetto di divisione del paese è andato in porto.
Il governo Bush, in difficoltà nella gestione dell’occupazione dell’Iraq, è riuscito a mettere gli iracheni l’uno contro l’altro, fino a portarli sull’orlo della guerra civile. Per questa via intende legittimare la permanenza, a tempo indefinito, delle basi militari statunitensi. E di grande aiuto in questo progetto sono stati i tagliagole di Al Zarkaawi. Resta il fatto di fondo: in base ad una legge che gli iracheni non hanno mai avuto la possibilità di discutere è stato nominata un’assemblea costituente che non comprende una parte significativa della società irachena, non è da essa riconosciuta e, quindi, per definizione, non può essere costituente.
Si infrange probabilmente oggi il sogno iracheno di poter essere uno stato democratico: a chi possiede un terzo delle riserve petrolifere del mondo non è mai stato consentito di essere democratico.
Si infrange qui l’illusione che alla guerra potesse seguire la pace. Chi pagherà questo sarà la gente dell’Iraq, che oggi ha dimostrato di sognare la democrazia.
Tra le vittime dell’occupazione statunitense da oggi vi è anche la coesione nazionale. Nasce quindi oggi un nuovo fondamentale compito per chi ama la pace: la ricerca del dialogo tra le componenti della società, della conciliazione e dell’unità del paese nelle sue molteplici componenti, che scongiuri la guerra civile e permetta all’Iraq di riconquistare la sovranità.
Saprà la piccola e pavida Europa farsi carico di questo compito?
Baghdad, 31 gennaio 2005
All’indomani delle storiche elezioni in Iraq, la Commissione elettorale irachena ha comunicato che in base a dati non ancora definitivi, il tasso di affluenza alle urne si attesta tra il 60 e il 72 per cento degli iscritti. La prima fase del conteggio dei voti, relativa ai singoli seggi elettorali, è terminata: ora i risultati dovranno essere trasmessi alla Commissione per la verifica della regolarità e il calcolo dei totali.
Il primo ministro Iyad Allawi ha affermato stamattina con evidente soddisfazione che l’andamento delle elezioni comunque già rappresenta una "grande vittoria contro il terrorismo" e che "ora è tempo che gli iracheni si uniscano".
"Questo è il giorno più grande nella storia di questo Paese", ha affermato il consigliere per la sicurezza nazionale iracheno Mowaffak al Rubaie in una intervista alla Cnn. Un funzionario della commissione elettorale, Farid Ayar, ha invece sottolineato che "le strade di Baghdad non sono state inondate di sangue come avevano detto i terroristi". Inoltre, ha aggiunto, "essi ci avevano inviato un messaggio di morte, noi abbiamo mandato loro un messaggio di elezioni, libertà e democrazia".
Molte delle rigide misure di sicurezza disposte nei giorni scorsi restano intanto in vigore in gran parte del Paese. A Baghdad, le forze dell’ordine continuano ad esercitare accurati controlli, in particolare su coloro che intendono attraversare i ponti sul Tigri, che sono stati riaperti alle 12:00 locali.
Roma, 31 gennaio 2005
"Questo voto può determinare un contagio positivo in tutti gli altri Paesi arabi dove sono ci sono degli autoritarismi, dove ancora la situazione della donna è una situazione di non libertà, di non dignità, dove ancora ci sono molti Passi da fare per uscire dal medioevo, quindi da una forma di governo che non è certamente democratico". Lo ha detto il Presidente del Silvio Berlusconi, con una telefonata alla trasmissione ’Radio anch’io’ dedicata ai risultati in Iraq.
"E’ un risultato reso possibile grazie anche al contributo del nostro Paese: erano tanti coloro che pensavano che la campagna messa in atto da parte della cosiddetta resistenza irachena, cosiddetta perché non credo che si possa chiamare così chi non vuole la democrazia potesse impedire il voto di un popolo che da 50 anni non si esprimeva e che la prima volta nella sua storia portava al voto anche le donne".
"Una data storica"
" Io credo che questa di ieri sia da considerarsi, come quella della elezione in Afghanistan, una data storica". "Certo - ha aggiunto Berlusconi - non sarà facile, non è che da qui alla democrazia piena, consapevole in Iraq e in tutti gli altri Paesi, non ci saranno da affrontare le resistenze e le battaglie, però è un passo importantissimo nella direzione giusta, e soltanto quando avremo nel mondo meno tirannia, meno fondamentalismo, e più democrazia, soltanto quando ci saranno veramente tanti, tanti Paesi democratici (oggi circa quaranta Paesi non conoscono la piena democrazia) soltanto allora noi avremo la certezza di aver sconfitto definitivamente il fondamentalismo, di aver sconfitto definitivamente la guerra e ci potrà essere una pace davvero globale."
La Gad ha "diminuito l’immagine dell’Italia"
Il centrosinistra ha detto solo dei no e ha "diminuito l’immagine dell’Italia" sullo scenario internazionale. Il presidente del Consiglio consiglia alla Gad di guardare al comportamento delle opposizioni in altri Paesi. "Non c’è stato un passaggio parlamentare, ad eccezione per il Trattato europeo - continua Berlusconi - su cui l’opposizione si sia schierata a favore di qualcosa che era per tutto il Paese. Quindi un’opposizione che intende la battaglia politica soltanto come un no, per essere contro tutto ciò che fa il Governo". Berlusconi torna inoltre ad attaccare e a mettere in relazione il comunismo e l’attuale opposizione: "Basta leggere l’Unità tutti i giorni - conclude - per capire come si comportano coloro i quali non vogliono più essere chiamati comunisti, ma che in effetti del comunismo sono gli eredi, e come non abbiano assolutamente abbandonato i metodi della lotta politica, che è sempre stata quella adottata dai partiti comunisti in tutto il mondo".
Bagdad mostra la dignità, al seggio nonostante la paura
l’incubo degli attentati non ha fermato gli elettori
BAGDAD - Quando le urne erano ancora aperte, e non erano neppure stati contati tutti i morti, gli impazienti portavoce ufficiali hanno annunciato che il 72 per cento degli elettori iracheni aveva votato. Un trionfo, dunque. Un’affluenza del genere non se la sognano neppure a Washington e a Londra.
Quel quoziente, frutto della prima euforia, per il mancato, paventato disastro (e per il numero di vittime della guerriglia, almeno 36 morti e centinaia di feriti, meno grave di quel che si temeva), è stato poi definito una semplice ipotesi. E ridimensionato a un 60 per cento, ancora approssimativo, non ufficiale, un’altra ipotesi, più bassa ma comunque positiva. Perché indica che 8 milioni di iracheni (su 14,2 milioni di aventi diritto) sarebbero andati alle urne.
Se nei prossimi giorni non ci saranno ulteriori, vistose correzioni al ribasso, si tratta di una svolta nel dramma iracheno. L’assemblea costituente nata da queste elezioni avrà un’incontestabile legittimità. E altrettanto legittimo sarà il governo che, a sua volta, sarà eletto da quella assemblea.
Un governo provvisorio nell’attesa delle legislative, a Costituzione approvata, dell’anno prossimo. Questo significa che l’Iraq non avrà più un potere esecutivo nominato di fatto dalla superpotenza occupante.
Per l’opposizione armata, per la guerriglia, è una netta sconfitta. Aveva ordinato di non avvicinarsi ai seggi elettorali, "centri di infedeltà e di apostasia", ed è stata disubbidita da una larga maggioranza di iracheni. Non è ancora la normalità, che resta lontana, remota, poiché larga parte della comunità sunnita, per paura o rifiuto, non ha votato, e la sua astensione equivale a una amputazione. Da cui la guerriglia può trarre concreti vantaggi. Nella comunità appartata e risentita, che già l’alimenta, può trovare reclute e complici. Questo aumenta i rischi di una vera guerra civile. Ma il successo elettorale, se non proprio il trionfo, resta.
Nel corso della settimana, oltre al definitivo, meno emotivo, numero di coloro che hanno votato, il quale resta essenziale, si conosceranno i risultati. La coalizione dei partiti religiosi sciiti avrà senz’altro un consistente numero di seggi nell’Assemblea costituente. La comunità, che dopo decenni (o addirittura secoli) di egemonia sunnita, voleva essere riconosciuta come legittima maggioranza, ha votato abbastanza compatta, anche se l’affluenza del 60 per cento fa pensare a qualche defezione. Ad essa spetteranno, in tutti i modi, i principali posti del governo.
Questo arrivo al potere degli sciiti provoca inevitabilmente un forte trauma nel mondo arabo, dominato dai sunniti. In particolare nella vicina Giordania, e soprattutto nell’Arabia Saudita, dove i rigorosi, dogmatici wahabiti, alla base della monarchia, considerano eretici gli sciiti. La prospettiva di vedere nel Golfo due grandi paesi come l’Iran e l’Iraq governati da sciiti non li lascia certamente tranquilli. Così come non rassicura in Turchia l’autonomia consacrata dal voto per i curdi (che ieri hanno votato in massa ed eletto anche una loro assemblea regionale). Istanbul, refrattaria alle rivendicazioni dei propri curdi, può temere un contagio.
Appena si muove il mosaico iracheno provoca scosse in tutto il Medio Oriente. I risultati del voto rileveranno, nei prossimi giorni, anche il peso dei partiti laici. Nei quali dovrebbero essersi riversati i voti dei (pochi) sunniti andati alle urne, senza avere un loro specifico partito, essendosi il Partito islamico ritirato dalla competizione, ubbidendo alle autorità religiose. I movimenti laici, per natura intercomunitari, contavano anche candidati sunniti, i quali, se eletti, potrebbero figurare come tali nell’assemblea costituente. Sarebbe un rattoppo intelligente. E non è escluso che proprio per questo il futuro primo ministro sia il capo di un partito laico. Ad esempio Ayad Allawi, già in carica, che presiede il Movimento di intesa nazionale. Egli ha molte probabilità di essere riconfermato.
Coraggio, paura, dignità, orrore, euforia, rifiuto. Potrei dare un altro ordine a questi atteggiamenti, vari e contrastanti, che riassumono gli stati d’animo con cui gli iracheni hanno dato o negato il loro voto, tra le minacce di morte e la morte reale. Limitandomi alle immagini raccolte di persona dovrei dare la precedenza alla dignità.
Ma la mia testimonianza diretta è incompleta. A Bagdad le automobili ieri erano proibite, eravamo tutti appiedati. E la metropoli ha un diametro di cinquanta chilometri. Una distanza (molto) al di là delle mie possibilità.
Il risveglio è avvenuto al suono delle prime esplosioni, dovute ai razzi e ai colpi di mortaio. Subito seguite da quelle dei "Leoni della brigata dei martiri", cioè dei tredici kamikaze, pure loro appiedati, ma imbottiti di tritolo, introdottisi o avvicinatisi ai seggi elettorali per massacrare gli elettori, pagando il gesto con la propria vita. Il brontolio di quei tuoni micidiali arrivava ben distinto agli orecchi degli elettori, quando ho raggiunto il quartiere di Karradah e di Battawiyeen, il vecchio ghetto da mezzo secolo senza più ebrei (che fino alla fine degli anni Quaranta erano un quarto della popolazione di Bagdad). Un quartiere adesso abitato da sciiti e da cristiani. Quindi da uomini e donne ben decisi a votare. Le code davanti ai seggi erano ordinate. Nelle espressioni e nelle dichiarazioni non c’era traccia di paura. Semmai una certa eccitazione. E anche, dignità. Accompagnata da un indispensabile coraggio. Gli iracheni non ne sono in generale sprovvisti. Capita che lo usino male.
Per le strade, per lo meno sul mio itinerario, c’era soltanto una pattuglia americana. Ce n’erano invece molte dell’esercito iracheno. Il quale ieri ha sfoggiato i carri armati dei quali è appena stato dotato, facendoli sferragliare per le strade senza traffico, davanti agli elettori soddisfatti, o addirittura orgogliosi di non vederli sormontati da bandiere straniere. I voti, con i soldati, erano ieri iracheni. Qualche soldato di guardia ai seggi aveva il volto coperto da un passamontagna scuro.
Anche qualche elettore, nei quartieri più frequentati dai guerriglieri, era mascherato, per non subire più tardi una rappresaglia. Tanti sono stati gli espedienti adottati per sfuggire agli attentati.
Almeno 700 seggi (su più di cinquemila), nelle città ad alto rischio, sono stati trasferiti all’ultimo minuto, di sorpresa, fuori dai centri abitati. E gli elettori vi sono stati accompagnati con autobus e camion.
Nel Triangolo sunnita, cuore della guerriglia, a Mahawil, un pullman con a bordo un gruppo di elettori, diretto verso un seggio nascosto nella campagna, è stato colpito da un proiettile. Il quale ha ucciso cinque passeggeri e ne ha feriti quattordici. Erano tutti sunniti, tra i rari incuranti degli ordini di Al Zarqawi, il capo locale di Al Qaeda, che aveva promesso di lavare le strade col sangue di chi si fosse avvicinato alle urne. Come definire questa elezione? Drammatica? È poco. Storica? Può darsi. Democratica? Si voleva tale, e nei limiti della situazione in cui si è svolta, lo è probabilmente stata. Porterà a una democrazia?
Nell’attesa si può seriamente dubitare. Con certezza si può dire che ha conosciuto episodi nobili e ignobili. E ha rivelato la straordinaria volontà di emancipazione, da parte della maggioranza degli iracheni.
Non ci voleva grande fantasia per aspettarsi che ci saremmo trovati di fronte ad una farsa colossale. Il 72% degli aventi diritto avrebbe votato già al mattino? Neanche col voto elettronico taroccato sarebbe possibile, figuriamoci... Il Tg1 con una corrispondente piuttosto di parte, ha ribadito almeno 4 volte che la partecipazione era stata notevole: il 70% o il 60%. Ridicolo! Mentre ripeteva queste parole quattro volte per dare forza a ciò che razionalmente è una assurdità, si vedevano alcune file, chissà riprese dove, di soli uomini.
Non c’erano osservatori internazionali per cui i soliti duecento, quando hanno finito rientrano una volta pulite le mani e rivotano fino a sera. I duecento diventano così duemila e poi, un po’ di propaganda di regime e il gioco è fatto! Ha vinto il governo fantoccio filo Bush! Ma il popolo la pensa diversamente.
***
Non si è vista una sola donna nelle file riprese dalla telecamera di regime. Fatti due conti, considerando che in Iraq le donne sono di gran lunga la maggioranza, dopo i massacri e le torture Usa, ci si rende subito conto della bugia grande come una piramide.
Avrà votato si e no il 2%, lo 0,2% se si tiene conto che hanno fatto votare all’estero chissà chi, probabilmente molti non erano neppure iracheni ma immigrati tirati su chissà come e a cui sono stati forniti documenti falsi dalla Cia. Mi sa tanto che le cose si sono svolte in questo modo.
Poi la faccenda di votare con l’inchiostro..... ci sono inchiostri che si possono cancellare così si riforma la fila e votano tre quattro volte...anche l’1% diventa cosìì il 4% al resto ci pensano i soliti media di regime.
***
Qualcuno faccia un po`i conti, quanto tempo avrebbero avuto a disposizione i presunti 8 milioni di votanti per sbrigare le formalità di voto nei seggi (pochi) diponibili e in una sola giornata? Poi la balla dei 250.000 che avrebbero votato all`estero. Non occorre essere matematici per capire...
***
Anche un cretino sa che per avere il 70% dei votanti in Italia ci vogliono due giorni di votazioni, gli appelli di tutti i partiti dell’arco costituzionale ad andare a votare, bel tempo. Questo in Italia. Evidentemente gli iracheni ci tenevano così tanto che sprezzanti della certezza di attentati, delle distanze dai seggi, della mancanza di trasporti, del fatto che un terzo delle etnie non fossero rappresentate, del fatto che un solo partito in lizza (quello del "premier") sia riuscito a fare campagna per incitare al voto, del fatto che le elezioni siano state volute ad ogni costo da coloro che hanno portato almeno un morto in ogni famiglia irachena...
Se nonostante tutto sono andati a votare al 70% può voler dire che:
a ) la "democrazia" è scesa su di loro come lo spirito santo, illuminandoli.
b ) hanno paura tanto dei "terroristi" quanto di Allawi, quindi voto di scambio
Oppure (ed è un oppure grande come una casa) le percentuali sono del tutto farlocche Daltronde queste elezioni non servono agli iracheni, servono al mondo per convincerlo che questa guerra ha un senso, per oscurare il senso vero che non riescono più a nascondere, ma neanche a "completare".
Gli americani stanno inguaiati e allora si mettono a giocare a monopoli in giro per il mondo. In attesa di girare i loro carroarmatini colorati verso gli unici nemici che dovranno affrontare veramente nei prossimi anni: la Cina e l’Europa. Spero che non bombardino le strade di montagna (mi sono appena comprata la moto).
***
Risultati certi e noti in alcuni ambienti di Bagdad (secondo il mio amico Abdulrasak che li ci vive):
Allawi quale supporter della coalizione: 58,7%
Partecipazione vera al voto:meno del 30%
Partecipazione "ufficiale" dichiarata dalle forze di occupazione: circa il 60%.
Il resto non conta.
marisca
redazione@reporterassociati.org
Washington, 30 gennaio 2005
"Il mondo ode, oggi, la voce della libertà venire dal centro del Medio Oriente". Così, in un breve messaggio solennemente letto alla Casa Bianca, il presidente americano George W. Bush ha salutato il voto in Iraq.
Bush ha giudicato la consultazione "un sonoro successo" e s’è congratulato con gli iracheni, che sono andati a votare e che "hanno rifiutato di farsi intimidire da banditi e assassini"; andando alle urne, "hanno fermamente respinto l’ideologia anti-democratica dei terroristi". E’ stata - ha detto - una "vittoria della democrazia sul terrorismo".
Nel suo messaggio di pochi minuti, Bush ha anche lodato Unione europea e Nazioni Unite, che hanno dato - ha detto - "importante assistenza" al successo delle elezioni irachene. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, Bush ha promesso che continueranno ad aiutare gli iracheni a rendere sicuro il proprio Paese.
Un accenno, indiretto, allo schianto dell’aereo cargo britannico C-130 precipitato oggi a 40 chilometri da Baghdad è stato fatto dal presidente degli Stati Uniti, che ha aggiunto: "Piangiamo anche il personale militare americano e britannico che ha perso la vita oggi".
L’affermazione della democrazia in Iraq "è un colpo al cuore del terrorismo globale che minaccia distruzione non solo in quel Paese ma anche in Gran Bretagna e ovunque nel mondo". Lo ha detto questa sera Tony Blair in una dichiarazione trasmessa dalle televisioni sul voto iracheno. Il premier britannico ha sottolineato con soddisfazione che oggi in Iraq "si è sentita la forza della democrazia".
Con la vittoria sciita alle elezioni che si sono svolte ieri si compie e si completa il «ribaltone», per dirla in italiano, iniziato a Baghdad il pomeriggio del 9 aprile 2003 quando, trainata da un carro gru dei marines, venne abbattuta la statua di Saddam Hussein e, con essa, la dittatura. Poche ore dopo migliaia di sciiti affollarono festanti le vie della città sante, Najaf e Karbala, ponendo fine all’epoca dell’ esclusione e della clandestinità imposta dal raìs. Quella di Saddam era prima di tutto una «dittatura etnica», della quale il «clan di Tikrit» era un pilastro decisivo, ma non l’unico. Etnicamente puri erano l’esercito, ed in special modo la Guardia repubblicana, gli apparati statali e dell’industria petrolifera. Questa caratteristica era diventata ancor più marcata dopo la repressione delle ribellione sciita (e curda) seguita alla sconfitta in Kuwait (marzo 1991).
Tra i pochi iracheni che festeggiarono la caduta della statua di Saddam vi era anche il losco faccendiere Ahmad Chalabi, ricercato dall’Interpol per bancarotta e foraggiato per decenni dalla Cia. I primi due amministratori americani, Garner e quindi Bremer, su «consiglio» di Rumsfeld, si fidarono ciecamente di Chalabi che promosse una purga di stile staliniano compilando di suo pugno le liste dei funzionari da cacciare. Vennero sciolti l’esercito e la polizia e vennero decimati gli apparati statali. In poche settimane 500mila sunniti, la classe eletta ai tempi di Saddam (anche se non mancarono “pentiti” e trasformisti), venne allontanata dagli apparati. La conseguenza di questa politica intrapresa dagli americani fu che almeno due milioni di persone vennero ridotte in miseria. Questi fatti, che risalgono al 2003, vanno ricordati in quanto spiegano perché ieri milioni di iracheni non sono andati a votare non solo perché ricattati dai tagliagole di Al Zarqawi, ma anche perché la scelta di escluderli è stata decisa al tavolino dagli occupanti. Da quando a Falluja e negli altri centri sunniti è scoppiata la rivolta, il comando Usa ha puntato esclusivamente sulla soluzione militare ordinando campagne via via più massicce come quella che, nel mese di novembre, ha condotto alla distruzione e alla rioccupazione di Falluja. Tutti i tentativi negoziali, abbozzati anche dal premier Allawi, sono stati soppressi sul nascere dai comandi americani. Il fatto che la guerriglia abbia continuato ad agire è la riprova del fallimento della strategia della «terra bruciata» perseguita da Bush. Ora, dopo la vittoria sciita, tra i tanti sviluppi che si possono ipotizzare per il futuro dell’Iraq, due appaiono i più probabili: la guerra civile generalizzata o l’avvio del negoziato con quella parte dei sunniti che appare in grado di trattare.
La seconda ipotesi appare la sola in grado di scongiurare la prima. Non è infatti pensabile che il nuovo parlamento eletto ieri definisca una costituzione senza l’apporto di un terzo del paese. Ben difficilmente accetteranno un negoziato i veri registi della lotta armata, come Izzat Ibrahim al Douri, per decenni al fianco di Saddam, l’unico membro della «cupola» del regime baathista riuscito a sfuggire alla caccia degli americani. Questi ultimi, veri «tutori» degli equilibri iracheni ancora per chissà quanto tempo, non permetterebbero inoltre la riabilitazione di esponenti di primo piano del clan del raìs.
Un’altra figura del passato regime in libertà è Saadum Hammadi, già ministro degli Esteri poi caduto in disgrazia e nominato presidente del parlamento (una carica pressoché simbolica ai tempi del raìs). Gli americani non lo hanno arrestato e non lo hanno inserito nella lista dei ricercati. Hammadi è poi sparito, forse in Giordania. Potrebbero invece essere coinvolti nella trattativa i capi tribali della provincia di al-Anbar (che comprende Falluja e Ramadi) come Majid e Amir Salman.
In Giordania si trovano anche alcuni ex-ambasciatori (in Egitto, Siria e Bahrein) e personalità come Qais Aref, figlio dell’ex presidente Abdul Rahman Aref), Hassan al-Bazaz (fratello dell’ex premier Abdul Rahman al Bazaz), l’esperto militare Abdul Wahab al-Kassab e Zuhair al Doulaimi, ritenuto un baathista moderato. Sia il premier Allawi che il presidente Al Yawar, sunnita, hanno avviato negli ultimi mesi contatti con questi dirigenti, attualmente in esilio. Nella dirigenza irachena vi è dunque la consapevolezza che solo il negoziato può scongiurare lo scontro finale e all’ultimo sangue tra le diverse anime della comunità irachena.
L’Onu promuove il voto iracheno. Il rappresentante del segretario generale delle Nazioni Unite a Baghdad, Ashraf Qazi, ha parlato di elezioni "trasparenti e libere" e si è detto confortato dall’alta affluenza alle urne.
"Anche nelle zone più difficili per la sicurezza, la gente si è messa in fila per votare", ha osservato Qazi, "queste elezioni saranno giudicate ampiamente trasparenti e libere e soprattutto prepareranno il terreno alla prossima fase del processo di transizione che è la stesura della Costituzione".
Qazi ha definito la grande partecipazione degli elettori come "un segnale salutare" nonostante "i sistematici tentativi di sabotare il voto" a Baghdad e in altre aree e ha ricordato che anche chi non ha votato potrà "partecipare alle fasi successive della transizione".
Debole la partecipazione alle elezioni irachene nelle regioni sunnite, dove tuttavia centinaia di elettori si sono recati alle urne, sfidando l’appello al boicottaggio lanciato dalla principale associazione religiosa sunnita e le minacce di morte della guerriglia.
Mosul
Situazione a Mosul, terza città irachena, 350 chilometri a nord di Baghdad, nel pieno del triangolo sunnita. Qui non ci sono le file in attesa come nelle regioni sciite; tuttavia gli elettori si presentano in modo regolare.A Mosul la guerriglia e in particolare il gruppo di Abu Musab al Zarqawi aveva minacciato di uccidere chiunque si recasse alle urne. A Hawaija, una delle roccaforti della ribellione sunnita, a 200 chilometri a nord di Bagdad, la "partecipazione è forte" ha detto alla Afp il generale Anouar Mohammad Amine, capo dell’esercito iracheno a Kirkuk.
Samarra
Invece la partecipazione è inesistente a Samarra e Tikrit. Il sindaco di Samarra, Taha Hussein, ha dichiarato che è impossibile tenere elezioni in questa città a 125 chilometri a nord di Baghdad, "a causa della situazione della sicurezza". Un corrispondente della France Presse riferisce che le strade sono vuote e nei seggi elettorali da lui visitati non ci sono neanche dipendenti della Commissione elettorale indipendente. A Kalaa, 3 chilometri ad ovest di Samarra, le autorità hanno chiuse l’unico seggio elettorale esistente dopo che era stato preso di mira da un colpo di mortaio, ha indicato un ufficiale di polizia, il comandante Mohamoud Mohammed.
Falluja
A Fallujah, nell’ovest del Paese, i seggi elettorali sono cinque: decine di abitanti si sono recati alle urne in questa città dove in novembre l’esercito Usa ha sferrato una durissima offensiva contro la guerriglia. Invece a Ramadi, 100 chilometri a ovest, i tre seggi elettorali allestiti sono vuoti. Nel cosiddetto "triangolo della morte", la zona sunnita a sud di Baghdad, due seggi sono stati aperti a nord e a ovest di Mahmoudiyah, 30 chilometri a sud di Baghdad, ma l’affluenza è stata scarsa.
Najaf
Molto alta l’affluenza nella città santa sciita di Najaf. Secondo quanto riferisce l’inviato della Tv satellitare Al-Arabiya che cita fonti giornalistiche locali, l’affluenza dei votanti sarebbe giunta all’80%.
250mila hanno votato all’estero
Circa duecentocinquantamila iracheni hanno votato all’estero, pari al 90 per cento degli iscritti nelle liste elettorali dei Paesi di residenza. Lo ha riferito l’Organizzazzione internazionale per le migrazioni (Aim). Tafferugli sono scoppiati a Manchester, nel nord dell’Inghilterra, davanti a un seggio allestito per gli espatriati iracheni.
Chiusi i seggi, le prime elezioni multipartitiche irachene dopo oltre 50 anni sono state giudicate un successo, nonostante gli attentati suicidi e gli attacchi a Baghdad, Mosul e in altre città irachene, che hanno causato la morte di almeno 44 persone. Un successo decretato dall’alta affluenza alle urne, stimata dalla Commissione elettorale indipendente attorno al 60 per cento degli aventi diritto.
La commissione elettorale irachena ha detto oggi che la precedente cifra del 72 per cento dei votanti era "soltanto una stima" e che circa otto milioni di iracheni (il 60 per cento degli aventi diritto) potrebbe aver votato. "Il conteggio delle schede è già cominciato, le schede ed i dati giungeranno a Bagdhad, contiamo di comunicare dati e affluenza per la giornata di domani". Lo rende noto Adil Al Lami presidente dell’Alto Commissariato Indipendente delle elezioni (ACIE) in una conferenza stampa a Baghdad. "Per quanto riguarda i reclami" ha aggiunto "facciamo sapere che saranno presi in esame al più presto possibile". Al Lami ha stimato in una decina gli attentati ai seggi.
"Meglio del previsto", dice da Washington Condoleezza Rice, neo segretario di Stato di un’amministrazione Bush che dell’alta affluenza in Iraq ha molto bisogno. "Un grande giorno per la democrazia". Così il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha definito le elezioni in Iraq. Lo ha indicato un portavoce della Casa Bianca, precisando che il presidente, che si trova a Washington durante il fine settimana, sta seguendo la situazione molto da vicino.
L’affluenza è certamente alta nelle zone meridionali dove vive in prevalenza la maggioranza sciita, e anche nelle zone curde settentrionali. Il problema è stato piuttosto, come da previsioni, nelle zone sunnite a nord e sud di Baghdad dove le autorità religiose hanno fatto appello al boicottaggio. A Mosul la partecipazione sembra buona e molti sono andati alle urne nonostante la paura. Ma in altre città sunnite i seggi erano deserti, a Samarra il sindaco ha dichiarato impossibile il voto.
La politica del terrorismo si è dispiegata in tutta la sua potenza. Il giordano Abu Musab al Zarqawi ha rivendicato su un sito internet 7 attentati a Mosul e 4 a Baghdad. Colpi di mortaio, kamikaze che si sono fatti esplodere nei seggi, una bomba su un autobus a Hilla. Il conto dei morti, ad urne chiuse, tocca le 44 vittime: soprattutto nelle zone attorno a Baghdad e a Mosul. In un messaggio a lui attribuito comparso su internet, Zarqawi afferma, "abbiamo rovinato la festa".
Si dovrà aspettare almeno una decina di giorni per conoscere il responso delle urne. Lo ha anticipato la Commissione elettorale indipendente.
(pubblicato alle 19.30)
Alle 17 (le 15 in Italia), si sono ufficialmente chiusi i seggi in tutto l’Iraq, dopo una giornata elettorale per molti versi controversa. Da una parte la preannunciata ondata di attentati e intimidazioni, rivendicata da Abu Musab Al Zarqawi, l’uomo che guida un gruppo terroristico legato ad al Qaida. Dall’altra una partecipazione al voto che, se dobbiamo credere alle cifre che sono state fatte circolare, supera qualsiasi aspettativa.
Il governo prima dice che il 70 per cento degli aventi diritto si sarebbe recato a votare, secondo alcune stime non indipendenti. Poi, ridimensiona, dicendo che la cifra era «soltanto una stima» e che solo otto milioni di iracheni (il 60 per cento degli aventi diritto) potrebbe aver votato. Infine, il portavoce della commissione elettorale, Farid Ayar, ha detto che «numeri e percentuali di votanti potranno venire solo dopo aver completato i conteggi». La percentuale appare francamente gonfiata, almeno per quanto riguarda le zone non sciite dell’Iraq, anche perché i seggi elettorali sono soltanto 7000, cifra sufficiente per far votare al massimo 100mila iracheni. Senza tener conto dell’orario in cui si poteva votare, appena 10 ore, dalle 7 del mattino alle 17 del pomeriggio.
Uscendo dalle zone sciite, la percentuale dei votanti deve essere stata veramente bassa. Nel «triangolo sunnita», infatti, solo alcune decine di abitanti si sono recati nei cinque seggi elettorali a Falluja, mentre i tre seggi aperti a Ramadi, 100 chilometri a ovest di Baghad, erano totalmente vuoti.
La giornata, comunque, è stata sanguinosa e difficile. Decine di attentati un po’ ovunque hanno messo a dura prova la volontà degli elettori di recarsi alle urne ed hanno provocato un numero di morti altissimo: decine e decine. Solo a Baghdad, dove sono stati almeno nove i kamikaze in azione, i morti sono quasi 50 e oltre 96 i feriti. In almeno sei attacchi suicidi, i terroristi si sono messi in fila con gli elettori in attesa di votare davanti ai seggi, facendosi poi esplodere. Uno dei kamikaze è stato anche bloccato dalla gente e consegnato alla polizia dopo che qualcuno si era insospettito. A Samarra, dove non si è votato perché il sindaco ha giudicato troppo pericolosa la situazione, trenta commissari elettorali sono stati rapiti dai guerriglieri che ne hanno rivendicato poi il sequestro da un sito web islamico.
«Il gruppo di Al Qaeda per la Jihad nella Terra dei due fiumi ha onorato la promessa con i suoi soldati della brigata votata al martirio», si legge in un comunicato di Al Zarqawi diffuso da un sito Internet islamico. Nel messaggio si fa riferimento ad attacchi avvenuti a Baghdad, Mosul, Samarra, Tel Afar e Baquba in cui si sostiene che «sono stati uccisi, poliziotti, soldati iracheni, membri della Guardia nazionale e militari americani, i nemici di Dio».
Secondo la commissione elettorale, alle due del pomeriggio (le 12 in Italia), il 72 per cento degli elettori aveva già votato. Un numero che, se confermato, farebbe di queste elezioni uno straordinario successo e un buon viatico sulla strada della democrazia in Iraq. Un dato che ha fatto esultare il neo-segretario di Stato statunitense, Condoleeza Rice. Il successo delle elezioni irachene è indispensabile all’amministrazione Bush per poter affermare che l’avventura irachena è stata un successo. «In queste ore in Iraq stiamo ascoltando la voce della libertà», ha detto la Rice nel corso di un’intervista televisiva. Secondo la Rice, sebbene quella di oggi non si possa definire «un’elezione perfetta», rappresenta «uno sviluppo positivo che solo tre anni nessuno avrebbe mai immaginato quando al potere c’era ancora Saddam Hussein».
Baghdad, 30 gennaio 2005
Nel corso di una conferenza stampa ripresa dalle tv satellitari arabe, la Commissione Elettorale Indipendente ha espresso "soddisfazione sull’andamento del voto". A circa un’ora dalla chiusura dei seggi l’affluenza alle urne sarebbe intorno al 72 per cento. Le elezioni stanno andando meglio del previsto ha dichiarato il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, commentando il voto iracheno. Adil Al-lami, presidente della Commissione, ha detto che l’affluenza "ha superato le nostre più rosee aspettative". Al-lami ha inoltre espresso "gratitudine agli esperti delle Nazioni Unite per i loro fondamentali contributi logistici".
Intanto, si allunga col passare delle ore la catena di attacchi kamikaze ai seggi elettorali nella capitale irachena. Da stamani, tra attentati suicidi, autobombe e colpi di mortaio, sono quasi trenta le esplosioni che hanno finora scosso l’attesa giornata delle elezioni. L’ultimo bilancio è di 24 iracheni uccisi e altri 65 feriti. Lo ha riferito il ministero della Sanità iracheno. Nove gli attacchi suicidi solo a Baghdad. In un’esplosione provocata da un kamikaze vicino all’abitazione del ministro della Giustizia iracheno sarebbero state ferite due guardie. Il ministro non si trovava in zona.
Cinque persone sono state uccise e 14 altre sono rimaste ferite nell’esplosione di una bomba su un autobus che trasportava degli elettori sunniti in una località a sud di Baghdad.
Kamikaze catturato dalla folla
Un aspirante kamikaze, con già indosso il corpetto esplosivo, è stato catturato oggi dalla folla in attesa di votare in un quartiere periferico di Baghdad. Lo hanno riferito fonti della polizia. L’aspirante kamikaze - hanno precisato le fonti - è stato catturato nel sobborgo di Baghdad al-Jadida (Nuova Baghdad), dove stava per farsi saltare in aria tra la gente in fila per votare. Una volta catturato, l’attentatore è stato sottratto a stento al linciaggio e consegnato alla polizia. Fonti giornalistiche locali hanno intanto riferito che il kamikaze che si è fatto saltare in aria stamani nel quartiere centrale di al-Mansur, uccidendo un poliziotto, sarebbe stato un adolescente.
Rivendicazione di Zarqawi
Il gruppo dell’estremista islamico Abu Musdab Zarqawi ha rivendicato, via Internet, gli attacchi suicidi di oggi, facendo seguito alle minaccia pubblicata sempre su Internet dallo stesso terrorista islamico: "Per l’ultima volta annunciamo che domenica sarà una giornata di sangue per i cristiani e gli ebrei e i loro mercenari e per chiunque abbia un ruolo nel gioco elettorale dell’America e di Allawi". Per nulla intimorito il primo ministro Iyad Allawi ha dichiarato: " Questo è un momento storico per l’Iraq, un giorno in cui gli iracheni possono alzare in alto le loro mani, perchè stanno sfidando i terroristi e iniziano a scrivere il loro futuro con le loro mani".
