a partire dalla ricostruzione che Laura Fantozzi fa dei preparativi all’imminente Forum Sociale Mondiale la redazione di fdt.org apre un forum dedicato all’evento che si svolgerà dal 26 al 31 di gennaio nella capitale del Rio Grande do Sul

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Ci siamo quasi. Ancora pochi giorni e poi il 26 gennaio 2005 il World Social Forum tornera’ a riunire aspettative e speranze di tutto il mondo. Occhi e cuori concentrati su una Porto Alegre che é quasi pronta a ricevere oltre 120 000 persone e piu di 4000 associazioni di tutto il mondo. .Ci ritroveremo tutti nel Territorio sociale mondiale, un ampio spazio che fiancheggia il lago Guaiba, acque poco invitanti ma tramonti davvero suggestivi. In un mese e mezzo la riva del lago e stata rivoluzionata. Adesso moltissimi tendoni bianchi, pronti ad accogliere conferenze e lavori di gruppo, disegnano lo sky line del lago, assieme a centri di riunione biocostruiti, spazi per mangiare, intenet cafe, centri sanitari, posti di polizia, centri di informazione e smistamento.
La programmazione definitiva del Forum e’ terminata questa settimana e da 3 giorni è disponibile sul sito. www.forumsocialmundial.org, pronta per un download in pdf o in softwarelivre. Inoltre 80 mila esemplari del quaderno di programmazione verranno distribuiti ai partecipanti nei 5 giorni del Forum. Duemilacinquecento attivita’, proposte da quattromila e settantun organizzazioni di 111 paesi si svolgeranno nei 5 giorni del WSF, suddivise in 11 aree tematiche e in 4 fasce di orari, due in mattinata, 2 nel pomeriggio. Poi, dopo le 21, feste, spettacoli, cene internazionali saranno il modo piu semplice e diretto per conoscere e condividere, per sperimentare sulla propria pelle che la multiculturalita’ parte anche e soprattutto dal nostro modo di vivere i rapporti interpersonali e quotidiani.Rampe speciali consentiranno a tutti, anche ai portatori di handicap, di vivere da ’dentro’ , da vicino i momenti di lavoro e quelli di festa
L’ apertura del Forum, ore 18 del 26 gennaio, sara’ segnata da una lunga marcia per la pace che si snodera’ da Largo Glenio Peres sino all’Anfiteatro Por do sol, dove si svolgera’ lo show che dara’ inizio all’ edizione 2005. Rappresentanti di tutti e 5 i continenti prenderanno parte alla marcia, che sara’ scandita dal ritmo coinvolgente dei Tambores pela paz. Poi, sul palco, si alterneranno gli italianissimi Qbeta, Luck Mervil, Snuff Puppets, il pop andino di La Sarita, uno show di La Phasee Manu chao Sombrero Luminoso e Bersuit Vergarabat. Molte le attivitá culturali in programma nei 5 giorni del WSF; oltre 300 le mostre e le rappresentazioni dislocate nei 14 palchi del Territorio sociale mondiale e in alcuni spazi culturali della cittá, musica, cinema, arti plastiche e audiovisuali, spettacoli tradizionali, rappresentazioni di teatrali e di poesia. , La traduzione della maggior parte degli eventi sara’ garantita dalla rete internazionale di volontari, Babel, mentre i ragazzi di Nomad si occuperanno di disponibilizzare in internet (link nel web site del Forum) audio e foto della attivitá (ogni giorni 33 conferenze in audio e 6 in video). L’ Usina do gasometro, cuore operativo del Forum, ospiterá la sala stampa, offrendo120 computer, attacchi per laptop, cabine radio e tv a tutti i giornalisti accreditati.
Il Forum 2005 cerchera’ soprattutto di essere un incontro poco teorico e molto pratico, occasione di confronto e centro di elaborazione di proposte alternative. Per questo motivo tutte le attivita’ commerciali saranno gestite attraverso da gruppi di economia solidale, compreso il riciclaggio dei rifiuti, la sorveglianza, gli spazi per l alimentazione.
IL WSF sara preceduto da numerosi altri Forum, come il Forum mondiale della salute (23 e 24 gennaio), il Forum sindacale mondiale (25 e 26 gennaio) il forum delle migrazioni (23 e 24 gennaio) e quello dei parlamentari. Vi aspettiamo.
DALL’UFFICIO STAMPA DEL FORUM
Ormai siamo tutti fritti. Lavoriamo 12 ore al giorno
parlando almeno 2 o 3 lingue. I telefoni suonano e le
linee sovraccariche si bloccano. A volte ci fermiamo a
scherzare, altre non guardiamo in faccia nessuno,
fagocitati dallo schermo del computer o dal cellulare.
Chi entra nel’l Usina do gasometro oggi, 20 gennaio
2005, rimane sbalordito e un po spiazzato. Nulla e
fermo, bambini salgono e scendono 6 piani di scale,
(oggi stiamo reclutando nuovi volontari), tecnici
montano altri computer e collegano fili, donne delle
pulizie sempre piu disperate raccolgono sigarette e
carte di caramelle. Pare mancare una logica, ma in
tutto questo movimento, una logica c’e.
L Usina do Gasometro, centro culturale di Porto
Alegre, 6 piani di palazzo, vicino ai magazzini del
porto, e il centro operativo del Forum. Fino all’
inzio di gennaio ospitava solo la coordinazione locale
del Forum, diretta da Jefferson Miola. Da una
settimana anche tutto il team giornalistico ed
organizzativo di S Paolo e arrivato, adesso siamo in
moltissimi! Prima lavoravamo solo nelle sale in
muratura dell Usina, adesso occupiamo anche aule
virtuali, bianche, totalmente in plastica. Divisi in
gruppi operativi, team web site 1 e 2, team
giornalistico radio, team giornalistico organizzativo,
pubbliche relazioni, cultura, centro finanziario,
gestione volontari, economia solidaria eccetera
eccetera, ci identifichiamo con un nuovo pass che ci
accompagna sempre, anche in bagno!
Tra pochi giorni anche il comitato internazionale si
riunira’ in quest edificio gigante, per gestire il
Forum e per deciderne il Futuro, ovvero dove il
carrozzone approdera’nel 2006. Quel che e certo, al
momento, e solo il continente del 2007, ovvero
l’Africa. Per il prossimo anno, tutto da decidere, c e
anche chi suppone che sarebbe intelligente trasformare
il WSF in un incontro biennale.
L accredito stampa oggi apre i battenti, pronto ad accogliere oltre 8000 iscritti. Siamo di fronte all’ entrata principale dell’ Usina, tre coordinatori e alcuni volontari che ci aiuteranno a smaltire la folla di reporter che da sabato inizierá ad arrivare. Tutto il resto dell’ equipe giornalistica si ferma ai piani alti, mentre il 2 livello dell’Usina e quasi pronto per tutti i giornalisti accreditati, moltissimi computer a attacchi per laptop, sale di registrazione radio e tv, spazi per le agenzie internazionali, tutto si sta montando in questi ultimi giorni in cui anche il materiale informatico inizia finalmente ad arrivare.
Saliamo le scale verdi, in ferro, 5 piani tutti di un fiato, (ma tant’’e , l’attesa per l’ ascensore e sempre piu lunga) per incontrare i traduttori di Babel, una rete internazionale che gestira’ 38 sale di traduzione, in tutto 15 lingue. Alcuni sono arrivati a dicembre, gli altri appaiono a scaglioni, giorni dopo giorno. Oggi e stato il turno di Rula, greca, qui anche per capire il funzionamento della rete Babel in vista del Forum Europeo che si terra ad Atene. Bettina, e la coordinatrice generale. Capello corto e occhiali intellettuali, salta dal 3 al 5 piano, segue le prove nelle cabine audio, aiuta nelle traduzioni dei documenti ufficiali, il tutto con una tranquillità che lascia senza parole. Da sempre lotta per la multiculturalita’ e l integrazione, sin dal primo forum sottolinea l importanza della traduzione e finalmente, al 5 forum, iniziano ad arrivare i riconoscimenti. Babel, come la rete di informatici Nomad, che renderá disponibile la diffusione via web di programmi radio comunitari e parte delle news messe gratuitamente a disposizione per il download, lavora nell’ottica della condivisioni dei saperi, o, come dicono qui, del conoscimento compartido. Anche il nostro software, software livre, linux, e cosi’, ci abbiamo un po litigato i primi giorni, ma poi abbiamo iniziato a conoscerle e una certa diffidenza iniziale si e trasformata in nuovo conoscimento informatico. Il nostro server, i computer che gestiscono intranet ed internet, sono tenuti ben sottochiave, ogni giorno la loro importanza cresce e xxxxx, responsabile della loro gestione, e sempre piu immerso e sommerso nei chip. Impressionante la sua cultura informatica e la sua capacita’di condividerla, spiega e risponde a tutti, davvero, per i suoi 23 anni, un genio e al contempo un uomo che conosce davvero cio che e importante nella vita. Sta per partire, cercando lavoro in europa, credo che con tutto quello che sta facendo qui, lo trovera in 2 minuti.
Siamo ai conti finali. In questi 2 mesi il Forum ha preso forma, e noi siamo cambiati con lui. Ci sono stati momenti di tensione politica, accuse dirette al comitato organizzativo per un appalto elettrico, un piccolo grande caso di diffamazione diretta piu contro la gestione petista del WSF che contro il Forum stesso. Un attacco ridicolo, forse un po sottovalutato da alcuni, che e stato gestito con calma e competenza da Jefferson. Piu di una riunione, al 5 piano, senza aria condizionata, per raccontarci tutto, tenerci informati sugli sviluppi legali della vicenda, condividere le tensioni, le preoccupazioni, le speranze. Certo, siamo ben lontani da una gestione orizzontale del Forum, stile quella che stanno mettendo in pratica i ragazzi dell’accampamento della gioventù, ma e anche questo e’ un segno di come le decisioni si possono condividere e spiegare..
Intanto il volto della citta’ continua a cambiare. Esco dall’ Usina, sono le 21 e inizia a far scuro. Alla fermata dell’ autobus incontro Fernanda e due dei suoi figli, ha appena terminato di partecipare ad una riunione dell’économia solidaria. Nei 10 minuti di tragitto comune mi racconta della disoccupazione sua e del marito, deli figli senza libri e della possibilita’ di lavorare al Forum, vendendo panini e frutta. Ha gli occhi raggianti, una luce che illumina un volto giovane e stanchissimo. Ho appena chiuso il computer, staccato la memoria USB, scaricato le foto. La guardo, prendo per mano i suoi bimbi. Alla fine con lei, pensando a lei, mi sento tranquilla. Qualche cosa, qualche piccola cosa puo cambiare. E questo alla fine che riempie il cuore, il contatto umano, la solidarieta’ reciproca, semplice, quotidiana. Forse tutti dovremmo imparare a lavorare per cambiare un pezzo di domani, non utopie irrealizzabili ma speranze concrete, non sfoggio ma umiltà e azione. Mi auguro che questo porti il WSF 2005.
NOTE FINALI
Avrei voluto raccontare tutto questo prima. E meglio.
Alla fine ha prevalso lo sconforto, troppi i rifiuti,
troppe le porte chiuse in faccia. Non sono capace di
vendere bene il mio lavoro. A che serve dire che sono
venuti ad intervistarmi due giornali, Zero hora, di
Rio Grande do Sur e la Folha di San Paolo, che si
vende in tutto il Brasile? E che poi e arrivata la TV
RBS, che ha messo in onda un programma sui volontari
nell’ ora di punta, con la mia vita snocciolata di
fronte a moltissimi telespettatori? O raccontare come
si organizza un’ intervista con un premio nobel come
Esquivel o Saramago, cosa si prova a parlar cono loro?
Cosa serve raccontare tutto questo in Italia? Nessuno,
dal mio Paese, ha chiesto perche, perche si parte,
cosa si impara, cosa significa vivere senza sicurezze
per molti mesi, imparare giorno per giorno da culture
diverse, saltando dal Messico a Guatemala, dal
Salvador all hoduras, al Brasile. Niente. Una storia
di vita, potrebbe essere un’altra persona, non io,
solo un modo per dire che un altro mondo e possibile
partendo anche dalle esistenze individuali. Tutto
questo me lo stanno chiedendo qui, mentre dalla mia
patria ancora una volta ricevo dei no, o , il che e
peggio, non ricevo risposte. Il problema piu grande
sta nel valore dato alla notizia. Ovvero, tutto e
relativo. Leggere il WSF da dentro e non da fuori,
penso sia importante. Vedo e vivo cose che da lettrice
e spettatrice sempre avrei voluto sapere, e nessuno mi
ha mai raccontato. MI scrivono amici e conoscenti
chiedendo il perche, perche tutto quello che vivo non
passa sulle pagine di qualche rivista. Tutto e un
problema di priorità, e la priorità non sempre e il
tipo di news che puoi fornire; chi sei? Chi non sei?
Mah. Finche il mio corpo e la mia testa resistono,
continuero’ a credere nelle storie e non nelle firme,
nei fatti e non nei nomi, nella comunicazione e non
nella semplice e parziale informazione.
Abbraccio di pace,
lau
PER INFORMAZIONI
imprensa@fsm2005.softwarelivre.org
laura@fsm2005.softwarelivre.org
55 51 91 47 33 68
55 51 3227 8622
Documenti allegati
presentazione del FSM
(36 Kb - Formato RTF)
a cura di Laura Fantozzi
* * *
volontari al Forum
(15 Kb - Formato RTF)
* * *
informazioni pratiche per il FSM
(11 Kb - Formato RTF)
da Peacelink
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foto WSF2005 da speciale Rainews24

Attese 60 mila persone a Bruxelles per il corteo di sabato
«Sfiliamo per Falluja» I movimenti in corteo anche contro l’occupazione dell’Iraq, i sindacati della Ces invece no. Chi ci sarà e chi no
ALBERTO D’ARGENZIO
BRUXELLES
L’euromanifestazione di sabato scalda i motori. Ieri i movimenti hanno presentato il proprio programma e le proprie rivendicazioni, oggi è il turno della Confederazione dei sindacati europei, la Ces, mentre per venerdì il gruppo comunista all’Eurocamera ha organizzato assieme ad Attac Europa e la Federazione internazionale delle donne una giornata di riflessione nel Parlamento europeo sulla direttiva Bolkenstein per la liberalizzazione dei servizi. Domani al teatro della borsa, in pieno centro città, ci sarà il lancio della piattaforma belga di Stop precarietà, quella nata in Francia sulla scia dello sciopero del personale di un Mc Donald’s parigino. E avvicinandosi all’evento lievita la partecipazione prevista: da 50.000 a 60.000 persone, che non saranno cifre da record continentale ma rappresentano un ottimo risultato per Bruxelles. Intanto è chiara la parola d’ordine per sabato: unità. Un concetto da declinare senza peraltro (sarebbe impossibile) annacquare le diversità o le sfumature che esistono tra le tre anime del corteo: i giovani, i sindacati e i movimenti. «La manifestazione sia sulle cose che ci riuniscono - dice Paul Blanjean dei sindacati belgi - dobbiamo lavorare sulle cose che ci avvicinano: vogliamo un’Europa sociale diversa da quella che stanno costruendo i 25». E quindi tutti d’accordo per una lotta contro la riforma della strategia di Lisbona che dimentica il lavoro, contro la direttiva Bolkenstein e a favore di uno sviluppo sociale del modello europeo.
Una convergenza di vedute che ha il pregio di battezzare l’inizio di un cammino in comune. «E’ la prima volta che abbiamo una relazione diretta con la Ces - sottolinea Frank Slegers del movimento anti-guerra - alcuni sindacati in Belgio, Germania, Francia e Italia (la Cgil, ndr) lavorano nei forum sociali, ma quando si arriva a livello europeo si deve passare per la Ces e il discorso si complica. Per questa manifestazione c’è stato un lavoro importante di scambio di contatti e di proposte. Abbiamo gettato le basi per un vero rapporto».
La comunione d’intenti con la Ces si ferma all’economia, il movimento fa poi un passo in avanti sbandierando il no alla guerra come piatto forte della sua marcia. «Vogliamo mettere l’accento su Falluja - dice Ludd de Brabander del Forum sociale belga - lì si parla di distruzione di ospedali, di diverse di centinaia di bambini ammazzati. Per noi è molto importante perché queste cose spiegano il carattere dell’occupazione: la repressione. Poi viene la razzia della ricchezza del paese, la privatizzazione che è già iniziata e la repressione sui sindacalisti». Il movimento antiguerra sarà meno forte del previsto a Bruxelles «perché c’è stata la scelta di manifestare in quei paesi che hanno ancora truppe in Iraq - spiega de Brabander - per fare pressione sui governi a Londra e Roma».
Anche il no alla Costituzione europea apparirà a intervalli nella manifestazione di Bruxelles. Alcuni sindacati sono contro, come la poderosa Cgt francese, altri invece a favore; gran parte del movimento è contro, ma non tutto. «Alcuni dicono che c’è convergenza tra il no alla Bolkenstein e il no alla Costituzione -riassume Blanjean - che sono due facce della stessa medaglia, ma non tutti la pensano così».
Aumentano le adesioni. 25.000 dalla Ces, con oltre 5.000 membri della Cgt francese, 20.000 dai sindacati belgi, 10.000 dai movimenti e circa 5.000 dai giovani. Molti saranno anche i tedeschi e gli olandesi, numerosi gli italiani e i greci, pochi gli spagnoli («cacciato Aznar, è tempo di risacca per i movimenti iberici»), e molto importante la presenza dei disoccupati polacchi e dei sindacati di Ungheria e Romania. Si parte sabato alle 15 dalla Gare du Sud, musica e spettacoli andranno serviti all’ora di pranzo.
12 febbraio 2005
FSM DI PORTO ALEGRE 2005
Sarà forse per il quasi totale oscuramento dei media, tornati a decantare il WEF di Davos come il "luogo" per eccellenza della discussione dei problemi mondiali; o forse per l’atavico provincialismo della politica italiana, incapace di guardare oltre la prossima scadenza elettorale; o, ancora, perché in troppi hanno interiorizzato l’idea che i movimenti, in quanto ciclici, sono destinati "per natura" ad affievolirsi. Resta il fatto che la percezione che si ha, una volta tornati in Italia, di quello che sia stato il V Forum Sociale Mondiale a Porto Alegre sembra estremamente riduttiva. Senza nessuna pretesa di esaustività - il Forum si attraversa con un’immersione, non lo si può capire da distanza - proverò quindi a proporre alcune riflessioni. Sperando ovviamente di suscitarne altre.
DIAMO I NUMERI, TANTO PER COMINCIARE
Con una manifestazione d’apertura il 26 gennaio alla quale hanno partecipato 200.000 persone, il FSM ha visto la presenza di 155.000 partecipanti provenienti da 135 Paesi, che hanno dato vita, grazie anche al lavoro di 2.800 volontari, a 2.500 attività seminariali in quattro giorni, da cui sono scaturite 352 proposte conclusive di iniziativa e mobilitazione. Già questi numeri, superiori a quelli di qualsiasi edizione precedente, segnalano come la capacità di allargamento e di estensione della partecipazione del FSM non ha esaurito la sua spinta propulsiva: il FSM continua ad essere un polo di attrazione, di confronto e di costruzione di percorsi di lotta. Meno numerosa delle altre volte era invece la delegazione italiana, composta da circa 400 persone; per la prima volta non era più la seconda delegazione per numero di presenze, felicemente superata da altre delegazioni che, al contrario, hanno moltiplicato la propria partecipazione. E, finalmente, con numeri importanti tanto dal continente asiatico che da quello africano.
DOPO MUMBAY, CON LO SPIRITO DI MUMBAY
Non era certo facile immaginarsi il Forum di Porto Alegre 2005, dopo la salutare e per certi versi sorprendente esperienza del FSM 2004 in India. Si è preso contatto, a Mumbay, con l’enorme forza di popolo dei movimenti asiatici, rispetto ai quali gli appuntamenti precedenti di Porto Alegre erano apparsi come il luogo di incontro della cosiddetta "classe media" del movimento : forte presenza europea e latinoamericana, elevatissima percentuale di laureati, grande spazio alle "sfilate" degli intellettuali di movimento, forte presenza di movimenti giovanili (in Asia i "giovani" in quanto tali non esistono, sono sin da bambini dei piccoli adulti costretti).. Avrebbe saputo il quinto FSM tornare a Porto Alegre, ma non tornare indietro? Questa era la domanda principe, alla quale se ne collegavano altre legate all’esperienza dei movimenti di questi anni: come riuscire a coniugare la grande esperienza di "università popolare di massa", ovvero di luogo di incontro e confronto, con la netta esigenza di approfondire le lotte e le mobilitazioni di massa? L’altro mondo può solo essere possibile e necessario o DEVE essere finalmente costruito, confrontandosi con il problema dell’efficacia non solo culturale dei movimenti? Queste erano le domande alla partenza del quinto FSM e, ai blocchi di partenza, con un’unica certezza : comunque avremmo incontrato la parte migliore del mondo, i suoi colori, le sue speranze. Non è poco, abituati a dover considerare importanti le dichiarazioni di un rutelli qualsiasi.