I sunniti boicottano il voto
Nelle roccaforti sunnite Fallujah, Samarra e Ramadi i seggi sono deserti. A Samarra sono stati rapiti 30 funzionari elettorali in diversi seggi della città e il sindaco Taha Hussein aveva detto che nella cittadina le elezioni non si sarebbero svolte per "motivi di sicurezza" senza precisare quali.
I leader sunniti avevano fatto campagna per boicottare le elezioni che, a loro giudizio, non potranno mai essere libere, in quanto il paese è sotto l’occupazione illegittima degli Stati Uniti. Invece, ci si aspetta che gli sciiiti iracheni che rappresentano il 60% della popolazione voteranno compatti.
A Bassora, seconda città del Paese, sotto controllo delle forze britanniche, la mattinata è iniziata con una potente esplosione in una sezione elettorale, che pero’ non ha causato vittime. Nell’atmosfera tesa, gli elettori hanno formato lunghe code in alcuni seggi come hanno mostrato immagini televisive.
Altissima la partecipazione curda al voto
Secondo quanto ha affermato in tarda mattinata il capo della polizia della regione, Dana Ahmad Majeed, al momento tutto si sta svolgendo con calma e "non vi è stato alcun incidente. La gente sta andando a votare in maniera massiccia. Mi aspetto una partecipazione del 90 per cento".
I massimi leader curdi Jalal Talabani e Massud Barzani hanno già votato, attorniati da elettori convinti di partecipare ad un evento storico.
Alta l’affluenza alle urne all’estero
All’estero ha votato il 65% degli elettori. L’affluenza più alta si è avuta finora in Iran, dove si erano avute anche il maggior numero di iscrizioni. In due giorni si sono recate a votare circa 41mila persone, pari al 67,4 per cento degli iscritti.
Seguono la Svezia con 22.255 elettori (pari al 71,7 per cento), la Giordania con 16.920 (72,9 per cento), e gli Usa con 16.420 (63,3 per cento).
(pubblicato alle 15.00)
Urne aperte dalle 7 del mattino (le cinque italiane) in un Iraq diviso, frastornato e spaventato, dove, a circa metà giornata elettorale, i morti sono almeno 25 solo a Baghdad, mentre non si hanno informazioni esatte sulla situazione nelle altre parti del Paese. Ma l’affluenza sarebbe piuttosto sostenuta, secondo informazioni non ufficiali diffuse da alcuni esponenti politici: si parla di una percentuale superiore al 50 per cento, grazie soprattutto alle zone a maggioranza sciita e curda. Bassa, invece, nelle aree sunnite.
A Samarra, dove all’inizio della giornata il sindaco, Taha Taha al-Hindira, aveva annunciato che non si sarebbe votato per ragioni di sicurezza, una trentina di funzionari elettorali sarebbero stati rapiti da gruppi di guerriglieri in vari seggi della città. Lo ha fatto sapere il sito di un gruppo islamico.
Ma la guerriglia sta colpendo soprattutto a Baghdad, almeno stando alle notizie che arrivano dal Paese. Sarebbero già nove gli attacchi dei kamikaze ai seggi elettorali, secondo informazioni di fonte giornalistica. In precedenza, un’auto bomba era esplosa contro la casa del ministro della Giustizia, Malik al-Hassan, che non si trovava tuttavia nell’abitazione.
Gli attacchi suicidi avvengono soprattutto contro i seggi, con i kamikaze che si fanno esplodere tra la gente in attesa. Il bilancio finora più pesante di vittime – sei uccisi e altri tredici feriti - è stato provocato da un’autobomba esplosa nel rione di Al-Mansur, nella parte centro-occidentale di Baghdad. Sempre ad Al-Mansur, un poliziotto è stato ucciso da un kamikaze che si è fatto saltare in aria, mentre un altro attentatore suicida ha provocato altri quattro morti e sette feriti a Sadr City, la cittadella sciita alla periferia di Baghdad. Sempre alla periferia di Baghdad, un kamikaze si è fatto saltare in aria anche nel sobborgo meridionale di Doura, uccidendo una persona e ferendone altre otto. Nella zona ovest di Baghdad, un quarto kamikaze ha ucciso altre quattro persone e ne ha ferite sei, mentre nel rione di Jamila l’esplosione di un colpo di mortaio ha provocato altri quattro morti e sette feriti.
A nord della capitale, nella cittadina di Balad è stata inoltre uccisa una donna in attesa di votare, mentre il figlio è rimasto ferito assieme a un uomo da un colpo di mortaio sparato contro un seggio. Ma attentati si segnalano un po’ dappertutto. A Bassora una bomba è esplosa all’interno di una scuola trasformata in seggio elettorale, a Baquba, città ribelle a a 60 chilometri a nord-est di Baghdad, sono stati uditi alcuni colpi di arma da fuoco mentre le strade e i seggi elettorali sono vuoti e le forze americane pattugliano la città.
In tutto questo, solo il presidente Ghazi al Yawar sembra essere ottimista. Ha votato tra i primi, ma in una sezione elettorale all’interno della cosiddetta “zona verde”, la cittadella superprotetta del potere a Baghdad, dove si trovano anche le ambasciate britannica e statunitense. È stato facile per lui invitare gli iracheni a «seguire» il suo esempio e recarsi a votare.
Sorridente e mostrando ai fotografi il polpastrello bluastro del dopo voto, il primo ministro Iyad Allawi ha detto che per l’Iraq questo «è un momento storico , un giorno in cui gli iracheni possono andare a testa alta perchè stanno scegliendo tra i terroristi e invece cominciare a scrivere il proprio futuro con le proprie mani». Anche Allawi ha naturalmente votato all’interno della “zona verde”.
Baghdad, 30 gennaio 2005
Iracheni alle urne per un voto considerato spartiacque nella storia del paese e vissuto all’ombra della violenza. Molte esplosioni e attacchi suicidi hanno accompagnato l’apertura dei seggi elettorali: a Baghdad la situazione più drammatica.
I seggi elettorali in Iraq per le prime elezioni multipartitiche da cinquant’anni hanno aperto alle 07.00 locali (le 05.00 italiane). L’ afflusso di elettori è più sostenuto nelle zone sciite e curde. Dopo poco più di due ore dall’apertura dei seggi, praticamente nessuno è andato a votare nei centri sunniti, confermando il boicottaggio alle consultazioni da parte della comunità religiosa.
Il presidente iracheno Ghazi al Yawar è stato uno dei primi a votare in una sezione situata nella zona verde di Baghdad. Parlando con i giornalisti, al Yawar ha detto di augurarsi che gli iracheni seguano il suo esempio e si rechino alle urne. Poco dopo al Yawer si è presentato a votare anche il primo ministro del governo provvisorio Ayad Allawi.
L’affluenza ai seggi
A ormai tre ore dall’inzio delle operazioni di voto e dopo la raffica di esplosioni che l’ha accompagnata, l’affluenza degli elettori ai seggi di Baghdad è altalenante. Lo ha constatato un giornalista dell’Ansa sul posto.
Nel quartiere sunnita di Saidi, nella zona ovest di Baghdad, nessun elettore si è finora presentato ai seggi, rispondendo all’appello per il boicottaggio delle elezioni, ma in un altro quartiere sunnita, quello di Amriya, nella zona nord della capitale, lungo la strada per l’aeroporto, si è invece registrata un’affluenza seppur ridotta di elettori.
In un seggio del centro della capitale, nelle vicinanze della Zona verde dove stamani hanno votato sia il premier ad interim Iyad Allawi sia il presidente Ghazi al-Yawar, avevano già votato alle 10:00 locali (le 08:00 italiane) un centinaio di elettori, mentre un altro centinaio è ordinatamente in fila di fronte all’ingresso della scuola elementare Al-Kharkh.
Attacchi a Baghdad
E’ di almeno 21 morti e più di quaranta feriti il nuovo bilancio delle vittime provocate stamani a Baghdad dalla raffica di esplosione seguita all’ apertura dei seggi elettorali. Lo hanno riferito fonti della polizia. Tre gli attacchi kamikaze.
Una persona, secondo alcune fonti un agente di polizia, è morta e quattro altre sono rimaste ferite in un attacco suicida avvenuto nel quartiere ovest di Baghdad. Morto anche il kamikaze. Lo hanno riferito fonti della polizia. Il kamikaze ha preso di mira il seggio allestito nella scuola Azzuhur che si trova sul retro del ristorante Al-Saa, nel quartiere Mansur.
In un altro seggio elettorale sempre della zona ovest di Baghdad si è verificato un secondo attacco kamikaze. Nell’azione suicida sono stati uccisi tre poliziotti ed è morta una quarta persona, presumibilmente lo stesso kamikaze. Un testimone, Faleh Hussein, ha detto che un kamikaze è entrato nel seggio è ha fatto detonare delle cinture esplosive. Oltre ai tre poliziotti morti si registrano sei feriti.
Un terzo kamikaze ha attaccato in seguito un altro seggio elettorale di Baghdad. Il terrorista si è presentanto presso il seggio ospitato dalla scuola Mutamaizen nel quartiere di Mansour. Nell’attacco sono rimasti feriti tre poliziotti.
Un quarto kamikaze si è fatto saltare nel seggio elettorale posto presso il libro Badr al-Koubra della capitale irachena. Nell’esplosione, oltre all’attentatore, hanno perso la vita un poliziotto e un civile.
Un quinto kamikaze si è fatto esplodere in un seggio nella capitale irachena uccidendo una persona e ferendone 16.
Quattro persone sono state uccise e sette altre ferite presso un seggio del quartiere sciita di Baghdad Sadr City. Un colpo di mortaio ha raggiunto il seggio mentre si svolgevano le operazioni di voto. Lo ha reso noto un funzionario della polizia irachena, il tenente Mohammad Hamid.
Esplosioni a Baquba
Una serie di esplosioni sono state udite a Baquba, a 50 chilometri a nord di Baghdad, circa un’ora e mezza dopo l’apertura dei seggi elettorali, alle 7 locali del mattino. A Baquba sono presenti comunità tanto sciite che sunnite, e c’è inoltre una presenza curda. Nella città è forte l’attività degli insorti iracheni.
Esplode una bomba a Bassora
Una bomba è esplosa in un seggio elettorale nel centro di Bassora, città sciita nel sud dell’Iraq subito dopo l’apertura delle votazioni. La polizia, che ha dato la notizia, non ha ancora notizie di eventuali vittime. L’esplosione, avvenuta in una scuola dove era stato allestito il seggio elettorale, è stata udita per tutta la città.
Colpo di mortaio ad Amel. due morti e tre feriti
Un colpo di mortaio diretto contro una scuola sede di seggio elettorale ha ucciso due persone e ne ha ferite altre tre ad Amel, a sud di Baghdad. Il capitano della polizia irachena Mohammed Taha ha precisato che il colpo è andato fuori bersaglio.
A Samarra non si vota per ragioni di sicurezza
Oggi il sindaco della città sunnita di Samarra ha detto che nella sua città non si andrà a votare per ragioni di sicurezza. A Samarra è fortemente presente la guerriglia, che ha minacciato di morte chi si fosse recato alle urne. Le strade sono vuote e le forze americane pattugliano la città.
(pubblicato alle 11.00)
Urne aperte dalle 7 del mattino (le cinque italiane) in un Iraq diviso, frastornato e spaventato, dove, a poche ore dall’inizio delle votazioni, i morti sono già 21 solo a Baghdad, mentre non si hanno informazioni esatte sulla situazione nelle altre parti del Paese.
Nella capitale almeno quattro attentatori suicidi si sono fatti esplodere tra la gente in attesa ai seggi elettorali ed un’autobomba è esplosa ad un posto di blocco. Ma sono almeno trenta le esplosioni che si sono udite in città, ed innumerevoli le sparatorie. I feriti sono più di quaranta.
Il bilancio finora più pesante di vittime – sei uccisi e altri tredici feriti - è stato provocato dall’autobomba esplosa nel rione di Al-Mansur, nella parte centro-occidentale di Baghdad. Sempre ad Al-Mansur, un poliziotto è stato ucciso da un kamikaze che si è fatto saltare in aria, mentre un altro attentatore suicida ha provocato altri quattro morti e sette feriti a Sadr City, la cittadella sciita alla periferia di Baghdad. Sempre alla periferia di Baghdad, un kamikaze si è fatto saltare in aria anche nel sobborgo meridionale di Doura, uccidendo una persona e ferendone altre otto. Nella zona ovest di Baghdad, un quarto kamikaze ha ucciso altre quattro persone e ne ha ferite sei, mentre nel rione di Jamila l’esplosione di un colpo di mortaio ha provocato altri quattro morti e sette feriti.
A nord della capitale, in un altro attentato nella cittadina di Balad è stata inoltre uccisa una donna in attesa di votare, mentre il figlio è rimasto ferito assieme a un uomo. Ma attentati si segnalano un po’ dappertutto. A Bassora una bomba è esplosa all’interno di una scuola trasformata in seggio elettorale, a Baquba, città ribelle a a 60 chilometri a nord-est di Baghdad, sono stati uditi alcuni colpi di arma da fuoco mentre le strade e i seggi elettorali sono vuoti e le forze americane pattugliano la città. A Samara le elezioni sono state sospese dal sindaco, Taha Taha al-Hindira, per la troppa tensione che esiste in città e la commissione elettorale nazionale ha annunciato che i seggi non sono stati aperti nel cosiddetto “triangolo della morte” a sud di Baghdad.
In tutto questo, solo il presidente Ghazi al Yawar sembra essere ottimista. Ha votato tra i primi, ma in una sezione elettorale all’interno della cosiddetta “zona verde”, la cittadella superprotetta del potere a Baghdad, dove si trovano anche le ambasciate britannica e statunitense. È stato facile per lui invitare gli iracheni a «seguire» il suo esempio e recarsi a votare.
Sorridente e mostrando ai fotografi il polpastrello bluastro del dopo voto, il primo ministro Iyad Allawi ha detto che per l’Iraq questo «è un momento storico , un giorno in cui gli iracheni possono andare a testa alta perchè stanno scegliendo tra i terroristi e invece cominciare a scrivere il proprio futuro con le proprie mani». Anche Allawi ha naturalmente votato all’interno della “zona verde”.
La strana euforia di Bagdad tra paura e voglia di cambiare. I soldati iracheni in prima fila quelli Usa si sono fatti indietro. Per le strade pattugliate affiora la speranza di una svolta
dal nostro inviato BERNARDO VALLI
Il vero risultato sarà il numero dei partecipanti. Sarà un successo, più o meno relativo, di chi ha voluto il voto, se la maggioranza dei quindici milioni di elettori (sulla carta) andrà alle urne. Altrimenti la guerriglia, che ha ordinato l’astensione, minacciando di lavare le strade col sangue dei disubbidienti, griderà vittoria. Questo è il crudo criterio di valutazione immediata del voto iracheno.
Nell’attesa di applicarlo, questo criterio, osservando nei limiti che ci saranno consentiti le code o il deserto davanti ai seggi, guardo Bagdad, metropoli complicata ed esausta, e la scopro, in queste ore, un libro aperto, spalancato. Basta sfogliarlo, attraversando la città, per leggervi la paura, l’odio, il rifiuto, l’incertezza, la speranza, spesso condannata a diventare illusione.
Tanti e contraddittori sono i sentimenti, gli umori, sollecitati dal voto imminente. Un rito ricco di emozioni, insolito in un Paese occupato e in preda a un conflitto ritmato dal terrorismo e la repressione, al quale non si vuole ancora dare il nome di guerra civile.
Il rito, sul punto di essere celebrato, nel quadro di un imponente stato d’assedio, tra promesse di stragi, con sullo sfondo puntuali esplosioni e un costante crepitio di armi da fuoco, è visto da molti con diffidenza, come un sopruso, un atto di inaccettabile sottomissione alla superpotenza occupante. Insomma non è sempre considerato come un diritto democratico, quale anche qui viene presentato. Il prezzo in verità alto, può costare la vita.
Altrettanto insolito è che nel fare i pronostici sull’esito del voto non si escluda che esso possa stimolare, rendere ancora più rovente la guerra civile, non ancora riconosciuta come tale. L’intelligence americana, nel passato colpevole di eccessivo ottimismo, questa volta va nel senso opposto e non esclude che l’Iraq diventi, come l’Afghanistan una volta, ma con conseguenze più gravi, la stabile patria del terrorismo, grazie all’ospitalità della guerriglia destinata a diventare cronica. Le ultime cifre sull’opposizione armata, fornite dagli esperti iracheni, indicano che essa è forte di 40mila combattenti e 160mila sostenitori.
Ai quali si devono aggiungere i 4-5mila uomini di Zarqawi, il capo di Al Qaeda in Iraq, quasi tutti stranieri. Se l’astensione dal voto della comunità sunnita dovesse essere massiccia, ed essa si sentisse esclusa, non avendo un sufficiente numero di eletti all’Assemblea costituente, la guerriglia, in larga parte sunnita, potrebbe attingere nuove forze da quella popolazione scontenta.
Legittimata dall’Onu, ma anzitutto imposta dalla superpotenza occupante, ansiosa di dare almeno un’immagine positiva alla sua sventurata spedizione in Iraq, l’elezione può comunque aprire uno spiraglio.
Senza pretendere di essere un primo passo verso una democrazia autentica, può rappresentare una tappa importante verso un consolidamento dello Stato iracheno. Dalla Assemblea costituente, appena eletta, uscirà un governo legittimo. In grado di trattare da una posizione più dignitosa con il governatore americano, l’ambasciatore Negroponte. E verrà poi il giorno in cui le truppe straniere saranno invitate ad andarsene.
Questo non accadrà tanto presto. Le forze armate irachene non sono ancora in grado di contenere la guerriglia. La quale conta sui "migliori ufficiali" (stando a quanto mi dice un diplomatico americano, il quale aggiunge: "Con noi ne vengono pochi di buoni").
Le elezioni si svolgono nel peggiore dei modi. Quando si dice che soltanto in quattro delle diciotto province la sicurezza degli elettori non è garantita, si dimentica che là, in quelle quattro province, vive il 40 per cento della popolazione. Una forte astensione, per paura o per rifiuto, in quell’area, dove si trova la minoranza sunnita, minoranza che alimenta la guerriglia, toglierebbe valore al voto. Una loro partecipazione inferiore al 15-20 per cento sarebbe considerata un fallimento. Non c’è da augurarsi che questo accada. La guerriglia (saddamista e integralista islamica) non costituisce un’alternativa e il necessario, indispensabile consolidamento dello Stato iracheno verrebbe ritardato. Con la conseguenza che la fine della inconcludente presenza straniera si allontanerebbe.
Passo un’intera giornata in città, sulle due sponde del Tigri, nel tentativo di leggere gli umori della metropoli, mentre i sei milioni di abitanti si preparano a vivere, come un dramma, la grande prova del voto. La prima dopo mezzo secolo. Per trovare un’elezione abbastanza autentica, comunque con la partecipazione di più partiti, bisogna infatti risalire al 1954, ai tempi della monarchia.
La quale fu abbattuta quattro anni dopo da un colpo di stato militare, che proclamò la Repubblica il 14 luglio, in un bagno di sangue e con gli altoparlanti che diffondevano le note della Marsigliese. La storia dell’Iraq moderno non è cominciata con Saddam Hussein, come può pensare l’occidentale prigioniero della spicciola attualità televisiva.
Appena uscito dall’albergo, sul viale Sadun, scopro che Bagdad nelle ultime ore ha cambiato faccia. Fino alla tarda sera di venerdì ad ogni incrocio c’era una pattuglia americana, con i carri armati Abrams e le piccole vetture blindate Bradley, che intasano il traffico, e sono i bersagli preferiti dei guerriglieri e dei kamikaze.
Sembrava una città appena espugnata. Con le truppe d’occupazione ancora alla ricerca degli ultimi nemici. Il fracasso degli elicotteri a bassa quota e gli spari e gli scoppi sporadici contribuivano a dare l’idea di una conquista non ancora ultimata. Sabato la scena è cambiata.
Nella notte i soldati iracheni hanno occupato la prima fila e gli americani si sono ritirati tra le quinte. Le nuove unità dell’esercito nazionale esibiscono adesso i mezzi pesanti di cui sono appena stati dotati, dai tutori americani. Gli elettori non devono avere l’impressione di votare all’ombra della bandiera degli Stati Uniti. Nei seggi troveranno gli uomini della Guardia nazionale.
Una presenza tesa a dimostrare la ritrovata, sia pur parziale, indipendenza. Molti miliziani iracheni avranno tuttavia il volto mascherato, per evitare di essere riconosciuti e di esporre le famiglie alla rappresaglia della guerriglia. L’indipendenza è ancora fragile. Non è neppure in grado di mostrare la faccia. E gli americani sono nelle vicinanze, tra le quinte appunto, pronti ad intervenire.
Percorrere la città è come leggere un romanzo. Scopri un ponte mentre gli elicotteri volano bassi sul fiume e corrono a scaricare qualche raffica sulle sponde periferiche, contro invisibili guerriglieri. Capiti in un quartiere sunnita deserto, con gli abitanti chiusi nelle case, per paura o per annunciare il rifiuto del voto.
Attraversi in fretta una piazza, su cui tutti esitano a mostrarsi perché frequente meta dei kamikaze, ti inoltri in una strada zigzagante dove è meglio non soffermarsi perché luogo ideale per un rapimento o una rapina. Scopri via via la diffidenza, la paura, l’odio per il tutore straniero, l’esibita indifferenza che nasconde a malapena quell’odio.
La commedia umana a Bagdad non è irrimediabilmente tragica. Nel quartiere di Karradah, abitato da sciiti e cristiani, le strade sono animate. Si nota perfino una certa euforia. La comunità sciita sta per vedere legittimata la sua maggioranza (più del 60 per cento della popolazione), e quindi pensa di arrivare infine al governo dopo un lungo dominio della minoranza sunnita. Ma a Sadr City, il grande sobborgo popolare sciita (due milioni e mezzo, in larga parte beduini del sud inurbati negli ultimi decenni) non si avverte la stessa euforia. L’inquieto imam Sadr continua a ribellarsi, sia pure in silenzio, alla volontà del capo della comunità, il grande ayatollah Sistani, non invitando i suoi seguaci ad andare alle urne.
Il suo silenzio è più che eloquente. È un rifiuto del voto. Per cui si annuncia una forte astensione, non solo tra i sunniti, ma anche tra gli sciiti del sobborgo popolare di Bagdad. Neppure questa è una buona notizia per la riuscita del voto.
(30 gennaio 2005)
REPORTAGE DALLA ZONA VERDE
Parlano soldati e «funzionari» americani dal «fortino» sotto assedio dei comandi militari e della mega-ambasciata Usa
STEFANO CHIARINI
INVIATO A BAGHDAD
«La situazione è disastrosa, ci troviamo nel mezzo di una guerra della quale non capiamo le ragioni, alla quale non eravamo preparati e alla quale non crediamo. Temo però che anche qui, come in Vietnam, dovrà ancora scorrere molto sangue, nostro e degli iracheni, perché a Washington rinuncino ai loro folli progetti. Nel frattempo c’è una puzza irrespirabile di colonnelli Kurtz e di squadroni della morte che non fa presagire nulla di buono». «John», un ragazzone non più tanto giovane, originario di New York, «esperto di sviluppo», arabista e membro di un qualche servizio segreto ignorato dal Pentagono, non si dà pace per essere dovuto venire qua a Baghdad nella green zone, la «città proibita» Usa sulla riva destra del Tigri, trasformata nella più grande ambasciata americana del mondo, «Per fare un po’ di scena per le elezioni nell’ambito di una politica senza futuro che sta solo distruggendo l’Iraq». «A proposito - ci dice dopo un momento di pausa - sai che giorno è stato scelto per tenere le elezioni? Il trentasettesimo anniversario dell’"offensiva del tet" lanciata dai vietcong il 30 gennaio del 1968, quando l’amministrazione Johnson e l’opinione pubblica americana capirono l’impossibilità di vincere la guerra». Pessimismo, amarezza e voglia di andarsene sono le note più ricorrenti nelle parole di non pochi funzionari e soldati americani che non desiderano altro che di sfogarsi per poter in qualche modo andare avanti. Oltre 500 soldati Usa sono stati rimpatriati dall’inizio della guerra per problemi legati al loro equilibrio mentale. «Le differenze tra il Vietnam e l’Iraq sono molte ed evidenti - continua John il cui padre è un reduce dell’Indocina - ma tristemente simile è il lento affondare nella palude dell’occupazione». John ci parla poi del risentimento di alcuni settori militari per la decisione del ministro della difesa Rumsfeld di mandare ad occupare l’Iraq un «esercito leggero» (circa 138.000 soldati passati in questi giorni a 150.000) che non può controllare un paese così vasto, subendo così pesanti perdite, ma anche per il continuo prolungamento dei periodi di permanenza in Mesopotamia e per i ricorrenti rifiuti di lasciare liberi i soldati alla fine del loro contratto.
70 attacchi armati al giorno
Sul campo inoltre le cifre dell’occupazione sarebbero disastrose: 1430 morti americani, 76 inglesi e 85 tra le fila degli altri contingenti mentre la media dei soldati uccisi ogni mese sarebbe salita dai 17 del giugno 2003 ai circa 70 attuali, e il numero dei feriti da 142 a 708. Parallelamente gli attacchi della resistenza irachena sono passati dai 735 il mese a 2400, circa 80 al giorno, e il numero dei resistenti sarebbe salito da 5.000 a 40.000 a tempo pieno e 200.000 part-time. Allo stesso tempo la benzina è introvabile, l’energia elettrica è sempre più scarsa, la ricostruzione è ferma, i prezzi sono triplicati. «Non c’è molto di cui essere orgogliosi - ci dice John scuro in volto - e andrà sempre peggio. A guardare questi fogli mi vengono in mente le parole di Winston Churchill quando, riferendosi all’Iraq disse: «E’ sorprendente come siamo riusciti in così poco tempo ad alienarci un intero paese».
La «città proibita» che ospita non solo gli uffici del nuovo ambasciatore Usa, John Negroponte, piazzatosi nell’ex palazzo presidenziale di Saddam Hussein (chissà se avrà cambiato i famosi rubinetti d’oro, motivo ricorrente in molti reportage pre-guerra) - anche lui un veterano della guerra sporca in centramerica - ma anche quelli del governo iracheno, alcune ambasciate alleate, le sedi delle multinazionali e le residenze di molti ministri e funzionari iracheni, membri dei servizi segreti, contractors e mercenari, si va traformando sempre più in un vero e proprio fortino assediato da ogni lato. Una realtà già evidente a circa un paio di chilometri di distanza appena passato il Tigri. Sbarramenti di cemento, rotoli di filo spinato, terrapieni di terra pressata in grandi maglie d’acciaio, messi di traverso lungo Carrada Mariam. Due carri armati, davanti all’ingresso, non lontano dall’ex hotel Rashid, tengono sotto tiro, l’uno il ponte «Jumuriya» e la riva sinistra della città, con il centro commerciale e la zona degli alberghi, l’altro la minacciosa Haifa Street che si snoda sulla riva destra del Tigri.
Il passaggio dalla «zona rossa», rossa nel senso di pericolosa, alla «zona verde» la cittadella del bene, della bibbia, dove anche l’aborto è vietato, si presenta come un vero confine al centro di un campo di battaglia. All’interno, dopo aver superato minuziosi e ripetuti controlli eseguiti da mercenari nepalesi e filippini della società britannica Global International, si respira una forte tensione tanto che a Baghdad si afferma che lo stesso premier Allawi consigli sempre ai suoi ospiti stranieri di non mettersi davanti alla finestra dicendo loro «sapete non vorrei...».
All’interno della base, tra contractor con tanto di cani lupo, mercenari tipo robocop, personale «civile», medici, infermieri, tutti armatissimi, con giubbotto antiproiettile, ray ban, mitra, due caricatori, pistola, radio etc, sembra di trovarsi sul set di un film.
Il secondo esercito dei 25mila mercenari
I mercenari della sicurezza sono oltre 25.000, e costituiscono il secondo contingente dopo quello Usa, ma i contractor civili militarizzati superano i 75.000. Basta pensare che oramai circa un soldato su dieci sulla linea del fuoco è un mercenario. Un giro di affari a livello mondiale che sarebbe pari a oltre 100 miliardi di dollari. L’occupazione dell’Iraq non potrebbe funzionare senza di loro né dal punto di vista militare né per quanto riguarda i servizi essenziali a far funzionare le grandi 14 basi Usa costruite nel paese. Le società che organizzano i mercenari, provenienti dai reparti speciali di mezzo mondo, sono in gran parte americane ma anche britanniche. Tra quelle Usa più famose, e controverse, troviamo la Mpri, la nota società texana Kellogg, Brown and Root, sussidiaria della Halliburton, e la Dynacorp già impegnata nelle attività antiguerriglia in Colombia e nella ex Jugoslavia, che in Iraq si occuperebbe dei raid nelle case dei sospetti leader della guerriglia.
Tutti i mercenari godono di una piena immunità, riconosciuta loro da un editto dello stesso ex amministratore Usa in Iraq, Paul Bremer, e le loro paghe sono in molti casi favolose: «In un anno riesco a guadagnare - ci dice Jerry, contractor sudafricano "infermiere e scorta ai convogli" - anche 170.000 dollari e due settimane di ferie ogni 90 giorni. E poi c’è sempre il fascino dell’avventura, del rischiare la vita in situazioni estreme». Certo l’occupazione non bada a spese poiché, sino a quest’autunno, nella maggior parte dei casi, non ha usato i fondi del Congresso (sottoposti a rigidi controlli) ma quelli iracheni dell’Oil for food e delle vendite petrolifere.
Al termine di una giornata passata nella zona verde ci si rende conto quanto coloro che parlano di «infiltrazioni di terroristi stranieri in Iraq» farebbero bene a dare anche un’occhiata da queste parti dov’è forse concentrata la gran parte della feccia delle «guerre sporche» di mezzo mondo.
Da chi collaborava con gli squadroni della morte in Ulster come il britannico Derek William Adgey, ai killer dei reparti speciali sudafricani dell’apartheid come Francois Strydom (ucciso lo scorso anno), o il suo collega di Deon Gouws. Per non parlare del colonnello Tim Spicer, incaricato dagli Usa di coordinare le oltre 50 società di mercenari presenti in Iraq, già protagonista della «guerra delle ombre» in Ulster, passato poi in Papua Nuova Guinea e quindi per la Sierra Leone.
I mercenari piacciono moltissimo al Pentagono perché non devono rispettare alcuna legge, il loro uso non è sottoposto al controllo del Congresso, i fondi a loro destinati non rientrano nel budget della difesa e se muoiono restano al di fuori delle statistiche ufficiali sui caduti in Iraq.
La feccia delle guerre sporche del mondo
Questa filosofia delle operazioni clandestine - secondo quanto sostengono alcuni funzionari e soldati Usa - non avrebbe ispirato solamente l’azione delle società private di sicurezza, ma anche i programmi delle stesse autorità ufficiali di occupazione provocando, tra l’altro, seri problemi di coordinamento con l’esercito regolare. «Loro si mettono nei guai - ci dice un militare di passaggio che sorseggia un terribile cappuccino - e noi li dovremmo andare a salvare. Quand’è possibile lo facciamo ma in altri casi se la vedono da soli». Figura rappresentativa dei legami tra autorità di occupazione e «guerre clandestine» è senza dubbio quella James Steel, consigliere dell’ex viceré Usa in Iraq Paul Bremer per le Forze di sicurezza irachene: già veterano del Vietnam, colonnello in Salvador, successivamente impegnato con il colonnello North a sostenere i contras, quindi in azione a Panama, per poi essere chiamato in Iraq dal numero due del Pentagono, Paul Wolfowitz, suo amico di vecchia data. La tendenza alla «irachizzazione» della guerra si sta accentuando con il progressivo aumento delle perdite Usa e ora il generale Gary Luck, inviato in Mesopotamia dal Pentagono, avrebbe deciso di imboccare con decisione questa strada proponendo l’invio di almeno 10.000 «consiglieri» presso i nuovi reparti dell’esercito iracheno per addestrarli ma anche per controllarli. Inoltre sarebbe stato deciso di sfruttare le divisioni etniche e confessionali inviando truppe curde a reprimere le zone sunnite e sciite e spingendo questi ultimi a reprimersi a vicenda. Sarebbe stato deciso anche l’invio di «esperti» presso i vertici dei ministeri iracheni della difesa e degli interni per coordinare una più efficace «lotta al terrorismo». Praticamente il programma di vietnamizzazione della guerra che nel sud-est asiatico servì solo a provocare migliaia di morti senza ottenere alcun risultato concreto. Proposte che ci rimandano a quel che scrisse sul Sunday Times, durante la rivolta del 1920 in Iraq, il colonnello T. E. Lawrence: «Gli inglesi sono caduti in Mesopotamia in una trappola dalla quale sarà durissimo sfuggire con dignità e con onore. Siamo stati ingannati dalla mancanza di informazioni verificate. I comunicati ufficiali sono tardivi, arretrati e non sinceri. Le cosa stanno molto peggio di quanto ci dicono. .. Non siamo molto lontani dal disastro». Il sole è ormai tramontato e un ufficiale ci invita a rientrare in albergo prima che faccia scuro, quando la red zone, che poi sarebbe l’intera capitale irachena, cade nelle mani delle forze del male mentre quelle del bene si godono il meritato riposo nella «zona verde».
Vigilia elettorale tra i fedelissimi di Muqtada che, obbedienti al comando del capo, scomparso nella clandestinità, non boicottano il voto e aspettano il «dopo» quando «qualcosa cambierà». E qualcuno voterà pure
GIULIANA SGRENA
INVIATA A BAGHDAD
Durante gli scontri dello scorso settembre gli americani non hanno risparmiato nemmeno l’enorme dipinto che campeggia a Sadr city e che rappresenta la rivolta degli sciiti con sullo sfondo i due leader religiosi della famiglia al Sadr, da cui ha preso il nome l’enorme agglomerato sciita della capitale, dopo la caduta di Saddam. Nadhir Hassun, l’autore dell’affresco, appena uscito dal carcere di Abu Ghraib dopo due mesi di detenzione, il 7 ottobre, si è messo al lavoro e da ieri il «quarto stato» in versione irachena, ripristinato, è tornato a rappresentare la voglia di riscossa degli sciiti. Che si manifesta con tutti i mezzi, anche con le elezioni di domani. I muri solitamente e quasi esclusivamente coperti da ritratti di Muqtada al Sadr, l’erede più ribelle degli ayatollah vittime del regime di Saddam - il padre è stato assassinato insieme a due figli nel 1999 - ora è occupato dai manifesti e dagli striscioni elettorali. Compresi quelli del premier ad interim Iyad Allawi, anche se a uno dei suoi ritratti sono stati cavati gli occhi. Allawi si presenta come l’uomo forte che aspira a costruire un esercito forte - ora composto quasi eslcusivmente da sciiti e kurdi - e forse riuscirà a convincere qualcuno anche a Sadr city, dove l’essere sciita è comunque un lasciapassare. Sadr city, una città dentro la città, fa sempre storia a parte. Con alterne vicende: quartiere esplosivo ai tempi di Saddam, dopo la sua caduta era stata una delle zone più tranquille di Baghdad sotto il controllo dei mullah, per poi esplodere la propria rabbia contro gli occupanti americani che hanno assediato a più riprese quella che i non-sadristi chiamano al Thawra (la rivoluzione, nome originario del quartiere quando fu costruito negli anni `50). Ora che regna la calma, dopo la «tregua» instaurata a ottobre, gli americani mantengono il controllo sulla bidonville schierando i loro carri armati ai margini senza entrare nel centro, anche se non rinunciano alle loro provocazioni, come quella di compiere rastrellamenti nelle moschee durante la preghiera. Ed è nell’intervento alla moschea al Rasul, tre giorni fa, che è stato arrestato Rafid, uno dei fratelli di Nadhir, insieme ad altri 35 fedeli. Non si sa dove sia finito. Solo dopo dieci giorni dall’arresto si può andare a verificare se il suo nome si trova su un file di Abu Ghraib, dice Nadhir. Ora potrebbe ancora essere alla «green zone». Nessuno può controllare, qui non vige nessuna legge, nessun diritto. Sarà probabilmente accusato come Nadhir di far parte del Jaish al Mahdi, la milizia di Muqtada. Poco importa se non ci sono prove. Sono tutte azioni preventive, accentuate in vista delle elezioni.
«Sono vere e proprie provocazioni, ordite dagli americani e dal governo per farci reagire. Noi siamo pronti, ma l’indicazione di Muqtada è di essere pazienti: se reagiamo, sostiene, diranno che abbiamo impedito le elezioni, non dobbiamo fornire pretesti, non vogliamo combattimenti prima del voto e dopo, forse, qualcosa cambierà», riferisce Khadum, un fedele di Muqtada, che ritroviamo nel suo negozietto dove vende esclusivamene cd religiosi e nel retro stampa foto digitali. L’erede di al Sadr non vuole interferire nel disegno del grande ayatollah Ali al Sistani che queste elezioni ha voluto fermamente e che si è opposto strenuamente al rinvio. A tal punto che è stata messa la sordina persino all’assassinio giovedì di Ali al Khazarj, uno dei collaboratori più stretti del leader radicale. Muqtada, che alterna discorsi virulenti ad atteggiamenti «pacifici» in questa fase sembra essersi inserito nella linea «quietista» del grande ayatollah. O forse vuole solo riacquistare la libertà di cui non può godere - vive praticamente in clandestinità - finché sulla sua testa pende il mandato di cattura degli americani per l’assassinio dell’ayatollah Abd al Majid al Khoi, avvenuta nell’aprile del 2004, pochi giorni dopo il suo arrivo al seguito degli americani.
L’argomento elezioni qui è molto dibattuto e partecipato, mentre in altre zone della città prevale la posizione del boicottaggio o dell’astensione, per scelta o per costrizione. Fanno discutere le foto che appaiono sul giornale al Inbithak dell’incontro con Muqtada del leader di una delle tante liste in competizione, più di cento. «Tutte strumentalizzazioni, Muqtada non appoggia nessuna lista, non si è candidato perché per farlo voleva una scadenza per il ritiro degli americani, non l’ha ottenuto e non si è candidato. Muqtada vuole elezioni oneste, non gestite dagli americani», dice Nadhir. Ma Muqtada voterà? «No, ma lascia libertà ai suoi militanti di votare e di scegliere la lista che preferiscono». Anche perché, sostengono gli osservatori, in molte liste vi sono candidati di Muqtada, quindi resta solo l’imbarazzo della scelta. E a livello locale, ci dice Khadum, è molto apprezzata la lista 352, guidata dal direttore del giornale al Sharakat al Sadr, l’Alba di Sadr city, per l’onestà dei suoi candidati.
Se Nadhir sostiene che deciderà all’ultimo momento, Kadhum è convinto di andare a votare, non foss’ altro che per poter decidere tra più candidati, dopo che per decenni la scelta era ridotta a un uomo solo, Saddam. Per chi voterà? Non lo sa ancora, sceglierà dopo aver visto i nomi dei candidati rimasti finora in gran parte segreti, per motivi di sicurezza.
La lista che va per la maggiore tra gli sciiti è la 169, l’Alleanza irachena unita, sponsorizzata dall’ayatollah al Sistani che per indurre la comunità sciita a votare ha anche emesso una fatwa, sentenza coranica. Ma se l’autorità di al Sistani è indiscutibile, non si può dire altrettanto per il capolista dell’Alleanza, il leader dello Sciiri (Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq), Abdel Aziz al Hakim, rivale di Muqtada, e molti dei suoi seguaci dicono che non lo voteranno. Ma in queste elezioni si vota la lista e non il candidato, quindi le opzioni sono limitate. Non tutti sono disposti a sciogliere le riserve, sebbene ormai restano poche ore per riflettere. Comunque «voteremo per chi promette di buttar fuori gli americani dall’Iraq», concordano. E pensate che qualcuno dei nuovi eletti lo farà o lo potrà fare? «Lo sostengono e poi vedremo».
Gran parte dei sunniti invece sostiene che non si possono fare elezioni sotto occupazione e se loro resteranno esclusi dal voto come si potrà elaborare una costituzione senza la partecipazione di una minoranza così importante? Insinuiamo. «I sunniti saranno recuperati nel governo e anche nell’Assemblea, perché se non dovessero partecipare all’elaborazione della costituzione potrebbero respingerla utilizzando la clausola che avrebbe dovuto favorire i kurdi: nel referendum la costituzione può essere respinta con la maggioranza di due terzi in tre province», dice un sostenitore della lista ispirata da Sistani.
Quanti voteranno a Sadr city? Difficile fare previsioni in un paese abituato al plebiscito e in una situazione in cui non si può certo parlare di libertà di scelta. «Forse voterà un 50%», azzarda Anuar che si aggiunge al gruppo. Lui resta scettico sulle elezioni e dice che alcuni andranno a votare solo per scrivere sulla scheda «elettricità», «acqua» o «benzina», i beni di prima necessità che continuano a mancare nel paese occupato da quasi due anni. Comunque tutti si dicono certi che a Sadr city non ci saranno autobombe neanche il giorno delle elezioni: «Tutti ci conosciamo, appena arriva un estraneo viene isolato, la situazione è sotto il nostro controllo». Americani permettendo.
S. CH.
INVIATO A BAGHDAD
Giornata di guerriglia urbana, anzi quasi di guerra, ieri a Baghdad dove le truppe americane alle prime luci dell’alba sono uscite in massa dalle basi con tutti i loro mezzi, mentre nel cielo volteggiavano decine di elicotteri e, più in alto, si sentiva il rombo degli aviogetti, per andarsi ad attestare in vari punti della città in vista delle elezioni di domenica. In tal modo però i soldati Usa si sono trovati ad essere più esposti agli attacchi della guerriglia che è scesa per le strade sin dal mattino attaccando alcune pattuglie di marines nella centralissima Haifa Street mentre un’auto bomba si schiantava contro un commissariato nel quartiere di Dora a sud della città uccidendo quattro agenti iracheni. Gli attacchi sono proseguiti per tutta la giornata a nord, a sud e a ovest di Baghdad. E proprio nella parte occidentale, quella che porta ad Abu Ghraib, Falluja e Ramadi, una mina ha ucciso tre marines e ne ha feriti altri due. Poi in serata, nel corso di altri furiosi combattimenti, sempre nella stessa zona della città, un missile ha colpito un elicottero da osservazione uccidendo i due piloti. A Baghdad ieri notte, in una città gelata dal freddo e dalla paura, si sparava un po’ ovunque e il bilancio della giornata per le forze occupanti potrebbe rivelarsi ancora più pesante. L’esercito americano, sin dal mattino ha occupato decine di scuole per allestirvi i seggi elettorali, spesso gettando nel panico la popolazione locale. Proprio nella centralissima Saadoun Street, accanto al ponte di al Joumuriya. una cinquantina di marine in tenuta da combattimento ha fatto irruzione nella scuola elementare e media Al Iakiri gettando nel panico negozianti e passanti. La gente è fuggita in preda al panico, la strada si è svuotata e i negozianti hanno accostato le porte di ferro dei negozi. Molti di coloro che abitano vicino alla scuola hanno caricato le masserizie su un qualche furgone e se ne sono andati.
Omar, commerciante di chincaglierie, poco lontano, sta svuotando il suo negozio di roba usata «Non voglio rischiare - ci dice in un ottimo inglese - qui siamo troppo vicini alla scuola e rischiamo di saltare tutti in aria. Queste elezioni sono un’altra maledizione di Dio caduta sul nostro paese». Un altro commerciante, lì vicino, sta per andarsene: «Da ieri la gente fa incetta di generi di prima necessità -continua chiudendo la porta metallica - in città non si trovano più riso, lenticchie, patate, carte telefoniche». Un passante si ferma e ci racconta come, non solo tutti i ricchi ma anche molti benestanti abbiano lasciato la città o siano andati all’estero: «Solo noi disgraziati siamo rimasti. Giovedì sera, qui all’agenzia di trasporti per Amman o Damasco, ci sono state scene incredibili. Non si trovava più un passaggio in auto neppure a pagarlo oro».
Da oggi vige in tutto il paese un coprifuoco stretto dalle 19 alle 6 del mattino ma per tre giorni, fino a martedì, non si potrà circolare in auto per la città anche di giorno. Fuori Baghdad, soprattutto nelle quattro province dove sono forti le organizzazioni sunnite che hanno deciso di boicottare il voto, e dove abita più del 40% della popolazione, attentati e attacchi si segnalano un po’ ovunque e quasi tutti gli addetti alle elezioni si sono dimessi.
Intanto, è in corso un duro dibattito interno alla resistenza tra l’area di al Qaeda, o almeno quei gruppi che fanno riferimento alla sua ideologia, come Ansar al Sunna, i quali hanno minacciato chiunque vada a votare, in quanto le elezioni in se sarebbero blasfeme, e la parte maggioritaria della resistenza, islamista, baathista, laica, nazionalista araba - come le Brigate Salah ed din Ayubi - che invece non considera questa una battaglia centrale, un’ultima spiaggia, e pur avendo invitato al boicottaggio ha deciso di lasciare alla gente libertà di scelta concentrandosi negli attacchi alle forze americane.
29.01.2005
L’Imam Abdul Aziz Al Hakim sta finalmente per coronare il sogno coltivato nei lunghi anni dell’esilio in Iran. La «fatwa» emessa in ottobre dal grande ayatollah Al Sistani ha spinto milioni di sciiti a mettersi ordinatamente in fila per registrarsi nelle liste elettorali e nelle moschee sono stati indicati i candidati da votare.
In un paese sull’orlo dell’abisso, dilaniato dalla violenza e dalla guerra come l’Iraq, l’unica certezza è che da domenica prossima gli sciiti, da sempre esclusi dal potere, lo conquisteranno. George W. Bush salda il debito contratto dal padre che, nel marzo del 1991, spinse curdi e sciiti alle ribellione contro le armate di Saddam che si ritiravano disordinatamente dal Kuwait. Il raìs schiacciò la rivolta e almeno 15mila sciiti finirono nelle fosse comuni. Oggi l’America, impantanata in una guerra senza fine, tenta di chiudere quella ferita e affida i destini dell’Iraq a uomini cone Al Hakim, che hanno forgiato il loro pensiero nelle scuole teologiche iraniane.
Dopo la scomparsa del fratello, il grande ayatollah Mohammed Baqer al Hakim, l’imam Abdul Aziz, fin dallo scorso autunno, ha tentato senza successo di riunire in un’unica «super-lista» gli sciiti, i curdi, il clan di Allawi e i raggruppamenti minori. L’idea era quella di creare un «fronte» da opporre al terrorismo evitando la frantumazione delle forze che si sono schierate per il «nuovo corso». Sfumata questa opzione il grande tessitore sciita, che «proietta» nella politica le direttive di Al Sistani, ha promosso una lista che raggruppa 25 formazioni, 8 delle quali di ispirazione sciita, ma che schiera anche sunniti indipendenti, failiti (curdi sciiti) yazitidi, e turcomanni.
Si è trattato essenzialmente di un’operazione di facciata, perché il nocciolo duro della lista è rappresentato da uomini designati dai grandi capi religiosi di Najaf e Karbala. Tra questi il candidato che molti indicano come il futuro premier iracheno: Hussein Shahristani, scienziato nucleare, incarcerato per lunghi anni da Saddam, e molto popolare tra gli sciiti del sud dell’Iraq. Altri sciiti si presentano nelle liste del premier Allawi e in quelle del presidente Al Yawar, che hanno reclutato esponenti delle diverse comunità. Ma saranno gli uomini dell’Alleanza unitaria irachena (Aui) i nuovi capi a Baghdad. Da Bassora a Sard City i voti saranno tutti per loro.
Nel futuro dell’Iraq vi è dunque un regime «khomeinista»? Molti, non solo a Baghdad, lo temono. Nel marzo dello scorso anno gli ayatollah di Najaf e Karbala hanno accettato che nella costituzione provvisoria venisse specificato che l’Iraq riconosce «la libertà di tutte le religioni», ma l’articolo 7 (imposto dai ministri sciiti) recita che «l’Islam è la religione ufficiale dello stato e una fonte legislativa». Quali leggi saranno ispirate da questa fonte? Gli uomini di al-Hakim ed il premier in pectore, Shahristani, imporranno il velo e vieteranno gli alcoolici? Molti, nella regione mediorientale, temono che questo sia di destino che aspetta la parte dell’Iraq che si appresta a votare in massa per l’Alleanza sciita.
Abdallah II, re di Giordania, ha detto di temere che una «Mezzaluna sciita che va dall’Iran, al Libano, passando per l’Iraq e la Siria». Tremano al pensiero di una vittoria sciita anche i capi del regime wahabita dell’Arabia Saudita, che, al pari di Al Zarqawi, considerano Al Sistani e i suoi fedeli, «apostati». Teheran, aspetta invece con ansia l’affermazione degli sciiti iracheni, molti dei quali sono stati per lunghi anni in esilio in Iran dove hanno creato e quindi rafforzato intense relazioni con i capi del regine dei mullah. I ricchi stati del Golfo conservano gelosamente i loro segreti e vogliono far dimenticare i finanziamenti concessi a Saddam che scatenò l’inferno per arginare la rivoluzione khomeinista.
Le simpatie sotterranee ed invisibili per la guerriglia ed i ricatti di Al Zarqawi sono molto più estese di quanto possa apparire. Tra attentati, violenze diffuse e minacce, la certezza della vittoria sciita non dissipa le nubi che si intravedono nel dopo 30 gennaio.
Il giornalismo produce sempre un gran quantità di cliché ma qui, per una volta, il primo che ti viene in mente è corretto. Baghdad è una città di paura. Iracheni spaventati, miliziani spaventati, soldati americani spaventati, giornalisti spaventati.
Il 30 gennaio, il giorno in cui la benedizione della democrazia ci ungerà tutti, si sta avvicinando con la velocità e l’ineluttibilità del giorno del giudizio. L’ultimo video di Zarqawi mostra l’esecuzione di sei poliziotti iracheni: un colpo dietro alla testa, uno per uno. Un sopravvissuto finge di essere morto, allora uno dei killer gli arriva tranquillamente dietro e fa esplodere la sua testa con i proiettili.
Queste immagini perseguitano chiunque. Martedì mattina, all’angolo al-Hurriya, quattro camion carichi di guardie nazionali irachene— i futuri liberatori dell’Iraq, secondo il presidente Bush — mi sorpassano. I loro fucili sono come aculei che puntano a ogni automobilista, ogni iracheno sul marciapiede: l’esercito iracheno che rivolge le proprie armi contro il suo popolo. E hanno tutti il volto coperto — cappucci neri, passamontagna o kefie che attraverso gli spiragli lasciano intravedere solo occhi spaventati.
Vidi esattamente la stessa scena sulle strade di Mahmoudia, a sud di Baghdad, appena prima che cadesse definitivamente nelle mani degli insorti, la scorsa estate. Adesso la rivedo nella capitale.
In piazza Kamal Jumblatt, accanto al Tigri, due Humvees americani si avvicinano all’incrocio: le loro mitragliatrici sono puntate contro i guidatori per tenerli lontani. Sul retro di ogni veicolo è presente una grande scritta in arabo che recita: "Vietato superare questo convoglio. Restare a 50 metri di distanza" Le auto dietro rispettano il divieto; conoscono il significato "forza mortale" che gli americani hanno scritto sui segnali dei posti di blocco.
Ma i due Humvees entrano in un grande ingorgo stradale, e i militari a bordo imprecano contro di noi intimandoci di andare indietro. Quando un taxi non nota un convgolio di militari che bloccano la sua strada, gli americani nel veicolo corazzato scagliano una bottiglia di plastica piena d’acqua sul tetto del veicolo e il guidatore finisce sulla rotonda***. Un camion riceve lo stesso trattamento dall’Humvee corazzato. "Andate indietro" urla il militare dal retro del mezzo, mirando contro di noi attraverso la visiera. Proviamo dispertamente a rigettarci nel traffico.
Si, a Kabul, probabilmente i russi avrebbero lanciato le loro bombe a mano, ma qui ci sono i liberatori di Baghdad "terrorizzati" che scagliano bottiglie d’acqua agli iracheni che teoricamente dovrebbero apprezzare la democrazia americana imposta il 30 Gennaio.
Affinché sia ben chiaro a tutti, l’Humvee che si trova dietro ha scritto "specialista Carrol" sul parabrezza. Lo specialista Carrol, ne sono certo, considera ognuno di noi come un potenziale suicida — un killer su quattro ruote — e non posso fargliene una colpa. Un kamikaze si è appena gettato in una stazione della polizia a Tikrit a nord di Baghdad uccidendo se stesso e almeno altri sei poliziotti. Dietro l’angolo, ho scoperto la ragione del traffico: i poliziotti iracheni cercano di calmare centinaia di persone alla ricerca di benzina, i guidatori si rifiutano di fare ulteriori code per l’unica che l’Iraq possieda in abbondanza: il petrolio.
Mi fermo al ristorante Ramaya per pranzo. Chiuso. Stanno costruendo un muro di sicurezza intorno all’edificio. Quindi guido fino al Rif per una pizza, giocherallando di tanto in tanto con il pianoforte del ristorante mentre tengo d’occhio l’entrata temendo di incontrare persone che non voglio vedere. I camerieri sono nervosi e sono contenti di portarmi la pizza in 10 minuti, non c’è nessun altro nel ristorante e scrutano la strada con attenzione. Aspettano La Macchina.
Chiamo un vecchio amico iracheno che, ai tempi di Saddam Hussein, pubblicava una rivista di letteratura. "Vogliono che voti ma non possono proteggermi," afferma. "Forse non ci saranno attacchi suicidi al seggio. Ma sarò osservato. E se tre giorni dopo mi becco una granata in casa? Gli americani diranno che hanno fatto del loro meglio. La gente di Allawy dirà che sono un ’martire della democrazia’. Pensi veramente che andrò a votare?"
All’università Moustansariya, una delle migliori in Iraq, gli studenti di letteratura inglese devono sostenere gli esami finali. Gennaio segna la fine del semestre iracheno.
Ma uno degli studenti mi racconta che i suoi compagni hanno riferito al professore —tanto sono difficili i tempi— che non erano ancora preparati per l’esame. Piuttosto che dare a tutti loro zero, il professore accomodante ha rinviato l’esame.
Ritorno all’incrocio di Al-Hurryia dietro la Zona Verde e là si trova improvvisamente un grosso 4x4 nero, gremito di gente armata e coperta dal passamontagna. "Andate indietro!" urlano ad ogni automezzo mentre cercano di attraversare lo spartitraffico. Tiro giù il finestrino. La portiera posteriore del 4x4 sbatte con forza. Un occidentale col passamontagna —biondo con gli occhi azzurri— punta un kalshnikov alla mia macchina. "Andate indietro" strilla in un pessimo arabo. Quindi sgombra lo spartitraffico seguito da tre pick-up corazzati, con i finestrini oscurati, le ruote che slittano sulla strada, portando i sacri occidentali al sicuro interno della Zona Verde di dubbia sicurezza, la zona sigillata ermeticamente dalla quale si suppone venga governato l’Iraq.
Dò uno sguardo alla stampa irachena. Il segretario di stato Colin Powell sta nuovamente ammonendo sui rischi di una guerra civile in Iraq. Perchè noi occidentali continuiamo a paventare una guerra civile in un paese la cui società è tribale piuttosto che settaria? Di tutti i giornali, è il curdo Al Takhri, fedele a Mustafa Barzani, che pone questa domanda. "Non c’è mai stata una guerra civile in Iraq," Tuona l’editoriale. Ed è vero. Quindi "Avanti tutta" verso le temute elezioni del 3o gennaio e verso la democrazia.
I generali americani —con un mix unico di menzogna e speranza in mezzo alla rivolta — adesso affermano che solo 4 delle 18 province irachene potrebbero non avere la possibilità di partecipare "completamente" alle elezioni. Una buona notizia. Fino a quando non prendi confidenza con le statistiche sulla popolazione e realizzi —come sanno naturalmente tutti i generali— che queste quattro provincie contano più della metà della popolazione irachena.
Robert Fisk
Tratto da Nuovi Mondi Media
Qualsiasi sia il risultato elettorale del 30 gennaio, non darà luogo a un governo iracheno legittimo. Questo tipo di governo sarà possibile solo quando gli iracheni avranno il reale controllo del loro futuro. E questo avverrà quando gli Usa se ne andranno
Probabilmente, i media americani saranno colmi di discussioni e dibattiti riguardo alle elezioni irachene di questo fine settimana. Sfortunatamente, tutti i commenti perdono di vista lo stesso punto: domani, 30 gennaio, non ci saranno elezioni in Iraq, se questo termine sottende ancora un, anche solo lontano, processo democratico.
Molti degli iracheni che andranno a votare saranno inspiegabilmente grati per questa opportunità. Me le condizioni sotto le quali questi voti saranno assegnato – come nel più ampio contesto – assomiglia più a una tragedia che rilascia piano piano gli ostaggi che a un esercizio di democrazia . Ci riferiamo agli ostaggi presi dalle varie fazioni armate irachene ma anche al modo in cui i dirigenti politici americani stanno tenendo l’intera popolazione irachena in ostaggio per i loro progetti di dominazione della regione.
Questa è un’elezione che i politici americani sono stati obbligati ad accettate e ora sperano che possa fortificare il loro potere, non sostituirlo. Essi non sono interessati a elezioni che conducano gli Stati Uniti a ritiro ma un’elezione che sostenga la loro intenzione di rimanere a tempo indefinito.
Questo è una cosa che gli attivisti ‘anti-impero’ dovrebbero avere ben chiara in testa quando i media mainstrean iniziano a presentarci immagini di lunghe file ai seggi elettorali per farci vedere come gli iracheni stanno sostenendo queste elezioni e quando ripetono il leit motiv dell’amministrazione Bush sul portare democrazia in una parte del mondo che ne è affamata.
Questi stessi media concedono talvolta spazio a qualche critica che rimane, però, perfettamente entro i limiti ideologici concessi - questo è il punto di vista di quelli che sono d’accordo con la missione americana di liberare l’Iraq e, dunque, si concedono di sofisticare sugli aspetti più irrilevanti della politica amministrativa.Il compito degli attivisti che valicano questi limiti è sottolineare un fatto dolorosamente ovvio e quindi un fatto che non può essere trattato dai media mainstream: un’elezione reale non può verificarsi sotto un’occupazione straniera in cui il processo elettorale è gestito dagli invasori che hanno chiare preferenze sul risultato.
Questo è perché i programmi finanziati dagli americani che “allevano” il processo di voto devono essere “discretamente implementati” , con le parole del resoconto del Washington Post, per evitare di dare gli iracheni che sono “più orientati di un’egemonia americana nella regione” ulteriori ragioni per sospettare riguardo alle presunte buone intenzione degli Usa.
I giornalisti del Post Karl Vick e Robin Wright hanno riportato le parole di un iracheno istruttore di uno di questi programmi di “preparazione elettorale”: “se tu vai in un caffè e dici: salve, vengo da parte di un’organizzazione americana e sono qui per aiutarti’, loro dicono che non hanno intenzione di farsi aiutare. Invece se tu dici che sei lì per incoraggiare la democrazia, loro dicono che tu sei lì per controllare il Medio Oriente”
Forse ‘loro’ - questi iracheni più orientati verso la concezione di un’egemonia americana osano insinuare che lo scopo degli Usa è il controllo sulla regione petrolifera. Ma ‘noi’ negli Stati Uniti non possiamo credere a queste cose; lo stesso articolo del Post riferisce, senza un cenno di sarcasmo, che i gruppi che offrono “political triainign” - preparazione elettorale - in Iraq (the National Democratic Institute for International Affairs, International Republican Institute, and International Foundation for Election Systems) sono “nel cuore ambizioso degli americani che vogliono fare dell’Iraq un modello di democrazia del mondo arabo”.
Stiate nel mio cuore. Per realizzare tale ambizione le truppe in Iraq rimarranno all’attuale livello di circa 120.000 al massimo per altri due anni, secondo gli ufficiali delle più alte operazioni dell’esercito. Per gli scorsi due anni, alcuni giornalisti hanno riferito delle intenzioni degli Usa di stabilire ovunque da 4 a 14 basi militari permanenti in Iraq. Visto che ci sono circa 890 stazioni militari americane in giro per il mondo per essere al servizio dell’agenda politica ed economica degli Stati uniti non è difficile immaginare che possano essere interessati alle basi nel cuore della più importante regione produttrice di petrolio del mondo. Dopo tutto, il segretario alla difesa Donal Rumsfeld ha liquidato come ‘inesatto e sfortunato’ ogni ipotesti che gli Stati Uniti stessero cercando di rimanere in maniera permanente in Iraq. Nell’aprile del 2003, Rumsfeld assicurò che non c’era stata alcuna discussione tra i funzionari dell’amministrazione riguardo le basi permanenti in Iraq.
Ma torniamo alla realtà: qualsiasi cosa prevedano i piano a lungo termini dell’amministrazione, l’occupazione dell’Iraq non è andata come speravano. Ma prima di abbandonare le loro prede, hanno dato sfogo a tattica e a retorica. All’inizio gli Stati Uniti proposero un complesso sistema di comitati per cercare di evitare le elezioni e per rendere più facile il controllo della selezione del governo ma gli iracheni si rifiutarono di accettare tale schema. Alla fine, i pianificatori hanno dovuto accettare le elezioni e ora stanno cercando di ritornare alla situazione caotica per riappropriarsi dei loro vantaggi.
Ironicamente, l’instabilità e la violenza possono incrementare le chance del candidato favorito dagli Stati Uniti – il primo ministro ad interim Ayad Allawi. Mentre la maggior parte delle liste non sono in grado di condurre una campagna e nemmeno dire i nomi dei candidati a causa delle minacce, Allawi può rappresentare se stesso come un simbolo di forza, che fa una costosa campagna televisiva mentre viene protetto dalle forza di sicurezza. Egli ha accesso ai fondi per la ricostruzione e può usarli per dimostrare magnanimità ai troppi iracheni che, incomprensibilmente, vogliono che venga allacciata l’elettricità e che sia messa fine ai sequestri e alle violenze.
Naturalmente gli Stati Uniti non possono garantire al candidato favorito che vincerà ma chiunque si trovi nella fessura della leadership in Iraq capirà certe inevitabili realtà di potere. Come ha sottolineato il New York Times – con lo stile delicato che si addice al Times – il recente annuncio dei leader Shi’a che ogni governo che si formerà e che non sarà pubblicamente islamico sarebbe stato responsabile verso l’opinione pubblica irachena. Ma come ricorda ai lettori il giornalista Dexter Filkins, i funzionari americani “hanno una grande influenza” e “ e sarebbero stati importunati da un governo chiaramente islamico”e nessuno voleva disturbare gli ufficiali americani, nemmeno i nazionalisti iracheni che odiano l’occupazione Usa ma che possono guardarsi intorno e vedere chi ha le pistole.
La realtà è che, alla fine, con tutte queste pistole, gli Stati uniti non possono imporre un governo pro usa in Iraq. Questo può da luogo altre strategie. E non importa quante volte Bush parlerà del suo amore per la libertà e non importa quali giochi i pianificatori metteranno in atto, noi non dovremmo esitare nel compiere una onesta analisi delle reali motivazionei politiche. Pretendere che gli Stati Uniti possano veramente desiderare una reale democrazia in Iraq – una democrazia attualmente sarebbe libera di seguire la volontà del popolo – è ignorare l’evidenza, logica e storica.
Come ha scritto Zeynep Toufe nel suo blog (http://www.underthesamesun.org/ ): “ tutte queste preziose parole ora sono divenute qualcosa di simile ai nomi della marche: democrazia, libertà, potenza. Queste in realtà non significano nulla, sono solo i nomi legati alle cose che facciamo".
Ora, una delle cose che i fautori delle politiche americani fanno è concedere agli iracheni di assegnare i voti in condizioni estremamente forzate. Ma qualsiasi cosa risulti il 30 gennaio questa non sarà un’elezione, se per elezioni intendiamo un processo attraverso cui le persone hanno l’opportunità di scegliere i rappresentanti che possono attuare politiche libere da costrizioni esterne. L’assegnazione dei voti non darà luogo a un governo iracheno legittimo. Questo tipo di governo sarà possibile solo quando gli iracheni avranno il reale controllo del loro futuro. E questo avverrà quando gli Usa se ne andranno
Fonte: http://www.commondreams.org/views05...
Traduzione a cura di Nuovi Mondi Media
Falluja, 26 gennaio 2005
Gli operatori di ICS che lavorano nel governatorato di Al Anbar ci confermano il clima di profonda instabilità che si respira in queste giornate pre-elettorali nelle città e nei dintorni di Falluja e Ramadi.
ICS, che è impegnato nell’area con programmi di assistenza umanitaria e di monitoraggio degli sfollati, da mesi concentra la propia attività su più di 100.000 famiglie che durante le settimane di assedio hanno dovuto lasciare le loro case e il lavoro. La situazione impone ancora un impegno umanitario consistente attraverso la distribuzione di cibo, coperte, medicinali e kit igienici in particolare per le fasce deboli della popolazione.
La presenza degli operatori umanitari sul territorio ha consentito a ICS di raccogliere testimonianze dirette rispetto alle aspettative e all’atmosfera che si respira nei giorni che precedono l’appuntamento elettorale.
In particolare, tre operatori di ICS, in seguito ad un incontro con alcuni leader religiosi e tribali di Al Anbar ci raccontano: "Sono tutti d’accordo: al momento non esistono le condizioni minime affinché il voto previsto per il 30 gennaio possa aver luogo nel governatorato".
"Le ragioni sono diverse" - continuano - "L’unico partito della zona (Partito Islamico Iracheno) si è ritirato dalla competizione elettorale e dunque è convinzione diffusa fra la popolazione locale che non esista una istanza politica da eleggere che possa rappresentarli (la maggiornaza della popolazione ad Al Anbar è sunnita, ndr).
In secondo luogo, è percezione comune ad Al Anbar che i risultati delle elezioni siano già stati decisi a tavolino e che dunque l’esercizio di voto da parte della popolazione significhi solo il rischio personale di recarsi ai seggi.
Terzo, esiste fra la popolazione un profondo senso di frustrazione dovuto alle pessime condizioni di vita in cui versano e una generale diffidenza se non sfiducia nei confronti del governo provvisorio che non ha saputo rispondere ai loro bisogni primari".
Ma l’ultima ragione, forse la più importante, è la sicurezza.
I colleghi iracheni di ICS ci confermano: "Il governo ad interim ha già dichiarato la propria impossibilità a garantire le condizioni minime di sicurezza per gli elettori e per i seggi ad Al Anbar. La popolazione teme attacchi da parte delle frange terroristiche e questo sicuramente limiterà in modo sensibile gli spostamenti verso i seggi, laddove e se verranno organizzati".
Ma a Falluja non si sa dove si deve andare per votare
Strade deserte e tensione altissima, migliaia di soldati
dal nostro inviato BERNARDO VALLI
BAGDAD - Via Rashid è deserta. I miliziani della Guardia Nazionale, senza faccia, mascherati con passamontagna, annidati sotto i portici di pietra nuda, qui chiamata italiana, la rendono sinistra. Da una finestra la voce potente, gracchiante, di un altoparlante apostrofa una macchina che ha osato inoltrarsi nella strada. Immagino impartisca un ordine. L’uomo al volante frena, innesta la retromarcia e se ne va senza forzare il motore. Direi a testa bassa, con la coda fra le gambe. La scena dà un’idea del clima, in queste ore che precedono il voto. Molti itinerari sono sbarrati dalle pattuglie americane. Girare per Bagdad è come addentrarsi in un labirinto.
I veicoli blindati da combattimento Bradley sono accostati al marciapiede; c’è anche qualche più massiccio carro armato Abrams. In mezzo alla strada GI e Marines fanno da vigili urbani. Il loro aspetto intimidisce, ma i loro gesti sono misurati. Non sono arroganti. Sono disciplinati. Nel paesaggio mediorientale sembrano piovuti da Marte. Indicano agli automobilisti le deviazioni obbligatorie servendosi dell’arma individuale. Di solito li mandano in vie secondarie, dove non ci sono edifici pubblici, ministeri, stazioni di polizia, alberghi frequentati da occidentali, dimore di personaggi importanti, già protetti da muri in cemento armato e rotoli di filo spinato.
Il comando della 1st Cavalry Division ha portato a Bagdad due battaglioni di un’unità d’élite, la 82nd Airborne, e, sempre qui, nella capitale, ha aggiunto la sua 2nd Brigade, con un supplemento di 5.000 uomini. A fianco di queste truppe americane sono schierati 7.600 soldati dell’esercito iracheno e 18.000 poliziotti, sempre iracheni. Rendendo pubbliche queste cifre, i responsabili militari americani hanno precisato che con tutta probabilità saranno necessari altri 7.000 poliziotti.
Questo sbandierato schieramento di forze nella metropoli di sei milioni di abitanti dovrebbe rassicurare gli elettori e dissuadere l’opposizione armata dal compiere le annunciate azioni di rappresaglia contro i cittadini diretti alle urne. Dovrebbe impedire a Zarqawi, il capo di Al Qaeda in Iraq, di trasformare le strade di Bagdad in fiumi di sangue, versato da chi oserà votare.
C’è tuttavia da chiedersi quale effetto ha in queste ore lo spettacolare spiegamento di forze su chi deve decidere se uscire o non uscire di casa domani, trenta gennaio. Se avevano ancora dubbi sulla autenticità delle minacce proferite da Zarqawi, adesso sanno che il comando americano e il governo provvisorio iracheno le prendono sul serio. Nella redazione del quotidiano Alsiyada, (che esprime le idee di un partito laico e liberale, il Gruppo repubblicano iracheno), un giornalista mi dice: "Uscendo di casa per raggiungere a piedi il seggio del quartiere, poiché le automobili saranno proibite, uno avrà l’impressione di passare tra due eserciti in guerra, uno visibile e l’altro invisibile". Il direttore, Abdul Sattar Jawad, pensa che l’affluenza non dovrebbe superare il 25-30 per cento nell’intero Paese. E che dovrebbe essere inferiore al 10 nelle zone sunnite. Vale a dire Bagdad. Se così fosse sarebbe un fallimento? Il direttore di Alsiyada allarga le braccia. Ma lui andrà a votare.
****
Ritorno nella deserta via Rashid. E’ una reliquia della vecchia Bagdad. E’ una famosa strada decaduta nel cuore della città.
Nel ’58, quando fu massacrata la famiglia reale e fu proclamata la Repubblica, gli insorti vi appesero il cadavere di Nuri Said, catturato mentre fuggiva vestito da donna. Ma via Rashid non resta nelle memorie soltanto per il macabro spettacolo della collera popolare. Se vi furono esposti (come in piazza Loreto) i resti di quel potente ministro (filo inglese) della monarchia, è perché la strada era una ribalta su cui si svolgevano i riti più significativi. E’ là che si pavoneggiavano i ricchi e i potenti. I militari insorti di mezzo secolo fa, vi portarono per riflesso il corpo del ministro del re fucilato con la giovane moglie.