UNA SCOMMESSA RIUSCITA
Proprio per rispondere alle domande di cui sopra, il FSM di quest’anno ha mutato volto. A cominciare dall’aspetto logistico: fuori dall’accoglientissima Università Cattolica e dentro un gigantesco accampamento di tendoni immersi nella città, con il campeggio dei giovani -tanti, tantissimi- finalmente nel cuore del FSM invece che ai margini, e con anche, per la prima volta, la presenza dell’accampamento indigeno. Certo, tutto questo ha voluto dire maratone di resistenza sotto tendoni dal caldo soffocante, disperate ricerche di traduttori e distribuzione delle sale inversamente proporzionali alla capienza riscontrata. Ma ha anche voluto dire una moltiplicazione di incontri fra persone, comunità e culture. Ma il volto diverso del FSM è stato soprattutto nella organizzazione dei suoi lavori : fine delle plenarie, divisione dei temi in undici differenti spazi tematici, attività solo seminariali e di incontro tra le reti e le esperienze, e richiesta ad ogni rete seminariale di produrre proposte di iniziativa e campagne di mobilitazione.
MUTA IL RUOLO DELL’ASSEMBLEA DEI MOVIMENTI SOCIALI
Anche l’assemblea dei movimenti sociali ha dovuto salutarmente confrontarsi con il mutato volto del Forum. Fino all’anno scorso, la divisione dei ruoli era netta e, sotto certi aspetti, artificiale : da un lato il Forum delle plenarie, dei seminari e dei workshop dove si discuteva; dall’altro lo spazio dei movimenti sociali dove si costruiva l’agenda delle azioni. Spesso con nessuna comunicazione tra i due ambiti e con una certa "specializzazione" da parte dei leader di movimento, portati inevitabilmente a pensarsi come una sorta di -illusorio- "comitato centrale". Ma se un Forum si organizza per temi su cui le reti si incontrano tra loro e costruiscono le campagne d’azione, quale diventa il ruolo dell’assemblea dei movimenti sociali? E’ stata questa la domanda che ha attraversato le riunioni -spesso accese- dentro i movimenti sociali. Alla fine -permettiamoci, quando meritati, qualche complimento alla delegazione italiana- ha prevalso la giusta idea che l’assemblea dei movimenti sociali avrebbe dovuto raccogliere, in maniera partecipata, quanto le diverse reti stavano producendo nei seminari tematici e costruire l’appello finale attraverso una consapevole e collettiva discussione sulla scala di priorità da assegnare a ciascuna proposta di mobilitazione.
LIMITI DELLA SPERIMENTAZIONE
Il cambiamento del Forum, frutto di un’importante intuizione del Consiglio Internazionale del FSM, si è ovviamente dovuto confrontare con i limiti della sperimentazione. E così, la cosiddetta "agglutinazione" fra seminari sullo stesso tema è stata lasciata quasi solo nelle mani delle singole reti, registrando ancora una sovrapposizione di temi che invece avrebbero potuto utilmente incrociarsi fra loro. E così, anche la gigantesca produzione di proposte è stata elencata e giustapposta in un sito, senza tutta via produrre sintesi più avanzate. Ma molti passi indicano che la direzione del percorso è quella giusta. Un esempio per tutti : più di settanta reti internazionali che si battono sull’annullamento del debito hanno prodotto, per la prima volta, un lavoro comune; e non a caso, la questione del debito è divenuta la prima campagna anche dell’appello finale dei movimenti sociali.
IL FUTURO DEL FORUM
Il Forum Sociale Mondiale da ora in avanti avrà cadenza biennale e, fatto importantissimo, nel 2007 approderà nel continente africano, quasi sicuramente in Kenia. Una scelta importante, sia in ordine all’allargamento dell’azione dei movimenti, sia per le potenziali novità che il continente africano può portare all’azione planetaria dei movimenti. Che ci fosse l’esigenza di ridurre quantitativamente i Forum, arrivando a scadenze biennali sia per il forum mondiale sia per quelli continentali, era chiaro da tempo. Come spesso ripete Joao Pedro Stedile dei Sem Terra : "Ogni sei mesi ci troviamo in qualche forum a discutere delle lotte. Ma se continuiamo a fare i forum, quando facciamo le lotte?". Proprio per questo risulta totalmente incomprensibile la scelta del Consiglio Internazionale del FSM di convocare per il 2006 diversi appuntamenti (Venezuela, Marocco, India, Canada) denominandoli Forum Sociali Mondiali decentralizzati (!?). Una contraddizione di termini che denuncia l’assurdità della proposta : il forum sociale mondiale o è mondiale o non è; una cosa è convocare forum regionali o continentali, o ancora forum mondiali tematici; altra è moltiplicare gli appuntamenti senza un percorso che li renda collegati.
E C’E’ CHI E’ RIMASTO AL PASSATO
Qualcosa infine tocca dire -se non altro per la copertura di stampa che ha avuto- sulla "strana" conferenza stampa, improvvisamente convocata per lanciare da parte di 19 "guru" del movimento (in prima fila Bernard Cassen e Ignacio Ramonet, ben piazzati Riccardo Petrella, Adolfo Perez De Esquivel, Amanita Traorè e François Houtart) il cosiddetto "Manifesto di Porto Alegre". Un’operazione penosissima, la cui unica spiegazione rimanda ad una auto- riaffermazione di ruolo da parte di importantissimi intellettuali, forse poco consapevoli di quanti passi in avanti abbia fatto il movimento. Sembrava un triste "deja vù", con dodici proposte, molto arretrate dal punto di vista politico (una tassa sul commercio di armi ?!?), lanciate come se dovessero divenire la nuova "bibbia" dei movimenti. Sarebbe stato, per loro e per tutti noi, molto meglio se avessero attraversato il Forum e i suoi seminari e se alla fine avessero convocato i giornalisti semplicemente per dire :"Questo è il movimento. Noi siamo con loro".
E POI..
Le canzoni dei piqueteros, le feste permanenti alla tenda cubano-venezuelana, quattrocento persone di paesi differenti che piantano altrettante piante nel Bosco della Solidarietà dei Sem Terra, il menino de rua Joao che, ricevuto un real, fa il giro dell’isolato per rincontrarti e solo salutarti, i dalit indiani che hanno attraversato il mondo, la rabbia della donna nicaraguense contro la multinazionale dell’acqua Suez, i coreani che cantano "bella ciao" comprese le strofe..e migliaia di altre e di altri, con i volti e i colori del mondo... Cos’ha dichiarato rutelli?
Il Forum di Mumbay 2004 aveva segnato un punto di discontinuità nel processo dei forum mondiali e regionali con l’irruzione dei movimenti indiani, in primo luogo i Dalit. Irruppero popoli e movimenti che mutarono radicalmente la geografia pubblica, la geografia mentale che ognuno di noi si era fatto sino a quel momento della rete di movimenti, popoli e associazioni.
I linguaggi e gli spazi pubblici si ricrearono con infiniti cortei, danze, rappresentazioni ed incontri negli spazi aperti. Il senso mutò con la rappresentazione immediata dei conflitti che lì si rapprentavano. Si scompose il quadro della grande università popolare, l’immagine occidentale della Woodstock sociale.
Da quel momento si è saputo che il Forum Sociale Mondiale (FSM) sarebbe stata altra cosa dal passato, che tutto il processo si sarebbe rinnovato. E così è stato.
Abolite plenarie, assieme a seminari e laboratori, come gerarchia e scansione dei lavori del forum, è partita una raccolta di proposte: ne sono arrivate 2500 da tutto il mondo. E questo - va detto - nonostante la scarsa pubblicità data a questo percorso all’interno della rete dei movimenti nazionali. Il lavoro detto di agglutinazione tra le varie proposte ha funzionato solo in parte - non gli sono state dedicate tutte le risorse che esso avrebbe richiesto - e ha prodotto circa 1500 eventi di varia dimensione, compresi in 11 aree tematiche che sono state individuate mettendo in relazione le varie proposte tra di loro. Assieme alla costruzione dal basso, alla definizione delle aree tematiche, ci si è dato esplicitamente l’obiettivo di raccogliere le proposte operative, le campagne che emergevano dall’incontro delle reti.
Così è stato, e con una forza, un’estensione che nessuno forse aveva previsto. Il luogo dove tutto ciò in questi cinque giorni è avvenuto è stata certo una città, ma sopratutto un continente, l’America Latina, dove più forti sono i conflitti sociali e anche, collegati ai primi, i mutamenti istituzionali e strategici. Dove, in barba a ogni semplificazione, i nessi tra i primi ed i secondi si complicano e si sviluppano in maniera drammatica. Dalla Bolivia al Brasile, dal Venezuela all’Uruguay, dapprima separatamente poi, via via, collegati tra loro, nel tentativo drammaticamente possibile di sottrarsi all’egemonia USA.
La dignità
La presa di parola dei Dalit Indiani nel FSM ha segnato un punto di continuità nel percorso che da Mumbay riconduce a Porto Alegre, ma ha segnato un ulteriore punto di discontinuità quando l’incontro tra grandi movimenti dei subcontinenti indiano e latinoamericani ha dato vita all’evento denominato World Dignity Forum. Dalit, comunità creole brasiliane, popoli indigeni, movimenti africani; le donne africane hanno esplicitato il senso della dignità come affermazione di un punto di vista, radicamento nella propria storia, presa di parola contro la riduzione a fantasmi della storia, attualità della propria memoria collettiva, rivendicazione di tutti i propri spazi di vita.
È stato un incontro di una intensità straordinaria, assieme a una complessità, radicalità e profondità di senso. La dignità delle donne africane, che hanno tessuto i legami sociali quotidianamente distrutti dalle guerre, le devastazioni e lo sradicamento, costruendo appunto relazioni tra le persone, tra le persone ed il mondo, il proprio territorio e la vita in questo territorio; la dignità delle comunità creole che hanno costruito il Brasile, in tutti suoi passaggi storici, che costruiscono autonomamente la propria organizzazione sociale, partecipano a un processo di trasformazione sociale radicale, assieme e spesso all’interno dei movimento dei Sem Terra che produce una attività, quotidiana e strategicamente orientata di formazione e educazione e crescita culturale (che ha portato all’accordo con 42 università nel paese): ebbene, tutto questo non parla di un faticoso accesso alla modernità da parte degli ultimi, ma di una uscita dalla modernità entro un progetto e un processo di trasformazione sociale radicale che si confronta con le forme più radicali di manipolazione della vita, delle ecologie, delle soggettività e delle relazioni umane. Processo, pratiche e progetto che parlano alle vite precarie dei paesi del primo mondo (o ex-primo mondo).
Il termine dignità non parla di un processo graduale col quale si accede prima alla soglia della dignità e poi si avanza nella conquista della piena espressione degli attributi dell’individuo sociale: la dignità è tutto, è subito tutto, senza gerachie di mondi e di vite, nella radicale diversità delle esperienze umane, tutte genericamente umane.
Quaranta reti che lavorano sulla questione del debito si sono incontrate, hanno elaborato una strategia e delle campagne in comune, e ciò è avvenuto per la prima volta in un forum mondiale, benché la questione del debito sia un contenuto fondativo del movimento di critica alla globalizzazione neoliberista.
Così è accaduto per tutte le aree tematiche, con modalità diverse ma sempre con l’intento di aggregare l’azione, in termini di campagne, contenuti e metodologie, tessuto di relazioni e progetti.
L’agire strategico delle reti e dei movimenti
È diventato urgente dare espressionme pubblica alla quantità di impegni che in questo forum sono stati presi, alle poste in gioco che sono state dichiarate. Ma in che modo?
La scansione temporale degli impegni è sempre processuale, determina spesso scadenze e campagne, ha tempi immediati, annuali e pluriennali. La rete latinoamericana di lotta per l’acqua come bene comune e diritto inalienabile e contro le privatizzazione, Rede Vida, si è data due anni per una campagna che porti all’espulsione dal continente della Suez-Lyonnaise des Eaux, vale a dire del protagonista principale del ciclo di appropriazione privata della risorsa acqua; come in Colombia, qui ovunque ogni privatizzazione è un piccolo colpo di stato.
Non è inutile ricordare che le diverse proposte sono il frutto di prassi, analisi sul campo ed elaborazioni teoriche che hanno rilanciato ben più in avanti le poste in gioco teoriche, e riscritto le metodologie di elaborazione-verifica verso una prassi di ricerca-azione.
Le poste in gioco politiche sono tutte sui tavoli delle relazioni globali, e quando sono regionali ci troviamo di fronte alla posta comune, coscientemente comune, a tutti i movimenti latino americani del confronto con le svolte nelle politiche neoliberiste e con l’agire locale e strategico dei diversi governi "progressisti" che si sono insediati negli ultimi anni.
Uno spazio pubblico, un sistema di luoghi pubblici si è ccostruito nel processo di preparazione del forum, nel suo svolgimento. Possiamo parlare di agire strategico delle reti e delle coalizioni. Un sistema di luoghi della pratica politica e dell’elaborazione che non possono avere una rappresentazione semplice, nel senso che nessuno degli attori può pensare di operare una sintesi con lo sguardo dell’osservatore esterno.
Non è stata data alcuna risposta alle domande che questa maturazione dei movimenti propone, non poteva essere data, e comunque essa non può essere ridotta all’alternativa forum come spazio aperto-forum come luogo di decisione politica e di lotta.
Esiste competenza ed esperienza dell’agire, comunicare e decidere in rete, dentro l’architettura differenziata e mutevole delle reti, non sempre orizzontali e ricche di punti di concentrazione. Porto Alegre, dopo Mumbay e le lezioni di questi ultimi due anni, ci consegna un lavoro gigantesco da fare, di approntamento e di prassi, strumenti e metodologie dell’agire globalmente e del progettare e praticare trasformazione sociale.
Il "manifesto dei 19" (stilato da alcuni degli intellettuali più prestigiosi e amati del movimento tra cui Eduardo Galeano, José Saramago, Boaventura de Sousa Santos, Frei Betto, Ignazio Ramonet, Bernard Cassen, Walden Bello e Giorgio Petrella) è figlio di questa tensione, ma, a parere di chi scrive, adotta una modalità impropria nel trattare di punti di programma, o delle questioni della costruzione del consenso. Leader e intellettuali più o meno storici e legittimati nella loro funzione dovrebbero adottare un modo meno semplicistico (e forse presuntuoso) di fare i conti con la creatura che hanno contribuito a mettere al mondo.
Il lavoro di sintesi delle proposte è cominciato, ad esempio, nell’assemblea dei movimenti sociali, e ha portato ad una prima sintetica raccolta delle indicazioni e delle campagne delle principali coalizioni che hanno operato nelle aree tematiche. Alla assemblea finale erano presenti rappresentati di gran parte di queste coalizioni. Ma è ancora troppo poco per costruire anche solo una prima sintesi e un primo allargamento delle tematiche."
L’appello dei movimenti sociali
mercoledì 2 febbraio 2005.
Chiude la quinta edizione del Forum sociale mondiale. 155 mila partecipanti, con una grande partecipazione di asiatici, statunitensi e africani. Ma le tante diversità producono una moltiplicazione delle iniziative: contro la guerra in Iraq il 19 marzo, il G8 in Scozia a luglio e il Wto a Hong Kong a dicembre. Il 10 settembre giornata di mobilitazione internazionale. Proposte e polemiche 19 intellettuali (con un documento pubblicato sul manifesto di domenica) proponevano un «programma» di azione. Che però molti non hanno apprezzato
BENEDETTO VECCHI
INVIATO A PORTO ALEGRE
E’stato il carismatico leader dei Sem Terra Joao Pedro Stedile ad aprire l’assemblea finale dei movimenti sociali a Porto Alegre. «Ci sono tre qualità fondamentali per un attivista rivoluzionario: la pazienza, la generosità e la disciplina. Sotto questo tendone ci sono persone che vengono da tutto il mondo. Improvviseremo un servizio di traduzione che ha bisogno della vostra pazienza, generosità e disciplina». Ma pazienza serve anche per comprendere cosa è accaduto in queste ultime quarantott’ore. Sabato, a sorpresa, 19 intellettuali, studiosi e giornalisti avevano stilato un «manifesto di Porto Alegre» che invitava la quinta edizione del forum sociale mondiale a discutere, ma anche a passare all’azione. Dal canto loro, i firmatari del manifesto avanzavano alcune proposte, che non sono state molto apprezzate da queste parti, compresi alcuni membri del comitato direttivo del Forum sociale mondiale. Per il guru di Le Monde Diplomatique, Ignacio Ramonet, invece il manifesto ha spronato il forum sociale a darsi una direzione di marcia. «Poteva essere scritto quattro anni fa e quanto alle proposte i movimenti sociali si sono spinti molto più avanti che chiedere solo una tassa sul commercio delle armi», afferma ad alta voce un concitato attivista coreano. Impassibile sul tavolo della presidenza c’è Walden Bello, che quel manifesto ha firmato. Preferisce, se stimolato, soffermarsi sul fatto che forse, per la prima volta dal 2001, il forum sociale è davvero mondiale, perché sono giunti nella capitale del Rio Grande do Sul tantissimi asiatici, statunitensi, africani. «E’ cambiata la sua geografia, perché il movimento globale è cresciuto, specialmente nel sud del mondo. Se l’obiettivo era di discutere per poi passare all’azione, possiamo dire che l’obiettivo è stato raggiunto».
Sul cambiamento del forum, Bello ha sicuramente ragione, ma la sensazione è che quello che esce sicuramente mutato è il movimento. Plurale lo è sempre stato, ma qui a Porto Alegre le diversità si sono concretizzate nella moltiplicazione delle iniziative che fanno storcere il naso a quanti, tanti, chiedono maggiore efficacia delle mobilitazioni e delle campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica.
Le prossime mobilitazioni
L’unica cosa che le accomuna è tuttavia la loro «pratica reticolare». Il «manifesto di Porto Alegre», ad esempio, nasce all’interno di una rete intellettuale, così come le aree tematiche hanno dimostrato la capacità dei gruppi di base di saper tessere la loro tela. Ciò che però rimane oscuro sono i rapporti di potere tanto all’interno del movimento quanto tra il movimento e la realtà ad esso esterna.
Ma se le polemiche possono essere messe tra parentesi perché bisogna pur stilare il documento finale, esse riemergeranno una volta che i partecipanti ritorneranno a casa, anche perché quel manifesto è stato visto come un tentativo paternalista di forzare la discussione all’interno del Forum sociale mondiale.
La seconda cosa accaduta che ha modificato in corso d’opera il programma dei lavori riguarda l’assemblea finale, dove i gruppi tematici dovevano presentare lo stato dell’arte della discussione e le proposte di campagne e mobilitazioni da fare. Di quell’assemblea non c’è più traccia, perché è di fatto confluita nell’incontro finale dei movimenti sociali. Così ieri a Porto Alegre, in un tendone strapieno, è stato presentato il documento conclusivo del Forum sociale mondiale. Quattro fitte pagine piene di date che non concedono molto spazio alla retorica, così il movimento globale ha stilato il suo programma di lotta per quest’anno. Dalla pace al diritto alla salute, ci sono tutti gli undici temi che hanno visto discutere oltre 155 mila persone in oltre duemila seminari. In primo luogo si chiede la cancellazione del debito dei paesi del sud del mondo, a partire da quelli colpiti dallo tsunami.
Inoltre, il 19 marzo (in occasione del secondo anniversario dell’attacco angloamericano all’Iraq) ci sarà una giornata di azione contro la guerra le cui modalità (manifestazioni nazionali o happening o qualsiasi altra cosa) sarà decisa in ogni paese in piena autonomia. Allo stesso modo, è stata annunciata la contestazione alla riunione del Wto prevista il prossimo dicembre a Hong Kong. L’otto marzo partirà da San Paolo nel Brasile la marcia internazionale delle donne che si concluderà il 17 ottobre nel Burkina Faso. E l’elenco potrebbe continuare a lungo con le iniziative contro l’esclusione, sulle mobilitazioni contro il G8 nel luglio prossimo in Scozia o la campagna per la riforma dell’Onu che dovrebbe culminare in una giornata di mobilitazione il 10 settembre prossimo, alla vigilia della riunione dei capi di stato a New York (il testo integrale è scaricabile dal sito www.forumsocialmundial.org.br). Alla fine della cerimonia di lettura, Stedile ha detto che «è arrivato il momento di tornare a casa, sapendo che nel mondo ci sono centinaia di milioni di donne e uomini che si stanno mobilitando sulle cose che ci stanno a cuore».
Un movimento geneticamente modificato
«La scommessa di Porto Alegre - dice il presidente dell’Arci Paolo Beni - è stata vinta. Abbiamo discusso per passare all’azione. E lo faremo, una volta tornati a casa». Un ottimismo contagioso che fa sorridere chi esce dal tendone per dirigersi alla manifestazione di chiusura. Più distaccato è invece l’ex Attac Christophe Aguitton, che in un capannello esprime la sua soddisfazione ma non nasconde le difficoltà del movimento. «Appena cominciamo ad approfondire un tema, emergono diversità che alcune volte hanno paralizzato la nostra azione». L’attivista francese forse si riferiva alla difficoltà del movimento nel suo paese, ma anche alcuni italiani non nascondono le loro perplessità su questo caotico avvicendarsi di posizioni che si rincorrono o sovrappongono l’una sull’altra.
C’è chi nota inoltre che di lavoro nel documento non si parla, mentre di precarietà e di cambiamenti del mercato del lavoro se n’è discusso molto in questi giorni. Mentre un mediattivista si imbestialisce perché non c’è nessun riferimento alla comunicazione. Sta di fatto che questo movimento, da sempre ostile agli organismi geneticamente modificati, esce da Porto Alegre con un vistoso mutamento nella sua genetica operato dagli stessi attivisti.
In primo luogo è un movimento plurale che non ama le sintesi «superiori», anzi spesso indulge su una mistica del fare che lo porta a rappresentarsi come autosufficiente. Ma è anche un catalizzatore di passione che porta persone normalmente caute a lasciar perdere la cautela. E ieri, forse perché tutto era finito e tutti si potevano rilassare, il corteo di chiusura era un unico sorriso.