Via Rashid era anche il teatro della vita culturale. Il caffè Um Kalthum, dedicato alla più amata cantante (egiziana) del mondo arabo, era frequentato da letterati e artisti, che giocavano a scacchi e bevevano hamedh, una bevanda calda di cedro bollito, fino a notte inoltrata.
Adesso via Rashid non ha più niente di attraente. Sotto i portici di pietra nuda italiana si nascondono spesso piccoli rapinatori. E sarebbe incauto, per un occidentale, percorrerli anche in pieno giorno. Rischierebbe di essere sequestrato. Via Rashid è l’immagine della decadenza di Bagdad. Capitale di un Paese in guerra da quasi un quarto di secolo, avvilito da una crudele e ottusa dittatura per trenta anni, adesso sull’orlo di una guerra civile, forse già in corso.
Eppure in queste ore, nonostante le immagini di desolazione, e la violenza quotidiana che rischia di esplodere ancora più violenta, ci si sente alla vigilia di avvenimenti imprevedibili. Bagdad, con il suo ombelico, la deserta via Rashid, è il luogo in cui si gioca una partita che coinvolge anche il resto del mondo. Dal voto di domani può uscire tenebra, ma anche un po’ di luce.
****
Buia, e destinata a restare tale per molto tempo, è la situazione a Falluja: la città a cinquanta chilometri a Ovest di Bagdad, occupata fino a due mesi fa dall’opposizione armata (integralisti e saddamisti), ed ora presidiata dagli americani e dai governativi, che stentano a controllarla.
Anche là si apriranno i seggi elettorali. Sembra tuttavia azzardato, ed anche un po’ insensato, pretendere che la gente vada a votare nella città devastata dai combattimenti e quasi deserta. Dei 250 mila (forse 300 mila) abitanti ne sono infatti ritornati per vivervi stabilmente soltanto 15 mila. Molti altri, più di 100 mila, si muovono come pendolari per vedere le loro case distrutte o danneggiate; ed anche per ricevere gli aiuti distribuiti dai militari americani in un campo sportivo. Poi raggiungono di nuovo le località in cui sono sfollati.
La guerriglia è infiltrata in quella popolazione disastrata e dispersa. E spesso solidale. Anche perché numerose sono le famiglie di militari dell’esercito incautamente sciolto dagli americani. E’ assai improbabile che, in questa situazione, la gente di Falluja si avvicini alle urne, rischi la rappresaglia promessa da Zarqawi, o compia un gesto che risulterebbe un’infedeltà, o addirittura un tradimento, nei confronti di parenti e amici impegnati nella guerriglia. Si tratta inoltre, in larga parte di sunniti.
Tutto è talmente incerto, a Falluja, che gli indirizzi dei seggi non sono ancora stati resi pubblici. Lo saranno soltanto qualche ora prima della loro apertura.
Sheik Omar, portavoce dell’Associazione degli Ulema musulmani, spiega perché il suo movimento chiede ai sunniti di disertare le urne. «Elezioni libere e democratiche, unica via d’uscita da questa situazione drammatica»
STEFANO CHIARINI
INVIATO A BAGHDAD
«Se veramente vogliono la democrazia e la libertà per il popolo iracheno perché si sono rifiutati di fissare una data per il ritiro delle truppe? Di affidare ad un organismo neutrale internazionale la gestione delle elezioni? Di sospendere le operazioni militari? Credetemi, solo a dei politici in totale malafede potrebbe venire in mente di farci votare nel pieno di una guerra devastante di occupazione come quella in corso in Iraq». Sheik Omar, giovane e manageriale portavoce dell’Associazione degli Ulema Musulmani, che rappresenta oltre 3.000 moschee sunnite in tutto il paese e quindi l’intera comunità (maggioritaria nel mondo arabo ma minoritaria in Iraq), riassume così le motivazioni che hanno spinto il suo movimento a pronunciarsi per il boicottaggio delle elezioni del trenta gennaio. Ci riceve nella grande e moderna moschea di Um al Qura, la «Madre di tutti i villaggi», già «Um al Maareq» la «Madre di tutte le battaglie», costruita dopo la guerra del 1991 dal regime di Saddam Hussein, con i minareti a forma di missili sulla rampa di lancio, senza risparmio di mezzi, di marmi pregiati, di splendide ceramiche, nella parte occidentale di Baghdad, quella oggi più difficile da controllare per gli occupanti, lungo la strada che porta ad Abu Ghraib, Falluja, Ramadi. L’Associazione degli Ulema Musulmani, l’unica rappresentanza politico-religiosa della comunità sunnita, sostiene il diritto alla resistenza contro l’occupazione ma ha sempre condannato il rapimento di giornalisti, operatori umanitari e civili innocenti, adoperandosi spesso per la loro liberazione e attirandosi così le truci minacce dei settori vicini alle posizioni di al Qaeda.
La vostra associazione è contraria alle elezioni in sé, come alcuni settori estremisti della resistenza, o a queste in particolare?
Noi in realtà siamo convinti che l’unica via di uscita da questa situazione drammatica, nella prospettiva di una fine dell’occupazione, sia proprio quella di elezioni libere e democratiche. La consultazione di domenica invece è priva d’ogni credibilità, porterà ad un governo non rappresentativo e, se mai l’assemblea redigerà la nuova costituzione, anche questa sarà respinta dal popolo iracheno.
Non pensa che in Iraq vi sia il pericolo di uno scontro tra sunniti e sciiti...
Sin dal loro arrivo gli Usa hanno cercato di dividerci ma sino ad oggi non c’è stato alcun serio conflitto interno tra le varie comunità religiose. Né penso ci sarà. Basta vedere come l’appello all’astensione sia stato firmato anche da molti partiti e organizzazioni sciite o laiche. Il problema è politico non religioso.
Sui giornali si è parlato molto di forti pressioni su di voi per spingervi a legittimare le elezioni...
Direi che hanno fatto di tutto. Basti pensare che quaranta religiosi sono stati uccisi e sessanta arrestati. In altre occasioni hanno mandato per convincerci ambasciatori di vari paesi come la Francia, l’Iran, o alcuni paesi arabi. Poi ai primi di gennaio, su iniziativa di Parigi, c’è stato un incontro con il numero due dell’ambasciata Usa, Jim Jeffrey (proveniente dalla sede di Tirana Ndr.) in rappresentanza dell’ambasciatore John Negroponte. In quell’occasione abbiamo prospettato la possibilità di un nostro intervento a favore delle elezioni a patto che gli Usa annunciassero una data per il ritiro delle loro truppe. Purtroppo ci siamo trovati davanti a un muro.
Qual è la posizione degli Ulema rispetto alla resistenza?
Ogni popolo occupato, come l’iracheno, ha diritto di resistere all’occupazione per liberare il proprio paese. La resistenza non ha nulla a che fare con il terrorismo.
Come giudicate gli appelli di alcuni gruppi a combattere i «crociati cristiani»?
In primo luogo, a livello interno e religioso, noi consideriamo i nostri concittadini cristiani come nostri fratelli. Più in generale, sul piano politico, pur ribadendo la più ferma condanna nei confronti di chiunque voglia dividerci, ritengo che in Occidente sia necessario rendersi conto di com’è vissuta dagli iracheni e dai musulmani l’occupazione americana in Iraq. Mi riferisco al fatto che sono stati proprio George Bush, i suoi collaboratori, gli alleati, i loro giornali, a presentare la guerra, usando spesso termini religiosi e frasi della Bibbia, come una crociata contro «il male» rappresentato dall’Islam associato al terrorismo. Purtroppo, in linea con quest’atteggiamento, la gran parte dei soldati americani in Iraq si comporta proprio come se fossero dei crociati: violano ogni giorno i nostri luoghi di culto e le nostre case, gettano a terra il libro sacro del corano, ne strappano le pagine, insultano l’Islam, offendono le donne. Gesti che non hanno nulla a che fare con la lotta al terrorismo. Per non parlare di quel che avviene nelle carceri... . C’è poi da considerare il fatto che, con tutti i nostri limiti ed errori, noi siamo a casa nostra, nel nostro paese, e loro sono venuti qui dall’altra parte dell’oceano ad occuparci.
Cosa pensate del tentativo di sottrarre all’Iraq le regioni petrolifere del nord?
Noi siamo per un Iraq democratico e unito e riteniamo che questi tentativi provocheranno solo nuovi lutti e distruzioni a danno di tutti gli iracheni, curdi compresi. Si tratta di un vecchio progetto sionista sul quale c’è però in corso un braccio di ferro tra i «civili» che comandano al Pentagono, favorevoli alla balcanizzazione, e i comandi militari convinti invece che il loro paese avrebbe tutto l’interesse ad una stabilizzazione dell’area. In ogni caso l’ultima parola spetterà al popolo iracheno. Ne potete stare certi.
La Commissione elettorale irachena ha indicato che 128 osservatori internazionali saranno presenti in Iraq per le elezioni di domenica, le prime multipartitiche in cinquant’anni, ma data la complessa situazione diplomatici ritengono che in effetti il numero sara’ molto inferiore. La Missione internazionale per le elezioni irachene, un gruppo multinazionale di esperti di base in Canada, intende seguire il voto dalla Giordania. 18.000 osservatori iracheni, alla loro prima esperienza, saranno presenti il giorno delle elezioni, ma il loro giudizio non sara’ sancito dalla legittimita’ internazionale. Secondo Carina Perelli, direttrice della divisione dell’assistenza elettorale all’ONU, 14.270.000 di iracheni si sono iscritti come elettori e sarebbero almeno 55.000 tra osservatori iracheni e membri di partito coloro che si sono accreditati per osservare lo svolgimento del voto.Il responsabile elettorale dell’Onu Carlos Valenzuela, che ha aiutato nella preparazione delle elezioni, ha detto la scorsa settimana che la situazione non e’ peggiore di quella a Timor Est nel 2001 e che la consultazione sara’ ’’credibile’’ anche senza osservatori internazionali. I pericoli sono tali che, anche se presenti, gli osservatori internazionali non potranno svolgere il loro compito, con visite ai seggi, ispezioni alle urne e interviste agli scrutatori. Gli attacchi degli insorti faranno delle elezioni irachene le prime negli ultimi decenni - dall’inizio di una diffusione della democrazia nei paesi ex comunisti e del Terzo mondo - che non avranno una consistente forza di monitoraggio internazionale. Il che minera’ la fiducia nel risultato, gia’ reso quanto meno discutibile dal boicottaggio della minoranza sunnita e dalla presenza di 150.000 soldati americani. L’ex presidente americano Jimmy Carter e l’ex presidente svedese Carl Bildt hanno guidato 800 osservatori internazionali in Cisgiordania e a Gaza per le elezioni del 9 gennaio per scegliere il successore del leader palestinese Yasser Arafat.
Fonti : Ansa, Le Monde
27 gennaio 2005
Internazionale, 21/27 gennaio 2005
Si può parlare di una "democrazia islamica"? Oppure è un’espressione priva di senso come "scienza ebraica" o contraddittoria come "democrazia popolare" durante il comunismo? E questa la domanda da cui dipenderà il futuro dell’Iraq; oggi la persona con più credibilità è il grande ayatollah Ali al Sistani. Il religioso sciita ha rifiutato di candidarsi alle elezioni del 30 gennaio, ma si è più volte dichiarato favorevole all’idea di una democrazia islamica. L’ayatollah appoggia l’elezione diretta dell’assemblea costituente irachena e afferma che "ogni legge fondamentale stilata da quest’assemblea dovrà essere approvata con un referendum nazionale". Solo occasionalmente fa riferimento alla legge coranica come base dell’ordinamento giuridico. Al Sistani si è opposto a ogni tentativo di rinviare le elezioni per considerazioni di sicurezza, specie nelle zone sunnite. A metà ottobre ha emanato una fatwa che impone a uomini e donne di andare alle urne e mette l’esercizio del voto sullo stesso piano di doveri religiosi fondamentali come il digiuno nel mese di Ramadan. Sempre secondo al Sistani, è dovere degli sciiti proteggere anche gli interessi di sunniti e cristiani. E sebbene si sia opposto al progetto di accordare ai curdi (che sono tra il 15 e il 20 per cento della popolazione irachena) il potere di veto sulla costituzione, non ha liquidato le loro speranze di conservare un certo grado di autonomia sotto il futuro governo iracheno. Naturalmente sono solo belle parole che andranno verificate nei fatti: ma venendo da un religioso sciita nato in Iran, sono importanti e vanno prese sul serio.
Affermazioni scorrette
Nonostante la recente offensiva politica dei cristiani conservatori negli Stati Uniti, in occidente si da per scontato che nei regimi democratici stato e chiesa vanno tenuti separati. Si sente spesso dire che l’islam è incompatibile con la democrazia perché nei paesi musulmani lo stato non si è mai districato dai suoi legami con il clero. Si pensava che l’Iraq fosse un caso speciale, perché era un paese in larga misura laico. In realtà entrambe le affermazioni sono scorrette. Nella loro storia i mussulmani sono stati raramente governati dai religiosi: tradizionalmente in Medio Oriente il potere temporale e quello spirituale sono restati separati, e fino a non molto tempo fa le minoranze religiose – come gli ebrei – erano trattate con più tolleranza nel mondo musulmano che in quello cristiano.
Tuttavia, quando il potere temporale diventa oppressivo in modo intollerabile, spesso l’unica base di resistenza è la religione: è successo durante il comunismo in Polonia, dove la chiesa cattolica è riuscita ad aggregare il dissenso. Sotto Saddam Hussein le moschee avevano cominciato a svolgere un ruolo analogo: l’islam politico era diventato uno strumento per contrastare il baathismo (che è un movimento laico). Il suo principale portavoce sciita era già allora Ali Al Sistani. Il papa ha svolto, in un certo senso, un ruolo paragonabile sotto il comunismo.
Nel caso dell’Iraq, però, i neoconservatori dell’amministrazione Bush erano più favorevoli a una via laica alla democrazia. Nella fase iniziale della guerra, il vicesegretario alla difesa americano Paul Wolfowitz ha spesso citato I a Turchia come "un modello utile per altri paesi del mondo musulmano"; e l’amministrazione ha appuntato le sue speranze su esuli laici come Ahmad Chalabi, anziché su mullah sciiti in esilio a Londra e a Teheran. Questa posizione ha trovato eco in quella di un altro intellettuale molto amato dall’amministrazione Bush, Bernard Lewis, professore di Princeton. Secondo Lewis il padre della Turchia moderna, Kemal Ataturk, aveva capito tutto: per promuovere la modernizzazione dei paese bisognava espellere con la forza il potere religioso dalla sfera politica. Nel 1,917 Ataturk disse che avrebbe cambiato d’un sol colpo la vita dei turchi. E nel 1923 passò all’azione: alle donne fu tolto il velo, le scuole islamiche furono chiuse e le confraternite dei dervisci furono messe al bando. Nella nuova società governata "dalla scienza, dal sapere e dalla civiltà" fu proibito perfino indossare il fez, il tradizionale copricapo turco.
Rivoluzioni analoghe si sono verificate o sono state sperimentate anche altrove. In Giappone, dopo la restaurazione Meiji degli anni sessanta del diciannovesimo secolo, i tempi i buddisti vennero rasi al suolo in nome della civiltà e dei lumi. La rivolta dogli studenti cinesi del 4 maggio 1919 fu un tentativo di mettere "la signora scienza e la signora democrazia" al posto della tradizione confuciana e delle "superstizioni" religiose. In Persia, durante gli anni venti del secolo scorso, lo scià Reza Pahlavi tentò di modernizzare il paese - successivamente chiamato Iran - demolendo le moschee, ordinando l’assassinio o l’arresto dei religiosi e vietando il chador. Infine, il panarabismo dei primi baathisti - alcuni dei quali erano cristiani di Siria - fu un movimento laico ispirato al nazionalismo pangermanico. Purtroppo, tanto zelo laicista non ha aperto le porte alla democrazia, bensì al militarismo, alla monarchia assoluta, al fascismo e alle diverse varianti dello stalinismo. La rivoluzione religiosa che attualmente serpeggia nel mondo musulmano è in parte una reazione al fallimento della Politica laica moderna. Tuttavia, molti esperti vicini all’amministrazione Bush - per esempio Daniel Pipes - ritengono che per l’Iraq la soluzione migliore sarebbe un uomo forte sul genere di Ataturk o di Chiang Kai-shek, visto che sul breve periodo le elezioni non porterebbero al potere altro che dei "mullah alla Khomeini". I neoconservatori non sono i soli a diffidare dei religiosi. La stessa sfiducia divise l’opposizione anticomunista di sinistra anche in Polonia, dove alcuni dissidenti avevano difficoltà ad appoggiare i preti contro i commi sari del popolo. Come ha detto un volta Jerzy Urban, uno degli ultimi portavoce del regime comunista polacco, "o noi o la Madonna nera di Cxestoehowa". Ma deve sempre essere l’uno o l’altro? La scelta, in Iraq, è davvero tra Ataturk e Khomeini?
L’esempio della Turchia
Dal momento che la democrazia islamica ancora non esiste - o quasi - non si può valutare in base ai precedenti. In Iran c’è una sorta di democrazia controllata da un consiglio di religiosi. La Turchia è forse il paese che più si avvicina a un modello europeo: è un regime vagamente fondato su valori religiosi, ma non è una teocrazia. Eppure anche la democrazia turca suscita diffidenza in molti europei, mentre tra i musulmani c’è chi la considera addirittura peccaminosa.
L’idea che una democrazia moderna debba poggiare su un ethos laico affonda le radici nella storia d’Europa. L’Illuminismo è stato in parte, specialmente in Francia, un movimento contro il potere della chiesa. Secondo gli illuministi ogni ordinamento politico andava sottoposto al vaglio della ragione e non a valutazioni teologiche. Essere moderni significava rifiutare la religione o "superstizione" e credere invece nella scienza. Secondo Voltaire non bastava ridurre il potere dell’apparato religioso: occorreva "spazzar via quelle sciocchezze". La fede nella scienza come soluzione a tutti i problemi dell’umanità diventò essa stessa una specie di superstizione. Il socialismo scientifico alla Stalin o alla Mao, per esempio, ha condotto agli esperimenti più strani, che hanno causato milioni di vittime.
Ma naturalmente non tutti quelli che credevano nella ragione erano così estremisti: molti pensatori dell’Illuminismo, tra cui John Locke, erano convinti che un sistema politico fondato su un interesse illuminato non potesse sopravvivere senza avere un sai do fondamento in una moralità religiosa. L’anticlericalismo che animava gli stalinisti e altri movimenti autoritari era più frutto della rivoluzione francese che della ricerca della democrazia.
Proprio l’anticlericalismo - e non lo zelo religioso - è stato la base di molti dei più sanguinosi fallimenti politici registrati in Medio Oriente. Pensiamo al nasserismo in Egitto, al baathismo in Siria e in Iraq, al regno dello scià in Iran: tutti regimi guidati da élite laiche che vedevano nella religione la causa dell’arretratezza o della dipendenza coloniale dei loro paesi. Il fatto che tanti riformatori dal pugno di ferro, come lo stesso Nasser, abbiano subito attentati da parte di fanatici religiosi, dimostra quale divario esistesse tra quelle élite laiche "progressiste" e il popolo che governavano. Quasi sempre, quando si distrugge la religione organizzata, al suo posto nasce qualcosa di peggio: di solito una quasi-religione, o un culto della personalità che viene sfruttato dai dittatori a proprio vantaggio. Emarginare la religione organizzata- com’è avvenuto in Egitto e in altri paesi mediorientali - provoca spesso rivolte d’ispirazione religiosa.
Ciò non significa che i religiosi musulmani abbiano una naturale predisposizione alla democrazia. Ma come ha sottolineato Michael Hirsh in un articolo sul Washington Monthly, diversi studiosi hanno sostenuto che nel mondo islamico la religione ha avuto per molti secoli l’effetto di arginare la tirannia. La distruzione, in nome della modernizzazione, di istituzioni islamiche come le scuole religiose e le moschee ha lasciato un vuoto, che con il tempo è stato efficacemente riempito dall’estremismo islamico.
L’ayatollah Khomeini non ha agito come un tradizionale membro del clero sciita, ma come un rivoluzionario moderno: si è presentato come l’uomo folte del paese e ha preso il potere. Agli occhi di molti credenti, la dittatura temporale di Khomeini in Iran ha minato la sua credibilità di religioso, perché nessun mullah dovrebbe mai fare politica. Quanto a Osama bin Laden, come religioso è un dilettante: è molto più esperto di trasferimenti di fondi nelle banche svizzere o di manipolazione dei mezzi d’informazione che delle sottigliezze della dottrina islamica; e tra i religiosi o gli studiosi musulmani seri ben pochi lo rispettano.
Vale la pena ricordare a questo punto come si è comportato l’occidente nei confronti della religione. In Europa e negli Stati Uniti la separazione tra chiesa e stato è stata effettivamente una condizione necessaria per lo sviluppo democratico, ma non si è mai trattato di una separazione assoluta. L’ordinamento costituzionale della Gran Bretagna prevede l’esistenza dell’istituzione religiosa: il monarca è anche il protettore della fede anglicana. Al giorno d’oggi questo fatto può anche essersi ridotto a una mera formalità; tuttavia, nei paesi dell’Europa continentale al centro dello schieramento politico ci sono ancora dei partiti cristiano-democratici. Il primo della storia, il Partito antirivoluzionario, fu fondato nel 1879 nei Paesi Bassi da Abraham Kuyper. L’ex pastore calvinista si proponeva di restituire a Dio - non alla chiesa - la sovranità assoluta sulle cose umane. Secondo Kuyper, le istituzioni democratiche del governo temporale potevano sopravvivere soltanto se esso era saldamente radicato nella fede cristiana. E quanto credeva lui, ed è quanto credono ancora oggi i cristiano-democratici.
La voce dei credenti
Io invece non lo credo. È sempre problematico, per chi è agnostico, argomentare a favore dell’importanza della religione organizzata. La mia tesi non è che più persone dovrebbero essere religiose, o che la democrazia non può sopravvivere senza Dio, ma che la voce dei credenti va ascoltata. La prima condizione per una democrazia veramente funzionante è la partecipazione delle persone: quindi, se le appartenenze religiose aiutano a cercare il consenso attorno a regole condivise da tutti, esse vanno riconosciute. Una teocrazia sciita basata sulla sharia (la legge islamica), anche se sostenuta dalla maggioranza, non è una democrazia. Sì può parlare di vera democrazia solo là dove i diritti e gli interessi dei diversi gruppi etnici e religiosi sono oggetto di negoziati che portano a soluzioni di compromesso.
Obiettivo ambizioso, certo. Ma visti gli sconfortanti precedenti delle politiche laiche in Medio Oriente e non solo, mi pare logico che vari studiosi di islam abbiano sollevato dubbi sull’applicazione della "soluzione Ataturk" in Iraq. Per esempio Reiiel Mare Gerccht, fellow dell’American enterprise institute for public policy research ed e analista della Cia, ha affermato che i seguaci di al Sistani sono non solo la migliore, ma l’unica speranza per la democrazia irachena. Secondo Gerecht, "certamente a causa del suo sangue iraniano e dei suoi legami familiari con la Repubblica islamica, al Sistani è particolarmente attento ai trabocchetti della dittatura clericale" e "relativamente alla questione della democrazia in Iraq, al Sistani potrebbe tornare a essere uno degli alleati più efficaci dell’America".
La maggioranza degli statunitensi potrà anche non condividere le opinioni dei fedeli sciiti sui diritti delle donne e su altre questioni sociali: resta il fatto che gli sciiti affermano di volere una sovranità popolare fondata sulle elezioni. La questione è se al Sistani e i suoi seguaci siano favorevoli all’introduzione di un sistema elettorale per motivi di principio o semplicemente perché in Iraq sono la maggioranza e le elezioni favorirebbero loro anziché i sunniti. La risposta a questo interrogativo l’avremo soltanto dopo la prova dei fatti, cioè quando una o l’altra delle fazioni perderà le elezioni e dovrà accettare di essere governata dalle altre. Questo mese, circa duecento formazioni politiche si contenderanno i 275 seggi della futura assemblea nazionale irachena. E prevedibile che, come succede anche in Europa, questi partiti comporranno un mosaico di alleanze (certamente tenute insieme in larga misura dall’appartenenza religiosa) e poi si metteranno al lavoro per designare un primo ministro e preparare una costituzione definitiva. Le consultazioni per eleggere un governo di legislatura, dovrebbero tenersi alla fine del 2005.1 curdi del Kurdistan iracheno - oltre alle elezioni provinciali per scegliere i leader locali eleggeranno a fine gennaio una loro assemblea legislativa.
(continua)
(segue)
Il caso indonesiano
Sembra una situazione molto complicata, ma non lo è più di quella dell’Indonesia, il paese con il maggior numero di musulmani al mondo. Tre mesi fa, un gruppo di politici iracheni è andato in visita in Indonesia per osservare lo svolgimento delle elezioni democratiche. Akif Khalìk Ibrahim dei Democratici indipendenti iracheni (partito a maggioranza sunnita) ha commentato: "La prima lezione da trarre dall’esperienza indonesiana è che non bisogna lasciarsi scoraggiare dalla complessità e dalla difficoltà del compito. Si può fare". Analoga valutazione ha espresso Mahdi Jaber Mandi, delegato del partito comunista iracheno (organizzazione prevalentemente laica) quando ha dichiarato all’agenzia France-Presse che anche in Iraq, come in Indonesia, c’è una vasta gamma di gruppi religiosi ed etnici e che la cosa importante è "gestire tanta varietà". E ha aggiunto; "Più la gestione di questi gruppi è democratica, più cresce la possibilità che il paese non si spacchi".
Eppure in Indonesia la transizione alla democrazia non è stata facile, dopo anni di dittatura laica durante i quali i raggruppamenti politici di matrice islamica erano fuorilegge - proprio com’è avvenuto in Iraq. Tuttavia l’esito non è stato un regime islamico fondamentalista bensì un sistema democratico - pur con tutti i suoi difetti - in cui anche i partiti religiosi devono darsi da fare per procurarsi i voti.
È vero, i musulmani indonesiani sono diversi dagli arabi: sono meno puritani, il fanatismo non appartiene alla loro tradizione, le donne godono di maggiore considerazione. Ma la loro politica può essere altrettanto brutale, anche se spesso mascherata dal linguaggio della tolleranza e del consenso. Il presidente indonesiano Suharto, che prese il potere nel 1967 dopo un sanguinoso colpo di stato, represse l’islam politico costringendo i partiti musulmani a fondersi in un’unica istanza rappresentativa, che dovette accettare anche i non musulmani. Questa formazione, chiamata Partito unito dello sviluppo, non si fondava sull’islam ma sulla cosiddetta Pancasila, una sorta di religione di stato escogitata dal predecessore di Suharto per creare una base morale comune in vista dell ’unità nazionale. "Pancasila"è una parola sanscrita e in questa accezione comprende cinque princìpi; fede nell’essere supremo, in un genere umano giusto e civile, nell’unità dell’Indonesia, nella democrazia e nella giustizia sociale per tutti gli indonesiani. Si potrebbero definire princìpi abbastanza inoffensivi, benché un po’ insinceri visto che la democrazia sotto Suharto non esisteva. In ogni caso i musulmani indonesiani, costretti ad anteporre l’ideologia di stato all’islam, si sentirono spogliati della loro identità religiosa. A Jakarta scoppiarono rivolte; cinesi e cristiani furono aggrediti, e il vecchio tempio buddista di Borobudur fu perfino bombardato. Non essendo tipo da prendere alla leggera il dissenso - neanche quello pacifico - Suharto dette un giro di vite, e alla fine le organizzazioni musulmane ufficiali furono costrette ad accettare la Pancasila.
È allora che l’islam radicale, sostenuto e finanziato da esponenti wahhabiti provenienti dall’Arabia Saudita, ha cominciato ad attirare un numero crescente di indonesiani. E Io ha fatto per lo stesso motivo per cui ha attirato gli iracheni sotto Saddam Hussein, e cioè che quando un’autocrazia soffoca e reprime ogni opposizione politica, la moschea diventa l’unico rifugio per i dissidenti. Così, dopo la crisi economica che ha fatto cadere la dittatura di Suharto, l’esordio caotico della nuova democrazia indonesiana ha creato un margine di manovra per correnti radicali che rivendicavano uno stato islamico. I politici laici si sono rifiutati di condannare gli islamisti per paura di essere accusati di posizioni antireligiose; dal canto loro, i musulmani moderati hanno cercato di ignorarli. La finzione è venuta meno quando una formazione chiamata Jemaa isiamiva e legata - anche se non strettamente - ad al Qaeda ha organizzato un attentato in una discoteca di Bali provocando la morte di più di duecento persone. A quel punto gli indonesiani hanno dovuto ammettere di avere un problema.
Se ne potrebbe concludere che Suharto aveva ragione: il suo governo sarà anche stato repressivo e corrotto, ma almeno teneva a bada gli islamisti, mentre la democrazia prima o poi deve fare i conti con il terrorismo. Ma sarebbe una conclusione sbagliata: non solo perché la responsabilità della nascita dell’estremismo religioso ricade in gran parte sui metodi autoritari di Suharto, ma perché la democrazia si sta dimostrando la cura migliore. I musulmani moderati - che in Indonesia so no ancora la maggioranza - sono rimasti talmente inorriditi dalle azioni dei terroristi che non sono disposti a votare per nessun partito che abbia rapporti con loro. Questa posizione ha costretto i partiti islamisti a dissociarsi pubblicamente dagli estremisti.
Qualche difficoltà in più
In Iraq le cose andranno come in Indonesia? La democrazia permetterà di risolvere le divergenze tra arabi e curdi, tra sciiti e sunniti, tra laici e religiosi senza ricorrere alla violenza? In linea di principio, sì. Tuttavia gli iracheni hanno problemi eh e gli indonesiani non hanno dovuto affrontare: devono fondare istituzioni democratiche sotto un’occupazione straniera che suscita l’odio popolare.
È difficile costruire una democrazia per chi si trova nella condizione di allievo di fronte a maestri venuti dall’estero a bordo di carri armati e bombardieri. Benché anche gli occupanti affermino di volere la democrazia in Iraq, chiunque e qualsiasi partito sia sospettato di stare dalla loro parte è automaticamente screditato. Più gli stranieri insistono sulla laicità, più gli iracheni potrebbero essere attratti dall’islamismo radicale. E quanto più gli islamisti alimentano la violenza, tanto minori sono le probabilità che gli iracheni possano andare alle urne in piena sicurezza. Ciò vale in particolar modo per il triangolo sannita, che si estende a nord e a ovest di Baghdad. Per il segretario alla difesa statunitense Donald Rumsfeld, e per i leader sciiti e curdi, è facile dichiarare che è preferibile far svolgere le elezioni anche se tanti non potranno andare a votare. Ma non basta.
Saad Jawad Qandil, un alto funzionario del Consiglio supremo della rivoluzione islamica, cioè quel grande partito sciita meglio noto con la sigla Sciri, ha dichiarato al Boston Globe: "Le elezioni perfette non esistono. Quindi anche se certe minoranze non potranno partecipare per motivi di sicurezza, non è una buona ragione per annullare la decisione della maggioranza".
E invece si. Se i sunniti non possono votare, la democrazia irachena non funzionerà, perché senza il consenso di questa minoranza, la maggioranza non potrà mai governare in pace.
Una democrazia che comprende un mosaico di fedi e confessioni comporta anche altri problemi. Per esempio, un sistema bipartitico non è realmente praticabile, ma in un sistema multi partitico le piccole formazioni possono avere troppo peso. Prendiamo il caso di Israele: gli israeliani sono in maggioranza laici, ma a volte la sorte di un governo è decisa dai partitini ortodossi. Forse i primi sionisti, che erano quasi tutti kibbutznik laici e socialisti, hanno fatto troppe concessioni ai religiosi: tra l’altro gli hanno permesso di fissare le norme matrimoniali, per timore che - in mancanza di un accordo - gli ultraortodossi rifiutassero di riconoscere lo stato di Israele, Ma i padri fondatori non potevano prevedere che accordare a quei partitini tanta autonomia sulle questioni spirituali avrebbe significato attribuire loro un simile peso sul piano temporale.
È anche vero che in Europa, negli Stati Uniti e altrove, i credenti spesso fanno quello che gli dicono i loro sacerdoti o mullah: questo accadeva fino a non molto tempo fa nei paesi dove esistevano partiti cattolici o protestanti. Però almeno andavano a votare, e accettando le regole della democrazia riuscivano a vivere insieme senza farsi la guerra. Se nell’Iraq del futuro sciiti e sunniti riusciranno a fare lo stesso votando per i partiti religiosi, cosi sia. Ma prima devono poter andare alle urne senza rischiare la vita. Il punto è questo e non la religione in sé. L’esito di questo processo sarà deciso da un’occupazione straniera che avrà reso possibile la democrazia ma che potrebbe poi, con la sua stessa presenza, contribuire a soffocarla.
lan Buruma è nato nel 1951 in Olanda e ha vissuto a lungo in Giappone e a Hong Kong. Collabora regolarmente con alcuni tra i più importanti giornali statunitensi e britannici ed è Luce professor di democrazia, diritti umani e giornalismo al Bard College di New York. È autore, con Avishai Margalit, di Occidentalismo. L’Occidente agli occhi dei suoi nemici (Einaudi 2004).
L’articolo originale è apparso sul New York Time
Con l’apertura delle urne che si avvicina, le diverse forme di campagna elettorale che infiammano l’Iraq aumentano la loro intensità. Attacchi, omicidi mirati e dichiarazioni si moltiplicano. Gli uomini di al Zarqawi hanno diffuso un video nel quale mostrano l’uccisione di Jaafar al Kanani, candidato alle elezioni e segretario del premier Allawi. Al Kanani era stato rapito il 23 gennaio a Bassora e la sua uccisione è un brutto segnale per chi sostiene che la situazione è tranquilla. Diverse autobombe nel triangolo sunnita hanno fatto il resto. Minacce le ha diffuse anche il leader sunnita Abu Moussa che, intervistato dalla Stampa, parla di brogli, schede trafugate e pre stampate e di minacce a chi non andrà a votare. Moussa aggiunge che la mancata distribuzione delle tessere alimentari nella capitale è una minaccia per quelli che decideranno di non recarsi alle urne: chi non va resta senza cibo. Fin qui bene, se poi non aggiungesse che chi andrà a votare rischia di morire sotto le bombe.
Altro tipo di campagna è quella che diffonde voci sulle interferenze iraniane sulle elezioni. A Baghdad circola un documento di dubbia provenienza che racconta di un incontro tra leader politico religiosi sciiti e i Pasdaran iraniani che dicono di essere pronti ad agire se i risultati elettorali non fossero quelli sperati. Il documento porta la firma di Mohammadi Golpayeghani, capo della segreteria della Guida Spirituale della Repubblica Islamica Ayatollah Seyyed Ali Khamenei. E’ probabile che il documento sia falso, ma serve sia a chi punta a far fallire il voto che a coloro, vedi ad esempio gli sciiti stile Allawi, che puntano alla paura degli ayatollah per raccogliere consensi. Lo stesso ministro degli Esteri, il curdo Zebari, fa campagna elettorale spiegando a la Repubblica che gli Stati Uniti «dovranno lasciare il paese perché non sono più popolari a causa dei troppi errori commessi».
A proposito di curdi, la questione del voto per l’assemblea nazionale curda preoccupa non poco un futuro membro dell’Unione europea, la Turchia. Il primo ministro Tayyip Erdogan ha messo i piedi nel piatto dichiarando al World Economic Forum di Davos che le elezioni in Iraq non saranno pienamente democratiche, non argineranno la violenza e non stabilizzeranno il Paese. Parallelamente, il ministro degli Esteri turco Gul scriveva all’Onu per spiegare le proprie preoccupazioni relativamente al Kurdistan e alla tendenza di qualificare il voto di domenica in quella regione come un referendum sull’indipendenza del nord dell’Iraq. Gul mette anche in guardia sul rientro in massa dei curdi a Kirkuk, la città petrolifera dalla quale Saddam li ha cacciati a migliaia per popolarla di arabi. Secondo Gul i curdi tendono a ripetere l’operazione in senso contrario. Il problema, per Gul, oltre a quello dell’indipendenza curda, è che nel settentrione iracheno e specialmente a Kirkuk vive una consistente minoranza turcomanna.
I rapporti con la Turchia e la situazione del centro petrolifero del nord saranno tra i problemi cruciali a cui mettere mano. A Kirkuk, 600mila abitanti, ieri ci sono stati diversi attacchi ai seggi, la popolazione araba ha paura mentre quella curda è piena di speranze. In tantissimi sono scesi dalle montagne dove erano stati cacciati dal regime - Upk e Pdk che governano la regione sostengono siano 100mila -, ma una larga parte di questi non ha dove andare, le case sono state distrutte o date agli arabi. Oggi, 500 famiglie vivono in una baraccopoli intorno alla stadio. Sarà una gatta da pelare.
Martino Mazzonis
Tensione altissima, i guerriglieri avvertono la città
Gli iracheni iniziano a dubitare se votare o meno
La Repubblica, 27 gennaio 2005
La domanda mi sorprende. Mi coglie impreparato. E tu cosa faresti, andresti a votare? Il quarantenne dall’aria cupa mi rivolge lo stesso interrogativo che gli ho appena posto, e al quale non ha risposto. Il mio era dettato dalla curiosità, non solo professionale; il suo ha un evidente accento polemico. Visto il tono, ho l’impressione che me lo sbatta in faccia. Mi guardo bene dal trincerarmi dietro un "io non sono iracheno". Sarebbe oltraggioso e vile. Equivarrebbe a una fuga.
Siamo nella "Zona Verde", dove sono asserragliati come in una fortezza, dietro enormi gomitoli di filo spinato e barriere in cemento armato, ministri, generali, diplomatici, amministratori, spie e tanti altri, iracheni e occidentali, soprattutto americani, che fuori di qui, allo scoperto, sarebbero inevitabili bersagli di guerriglieri e terroristi. Come il quarantenne, non più tanto aggressivo ma piuttosto ironico, sono di passaggio in questo regno dei Vip.
Aspettiamo da ore, con decine di altri giornalisti di tutte le nazionalità, i numerosi permessi (uno rilasciato dagli americani, un altro dal ministero dell’Interno iracheno e un altro ancora da un servizio di sicurezza di cui non saprei ripetere il nome, ciascuno con relative fotografie e attestazioni varie) necessari per circolare in città domenica prossima. Il giorno in cui gli iracheni, per lo meno a Bagdad e nelle province dove è attiva l’opposizione armata, dovranno scegliere se stare a casa o raggiungere i seggi elettorali rischiando la vita. Lui è un cameraman della televisione irachena.
Non è semplice entrare nella "Zona Verde", dove vive barricato il potere. Attraversare la città è già un’impresa che richiede pazienza. Le pattuglie blindate americane, moltiplicatesi alla vigilia delle elezioni, rendono ancora più caotico il traffico; e terribilmente fastidiose le attese nel groviglio delle automobili (tra le quali ce ne potrebbe essere una con un kamikaze al volante). Le mitragliatrici dei Marines puntate sui parabrezza sono senz’altro necessarie, ma non sempre rassicuranti quando le hai di fronte. Ci sono inoltre i gipponi della Guardia Nazionale irachena, con a bordo uomini senza faccia, mascherati con passamontagna, per non essere riconosciuti dai guerriglieri, che per precauzione rivolgono anche loro le armi contro chiunque li incroci. Arrivati davanti all’ingresso della Zona Verde uno ricorda le numerose autobombe esplose nei paraggi, e quindi affretta il passo.
Subito inciampa però in una interminabile colonna di uomini appiedati, stretta in un camminamento, simile a una trincea della guerra ’15-’18, ma con pareti di cemento armato, rafforzate da filo spinato. Nella Zona Verde è concentrato il potere e quindi la coda dei postulanti è lunga ed eterna, dall’alba al crepuscolo pomeridiano, quando subentra la paura e la città si vuota. La colonna umana scorre lenta perché le perquisizioni, almeno sei, sono minuziose. Americani, nepalesi, iracheni ti palpano dalle caviglie in su, e vuotano le tue tasche, più volte, di tutti gli oggetti sospetti. E altrettanto meticolosi sono i ripetuti controlli dei documenti.
Tutto questo è comprensibile, anzi rassicurante, ma non toglie che alla fine sei intontito, spossato, e un po’ umiliato. Questa sommaria descrizione di una mattina a Bagdad non è estranea alla questione del votare o non votare, postami dal cameraman della tivù irachena. È possibile esprimersi liberamente in un paese in stato d’assedio, occupato da truppe di una superpotenza straniera; e da truppe di altre trenta potenze minori; e da un numero imprecisato di indiani, croati, serbi, coreani, colombiani, messicani, australiani... ausiliari armati, come in un Far West mediorientale? In un paese minacciato da una guerriglia disperata e spietata? Dove in pieno giorno, nel cuore della capitale vengono gettati volantini in cui si annuncia che per le strade scorrerà presto il sangue di coloro che oseranno votare? Ed è ragionevole che la data delle elezioni venga mantenuta, nonostante l’insicurezza e i conseguenti rischi per gli elettori, affinché il lontano presidente degli Stati Uniti non perda la faccia? E, infine, il drammatico voto, così come sarà espresso sarà l’avvio di una vera democrazia? Una democrazia importata?
Gli interrogativi sono tanti. Ma sono tutti riassunti in quello polemico rivoltomi dal cameraman iracheno, che ora attende la risposta. Egli sottintende che per uno straniero, un occidentale, è facile esaltare il valore del primo voto democratico nel mondo arabo, quando non si corre il rischio di perdere la vita nel raggiungere il seggio elettorale. Cerco dunque di mettermi nella sua pelle.
Quindi anche di assumere i valori che possono essere i suoi. E vengo subito colto da infinite perplessità. Da una specie di panico. Perché se mi riesce facile assimilare i timori, non lo è altrettanto per me valutare il peso di alcuni sentimenti quale, ad esempio l’orgoglio nazionale, o della famiglia in senso lato, e la sua importanza rispetto alla libertà individuale. Che può essere l’obiettivo, sia pur non immediato, o addirittura lontano, ma comunque valido, giusto, di un voto pagato a caro prezzo. Ed espresso in condizioni al momento umilianti.
Costretto a rispondere, e senza troppe sfumature, ricorro a una motivazione che, nella fretta, mi sembra ineccepibile. La mancanza di un’alternativa. Le ragioni usate dagli altri, quelli dell’opposizione armata, sono grottesche oltre che ignobili. Come lo sono molte loro azioni. I richiami all’integralismo islamico, come i richiami nostalgici al nazionalismo incarnato da Saddam Hussein, non sono degni di una resistenza. In fondo la vera resistenza è votare al fine di rifondare uno Stato capace di invitare al più presto le truppe straniere ad andarsene. A togliere le tende. Il cameraman non mi chiede se un voto del genere può valere la vita. Ed io lo ringrazio, in silenzio, di non avermi posto quest’altro interrogativo.
Analizzare gli attuali processi economici in corso in Iraq non è semplice: riforme, disoccupazione, sanità e scuole sono alcune delle variabili necessarie per valutare l’attuale realtà in cui si trova il paese. Ma nelle presenti condizioni di insicurezza e guerriglia, non esistono indici certi su cui fare riferimento e quasi tutti quelli esistenti, di provenienza americana, mettono comunque l’accento sulla difficoltà nel reperire fonti e statistiche in ogni settore. E intanto il trenta gennaio ci saranno le elezioni. Stefano Rimini
Equilibri.net , 25 gennaio 2005
Gestione e stato del processo di ricostruzione
Il processo di ricostruzione in Iraq è gestito sostanzialmente dall’USAID, l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale. L’USAID lavora fianco a fianco con il governo provvisorio iracheno e in collaborazione con le Nazioni Unite, i paesi alleati, le organizzazioni non governative operanti sul territorio ed infine gestisce la presenza del settore privato. La missione dell’USAID è quella di portare avanti programmi nel campo dell’educazione, della ricostruzione delle infrastrutture, della crescita economica, della salute, della sicurezza alimentare, della transizione alla democrazia e della governance.
Stato attuale dell’economia: difficoltà per una visione globale
Lo stato dell’economia irachena - che ha sofferto sia a causa dell’embargo imposto dalla comunità internazionale durante il regime di Saddam, sia per le devastazioni portate dalla recente invasione americana – è di difficile valutazione: secondo esperti, nel campo energetico e delle produzione petrolifera il paese sarebbe in ripresa. Nonostante ciò, per esempio, la produzione di elettricità non è ancora tornata ai livelli precedenti la guerra. In secondo luogo la scarsità di sicurezza impedisce un reale decollo agli investimenti stranieri e ostacola buona parte dei programmi di sviluppo. Tuttavia stime reali rimangono incerte: non si conosce nemmeno l’esatta grandezza del mercato iracheno, poiché l’economia registra enormi attività di tipo informale impossibili da calcolare. Molti stimano che il prodotto interno lordo, escludendo il settore petrolifero, raggiunga i 10 miliradi di dollari nel 2004, mentre le stime del tasso disoccupazione rimangono completamente incerte – si parla di uno spettro possibile dal 25 al 60 %. Esiste un fondo per lo sviluppo dell’Iraq – Development Fund for Iraq – creato dalla Nazioni Unite e che ha visto raccogliere dal maggio 2003 quasi venti miliardi di dollari, di cui la metà gia spesi in progetti di ricostruzione e nel campo della sicurezza. Secondo alcuni esperti, inoltre, esistono zone dell’Iraq che hanno tratto beneficio dall’invasione americana. Il Kurdistan iracheno, per esempio, sta crescendo a un ritmo più veloce di altre zone: al contrario nel triangolo sunnita, nella parte centrale del paese, la crescita e i progetti di ricostruzione sono stati costantemente ostacolati dalle milizie ribelli e dalla guerriglia contro le forze della coalizione. Le stesse previsioni economiche sono fortemente influenzate dalla questione della sicurezza: in un contesto di relativa stabilità, nel 2005 l’Iraq potrebbe avere una crescita del 45%, mentre nel 2006 del 25 %. Esiste di sicuro un enorme potenziale in Iraq, non solo nel settore petrolifero ma anche in quello agricolo, petrolchimico, nei settori del vetro e del cemento. Tutto ciò già oggi attrarrebbe investitori stranieri, ma solo in un contesto di maggiore stabilità.
Forze di sicurezza
Secondo fonti del pentagono, sono 226 000 gli iracheni a disposizione per le forze di sicurezza del paese. Tuttavia, la maggioranza di questi manca di addestramento e di equipaggiamenti. Degli oltre ottantamila poliziotti reclutati, quasi il 67 per cento non ha ricevuto le necessarie istruzioni di base. Le altre forze comprendono la polizia di frontiera – circa 38 mila uomini – la Guardia Nazionale irachena, circa 37 000 forze speciali sparse nel paese per il combattimento contro la guerriglia insurgente, e 74 000 membri del Facilities Protection Servicies per la difesa e protezione di edifici e obiettivi sensibili. Le forze di sicurezza, infine, si trovano ad affrontare una situazione ancora assai precaria. Gli attacchi terroristici non sono diminuiti. L’opinione pubblica irachena, al contrario di quanto credeva l’amministrazione americana, considera scarsi gli sforzi di ricostruzione e mostra una crescente insofferenza verso le forze di occupazione, soprattutto a causa della perenne condizione di instabilità e violenza in cui si trova il paese.
Educazione, servizi sanitari e acqua
Nell’ottobre del 2003 le Nazione Unite assieme alla Banca Mondiale stimarono che circa l’80 % delle scuole primarie e secondarie – un numero di 10.400 strutture - necessitavano interventi di parziale ricostruzione. Di queste, 700 dovevano essere completamente ricostruite. Nel centro e nel sud dell’Iraq, circa 200 scuole erano state distrutte durante il conflitto, 2753 danneggiate e 197 bruciate. Fino ad oggi sono state restruttute 2356 scuole, forniti quasi nove milioni di nuovi testi scolastici e 160 000 banchi. Sono stati preparati 860 “master teacher” che hanno tenuto corsi per oltre trentamila insegnanti dalla fine della guerra. Gli studenti iracheni sono cinuqe milioni e mezzo, e ad oggi gli insegnanti raggiungo la cifra di 290 000. Per ciò che riguarda lo status del sistema sanitario e i collegamenti all’acqua, i risultati evidenziano alcuni miglioramenti. E’ comunque necessario tenere conto che le già precarie condizioni in cui versavano le strutture e i servizi durante l’epoca del regime di Saddam, sono peggiorate notevolmente durante il periodo di guerra nell’anno 2003. Oggi sono operativi più di 240 ospedali e 1200 cliniche per la salute: questo numero si avvicina a quello precendente la guerra. Dal maggio 2004 l’Unicef, insieme al Ministero della salute iracheno, ha vaccinato 3 dei 4.2 milioni di bambini sotto i cinque anni a rischio poliomelite, tetano, dissenteria e tubercolosi. Per quanto riguarda la questione idrica, prima della guerra la produzione di acqua pulita raggiungeva i tre milioni di metri cubici al giorno: oggi le stesse strutture arrivano a produrre il 65 % di suddetta quantità, a causa soprattutto della scarsità di energia elettrica e dei danni causati ai generatori durante la guerra. Il 70 % degli iracheni ha accesso ad acqua potabile.
Governo locale, comunicazioni, trasporti, moneta e debito estero
La forma di governance locale non ha assunto uno status definitivo: tuttavia da fonti USAID per ora sono state creati 16 consigli provinciali, 91 distretti, 194 città o sottodistretti consiliari e 445 consigli di quartiere (neighboorhod councils) in modo da coprire la maggior parte della popolazione irachena. In alcuni casi, membri dei consigli sono stati nominati direttamente dai comandi militari statunitensi. Per la governance locale sono stati stanziati fondi per 13.4 milioni di dollari, diretti a progetti locali di infrastrutture: ma dopo le elezioni del 30 gennaio, l’intera struttura governativa sarà riveduta. Nel campo delle comunicazioni, si è avviato un piccolo boom della telefonia cellulare e di internet: in quest’ultimo settore si è passati dai 2000 abbonati del 2002 ai 60000 del 2004. Infine, per ciò che riguarda la nuova moneta, non si è registrato un cambio drammatico: è stata creata una nuova banca centrale autonoma ed indipendente e soprattutto è stata interamente aperta l’economia ai flussi di investimenti stranieri – con limitazioni decise per ora dal governo americano soprattutto nel settore petrolifero. Alcune delle riforme nel settore commerciale, tuttavia, saranno probabilmente modificate con le elezioni di fine gennaio e la costituzione di un governo iracheno. Infine il debito con l’estero: secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’Iraq ha accumulato 120 miliardi di dollari in debiti e interessi di pagamento a creditori nazionali ed internazionali. L’amministrazione americana ha avviato una campagna, condotta dallo stesso presidente G. Bush, affinché parte del suddetto debito sia condonato, ma molti paesi, anche europei, hanno rifiutato questa ipotesi dal momento che l’Iraq è uno dei massimi esportatori di petrolio nel mondo. Il presidente francese Chirac sembra essere intenzionato a condonare la metà dell’enorme debito che l’Iraq ha accumulato nei confronti della Francia.
Elezioni
Sebbene ufficialmente non solo il presidente americano G. Bush, ma anche il primo ministro Allawi e i leader Shiiti abbiano insisto per andare alle elezioni il prossimo trenta di gennaio, esistono molti problemi da affrontare e quindi molti dubbi sulla reale fattibilità del processo di votazione. Innanzitutto il boicottaggio - portato avanti da molti leader sunniti arabi - potrebbe rendere l’eventuale governo nato dalle elezioni debole in partenza e scarsamente rappresentativo. In secondo luogo, gli attacchi della guerriglia in special modo nel triangolo sunnita renderebbero impraticabile il processo elettorale. Il sistema elettorale, essenzialmente proporzionale, teoricamente dovrebbe portare alla ribalta i tre maggiori partiti rappresentanti i tre grandi gruppi dei curdi nel Nord, dei sunniti nel centro, e degli sciiti al sud. Tuttavia, a causa del boicottaggio che verrà messo in atto, i sunniti avranno probabilmente una rappresentanza che non sarà proporzionale al loro peso demografico, con gli sciiti e i curdi che domineranno l’assemblea costituente rendendo marginali le componenti sunnite. Un simile esito elettorale - che secondo alcuni potrebbe portare i sunniti, circa il 20 % della popolazione irachena, ad avere meno del 5 % dei seggi – sarebbe devastante per il già precario equilibrio interno. Il triangolo sunnita diventerebbe probabilmente meno governabile di quanto lo è attaulmente ed il conflitto etnico e religioso quindi potrebbe esplodere. Se lo scopo principale delle elezioni è veramente quello di eleggere un’assemblea costituente che stenda una costituzione e stabilisca un governo legittimo, non si può immaginare la marginalizzazione di una delle tre componenti demografiche del paese.
Conclusione
Secondo alcuni, la migliore soluzione oggi sarebbe rinviare le elezioni, almeno nell’Iraq centrale. Questo sicuramente avrebbe ripercussioni negative sulla nuova amministrazione americana - che da mesi fa delle elezioni del 30 gennaio un punto fermo della politica in Iraq - ma eviterebbe un nuovo conflitto etnico e religioso. Se il futuro stato iracehno potrà affrontare le sfide economiche della ricostruzione, dovrà avere almeno una solida forma istituzionale accettata da tutte le componenti del paese. Solo in un Iraq in cui ogni comunità possa avere voce in capitolo e una forte autonomia locale e governativa, è pensabile mettere in atto un reale processo di ricostruzione. E prima di questo è necessario costruire un’idea di nazione che sia anteposta a quella di comunità confessionale ed etnica e che con essa possa coesistere.
Cara Alessandra
non ero al funerale del tuo Simone, oggi. Ma voglio dirti che sento nel profondo il dolore per la morte di un giovane uomo, con una vita intera davanti, con tanti sogni da realizzare.
Cara Alessandra, non so da dove mi venga il coraggio di scriverti, per dirti le cose che sento di dover condividere con te. Vedi, oggi il sacerdote che ha pronunciato l’omelia al funerale del tuo Simone (credo che fosse l’Ordinario Militare) ha detto che Simone era un "costruttore di pace".
Io faccio parte di un’associazione che si chiama "Beati i costruttori di pace" e che ha fatto tutto il possibile per evitare che questa guerra si facesse, insieme a gran parte della popolazione di questo nostro paese. E, una volta iniziata la guerra, ha chiesto con forza che l’Italia rispettasse l’Articolo 11 della sua Costituzione (scritta da uomini di diverse idee politiche, ma tutti della stessa generazione, quella che riprendeva a vivere sulle macerie della seconda guerra mondiale), rifiutandosi di prendervi parte. E, adesso, dopo che il Governo con l’avallo della maggioranza in Parlamento, ha comunque inviato un contingente militare per partecipare all’occupazione, siamo coloro che continuano a richiedere, senza stancarsi mai, che si rientri nella legalità costituzionale e che si ritirino immediatamente i soldati italiani.
Perché, cara Alessandra, per me è impossibile chiamare il compito che svolgeva il tuo Simone in Iraq "costruzione di pace". Ti chiedo perdono se, in questo momento, ti scrivo queste parole. Sono dure, lo so. Ma finché permetteremo a chi vuole trascinarci in fondo al baratro della violenza, a chi vuole dividerci con il ricatto del "o con noi o contro di noi", di strumentalizzare le parole, dando loro il significato che si addice meglio ai loro scopi, non risaliremo mai la china. Invece, abbiamo bisogno di riappropriarci della nostra comune umanità. Per questo ti abbraccio, ti dico che il dolore per la morte di Simone è forte. Come lo è, però, anche il dolore per la morte dei 13 partecipanti ad una festa di nozze, uccisi lo stesso giorno. Dobbiamo scoprire insieme di far parte di un’unica famiglia umana.
Negli anni ho passato parecchio tempo in vari paesi sconvolti dalle guerre. Ho visto i disastri che la guerra, ogni guerra, combina. Ho avuto modo anche di vedere l’umanità e il coraggio dei soldati in tante occasioni. A Sarajevo molti militari francesi dell’Unprofor hanno rischiato la vita (ed alcuni l’hanno sacrificata) per salvare bambini, per aiutare donne e anziani. I Carabinieri italiani a Srbinje, nella Serbo-Bosnia, rischiavano di persona per assicurare alla giustizia criminali di guerra ricercati dai tribunali internazionali. Quindi non ho dubbi sul fatto che Simone, in un altro contesto, in un’altra missione, con un altro mandato, sarebbe stato un "costruttore di pace". Ma lì, in Iraq, come membro di un esercito di occupazione, sotto il comando del contingente britannico, non svolgeva il ruolo di "costruttore di pace". Se vogliamo lavorare davvero alla costruzione di un mondo di pace, dove ci sia pace per tutti, però, e non solo per alcuni di noi, non possiamo confondere le parole. Ho scelto di scrivere a te, anche se non sei stata tu a pronunciare quelle parole, bensì l’Ordinario Militare e, prima di lui, il Papa stesso. Penso che se la vedranno con la loro coscienza e la loro fede, per aver usato la parola di Gesù, il Principe della Pace, al fine di confondere la verità. Ma a te, cara Alessandra, sentivo il bisogno di parlare dal cuore, per esprimerti tutto il mio affetto, tutto il dolore che provo per la morte di un uomo che aveva davanti una vita intera, una vita di marito e padre.
26 gennaio 2005
Calamai, alcuni hanno definito le elezioni del prossimo 30 gennaio in Iraq delle elezioni farsa. Qual è la sua opinione?
Più che elezioni farsa, definirei questa futura consultazione elettorale elezioni dimezzate. Il dato più significativo che emergerà da queste elezioni è che la componente sunnita parteciperà al voto in minima parte. Questo avverrà per due motivi, da un lato ci sarà sicuramente la pressione dei gruppi più radicali del mondo sunnita, dall’altro lato anche la componente sunnita moderata avverte una profonda sfiducia che si esprime nella consapevolezza che per la prima volta nella storia di questo paese, le elezioni sono destinate a sancire la loro sconfitta consegnando il paese alla maggioranza sciita. Questa maggioranza sarà ancora più schiacciante non solo nel paese, ma anche nel futuro Parlamento iracheno di rappresentanti sunniti ce ne saranno ben pochi.
Che scenari aprirà questa situazione?
Questo porterà l’Iraq verso uno scenario molto preoccupante, i curdi e gli sciiti saranno legittimati a governare con l’esclusione dei sunniti componente fondamentale sotto il profilo etnico religioso, per di più, saranno esclusi coloro i quali fino a questo momento hanno comandato. Questa situazione causerà atti terroristici, conflitti armati diretti prevalentemente contro gli sciiti, facendo sprofondare l’Iraq in una situazione di tensione crescente e generalizzata.
Il contrario di quel processo di democratizzazione che l’amministrazione Bush e i suoi alleati speravano di portare nel paese.
Esattamente il contrario. Dirò di più, in questa situazione mi risulta difficile persino pensare che si possa mantenere nel lungo periodo l’unità stessa dello stato iracheno. Non dobbiamo dimenticare che abbiamo a che fare con popolazioni all’interno delle quali la cultura democratica è un fenomeno assolutamente minoritario.
Nel suo discorso di investitura Bush ha rilanciato in pieno il concetto di guerra preventiva, questo la preoccupa?
Nel suo discorso Bush ha rilanciato in pieno il “ruolo messianico” dell’America, la quale dovrebbe portare democrazia e la libertà in tutto il mondo. Anche se non ha fatto riferimenti specifici a determinati paesi il vice-Presidente Dik Cheney è tornato a parlare guarda caso di Iran. A questo si aggiunga un inchiesta pubblicata da una famosa rivista statunitense dove si evince che da tempo sono in atto preparativi e manovre per andare a colpire i siti nucleari e missilistici dell’Iran, pertanto la possibilità che si apra un conflitto anche con l’Iran non è da escludere.
Un altro Iraq?
No. Una guerra che non prevederà l’invasione dell’Iran ma che avvierà bombardamenti più o meno mirati, coinvolgendo Israele “a fare il lavoro sporco”, così facendo, l’escalation di tensione che si creerà coinvolgerà tutto il Medio Oriente.
Una componente fondamentale dell’amministrazione Usa è il fondamentalismo religioso, non pensa che questa componente possa compattare il mondo legato all’integralismo islamico?
Non c’è dubbio. Il fondamentalismo cristiano dell’amministrazione Bush e il fondamentalismo islamico sono complementari, ciascuno ha bisogno dell’altro per giustificare la propria presenza. Parlando di intransigenza religiosa mi preme parlare di una questione che non è stata trattata ne dalla stampa italiana ne da quella internazionale e che a mio modo di vedere è fondamentale per capire l’attuale situazione irachena. Da parte sunnita, gli sciiti sono una componente altrettanto minacciosa di quanto lo siano gli americani. Questo significa che l’Iraq per la prima volta governato da una maggioranza sciita provocherà delle reazioni molto complesse negli altri paesi a maggioranza sunnita che circondano l’Iraq, che poi sono tutti tranne l’Iran che è un paese a maggioranza sciita. Se si aggiunge il fatto che in questi paesi la componente sciita è stata sempre tenuta fuori dal potere e da sempre ha vissuto in condizioni molto precarie, tale minoranza di fronte ad un rovesciamento dei tradizionali rapporti di forza “alzerà la testa”. Questo comporterà una situazione di alta tensione in molti paesi ad esempio in Arabia Saudita. Concluderei dunque con il dire che questa guerra sciagurata altro non ha portato che profonda instabilità, temo che in futuro dovremo osservare preoccupati a tutti gli effetti collaterali che essa provocherà.
Marco Calamai, già consigliere speciale della CPA irachena, dimessosi dopo aver denunciato il fallimento della strategia anglo-americana, è un esperto di cooperazione internazionale e componente del Comitato Scientifico della Sezione Politica Internazionale della Fondazione Di Vittorio.
Il voto non attira neanche gli esuli
A soli tre giorni dalla chiusura delle registrazioni, solo 93.847 esuli iracheni si sono iscritti alle liste in 14 paesi per le elezioni del 30 gennaio. Lo riferisce il sito dell’Organizzazione internazionale per la migrazione (OIM) che gestisce la consultazione all’estero. Un totale di 25.739 esuli si sono iscritti ieri, nel quarto giorno dall’apertura delle liste, afferma la OCV (International Organization for Migration’s Out-of-Country Voting) per le elezioni all’estero del parlamento di transizione. Il 17 gennaio, la OCV ha aperto 75 centri di registrazione in 14 paesi. I centri resteranno aperti fino al 23 gennaio, dalle 8.00 alle 17.00. Per registarsi è necessario di disporre di almeno due documenti validi, tra cui il passaporto. Possono registrarsi coloro che possono provare la loro identità, la nazionalità irachena e di essere nati non dopo il 31 dicembre 1986. Gli elettori potranno votare nello stesso luogo di registrazione dal 28 al 30 gennaio, in Australia, Gran Bretagna, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Iran, Olanda, Svezia, Siria, Turchia, Emirati arabi uniti, Stati Uniti e Giordania. Gli esuli iracheni con diritto di voto sono circa 1 milione e 260.000. La media giornaliera delle registrazioni è intorno ai 25.000 elettori, si pensa quindi che difficilmente andrà a votare più del 20% degli aventi diritto. Un duro colpo questo per i sostenitori delle elezioni, che non potranno gisutificare in questo caso l’assenza dal voto con le motivazioni relative alla sicurezza, come si sta facendo per gli elettori residenti in Iraq.
Si ritira il Fronte Unificato Arabo dalle elezioni
Il Fronte unificato arabo, che raggruppa organizzazioni arabe sunnite e sciite a Kirkuk, nell’Iraq settentrionale, ha deciso di ritirarsi dalle elezioni previste per domenica dopo che e’ stato deciso di autorizzare i curdi sfollati in altre zone a votare per la circoscrizione di Kirkuk. Il provvedimento contestato dagli arabi e’ stato preso dalla commissione elettorale nei giorni scorsi. L’area di Kirkuk e’ multietnica e vi coabitano curdi, arabi e turcomanni. ’’Abbiamo preso la decisione di ritirarci dopo l’iniziativa della commissione elettorale di consentire ai curdi costretti a risiedere altrove di votare malgrado le tensioni comunitarie a Diyala, Tikrit, Mossul e in certi quartieri di Kirkuk’’, ha detto il segretario generale del Fronte, sceikh Wasfi al Assi. Sono circa 100mila i curdi deportati da Saddam Hussein che in base alle ultime decisioni potranno votare nell’attuale luogo di residenza eleggendo i candidati di Kirkuk. Questa decisione e’ stata presa dalla commissione elettorale per evitare il pericolo di boicottaggio da parte dei curdi. Lo status della provincia di Kirkuk resta un grosso problema e un motivo di contenzioso tra il governo centrale di Baghdad e i partiti curdi
Ansa, 24 gennaio 2005
The Nation, 7 gennaio 2005
Gli iracheni hanno reagito alla distruzione provocata dalla seconda invasione Usa di Falluja a novembre con indignazione silenziosa. La maggior parte dei residenti se ne sono andati prima dell’inizio dell’invasione, e, piuttosto che cercare di aiutare i guerriglieri all’interno della città (come è successo durante i combattimenti di aprile, quando l’Esercito del Madhi, la milizia sciita fedele all’esponente religioso Muqtada al Sadr, ha mandato aiuti, armi, e soldati), altri iracheni hanno dato aiuto, assorbendo i rifugiati come meglio potevano.
I rifugiati sono sparpagliati in tutta la parte centrale del paese, alcuni sistemati presso parenti, altri in rifugi, accampamenti, moschee o qualsiasi cosa si possa trovare.
Il campo nel cortile della moschea della Baghdad University ospita circa 900 rifugiati. Qui alcune famiglie stanno all’interno della moschea, ma il resto sono accampate fuori in tende che offrono scarso riparo dal vento invernale che spazza l’università. Di notte, le temperature scendono sotto lo zero.
Mentre un elicottero Apache vola a bassa quota sulla sua testa, Umm Omar sta a guardare con rassegnazione. I combattimenti che continuano a Falluja hanno lasciato ai residenti del campo la sensazione che potrebbero stare lì per qualche tempo. Proprio prima dell’inizio del nuovo anno, Umm Omar ha messo su una scuola per circa 160 dei ragazzi del campo. Adesso sta chiedendo al Ministero dell’Istruzione di consentirle di fare gli esami di medio termine. “Se non saranno in grado di dare gli esami, alcuni di questi ragazzi perderanno un anno intero di scuola. Alcuni di loro sono all’ultimo anno di scuola superiore, e vogliono finire l’anno”, dice.
Riad Hassun, un padre di quattro figli che vive nel campo con la sua famiglia, è tornato a Falluja agli inizi di gennaio. Dopo aver aspettato per ore nei sobborghi della città per ricevere una carta di identificazione dall’esercito Usa (un processo che comprende la scansione della retina e la presa delle impronte digitali), lui e la sua famiglia vi hanno passato la notte, ma sono ritornati nel campo di Baghdad il mattino seguente.
“Le case attorno alla mia erano state tutte distrutte”, dice Hassun. “La nostra casa era piena di fumo – era un disastro. L’abbiamo pulita e ci abbiamo passato la notte, ma i bombardamenti sono iniziati alle 7 di sera e sono durati fino al mattino. C’erano bombe di tutti i tipi. I miei figli non sono riusciti a dormire. Non c’è acqua; non c’è elettricità. Non ho visto nessuna ricostruzione, solo un camion che cercava di riparare l’elettricità”.
Hassun è stato fortunato – la sua casa era ancora in piedi.
“La mia casa è stata distrutta”, dice Umm Hussein, il cui marito è tornato a Falluja in gennaio per scoprire che delle loro proprietà niente poteva essere salvato. Culla in braccio il figlio malato. “Ogni casa nel nostro quartiere è stata distrutta. Non ci è rimasto niente. Come faccio a portare mio figlio in ospedale?”.
Lo sceicco Hussein Abu Ahmed, che di fatto fa da capo del campo, ha guidato una manifestazione davanti alla Green Zone per chiedere maggiori diritti per i rifugiati. Fra le loro richieste c’era il ritorno senza impedimenti, il risarcimento per le abitazioni distrutte e i membri delle famiglie morti, e il diritto per i giornalisti di potere entrare in città a filmare i danni.
“Ieri ho visto uno dei ragazzi del campo che giocava con un fucile giocattolo, e gli ho chiesto: ‘Perché non giochi con un pallone?’, e lui ha detto: Perché voglio uccidere i soldati americani per aver ucciso mio padre e mio zio”, dice Hussein.
“Ho cinque donne di Falluja e i loro figli che stanno in una casa non finita di mia proprietà”, dice il tassista che ci ha portato al campo. “Non possono ritornare. I combattimenti continuano. Non capisco perché il governo iracheno abbia dato all’esercito Usa il permesso di attaccare Falluja ma non faccia niente per la gente che ci viveva”.
Harath al Khodary, un membro apertamente radicale di una importante famiglia di uomini d’affari, si consulta con alcuni membri del Consiglio degli Ulema, il gruppo che ha preso l’iniziativa del boicottaggio delle elezioni da parte dei sunniti. Ha la responsabilità di aiutare a convogliare al campo gli aiuti che vengono da altri paesi arabi. Il campo ha rifiutato delle donazioni da parte di un gruppo di americani che hanno mandato aiuti ad altri rifugiati di Falluja. Non riesco a non trovare agghiacciante la posizione intransigente di Khodary, e il numero di persone prive di diritti che ne subiscono l’influenza – piuttosto che “spezzare la schiena” della rivolta, sembra come se l’esercito Usa abbia solo aiutato a svilupparsi una forza di combattenti più durevole.
“Gli iracheni adesso sono divisi fra coloro che sanno quello che succede e quelli che vogliono convincersi che gli americani sono dei liberatori che costruiranno l’Iraq e realizzeranno libertà e democrazia”, dice Khodary. “Gli americani sono potenti; sono ben protetti. Perché non riescono a sconfiggere un gruppo di miliziani – ‘terroristi’ con brutte idee?” - chiede, con la voce che da cui cola sarcasmo.
Con l’avvicinarsi del giorno delle elezioni, i guerriglieri stanno conducendo la loro campagna di “colpisci e terrorizza”. Utilizzando bombe sempre più grosse, hanno distrutto un paio di Bradley in meno di una settimana, uccidendo in un caso tutti e sette i soldati che erano all’interno.
Solo nelle prime due settimane di gennaio, sono state uccise più di 200 persone, compresi 25 soldati Usa.
Gli assassinii sono parte della vita quotidiana. Hamudi, un fixer [si chiamano così gli interpreti locali tuttofare che aiutano i giornalisti stranieri NdT] che conosco, descrive il recente assassinio accuratamente coordinato del governatore della provincia di Baghdad, come gli è stato riferito dal fratello, che vive in quel quartiere e dice di avervi assistito.
“Un paio di persone sono andate alle 7 del mattino da alcuni degli uomini del quartiere. Uno aveva un banchetto di verdura, l’altro vendeva sigarette. Hanno detto agli uomini di andarsene, e questi l’hanno fatto. Hanno nascosto le loro armi nei banchetti di verdura e di sigarette. C’erano quattro mujahidin sul tetto di uno degli edifici vicini, e quando il governatore è passato in macchina, hanno aperto il fuoco da entrambi i lati della strada. Non hanno ucciso un solo civile, ma quando le guardie del corpo del governatore hanno aperto il fuoco, hanno sparato in modo selvaggio”.
Tutte e sei le guardie del corpo sono state uccise, ma la macchina che era in testa, e che portava il governatore, è sfuggita all’imboscata. “Si è allontanato, ma c’era un’altra macchina che lo aspettava. Quando si sono fermati a un semaforo, sono usciti dalla macchina e lo hanno ucciso. Sembrava una scena di un film”, dice Hamudi.