Bagno di folla e ovazioni per il presidente venezuelano. Che cita Che Guevara e Rousseau, il papa e Mao Zedong Anticapitalista e anti-Usa Contadini e intellettuali ad ascoltare lo show di Chavez
ROBERTO ZANINI
INVIATO A PORTO ALEGRE
Finisce con il presidente che canta a squarciagola, camicia rossa su maglietta rossa, e lo stadio Gigantinho che applaude strapieno, urla, ride, strilla e si diverte alle battute fulminanti, specie se le senti per la prima volta, di Hugo Chavez Frias. Il Social forum mondiale ha un nuovo eroe ed è uno che governa: il presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela. Un bagno di folla previsto, preparato e concesso con generosità dai temporanei invasori militanti di Porto Alegre sancisce che è nata, si fa per dire, una stella. E che la questione del rapporto con il potere sembra per un giorno risolta: si governi, si governi eccome. Chavez, dice Chavez, è socialista, nazionalista, antimperialista. Chavez parla molto ma fa moltissimo. Chavez afferma che, compagni e compagne, è tutta una questione di potere e io lo voglio, il potere, ma per trasformare (e tanti saluti al «cambiare il mondo senza prendere il potere» zapatista). Chavez cita a rotta di collo: Victor Hugo e il Che Guevara, Mao Zedong e il libertador San Martin, il papa (già, il papa) e Rousseau, e un milione di volte Simon Bolivar, penna e spada di riferimento. Chavez è contro il capitalismo di mercato e contro quello di stato, contro «la perversione sovietica» e contro «la mano pelosa, ossuta e maleodorante degli Stati uniti d’America» che si infila grifagna ovunque. Chavez sogna un solo gigantesco stato americano in grado di pagarsi da vivere e di realizzare ed esportare beni e diritti. Uno stato, naturalmente, non un movimento, e uno stato ben incentrato sul proprio leader. «Bisogna passare all’offensiva», dice e ridice in tutte le platee - e sono molte - a cui si è sottoposto a Porto Alegre, «l’evento politico più importante del mondo» che anche questa volta non ha preso una decisione pratica. Bisogna fare fare fare e ancora fare. Chavez dice di essere tutte queste cose, e molte effettivamente le è.
L’incursione di Hugo Chavez a Porto Alegre è la cronaca di uno show pirotecnico, il venezuelano si esibisce come un Berlusconi indio ma più bravo e assai più caliente. Che sia un accampamento di Sem Terra occupato dieci anni fa, una conferenza stampa con diritto di domanda a estrazione (truccatissima) in cui i giornalisti applaudono oppure un bagno di pubblico e di sudore in un palazzetto dello sport, Hugo Chavez replica lo stesso estroso soggetto, e ogni tanto va giù pesante. Alla libertà oppone l’uguaglianza. Dichiara nientemeno che nelle presenti condizioni (di censo, politiche, mediatiche) «la democrazia rappresentativa è una trappola». E che in generale «non può esistere una libertà illimitata», citazione da Giovanni Paolo II ma il pontefice parlava forse dell’aborto, il presidente venezuelano della stampa, la quale «deve essere responsabile». Parla e si muove come un caudillo, ma in Venezuela non c’è alcun prigioniero politico e cinque elezioni di fila hanno dato lo stesso risultato. La legge sulla stampa provoca brividi ma non una radio, un giornale o una tv sono stati chiusi, e il reato di vilipendio di capo dello stato è una novità per il Venezuela ma ce l’abbiamo, nel nostro piccolo, anche noi.
Invertire il cannocchiale e puntarlo sul pubblico è altrettanto utile che descrivere lo show. Chi gremisce le gradinate dell’evento finale (e migliaia sono rimasti fuori, appiccicati all’impianto acustico) sono sindacati di campesinos come circoli intellettuali, donne e bambini poverissimi a cui sembra incredibile l’idea di poter avere un dentista (migliaia di medici del «querido pueblo cubano» girano per le baraccopoli del Venezuela guardando in bocche mai scrutate da occhio sanitario) e gente istruita con una o due automobili, movimenti di lotta i più vari e nazionalisticamente suddivisi, partiti e partitini di estrema sinistra ma anche formazioni più robuste. E anche qualche paese che non parla spagnolo o portoghese. Uno per tutti la Cina.
L’obiettivo dichiarato di Chavez è di creare un petrosur, un bancosur, una telesur. Tra paesi americani che si appoggiano tra loro, e appoggiandosi alla Cina. Delle potenze regionali latinoamericane una, il Brasile, è già il secondo partner commerciale di Pechino e l’altra, il Venezuela, ha appena finito di firmare diciannove diversi trattati di scambio commerciale.
Il Movimento V repubblica che governa il Venezuela gonfia insomma le aspettative di tutte le sinistre radicali del continente che non sono al governo, come il movimento dei Sem terra in Brasile, la sinistra colombiana del Polo democratico indipendente che amministra Bogotà, il Movimento al socialismo del boliviano Evo Morales e quelli indigeni in Ecuador, i piqueteros in Argentina. Un successo che rappresenta una sorta di cattiva coscienza per quanti vengono dalla sinistra, governano e sono accusati di moderazione: Lula («a me è molto simpatico», lo difende mentre il pubblico fischia), Kirchner, Torrijos a Panama, Duarte Frutos in Paraguay, dal primo marzo anche il prossimo presidente dell’Uruguay Tabarè Vazquez.
Il nodo del rapporto con il potere al centro dei dibattiti, tra auspici e forti resistenze per una «sintesi superiore». Anche le decisioni sulle prossime scadenze risentono della molteplicità di opinioni in campo
BENEDETTO VECCHI
INVIATO A PORTO ALEGRE
Tutto prosegue nel migliore dei modi. Gli incontri del Forum sociale mondiale sono generalmente pieni fino all’inverosimile, le discussioni sono valutate di buon livello e non ripetitive. Certo, c’è chi lamenta che il famoso «agglutinamento» dei seminari non c’è proprio stato, mentre sono quasi senza appello i giudizi sul «cattivo» servizio di traduzione garantito dai volontari della rete «Babel». Dettagli rispetto alle cifre che vengono sbandierate: più di centomila le presenze, oltre 1000 gli incontri già svolti e siamo solo alla metà del guado. Messe da parte, per il momento, le polemiche sul suo «gigantismo», i commenti e le analisi si concentrano sulla scommessa politica e culturale che ha portato gli organizzatori a cambiare, per usare una espressione molto usata da queste parti, il format del forum sociale. Vanno bene le discussioni, che siano il più possibile ampie, aperte, ma comunque orientate all’azione. Insomma, hanno pensato gli organizzatori, il confronto va sempre bene a patto, però, che produca un qualche risultato. E in questa direzione è arrivato ieri un «manifesto di Porto Alegre» (che pubblichiamo qui sotto), sottoscritto da personalità come Saramago, Galeano, Cassen, Petrella e altri ancora che invita all’azione e a non «perdersi in parole vuote». Sul futuro del Forum girano le voci più disparate. In primo luogo, che il prossimo forum sociale mondiale si terrà tra due anni, molto probabilmente in Africa, forse a Nairobi. Che l’Africa sia un continente «difficile» è noto ai più, ma sono in molti quelli che puntavano le loro carte sul Sud Africa dei movimenti sociali. Ma sono però una minoranza e le quotazioni di Nairobi sono in salita, anche se i brasiliani non hanno perso tutte le speranze sul ritorno nuovamente nella capitale del Rio Grande do Sul.
Nell’anno di transizione, comunque, sono comunque previsti tre o quattro forum sociali tematici. E anche qui le candidature si sprecano. C’è quella venezuelana, quella marocchina, l’europea. Ma siamo ancora all’inizio di un percorso che avrà sicuramente un andamento niente affatto lineare. Per quanto riguarda invece il ruolo dell’assemblea dei movimenti sociali, che negli scorsi anni indicava le mobilitazioni comuni, tutto è in alto mare. E’ certo che ha stilato un documento, incline alla retorica, che si chiude con un lungo elenco di iniziative da fare e che sarà presentato nell’assemblea plenaria del 31. Ma al di là delle dichiarazioni di rito della lotta al neoliberismo, anche per l’assemblea dei movimenti sociali è arrivato il momento di cambiare. Di questo «passaggio di fase» ne hanno parlato anche gli italiani, che hanno comunque deciso di continuare la riflessione una volta tornati a casa, con modalità ancora tutte da definire. Così come è ancora da definire la giornata di mobilitazione contro la guerra e il ritiro delle truppe d’occupazione dall’Iraq.
Insomma, grande è il disordine sotto il cielo. Ma non tutti però concordano che la situazione sia eccellente. C’è chi ritiene che il forum sia sì una grande università libera, che sia sì il momento per prendere impegni comuni, ma non si può nascondere il fatto che quando si arriva a discutere il «che fare» le divergenze diventano insormontabili. Il forum sociale dovrebbe, secondo questo punto di vista, diventare dunque il luogo della decisione politica, sostengono alcuni. Lo affermano personalità note da queste parti come il sociologo brasiliano Emile Stader o, con qualche diversità, il filosofo Boaventura Souza Santos.
All’opposto, l’accento cade sulla mutazione in corso che è meglio aspettare che la storia faccia il suo corso, senza prefigurarne l’esito. Non si nega, tuttavia, la necessità di prendere degli impegni comuni, ma la resistenza a una qualsiasi sintesi politica «superiore» è fin troppo evidente nei capannelli, nei seminari, nelle discussioni informali che si susseguono nel «territorio sociale mondiale».
Rispetto alle passate edizioni, sono aumentate le presenze africane, asiatiche, statunitensi. Nell’interrotto happening che si svolge ai margini delle tende e delle sale degli incontri c’è, ad esempio, un discreto numero di «dalit» indiani che ricordano che di intoccabili in tutto il mondo ce ne sono, e molti. Allo stesso modo, la presenza delle comunità indigene è data non solo dalle «cerimonie» a cui danno vita, ma anche dalla loro presenza numerosa agli incontri, in particolare nell’area tematica dei beni comuni, parlando delle mobilitazione contro la privatizzazione dell’acqua in Ecuador, Bolivia, Uruguay o del diritto alla terra.
Nel melting pot del forum sociale si stanno dunque manifestando reti e coalizioni cresciute e maturate in questi anni e che accanto alle decine di migliaia di «cani sciolti», sono le protagoniste del forum. Non sempre scorre buon sangue tra loro, ma neanche inimicizia: ognuno segua la sua strada con la speranza che durante le campagne e le mobilitazioni ci sia la possibilità d’incontro. Ed è proprio questa «pratica reticolare» o dell’incontro possibile che sta cambiando la geografia del Forum sociale.
Ad esempio, la parola meno usata nel «territorio sociale mondiale» è movimento, mentre sono quasi del tutto scomparsi gli aggettivi «no-global», «alter-mondialista» o «antiglobalizzazione». Segnali, tutti a loro modo, che quando le parole hanno perso la loro efficacia di nominare la realtà, ne vengono plasmate altre. E dunque spazio a rete, coalizione, alleanza, segno che il mutamento è forse già avvenuto e che bisogna analizzarlo e rappresentarlo.
Ad esempio c’è lo spinoso problema del rapporto con il potere politico, esemplificato dalla questione del rapporto con i vari presidenti «amici», Lula in testa. La sua elezione ha rapprentato certamente una rottura negli equilibri latinoamericani, ma da allora il nodo del rapporto tra movimento e potere politico non è stato certo sciolto. Difficile pensare dunque all’efficacia analitica dello schema che vede da una parte i movimenti e dall’atra i partiti che ne rappresentano la sintesi politica. Così capita di ascoltare Immanuel Wallerstein che invita a guardare ai tempi lunghi e non alla contingenza e chi, invece, invita a cambiare il mondo senza prendere il potere (il filosofo inglese John Halloway). Due sensibilità differenti, che si confronto in questo spazio pubblico extraistituzionale. Ma allora più che affannarsi a sviluppare un modello sofisticato ed elegante dal punto di vista concettuale su quale rapporto i movimenti devono stabilire con il potere, la posta in gioco è come sviluppare il potere d’interdizione e costituente di nuovi rapporti sociali espresso dai movimenti sociali.
Porto Alegre 01 Febbraio 2005 — Alle sei io e Raf siamo sotto casa aspettando la macchina di Carta Maior, ci raggiunge anche Marco Bersani di Attac, con cui ho condiviso un bel Forum a Quito. Siamo tra le poche centinaia di persone che andranno a vedere l’incontro tra il presidente del Venezuela Hugo Chavez e un gruppo di sem terra che vive a 180km da Porto Alegre, motivi di sicurezza per il presidente non permettono una partecipazione di massa, ma la mia agenzia qui a Porto Alegre può tutto.
Il viaggio di andata dormiamo tutti come angioletti. Al nostro arrivo ci aspetta una terra verde, coltivata a riso biologico, senza pesticidi. Nell’ insediamento vivono 35 famiglie. La coltivazione è comunitaria, il che vuol dire che tutto è di tutti. Le famiglie hanno costruito delle casette molto carine ed il posto è meraviglioso con i campi di riso che degradano fino alle sponde del fiume. Solo cielo acqua e terra.
Dunque i sem terra chiamano insediamento quelle terre che una volta occupate vengono riscattate dal governo e quindi date in uso alle comunità di contadini. Fino a quel momento l’insediamento si chiama semplicemente “accampamento” e i contadini occupano la terra con tende, pur cominciandone la coltivazione, gli accampamenti sono spesso oggetto di attacchi da parte di gruppi armati al soldo dei latifondisti. Quella di questa gente è una lotta eroica, occupare la terra di questa classe di ricchi che ha in mano il paese e per cui il suolo Brasiliano non è altro che una merce da comprare quando vale poco e rivendere dopo.
La legge sulla riforma agraria prevede che la terra non produttiva venga requisita, ma il governo ha spesso bisogno di una spinta, gli accampamenti sono quella spinta. In questo paese la gente muore di fame, e si potrebbe produrre cibo per tutta la sua popolazione e molto di più. Certo gli insediamenti anche hanno dei problemi, il primo è che i loro prodotti costano di più di quelli importati, questo a causa delle ingiuste leggi sul commercio che regolano l’industria agraria.
I paesi come Stati Uniti e la nostra Europa finanziano in maniera massiccia le produzioni agricole, in modo da poter avere un prezzo competitivo per l’esportazione, certo questi finanziamenti non arrivano ai nostri piccoli produttori, ma se ne avvantaggiano in cambio i grandi gruppi. Poi la ricetta viene condita dal divieto di sussidiare i proprio prodotti agricoli imposto a tutti gli altri paesi del mondo dall’organizzazione internazionale del commercio (WTO) e dagli accordi commerciali bilaterali o regionali come NAFTA (area di libero commercio del norda america), ALCA(area di libero commercio delle americhe), e i vari TLC (trattati di libero commercio bilaterali), e un immeninte accordo Mercosur (area di libero scambio che include Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e da poco Venezuela) – Unione Europea.
Ciò comporta che i prodotti degli insediamenti Sem terra, come quelli di tutti gli altri contadini si devono scontrare con prodotti i cui prezzi sono decisamente più bassi anche se sono prodotti in Europa. E ovviamente chi fa la spesa compra la cosa più economica. Questa situazione spinge i coltivatori a produrre solo i prodotti che vengono esportati, perché quelli sicuramente li vendono.
Qui entrano in gioco vari meccanismi con cui sempre i paesi del primo mondo (primo probabilmente nella graduatoria di chi ruba di più) controllano i prezzi di caffè, soia, cacao eccetera, mantenendoli bassi (il dimezzamento del prezzo internazionale del caffè spinse molti coltivatori Colombiani a coltivare la coca). Ossia oltre a imporgli cosa produrre, gli diciamo anche quanto li paghiamo.
Un altro fenomeno legato a questa situazione è la riduzione della varietà, qui in america latina la biodiversità è impressionante, ma lentamente stiamo imponendo solo le coltivazioni che ci fa comodo comprare, caso eclatante la scomparsa di centinaia di varietà di Mais in Messico, dove da secoli gli agricoltori selezionavano le sementi per migliorarle e adattarle al tipo di suolo e di utilizzo. Inoltre le nazioni perdono quello che gli attivisti chiamano la sovranità alimentare, ossia la capacità di un paese di produrre gli alimenti che consuma. In Indonesia è più economico comprare il grano importato che il riso coltivato. Migliaia di coltivatori si son trovati senza lavoro e si sono dovuti adattare a coltivare prodotti da esportazione per i nostri paesi ricchi, oppure a emigrare nelle periferie delle grandi città a ingrassare le fila dei poveri disagiati.
Ora non producendo più riso, il paese dipende dalle importazioni di grano per poter sfamare la popolazione. Ha perso la sua sovranità alimentare. I “sem terra” e la “via campesina” in genere si battono contro tutte queste politiche neoliberali, contro questi accordi commerciali ingiusti, affinché i paesi possano avere una sovranità alimentare e ovviamente contro tutti i tipi di prodotti transgenici dei multinazionali come ad esempio la Monsanto, che vendono semi, le cui piante non ne producono di nuovi, quindi ogni anno vanno ricomprati inoltre queste piante vanno trattate con i loro pesticidi. Si battono per la cultura, per educare i contadini, spiegare cosa succedere, come resistere e come far crescere le piante, ma non solo, si studia come in una scuola, si combatte l’ignoranza e si formano persone per seguire a far crescere questo movimento, ci si batte contro chi tramite gli accordi commerciali di cui prima vuole brevettare la vita, le piante che qui si usano da secoli, per poi imporre diritti su tutti gli usi futuri.
Grazie a loro in questi anni in Brasile per la prima volta si è invertita la tendenza all’urbanizzazione, quindi più gente si è spostata in campagna di quanta sia andata ad alimentare le favelas urbane. Quando Chavez arriva alcuni sem terra organizzano una Mistica, alcuni di loro sono coperti di fango e giacciono esanimi su una montagnola sormontata da un cappellone gigante alla zio Sam, poi arrivano alcuni vestiti di azzurro dal fiume, portano acqua con cui “la terra” si risveglia, arrivano poi gli agricoltori che tirano semi e il cappellone gringo viene tolto per far posto ad un bel sombrero di paglia da contadino.
Ci sono i primi interventi e poi parla il presidente. Hugo Chavez è venduto al mondo come leader di un governo antidemocratico. In realtà da quando è in carica si è sottoposto a ben 8 turni elettorali, trionfando con consensi ormai vicini al plebiscito, ha subito un colpo di stato pilotato dalla CIA, in quell’ occasione una sollevazione nazionale lo ha riportato al suo posto.
Quello che rende Chavez tanto attraente per il movimento, che ormai lo ha eletto a uomo simbolo, non è tanto il programma del suo governo rivoluzionario, quanto il fatto che questo programma sia applicato, le promesse giorno dopo giorno si stanno concretizzando. Un altro fattore importante è che la Rivoluzione Bolivariana oltre ad incentrarsi sulla sua carismatica figura, ha una base popolare di appoggio immensa, tutti quei poveri e oppressi, indigeni e indigenti che hanno sofferto per 500 anni.
Dopo il golpe dell’ Aprile del 2002, la gente ha fatto ancora più propria questa rivoluzione che continuerà con o senza di lui. Il Venezuela è un paese ricchissimo, come tutti quelli dell’America del sud, ma a differenza degli altri ha il petrolio, quindi il controllo strategico del Venezuela è prioritario per Washington. Dato che l’opposizione si è rilevata inconsistente e si sta sgretolando, l’unica soluzione possibile sembra essere quella armata. Perèz l’ex presidente, ormai rifugiatosi a Miami ha dichiarato qualche mese fa che “Chavez deve morire come un cane”.
Ma l’opzione golpiste si è rivelata fallimentare ancora una vola. A questo punto entra in scena la Colombia del servile Uribe. Questo paese andino è invaso sempre di più da armi statunitensi che entrano con il Plan Colombia, la cui intenzione dichiarata è la lotta alla droga e quella taciuta è fare pressione sui paesi confinanti e cercare di farla finita con i guerriglieri Colombiani.
La Colombia ha un ruolo strategico nello scacchiere andino, che geopoliticamente per washington è secondo per importanza solo all’area medio-orientale. Il ruolo della Colombia è lo stesso che svolge Israele, destabilizzatore e minaccia militare. Da tempo gli intellettuali Venezuelani avvertono la minaccia di un confitto colombo-venezuelano creato ad arte e che permetterebbe agli USA di andare a difendere l’amica e democratica Colombia.
È di pochi giorni fa una crisi diplomatica tra i due stati, dovuta ad un intervento armato Colombiano sul suolo Venezuelano per catturare il guerrigliero Granda, rappresentante internazionale delle FARC (forze armate rivoluzionarie colombiane). Il vicepresidente e altri esponenti del governo negarono e poi sotto schiaccianti prove furono costretti ad ammettere l’ avvenuta violazione delle leggi internazionali, il che provocò la rottura di ogni relazione di tipo economico-commerciale tra i due paesi, incluso il progetto del famoso gasdotto fortemente voluto dagli USA, questo fino alle scuse ufficiali del presidente Uribe.
Scuse arrivate e che saranno presto sancite da un incontro fra i due leader.
In tutto ciò gli Stati Uniti ancora difendono la legittimità di questo intervento illegale. Ma torniamo alla fertile terra in riva del fiume. Chavez è un oratore fenomenale, qualcuno crede che se non fosse diventato presidente sarebbe stato sicuramente un ottimo presentatore televisivo. Io lo ritengo secondo solo a Fidel. Il suo discorso parte da Simon Bolivar, el Libertador, colui che guidò le lotte di indipendenza di quasi tutti i popoli dell’America latina.