La registrazione degli elettori si sta facendo attraverso i centri governativi per la distribuzione delle razioni, e le storie di intimidazione dei gestori di questi negozi abbondano.
“Nessuno è venuto a minacciarmi, ma hanno ucciso agenti e messo bombe nelle loro case e nei loro negozi”, dice Nahudth Hathayer, che gestisce un negozio nel quartiere di Jadiriya, nella parte ovest di Baghdad, una zona generalmente benestante che è ben pattugliata dall’esercito Usa. Dice che alcuni membri della resistenza sono andati in altri negozi a chiedere che gli venissero consegnati i moduli per la registrazione.
“Alcuni degli agenti avevano già distribuito i moduli, e allora alcune persone sono andate nei loro negozi per minacciarli e gli hanno detto di restituire i moduli entro la fine della giornata. Non sono riusciti a farlo, e allora quelli sono andati a casa loro e li hanno uccisi”.
Mentre le operazioni militari contro il voto sembrano essere condotte esclusivamente da milizie sunnite, l’opposizione alle elezioni non è affatto un esercizio esclusivamente sunnita.
Wamidh Nadhmi è l’ex preside di Scienze Politiche della Baghdad University, e uno dei membri dell’Iraqi National Foundation Conference, un partito politico non settario guidato da Jawad al Khalisi, un esponente religioso sciita. Il partito ha deciso di boicottare le elezioni perché una lista di condizioni che aveva presentato alla Commissione Elettorale indipendente l’autunno scorso, che comprendeva un ritiro dei soldati Usa dalle città e un maggiore monitoraggio internazionale, non era stata soddisfatta. Essi hanno inoltre espresso il loro disaccordo verso la possibilità da parte della commissione di cancellare candidati dalle elezioni.
“Il diritto di cancellare nomi dalla lista è completamente non democratico, specialmente se quella persona non è stata dichiarata colpevole”, dice Nadhmi, prima di passare a un problema più grave.
Ci sono 111 partiti che competono per i 275 seggi dell’Assemblea Nazionale (occorrono solo 500 firme per essere registrati come partito politico), ma la maggior parte degli iracheni possono identificare solo pochi dei candidati, fatta eccezione per i leader dei partiti famosi – la Commissione Elettorale ha rifiutato di rendere pubbliche le liste, citando preoccupazioni per la sicurezza, e pochi candidati stanno facendo campagna apertamente, per la stessa ragione.
“Non vedo come si possa andare alle elezioni e votare per una lista non sapendo chi sono i suoi membri”, dice Nadhmi.
Le due principali coalizioni, l’United Iraqi Alliance (una aggregazione di ex-esuli, che comprende Abdul Aziz al Hakim, il capo del Consiglio Supremo per la rivoluzione islamica in Iraq, l’ex cocco dei neocon, Ahmed Chalabi, e l’attuale vice-presidente e leader del partito sciita Da’wa, Ibrahim Jafaari) e la Iraqi List di Allawi sono quelle che dovrebbero ottenere i risultati migliori alle elezioni.
La UIA è la coalizione più visibile, che utilizza la milizia del Consiglio Supremo - l’Organizzazione Badr - come forza bell’e pronta per attaccare i manifesti. Quasi tutti i manifesti hanno l’immagine del Grande Ayatollah Ali al Sistani, l’alto esponente religioso sciita del paese politicamente reticente. L’UIA sostiene di avere la sua approvazione esclusiva.
“Sostengono di avere l’appoggio di Sistani, ma un sacco di esponenti religiosi sciiti dicono che è impossibile che Sistani approvi una sola lista”, dice Nadhmi.
Nell’ufficio del rappresentante di Sistani nel quartiere di Khadimiya, rifiutano di concederci una intervista – la questione delle elezioni non deve più essere affrontata.
In questo quartiere ci sono alcuni manifesti che incoraggiano la gente a votare, ma la maggior parte di questi raffigurano semplicemente lo stesso Sistani o altri esponenti religiosi venerati ed eroi sciiti. La vera eccitazione è quella che circonda la cerimonia funebre per un esponente religioso locale prevista per il giorno seguente; i proprietari dei ristoranti stanno già cucinando enormi pentole di cibo in strada.
Mentre ritorno in macchina attraverso l’oscurità delle prime ore della sera, Baghdad assume un aspetto lugubre, una specie di Gotham arabesco. Non c’è elettricità (in giornate buone, si alterna: due ore sì e quattro no), e la maggior parte dell’illuminazione proviene dalle fiamme dei girarrosto dei ristoranti, che filtrano attraverso la polvere onnipresente. Il rumore dei generatori è opprimente. Passiamo davanti all’hotel in cui sono stato per due mesi l’inverno scorso, adesso sprangato, i suoi affari nel dare alloggio a interi pullman di turisti iraniani in viaggio verso i santuari di Najaf, Karbala e Samarra ora completamente a secco, a causa dell’aumento della violenza.
Uomini che fanno la fila per la benzina si stanno sistemando nella macchine per la notte; l’attesa può durare fino a due giorni. E’ difficile ignorare l’ironia della mancanza di carburante. In Iraq – che ha le seconde riserve provate di petrolio al mondo – riempire il serbatoio costa circa 2 dollari, e i prezzi al gallone sul mercato nero sono più o meno gli stessi che negli Stati Uniti. Le parole di Khodary mi risuonano nelle orecchie: “Invito a distruggere tutte le infrastrutture petrolifere. Le stanno utilizzando contro di noi”.
Alla preghiera del Venerdì ad al Thawra, o Sadr City, lo slum di Baghdad dove vivono più di 2 milioni di persone, e che è la principale base di sostegno di Moqtada al Sadr, in migliaia riempiono una delle strade principali per una preghiera. I combattimenti fra l’esercito Usa e l’Esercito del Mahdi di al Sadr sono finiti a settembre, anche se l’Esercito del Mahdi ha ammonito che riprenderà gli attacchi contro i soldati Usa se continueranno ad arrestare membri dell’organizzazione. Gli americani hanno ancora nel mirino i vice di al Sadr, ma i miliziani hanno in gran parte obbedito ai suoi ordini di porre fine agli attacchi.
All’inizio, sembrava che al Sadr stesse tenendo il piede in due staffe sulle prossime elezioni, rifiutando di dare il suo avallo a candidati o al processo, ma rifiutandosi anche di condannarlo. Dopo le preghiere alle quali ho assistito, uno dei portavoce riferisce il comunicato più recente di al Sadr. “Il nostro leader non parteciperà ufficialmente alle elezioni, perché non c’è alcuna reale rappresentanza per tutti i gruppi e perché c’è un boicottaggio da parte dei sunniti”, dice lo sceicco Gheith al Temimi. “Se [i sunniti] non parteciperanno, non saranno elezioni oneste. Non saranno elezioni libere e oneste sotto occupazione. Vogliamo che le Nazioni Unite abbiano la supervisione delle elezioni”.
“Al Sadr è totalmente sotto osservazione da parte degli americani e del governo”, dice Nadhmi. “Se fossi al suo posto, anche io starei attento a come parlo, perché a soffrire per quello che dice non sarà solo lui – ma una intera città o zona. Se si considerano le cosiddette zone sunnite, come Mosul, la provincia di Salahuddin e quella di Anbar come boicottaggio totale, e poi il gruppo di al Sadr, si potrebbe arrivare a un boicottaggio del 70 o del 65%”.
Un paio di veicoli Bradley sono fermi sul cordone del marciapiede, davanti a un distributore di benzina a uno dei principali incroci di al Thawra. Folle di bambini circondano i blindati, cercando di togliere o di svitare qualsiasi pezzo che non sia fissato bene.
Occasionalmente, il boccaporto posteriore di un Bradley si abbassa e scende di corsa un soldato Usa arrabbiato, rincorrendo a tutta velocità mentre i bambini si disperdono. E’ un gioco, ma lui non sembra felice. Un altro soldato afferra uno dei bambini e lo regge contro il fianco di un Bradley.
Non è diverso dal gioco che ho visto fare dai soldati israeliani e dai bambini palestinesi – i soldati rincorrono a tutta velocità, come se stessero inseguendo davvero un nemico. I bambini stuzzicano, i soldati si sfogano.
Ai Bradley si aggiunge un trio di Humvee Usa in missione di pattugliamento. Un paio di soldati scendono dal veicolo che è in testa per ispezionare la scena. Uno non va più in là del riparo della porta blindata che ha appena aperto. “In questa zona dei cecchini ci hanno sparato contro”, dice, mentre i soldati degli altri due Humvee esplorano gli edifici circostanti.
Vicino, un iracheno (presumibilmente parte del contingente dell’esercito iracheno che fa anch’esso la guardia al distributore di benzina), con un fucile da assalto e una giacca mimetica, rincorre in modo selvaggio alcuni dei bambini, colpendoli occasionalmente con il calcio del fucile e indicandone la bocca in modo minaccioso.
“E’ dell’esercito iracheno?”, chiedo a un soldato Usa.
“Veramente non ne siamo sicuri”.
“Hey, attento a quell’uomo, gli piace provocare le donne”, grida uno degli altri soldati. L’uomo impazzito corre verso di me e mi agita in faccia il fucile, gesticolando in modo selvaggio verso la mia macchina fotografica, e poi inizia a rincorrere di nuovo i bambini.
Dall’altra parte della strada, tre giovani guardano di traverso i soldati e giurano che se l’esercito iracheno non avesse l’appoggio dell’esercito Usa, avrebbero già iniziato a combatterli.
“Lasciano che i loro amici saltino le file per la benzina”, dice uno.
“Provocano le donne”, dice un altro.
Gli uomini dicono inoltre che non voteranno alle elezioni, e poi si rifiutano di continuare a parlare.
Nel complesso del vecchio Ministero della Difesa, un guscio saccheggiato nella parte est della città, alcune famiglie che occupano abusivamente gli edifici stanno a guardare mentre dei membri dell’unità “Salam” dell’esercito iracheno si addestrano.
Il portavoce del ministero mi dice che prevedono di avere 70.000 soldati pronti per il giorno delle elezioni. L’unità “Salam” è stata spostata dalla provincia relativamente tranquilla di Maysan – nel sud – a Baghdad. Gli uomini di questa unità non sembrano essere entrati nell’esercito per la stessa disperazione che induce molti dei loro omologhi di Baghdad a rischiare di venire assassinati per 200 dollari al mese.
“Sono uno dei membri dell’ex esercito iracheno”, dice il Vice ufficiale Salim Rahim, quando gli chiedo perché è entrato nel nuovo esercito. “Uno di quelli che sono stati trattati male dal precedente regime. Mio padre e mio fratello sono stati uccisi da Saddam nel 1991 durante l’intifada [si riferisce alla rivolta sciita che scoppiò nel sud dell’Iraq nel 1991, subito dopo la guerra del Golfo, e che venne brutalmente repressa dal regime NdT].
Seguire questa dichiarazione fino alla sua conclusione logica lascia sull’orlo proprio di una delle divisioni crescenti della società irachena, che potrebbe portare a una guerra più grave. Un altro corrispondente lo ha espresso perfettamente mentre stavamo cenando poche sere fa: “Che cosa faremo quando scoppierà il vero chaos ?”.
David Enders è un giovane giornalista americano indipendente che ha passato un anno in Iraq dopo l’invasione Usa. Nel giugno 2003 ha fondato il Baghdad Bulletin – l’unico giornale in lingua inglese completamente scritto, stampato e distribuito in Iraq, che è stato però costretto a sospendere le pubblicazioni per mancanza di fondi. Attualmente sta scrivendo un libro sulla sua esperienza irachena, la cui pubblicazione è prevista per il mese di aprile.
(Traduzione di Ornella Sangiovanni)
Testo originale: www.thenation.com/doc.mhtml?i=20050...
«Anche questa è resistenza»: ogni giorno ai distributori di Baghdad migliaia di iracheni fanno chilometri e chilometri di code che durano giorno e notte, in un clima di caos dilagante. Denunciano l’occupazione militare, accusano il governo corrotto, criticano «queste elezioni»
INVIATO A BAGHDAD
«Ancora non abbiamo votato e già gli `Ali baba’ messi al governo dagli Usa si scontrano per dividersi le nostre spoglie. Una settimana fa l’inaffondabile Ahmed Chalabi, della lista unitaria sciita sostenuta dall’ayatollah al Sistani, ha accusato il ministro della difesa Hazem Shaalan di aver portato a Beirut, d’accordo con il premier Allawi, 300 milioni di dollari e ieri lo stesso Shaalan ha dichiarato di voler arrestare Chalabi per consegnarlo all’Interpol affinché sia estradato in Giordania per scontare una condanna a 22 anni di carcere per bancarotta fraudolenta. Intanto per le strade di Khadimiya i rappresentanti, tutti sciiti, della lista di Allawi e quelli di Chalabi se le danno di santa ragione mentre gli americani se la ridono nelle loro basi». Omar, disoccupato e tassista a tempo perso, indicando una copia del giornale Azzaman appena comprato, non nasconde la sua amarezza per il clima oscuro, disperante, da basso impero, che avvolge il paese alla vigilia delle elezioni del 30 gennaio mentre sullo sfondo già si agitano gli spettri dell’«opzione Salvador» tra squadroni della morte, misteriosi gruppi in divisa che operano nella più assoluta impunità, omicidi, rapimenti e regolamenti di conti all’interno della stessa cricca al potere. Il tutto mentre i poveri cristi come lui e suo fratello, che gli siede accanto in una vecchia Opel su un sedile ridotto solo molle e tiranti, ormai passano la vita, nel paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo, a fare la fila per riempire il serbatoio di benzina. Le file ai distributori di Baghdad sono ormai apocalittiche, con lunghi serpenti di auto che girano attorno a interi isolati contribuendo non poco al caos imperante. Sotto un cielo plumbeo, un vento gelido e una pioggia insistente, la fila anche oggi si stende a perdita d’occhio da Tahrir Square, la piazza circolare della rivoluzione, nel centro della città, sino ad un benzinaio di Philistine Street, circa sei chilometri più avanti.
Omar e il fratello sono qui da ieri sera
Omar e il fratello sono qui da ieri sera, da circa dodici ore e hanno davanti a loro almeno altre seicento macchine «Siamo tutti e due disoccupati - ci dice sorridendo avvolto in una giacca a vento più sdrucita della tappezzeria della macchina - e la benzina ci serve un pò per il taxi e un po’, se abbiamo bisogno di soldi, per rivenderla al mercato nero. E’ vero che bisogna dare la tangente alla polizia, ma ci si guadagna lo stesso. Pensate che al distributore un litro costa circa 20 dinari mentre al mercato nero supera i 1400. Così ci siamo organizzati con tutti i parenti e facciamo i turni al distributore mentre gli altri girano col taxi o rivendono la benzina». «Comunque si tratta di pochi soldi, giusto per andare avanti, non dei 500 milioni di dollari portati via dal ministro della difesa - lo interrompe il fratello quasi a scusarsi - e di chissà quanti milioni di dollari fatti sparire da Ahmed Chalabi». «Mi meraviglio di Sistani - interviene un anziano professore con in testa una specie di papalina - come può sostenere una lista del genere?» «A lui interessa solo un successo dagli sciiti come comunità e dell’Hawza - gli risponde un altro signore, ben vestito, appena arrivato che ha passato lunghi anni in Italia - una sorta di chiesa sciita». Poi rivolto a noi, in un perfetto inglese, aggiunge «Per capire la situazione possiamo affermare che Chalabi per Sistani e per l’Hawza è un po’ quello che per il Vaticano sono stati Marcinkus o forse più precisamente Sindona. Questi passano, le istituzioni religiose e il loro ruolo nella società restano».
Parallelamente al lungo serpentone di auto vi sono altre due file, una, velocissima, riservata alle donne e un’altra ancora più rapida di coloro che gli agenti di guardia al distributore fanno passare avanti gridando truci «polizia», tra le imprecazioni degli altri automobilisti. Poco lontano alcuni ragazzi fanno su e giù con delle bottiglie vuote per attirare l’attenzione di chi cerca la benzina al mercato nero mentre i padri, più indietro sul ciglio della strada, hanno il cofano aperto e pieno di tanniche. Un commercio assai pericoloso, tanto che un presunto pullman bomba esploso ad Abu Ghraib un mese fa, facendo strage tra i passanti, era in realtà un normalissimo autobus rubato al momento dell’invasione americana e addetto al trasporto della benzina al mercato nero. Alcune macchine della fila sono in realtà dei rottami spinti a mano e utilizzati solamente come serbatoi. I proprietari spesso li affidano a dei disoccupati che fanno la fila per loro. Omar e il fratello fanno un turno a testa di sei ore mentre il vettovagliamento e i generi di conforto sono affidati al fratello più piccolo che in motorino, fradicio filo al midollo, tiene i contatti con la famiglia nel quartiere ghetto di Sadr city.
Il freddo è quasi insostenibile
Il freddo, con il calare della sera, è quasi insostenibile ed alcuni accendono dei falò improvvisati. Molti si armano (avere un mitra a testa è ancora legale) per potersi difendere durante la notte da mafie di ogni tipo. «Lo so che fa freddo - ci dice Omar chiuso nella sua giacca a vento mentre tira una sigaretta fino al filtro come per scaldarsi - ma a casa non è certo meglio. Non c’è elettricità e il carburante per il generatore costa troppo. Se poi con questa temperatura ci si ammala è la fine. Il medico ormai bisogna pagarlo, non è più come prima quando, con Saddam, era tutto gratis». «Questo paese è diventato una specie di far West e molti padroni di casa - interviene Ahmed ex cuoco di un albergo ormai chiuso - hanno triplicato i prezzi degli affitti e cacciato armi in pugno gli inquilini. I primi ad essere stati sfrattati dall’oggi al domani sono stati gli zingari e i palestinesi, ai quali Saddam aveva dato casa gratis, ai primi perché di loro gli piaceva la musica, lo spirito indipendente, le feste e le donne, ai secondi perché si considerava il protettore della loro causa. Poi hanno cominciato con gli iracheni poveri o indigenti costringendoli ad andare ad abitare nelle caserme, nelle rovine dei palazzi bombardati, alcuni per la prima volta a farsi una capanna sulle discariche».
Piano piano si è formato accanto a noi un piccolo circolo di automobilisti esasperati. Si ferma anche una donna assai ben vestita con il capo coperto da un piccolo velo, professoressa all’università, che si dice preoccupata perché teme che la giustificazione ufficiale per il trasferimento dei 300 milioni di dollari a Beirut da parte del premier e del ministro della difesa, secondo la quale sarebbero serviti ad acquistare carri armati, armi e munizioni potrebbe essere parzialmente vera: «Ciò significherebbe che i gruppi filo-Usa al potere si stanno armando con la complicità degli americani in vista di una qualche golpe o guerra sporca. Un po’ Libano, un po’ Salvador e per quanto riguarda il Kurdistan, un po’ Kosovo, con gli arabi e i turchi cacciati come i serbi dalle loro case, il futuro che ci stanno preparando gli americani è senz’altro roseo». La signora ci racconta poi, tirando fuori da una borsa alcuni documenti, come sullo sfondo di questa situazione drammatica di fame, miseria e violenza, pagata in primo luogo dalle donne, gli occupanti avrebbero pensato bene di affidare lauti contratti a società americane per organizzare corsi di yoga e di respirazione «per eliminare lo stress» e corsi «di promozione della democrazia». «Per curiosità, in un momento nel quale c’era la luce, sono andata su internet per vedere chi ci avrebbe dovuto educare alla democrazia - continua la professoressa di letteratura inglese - e ho scoperto che il contratto era stato affidato, tra gli altri, all’Indipendent Women Forum, un’organizzazione contraria a qualsiasi difesa del Welfare system, al periodo di maternità pagata, alla scuola pubblica, alle azioni affermative e ai programmi federali per prevenire le discriminazioni sessuali fondata da Lynne Cheney moglie del vicepresidente, Kate O’Beirne direttrice dell’ultraconservatore National Review, e Midge Decter, ex presidente con Donald Rumsfeld del `Committee for the Free World’ e moglie dell’ex direttore di Commentary Norman Podhoretz. Avete capito chi dovrebbe prepararci alla democrazia e come sono spesi i soldi per l’Iraq?».
Famiglie alla fame, milizie in armi
Il discorso, dopo un momento nel quale la piccola folla si scioglie improvvisamente per il passaggio di un convoglio di sferraglianti carri armati americani, scivola sui due argomenti del giorno, l’aumento dei prezzi, la mancanza di sicurezza e la scomparsa di qualsiasi rete di protezione per i più poveri e per le classi medie, le uniche rimaste nel paese, mentre i benestanti e gli uomini di affari sono tutti andati in Giordania, negli emirati o in, misura minore, in Siria. Il risultato è che molte famiglie sono alla fame e secondo l’Unicef la denutrizione e l’indice di mortalità per i bambini sotto i cinque anni sono aumentate di nuovo drasticamente. Le mamme e i padri sono inoltre particolarmente terrorizzati dal dilagante fenomeno dei rapimenti dei bambini: «In molti casi i ragazzi hanno lasciato la scuola, in altri gli istituti - sostiene un automobilista in fila - hanno organizzato una specie di scuolabus corazzato con tanto di guardie armate. Costa però almeno 100 dollari al mese a bambino e molti non se lo possono permettere». In una situazione come questa - dicono un po’ tutti - molti sono tornati a farsi difendere dalle tribù, dalle mafie o dalle milizie di ogni tipo a cominciare da quelle dei partiti al servizio degli occupanti. Qualcuno già si prepara però, visto come vanno le cose, ad avviare un qualche rapporto con la guerriglia. «Non hanno portato la democrazia ma la legge della giungla per farci diventare come loro - ci dice un anziano, chiamato dagli altri con rispetto "doctor" - ma non ci riusciranno perché noi, quando loro ancora non avevano imparato a lavarsi avevamo già il codice di Hammurabi, le leggi, lo stato, la scrittura e avevamo già diviso il cerchio in 360 gradi, l’ora in 60 minuti e il minuto in sessanta secondi». Poi tutti sbiancano e qualcuno si accascia nella o sulla macchina. E’ arrivata la notizia che la benzina per oggi è finita. Se ne riparlerà domani. Omar, come molti altri chiude la macchina e l’affida ad un vicino di casa per andare a riposarsi e a scaldarsi un po’ a casa: «Ho deciso di prendere la benzina e la prenderò, se sperano di stancarci con le file e il freddo si sbagliano di grosso. Anche questa è resistenza». E scompare salutandoci in una nuvolaglia d’acqua e fango.
Dai libri di storia ai pozzi di petrolio
"Per fondare e per consolidare la democrazia fra di noi bisogna condure a termine la guerra delle libertà contro la tirannia", diceva Maximilien Robespierre. Il concetto è stato ripreso da Bush nel suo discorso di insediamento. A farne le spese è stato Simone Cola, militare italiano a Nassiriya.
21 gennaio 2005
"La democrazia è uno Stato in cui il popolo sovrano, guidato da leggi che sono il frutto della sua opera, fa da se stesso tutto ciò che può far bene, e per mezzo dei suoi delegati tutto ciò che non può fare da se stesso. Ma, per fondare e per consolidare la democrazia fra di noi, per poter giungere al regno pacifico delle leggi costituzionali, bisogna condure a termine la guerra delle libertà contro la tirannia".
Mentre leggevo ai miei studenti queste parole di Maximilien Robespierre, avevo sul tavolo il Corriere della Sera in cui campeggiava il titolo con le parole di George Bush: "Libereremo il mondo dai tiranni". Un discorso di insediamento, il suo, in cui ha fatto esplicito riferimento alla tirannia dell’Iran, nazione troppo piena di petrolio per non aspirare a diventare democratica. "Porteremo la libertà ovunque", ha detto Bush.
Sui banchi di scuola, di fronte ai miei ragazzi campeggiava l’immagine di Robespierre e dal libro scandivo le sue parole: "Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di Rivoluzione è la virtù e il Terrore". Il ghostwriter di Bush - ossia l’omino nascosto che scrive i discorsi per un presidente strappato all’alcol - prima di scrivere i discorsi del Presidente ha studiato a fondo i discorsi dei grandi della storia e di certo avrà letto quelli di Robespierre che voleva portare libertà e democrazia togliendo di mezzo i nemici della libertà e della democrazia. Robespierre asseriva che il Terrore è "una emanazione della virtù" e spesso Bush ricorre alla giustificazione della Guerra presentandola come una necessaria emanazione della virtù, come una stampella senza la quale la virtù cadrebbe nella polvere.
La virtù di Bush non si identifica certo nella guerra: egli si serve accidentalmente della guerra per attuare la virtù. E’ l’irresistibile fascino degli ideali che si trascina dietro, purtroppo, il sangue.
Del resto chi ha letto i discorsi di Robespierre sa che il Terrore non era presentato come fine a se stesso ma era posto al servizio della virtù (quella "virtù senza la quale il terrore è cosa funesta", annotava il leader giacobino) e di converso diceva che senza il Terrore "la virtù è impotente". "Il Terrore - parole di Robespierre - non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile. Esso è dunque un’emanazione della virtù".
Se così stanno le cose, non è difficile provare un minimo di indulgenza per un giacobino pentito come Adriano Sofri, già così incline a chiudere un occhio sulle guerre di Bush, anzi di Maximilien Bush.
Sì, perché di questo si tratta oggi, ossia di retorica "alla Maximilen" calata sull’attualità.
L’illusione di Maximilien Robespierre non sembra morire ma riciclarsi nella propaganda neoconservatrice con tutto il suo fascino perverso attuale.
La virtù del Terrore oggi è custodita nelle stive delle portaerei. Il Terrore della virtù si palesa sui volti e sui corpi inanimati delle vittime della guerra.
Di certo ci sono delle enormi differenza fra Robespierre e Bush, se non altro perché Robespierre è inciampato nelle sue stesse "virtù" mentre Bush le esporta all’estero e ci fa inciampare gli altri.
E mentre i miei studenti ripassavano la storia, un altro militare italiano moriva in Iraq.
Alessandro Marescotti
presidente di PeaceLink
a.marescotti@peacelink.it
Un popolo di eroi, navigatori e poeti ma, a sentire le dichiarazioni del governo italiano dopo la morte del soldato italiano a Nassiriya, anche di rétori bugiardi e sulla pelle altrui. «E’ il momento del dolore, ma rimarremo fin quando ce lo chiederà il governo legittimo», dice Fini e Berlusconi rilancia: «E’ un sacrificio dolorosissimo» ma serve «alla libertà». Insomma, ci dispiace tanto, tuttavia... come se nulla fosse continueremo a far parte della coalizione dei «volenterosi» che occupa militarmente l’Iraq. Del resto se non era accaduto per la strage nella base italiana del novembre 2003, né dopo la feroce battaglia dei ponti, perché ora l’Italia dovrebbe ripensarci? Petto in fuori dunque, oggi arriva la salma, tricolore a mezz’asta, solidarietà a parole alla famiglia, che a mezza bocca fa capire quanto Simone Cola fosse restio a partire dopo la nascita della figlia, e...tutto come prima. Qual è la verità? A Nassiriya - più volte presentata come il regno della tranquillità grazie all’«opera» della governante Barbara Contini, che invece ha fatto terra bruciata - c’è l’inferno. I nostri soldati stanno asserragliati nei loro quartieri fuori della città. Le milizie di Moqtada al Sadr, ora filogovernativo e sempre antagonista al leader sciita Al Sistani, fanno il bello e il cattivo tempo. In più, dopo la vicenda delle foto sulle torture agli iracheni nella prigione britannica presso Bassora, Nassiriya torna nel mirino, visto che le truppe italiane continuano a consegnare i prigionieri proprio ai militari britannici. Così lì non vedono tanto la differenza tra gli altri soldati e la «brava gente» che noi rappresenteremmo. E siccome «formalmente» non siamo in guerra, i nostri soldati pattugliano con elicotteri inadeguati, salvando così la faccia del governo Berlusconi. Non la pelle dei militari sul posto però. Ed è certo che l’arrivo degli elicotteri da guerra Mangusta oltre a strappare il velo sulla natura della missione, non servirebbe allo scopo, visto che in Iraq la guerriglia è riuscita ad abbattere decine di più potenti elicotteri americani.
Ma verso quale obiettivo stiamo andando è ancora difficile capire, mentre in Iraq tutto precipita al peggio e le elezioni, nonostante l’avallo dell’inviato dell’Onu, vedranno non libere elezioni ma una specie di farsa utile solo all’avvento della seconda era Bush che già annuncia una pericolosa litania di interventi preventivi. Metà Iraq è impossibilitata a votare, le quattro più popolose province sono insorte. Gli iracheni sanno che dal voto uscirà il predominio degli sciiti, già emarginati da Saddam Hussein e ora in rivalsa sui sunniti. Mentre ai sunniti non è stata data l’unica soddisfazione che chiedevano per poter partecipare: la data certa del ritiro degli occupanti americani. La commissione elettorale ha escluso forze e partiti contrari al governo del premier fantoccio Allawi, del quale l’autorevole New Yorker, nel giorno del discorso al mondo di George W. Bush, ha resocontato le gesta di assassino, con tanto di prove dei servizi Usa. L’esplodere del caso Chalabi, l’ex uomo del Pentagono, mostra che già siamo alla resa dei conti a Baghdad.
Dunque metà della popolazione non voterà, il governo non sarà legittimo perché non riconosciuto, il conflitto continuerà, sospeso sul baratro della guerra civile, con uno stillicidio di morti civili che andranno ad aggiungersi alle più di 100.000 vittime fin qui stimate - uno tsunami fatto da mano umana quanto preventiva. Il governo italiano, invece di porre un termine alla sua presenza militare, condizionandola davvero all’obiettivo della pacificazione tra le componenti della società irachena e a un nuovo ruolo centrale delle Nazioni unite, si schiera in armi dietro l’ultimo imperatore e dietro l’ultimo premier fantoccio, magari fino al referendum costituzionale di ottobre o alle nuove elezioni previste per il prossimo dicembre. E per i suoi morti «dolorosissimi, tuttavia...» invita ad esporre il tricolore a lutto alle finestre.
No, per favore. Torniamo tutti ad esporre il drappo arcobaleno della pace. Potrebbero essere a sinistra le primarie che mettono tutti d’accordo.
Alla vigilia del voto la città vive giorni da incubo: senza elettricità, benzina, gas. Ma c’è chi continua a vivere e lavorare. E Bassam giura: «Il primo mandato Bush ha visto l’invasione, il secondo sarà quello del loro ritiro». I furti della Bechtel L’azienda americana ha preso appalti per due miliardi di dollari, ma ha lasciato senz’acqua tutto il sud della capitale irachena.
STEFANO CHIARINI
INVIATO A BAGHDAD
«È l’inverno più duro di Baghdad dall’invasione dei Mongoli e la città, nel giorno dell’inaugurazione di Bush, vive in un vero incubo, senza energia elettrica, senza benzina, senz’acqua, senza gas, senza sicurezza, senza lavoro, senza diritti umani. Un paese distrutto, come aveva promesso James Baker a Tareq Aziz alla vigilia della guerra del 1991, una vendetta, a mio parere, per la nazionalizzazione del petrolio del 1972 e un favore a Israele. Ma Bush si accorgerà a caro prezzo di quanto abbia sottovalutato il nostro popolo». Bassam, un ometto esile sui cinquanta, con un bel paio di baffi bianchi, titolare di un negozio di sartoria senza più clienti, - all’inizio di una Rashid street dai vecchi portici liberty ormai in rovina - ha le idee molto chiare sia sul primo mandato del presidente Bush che sul secondo: «Il primo ha visto l’invasione, il secondo vedrà la disfatta Usa e il loro ritiro».
Il paese che non vuole morire
In un certo senso l’esile Bassam, ancora simpatizzante per il primo presidente post-monarchia abdel Karim Qassem - del quale conserva un vecchio ritratto in fondo al negozio - dai modi raffinati, ben rappresenta un Iraq che non vuol morire e che ha deciso di andare avanti qualunque cosa succeda; un uomo moderato nell’animo e nella mente ma profondamente nazionalista e anti-occupazione: nonostante tutto ogni mattina apre gli scuri di metallo della bottega come se nulla fosse, mettendo in mostra vestiti da uomo di foggia locale, le lunghe disdasha, e tagli più europei.
Tutt’intorno, a due anni dall’arrivo degli americani, uno spettacolo di desolazione e di abbandono tra immondizie, resti di auto fatte saltare, negozi chiusi e case pericolanti. Ogni tanto passa un convoglio Usa tra l’indifferenza e il disprezzo generale. Le poche auto si fermano, chi osa avvicinarsi o superare i convogli, preso per un potenziale attentatore suicida, può essere abbattuto senza tanti complimenti. Nel traffico è però difficile manovrare e se ci attardava sui cofani piovono anche insulti, bottiglie d’acqua e oggetti vari. La polizia e le milizie irachene che scorazzano per la città con i loro gipponi nuovi, quasi sempre contro mano, e con il volto coperto dai passamontagna, vanno più per le spicce e per avere strada sparano in aria.
Via Rashid è in rovina
Via Rashid, una volta salotto commerciale della città, è in rovina. I bar degli intellettuali degli anni sessanta, come quello all’angolo di via Mutanabi, con il suq dei libri, restano aperti per un puro atto di volontà dei proprietari, per una sorta di resistenza attiva e passiva alla sventura di questo paese. Alle sedici, alle prime ombre dalla sera, i pochi negozi aperti chiudono e tutti scappano a casa per paura degli scontri con le pattuglie americane o dell’attività dei floridi malavitosi locali - come il noto Sindbad che ostenta un lasciapassare per la Zona verde vero o falso che sia - che già si sono alleati con i nuovi poteri forti, gli americani, il governo Allawi, le milizie di partito e, in alcuni casi, anche con la resistenza. La vicina Tahrir square, la piazza della rivoluzione, con il gigantesco bassorilievo in bronzo degli anni cinquanta di jawad Salim (fuso in Italia), inno alla rivoluzione antimonarchica, antibritannica e anticoloniale del 1958, è stata recentemente teatro di numerosi attentati mentre sull’altra sponda del fiume, al di là del vecchio Ponte dei martiri in ferro dagli eleganti lampioni, dove sorgeva la città rotonda degli abbassidi la situazione è ancora più critica. Haifa street, la strada fiore all’occhiello del regime di Saddam Hussein, con una prospettiva surrealista, ex ministeri e alti palazzi di abitazione multicolori, è divenuta un campo di battaglia. «Com’è possibile che durante la guerra, ai tempi di Saddam - ci dice Bassam dopo averci fatto accomodare nella sua bottega - avevamo l’elettricità mentre ora siamo sempre al buio? Com’è possibile che in un paese che nuota sul petrolio non si trovi più la benzina?». Poi dopo una breve pausa il sarto di via Rashid continua: «E adesso pretendono di farci votare con un sistema elettorale fatto apposta per tagliare fuori tutti coloro che sono contro l’occupazione e per introdurre in Iraq quei criteri etnico-confessionali che hanno portato alla guerra civile in Libano. Tutti hanno protestato per le elezioni in Ucraina mentre qui trovano normale che i candiati presenti nelle liste siano segreti». «L’Iraq è vittima in realtà di un vero saccheggio da parte degli Stati uniti. Nessuno sa che fine hanno fatto tutti quei soldi non spesi dall’Oil for food - aggiunge un amico del sarto, maestro di scuola - come anche i fondi iracheni congelati all’estero, tutti i contanti, le proprietà e gli oggetti preziosi sequestrati dai soldati americani al loro arrivo. E ora, come se non bastasse, si portano via anche il nostro petrolio e ci lasciano al buio, al freddo e senza energia». Le ragioni di questa gravissima crisi energetica non stanno solamente nei noti attacchi della guerriglia agli oleodotti, alle infrastrutture e ai tecnici stranieri che lavorano per gli Usa ma anche e soprattuto nella cupidigia dell’amministrazione Bush e delle multinazionali che hanno puntato ad incassare il più possibile ricostruendo da capo ogni struttura, chiavi in mano, invece di riparare gli impianti russi e tedeschi delle centrali elettriche e delle raffinerie.
Buio, sete e affari d’oro
Un po’ come è successo nel settore dell’acqua dove la Bechtel dopo aver preso appalti per quasi due miliardi di dollari ha lasciato ancora all’asciutto la gran parte dei centri a sud di Baghdad. E ora manca l’acqua anche nella capitale. Il colpo di grazia alla ricostruzione è stato poi sferrato dal nuovo vicerè dell’Iraq, John Negroponte, il quale, appena insediatosi, ha chiesto di trasferire 3,34 miliardi di dollari destinati ad interventi per l’energia elettrica, gli acquedotti e le fogne alla «sicurezza». E pensare che l’Amministrazione americana in Iraq ha avuto ad un certo momento a disposizione quasi 45 miliardi di dollari ma ha finito per utilizzare, in piccola parte, solamente i proventi delle esportazioni di petrolio iracheno sui quali non c’era alcun controllo del Congresso. Questo colossale fallimento ha costituito una cocente delusione anche per coloro che al momento della guerra avevano creduto in una svolta.È il caso di una signora di mezza età, Fatima, con sei figli, che si arrangia a fare le pulizie in alcuni uffici ancora aperti a Rashid street: «Quando hanno mandato via Saddam ero felice perché la polizia alcuni anni fa era arrivata al negozio di mio fratello, l’aveva arrestato e poi di lui non si è saputo più nulla. Pensate che mi ero fatta una piccola bandiera americana e quando passavano gli elicotteri la sventolavo di nascosto. Purtroppo mi sbagliavo e quella bandiera ora l’ho bruciata».
Poi, dopo aver comprato alcun dolci per la festa del ringraziamento, Fatima continua ad esprimere la sua delusione: «Per gli americani sarebbe forse democrazia torturare i prigionieri, farci morire di fame, rubare il petrolio o costringerci a scegliere tra una lista capeggiata da un piccolo Saddam, Iyad Allawi e un’altra gestita dagli iraniani? Io sono shia praticante ma, pur rifiutando Allawi, non darò mai il mio voto, con buona pace di Sistani, alla lista degli iraniani, che dio li maledica. Il trenta me ne starò a casa. Mi hanno imbrogliato e se non aiuto i mujaheddin è solo perché tra loro, oltre a tante brave persone, ci sono anche dei fanatici religiosi e alcuni ex-baathisti. Certo, se continua così, meglio loro che Bush, almeno sono iracheni».
Intervista a Wadmidh Nadhmi, professore all’università di Baghdad, portavoce dei settori laici e religiosi «nazionalisti e moderati». Che volevano il voto ma non quello imposto dagli Usa e che chiamano a boicottarlo. Spiegando perché
STEFANO CHIARINI
INVIATO A BAGHDAD
L’amministrazione Usa e i media «presentano l’Iraq come una popolazione di primitivi divisi in sette e tribù, con due soli soggetti: le forze della democrazia a favore delle elezioni e gli estremisti alla Zarqawi che non le vogliono. Non è affatto così. Al contrario sono proprio gli occupanti, prima con l’introduzione del criterio confessionale ed etnico nella scelta del Consiglio di governo, e ora rifiutando una gestione unitaria e democratica delle elezioni, a cercare di spingerci allo scontro fratricida per poterci dominare meglio. Noi democratici e progressisti arabi ci siamo orientati verso il boicottaggio solamente quando è stato chiaro che le elezioni servivano solo a legalizzare l’occupazione». Con questo duro giudizio sulla consultazione del prossimo 30 gennaio, Wamidh Nadhmi, rettore del Dipartimento di scienze politiche dell’università di Baghdad nonché esponente della corrente «nazionalista araba moderata» e portavoce del Congresso per la Fondazione nazionale dell’Iraq, ci introduce in quel vasto mondo di movimenti, partiti, intellettuali, esponenti religiosi e laici che hanno deciso di unire le forze per creare un’alternativa ai partiti filo-occupazione al governo e evitare che il paese scivoli verso una deriva etnica e confessionale.
Resistenza legittima
Ci riceve nella sua casa anni sessanta, dal giardino dolcemente degradante verso il Tigri, in un tranquillo salotto borghese con alle pareti i vari titoli accademici, le foto di figli e nipoti e, sulla parete sopra il divano damascato, un vecchio ritratto di Nasser.
Wamidh Nadhmi rappresenta un settore della società civile e politica baghdadiana, sopravvissuta alle mille sanguinose vicende del paese, che sin dal 2003 sta lavorando per cercare di dare una risposta «nazionale» all’occupazione e una rappresentanza politica a coloro che le resistono. Per quanto riguarda la resistenza agli occupanti l’oppositore iracheno e il suo movimento ne sostengono la piena legittimità ma condannano senza esitazioni quelle azioni dei gruppi alla al Qaeda che la isolano sia dalla popolazione sia a livello internazionale.
Il lento ma progressivo rafforzarsi di questa tendenza, totalmente ignorata sia dagli occupanti che dai media, è legato senza dubbio all’autorità e al prestigio dei suoi leader, noti per la loro opposizione o indipendenza dal passato regime.
Tra le componenti principali di quest’area politica in via di aggregazione, ci dice Wamidh Nadhmi, possiamo annoverare: la scuola sciita di Khadimyia dello sheik Jawad al Khalisi, primo focolare della rivolta antibritannica del 1920, la corrente nazionalista araba, lo sheik Hareth al Dari leader dell’Associazione degli ulema musulmani (che rappresenta circa 3000 moschee sunnite del paese), il Partito per le riforme democratiche costituito da ex membri del Baath perseguitati dal regime, un primo nucleo del nuovo Partito democratico-cristiano, alcuni intellettuali progressisti e marxisti che non condividono la subalternità del Partito comunista all’occupazione americana, oltre a rappresentanti delle varie nazionalità.
Dopo aver ricordato il suo rifiuto nel 2003 ad entrare a far parte del Consiglio di governo provvisorio - «perché sono stato sempre contro l’embargo e contro la guerra e perché non credo alla democrazia imposta con le baionette soprattutto se americane e britanniche» -, l’esponente nazionalista arabo torna a parlare delle ragioni del boicottaggio: «Noi siamo per le elezioni. Però queste devono essere parte di un processo che non legittimi l’occupazione ma che al contrario ne prepari il superamento. Com’è possibile fare delle elezioni senza neppure un censimento? Con le truppe straniere che pattugliano o bombardano le nostre città? Con delle liste delle quali conosciamo solo i primi due, tre nomi e tutti gli altri sono segreti? Con una commissione elettorale nominata dall’ex proconsole americano Bremer la quale ha il potere di impedire la partecipazione alle elezioni di qualunque lista o candidato? Con un solo collegio unico nazionale che taglia fuori tutte le minoranze locali?».
L’esponente dell’opposizione irachena si sofferma poi sulle richieste del suo movimento per arrivare a delle elezioni minimamente credibili: «Noi abbiamo proposto all’ambasciata Usa e all’Onu, che le elezioni si tenessero dopo una vasta consultazione, la formazione di un governo di garanzia, o almeno sotto un organismo internazionale composto da figure come Jimmy Carter, Nelson Mandela, Joshka Fisher, Amr Moussa. Per quanto riguarda la commissione elettorale ci siamo limitati a chiedere che ai membri voluti da Bremer fossero affiancati alcuni giuristi iracheni di fama. Per realizzare questo processo abbiamo poi chiesto un rinvio di alcuni mesi delle elezioni, un cessate il fuoco, il ritiro delle truppe d’occupazione al di fuori delle città. O almeno un calendario per il ritiro». Le proposte dei democratici iracheni avrebbero avuto, continua Nadhmi, un’eco molto positiva anche sulla stampa internazionale ma la risposta Usa, pochi giorni dopo, l’8 novembre, sarebbe venuta con il via libera all’assalto finale a Falluja. A questo punto, l’Iraqi National Foundation Congress, con altri 75 gruppi, partiti e associazioni di vario orientamento, ha proposto il boicottaggio «lasciando però liberi i cittadini di votare o no senza cadere nella trappola di uno scontro politico sanguinoso tra iracheni».
«Dall’attacco a Falluja -continua - la situazione è precipitata e gli Usa hanno gettato la maschera. Un estremo tentativo di mediazione, per uno spostamento del voto di qualche mese in grado di coinvolgere tutte le forze del paese nel processo elettorale, tentato da un gruppo di autorevoli e noti esponenti politici, anche del partito del premier Allawi, tra i quali diversi ministri, riunitisi a casa di Adnan Pachachi (già alla guida del disciolto Consiglio di governo) aveva portato ad un accordo ma quella sera stessa una dichiarazione del presidente Bush ha bloccato tutto e chiuso la porta a qualsiasi dialogo».
Con una mozione presentata ieri a Palazzo Madama ventitré senatori della sinistra (correntone, occhettiani, rifondazione, verdi, comunisti italiani) chiedono il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq. E che il nostro governo si attivi nelle sedi internazionali «per garantire la partecipazione al voto di tutte le componenti politiche e religiose irachene, sostenendo la proposta avanzata dalla comunità sunnita che ha posto come condizione per la partecipazione al voto, la fissazione di una data certa entro la quale le truppe di occupazione dovranno lasciare definitivamente l’Iraq». L’iniziativa, presa a poco più di una settimana dalle elezioni irachene «illegittime», sarà seguita da una simile alla Camera, già preannunciata ieri mattina in una conferenza stampa indetta a Montecitorio dalle deputate Elettra Deiana (rifondazione) e Silvana Pisa (ds) poco prima dell’audizione del ministro della difesa Antonio Martino alle commissioni difesa di camera e senato. Il ministro avrebbe però tolto ogni dubbio sulla linea che intende seguire il nostro governo che proprio una settimana fa con un decreto ha prorogato di sei mesi tutte le missioni militari italiane all’estero. Quel decreto «omnibus», come lo ha definito Deiana, «è intollerabile perché comprende missioni diverse non lasciando libertà di scegliere (quando dovrà essere ratificato dal parlamento) e perché viene fatto passare come una decisione di routine per il rifinanziamento (la spesa per la missione Antica Babilonia è di 268 milioni di euro, ndr). Mentre una critica è tanto più cogente di fronte alle caratteristiche che la missione ha assunto di guerra di occupazione con prospettive terribili dopo le elezioni truffa che rischiano di far precipitare il paese nell’inferno di una guerra civile». Ma chi crede in queste elezioni, come fa Martino perché «consentiranno una definizione più stringente del percorso futuro», dovrebbe prospettare un proprio ritiro e invece - sostiene il ministro - «non consentiranno una immediata e automatica strategia di disimpegno delle forze della coalizione, che dovranno restare fin quando sarà necessario sostenere il processo politico previsto dalla risoluzione 1546». Che peraltro prevede il ritiro entro fine anno a meno che venga anticipato da una richiesta degli iracheni, richiesta sostenuta da molte forze, comprese alcune che partecipano alle elezioni.
Il fallimento delle forze di occupazione in Iraq non è solo l’opinione dell’opposizione ma emerge anche nel libro di Andrea Nativi di cui l’Esercito italiano ha fatto omaggio ai parlamentari della Commissione difesa e che viene mostrato da Silvana Pisa. Ma queste ammissioni non portano alle valutazioni che ne dovrebbero conseguire e che hanno già indotto molti contingenti a ritirarsi o ad annunciare l’imminente ritiro. L’Italia si limita a vantarsi di partecipare, insieme a Gran Bretagna e Stati uniti, come ha riferito Martino, a una complessiva rivisitazione delle strategie nel teatro iracheno, attualmente in corso. Una verifica sul piano tecnico e militare, e in particolare dello «stato di avanzamento del progetto di rifondazione delle forze di sicurezza irachene». Che si vorrebbero sempre più impegnate nel controllo del territorio, viste le perdite quotidiane, ma non garanti della sovranità del loro paese.
Nota di Nino Sergi
Segretario Generale di INTERSOS
20 gennaio 2005
I tragici eventi del Sudest asiatico hanno fatto diminuire l’attenzione sull’Iraq. Se da un lato è qualcosa di positivo in quanto si riesce a misurare meglio la realtà della complessità irachena senza le enfatizzazioni che "fanno notizia", dall’altro si rischia di far passare sotto tono un momento che, pur nella sua complessità e difficoltà, può rappresentare un’occasione per iniziare a costruire l’articolato e complicato puzzle per l’uscita dal caos iracheno.
Uscire dal baratro di questa realtà e permettere agli Iracheni di decidere e governare il proprio destino garantendo loro stabilità e pace, richiede ora, lo si voglia o no, assunzione condivisa di responsabilità. Non basta più, purtroppo, elencare di chi sono i torti e le scelte sbagliate, denunciarli, chiedere la fine di una presenza militare deleteria, dannosa e odiata dalla popolazione irachena, restituire l’Iraq agli Iracheni. Si tratterebbe, nel momento attuale, di una restituzione velenosa, che avrebbe più il significato di fuga dalle responsabilità che non di aiuto alla soluzione del problema. Per la popolazione irachena, che rimane per noi il primo e principale riferimento nella valutazione delle scelte da compiere, significherebbe ricevere un peso impossibile da gestire, nell’immediato, se non con il sangue. Occorre guardare alla realtà, così com’è. Occorre farlo anche perché essa è stata troppo spesso inquinata da analisi e valutazioni funzionali alla competizione elettorale americana o, nel contesto italiano, da visioni funzionali ai vantaggi di politica interna. La via della pace, se vuole produrre frutti, deve partire dalla realtà e confrontarsi con essa. Realtà che vorremmo rigettare ma da cui dobbiamo invece partire per cercare di trovare, nel modo più indolore possibile per la popolazione irachena, una via d’uscita al caos che rischia di divenire incontenibile.
Essendo stata impegnata in Iraq con propri operatori ed operatrici, INTERSOS ha potuto seguire da vicino gli avvenimenti di questo ultimo biennio. Si è pronunciata nei mesi passati a più riprese; ritiene ora, senza presunzioni risolutive ma come contributo all’analisi, di porre all’attenzione del Governo e degli schieramenti politici italiani e delle Istituzioni europee alcuni punti ritenuti, nel momento attuale, decisioni e passaggi utili per un’evoluzione positiva della complessità irachena. In modo schematico essi possono essere così sintetizzati:
1. Deve essere definita una data per la fine dell’occupazione militare dell’Iraq da parte degli USA e della Coalizione. Si tratta di una data che deve ormai essere annunciata, senza ulteriori ritardi, anche come segnale politico chiaro agli iracheni e ai paesi arabi e musulmani per esprimere che "non si vuole rimanere in Iraq e che il petrolio sarà gestito con le regole della politica e del commercio internazionale piuttosto che con le armi". Al tempo stesso deve essere definita e perseguita la relativa strategia di uscita, coinvolgendo le Nazioni Unite, la Lega Araba e la Conferenza dei paesi islamici.
2. Elezioni del 30 gennaio. Rappresentano un passaggio importante, da non sottovalutare. Saranno certamente parziali, sia a livello territoriale che di rappresentanza politica. Data la situazione, non sarà possibile alcun controllo da parte di osservatori internazionali e non potrà essere garantita la necessaria libertà. Il risultato non sarà quindi pienamente attendibile se valutato unicamente in base ai criteri richiesti da una vera consultazione elettorale libera e democratica. Ma, nel difficilissimo contesto iracheno, caotico e carico di gravi incertezze per il futuro, queste elezioni rimangono comunque un primo passo da valorizzare. I cittadini finalmente possono esprimersi: e non è poco. Sarà il segno evidente che il popolo iracheno (la maggioranza, o una sua parte molto consistente) desidera una soluzione politica, diversa dall’occupazione militare e da decisioni imposte dall’esterno, ma anche diversa dal terrorismo. Occorrerà però riuscire a ricreare un clima di dialogo durante il processo costituente anche con le forze politiche che non hanno partecipato alla consultazione elettorale. In questa linea, altri segnali andrebbero dati, sperando che non sia troppo tardi. Anche se difficili a causa delle scelte errate e cariche di conseguenze negative, i segnali necessari sono, a nostro avviso, soprattutto tre: la libertà di ricostituire il partito Ba’ath, il recupero dell’esercito iracheno esistente prima dell’occupazione, la riassunzione delle decine di migliaia di persone espulse dai loro posti di lavoro per il solo fatto di essere stati iscritti ed avere avuto responsabilità nel Ba’ath di Saddam Husseyn.
3. Ricostituzione del partito Ba’ath. Preso Saddam Husseyn e presi i responsabili dei crimini, il Ba’ath, odiato da molti, non avrebbe potuto rappresentare alcun serio pericolo nel dopo Saddam, nonostante i circa quattro milioni di iscritti "forzati". E’ stato invece bandito, divenendo così un riferimento clandestino importante per la crescente resistenza armata. Poteva essere accompagnato (analogamente ai partiti comunisti dell’Europa orientale) in un processo di transizione al gioco democratico. Non è stato fatto allora: può essere forse fatto ora, al fine di togliere dalla clandestinità e coinvolgere nel processo politico una parte fondamentale (anche se ormai minoritaria) della società, da cui non si può prescindere e, conseguentemente, al fine di attenuare le tensioni.
4. Recupero dell’esercito iracheno. Anche avere sciolto l’esercito è stato un gravissimo errore che pesa e peserà nel futuro. Esso va recuperato per ridare stabilità al paese, integrandovi le nuove leve recentemente formate. Anche questa decisione, se gestita bene, è importante e urgente per recuperare decine di migliaia di persone che si sono sentite escluse e disprezzate, che oggi alimentano la resistenza e possono facilmente optare per il terrorismo, e per poter garantire stabilità, sicurezza e unità al Paese accelerando la fine dell’occupazione.
5. Ridare lavoro e dignità alle tante persone espulse dal loro impiego pubblico (uffici ministeriali e servizi pubblici, sanità, educazione, università...) per il solo fatto di essere stati attivi nel partito Ba’ath. La riassunzione di queste persone, salvo ovviamente quelle compromesse con i crimini, è anch’essa una decisone politica necessaria e urgente. Esse hanno infatti avuto influenza nel passato, anche per propri meriti professionali; se non vengono presto recuperate e se non viene restituita loro la dignità, potranno rafforzare ulteriormente le file della resistenza o, forse, del terrorismo.
6. Le scelte politiche europee.
Il problema iracheno è così grave e di così difficile soluzione che (pur riaffermando tutte le condanne e critiche alle decisioni e alle scelte dell’Amministrazione USA) non può non essere assunto anche dall’Unione Europea. Le conseguenze del caos iracheno e dell’aggravarsi del terrorismo ricadono anche sull’Europa, qualunque sia stata la posizione degli Stai membri rispetto alla guerra all’Iraq. Ora, è quindi necessaria una chiara assunzione di responsabilità europea. Una co-assunzione di responsabilità, non subalterna ma da alleata, anche per aiutare l’Amministrazione americana ad uscire dalla propria visione unilaterale e messianica del mondo e a riaffermare il diritto internazionale e la validità delle Istituzioni internazionali. L’UE non può più restarne fuori. Se continuasse a farlo, rischierebbe di decretare definitivamente il proprio ruolo secondario nei grandi problemi e nei grandi giochi geo-strategici internazionali.
7. Ruolo dell’ONU
L’Onu è troppo debole, viene spesso ripetuto. Lo è, certamente. Ne abbiamo avuto prova anche in tutte le crisi, nel mondo, dove siamo intervenuti. Lo è, però, perché così vogliono i paesi che ne fanno parte. Potrebbe essere forte, anche senza aspettare la necessaria riforma che tutti auspichiamo, se vi fossero la volontà politica, le conseguenti risoluzioni e decisioni, l’impegno diretto della maggioranza dei paesi con la relativa dotazione delle risorse finanziarie, umane e di sicurezza necessarie. In Iraq l’ONU è stata umiliata due volte: dalle Forze occupanti, che l’hanno ignorata calpestando il diritto internazionale, e dal terrorismo che l’ha insanguinata. In questa fase non è purtroppo realistica alcuna ipotesi di presenza istituzionale operativa delle Nazioni Unite in Iraq. L’ONU, con le sue Agenzie specializzate, potrà essere nuovamente preziosa solo dopo la restituzione della piena sovranità agli Iracheni e in un nuovo quadro di sicurezza, per sostenere la fase della ricostruzione fisica, economica, ma anche istituzionale, sociale e civile del Paese.
PS: Lo spazio umanitario da salvaguardare
Dal caso iracheno, ma anche da quello afgano, occorre trarre alcune lezioni per il futuro. Una preoccupazione, in particolare, sta a cuore alle organizzazioni umanitarie: quella della salvaguardia dello spazio umanitario. I principi che guidano le organizzazioni umanitarie si basano sulla totale autonomia e indipendenza nelle scelte e nell’azione, al fine di garantire l’indispensabile neutralità e imparzialità dell’aiuto. Con severità esse sono state fedeli alla scelta di non collaborare con le forze di occupazione in Iraq, cercando così di salvaguardare l’integrità dello spazio umanitario contro ogni possibilità di confusione e di inquinamento. Purtroppo questo spazio è sempre più invaso da altri principi, strumentalizzazioni e modalità di intervento che stanno restringendolo, fino quasi ad annullarlo, ove le missioni militari sono definite umanitarie, dove i soldati portano aiuti nei villaggi su mezzi blindati o comunque dotati di quelle stesse armi che uccidono, dove gli aiuti, le ricostruzioni e le cooperazioni sono decisi sulla base delle convenienze politiche se non dai Servizi segreti. L’abuso del termine umanitario, la strumentalizzazione dell’azione umanitaria, l’abbinamento degli aiuti alle armi stanno producendo un vero e proprio inquinamento dei principi e dell’azione umanitaria, creando grande confusione tra la gente che non riesce più a distinguere gli operatori umanitari dai militari e mettendo quindi a rischio l’azione umanitaria e la presenza di volontari, operatori umanitari e operatori sociali, la cui unica arma è e deve rimanere il rapporto di fiducia e di solidarietà costruito con la gente. Imperativo umanitario, autonomia, indipendenza, neutralità e imparzialità sono principi inconcepibili in una forza armata, per definizione subalterna a decisioni politiche di parte. Chiediamo con forza che sia abolito il termine umanitario da qualsiasi presenza o attività delle forze armate in Iraq come ovunque nel mondo. Chiediamo con forza che ognuno faccia il proprio mestiere ed adempia alla propria missione, senza ambiguità di sorta, senza sconfinamenti in terreni non propri e quindi senza confusioni. Occorre che siano individuate regole di comportamento, da far valere a livello internazionale, ad iniziare dall’UE, a salvaguardia dell’azione umanitaria e dei suoi principi e in applicazione del diritto internazionale umanitario.
Roma, 20 gennaio 2005
La devastazione dell’Iraq? Da dove comincio? Dopo aver lavorato per sette degli ultimi dodici mesi in Iraq, io sono ancora sopraffatto persino al pensiero di dover descrivere questa devastazione. La guerra e l’occupazione illegale dell’Iraq sono state condotte per tre ragioni, stando all’amministrazione Bush. La prima, sono le armi di distruzione di massa, che non sono state ancora trovate. La seconda, perché il regime di Saddam Hussein intratteneva rapporti con Al Qaeda, cosa che non è mai stata provata, come ha ammesso personalmente anche Bush. La terza ragione, contenuta nel nome dato all’invasione "Operation Freedom Iraqi", risiedeva nella volontà di liberazione del popolo iracheno.
Così dunque, oggi, l’Iraq è un paese liberato.
Io ho vissuto a Baghdad liberata e nei suoi dintorni per dodici mesi, periodo durante il quale mi sono anche trovato all’interno di Fallujah durante l’assedio di aprile, e, più di una volta, i militari mi hanno sparato colpi di avvertimento che sono passati sopra la testa. Ho viaggiato nel sud, nel nord, e ovunque nel centro dell’Iraq. Ogni volta, quello che io ho visto nel corso dei primi mesi del 2004, all’epoca in cui era più facile per un giornalista straniero percorrere il paese, offriva una forte sensazione – spesso premonitrice – degli orrori che sarebbe venuti nel corso dell’anno (e, a colpo sicuro, anche nel 2005).
Vale la pena ritornare al primo semestre, ormai dimenticato, dell’anno scorso e di ricordarsi fino a che punto la situazione fosse orribile per gli iracheni, anche durante i primi tempi della nostra occupazione del loro paese. Per gli iracheni, all’epoca e ancora oggi, la nostra occupazione e la nostra invasione erano un affare di liberazione da: dai diritti dell’uomo (pensate: le atrocità commesse ad Abu Ghraib hanno tuttora luogo, lì come altrove), liberazione da una infrastruttura funzionante (pensate: oggi, l’approvvigionamento elettrico funziona molto male, e questo vale anche per gli innumerevoli chilometri di condotte del gas o le fogne a cielo aperto), di liberazione dalla possibilità di vivere interamente una città (pensate: Fallujah, oggi, la cui maggior parte è rasa al suolo dai bombardamenti aerei e da altri metodi di guerra).
All’epoca, gli iracheni erano già amareggiati, disorientati, costretti a vivere in una desolazione causata dalla miriade di promesse non mantenute dell’amministrazione Bush. Ogni iracheno liberato, per così dire, che mi è capitato di incontrare nei primi giorni del mio soggiorno nel paese, aveva un parente o un amico che era stato ucciso dai soldati americani o dagli effetti della guerra e dell’occupazione. Questi ultimi comprendevano delle cose talmente quotidiane della vita, come il fatto di non avere abbastanza soldi per il cibo o il combustibile, a causa della disoccupazione di massa e dei prezzi del combustibile in forte rialzo, o ancora gli altri innumerevoli orrori provocati dai fatti e dalle operazioni esposte prima.
Le promesse mancate, le infrastrutture distrutte e le città irachene distrutte, tutto questo era già nettamente visibile durante i primi mesi del 2004 e , cosa più triste, è che le devastazioni che io ho visto non hanno fatto che aumentare in peggio. L’esistenza che gli iracheni conducevano un anno fa, per quanto orribile, non era che un preludio di quello che sarebbe avvenuto sotto occupazione americana. I segnali di allarme erano chiari, dalle infrastrutture distrutte a tutte le torture, alla nascente resistenza armata.
Le promesse mancate
E’ stato molto presto evidente, anche per un novellino del giornalismo, e anche nel corso dei primi mesi dell’anno scorso, che la natura reale della liberazione che noi portavamo all’Iraq non aveva nulla di nuovo per gli iracheni. Molto prima che i media americani decidessero che era tempo di rendere noto gli orrori che si perpetravano all’interno della prigione di Abu Ghraib, la maggior parte degli iracheni sapeva già che i "liberatori" del loro paese torturavano e umiliavano i loro connazionali.
Nel dicembre del 2003, a Baghdad, per esempio, un uomo mi ha detto, parlando delle atrocità di Abu Ghraib: "Perchè ricorrono a questo genere di azioni? Neanche Saddam faceva questo! Non è un buon comportamento. Non stanno liberando l’Iraq!". E, a quell’epoca, gli amari giochi di parole sulla coalizione cominciavano già a circolare. Con questo humor nero che è diventato così popolare a Baghdad oggi ,un detenuto di Abu Ghraib recentemente liberato mi ha dichiarato, durante l’intervista: "Gli americani mi hanno messo la corrente al culo prima di mettermela a casa!".
Sadiq Zoman è un caso tipico di quello che io ho visto. Prelevato da casa sua a Kirkuk dalle forze americane nel luglio 2003, è stato detenuto in una prigione militare vicino Tikrit prima di essere ricoverato in coma all’ospedale generale Salahadin. Mentre il rapporto medico che lo accompagnava, firmato dal luogotenente colonnello Michael Hodges, dichiarava che Zoman era in stato comatoso dopo una crisi cardiaca causata da un colpo di calore, non menzionava che lo avevano colpito alla testa, né parlava dei segni di bruciature elettriche che coprivano il suo pene e le piante dei piedi, né delle numerose contusioni e segni di frusta che aveva su tutto il corpo.
Ho fatto visita a sua moglie Hashmiya e alle sue otto figlie in una casa quasi vuota. La maggior parte dei loro beni erano stati venduti per sopravvivere. Un ventilatore girava lentamente al di sopra del letto di Zoman che, lo sguardo assente, fissava il soffitto. Un piccolo generatore girava all’esterno, poichè questo quartiere, come quasi ovunque a Baghdad, non aveva che una media di sei ore di corrente al giorno.
Sua figlia Rhee, che andava al college, ha espresso tutti i sentimenti della famiglia quando ha detto: "Io odio gli americani per aver fatto questo. Quando hanno portato via mio padre, hanno portato via la mia vita. Io prego affinché prendiamo la nostra rivincita sugli americani, perché hanno distrutto mio padre, il mio paese e la mia vita".
Nel maggio 2004, quando io sono andato da loro, un processo davanti la corte marziale contro uno dei soldati complici delle torture diffuse praticate sugli iracheni ad Abu Ghraid aveva appena avuto luogo. L’uomo era stato condannato ad una lieve pena, ma questo non aveva fatto nessuna impressione sugli iracheni. Si erano convinti una volta di più – non che ne avessero bisogno – che le promesse dell’amministrazione Bush di rivedere i suoi regolamenti per quello che concerneva il modo di trattare gli iracheni detenuti non erano meno vuote di quelle che erano state fatte a proposito dell’aiuto nella costruzione di un Iraq sicuro e prospero.
L’anno scorso, le vuote promesse di sottomettere alla giustizia il personale implicato in questi atti di odio, come le promesse di rendere la prigione di Abu Ghraib più’ trasparente e accessibile, sono cadute sui parenti angosciati, che attendevano alle porte della prigione nella speranza di vedere i loro cari all’interno. Sotto un cocente sole di maggio, io sono andato nella "zona di attesa", polverosa, lugubre, strettamente guardata e circondata da filo spinato, all’esterno di Abu Ghraib.
Lì ho ascoltato l’orrore di una storia dopo un’altra che raccontavano i parenti tristi, raccolti con ostinazione su questo pezzo di terra battuta, sperando ancora malgrado tutto che gli venisse accordata la visita a uno dei loro cari in questo orribile edificio.
Vestito con il suo dishdasha bianco, accovacciato sul fango indurito, con la sua sciarpa che si agitava mollemente nel vento secco e caldo, Lilu Hammed aveva lo sguardo imperturbabilmente fissato sulle alte muraglie della prigione vicina, come se tentasse di intravedere suo figlio di 32 anni, Abbas, attraverso i muri di cemento. Quando il mio interprete Abou Talat gli chiede se vuole parlare, trascorrono alcuni secondi prima che Lilu giri lentamente la testa e dica molto semplicemente: "Io sono seduto qui sulla terra, e aspetto l’aiuto di Dio". Suo figlio, senza essere mai stato accusato di nulla, era trattenuto ad Abu Ghraib da sei mesi dopo che un raid nella sua casa non aveva permesso di trovare la benché minima arma. Lilu aveva un biglietto di autorizzazione alla visita tutto stropicciato che aveva ottenuto e che gli prometteva di poter visitare suo figlio...tre mesi più tardi, il 18 agosto.
Come tutte le persone che ho interrogato sul posto, Lilu non aveva trovato consolazione né nel recente processo alla corte marziale, né nella liberazione di qualche centinaio di prigionieri. "Questa corte marziale è un’assurdità, Dicevano che gli iracheni avrebbero potuto assistere al processo, ma cosi non è stato. E’ stato un falso processo". In quel momento un Humvee carico di soldati, le armi puntate fuori dalle piccole feritoie, passa rumoreggiando attraverso l’entrata principale del complesso penale, sollevando una spessa nuvola di polvere che avvolge rapidamente tutti. La madre di un altro prigioniero, la signora Samir, allontanando con le mani la nuvola di polvere, dichiara: "Noi speriamo che il mondo intero possa vedere la situazione nella quale ci troviamo attualmente", prima di aggiungere, lamentosamente "perché ci fanno questo?"
L’estate scorsa, avevo intervistato una donna di 55 anni, molto gentile, che lavorava come professoressa di inglese. Era stata imprigionata quattro mesi in tante prigioni….a Samarra, Tikrit, Baghdad, e naturalmente Abu Ghraib. Non le era mai stato permesso di dormire per una intera notte. Era stata interrogata a diverse riprese ogni giorno, le davano poco cibo e acqua, non aveva potuto vedere un avvocato, né la sua famiglia. Avevano abusato di lei verbalmente e psicologicamente . Ma questa , mi aveva assicurato, non era la parte peggiore. Neanche alla lontana. Suo marito, 70 anni, era stato anche lui imprigionato e picchiato.
Dopo sette mesi di botte e di interrogatori, era morto in prigione, sotto custodia militare americana. Piangeva parlando di lui. "Mio marito mi manca", singhiozzava, e si è alzata in piedi parlando non a noi ma alla stanza "Mi manca tanto". Teneva le mani in alto come a raccogliere un getto d’acqua,,, poi si metteva le mani al petto e piangeva ancora più forte. "Perché ci fanno questo?" chiedeva. Semplicemente, non poteva capire che cosa fosse successo perché’ due suoi figli fossero detenuti anch’essi e la sua famiglia fosse stata completamente dispersa. "Noi non abbiamo fatto niente di male", diceva con dolore.
Una volta terminata l’intervista, stavamo camminando verso la nostra macchina per andarcene, quando abbiamo realizzato che erano le dieci di sera, e che era già molto tardi per essere fuori, per le strade di Baghdad, molto pericolose. La donna ci chiedeva con insistenza se volessimo restare a cena, continuando a ringraziarmi per avere ascoltato la sua storia orribile, per averle dedicato del tempo e per scrivere. Io ero rimasto senza parole.. "No grazie, dobbiamo rientrare adesso", ha risposto Abu Talat. In quel momento, eravamo tutti sul punto di piangere. Nella macchina, mentre viaggiavamo veloci lungo un autostrada di Baghdad, andando incontro alla luna piena, Abu e io eravamo in silenzio.
Alla fine, mi ha chiesto: "Hai qualche parola da dirmi? Hai qualche parola?". Non le avevo, neanche una.
(continua)
(segue)
La distruzione delle infrastrutture
In tutto l’Iraq, c’è uno scenario di infrastrutture distrutte e di assenza quasi completa di ricostruzione. Quello che gli americani fanno ancora meglio, una volta di più, sono le promesse – e la loro propaganda. Durante il periodo in cui l’autorità provvisoria della coalizione dirigeva l’Iraq dalla Zona verde di Baghdad, i loro volantini erano redatti come questo, uscito il 21 maggio 2004: "L’autorità provvisoria di colazione ha recentemente distribuito centinaia di palloni da calcio ai bambini iracheni di Ramadi, Kerbala e Hilla. Le donne irachene di Hilla hanno cucito i palloni, ornati dalla frase "Tutti, partecipiamo al Nuovo Iraq".
Tuttavia, quando furono gettate le basi del Nuovo Iraq, la disoccupazione era al 50% e in aumento, i migliori quartieri di Baghdad disponevano di una media di sei ore di elettricità al giorno, e non c’era sicurezza in nessun luogo. Anche tornando fino al lontano gennaio 2004, prima che la situazione di insicurezza incidesse sulla maggior parte dei progetti di ricostruzione fino alla quasi paralisi attuale, e nove mesi dopo la fine ufficiale della guerra in Iraq, la situazione rasentava già la catastrofe. Per esempio, la penuria d’acqua potabile era divenuta normale in quasi tutta la totalità dell’Iraq del centro e del sud.
All’epoca, io lavoravo ad un rapporto che cercava di mostrare esattamente quello che era stato ricostruito nel settore dell’acqua – un settore di cui Bechtel era in gran parte responsabile. Quella multinazionale si era vista accordare un contratto fuori gara, da 680 milioni di dollari il 17 aprile 2003, importo che a settembre fu aumentato a 1,03 miliardi di dollari. In seguito Bechtel otterrà un contratto supplementare di 1,8 miliardi di dollari per estendere il suo programma fino a dicembre 2005.