Questa riscoperta della storia è un fenomeno chiave del Chavismo, dato che la gente in questo continente cresce studiando la storia scritta dai “conquistadores” e non conosce le proprie origini e i propri eroi. Chavez parla di tutti i rivoluzionari, da Gesù a Bolivar, Lima, Zapata, Sandino e Pancho Villa, Tupacamaru, Peron (qui ha preso una canonata).
Gli offrono dell’acqua, qualcuno grida che è acqua anti Bush, Chavez si sorprende e ne chiede subito dell’altra. Racconta dei suoi incontri con i Cinesi, il che evidentemente mostra come si stiano rafforzando i legami tra il mondo Cinese e quello Latino Americano. Politicamente è una garanzia contro interventi Usa che lederebbero interessi del paese del sol levante ed economicamente segna la nascita di un polo economico interessante in cui una nascente superpotenza si lega in maniera rispettosa e forte con paesi fornitori di materie prime, da una parte il sud ribelle alla ricerca di nuove alleanze, dall’altra una Cina che riscopre il suo ruolo di aiutante dei paesi in via sviluppo.
Nell’ultimo Apec (cooperazione economica dell’area Asia-Pacifica), Jang Zemin è uscito da star con centinaia di contratti in tasca, Bush da spettatore. Chavez anuncia 19 nuovi accordi con la sorgente potenza mondiale. Si ferma, offre caffè ad un bimbo che lo guardava dal basso. Riprende, cita Mao e poi parla della “patria grande” lo slancio ad essere una sola nazione in tutta l’america latina, chiami amici a Lula, Tabares Vasquez (presidente Uruguagio) , Kirshner(presidente Argentino), la folla lo acclama. Fa qualche altra battuta e poi pianta il primo albero di un bosco solidale nell’insediamento. Tutti i partecipanti poi ne pianteranno uno.
È ora di partire, si dorme un po’ nel furgoncino e ci ritroviamo a dover correre alla conferenza stampa di Chavez. Tornato in sala stampa ho un’ora libera prima del discorso di Chavez nel gigantinho. Decido di passare al “caracol intergalactico” che è il luogo di lavoro e incontro interno allo youth camp, dove varie entità confluiscono e dibattono. Si discute sul futuro del forum. Mi piace l’informalità, si è tutti in cerchio, parlano ragazzi, e gli invitati quali Wallerstine, le opinioni sono differenti e il tempo per parlare è uguale per tutti, c’è un dibattito vero.
C’è chi apprezza che finalmente dopo 4 anni il forum usa solo software libero in tutti i computer, chi parla della realtà dello youth camp che ha ospitato quest’anno qualche cosa come 35.000 partecipanti su un totale di 150.000 in tutto il forum. E il primo fu di soli 2000, di come lentamente abbia acquisito diritti e di come ora viva una propria via parallela a quello del foro mondiale.
Un ragazzo arrabbiato dice che anche se tutti dicono che i giovani sono i protagonisti di questo forum, come lo erano le incessanti marce dei Dalit in India, alla fine nei giornali finiscono le solite facce note che anche senza volerlo vengo considerati portavoce di un fenomeno tanto vasto. La mia amica Maite della campagna contro l’ALCA apprezza i cambi avvenuti in questo forum, e tutti sembrano essere d’accordo, a nessuno piacevano le mega conferenze organizzate dal comitato internazionale, invece apprezzano le 11 aree tematiche frutto di un accorpamento tra le varie conferenze proposte dalle organizzazioni nel corso dei mesi passati.
L’unica cosa che è mancata è stato l’agglutinamento (come lo chiamano loro) tra conferenze simili in tema, l’idea era che se qualcuno voleva parlare della situazione sindacale Italiana, lo si accorpava con chi voleva fare lo stesso di quella francese se non spagnola o Brasiliana. In ciò gli organizzatori hanno mancato, il che è un male perché riducendo il numero di seminare e accorpandoli tutto sarebbe più semplice.
Il gigantinho, Il palazzetto è pieno in tutti i posti di ogni ordine e grado (lo volevo dire da tanto tempo), e fuori qualche migliaio di persone si radunano intorno ad un monitor gigante non riuscendo ad entrare. Il caldo è asfissiante, molte persone tolgono la maglietta, il clima è di festa si canta e si balla. Dopo una lunga attesa arriva il presidente. Saluta tutti, saluta Fidel che dice sicuramente sta a casa ascoltandolo, lo prende in giro per la sua caduta di qualche mese fa, e poi ripete i concetti che ha espresso tutto il giorno, la folla lo acclama come un eroe, il suo discorso arriva ad un apice, non ha mai nominato Lula fino ad ora.
Dichiara di avere una cosa da dire, non importa come la gente la prenderà. “yo quiero Lula el es mio amigo!!” questo il grido, la gente ammutolisce e poi partono i fischi, ma poco dopo un boato di approvazione. Ovvio che non poteva dire diversamente, anche in vista del loro incontro a Caracas tra qualche giorno, ma comunque c’e’ ancora una speranza che i popoli o meglio i governi di questo continente in questo momento storico favorevole possa unirsi e lottare insieme.
La nottata la passo con quasi tutta la stampa indipendente nella tenda dei Cubani e Venezuelani, c’è una festa, come sempre, il forum è agli sgoccioli, e anche le birre, nessuno è più affannato, ci rilassiamo e balliamo. Alle sei torno a casa dalla tonda Ade. Sono stato fuori 24 ore, non male. Oggi ci sono stati gli eventi conclusivi, l’assemblea generale dei movimenti sociali, dove si è decisa una agenda dei prossimi appuntamenti e manifestazioni di respiro mondiale.
Si è svolta anche la cerimonia finale con la proclamazione dei numeri finali del forum che vi dirò con comodo.
E poi la marcia conto l’Alca, partita alle dodici, con un sole che faceva evaporare anche le cellule celebrali, sinceramente l’ennesima marcia sotto il sole me la sarei voluta evitare, ma non ho potuto. Mi faccio quasi tutta la camminata con i ragazzi di CLACSO dell’Argentina, preparando i miei prossimi giorni li. Mi convinco ad andare a visitare una “fabbrica recuperata” vicino la Patagonia, mi dicono che la situazione li è incredibile, ognuno guadagna lo stesso stipendio, gli utili sono ridivisi tra tutti, hanno un accordo con gli Indigeni che gli forniscono i materiali, mentre prima c’era semplice sfruttamento. Inoltre ci sono spazi culturali, comitati di fabbrica e molte altre cose e producono le migliori ceramiche del paese.
Il leader sindacale mi porterà in giro per tutta la fabbrica e mi spiegheranno bene ogni dettaglio. Mentre torno per scrivere questo pezzo vedo i ragazzi del campo che smontano le tende e se ne vanno con gli zainoni in spalla. Ho un po’ di nostalgia o meglio di saudade, è stato tutto molto rapido, ma come capita con queste cose c’è ora bisogno di tempo per assimilare e dare giudizi più ragionati.
Bene è stato divertente...ciao a tutti.
Simone Bruno
inviato per ReporterAssociati
Dopo il primo Forum Sociale mondiale tenutosi a Porto Alegre nel gennaio del 2001, il fenomeno dei Forum sociali si è esteso a tutti i continenti, fino a toccare livelli nazionali e locali. Ha fatto emergere uno spazio pubblico planetario della cittadinanza e delle lotte. Ha permesso di elaborare proposte di politiche alternative alla tirannia della mondializzazione neo liberista promossa dai mercati finanziari, e dalle multinazionali delle quali il potere imperiale degli Stati uniti è il braccio armato. Per la sua diversità e per la solidarietà tra i protagonisti e i movimenti sociali che lo compongono il movimento altermondialista è ormai una forza che ha peso a livello mondiale. Nella diffusione delle proposte venute dai Forum ve ne sono molte che sembrano raccogliere un grande consenso all’interno dei movimenti sociali. Tra queste noi firmatari del manifesto di Porto Alegre che si esprimono a titolo personale e non pretendono assolutamente di parlare a nome del Forum ne sono state identificate 12, che messe insieme danno senso e contributo di progetto per la costruzione di un altro mondo possibile se fossero applicate, permetterebbero ai cittadini di cominciare a riappropriarsi insieme del loro avvenire. Questo zoccolo minimo è sottoposto all’apprezzamento delle persone e dei movimenti sociali di tutti i paesi che, a tutti i livelli - mondiale, continentale, nazionale e locale - devono portare avanti le lotte necessarie perché quelle proposte si realizzino. Noi non ci facciamo alcuna illusione sulla volontà dei governi e delle istituzioni internazionali di mettere in atto spontaneamente queste proposte anche quando per opportunismo si appropriano del loro vocabolario.
A - Un altro mondo possibile deve rispettare il diritto alla vita di tutti gli esseri umani sulla base di nuove regole per l’economia. Bisogna dunque:
1 - Annullare il debito pubblico dei paesi del sud, che già è stato pagato parecchie volte e che costituisce per gli stati creditori, le imprese finanziarie e le istituzioni finanziarie internazionali il mezzo privilegiato di mettere la maggior parte dell’umanità sotto tutela e di mantenerli nello stato di miseria.
2 - Mettere in atto tasse internazionali sulle speculazioni finanziarie (in particolare la Tobin tax), sugli investimenti diretti all’estero, sui profitti consolidati delle trasnazionali, sulle vendite di armi e sulle attività con forte emissioni di gas a effetto serra.
3 - Smantellare progressivamente tutte le forme di paradisi fiscali, bancari che sono i rifugi privilegiati della criminalità organizzata, della corruzione, dei traffici occulti della frode, dell’evasione fiscale, delle operazioni delittuose delle grandi impresi e dei governi.
4 - Sancire il diritto di ciascuno abitante del pianeta a un impiego, alla protezione sociale e alla pensione, nel rispetto dell’eguaglianza uomini donne. Dev’essere un imperativo delle politiche pubbliche sia nazionali che internazionali.
5 - Promuovere tutte le forme di commercio equo rifiutando le regole liberoscambiste del Wto mettendo in opera meccanismi che permettano, nei processi di produzione di beni e servizi di elevare progressivamente le regole di tutela sociale (come quelle fissate nelle convenzioni dell’Ilo) e ambientali. Escludere totalmente l’istruzione, la salute, i servizi sociali e la cultura dall’ambito di applicazione dell’accordo generale sul commercio dei servizi del Wto. La convenzione sulla diversità culturale attualmente in discussione all’Unesco deve fare esplicitamente prevalere il diritto alla cultura delle politiche pubbliche sul diritto del commercio.
6 - Garantire il diritto alla sovranità e alla sicurezza alimentare di ciascun paese o raggruppamento di paesi attraverso la promozione della cultura contadina. Tutto questo comporta la soppressione totale delle sovvenzioni all’esportazione di prodotti agricoli in primo luogo da parte di Usa e Ue e la possibilità di tassare l’importazioni al fine di impedire pratiche di dumping. Allo stesso modo ciascuno paese o raggruppamento di paesi deve poter decidere l’interdizione della produzione e dell’importazione di organismi geneticamente modificati destinati all’alimentazione.
7 - Proibire ogni forma di brevetto delle conoscenze e di organismi viventi (tanto umani quanto animali che vegetali) allo stesso modo che ogni privatizzazione di beni comuni dell’umanità, l’acqua in particolare.
B - Un altro mondo possibile deve promuovere la «vita in comune» nellapace e nella giustizia su scala planetaria. Bisogna dunque:
8 - Lottare in primo luogo attraverso le politiche pubbliche contro tutte le forme di discriminazione, sessismo, xenofobia e razzismo. Riconoscere pienamente i diritti politici culturali ed economici (compreso il controllo delle risorse naturali) alle popolazioni indigene.
9 - Attuare misure urgenti per mettere fine al saccheggio dell’ambiente e alla minaccia di forti cambiamenti climatici dovuti all’effetto serra e prodotti in primo luogo dalla proliferazione dei trasporti e dello spreco di energie non rinnovabili. Cominciare ad avviare un’altra modalità di sviluppo fondata sulla sobrietà energetica e sul controllo democratico delle risorse naturali in particolare dell’acqua potabile.
10 - Esigere lo smantellamento delle basi militari dei paesi che ne dispongono fuori dei loro confini e il ritiro di tutte le truppe straniere, salvo mandato espresso dell’Onu.
C- Un altro mondo possibile deve promuovere la democrazia dal locale al globale. Bisogna dunque:
11 - Garantire per legge il diritto all’informazione e il diritto di informare: mettendo fine alla concentrazione dei media in gruppi di grande dimensione. Garantire l’autonomia dei giornalisti in rapporto agli azionisti, favorire la stampa che non ha scopo di lucro soprattutto i media alternativi e comunitari. Il rispetto di questi diritti implica la messa in atto di contropoteri cittadini soprattutto nella forma di osservatori nazionali e internazionali dei media.
12 - Riformare e democratizzare profondamente le organizzazione internazionali facendo valere in esse il primato dei diritti umani economici sociali e culturali secondo la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Questo primato implica l’incorporazione della Banca mondiale, del Fmi e dell’Omc nel sistema decisionale delle Nazioni unite. In caso di persistenza di violazioni internazionali da parte degli Stati uniti trasferimento della sede delle Nazioni unite da New York in un altro paese a preferenza del sud.
Jose Saramago, Eduardo Galeano, Ignacio Ramonet, Bernard Cassen, Walden Bello, Riccardo Petrella, Aminata Traorè, Boaventura Souza Santos, Francois Houtart, Roberto Savio, Samuel Ruiz, Emir Sader, Tariq Ali, Frei Betto
31 gennaio 2005
Si è conclusa da poco meno di un’ora l’assemblea finale dei movimenti sociali. All’ultimo momento e per ragioni che molto hanno a che fare con la straordinaria ricchezza mostrata da questo forum "disordinato", "dispersivo", con pochi "vip", (cosí qualcuno si era lametnato all’inizio), anche la "solita" Assemblea finale ha ingranato una marcia in piú facendosi in qualche modo portavoce proprio di questa straordinaria ricchezza. Cosí, in una tenda di dimensioni enormi ma quasi insuficiente a contenere tutti, il brasiliano sem terra Stedile ha annunciato che, accanto al "cappello" iniziale, (del quale Carta ha dato conto nei giorni scorsi), si erano aggiunti brevi capitoli tematici a comporre l’agenda e soprattutto a sintetizzare il grande lavoro dei quettro giorni precedenti nei seminari, nei gruppi, nelle tavole rotonde, nelle commissioni. Cosí uno alla volta, e per pochi minuti ciascuno, gli "assi tematici" hanno sfilato diventando persone in carne e ossa e argomentando tutte le ragioni (buone) per costruire l’altro mondo possibile e quelle (pessime) per lottare contro il liberismo. Stedile ha anche anunciato con una certa enfasi il prossimo Forum delle Americhe, a Caracas nel gennaio 2006. Debito, guerra, libero commercio, Dalit, donne, G8, contadini, acqua, ambiente, campagne transnazionali (es. contro la Coca cola), Palestina, Cuba, migranti, bambini, no vox, riforma dell’Onu, educazione, salute, comunicazione, democrazia partecipativa. Ecco l’elenco delle questioni argomentate nei contenuti e tradotte in campagne sulle quali l’assemblea mondiale dei movimenti sociali chiama alla mobilitazione. Il testo integrale non è ancora pronto, poiché l’elenco è destinato ad allungarsi ora dopo ora. Appena disponibile, lo pubblicheremo. (segue)
Appello dei movimenti sociali alla mobilitazione contro la guerra, il neoliberismo, lo sfruttamento e l’esclusione per un altro mondo possibile
Siamo movimenti sociali riuniti nell’ambito del V Forum sociale. Il grande successo di partecipazione, plurale e di massa, al Fsm ci da la possibilita’ e la responsabilita’ di fare piu’ e meglio le nostre campagne e mobilitazioni per estendere e rendere piu’ forti le nostre lotte.
Quattro anni fa il grido collettivo e globale che "Un altro mondo e’ posssibile" ha svelato la menzogna che il dominio neoliberista e’ inevitabile cosi’ come la "normalita’" della guerra, della disuglianza sociale, del razzismo, delle caste, del patriarcato, dell’imperialismo e della distruzione dell’ambiente. Cosi’ come i popoli si appropriano di questa verita’, la loro forza si fa incontenibile e si va materializzando in azioni concrete di resistenza, rivendicazione e proposta.
Per questo la novita’ della nostra epoca e’ il consolidamento e l’estensione dei movimenti sociali in tutti i continenti e la loro capacita’ di costruire nella diversita’ nuove convergenze e azioni comuni a scala mondiale.
In questo ambito, decine di milioni di uomini e di donne si sono mobilitati in ogni angolo del mondo per la pace, contro la guerra e l’invasione capeggiata da Bush contro l’Iraq. I Vertici come il G8 e l’Omc, il Fmi e la Bm, nei quali pochi pochi pretendono di decidere per tutti e tutte, sono stati messi sotto accusa e delegittimati dalle azioni dei movimenti sociali. Le lotte popolari in difesa della natura, dei diritti dei popoli e dei beni comuni, contro la loro privatizzazione, come quelle della Bolivia, dell’Uruguay e di altri popoli, dimostrano la possibilita’ di mettere in crisi il dominio neoliberista. Ci si aprono nuovi spazi di lotta politica e sociale.
Il neoliberismo e’ incapace di offrire un futuro degno e democratico all’umanita’. Tuttavia, oggi riprende l’iniziativa rispondendo alla sua crisi di legittimita’ con la forza, la militarizzazione, la repressione, la criminalizzazione delle lotte sociali, l’autoritarismo politico e l’ideologia reazionaria. Milioni di uomini e di donne soffrono ogni giorno. Vogliamo ricordare la guerra nel Congo che ha gia’ causato 4 milioni di vittime. Per tutto questo, un altro mondo non e’ solamente possibile ma necessario e urgente.
Coscienti che il nostro cammino e’ lungo, chiamiamo tutti i movimenti del mondo a lottare per la pace, i diritti umani, sociali e democratici, il diritto dei popoli a decidere il loro destino e la cancellazione immediata del debito estero dei paesi del sud, a partire dall’Agenda che condividiamo nel V Fsm.
Agenda di Lotta
Chiamiamo tutte le organizzazioni e i movimenti sociali che hanno partecipato al Fsm e a quelle che non sono potute venire a Porto Alegre a lavorare uniti ad una campagna per la Immediata e incondizionata cancellazione del debito estero e illegittimo de paesi del sud, cominciando con i paesi vittime dello Tsunami e gli altri che hanno sofferto terribili disastri e crisi nei mesi recenti.
Sosteniamo i movimenti sociali del sud che si dichiarano creditori del debito storico, sociale ed ecologico. Esigiamo il riconoscimento internazionale di questi debiti per arrestare il loro incremento, ed esigiamo il recupero dei nostri ecosistemi e il risarcimento ai popoli. Esigiamo che vengano sospesi i progetti e gli accordi di "integrazione" che favoriscono il saccheggio delle risorse naturali dei paesi del sud.
Appoggiamo l’esigenza dei movimenti sociali di contadini e pescatori delle aree colpite dallo Tsunami perche’ i fondi per l’emergenza e la riabilitazione siano amministrati direttamente dalle comunita’ locali in modo da evitare nuovi debiti, colonizzazione e militarizzazione.
A due anni dall’invasione dell’Iraq, l’opposizione mondiale alla guerra e’ piu’ grande che mai. Per il movimento contro la guerra e’ tempo di aumentare le azioni e di non fare retromarcia. Esigiamo la fine dell’occupazione dell’Iraq. Esigiamo che gli Stati uniti smettano di minacciare l’Iran, il Venezuela e altri paesi. Ci impegnamo a stabilire piu’ contatti con le forze contro l’occupazione in Iraq e nel Medio Oriente. Rinforzeremo le nostre campagne contro le imprese transnazionali compromesse con l’occupazione, sosteniamo i soldati che rifiutano la partecipazione alla guerra e difendiamo gli attivisti perseguitati perche’ le si oppongono. Chiamiamo i movimenti a mobilitarsi il 19 di marzo in una grande giornata di azione globale per esigere il ritiro delle truppe di occupazione dall’Iraq. Non piu’ guerra. Appoggiamo tutte le campagne per il disarmo e la demilitarizzazione, compresa la campagna contro le basi Usa nel mondo, quella per il disarmo nucleare, quella per il controllo del commercio delle armi e per tagliare le spese militari. Con la scusa del "libero commercio", il capitalismo neoliberista avanza nello smantellamento degli stati, nella deregulation delle economie e nella "legalizzazione" dei privilegi per le imprese transnazionali attraverso i trattati del libero commercio. Scofitto l’Alca dalla pressione popolare, adesso si vorrebbe obbligare il Centroamerica e altri paesi a sottoscrivere trattati di libero commercio bilaterali che i popoli rifiutano. In Europa la Direttiva Bolchestein dell’Unione europea vuole imporre la privatizzazione completa dei servizi pubblici. In questo ambito chiamiamo tutte e tutti a mobilitarsi durante le Giornate di Azione Globale dal 10 al 17 aprile, nel vertice dei paesi delle Americhe, nel Mar de la Plata, Argentina, nel novembre 2005; e di fronte alla sesta riunione ministeriale della Omc ad Hong Kong nel dicembre 2005.
Appoggiamo la Marcia mondiale delle donne, che realizzano una nuova campagna di azioni femministe globali, percorrendo il mondo, partendo mda San Paolo l’8 marzo, e terminando il 17 ottobre in Burkina Faso, per riaffermare il nostro impegno nella lotta contro il neoliberismo, il patriarcato, l’esclusione e la dominazione. Convochiamo tutti i movimenti a costruire in questo periodo azioni femministe contro il libero commercio, il traffico sessuale, la militarizzazione e per la sovranita’ alimentare.
Appoggiamo gli sforzi dei movimenti sociali e delle organizzazioni che promuovono la lotta per la dignitia’, la giustizia, l’eguaglianza e i diritti umani, specialmente quelli dei Dalit, dei discendenti di africani schiavi, dei popoli indigeni, dei Rom, dei burakumins e i piu’ oppressi settori della societa’.
Chiamiamo alla mobilitazione di massa contro il vertice del G8 in Scozia, dal 2 all’8 luglio. Andremo per le strade e parteciperemo al contro-vertice ad Edimburgo e a Gloneagles. Esigiamo: Che la poverta’ sia cancellata dalla storia; che si fermi la guerra; che si cancelli ild ebito; che si imponga una tassa globale sulle trasazioni finanziarie per finanziare lo sviluppo.
Protestiamo contro le politiche neoliberiste e l’appoggio militare dell’Unione europea nei confronti dell’America latina. Convochiamo una mobilitazione della solidarieta’ tra popoli in occasione del vertice dei presidenti dell’America latina e della Ue nel maggio 2006 a Vienna, Austria.
Lottiamo per il diritto universale a una alimentazione sana e sufficiente. Lottiamo per il diritto dei popoli, delle nazioni, dei contadini, a produrre i loro alimenti. Manifestiamo contro i sussidi all’esportazione, che distorcono le economie e le comunita’ rurali. Eviteremo il dumping alimentare. Rifiutiamo gli alimenti transgenici, perche’, oltre a mettere a rischio la nostra salute e l’ambiente sono strumenti per il controllo dei mercati da parte di cinque imprese trannazionali. Rifiutiamo i brevetti su qualunque forma di vita e specialmente sui semi e contro chi pretende di appropriarsi dei nostri mezzi e della conoscenza ad essi associati.
Esigiamo la riforma agraria come strategia che permette di garantire l’accesso dei contadini alla terra, che sia la garanzia di una alimentazione sana e sufficiente, e che non si concetri nelle mani delle transnazionali e dei latifondisti.
Esigiamo che si annullino le azioni contro i contadini di tutto il mondo, la liberazione immediata dei contadini e dei prigionieri politici nel mondo, la sospensione della militarizzazione delel zone rurali.
Appoggiamo la produzione sostenibile basata sulla difesa delle risorse naturali: sottosuolo, acqua, boschi, aria, biodiversita’, patrimonio ittico, ecc. Appoggiamo la spinta alla produzione organica e agroecologica.
Chiamiamo alla mobilitazione nel giorno mondiale dei contadini il 17 aprile; e nell’anniversario della morte di Lee il 10 settembre contro l’Omc.
Appoggiamo le campagne e le lotte in difesa dell’acqua come bene pubblico, contro la sua privatizzaizone e per il riconoscimento dell’accesso all’acqua come diritto umano, come la campagna "No alla Suez in America latina". Invitiamo a partecipare al Forum internazionale del 18-20 marzo a Ginevra.
Condividiamo l’esigenza di costruire un’alleanza tra movimenti sociali e reti per un "contratto mondiale per il clima: un mondo solare e’ possibile". L’energia e’ un diritto alla vita e un bene comune. La lotta contro la poverta’ e il cambiamento climatico esigono che l’energia sostenibile sia tra le priorita’ delle iniziative e delle campagne del movimento sociale. Sosteniamo la marcia internazionale sul clima di novembre.
La "responsabilita’ sociale delle transnazionali" non e’ riuscita ad eliminare gli abusi e i crimini delle multinazionali. Per questo deve essere seriamente sfiduciata. I movimenti lavoreranno insieme per togliere potere alle multinazionali, per fermare i loro abusi e i loro crimini. Le comunita’ devono avere la liberta’ di proteggersi da sole, di proteggere il loro ambiente e la societa’ dal dominio delle multinazionali.
Sosteniamo le campagne contro le transnazionali che violano i diritti umani, sociali e sindacali, come quelle contro Nestle’ e Coca Coila in Colombia; E, Pepsi Cola in India.
Sosteniamo la lotta del popolo palestinese per i suoi diritti fondamentali e nazionali, compreso il diritto al ritorno, basato sul diritto internazionale e le risoluzioni dell’Onu.
Chiediamo alla comunita’ internazionale e ai governi di imporre sanzioni politiche ed economiche a Israele, compreso l’embargo sulle armi. Chiamiamo i movimenti sociali a mobilitarsi anche per il boicottaggio e la fine degli investimenti. Questi sforzi hanno l’obiettivo di fare pressione su Israele per sviluppare le risoluzioni internazionali e rispettare il parere della Corte internazionale di giustizia sulla fine della costruzione e la distruzione del Muro illegale dell’apartheid e di farla finita con l’occupazione.
Sosteniamo le attivita’ di attivisti israeliani per la pace e i refusenik nella loro lotta contro l’occupazione.
Condanniamo l’ingiusto embargo contro Cuba e chiediamo un processo giusto per i cinque cubani arrestati negli Usa. Allo stesso modo, esigiamo il ritiro imemdiato delle truppe militari straniere ad Haiti.
Riconosciamo la diversita’ di opzioni sessuali come un’espressione di un mondo alternativo e condanniamo la loro mercificazione. I movimenti si impegnano a condividere la lotta contro le esclusioni in nome delle identita’, del genere e dell’omofobia. Uniremo le nostre voci contro tutte le forme di mercificazione del corpo, delle donen e delle persone Glbt.
Appoggiamo il processo di costruzione di una rete globale di movimenti sociali impegnati nella difesa dei migranti, dei rifugiati e desplazados. Il neoliberismo e le politiche della "guerra contro il terrore" hanno prodotto una crescita della criminalizzazione dei migranti, della militarizzazione delle frontiere, della clandestinita’ e della disponibilita’ di forza lavoro sottopagata. Appoggiamo la campagna per la ratifica della Convenzione delle Nazioni unite per i diritti dei migranti, che nessun governod el nord vuole accettare. Appoggiamo la campagna per costituire un organismo indipendente che emetta sanzioni contro i governi che nonr ispettano la Coinvenzione di Ginevra per i rifugiati e i diritti dei migranti e delle migranti.
Appoggiamo le campagne e le lotte per i diritti dei bambini e delle bambine, contro lo sfruttamento del lavoro e sessuale, contro il traffico dei bambinie il turismo sessuale.
Appoggiamo il grido degli esclusi, dei senza voce, per sviluppare una campagna di solidarieta’ attiva e dare forza alla marcia mondiale in cui gli oppressi e le oppresse, gli esclusi e le escluse del pianeta possano alzare la loro voce per conquistare il diritto a una vita degna.
Dal 14 fino al 16 settambre, nell’assemblea generale dell’Onum i capi di governo di tutto il mondo prenderanno decisioni sulla riforma delle Nazioni unite e revisioneranno i loro impegni per combattere la poverta’. Sono solo i principali responsabili dell’attuale situazione critica dell’umanita’. Apoggiamo l’appello delle retiinternazionali che invitano alla mobilitazione globale il 10 settembre, per un nuovo ordine mondiale denmocratico e contro la poverta’ e la guerra. Appoggiamo l’appello epr una mobilitazione il 17 novembre, giornata internazionale degli studenti, in difesa dell’educazione pubblica, la privatizzazione e la transnazionalizazzione dell’educazione.
In solidarieta’ con il Venezuela, la gioventu’ del mondo e’ chiamata a partecipare al sedicesimo Festival mondiale della gioventu’ e degli studenmti, dal 7 al 15 agosto. La comunicazione e’ un diritto umano fondamentale.
Sosteniamo l’appello per le mobilitazioni nell’ambito del Vertice mondiale della societa’ della comunicazione a Tunisi il 16-18 novembre. Appoggiamo l’appello per una forte convenzione internazionale sulla diversita’ culturale e ci opponiamo alla mercificazione dell’informazione e della comunicazione della Omc.
Sosteniamo l’economia sociale come espressione concreta di una alternativa di sviluppo giusto, solidale, democratico ed equo.
In difesa della salute pubblica e contro la sua privatizzazione, chiamiamo tutti i popoli del mondo a una lotta permanente.
Chiamiamo alla mobilitazione nell’ambito dell’assemblea generale della difesa della salute dei popoli a Cuenca, in Peru’, nel 2005 e al Forum mondiale della salute nell’ambito del Fsm in Africa del 2007.
Questa e’ una piccola rassegna dei movimento sociali in lotta.
Globalizziamo la lotta, globalizziamo la speranza.
movsoc@uol.com.br www.movsoc.org
6° giorno - per me ultimo!
Domenica 30 gennaio 2005
Oggi è il penultimo giorno e già si respira un’aria di smantellamento, anche
se al campeggio sembrano esserci state nel fine settimana ancora più persone,
a giudicare dalle impressioni visive e da quanta fila ho fatto per la doccia
(sotto un sole battente).
Stamani la confederazione dei popoli indigeni ha inscenato una manifestazione
al gasometro con l’obiettivo di far conoscere le lotte per la tutela dei
propri diritti all’interno dei vari stati latinoamericani ed anche asiatici.
Non riesco a non partire dalla notizia del giorno ed anche della settimana, ovvero che alla fine del Forum (forse non a caso) sono esplose le contraddizioni che giacevano sotto la cenere. Ovvero chi decide nel Forum? Come si portano a sintesi le proposte che emergono dai seminari? Chi stabilisce le priorità di azione per i prossimi due anni? Chi determina su quali punti si può arrivare ad una sintesi tra gli approcci diversi che sono stati trattati al Forum e quei punti sui quale occorre invece continuare ad approfondire il confronto? Quest’anno, per evitare lo scivolamento del Forum in una semplice palestra di confronto e di discussione e per tradurre la mole di interventi in azioni ed iniziative pratiche era stata individuata la possibilità di far prendere al Forum delle decisioni, attraverso il Murale da Proposta, sulle campagne ed azioni prioritarie. Certo c’era la preoccupazione, condivisa da molti, di creare un parallelismo tra questo percorso, garantito dal Consiglio Internazionale, ed il percorso dell’Assemblea dei Movimenti Sociali che ogni anno nell’ultima giornata del Forum produceva un appello che diveniva, in assenza di altri documenti, l’unico atto collettivo ad essere prodotto e, di fatto, la dichiarazione finale del Forum. Dopo un cappello più o meno lungo a seconda degli anni l?appello arrivava a definire, attraverso un accordo ampio tra i rappresentanti dei movimenti che nella varie parti del mondo producono iniziative di mobilitazione, una serie di azioni prioritarie e, negli ultimi anni, appuntamenti per iniziative comuni in tutti i paesi. Questa modalità ha permesso un’enorme visibilità alle azioni nei singoli paesi su temi come guerra, Wto, lotte contadine. Questo fino ad oggi. Ma oggi Terraviva, il quotidiano indipendente del Forum, distribuito in grandi numero all’interno del Forum e negli alberghi, apre con la notizia dell’appello che 19 intellettuali (attivisti di altro profilo vengono chiamati nel giornale) hanno scritto alla fine di una sessione tematica sul futuro del movimento e presentato alla stampa ieri sul quale chiedono al Forum il consenso, ovvero di esprimersi. Nell’articolo alcuni dei proponenti chiariscono che ora il movimento ha finalmente quel programma che tutti reclamavano. Il profilo dei 19 è senza dubbio altissimo (Esquivel, Petrella, Galeano, Saramto, Houtart, Ramonet, Savio, Cassen, Amin, Frei Betto, Tariq Ali, Walden Bello) ma per le dinamiche attuali del Forum ha l?effetto di una bomba, anche perché molti dei firmatari sono membri del Consiglio Internazionale. Questo appello, intitolato "Dichiarazione di Porto Alegre", quindi con l?ambizione di diventare a tutti gli effetti la dichiarazione con cui si chiude il Forum, rischia di stroncare sul nascere il percorso individuato dal Consiglio Internazionale attraverso il Murale di Proposta. Sembra prender atto della difficoltà di questo percorso e lo risolve con una scorciatoia. Così il Murale rischia di diventare una sorta di "Atti del Forum", una raccolta di tutto quanto detto (che è assolutamente utile, come anche il sito Memoria Viva in cui ognuno potrà lasciare il proprio contributo) ma abbandonando l?ambizione di stabilire tra le centinaia di contributi le priorità di lavoro e di visibilità. E’ bizzarro che proprio l’anno in cui i partecipanti del Forum vengono coinvolti prima nella redazione del programma dei lavori, poi nel tentativo di decidere collettivamente le priorità delle azioni che per la prima volta il Forum cercherà di individuare, alcuni, per quanto prestigiosi ed influenti, si autoproclamano estensori del programma del movimento, "sicuri" come hanno dichiarato, "che la grande maggioranza delle persone del Forum sarà d’accordo con questa proposta". Così alcuni membri del Consiglio Internazionale si sono precipitati a chiarire che questo è soltanto un contributo tra mille altri che arriveranno dai vari incontri presenti al Forum. Nei prossimi giorni il senso di questo appello sarà più chiaro, comprenderemo lo spazio che a questo documento verrà dato (a prescindere dai suoi contenuti), ed anche le dinamiche presenti all’interno del Consiglio Internazionale. Tra l’altro, che potete leggere qui http://italy.peacelink.org/europace... contiene 12 proposte non particolarmente nuove ma, dal mio punto di vista, assolutamente condivisibili. Il problema è che rischia di riemergere la contrapposizione tra chi si agita tanto nelle piazze e chi produce le grandi elaborazioni: ricordo che già lo scorso anno sia Riccardo Petrella che Vandana Shiva avevano dichiarato che non avrebbero partecipato al Forum di Mumbai perché i dibattiti erano troppo spostati sulle questioni sociali e non affrontavano in profondità le questioni più serie ed urgenti.
Rimane quindi apertissimo il problema di quali siano oggi gli strumenti reali per fare pressione e cambiare le cose? Basta un ottimo e credibile programma da far avere alla stampa internazionale, ai parlamentari nazionali, ai governi? Da questo punto di vista è indubbio che il contributo dei 19 sia importante e faccia chiarezza. Ma la forza del Forum è molto più di un buon programma. Altrimenti che bisogno c’è di fare un Forum? Per fare avere al nostro "programma" un po’ di visibilità in più? Condividiamo il fatto che sono necessarie anche (per alcuni solo) le lotte sociali nei territori, in ogni paese, pressioni forti e scontri anche duri, se necessario, con i propri governi, con le istituzioni sovranazionali. Per produrre azioni coordinate e partecipate in tutto il pianeta, che allo stato attuale credo siano gli strumenti più efficaci per cambiare lo stato delle cose, programmi devono essere condivisi da tutti e le priorità di azione vissute come tali da tutti. Non possono essere calate in maniera elitaria dall’altro. Senza dubbio quest’anno in particolare si percepisce nel Forum una forte sensazione di libertà, di spazi aperti a tutti ed anche a proposte diverse tra loro. Per questo diventa cruciale garantire forme democratiche e condivise per tradurre questa libertà, con il metodo del consenso, in azioni e proposte efficaci. L’assemblea dei movimenti sociali può non essere l’unico strumento. Le nuove forme vanno inventate e sperimentate ma a colmare questo vuoto non basta il programma scritto a tavolino da 19 intellettuali. Che poi chiamano all’azione su quelle priorità chi? I movimenti sociali? Si rischia oltretutto di creare un cortocircuito. Questa sera ho partecipato all’assemblea preparatoria dell’assemblea dei movimenti sociali, che si terrà domani. Non troppo partecipata, l’assemblea è apparsa un po’ frastornata, ma ha trovato presto una bozza di lavoro per l’appello che sarà proposto domani. L’andamento dell’assemblea di domani sarà fondamentale per determinare il nuovo punto di equilibrio e le prospettive.
Tornando alla giornata di oggi in sintesi ho seguito la riunione sulle alternative al modello WTO per il commercio internazionale dove l’incontro si articolava in un seminario frontale e poi con la costituzione di 3 gruppi di lavoro, divenuti poi 6, 3 in inglese e 3 in spagnolo) che si ponevano l’obiettivo di rispondere ad alcune scontate ma comunque interessanti domande su come costruire le alternative: ad esempio sui Beni Comuni ed i Servizi pubblici "Che cosa funziona meglio, i sistemi basati sul mercato o quelli basati sullo stato o qualcosa completamente diverso e perché?". Sul Commercio Equo e le alternative per l’agricoltura: "Se vogliamo che il WTO non si occupi di pesca, di cibo ed agricoltura, che cosa funzionerà, cosa non funzionerà e perché"
Così anche negli interventi si sottolineava che se c’è un consenso nel Forum sul fatto che l’agricoltura deve uscire dal WTO, come facciamo ad ottenerlo? Ci mettiamo a costruire qualcosa di alternativo? Come facciamo in modo che i nostri governi lo impongano a loro volta al WTO?
Purtroppo visti i tempi strettissimi non sono riuscito ad seguire direttamente l’evento clou del Forum, ovvero il discorso di Chavez allo Stadio Gigantinho. Vi posso comunque raccontare, grazie ai racconti di chi vi ha preso parte, che Chavez è apparso a molti grandioso. Dopo una serie di interventi di personaggi della scena politica brasiliana, tra cui il Presidente della CUT, il principale Sindacato brasiliano che ha contribuito a dar vista al Forum, è stato fischiato per 5 minuti da una buona parte della platea. Chavez ha parlato per più di un’ora e 40 minuti, il tutto in crescendo fortissimo. Ha richiamato l’orgoglio latinoamericano, la tradizione guevarsita, oltre a quella bolivariana. A molti sono apparsi stonati i riferimenti in positivo alla situazione della Russia di Putin ("che non è più un territorio lacerato dal neoliberismo come ai tempi di Yeltsin") ed alla Cina. I media brasiliani hanno detto che Chavez ha conquistato il Forum. Di sicuro ha tentato di affermarsi come il leader dell’asse latinoamericano e di tutto il Forum, anche in considerazione del fatto che il prossimo anno il Forum Mondiale non si terrà e l’appuntamento del Forum continentale delle Americhe che si terrà in Venezuela avrà per tutta quest’area il peso politico di un Forum Mondiale.
Il campeggio si smantella di ora in ora. Siamo oramai alla fine di un Forum che sarà chiuso domani con l’approvazione da parte dell’assemblea dei movimenti sociali dell’Appello finale e dalla manifestazione di chiusura contro l’ALCA.
Gregorio
PS: mi scuso con chi è riuscito a leggersi tutti i report per avere scritto (ma non sulle foto) Gilberto Giles al posto di Gil e per gli altri errori di battitura!
Saramago, Galeano e Ramonet discutono di utopia e politica. E lanciano un manifesto in cinque punti per dare concretezza all’azione di lotta Porto Alegre, un battaglione di Don Chisciotte
Porto Alegre, nostra inviata
A Porto Alegre torna a vivere Don Chisciotte. Anzi come ha detto Ignacio Ramonet un battaglione di Don Chisciotte pronti a combattere per la libertà e la giustizia. I mulini a vento non ci sono più, ora è il momento di realizzare le speranze e i progetti di questo movimento. Una mattinata intensa quella che si è vissuta ieri mattina al V Social Forum mondiale. Tre dei grandi pensatori del nostro tempo, Ignacio Ramonet, José Saramago e Eduardo Galeano si sono dati appuntamento per discutere e parlare di Don Chisciotte oggi: utopia e politica. Nel teatro Arujo Diana una folla da evento, soprattutto giovanissimi che si sono messi in fila nelle prime ore della mattina per riuscire ad entrare nell’auditorium. Assieme ai tre c’erano anche Federico Mayor, studioso di Cervantes e il ministro brasiliano Luis Dulci, che come tutti i rappresentanti del governo Lula incontra resistenze a questo Forum. Il primo a parlare è Ramonet. «Don Chisciotte è un uomo che non accetta l’ingiustizia, chiede di cambiare le cose, in un mondo differente. Qui - ha detto Ramonet - ci sono migliaia di Don Chisciotte. Il Forum è un’utopia concreta, è l’assemblea dell’umanità, non degli stati. Una Babele ricostruita, ma armonica, in pace, che ha un obiettivo pazzo: rifare il mondo». «Qualcuno dice - ha proseguito il direttore di Le monde diplomatique - che combattiamo contro i mulini a vento, che non vediamo la realtà. Ma qual è questa realtà? Milioni di poveri costretti a sopravvivere, mentre una minoranza decide per loro. Sono i poveri che dovrebbero governare il mondo». Un fragoroso applauso segnala che il pubblico è attento. E allora Ramonet riparte e lancia quella che molti ritengono potrà essere la piattaforma finale di questo forum: cinque punti su cui lavorare.
I cinque punti.
Un semplice e conciso programma di azione. Il primo è l’istituzione di una tassa mondiale di solidarietà contro la fame e la povertà. Poi, la soppressione dei paradisi fiscali. Terzo, l’eliminazione del debito estero dei paesi più poveri. Una moratoria - ed è il quarto punto - per l’acqua potabile, «che deve essere garantita ad ogni essere umano», ha spiegato Ramonet. Infine, un’imposta di solidarietà sulle maggiori ricchezze. Intesi come Stati, ma anche come individui. Entro oggi la proposta dovrebbe essere presentata come manifesto sottoscritto da altri intellettuali e non c’è dubbio che finirà per condizionare in modo pesante il lavoro dei prossimi giorni, diventando il centro di ogni possibile dibattito e ogni probabile azione.