All’epoca, quando era più facile viaggiare per i giornalisti occidentali, mi sono fermato durante il mio viaggio in molti villaggi a sud di Baghdad, in quello che gli americani chiamano oggi il "triangolo della morte", nella direzione di Hilla, Najaf e Diwaniyah, allo scopo di verificare la situazione dell’acqua potabile di questa gente. Nelle vicinanze di Hilla, un vecchio dal viso segnato dal tempo mi mostra la sua pompa dell’acqua, vicina ad un serbatoio vuoto: non c’era elettricità. L’acqua di cui disponeva il suo villaggio era carica di sale che si riversava nella condotta dell’acqua perché Bechtel non aveva tenuto fede al suo obbligo contrattuale che consisteva nel rimettere a posto un centro di depurazione dell’acqua lì vicino.
Un altro villaggio non aveva il problema del sale, ma i casi di nausea, diarrea, calcoli renali, crampi e persino casi di colera erano sempre più frequenti. Questa sarebbe diventata una costante degli altri villaggi che ho visitato.
Il resto di questo viaggio diventò un giro frenetico dei villaggi. Nessuno aveva acqua potabile, in prossimità o nei limiti urbani di Hilla, Najaf et Diwaniya. Hilla, vicino all’antica Babilonia, dispone di un nuovo sito di trattamento dell’acqua e di un centro di distribuzione diretto dall’ingegnere capo Salmam Hassan Kadel. Kadel mi ha informato che la maggior parte dei villaggi sotto al sua competenza non avevano acqua potabile e che lui non disponeva delle tubature necessarie per riparare il sistema idrico completamente distrutto, e inoltre non aveva contatti con Bechtel o le sue ditte subappaltatrici. Mi parlò di grandi numeri di persone che andavano in giro con la lista abituale delle malattie. "Bechtel", mi disse " spende tutti i suoi soldi senza fare il minimo studio".
"Bechtel ridipinge gli edifici ma questo non dà acqua potabile alle persone che sono morte per aver bevuto acqua contaminata. Al posto di dipingere gli edifici, gli chiediamo di darci una sola pompa ad acqua e noi l’utilizzeremo per portare l’acqua a più persone. Niente è cambiato da quando gli americani sono qui. Noi sappiamo che Bechtel spreca i soldi, ma non possiamo provarlo".
In un altro piccolo villaggio tra Hilla e Najaf, 1500 persone bevevano l’acqua di un ruscello sporco che scorreva lentamente in prossimità delle loro abitazioni. Tutti soffrivano di dissenteria, molti avevano calcoli renali e un numero crescente soffriva di colera. Un contadino, tenendo in braccio un bambino malato, mi ha detto: "Era molto meglio prima dell’invasione. Noi avevamo 24 ore di acqua corrente, all’epoca. Oggi, noi beviamo questa immondizia, perché è tutto quello che abbiamo".
La mattina dopo mi trovavo in un villaggio nei sobborghi di Najaf e che era sotto la responsabilità del centro delle acque di quella stessa città. Una larga buca era stata scavata nel terreno dove gli abitanti raccoglievano l’acqua deviandola dalle tubature esistenti. La buca veniva riempita di notte, quando c’era l’acqua. Quel mattino i bambini gironzolavano intorno alla buca mentre le donne raccoglievano i residui di acqua sporca sul fondo. Tutti sembravano soffrire di qualche malattia provocata dall’acqua e diversi bambini, mi dissero gli abitanti, erano morti tentando di attraversare una grande strada molto trafficata che portava ad una fabbrica dove, in effetti, si poteva trovare acqua potabile.
A giugno, sei mesi più tardi, ho visitato l’Ospedale Chuwader che, all’epoca, trattava 3000 pazienti al giorno a Sadr City, il gigantesco quartiere povero di Baghdad. Il dottor Qasim al-Nuwesri, direttore principale del posto, si mise prontamente a descrivermi le battaglie condotte dal suo ospedale sotto l’occupazione. "Noi manchiamo di qualsiasi medicina", disse, e sottolineò come la cosa fosse molto rara prima dell’invasione. "Sarebbe proibito, ma talvolta noi riutilizziamo le siringhe, anche gli aghi. Non abbiamo scelta".
E poi, naturalmente, come altri medici a cui ho parlato, ha messo sul tappeto il problema enorme dell’acqua, l’indisponibilità di acqua non contaminata in tutta la regione. "Ovviamente, abbiamo tifo, colera, calcoli renali", disse prosaicamente, "ma adesso abbiamo persino l’epatite più rara, quella di tipo E… che è diventata comune nella nostra zona".
Lasciando le strade riempite di acque di scarico e disseminate di immondizia di Sadr City, superammo un muro sul quale era stato scritto con una bomboletta spray " Vietnam Street". Poco sotto, c’era la frase successiva, destinata senza alcun dubbio ai liberatori americani, "Scaveremo le vostre tombe in questo posto".
Oggi, in tema di crollo delle infrastrutture, altre zone di Baghdad cominciano a soffrire allo stesso modo in cui ha sofferto (e soffre ancora oggi) Sadr City all’epoca. Mentre i progetti previsti per la ricostruzione di Sadr City hanno visto l’incremento dei loro fondi, il più delle volte non c’è nessun segno di interventi fatti ed è la regola nella maggior parte di Baghdad. Mentre la persistente crisi del carburante obbliga le persone ad aspettare due giorni per riempire li loro serbatoi alle pompe di benzina, l’insieme della città funziona la maggior parte del tempo per mezzo di generatori e molte zone meno favorite, come Sadr City, non dispongono che di quattro ore di elettricità al giorno.
Le città distrutte La tattica della mano pesante delle forze di occupazione è diventata un fatto abituale nella vita in Iraq. Ho intervistato persone che dormono regolarmente vestite di tutto punto per via del fatto che i raid nelle case sono ormai la norma. Molto spesso, quando delle pattuglie militari sono attaccate dai combattenti della resistenza nelle città irachene, i soldati aprono semplicemente il fuoco in tutte le direzioni e su tutto quello che si muove. Più comunemente, le pesanti perdite civili sono imputabili ai raid aerei della forze di occupazione.
Questa azioni orribili hanno provocato più di centomila perdite di vite umane civili tra gli iracheni in meno di due anni di occupazione. Poi c’è Fallujah, una città i cui tre quarti oggi hanno subito dei bombardamenti o sono in ridotti in rovina, una città tra le cui rovine ancora continuano i combattimenti anche se la maggior parte dei residenti attendono ancora l’autorizzazione per rientrare nelle loro case (di cui molte non esistono più).
Le atrocità commesse in questa città, in questi ultimi tempi, sono in buona parte simili a quelle osservate durante l’assedio fallito della città da parte dei marines americani nello scorso aprile, solo su una scala più grande. Inoltre, questa volta, racconti di famiglie dall’interno della città, così come le prove fotografiche, accusano l’esercito americano di essersi servito di armi chimiche e al fosforo, così come di bombe a frammentazione. I pochi residenti che sono stati autorizzati a rientrare nelle loro case nel corso dell’ultima settimana del 2004 si sono visti rifilare dei volantini redatti dall’esercito che spiegavano loro di non consumare nessun cibo proveniente dalla città e di non bere acqua.
Nel maggio scorso, all’ospedale generale di Fallujah, dei medici mi hanno parlato dei tipi di atrocità che si sono verificate durante il primo assedio di un mese della città. Il dottor Abdul Jabbar, un chirurgo ortopedico, mi ha dichiarato che era difficile ricordarsi del numero delle persone che aveva curato, così come del numero dei morti, vista l’assenza di documentazione.
Tutto questo era stato causato in primo luogo dal fatto che il principale ospedale, situato sulla riva opposta del fiume Eufrate, era stato isolato dai marines per la maggior parte del mese di aprile, come lo sarebbe stato ancora nel mese di novembre 2004. Lui calcolava che almeno 700 persone fossero state uccise a Fallujah nel corso del mese di aprile. "Ho lavorato in cinque centri (cliniche comunitarie di sanità) e se raccogliamo le cifre di questi luoghi, arriviamo a questo numero", dice. " E tenete anche conto che molta gente è stata sepolta prima di raggiungere i nostri centri".
Quando il vento si è messo a soffiare dal vicino quartiere di Julan , l’odore putrido dei corpi in decomposizione (un fetore evidentemente tipico della città, una volta di più) non ha fatto che confermare questa dichiarazione. Anche in questa occasione, il dottor Jabbar insisteva sul fatto che gli aerei americani avevano sganciato bombe a frammentazione sulla città. "Molta gente è stata uccisa o ferita dalle bombe a frammentazione. Ma è sicuro che le abbiano utilizzate. Noi lo abbiamo sentito tanto quanto le persone che curavamo e che erano state colpite da queste!"
Il dottor Rashid, un altro chirurgo ortopedico, ha dichiarato: "Almeno il sessanta per cento dei morti erano donne e bambini. Potete andare voi stessi a vedere le loro tombe". Avevo già visitato il cimitero dei Martiri e avevo in effetti notato le numerose tombe minuscole che, manifestatamene, erano state scavate per dei bambini. Lui era d’accordo con il dottor Jabbar a proposito delle bombe a frammentazione e aggiunse: "Io ho visto queste bombe a frammentazione con i miei occhi. Non abbiamo alcun bisogno di prove. La maggior parte delle bombe sono cadute sulle persone che noi abbiamo curato allora".
Ricordando la crisi sanitaria che il suo ospedale aveva dovuto affrontare, faceva notare che durante i primi dieci giorni dei combattimenti, i militari americani non permettevano assolutamente nessuna evacuazione di Fallujah verso Baghdad. "Anche il trasferimento dei pazienti all’interno della città era impossibile. Potete vedere le nostre ambulanze all’esterno. I loro cecchini hanno sparato anche sul portone principale di uno dei nostri centri". E in effetti diverse ambulanze erano nel parcheggio dell’ospedale, e due di loro avevano dei fori di pallottole nel parabrezza. I due dottori dichiaravano che non erano stati contattati dai militai americani e che l’esercito non aveva fornito loro il minimo aiuto.
Il dottor Rashid riassunse la situazione in questo modo: "Mandavano soltanto le bombe, e non le medicine". Mentre stavo ritornando alla nostra macchina, ad un certo punto in mezzo a quella che era già la desolazione di Fallujah, un uomo mi prese le braccia e mi gridò: "Gli americani sono dei cowboy! Questa è la loro storia! Guardate quello che hanno fatto agli indiani! Il Vietnam! L’Afghanistan! E adesso, l’Iraq! Questo non ci sorprende affatto!".
E questo, naturalmente, succedeva prima dell’assedio totale della città, nel novembre 2004. La campagna di aprile a Fallujah, che ha avuto come risultato una intensificazione della resistenza, si era rivelata – come molte della cose che sono successe nei primi mesi del 2004– non essere altro che un assaggio di avvenimenti che si sarebbero prodotti su ben altra scala. Sebbene lo scopo dell’ultimo assedio fosse stato di schiacciare la resistenza e di offrire una più grande sicurezza alle elezioni previste per il 30 gennaio, il risultato, come in aprile, è stato tutto, tranne la sicurezza.
Sulla scia della distruzione di Fallujah, i combattimenti si sono molto semplicemente estesi e intensificati ovunque. Famiglie fuggono oggi da Mosul, la terza più grande città dell’Iraq, a causa degli avvertimenti su una prossima campagna aerea lanciata contro i combattenti della resistenza. Una autobomba almeno al giorno, è la regola della capitale. Esplosioni si fanno sentire con una regolarità mortale in tutta Baghdad allo stesso modo che nelle città come Ramadi, Samarra, Baquba e Balad. L’intensificazione la si riscontra nei due campi.
Ad ogni rilancio della violenza, la tattica dei militari americani non fa che indurirsi e , quando lo fanno, la resistenza, dal suo canto, si accresce tranquillamente in ampiezza e efficacia. Ogni forma di "assedio" verso Mosul non farà che intensificare questa dinamica.
Malgrado un black-out dei media nel periodo successivo al recente assalto contro Fallujah, le storie dei cani che divoravano i cadaveri nelle strade della città e le storie delle moschee distrutte si sono sparse nell’Iraq come un lampo e i racconti di questo genere non fanno che sottolineare quello che la maggior parte della gente in Iraq crede oggi – che i liberatori sono diventati né più né meno che i brutali occupanti imperialisti del loro paese. E allora, la resistenza cresce e si rafforza . Tuttavia, tra gli iracheni, era da molto che si era predetto questo aumento della resistenza.
Un momento rivelatore per me avvenne il giugno scorso con le quotidiane vetture suicida a Baghdad. Quando le sequenze che mostravano le macchine coi in vetri in frantumi e la carrozzeria bucata da pallottole apparvero sugli schermi televisivi, il mio traduttore, un uomo di una certa età che era già esausto di questa violenza, mi disse lentamente: "E’ cominciato. Non è che l’inizio, non si fermeranno. Neanche il 30 giugno".
Il 30 giugno, ovviamente, era la data del passaggio di "sovranità", promesso da molto, ad un nuovo governo, dopodiché, predicevano con fervore gli alti responsabili americani, la violenza nel paese sarebbe diminuita. Lo stesso esempio di previsioni e realtà discordante lo si può vedere oggi per quello che riguarda le elezioni. Tre settimane fa uno dei miei amici, uno sceicco di Baquba, mi ha fatto visita a Baghdad e noi abbiamo pranzato con Abdullah, un anziano professore che è uno dei suoi amici.
Mentre mangiavamo, Abdullah ha espresso un sentimento che si sente spesso, di questi tempi : "I mujaheddin, combattono per il loro paese contro gli americani. Questa resistenza è accettabile, ai nostri occhi". Recentemente, l’amministrazione Bush ha accresciuto i suoi effettivi in Iraq, portandoli da 138.000 uomini a 150.000 – allo scopo, dicono i funzionari, di assicurare una maggior sicurezza nel corso delle prossime elezioni. Lo stesso aumento di effettivi aveva avuto luogo in Vietnam.
All’epoca, questo si chiamava questo escalation. Quello che io mi chiedo, è : io scriverò un prossimo articolo che chiamerò ancora "Iraq, la devastazione" nel quale questi terribili ultimi mesi del 2004 ( e di cui il primo semestre dell’anno non era che un antipasto) non si riveleranno a loro volta che una previsione dei nuovi orrori a venire?
E che succederà allora nel 2006 o nel 2007?
Dahr jamail
(antiwar.com)
traduzione di Paola Mirenda
redazione@reporterassociati.org
Nota: "Dahr jamail è un giornalista indipendente di Anchirage, in Alaska. Ha passato sette degli ultimi dodici mesi a fare reportage dall’Iraq occupato. I suoi articoli sono stati pubblicati da The Sunday Herald, Inter Press Service, sul web site del Nation Magazine e sul sito di informazioni New standard, per conto del quale è corrispondente dall’Iraq. E’ stato anche l’inviato speciale in Iraq della radio FlashPoint , di Free Speech Radio News e radio South Africa".
Di fronte all’intensificarsi della resistenza, alle richieste dei «moderati» iracheni per un rinvio e ai dubbi dei media, Bush mette le mani avanti: «Le elezioni in Iraq solo una tappa»
Le elezioni del 30 gennaio non sarebbero più la «svolta» della quale l’amministrazione Bush e i governi alleati ci hanno parlato per mesi e mesi - come già era avvenuto per l’altra «svolta», quella del passaggio dei poteri dello scorso giugno. Lo ha sostenuto ieri la Casa bianca dopo che sulla stampa americana, a cominciare dal New York Times, sono usciti autorevoli inviti a rimandare il tutto «frenando il treno prima del baratro», e dopo che noti «moderati» iracheni come l’ex ministro degli esteri, Pachachi, la comunità sunnita e numerosi esponenti sciiti, hanno chiesto un rinvio delle elezioni in modo da potervi arrivare con regole condivise da tutte le comunità e le tendenze politiche del paese. Il contrordine è venuto nel corso di un briefing informale con la stampa nel quale un portavoce dell’Amministrazione ha invitato tutti a «ridurre le aspettative» sia per quanto riguarda la percentuale dei votanti sia per i risultati delle prossime elezioni. Del resto ben più rilevanti delle elezioni di gennaio sarebbero altre scadenze come la stesura della costituzione e le elezioni politiche della fine del 2005. «Non fissatevi sui numeri... in sè non significano molto» - ha detto alla stampa un portavoce di Bush - piuttosto guardate al futuro governo iracheno». In altre parole, elezioni o non elezioni, la lista dei futuri ministri sarebbe in realtà già pronta a Washington. Intervistato dal Washington Post, Henri J. Barkey, ex specialista per l’Iraq al Dipartimento di stato, ha così riassunto la strategia di George Bush, l’Eletto: «Non penso che abbiano alcun piano B. Stanno modificando via via il piano originario: sosteniamo le elezioni, speriamo che vadano bene e se non succederà ci adatteremo a quel che verrà fuori - forse un governo pesantemente sciita. Quindi speriamo che questo sia abbastanza intelligente e illuminato da stendere la mano ai sunniti». Agghiacciante è il pensare che l’Iraq e il mondo siano nelle mani di irresponsabili di tale risma. A meno che il vero obiettivo non sia ancora quello originario dei «neocons» della «distruzione creativa» dell’Iraq, della sua divisione su basi etniche e confessionali e della sua scomparsa come stato arabo nazionalista unitario a tutto vantaggio di Israele, dell’Iran e degli stessi Stati uniti. Non vi sono dubbi che l’intero processo elettorale, per come è stato congegnato dagli occupanti sembra avere come suo obiettivo proprio di sancire il potere dei partiti filo-Usa e filo-Iran arrivati a Baghdad nel 2003 sui carri armati americani. L’area degli ex baathisti riciclati dalla Cia del premier Yiad Allawi, le fedeli milizie curde di Talabani e Barzani, i partiti filo-iraniani sciiti come il Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq (Sciri) e la parte «occidentale» del partito «Al Dawa» che mai hanno fatto mancare il loro sostegno alle forze occupanti. Riscosso questo risultato, con l’apparente investitura popolare dei sostenitori dell’occupazione, questi saranno giocati gli uni contro gli altri e il «pericolo sciita» servirà a far digerire a molti il «laico» Allawi. Ad essi potrà poi essere aggiunto qualche altro rappresentante sunnita disposto ad entrare nel prossimo governo e nel comitato per redigere la nuova costituzione. A questo alludeva ieri il portavoce del Dipartimento di Stato, Richard A. Boucher, quando ha sostenuto «Per la comunità sunnita ci saranno altre opportunità per potersi esprimere, con il voto o con la partecipazione al processo politico». Quindi perché si agitano tanto?
Quel che colpisce è l’interpretazione tutta su basi confessionali e non politiche che emerge da queste dichiarazioni come se in Iraq la contraddizione principale fosse quella tra le varie tendenze dell’Islam e non quella tra occupanti e occupati. Le elezioni però, certamente utili a soffiare sul fuoco dei contrasti etnico-religiosi da sole non basterebbe a minare il paese, occorre anche molto sangue: un’autobomba è così esplosa davanti ad una moschea sciita a nord-est di Baghdad mentre ieri sono stati uccisi due consiglieri della massima autorità religiosa sciita, l’ayatollah al Sistani che tanto si è battuto per la convocazione delle elezioni. Il primo religioso sciita, Mahmoud al Madain, è stato ucciso nella zona di Salman Pak a sud di Baghdad mentre Halim al Mohaqeq è stato trovato morto nella sua casa di Najaf. E’ interessante notare che sia la zona di Khan Beni Saad, dov’è esplosa l’autobomba, sia Salman Pak siano due aree dove sunniti e sciiti hanno sempre vissuto fianco a fianco, spesso frequentando le stesse moschee.
Democracy Now!
3 gennaio 2005
(…)
Amy Goodman: Bene, tu hai fatto alcune riflessioni, dato che stai anche scrivendo un libro. Puoi parlarci delle tue osservazioni su a che punto siamo oggi?
Robert Fisk : Beh, credo che tutto il progetto in Iraq sia finito. Blair, nel mio caso, e Bush nel vostro non ci dicono che le cose stanno così, e forse, nelle loro valutazioni sbagliate o nelle loro fantasie, loro stessi non lo accettano. Ma il progetto americano per la democrazia, o qualunque fossero i suoi veri scopi – per il petrolio, l’espansione economica, un Medio Oriente che vada bene a Israele - qualunque cosa sia stata, quel progetto è finito. E’ senza speranza. Non può riuscire. La rivolta in Iraq adesso è così forte che i soldati americani, per quanto ingente sia la loro tecnologia, non riescono a controllarla. I cosiddetti ministri iracheni, e ci metto anche Iyad Allawi, il cosiddetto Primo Ministro a interim, che naturalmente è stato nominato dagli americani, in quanto ex risorsa della CIA, si comportano come uomini di stato quando girano il mondo o quando arrivano a Washington, ma a Baghdad non sono al sicuro neanche all’interno della loro piccola Green Zone. Non sono nemmeno il sindaco di Baghdad, hanno meno potere dell’impiegato comunale. Quindi, adesso siamo arrivati a un punto in cui i ribelli controllano gran parte del paese. L’unica parte sicura dell’Iraq è il Kurdistan, nel nord, che è in effetti una regione autonoma, comunque al di fuori del controllo del governo iracheno. E le elezioni, che si avvicinano, sembrano condannate, perché già sentiamo dire che se i sunniti non vi parteciperanno, gli americani stanno cercando di convincere il governo non eletto a nominare dei sunniti per compensare gli elettori che non sono andati a votare. Questa non è una elezione, questa è una messa in scena. E quel che è successo è che l’alienazione degli iracheni come popolo nei confronti dell’Occidente è stata determinata dalle politiche folli del Dipartimento di Stato e del Pentagono, dal comportamento – temo – dei soldati americani, e, in misura minore, ma tuttavia colpevole, da quello dei soldati britannici, e dalle fantasie che sono state il motore di questa guerra in primo luogo, l’idea che avremmo improvvisamente creato la democrazia nel Medio Oriente. Una delle cose che ho studiato per il mio nuovo libro sul Medio Oriente, che uscirà quest’anno, è quello che è successo quando c’è stata la prima rivolta contro l’esercito britannico in Iraq, nel 1920, l’epoca di cui parlava Lawrence d’Arabia. E si è verificato esattamente lo stesso modello. I musulmani sunniti furono privati dei diritti civili. Gli inglesi assediarono Falluja, assediarono Najaf. Il Primo Ministro, in questo caso Lloyd George invece che Tony Blair, disse: “Crediamo che ci sarà la guerra civile”, e l’intelligence militare britannica a Baghdad sostenne che i terroristi arrivavano – questo nel 1920 – dalla Siria. La stessa vecchia storia. Quindi temo che, anche se si guarda al modello storico, non c’è speranza. Se si guarda al modello odierno, non c’è speranza. Torniamo all’equazione, che penso di aver esposto nel tuo programma in precedenza, che gli americani devono andarsene, e che gli americani se ne andranno, e che gli americani non possono andarsene.
(…)
Amy Goodman: Stiamo parlando con Robert Fisk, che per molti anni è stato votato migliore corrispondente estero dai direttori dei giornali e dai giornalisti in Gran Bretagna. Da molto tempo è corrispondente per l’Independent, e vive a Beirut da oltre 30 anni. Da dove ci parli adesso?
Robert Fisk : Da Beirut, durante una meravigliosa tempesta invernale, che in effetti assomiglia al Natale. Ma fra una settimana, forse meno, andrò a Baghdad, per godere ovviamente di un clima assai meno pacifico.
Amy Goodman: Cosa pensi che succederà con queste elezioni? Alla televisione Usa sentiamo ripetutamente la storia che gli attentati suicidi aumenteranno, funzionari Usa che dicono questo e che la violenza aumenterà, perché i militanti vogliono fermare la democrazia nelle elezioni.
Robert Fisk : Certo. Voglio dire, bisogna capire che questo adesso è una sorta di marchio costante nel linguaggio dell’informazione americana e britannica in Iraq. Annunciano che sta per accadere qualcosa di meraviglioso: un governo a interim, una nuova costituzione, elezioni. E poi dicono che la violenza aumenterà, che le cose peggioreranno più ci avviciniamo a questo. In altre parole, migliori sono le cose che accadranno, peggiori quelle che sono. Peggiori sono le cose, migliori esse diventeranno. Questo fa parte della politica di auto-inganno con cui abbiamo cercato di nascondere il nostro totale fallimento in Iraq, il nostro totale fallimento perfino nel controllare il paese e consentire ai suoi cittadini di vivere in sicurezza. Non diamo nemmeno le cifre delle vittime. Non le conosciamo, non ce ne importa. Anche se le elezioni ci saranno, cosa di cui dubito, ancora dubito, saranno talmente inficiate, senza speranza, dall’assenza della popolazione sunnita, talmente accompagnate dal terrore da parte dell’amministrazione Usa, che gli sciiti potrebbero travolgere tutto e instaurare una repubblica islamica. Una repubblica islamica in Iraq sarebbe ancora peggio della democrazia. Non credo che [le elezioni] risolveranno nulla. Alla fine, penso che quello che vedremo, come abbiamo visto in tutte le guerre di occupazione in Medio Oriente, è l’apertura di qualche tipo di contatto fra gli americani e i ribelli. E’ quello che hanno fatto i francesi: dopo aver detto per anni che non avrebbero mai parlato con i terroristi, hanno parlato con l’FLN [in Algeria NdT]. Dopo aver detto per anni che non avrebbero mai parlato con i terroristi, gli inglesi hanno parlato con l’IRA. Dopo aver detto per anni che non avrebbero mai parlato con i terroristi, gli inglesi hanno parlato con i militanti che li combattevano ad Aden e all’EOKA a Cipro, e, in effetti, gli inglesi parlarono con entrambe le parti militanti in Palestina, dove cercavano di fuggire da quello che Churchill definì un disastro infernale nel 1948. Presto gli americani, se non lo hanno già fatto, stabiliranno un contatto con i ribelli, e questo significherà l’inizio della fine. Significa che il progetto è finito. Che l’hanno accettato, come penso – lo hanno già fatto per quanto riguarda i soldati sul campo. Se si parla con i colonnelli, i maggiori e i generali in Iraq, loro sanno che il gioco è finito. Ma i generali al Pentagono e al CENTCOM, e giù nella vecchia Florida, e i signori al Dipartimento di Stato e alla Casa Bianca, non lo accettano, perché fra loro e la realtà sul campo c’e uno schermo di autoillusione. Ma in Iraq e’ finita. E’ finita. Quello che vedremo quest’anno è l’inizio della partita finale, che significa come fare uscire gli americani senza perdere la faccia, e alla fine - dovrei dire anche la fede – e alla fine, come iniziare dei negoziati con i ribelli. Voglio dire, questo non significa che qualche colonnello americano si metterà a sedere con Zarqawi, anche se non direi che è qualcosa al di fuori dalla sfera delle possibilità. Significa che in effetti avremo una intesa fra i ribelli e le forze degli Stati Uniti che il progetto è fallito, che a un certo momento le forze che stanno dietro la rivolta, o la resistenza, o i terroristi, o comunque li si voglia chiamare, entreranno in campo per controllare il paese e probabilmente lo faranno. Nel frattempo, temo che le potenze occidentali continueranno a cercare di incitare l’idea di una guerra civile come alternativa alla loro occupazione e oppressione, e spero tanto che questo non funzioni. Come vi ho detto in precedenza, l’Iraq non ha mai avuto una guerra civile. Gli iracheni non vogliono una guerra civile. Quelli che temono o parlano di guerra civile sono solo gli americani e gli inglesi.
(…)
Robert Fisk : (…) non solo i nostri leader soffrono di questa mania di ingannarsi da soli, ma la stampa, con il suo silenzio o con la sua complicità, aiuta in questo processo di auto-inganno. Veramente, si ingannano da soli. In Gran Bretagna, abbiamo alcuni giornali – il mio, l’Independent, il Guardian e sempre più – sospetto – il Daily Telegraph, che non sono più disposti a farlo. Dicono: “Aspetta un momento, dobbiamo stare con i piedi per terra”. Ma quando leggo il New York Times e il Washington Post, francamente mi chiedo chi è con i piedi per terra. Il vero problema e’ (…) che, quando si va – ve l’ho detto in precedenza - quando sono a Baghdad, e leggo la stampa americana o accendo la televisione e guardo la CNN, quello che leggo e quello che vedo non ha assolutamente alcun rapporto fisico, morale, politico o militare con il posto in cui mi trovo. Quando vado via, sono abbastanza sano di mente per capire per un tempo abbastanza lungo che le cose stanno così. Non stiamo – guarda, ti faccio l’esempio più elementare del problema. A Baghdad adesso, ci sono una o due eccezioni - e spero che l’Independent sia una di queste, anche se pure noi siamo molto limitati - i giornalisti non si muovono dalle loro camere di albergo e dai loro alberghi. Stanno in hotel-prigioni. Ora, io non ho obiezioni a che i miei colleghi lo facciano, se vogliono, perché, dopo tutto, tutti ci teniamo a restare vivi. Nessuno vuole finire in un video ed essere visto in giro per il mondo mentre gli tagliano la gola, o aver la gola tagliata senza essere in una videocassetta. Però non dicono ai loro lettori e a chi li guarda che le cose stanno così. Appaiono ancora in televisione come l’inviato di guerra coraggioso nella Baghdad straziata dalla guerra o nell’Iraq straziato dalla guerra, con informazioni, che in effetti provengono solo dalle autorità di occupazione o dal governo, che è stato nominato dalle autorità di occupazione. Tuttavia, non dicendo che essi non possono essere testimoni e vedere che cosa succede davvero, danno l’impressione che questo sia il prodotto di un giornalismo indipendente. Come al solito ci troviamo in questa situazione, noi giornalisti, complici nell’auto-inganno, che consente alla gente del mio paese, i britannici, e agli americani, di credere che le cose vadano molto meglio, che le cose vadano bene, quando in effetti non vanno bene affatto. Sai, è difficile vedere in che modo fare una svolta, e posso capire perché i giornalisti non vogliono ammettere che sono troppo spaventati per viaggiare, anche se dovrebbero farlo. A volte lo dico nel mio articolo: “Non sono andato in questo posto, ho pensato che andarci era troppo pericoloso”. Altre volte riesco a viaggiare – 70, 80 miglia fuori Baghdad. E ogni volta è peggio. Ma almeno diciamo ai nostri lettori e a chi ci guarda che non possiamo muoverci. Ma i giornalisti non lo fanno, e naturalmente non lo fa nemmeno il signor Allawi, che non può neanche muoversi in giro per Baghdad. Non lo fa neanche il signor Rumsfeld, che per un sacco di tempo non si è avventurato in Iraq. Viene quindi creata una illusione di calma e di progresso, e, beh, le cose possono diventare più violente, ma questo è perché stanno migliorando, che la cosa più assurdamente sottosopra che abbia mai sentito. Così, passano le settimane e continuiamo a essere sorpresi delle bombe e delle uccisioni e delle esecuzioni. Adesso ci sono giorni in cui 20 iracheni vengono messi in fila perché sono accusati di collaborazionismo per essere entrati nella polizia o nell’esercito iracheno e vengono uccisi. Incredibile, e noi semplicemente lo accettiamo.
(…)
(Traduzione di Ornella Sangiovanni )
Testo originale: http://www.democracynow.org/article...
Aumentate le spese militari a 2,2 miliardi di dollari, mentre i sabotaggi bloccano la produzione di petrolio
Un’autobomba ha colpito ieri mattina una stazione di polizia a Tikrit, città natale di Saddam, uccidendo sette poliziotti e ferendone altri otto. L’azione contro i «mercenari codardi» è stata rivendicata dal gruppo di al Zarqawi, legato ad al Qaeda, e poi anche da al Ansar al Sunna. Poco dopo l’attentato di Tikrit, a nord, a sud di Baghdad, nel «triangolo della morte» è stato attaccato a colpi di arma da fuoco un minibus, bilancio: otto persone uccise e tre rapite. Cento le vittime irachene di attentati nell’ultima settimana - compresi leader politici e sindacali, 22 i membri del partito di Allawi uccisi - e l’accusa di «collaborazionismo» non può certo essere una giustificazione per tanti assassinii. Il «boicottaggio» delle elezioni a suon di kalashnikov può solo svilire una scelta politica. Non solo il «triangolo sunnita», due autobombe sono esplose a Bassora (sette feriti), una vicino alla sede della commissione elettorale, l’altra a una stazione di polizia. Dopo quella di Mosul, anche la commissione elettorale di Anbar - che comprende Ramadi e Falluja - si è dimessa a causa delle minacce. Che vengono mantenute: 7 membri di commissioni elettorali sono stati uccisi. In questa situazione l’affermazione fatta ieri, per la prima volta dall’inizio della campagna elettorale, dal premier ad interim Iyad Allawi che probabilmente in alcune zone del paese lo svolgimento delle elezioni è troppo pericoloso appare una tardiva presa d’atto. Che tuttavia non porta a una logica conseguenza: numerose forze politiche, sunnite ma non solo, hanno chiesto il rinvio del voto. Con motivazioni diverse: alcune per ragioni di sicurezza, altre più di fondo: l’impossibilità di fare elezioni sotto occupazione. Il fallimento dell’incontro tra l’Associazione degli ulema - che per partecipare al voto chiedevano di fissare la data del ritiro delle truppe - e rappresentanti americani, che hanno risposto picche, inasprirà ulteriormente lo scontro.
Ma ancora una volta l’unica soluzione proposta da Allawi - dopo una nuova telefonata, di dieci minuti, al presidente Bush per ribadire la propria convinzione a mantenere la scadenza elettorale il 30 gennaio - è quella militare. Come? Le truppe americane con 160.000 uomini hanno raggiunto il massimo della presenza, i britannici invieranno altri 400 uomini «a tempo determinato», mentre l’Ucraina dopo il voto parlamentare di ieri (308 voti a favore su 416 votanti) dovrà accelerare il ritiro dei 1.600 soldati. Il premier ad interim pensa di contare sugli iracheni, rafforzando l’esercito che dovrebbe passare dagli attuali 66.000 a 150.000 uomini, eguagliando le truppe americane, almeno in numero, se gli auspici si realizzeranno. «Dobbiamo dotare polizia ed esercito iracheni di nuovi moderni armamenti che permetteranno loro di proteggere il paese», ha detto Allawi annunciando di aver stanziato 2,2 miliardi di dollari a questo proposito». Senza contare che finora gli Usa non fidandosi troppo degli iracheni non li hanno dotati di armi sofisticate. 2,2 miliardi equivalgono all’11% del bilancio del 2005 che ammonta a 19,2 miliardi di dollari. Se si pensa che, secondo le previsioni della Banca mondiale, con 1,8 miliardi di dollari si potrebbero ripristinare il servizio sanitario e la distribuzione idrica ai livelli minimi necessari e con 2,3 miliardi ristabilire la rete elettrica, Allawi dovrebbe fare due conti: migliorare le condizioni di vita contribuirebbe molto più dell’esercito (iracheno e Usa) a disinnescare la violenza e a togliere terreno di coltura al terrorismo. E invece privilegiando il militare le altre spese verranno ridotte visto che l’unica fonte di entrata è l’esportazione del petrolio che continua a subire contraccolpi. Le perdite subite dai sabotaggi agli oleodotti ammontano a 10 miliardi di dollari, ha ammeso Allawi. Ieri due nuovi sabotaggi a Kirkuk hanno bloccato la produzione nel nord, mentre è stata annunciata la riduzione del 10 per cento delle forniture del crudo di Bassora, dal 1 febbraio, per problemi tecnici.
Allawi non deve avere problemi di soldi se regala 100 dollari ai giornalisti che seguono le sue conferenze stampa, come riferito dal Financial times.