L’utopia inutile
José Saramago, ironico, disincantato e trascinatore. Il suo intervento è seguito in un silenzio religioso. Esordisce con un battuta. «Vi do una notizia. Io non sono utopista. Considero l’utopia inutile. In un mondo in cui un miliardo e mezzo di persone vivono in miseria, la parola utopia non significa nulla». Saramago non vuole credere all’utopia. Il perché è nella banale considerazione che «è troppo lontana nel tempo. A che serve se si realizza fa centocinquant’anni?». Scherza sul Don Chisciotte, sul visionario, utopico, pazzo Don Chisciotte. Un gioco che gli è servito per spiegare le ragioni del suo volere ora e subito l’utopia realizzata, l’utopia che diventa concretezza. Ricorda che «Don Chisciotte si chiamava Alonso Quijano, un nome qualunque. Aveva voglia di cambiare vita e non poteva fare come si fa ora, dire vado a prendere le sigarette e non tornare più a casa. Allora, dati i suoi tempi, ha usato un trucco. Ha detto «sono matto» e da quel momento tutto gli era permesso. Ma nel finale, Don Chisciotte torna Alonso, esattamente dove aveva cominciato. «Don Chisciotte organizza il mondo non come è, ma per come dovrebbe essere». Saramago non risparmia una stoccata ai politici quando parlando del significato delle parole: «Nel mondo politico oggi molti usano la parola sinistra, senza sapere più cosa questa significhi. Dov’è la sinistra?». E poi ancora sulla democrazia. «Si può discutere tutto, non la democrazia. Ma oggi viviamo in una democrazia sequestrata, amputata. Dove dettano legge grandi organizzazioni come il Wto, Banca Mondiale, organizzazioni a-democratiche che vogliono governare il mondo pretendendo di definirsi paladini della democrazia». Eduardo Galeano, meno irruento ha discusso di utopia rovesciando la posizione di Saramago. L’utopia è una forza «che ti porta a camminare sempre in avanti. Non la raggiungi mai, perché avanza esattamente per quanto avanzi, ma ti costringere a muoverti». Poi come fa spesso, Galeano ha raccontato una storia. Ha raccontato di Guevara, dell’ultima lettera scritta ai genitori, nel 1965, prima di imbarcarsi nelle avventure rivoluzionarie africane e in quella fatale della Bolivia. «In quella lettera non parlava di Marx, parlava di Don Chisciotte - ha detto - e si paragonava al suo andare. Ogni mondo nasconde il suo contro-mondo, una faccia diversa. Che c’è, esiste ed è possibile». Saramago e Galeano hanno entrambi sottoscritto il programma di Ramonet, ma c’è da aspettarsi che le firme aumenteranno rapidamente. Ramonet lo ha detto «L’obiettivo del Forum non può essere la sopravvivenza del Forum. Deve essere cambiare tutto. Viviamo in un mondo scandalosamente diseguale. Un miliardo e mezzo di persone vive con meno di un dollaro al giorno, una vacca europea prende ogni giorno 4 dollari di contributi. Gli uomini valgono meno delle vacche». Mentre i tre pensatori lanciavano il loro manifesto, nelle decine di tende dove si stanno organizzando campagne e lotte, migliaia di partecipanti hanno continuato il loro lavorio di piccole formiche e annunciano: aspettate e vedrete cosa siamo capaci di fare.
Simonetta Cossu
Don Chisciotte oggi, utopia e politica. A Porto Alegre il duello intellettuale tra Jose Saramago e Eduardo Galeano. «Non possiamo limitarci a guardare la realtà». «Ma quello che ha cambiato il mondo è stata la necessità»
ROBERTO ZANINI
INVIATO A PORTO ALEGRE
«Attenzione prego, attenzione prego, sto per pronunciare una frase storica: ciò che ha cambiato il mondo non è stata l’utopia, è stata la necessità». Jose Saramago quasi non riesce a pronunciare le ultime parole, sommerso dagli applausi di un teatro stracolmo di gente e di adorazione. Il vecchio comunista del Ribatejo e il cavaliere della Mancha dalla triste figura non potrebbero essere più diversi tra loro, il primo solidamente ancorato alla denuncia delle molte variazioni di una moderna apocalisse, il secondo impegnato da quattrocento anni con gli occhi e il cuore a non vedere la realtà come è, ma come dovrebbe essere. «Don Chisciotte oggi: utopia e politica» dice lo striscione davanti al palco dell’auditorium Araujo Viana, Saramago irrompe nel momento forse più alto del Social forum mondiale e sul palco lo applaude anche Eduardo Galeano, uno che l’utopia invece la tratta bene, come una linea dell’orizzonte inafferrabile che si sposta insieme a chi tenta di raggiungerla, ma proprio a questo serve, a camminare. A Porto Alegre arrivano quelli che un giorno di cinque anni fa si inventarono che un altro mondo era possibile. Ora dicono che è possibile a partire da domani. Duettano sull’utopia, Saramago e Galeano. Dal greco ou tópos, nessun luogo, con l’idea che posa essere qualsiasi luogo, l’utopia scorre nelle vene della società come la conosciamo. Cominciò Platone, la Repubblica come primo progetto di società ideale perfettamente organizzata, Tommaso Moro inventò la parola, ci battezzò la sua isola un secolo prima di Cervantes e ci perse la testa (letteralmente, un re gliela fece tagliare), poi Campanella e la città del sole, i socialisti utopisti alla cui disorganizzazione rispose un certo filosofo di Treviri che si diceva socialista scientifico... E’ la "nostra" parola insomma. Ma ci basta?
«Chisciotte è un romanzo immortale nato in un carcere a Siviglia, dove Cervantes era dentro per debiti come del resto sono dentro per debiti quasi tutti i paesi latinoamericani». Strappa applausi Eduardo Galeano, a cui il chisciottismo cugino dell’utopia è caro in quanto «dimensione eroica dell’antieroe, come ci dice persino il dizionario della Reale accademia spagnola: chi antepone i suoi ideali e le sue convinzioni e opera disinteressatamente per cause giuste, senza ottenerle. Le ultime parole non mi convincono molto: a volte i donchisciotte vincono, magari anche solo moralmente». Ricorda la lettera del Che Guevara ai genitori nell’anno in cui non andò da nessuna parte, cioè sparì per fare la rivoluzione in Congo: «Sento sotto i miei talloni le costole di Ronzinante, mi rimetto in camino».
Lo scrittore uruguayano racconta: «Per chi è capace di vedere al di là dell’infamia c’è un altro mondo nella pancia di questo. In Venezuela conobbi un pittore, Vargas, era uno quasi analfabeta che scriveva a malapena il suo nome con la esse a rovescio. Dipingeva in un modo che umiliava l’arcobaleno, e i mercanti d’arte andavano nel suo paesino e gli compravano per pochi spiccioli quadri che rivendevano ad alti prezzi, e celebravano l’incredibile ricchezza delle sue immagini e dei suoi colori. Ma il paesino era una specie di regno del petrolio dove non cresceva una sola foglia verde, persino l’arcobaleno sorgeva in bianco e nero e gli uccelli volavano sulla schiena. Bene, per me Vargas era un realista».
L’utopia è una realtà, solo vista con gli occhi del folle Chisciotte: come dovrebbe essere.
«Ho una brutta notizia per voi: non sono un utopista». Saramago questa volta strappa risate, ma non c’è niente da ridere. «Considero l’utopia un concetto inutile, un po’ come dire che tanto moriremo tutti e andremo in paradiso. Propongo di strappare la parola utopia dal dizionario, oppure che ci stia, ma ci stia quieta e non disturbi. Per i miliardi di persone che vivono in miseria questa parola non significa rigorosamente nulla. Alla fine Chisciotte finisce per tornare ciò che era, Alonso Quijano, per tornare in una dimensione umana come quella in cui tutti dobbiamo vivere e lavorare».
Saramago prosegue: «L’equivoco tremendo i cui cadiamo tutti: utopia è credere che abbiamo bisogno di alcune cose e le potremo avere, magari, un giorno. L’equivoco è di immaginare che ciò che oggi desideriamo rimanga desiderabile in un giorno che collochiamo nel futuro, diciamo nell’anno 2043 o tra un secolo e mezzo, quando tutti noi saremo morti. Ciò che per noi sarebbe stupendo oggi, per i nostri discendenti non lo sarà. Non si può ignorare questa semplice contraddizione. Per me, l’unico luogo/tempo possibile è il giorno di domani».
E «domani» diventa la parola d’ordine. Tocca a Ignacio Ramonet lanciare il manifesto di domani, quello che gli intellettuali di quella follia realizzata che si chiama Social forum costruiscono per che il «Foro social mondial», Babele ricostruita ma fatta meglio, non diventi la «Feria social mondial». Sono cinque punti, pochi e da realizzare in fretta: tassa mondiale di solidarietà contro la fame e la miseria, soppressione dei paradisi fiscali, cancellazione del debito estero dei paesi poveri, acqua potabile subito per tutti, tassa di solidarietà sulle iper-ricchezze private. E’ il tentativo di far fare alla «seconda superpotenza mondiale» ciò che rischia di non poter fare più, schiacciata dal peso delle sue stesse discussioni: mettersi al lavoro.
«E’ utile l’utopia a corto raggio prosegue Saramago ma allora non si chiama più utopia, si chiama lavoro, cammino, conquista. Siamo obbligati a usare il nome di utopia per continuare a sperare ma l’unica cosa sicura, lo ripeto, è il giorno di domani. Le cinque proposte che ha elencato Ramonet sono cose da fare ora, subito, immediatamente, e non parliamo più di utopie».
Tocca a Galeano citare George Bernard Shaw: «C’è chi osserva la realtà e si chiede perché e c’è chi la immagina come non è mai stata si chiede perché no». Don Chisciotte della Mancha continua a cavalcare, da qualche parte tra la sedia del grande portoghese e quella del grande uruguayano, sotto un tendone di plastica a quaranta gradi centigradi «pieno di chisciotti e di chisciotte», chiosa Ramonet. C’è il tempo per il capo di gabinetto di Lula, Luiz Dulci, di parlare della sua utopia possibile, cioè un governo socialista democratico, e di prendersi qualche fischio. E poi la «cupola intellettuale» del social forum si apre alle domande del pubblico, come in ogni Babele che si rispetti. Il manifesto è lanciato. Forse qualcuno lo raccoglierà.
Per organizzare la presenza del commercio equo e dell’economia solidale al Forum, si è costituito ancora nel 2001 il Forum brasiliano dell’economia solidale, oggi costituito da 12 reti nazionali. Nel pomeriggio di sabato 29 gennaio si è tenuto un seminario dedicato al creare una rete latinoamericana del commercio e dell’economia solidale, iniziativa resa concretamente possibile dalla grande partecipazione al Forum di produttori ed organizzazioni sudamericane che già conoscono il commercio equo, o sono intenzionati a sviluppare l’economia solidale. Secondo Harold Picchi, presidente di Ortomercado Sur, partner argentino della centrale di importazione Ctm Altromercato, la riunione è stata utilissima: per la prima ci si è incontrati a livello continentale, e tutti ne hanno ricevuto un grande stimolo nelle motivazioni e nella consapevolezza di far parte di un movimento reale.
In tanti hanno manifestato la soddisfazione per la visibilità e il lavoro svolto al Forum sui temi dell’economia solidale/commercio equo. Maria Jesus di Mcch, altro partner ecuadoriano di Ctm, ci ha detto: "E’ la prima volta che vengo al Forum, e non avei mai pensato che le nostre tematiche sarebbero state così visibili, e i nostri seminari così interessanti; è bellissimo". La dimostrazione del successo dei temi dell’economia solidale al Forum viene anche dalla partecipazione ad altri seminari. "Non abbiamo ma visto al Forum tanti africani assieme quanto quelli presenti al seminario organizzato da Ripess, la rete di economia solidale basata a Dakar (Senegal). E significativo è l’esito di un seminario sul microcredito, nel quale i partecipanti si sono talmente coinvolti da versare sul posto delle offerte (alcune centinaia di euro) affinché fossero utilizzate per finanziare direttamente progetti economia solidale" commentano Giorgio Dal Fiume e Stefano Magnoni delegati di Ctm a Porto Alegre.
“Il Commercio Equo e le Economie Solidali hanno saputo giocare la loro parte, finalmente non piú autoreferenziale, ma sempre piú inserita nel flusso dei movimenti sociali” scrive Alberto Zoratti di Roba dell’Altro Mondo. “Il Forum, lentamente, sta contribuendo al rafforzamento delle reti di base, dove all’analisi politica si sposa una pratica reale e concreta. Un rafforzamento dal punto di vista politico: dallo strategy meeting di Ifat esce una prospettiva di collaborazione comune in vista della ministeriale della Wto ad Hong Kong, riconfermando la necessitá di alzare finalmente lo sguardo e di farlo in maniera collettiva. Di superare una volta per tutte la diffidenza nei confronti dell’azione politica e di cominciare un cammino comune con obiettivo la ministeriale Wto del dicembre 2005; un possibile documento di posizionamento, da discutere durante la prossima assemblea mondiale della Federazione Internazionale del Commercio Equo (Ifat) che si terrá a Quito nel maggio prossimo, sará il punto di arrivo di un percorso che ci si augura partecipato e che potrebbe essere un elemento di confronto con le reti internazionali di contadini e con il resto dei movimenti sociali.
Dal Sud arriva l’appello dei contadini africani contro gli accordi dell’Europa di Partnership Economica [Epas]. Attivisti dello Zambia, di Trinidad Tobago, della Guinea e del Mali hanno rilanciato chiaramente che sarebbe il momento di lasciarli crescere da soli, questi paesi del Sud, lasciando loro la possibilitá di gestire e utilizzare le proprie risorse, sfamare i propri cittadini e, perché no, sviluppando le proprie tecnologie. Di fatto con gli Epas l’Unione Europea sta cercando di incrementare l’accesso al mercato dei propri prodotti e dei propri servizi nei paesi piú poveri mettendo a rischio la produzione locale di generi alimentari, cosí come le industrie manifatturiere. Le fragili economie dei paesi Acp non sono nei fatti pronte ad affrontare la liberalizzazione spinta dall’Ue che, nonostante tutto, procede speditamente verso l’imposizione degli Accordi, presentandoli come esempio di cooperazione allo sviluppo economico e sociale dei paesi del Sud. [ AT ]
Il World Social Forum si è aperto all’insegna della sinergia tra diversi aspetti dell’attivismo. Il software libero non è solo conoscenza informatica condivisa, ma uno strumento per portare democrazia, quella vera.
Il World Social Forum (WSF) si è aperto mercoledì 26 e si concluderà lunedì 31 gennaio, all’insegna dell’open source. L’idea è quella di trasformare il forum in uno spazio dove le pratiche quotidiane riflettono il modello di un mondo migliore. All’interno del world social territory, cioè il luogo di ritrovo, si usa tecnologia open source, commercio equo e solidale e fonti rinnovabili di energia.
Tutti i circa 1.000 computer al forum sono equipaggiati con free software. Il sito web ufficiale è stato sviluppato per la prima volta in php. Un gruppo Tunisino ha sviluppato un programma per catalogare le riprese video e metterle a disposizione sull’Internet. Le discussioni a più di 400 seminari e i workshop sono trasmessi in diretta, permettendo la partecipazione virtuale da tutto il mondo.
Anche il sistema di traduzione è rigorosamente software libero, sviluppato da Nomad, un gruppo di programmatori operanti in India, Brasile, Francia e Gran Bretagna, che lavorano insieme fin dal 2003, su base volontaria. Ma non è solo uno sfoggio di coerenza movimentista: le idee del movimento che ha rivoluzionato l’informatica cercano terreni fertili da contaminare, in campo economico e politico, come anche Zeus News sostiene da tempo.
La rivoluzione digitale promossa dal software libero è al centro di parecchi dibattiti, cui partecipano, fra gli altri membri della Free Software Foundation, il sociologo spagnolo Manuel Castells, e Lawrence Lessig di CreativeCommons. Si parla di filosofia GNU anche in un laboratorio della libera conoscenza, assieme ad esponenti del governo brasiliano.
Quest’ultimo, non è una sorpresa, si è buttato a pesce in questo fermento rivoluzionario, portando il proprio bagaglio di esperienze e la propria voglia di imparare dalla variegata comunità del WSF. La posizione del governo di Ignacio Luiz Lula Da Silva in merito al copyright non è un mistero. Solo per la cronaca, durante il Summit di Ginevra sull’Information Society, nel 2003, il Brasile si oppose al concetto di proprietà intellettuale sul software, chiedendo ed ottenendo che non fosse menzionato nella risoluzione finale.
Il software libero è parte fondamentale del progetto governativo Cultura Viva, lanciato l’anno scorso dal ministero presieduto da Gilberto Gil per incoraggiare le iniziative culturali. "Lavorando con free software e riciclando i vecchi computer, i gruppi della societá civile creano laboratori multimediali per l’affrancamento delle comunità sottosviluppate", sostiene un funzionario ministeriale.
I gruppi di Cultura Viva sono giunti a Porto Alegre viaggiando in roulotte, sostando nelle città lungo la strada ed organizzando workshop e incontri con le comunità locali. "Diamo voce a tutte le esperienze di comunicazione che incontriamo lungo la strada," dice un attivista del progetto," condividendo ciò che sappiamo ed imparando a nostra volta da loro".
L’adesione del Brasile alla filosofia open source è verticistica (cioè promossa dall’alto del potere) e questo non manca di suscitare perplessità. Eppure, come vediamo, non si limita a far risparmiare quattro palanche agli enti locali, ma intende promuovere il riscatto sociale e culturale delle popolazioni più povere dell’immensa nazione sudamericana. Siamo convinti che le iniziative dal basso siano più efficaci e meritevoli, ma quella di Lula è una strada interessante, che non mancherà di produrre effetti. Teniamo le antenne alte.
Michele Bottari
tratto da ZEUS News
News, 28-01-2005
31 gennaio 2005
Gli oltre quaranta gradi che avvolgono i partecipanti al Forum spingono a riproporsi la perversa domanda: ma cosa rappresenta il Forum alla sua quinta edizione? Come definirlo e valutarlo? Su questa domanda si sono perduti militanti e intellettuali (e la maggioranza dei giornalisti nostrani). Non sono pochi, tra quelli conosciuti in questi anni, che sono giunti alla conclusione che il Forum è inconcludente o incomprensibile. Non siamo certo noi in grado di proporre visioni chiarificatorie o trarre conclusioni. Riportiamo semplicemente alcune frasi e riferimenti che corrispondono a come noi viviamo e valutiamo il Forum, e alla "utilità" che comunque continuiamo a ritrovarvi.
La presentazione ufficiale del Forum dice: "Il Forum è un percorso verso azioni di trasformazione sociale. Il Forum è uno spazio che permette l’intreccio e la convergenza di "azioni" locali o globali provenienti da tutto il mondo". La miglior valutazione di questa intenzione del Forum ci sembra essere il commento di uno tra gli organizzatori indiani del Forum: "Ogni anno noi presentiamo e dibattiamo le stesse questioni, che poi terminano senza esiti visibili. Ma ciò che forse è davvero speciale in esso (il Forum) è il processo di sensibilizzazione delle persone". Noi siamo totalmente d’accordo, e alcuni eventi concreti - tra cui quelli connessi all’economia sociale ed al commercio equo e solidale - lo confermano. Non possono essere solo i numeri a fugare i dubbi sul senso e gli effetti concreti del Fsm, ma l’aver raddoppiato le presenze rispetto all’anno scorso - e l’aver aumentato la partecipazione di aree prima marginali, come l’Asia - ci sembra significativo. Ancor più data la straripante gioventù che vi partecipa, e che segue con attenzione contenuti e riflessioni che probabilmente non sono per essi eventi quotidiani. I giovani accampati nell’immenso "Campeggio della Gioventù" sono quasi trentamila, provenienti da tutto il Brasile ma anche dal Sud America e da altri continenti. Non sarà anche da questo "seminare" che verrà parte delle scelte e dell’agenda sociale del futuro? Questa partecipazione è un fatto sociale e quindi politico, che vogliamo rilevare anche sapendo quanto poco spazio oggi i media italiani e occidentali stanno dando a tutto ciò.
Riassumere i temi principali del Forum è impossibile, a partire agli "eventi culturali": centinaia tra teatro, musica, film, mostre.... Possiamo solo citare quelli che ci sembrano più "frequentati": privatizzazione dei sevizi e delle risorse collettive (22 eventi hanno avuto l’acqua come tema); il governo mondiale e la riforma dell’Onu; il commercio internazionale e la Wto; agricoltura, contadini, sovranità alimentare; intercultura-razzismo. Molti seminari (forse troppi: c’è un rischio di "provincializzazione" del Forum) sono dedicati a tematiche nazionali, soprattutto sudamericane. Ovviamente presente è il tema della guerra in Iraq e della denuncia dei danni del neoliberismo economico (questo forse è il vero tema trasversale, presente nella maggioranza degli incontri), ma a questo proposito queste giornate ci hanno confermato l’impressione iniziale: il Forum si presenta meno ideologico, con meno bandiere rosse e Che Guevara e più l’accento sui temi, proponendo una mobilitazione e quindi un lavoro politico e sociale svolto partendo dalla condivisione dei problemi e degli obiettivi, piuttosto che dal condividere a priori un linguaggio, una militanza e/o un’ideologia. Ciò ha finora garantito quello che a nostro avviso è il principale valore dei Forum: l’eterogeneità (che include anche il suo disvalore: la frammentazione e l’inconcludenza).
Visibile è anche il tentativo di finalizzare maggiormente i lavori del Forum, senza limitarsi ad una lista di eventi globali "appoggiati" al Forum. Oggi 31 gennaio il Forum si è infatti chiuso da un lato con una sintesi dei contenuti principali emersi durante i lavori del Forum, divisi per aree tematiche (11, tra cui l’economia solidale); dall’altro il Forum ha fatto alcune proposte (per esempio con riguardo alla riforma dell’Onu e dell’Organizzazione mondiale del commercio) su temi ritenuti particolarmente significativi, impegnandosi a promuoverli e chiamando i partecipanti al Forum e gli organizzatori degli eventi futuri a mobilitarsi. Uno di questi ci interessa molto: oltre a chiamare al boicottaggio internazionale di prodotti simbolo come la Coca Cola, si è anche chiesto (su richiesta proveniente dalle sintesi dell’economia solidale) di promuovere il consumo di prodotti del commercio equo e dell’economia solidale, dal momento che una economia alternativa al neoliberalismo esiste già, e l’atto del consumo ha un significato politico laddove diventa collettivo. Ovviamente ciò ci dà soddisfazione, e speriamo che incentivi lo svecchiamento di una certa partecipazione e interpretazione del Forum, spesso interessata unicamente all’agenda politica tradizionale, e a ritenere importanti solo quei temi che rientrano nella visione e nell’azione della sinistra radicale o tradizionale. Non possiamo chiudere questi report senza citare la qualità dell’organizzazione del forum. Per chi partecipa ai Forum dall’inizio ciò non è una sorpresa, ma occorre comunque notare l’ottimo livello organizzativo, che ha permesso una buona partecipazione agli eventi pur con un numero record di partecipanti.
Arrivederci quindi nel 2007 in Africa!
[*Ctm altromercato]
Durante l’apertura della conferenza del Presidente Hugo Chávez è stato confermato il Venezuela come la sede di una delle edizioni regionali del Forum Sociale Mondiale del 2006. La decisione è stata presa all’unanimità dal Consiglio delle Americhe, uno dei comitati del Forum. Dopo l’annuncio, Candido Grzybowski, direttore dell’Istituto Brasiliano di Analisi Sociali e Economiche (IBASE) ha ringraziato Chávez per la disponibilità ad ospitare l’evento. Il carisma del polemico Presidente ha veramente conquistato Porto Alegre. Già molto prima dell’arrivo di Chávez in città, diverse migliaia di manifesti, con la stessa impostazione della pubblicità dei concerti rock, informavano sulla conferenza del “capo bolivarista” (la parola viene del nome di Simon Bolivar, che sognava un Sud America trasformato in un unico paese).
Chávez, nel suo discorso, ha elencato gli ispiratori della “rivoluzione bolivariana”. Il primo, secondo lui, sarebbe stato Gesù Cristo, definito come “uno dei più grandi avversari dell’imperialismo”, poi l’indimenticabile Che Guevara (il Presidente indossava una camicia con una foto del mito in basco) seguito da Atahualpa, leader della resistenza inca ai conquistadores, e dal fondatore del Partito Comunista Brasiliano, Luiz Carlos Prestes.
Il presidente Chávez ha fatto al pubblico un resoconto del suo lavoro per il Venezuela, definito da lui una “rivoluzione”, con tanto di statistiche alla mano, al punto di far supporre una sorta di ringraziamento del supporto fornitogli dal Governo Lula durante le due crisi interne che ha dovuto fronteggiare. Il Presidente ha attaccato duramente gli Stati Uniti concludendo così: - “Tutti gli imperi sono sempre corrotti da dentro e un giorno piomberanno per terra. Un giorno l’imperialismo nord americano piomberà per terra e prevarrà il popolo degli Stati Uniti sognato da Martin Luther King".
João Pedro Stédile, del Movimento dos Sem-Terra (MST) è stato l’anfitrione di Chávez a Porto Alegre ed è stato lui ad accompagnare il Presidente al pranzo con le autorità all’albergo Plaza San Rafael. Nella mattinata Chávez ha visitato anche un accampamento dei Sem-Terra in un’area occupata a Tapes (vicino alla Lagoa dos Patos) e ha piantato un alberello nel Bosco della Solidarietà, che ogni anno diventa più folto a Porto Alegre.
Azione, efficacia e partecipazione. Nel mezzogiorno assolato di Porto Alegre, il Forum Sociale Mondiale 2005, si è concluso all´insegna di queste semplici ma caratterizzanti parole d´ordine prima di disperdersi in una grande festa di canti e balli sulle rive del Guiaba.
Per le strade polverose della cittadella altermondialista nell’ultima settimana sono passate almeno 155 mila persone che hanno partecipato ad oltre 2500 iniziative, mentre l’immenso Accampamento della Gioventù (per la prima volta inglobato nella stessa area dove si svolgevano seminari e dibattiti) ha ospitato 35mila ragazzi e ragazze da tutto il mondo. Dopo cinque frenetiche e intense giornate di lavori in cui si sono affrontati i temi più diversi (dal software libero agli ogm, dalla lotta per la casa a quella per l´accesso all´acqua, dai media alternativi al no alla guerra) e dove si sono realizzate reti trasversali fra movimenti e si sono discusse nuove proposte e strategie di lotta, per il popolo di Porto Alegre è arrivata l’ora di tirare le somme.
L’agenda dei movimenti sociali
Lo ha fatto lunedì mattina con la tradizionale assemblea dei movimenti sociali quando, sotto il tendone bianco che ospitava rappresentanti di associazioni e movimenti da tutto il mondo (nonostante le difficoltà delle traduzioni e il caldo torrido) è stata ricostruita e divulgata quella che Chavez ha definito «l’agenda sociale mondiale» del movimento. Abolizione del debito estero, mobilitazione contro la guerra, lotta contro il libero commercio e i suoi centri di potere (Fondo Monetario e Banca Mondiale), difesa dei beni comuni, tutela dell´ambiente, lotta per i diritti delle donne, dei bambini, dei migranti e tutti i temi da sempre più cari al movimento sono stati riassunti e concretizzati attraverso un vero e proprio scadenzario di appuntamenti mondiali.
L’agenda che ne è venuta fuori è veramente densa di impegni e di inziative. A cominciare dal 19 marzo data per il quale è stata proclamata una giornata globale contro la guerra e per il ritiro immediato delle truppe dall’Iraq, per finire a dicembre quando sono previste le manifestazioni contro il Wto che si svolgerà a Hong Kong. Passando dalle contestazioni del vertice del G8 in Scozia a luglio e senza dimenticare una fittissima serie di ulteriori e pervasive iniziative che vanno dal boicottaggio alle multinazionali che violano i diritti umani all´embargo politico ed economico verso Israele, dalle campagne di controinformazione a quelle per la chiusura delle basi militari statunitensi.
Un metodo di azione
Ma al di là del fitto susseguirsi di impegni che caratterizzerà i prossimi dodici mesi e che è impossibile qui riassumere, il quinto Forum mondiale ha rappresentato anche una svolta metodologica. «A differenza degli altri anni abbiamo stilato un documento che in primo luogo rappresenta un´agenda delle lotte da portare avanti perché siamo qui per agire e non per parlare - ha spiegato Luciano Muhlbauer (Sin Cobas) che coordinava l´assemblea - Il documento è stato realizzato seguendo un nuovo metodo di lavoro, collettivo e plurale, raccogliendo pazientemente tutte le proposte che si sono discusse in questi giorni. La metodologia infatti non è una questione di forma ma è una questione politica».
L´orizzontalità della partecipazione e la democratizzazione delle decisioni sono stati uno dei principali punti di svolta di questo Forum. E proprio per questo nei giorni scorsi era stato accolto con particolare freddezza il «manifesto dei 19» stilato da alcuni degli intellettuali più prestigiosi e amati del movimento tra cui Eduardo Galeano, José Saramago, Boaventura de Sousa Santos, Frei Betto, Ignazio Ramonet, Bernard Cassen, Walden Bello e Giorgio Petrella. Un manifesto che, nonostante contenesse spunti e proposte per lo più condivisi dal movimento, era stato letto come un atto eccessivamente mediatico e verticale.
A confermare questa nuova strada di consultazione collettiva anche una delle iniziative più originali e innovative del Forum: la creazione negli 11 spazi tematici di una serie di bacheche dove raccogliere «proposte di azione». Ad oggi ne sono giunte agli organizzatori oltre 352. Alcune di queste sono state presentate durante la cerimonia ufficiale di chiusura come quella del Nobel per la letteratura Saramago che ha invitato i linguisti ad eliminare la parola “utopia” dal dizionario per sostituirla con quella di “azione”. Tutte le altre saranno invece divulgate attraverso Internet e costituiranno la “memoria viva” di questo grande evento www.memoria-viva.org
La sfida verso il 2006
Il Forum 2005 è stato dunque un grande evento, immenso e complesso come non mai. Un evento che ha dimostrato quanto il movimento sia vivo e partecipato sottolineandone il carattere plurale, frastagliato, orizzontale. «Il Forum non termina in questo spazio ma è un momento di convergenza dei movimenti che si incontrano e poi continuano la loro lotta», si legge nel documento ufficiale che sancisce la chiusura del quinto Wsf. L´anno prossimo il grande meeting mondiale sarà frazionato e regionalizzato. Quasi sicuramente si svolgerà in Venezuela e in Marocco. Fino ad allora la sfida sarà quella di tradurre e rendere partecipate e diffuse anche a livello nazionale le campagne e le istanze emerse da Porto Alegre. Una sfida che attende anche il movimento italiano.
Si è concluso il Social Forum di Porto Alegre con numerose proposte e documenti. Tra i vari documenti usciti c’è il “Manifesto con le dodici proposte per un altro mondo”, sottofirmato da un gruppo di 19 intellettuali di tutto il mondo, alcuni dei quali membri del Consiglio internazionale del Forum che hanno ribadito che l’iniziativa è a titolo personale e non impegna il Forum sociale mondiale. Tra i vari punti esposti nel documento, ha fatto discutere la proposta della tassazione sulle vendite di armi in quanto significherebbe riconoscere la loro legittimità, per quanto nociva. Secondo l’editoriale del direttore del settimanale Carta, Gigi Sullo, nel Manifesto si parla di Onu, senza specificare cosa dovrebbe diventare una organizzazione dominata dal Consiglio di sicurezza e composta, in sostanza, da stati-nazione, proprio le vittime [e complici] del neoliberismo, come infatti anche il "Manifesto" dice. Si afferma che le organizzazioni internazionali come Fmi e Banca mondiale e Omc dovrebbe rientrare "nel sistema dell’Onu", e questo riporta al punto di partenza. Per questo viene definito un impianto astratto legato all’epoca della legalità nazionale.
Collegata alla questione dell’Onu è la proposta della Tavola della Pace che lancia di organizzare il 10 settembre una giornata mondiale di mobilitazione contro la guerra, per la pace, la democrazia chiedendo con priorità la democratizzazione delle Nazioni Unite. Dalla voce di Gregorio Malavolti dell’Arci viene raccontato che durante il seminario alcuni hanno richiamato l’attenzione sul rischio di divisione all’interno del movimento che sul tema della riforma dell’Onu e per questo dalla bozza finale del documento finale è stato chiesto di il richiamo alla sola democratizzazione di Wto, Fmi e Bm e di inserire un passaggio sulla necessità di cambiare radicalmente le regole economiche del sistema. Foto scattate al Wsf ’05 da Gregorio Malavolti Una delle novità di quest’anno è proprio il Tabellone delle Proposte, presente in ogni area tematica del Forum, dove si raccolgono le proposte di gruppi, organizzazioni, individui - per poi essere pubblicati nel sito www.memoria-viva.org.
Ma dal Forum ne esce anche una strategia per i prossimi anni: il Wsf 2006 sarà realizzato in maniera distribuita, in vari posti nel mondo - questa decisione mira all’espansione e al radicamento del processo. Faranno parte del Wsf 2006 quegli eventi in vari paesi e regioni in cui le organizzazioni si propongono di condividere metodi e principi costruiti in comune e in accordo con la Carta dei Principi". Inoltre, gli eventi avranno tutti la stessa data d’inizio - in coincidenza con il Forum a Davos - e le proposte dovranno pervenire entro marzo al Consiglio internazionale, che deciderà nella prossima riunione, prevista per l’inizio di aprile. Una delle proposte è quella di un luogo virtuale, un Fsm 2006 in rete, utilizzando le tecnologie per far incontrare, discutere e proporre on-line da tutto il pianeta. Si sottolinea infine che il Consiglio Internazionale sosterrà i processi tematici e regionali già attivi -come il Forum sociale europeo, previsto per aprile 2006 in Grecia - e che il Segretariato Internazionale continuerà con l’attuale composizione fino ad aprile, quando verrà "riconfigurato". Quest’ultimo passaggio è sicuramente il più delicato, insieme alla richiesta di ritornare a Porto Alegre nel 2008 o con cadenza biennale, che il presidente Lula stesso ha voluto rimarcare nel suo incontro con il Consiglio.
Tra le mobilitazioni più importanti che è stata decisa a Porto Alegre c’è quella contro la guerra del 19 marzo, vigilia dell’anniversario del bombardamento all’Iraq. Le modalità saranno diverse paese per paese, dal grande concentramento nazionale alle iniziative sparse sul territorio, ma 30 paesi [dagli Stati uniti ai grandi paesi asiatici e sudamericani, alla Palestina e a tutta l’Europa] hanno già comunicato che in piazza ci saranno. La piattaforma della giornata sarà ampia per raccogliere le varie sensibilità di chi si esprime contro il terrorismo o a sostegno della resistenza irachena. Secondo un comunicato dell’ International Action Center, questo appuntamento diventa ancora più necessario dopo le “elezioni fasulle” che hanno tentato di dare una "faccia Irachena" all’occupazione. Negli USA, la Coalizione "Le Truppe Fuori Subito" sta organizzando dimostrazioni locali e regionali per domandare la fine dell’occupazione, con una convergenza di massa regionale in Central Park, a New York, per il 19 marzo. Per questo l’International Action Center, partecipando alla Coalizione "Le Truppe Fuori Subito", chiama a raccolta tutte le organizzazioni progressiste e contro la guerra a scendere insieme nelle strade nei giorni 19 e 20 marzo per esigere: "Le Truppe Via Immediatamente!".[ AT ]
30 gennaio 2005
Sono tutti nomi importanti, quelli che si leggono in fondo al "Manifesto di Porto Alegre", presentato sabato 29 in un albergo di Porto Alegre con grande partecipazione di giornalisti di tutto il mondo. Alcuni di quei nomi compaiono su Carta molto spesso: Riccardo Petrella, Roberto Savio e Immanuel Wallerstein, ad esempio. Eppure, lo diremo con gentilezza, quel documento non ci e’ piaciuto, per quel che ha voluto rappresentare e per quello che c’é scritto dentro. Al nostro amico Petrella, che solo poche settimane fa é stato uno dei relatori al "Cantiere" che abbiamo organizzato insieme ad altri, abbiamo già proposto di discuterne a fondo, su Carta. Intanto, chi legge può vedere il testo integrale qui, nel nostro sito, e farsi un’idea. Prima di tutto, il problema sta nel come il "Manifesto" è nato. L’iniziativa è evidentemente partita da Ignacio Ramonet e Bernand Cassen, che certo poi hanno rivisto il testo con gli altri [a presentarlo, nella conferenza stampa, erano lo stesso Petrella, Adolfo Perez Esquivel e Aminata Traoré, che certo non raccontano e leggono alla stampa di tutto il mondo un testo che non condividono]. In ogni modo, quel testo ha il segno dell’iper-illuminismo tipico del gruppo di Le Monde diplomatique. Pare quasi che basti nominare le soluzioni, perché quelle buone idee si avviino a diventare concrete. Perché in tutto il testo, nonostante l’appello iniziale ai movimenti sociali, non si affronta, se non molto vagamente, il problema fondamentale della nostra epoca: la democrazia. Si parla di Onu, senza specificare cosa dovrebbe diventare una organizzazione dominata dal Consiglio di sicurezza e composta, in sostanza, da stati-nazione, proprio le vittime [e complici] del neoliberismo, come infatti anche il "Manifesto" dice. Si afferma che le organizzazioni internazionali come Fmi e Banca mondiale e Omc dovrebbe rientrare "nel sistema dell’Onu", e questo riporta al punto di partenza. Si parla di "politiche pubbliche" senza svolgere una espressione che, a guardare appunto gli stati-nazione, é quasi senza significato. Si accenna, dicevamo, alla "democrazia locale", per poi, nel punto specifico, invocare la craezione di "osservatori" sui media e protezioni [da parte di chi?] dell’autonomia dei giornalisti. Insomma, tutto l’impianto é non solo astratto, ma ancora ancorato, e molto, alla legalità nazionale di un’altra epoca, che certo va difesa a tutti i costi, ma non rappresenta il futuro. L’impronta è quella francese, appunto: l’idea che basterebbe proiettare a scala universale l’"esprit republicain" dell’eterno giacobinismo francese, ed ecco che le "lumieres" si accenderebbero sull’umanità. Attitudine che puo’ diventare buccia di banana, dove ad esempio si chiede la tassazione delle trasazioni finanziarie, delle attività a forte emissione di gas serra, e "sorpresa" del commercio di armi. Ma le armi, ossia gli strumenti indispensabili alla guerra, non sono solo una attività nociva tra le altre, sono - come chiunque ha visto il 15 febbraio 2003 - una attività umana su cui deve cadere un tabù culturale assoluto. Si’, assoluto. Tassare la produzione delle armi, significherebbe riconoscere la loro legittimità, per quanto nociva. Bernand Cassen si é piuttosto irritato, qaundo noi di Carta abbiamo posto questa domanda, nella conferenza stampa. Evidentemente, in Francia - come ben sappiamo - l’assillo della guerra é piuttosto attutito, grazie al diaframma protettivo creato dalle scelte dello stato francese [che non partecipa alla guerra in Iraq per ragioni geopolitiche, per altro, non per scelta pacifista]. Potremmo poi discutere della cancellazione del debito [invece che il debito ecologico], sui diritti degli esseri umani [senza mai prendere in conto la protezione degli esseri non umani, come accade ad esempio in molte culture indigene, per le quali l’"ambiente" non è un contesto strumentale alle attività umane certo da "preservare"], sui balbettii sullo sviluppo, ecc. E lo faremo. Ma, intanto, vi è da registrare il fatto che il "Manifesto" non solo si è pesantemente sovrapposto al documento consueto dell’Assemblea dei movimenti sociali, che dal 2001 è stata la sola proposizione [presuntamente] sintetica alla fine dei Forum mondiali. Ma che il "Manifesto" ha creato una evidente frattura in un Consiglio internazionale già molto fragile, incerto sul modo della sua composizione [vi si entra per cooptazione, insostanza] e diviso sulle prospettive. Chico Withaker, uno dei fondatori brasiliani del Forum [e tutto fin qui si era retto sull’asse tra francesi e brasiliani], ha commentato che il "Manifesto" è solo "un documento tra centinaia di altri". Peccato davvero, perché gli organizzatori brasiliani quest’anno hanno dato prova di grande coraggio e inventiva, rovesciando come un calzino lo schema dei Forum precedenti, cancellando le "plenarie" professorali a favore dei seminari autogestiti, diffondendo il Forum sul "Territorio social mundial", aprendo le porte a una straordinaria partecipazione giovanile e insomma mostrando di aver compreso la lezione di Mumbai, l’anno scorso in India. Certo, indicare come sede dei tre Forum che dovrebbero riempire l’anno che prepara il Fsm in Africa Caracas, in Venezuela, Marrakesh, in Marocco, e Madras, in India, non é un gran che: le pressioni politiche sono evidenti. E Bernand Cassen e Ignacio Ramonet, autentici fans di Hugo Chavez, ancora una volta hanno evidentemente pesato. Ma che senso ha, forzare la situazione, dopo un Forum tanto efficace, e dove centinaia di campagne e programmi sono stati varati [esiste finalmente anche un "Manifesto indigena", e poi l’acqua e il debito e infiniti eccetera], proponendosi come i soli in grado di riassumere "senso e proposte" del "portoalegrismo", come l’ha definito Ramonet? Quel che si ottiene, in questo modo, è un titolo sui giornali [per altro molto scettici, a partire da "Terra viva", il quotidiano del Forum prodotto da Ips, l’agenzia di cui Savio é presidente emerito]. E’ divisione, non "consensus". Perché il movimento altermondialista, bisognerebbe ormai saperlo bene, é una rete di reti di reti di reti, che si associano liberamente. Non hanno bisogno di padri, ma di amici intelligenti come Riccardo Petrella, Ignacio Ramonet, Bernand Cassen, Immanule Wallerstein e tutti gli altri.
Sabato 29 gennaio 05
Giornata molto positiva anche oggi! Il Forum dello scorso anno in India è stato fantasticamente emozionante, una scoperta, e dal punto di vista "umano" imbattibile. Se però dobbiamo valutare il Forum per la capacità di far fare un passo in avanti al movimento credo che quest’anno ci siano tutte le premesse perché questo passo sia un salto visibile. La formula del 2005 è senza dubbio basata proprio sul modello che ha avuto successo a Mumbai lo scorso anno.
Ho passato una buona parte della giornata a discutere della GWA, Global Week of Action, settimana di azione globale sul commercio internazionale. In sostanza una settimana contro il libero commercio e in previsione del WTO ad Hong Kong alla fine dell’anno. La mattina è stata la volta della discussione tra i promotori della GWA ed i Movimenti Sociali. L’assemblea, prevista nello spazio G901 che è uno dei più grandi, ha avuto una scarsa partecipazione. Nel pubblico quei movimenti sociali che erano già attivi nel movimento a Cancun: dai numerosissimi coreani, ai latinoamericani attivi contro l’ALCA. Così Alejandro Villamar della Rete Messicana di azione contro il Libero Commercio ha spiegato come il WTO nel 2004 ha attuato un cambio di strategia nella negoziazione e sta prendendo "illegalmente" nel suo Consiglio Generale di Ginevra in cui non ci sono rappresentanti di ogni paese, decisioni importanti che dovrebbero per statuto essere prese alla Ministeriale di HK. Dobbiamo anche per questo fare azioni nei nostri paesi per impedire che si violino addirittura le norme interne del WTO. Per questo le organizzazioni di Messico ed America Latina nel mese di aprile, all’interno della settimana globale, faranno delle azioni per impedire che si violino addirittura le norme interne del WTO. A Giugno a Ginevra si riunirà infatti il Consiglio del WTO e tra Luglio e novembre si terranno una serie di attività di sensibilizzazione e di pressione principalmente in Asia. In Messico si terrà una giornata di cultura indigena con Workshop e Laboratori a Maggio a Città del Messico. Nel caso messicano la parte più importante è contro la privatizzazione delle salute, dell’educazione e del settore sindacale- Nel caso delle organizzazioni contadine l’attenzione sta centrata nella rinegoziazione del capitolo agricolo dell’accordo di libero commercio tra USA; Canada e Messico, facendo pressione, in rapporto con la rete esistente in Canada, perché il Ministro canadese non firmi i trattati Nafta che si concretizzerebbero nella possibilità per le aziende nordamericane di sfruttare liberamente le risorse naturali di tutto il Messico e nella creazione di un sistema di sicurezza regionale. A seguire ha parlato un membro della delegazione coreana che ha fatto un intervento forte contro il WTO ed ha assicurato la partecipazione del movimento coreano alle azioni globali. Il rappresentante di Oxfam ha avuto accenti diversi (come era già avvenuto a Cancun) ed ha chiarito che la propria organizzazione si sta battendo molto su due punti relativi all’agricoltura: la fine del Dumping con una grande pressione sugli Stati Uniti e dell’UE, anche con azioni di lobbying sulla riforma del commercio dello zucchero. Il secondo punto è l’affermazione del potere per tutti i paesi di avere il diritto di decidere del proprio commercio per quanto riguarda l’agricoltura per garantire la sicurezza alimentare, azioni che potranno contare su una nuova ricerca che Oxfam pubblicherà ad aprile. A molti di noi è sembrato che "il diritto di decidere autonomamente" significasse battersi per la fuoriuscita del Wto dall’agricoltura.
A mezzogiorno il sole batteva incredibilmente e moltissimi delegati arrancavano a torso nudo alla ricerca delle sale della sessione 12-15.
Così nel primo pomeriggio ho seguito la riunione promossa dal comitato organizzatore della GWA per spiegare il senso della giornata a dell’importanza di coordinare le azioni nelle varie parti del mondo. Gli interventi sono stati meno ideologizzati di quelli della mattina, più pratici. Uno dopo l’altro hanno fatto una rassegna su tutto quello è in programma in tutto il mondo per la settimana di azione, con contributi da vari paesi: paesi africani, nordeuropei, latinoamericani. Io sono intervenuto per spiegare che cosa abbiamo in programma di fare in Italia.
Prima di cena abbiamo come ARCI fatto un incontro con alcuni rappresentanti del Movimento Sem Terra per valutare la possibilità di estendere alcuni progetti di cooperazione che erano stati portati avanti negli ultimi anni. Loro ci hanno detto quasi incidentalmente che erano certamente importanti i singoli progetti, ma che il loro interesse principale era nella costruzione di una relazione politica continuativa, in un appoggio alle lotte del loro movimento che poteva concretizzarsi anche in azioni di cooperazione, ma che doveva fondarsi su un interscambio ed un confronto di idee costante. Da questo punto in poi la discussione è cambiata di registro ed è stata straordinaria! Ci siamo confrontati sul concetto vasto di cultura e di riappriopriazione di un’identità diversa rispetto a quella che il mercato impone ai singoli ed ai gruppi. Ci hanno spiegato la struttura "istituzionale" del loro movimento, raccontato le difficoltà che stanno incontrando proprio in questi mesi per far valere il principio della uguaglianza e differenza dei due sessi. Noi abbiamo raccontato un po’ quella che è la nostra esperienza con i Circoli ed abbiamo compreso che i possibili campi di azione e di relazione reciproca sono moltissimi e che abbiamo davvero tanto da imparare. Così ci siamo entrambi presi l’impegno ad approfondire la conoscenza reciproca e sviluppare in Italia iniziative diffuse sul territorio di informazione sull’esperienza dei Sem Terra, dal quale possano nascere anche interscambi tra Circoli ed Accampamenti ed i relativi progetti di sostegno.
Gregorio
da Porto Alegre
«Dopo cinque anni adesso è l’ora dell’offensiva». Presente per la seconda volta al Forum Mondiale, il presidente del Venzuela Hugo Chavez, lancia da Porto Alegre il suo messaggio al movimento. Un messaggio di concretezza e di azione. «Il Forum Mondiale sta compiendo un lavoro fondamentale e rappresenta un evento politico molto importante. Dopo cinque anni non c’è un paese nel mondo dove non si discutano gli argomenti del forum ma adesso è l’ora di un nuovo progetto: la costruzione di un’agenda sociale mondiale», ha detto il presidente parlando prima in un visita ufficiale a un “assentamento” occupato dai Sem Terra e poi in un Gigantinho stracolmo fino all’inverosimile. Quello stesso palazzetto dello sport che solo pochi giorni fa, un altro presidente, Lula da Silva, era riuscito a malapena a riempire ed entusiasmare.
Il presidente campesino
La giornata di Chavez a Porto Alegre, è iniziata la mattina con la visita a Lagoa do Junco, a un centinaio di chilometri di distanza da Porto Alegre per l’inaugurazione del “Boscho della Solidarieta”. Insieme a lui nelle terre occupate dai Sem Terra sono arrivati anche centinaia di delegati del Forum che hanno marciato sotto il sole cocente dell’estate del Rio Grande do Sul, fra la polvere della strada e il verde delle risaie biologiche, per ascoltarlo.
Camicia rossa e pantaloni neri, il presidente ha innanzitutto ribadito l’importanza dell’unione di tutti i popoli dell’America latina anticipando il tema per il quale è stato invitato a partecipare al Gigantinho: «Il Sud, nord dei nostri popoli».
«L’unione di questa terra e di questo popolo è l’unica risposta alla minaccia antimperialista», ha sottolineato il “presidente campesino” (come lui stesso si è definito) prima di ripercorrere con un lungo excursus storico il passato di rivolte e rivoluzioni del Venezuela e di tutta l´America Latina. «Dopo tanto attendere adesso è l’ora dell’offensiva – ha spiegato Chavez direttamente entrando nel merito dell’azione politica da intraprendere – Dobbiamo costruire un’agenda sociale mondiale parallela a una strategia di potere. Perché la lotta contro il neoliberismo è una lotta di potere contro potere, di egemonia contro egemonia. Si tratta di vedere se vincerà il progetto della morte o il nostro, quello della vita».
«L’esperienza del Venezuela può servire come esempio modesto per la costruzione di questa agenda di azione – ha continuato il presidente – progetto che ha l’obiettivo di trasferire il potere al popolo». Chavez ha quindi ricordato l’importanza dell’educazione e quello che sta facendo il suo governo, con l’aiuto di insegnanti da Cuba, per combattere l’analfabetismo nel paese. «In un anno e mezzo abbiamo alfabetizzato oltre un milione di venezuelani perché la conoscenza è il potere più grande di tutti».
Oltre all’importante messaggio di concretezza ed azione indirizzato da Chavez all’intero movimento “altermondialista”, la sua presenza dai Sem Terra ha rappresentato anche un atto politico molto forte vista la battaglia che Via Campesina sta portando avanti con il governo brasiliano sia per ottenere una riforma agraria che per fermare la diffusione degli ogm nel paese e salvaguardarne la biodiversità. Lo stesso presidente venezuelano non ha mancato di sottolineare la lotta contro il latifondo che sta portando avanti nel suo paese e l´espropriazione, qualche mese fa, di circa 5mila ettari di terreni ad un grande azienda agroalimentare. Mentre il leader storico e carismatico di Via Campesina, Joao Stedile, ha consegnato direttamente a Chavez alcuni semi delle diverse qualità i soia brasiliana affinché «il Venezuela non dipenda mai dalla soia della Monsanto». Infine proprio da Lagoa do Junco è stato firmato un accordo (fra il governo venezuelano, brasiliano e Via Campesina) per la creazione di una scuola latino-americana di agro-ecologia.
Verso la conclusione
Dopo il bagno di folla per Chavez intanto il quinto World Social Forum si avvia infine alla chiusura in attesa di quello del prossimo anno che probabilmente si svolgerà proprio a Caracas. Saranno una donna indigena, una ragazza e un uomo di colore ha leggere domani sera il testo di sintesi di questo quinto Forum che si chiuderà su tre parole d´ordine: resistenza alla guerra, globalizzazione della pace e solidarietà.
Porto Alegre, 31 Gennaio 2005 —
Sono appena tornato dall’incontro tra Chavez e l’MST.
Ma cominciamo dal diario della giornata di ieri.
È stato un giorno un po’ più tranquillo, per fortuna la mattina non avevo nessun compito e quindi ne ho approfittato per dormire e sistemare tutti i materiali raccolti, controllare la posta e mangiare qualcosa di sostanzioso. Il pomeriggio invece è stato abbastanza intenso, si comincia con una visita al settore dell’ alimentazione biologica, è un grande tendone bianco, nello stile del WSF2005, che avendo abbandonato l’ università PUC, storica sede dei primi eventi, è migrato dentro grandi tendoni su tutto il lungo fiume.
Le tende hanno grosse punte verso l’alto e la stupefacente capacità di mantenere l’aria più calda e umida che all’esterno. Questo settore è pieno di coltivatori facenti parti di cooperative biologiche, hanno portato tonnellate di mango, banane, noci di cocco, ma anche zucche giganti, meloni e tanta tanta altra frutta. Mi incontro con Wilson, un simpatico coltivatore dallo sguardo vivace. È un torrente di parole, per fortuna in questi giorni ho rispolverato il mio portoghese. Purtroppo Portoghese e Spagnolo si annidano nelle stesse cellule celebrali quindi non riescono a convivere bene, mi domando che lingua parlerò tornato a Bogotà. Wilson mi offre un succo di cactus. Lo prepara sua moglie, le foglie devono essere trattate con cautela, con un coltello rimuove tutte le spine, poi le taglia a fettine e le frulla, volendo si aggiunge zucchero di canna.
Il sapore è direi neutro, piuttosto denso, colore trasparente. Wilson mi spiega come le molecole non so di che si attacchino a quelle di non so che altro, il che evidentemente disseta molto. Parliamo anche di tecniche di coltivazione e del fatto che le vendite nel forum non sono andate granchè bene e quindi molti coltivatori stanno tornando delusi a casa. La moglie mi racconta di come la cooperativa faccia anche educazione e quindi lei abbia potuto finalmente terminare le scuole. Wilson mi abbraccia e mi invita a visitarlo nella sua azienda, sarebbe bello, chissà…
Salgo al volo su un taxi e come al solito finiamo a parlare del fatto che anche lui è Italiano.
Di norma i nonni o i bisnonni son venuti in brasile, loro parlano un po’ Italiano, alcuni anche bene, e sorprendentemente con accenti dal veneto al Siciliano. Esiste anche un giornale in lingua veneta!!! Mi raccontano che in alcune città qui dello stato del Rio Grande do Sul si parla solo Italiano. Sono posti più lontani nel tempo che nello spazio, piccole comunità dove esistono ancora le tradizioni e le musiche dei nostri bisnonni, davvero come fare un salto indietro di cento anni. Immaginate di emigrare e perdere il contatto con il paese di origine, uno si attacca a quello che era, il paese evolve cambia, i gruppi emigrati no.
Il taxi mi lascia di fronte al Por Do sol dove cerco un gruppo indigeno che fa danze propiziatorie. Non li incontro, però c’è Grennpeace che sta montando un enorme pallone aerostatico per protestare contro il nucleare, ancora non c’è nessun curioso li intorno. Mi dicono che essendo un fotografo se voglio mi portano a fare un giro, ossia salire una trentina di metri e riscendere, salto su. L’esperienza è più curiosa che esaltante, il pallone si solleva ben poco, ma il senso di sballottolamente, il rumore della fiamma che scalda l’aria nel pallone, le corde che stridono, il calore sopra la testa mi fanno sentire come un bimbo su un cavallo a dondolo.
Vorrei fotografare lo youth camp dall’alto ma non si vede.. peccato. Scendo e incontro una ciranda (girotondo) per il diritto allo studio di giovani brasiliani. Un evento festoso, colorato e divertente, balliamo in circolo e poi si fa un piccolo corteo. Ma è ora di avviarmi alla conferenza stampa convocata da alcune delle menti più alte del movimento. Si dice che presenteranno un movimento programmatico per passare all’azione, per dare una direzione al movimento, qualche punto e una scadenza.
Tra i firmatari noto Esquivel, Cassen, Houtard, Putrella, Ramonè, Wallerstein e altri ancora. Il problema è che il documento definito “porto alegre consensus” dai suoi redattori (per opporsi al “Washington consensus” che rappresenta le politiche economiche che gli USA ritengono doversi applicare in america latina e altri paesi in via di sviluppo) è un insieme di ben 12 direttive, che comprendono tutte le idee dei movimenti, e peggio ancora alcune sono già ritenute superate dai movimenti stessi. Per esempio si chiede la tassazione delle vendite di armi, ma i moventi chiedono la proibizione di tali vendite. Insomma un bel pastrocchio, non realizzabile.
Molte delle persone presenti concordavano nell’idea che questo documento sia stato un tentativo di riaffermale il loro ruolo di guide ideologiche, una sorta di slancio di protagonismo. Mi aspettavo davvero di più una spinta concreta proveniente da persone da cui tutti abbiamo imparata tanto
Esco un po’ deluso e torno in redazione.
Ma appena mi siedo entrano gli amici della Ciranda dell’educazione che mi dicono che ci sarà una marcia di alcuni ragazzi dell’accampamento nudi per protestare contro la repressione… Mi ricorda un evento simile nel 2003, ci lanciamo nel campo e per un’oretta camminiamo con questo gruppetto denudo, non sembra ci sia molto da protestare, sembra solo un’affermazione di libertà indipendenza e contestazione. Tutti gridano e si agitano, la gente attorno ridacchia, qualcuno si toglie tutto e si butta nel gruppo.
L’unico rammarico è che le ragazze sono in numero molto inferiore!
Tornando indietro mi godo la fresca brezza che soffia verso il mare, si sento tamburi lontani, incontro vari palchi con concerti in luoghi che non conoscevo esistere, girotondi di Capoeira, venditori di ogni cosa, inclusi tanti artigiani con cose davvero originali, coppie che si baciano, gruppi fuori dai bar che bevono pinga (o cachaça come volete), gente che grida contro il capitalismo in microfoni gracchianti, gruppi artistici che fanno spettacoli, sconosciuti che parlano di politica, affamati che mangiano di tutto, cameraman che filmano tutto quanto sopra. Che strana questa sensazione di voler conoscere tutto il forum, e stare ovunque, ti lascia un senso di leggero smarrimento.
Mi ritrovo e torno in sala stampa, l’atmosfera è quasi di fine evento, le pareti e ogni piccolo spazio libero sono occupati da migliaia di adesivi, manifesti, programmi, inviti ad eventi, proposte per mondi migliori, scritte e disegni.
Le pareti della sala stampa qualche giorno fa erano plastica e vetro, ora sono un mosaico multicolore di mille parole e pensieri.
Simone Bruno
inviato di ReporterAssociati
Venerdì 28 gennaio 05
Questa mattina abbiamo corso il rischio di stramazzare al suolo per il caldo. Continuo a scoprire nuovi angoli del Forum, che poi sono piazze, strade, settori interi. Spostandosi di settore, come si può vedere dalla foto, le tecniche costruttivi ed i materiali cambiano moltissimo. Quello che mi colpisce è che tutti gli spazi hanno o delle tavole di legno oppure delle lastre mi pietra come pavimento. Gli organizzatori non hanno badato a spese e mi chiedo se qualcuna di queste strutture rimarrà alla fine del Forum. Potete, come al solito, vedere le foto sul sito http://www.trekshare.com/members/gr...
Stamani è stata la volta della "scoperta" della prima parte dello spazio F dove sono situate le attività di carattere ambientalista, ivi compresi gli incontri sulla privatizzazione delle risorse idriche nei paesi del Sud del Mondo, promosse da organizzazioni locali e fondazioni USA. Oltre a interessanti spazi espositivi sulle tecnologie costruttive a basso impatto ambientale c’è una grande piazza di ristorazione con cibi naturali e biologici dove finalmente possiamo contare su un’ampia scelta di cibo vegetariano! Ovviamente gettonatissimi i succhi. Ho seguito la presentazione di Legambiente del "contratto mondiale dell’energia bene comune dell’umanità" e la fine del seminario sulla campagna sul Cotone nell’ambito dell’impegno di alcune reti e centrali di importazione di commercio equo (Roba, Ropa, Via Campesina) sul tema del WTO. Riflettevamo sul fatto che in un programma così complesso e spazi così grandi ogni mattina si sviluppa una vera e propria gara a base di volantini per accaparrasi prima l’interesse e poi la partecipazione dei singoli partecipanti al proprio seminario. Così trionfa la carta, la grafica, la presenza fisica dei volantinatori. D’altro canto le energie dei partecipanti sono tutte spese nel rendere partecipati, utili e produttivi i propri appuntamenti, costruiti magari con un lavoro faticoso durato alcuni mesi per costruire un evento coordinato tra realtà diverse. Così, in 4 giorni così densi, trovano con difficoltà il tempo per a curiosare nel Forum e conoscere altri gruppi che nelle varie parti del mondo si occupano degli stessi temi. Così non si possono non notare molti "duplicati" di seminari su argomenti simili proposti magari da reti simili ma geograficamente appartenenti ad aree diverse. Mi rimane in sostanza la sensazione che il lavoro di "agglutinamento", come lo chiamano i brasiliani, ovvero la fusione di energie ed esperienze diverse sullo stesso settore abbia ancora molta strada da fare. Le potenzialità sono enormi! Il tempo e le ingiustizie però ci incalzano. La tenda Venezuela-Cuba si configura come uno spazio di promozione delle attività dei due governi, con una preminenza di quello venezuelano: vengono distribuiti gli opuscoli informativi/educativi che il governo Chavez ha preparato su una serie di aspetti. Forse un po’ propaganda, ma sicuramente educazione popolare. Continuano le polemiche sui media rispetto alle contestazioni a Lula. Oltre a grande spazio nei telegiornali di ieri e di oggi, qualche giornale ha riportato per esteso tutti i singoli epiteti ed i coretti che sono stati strillati durante il suo intervento Verso tarda mattinata erano finalmente apparse delle nubi ed il caldo sembrava più sostenibile. L’impressione che ho ricavato da un giro a curiosare nei vari spazi è che la quantità di idee, proposte, energie qui presenti è veramente impressionante! Si tratterà di capire come riusciremo a renderle visibili e fruibili, come sarà possibile costruirne una sintesi che valorizzi le differenze presenti. Oggi a cavallo del pranzo (come chiamereste un seminario situato nella fascia 12-15h?) ho seguito il seminario promosso dalla Tavola della Pace sulla necessità di riappropriarci delle Nazioni Unite. La proposta è di organizzare il 10 settembre una giornata mondiale di mobilitazione contro la guerra, per la pace, la democrazia, nel quale ognuno potrà portare dentro le proprie idee, i propri sforzi. La priorità è la riappropriazione delle Nazioni Unite per: se davvero le UN vogliono cambiare l’agenda politica mondiale, è ora il momento di agire, per costruire delle nuove Nazioni Unite democratiche, efficienti e partecipative. Nei vari e numerosi interventi che si sono succeduti dal pubblico è emerso che perché questo impegno porti ad un risultato reale il dibattito non potrà svilupparsi al chiuso dei gruppi dirigenti di alcune organizzazioni. Non funzionerà se si articolerà come un’azione si lobbying nei confronti dei governi e dei rappresentanti eletti, dovrà costruire una mobilitazione reale ed ampia di tutta la società civile per far valere il peso di questa proposta politica, che non mira ad una miniriforma ingegneristica dei livelli istituzionali. Alcuni hanno richiamato l’attenzione sul rischio di divisione all’interno del movimento che sul tema della riforma dell’ONU è diviso. Così è stato chiesto di togliere dalla bozza di documento finale il richiamo alla sola democratizzazione di WTO, FMI e BM e di inserire un passaggio sulla necessità di cambiare radicalmente le regole economiche del sistema. Sono anche riuscito a seguire una parte del seminario sulla nonviolenza, proposto da una rete di organizzazioni religiose. Grazie ad alcuni ragazzi italiani conosciuti al campeggio siamo riusciti a cenare a 7 R$ in una tavola calda finalmente non per turisti. Alla riunione della delegazione italiana c’era un clima di entusiasmo e di ottimismo. I dati sulla partecipazione italiana che avevano provocato musi lunghi alla precedente riunione sembravano lontani anni luce. Un forum stracolmo di giovani e giovanissimi, colorato, entusiasta, il primo Forum realmente mondiale (lo avevamo già detto a Mumbai, ma è vero che qui si è consolidata la partecipazione dei paesi asiatici e ci sono molti più nordamericani ed africani), un bagno di entusiasmo e di energia per tutti noi. Questi i commenti che si ripetevano. Così solo alcuni hanno posto il problema di come usciremo da questo Forum e di come far tesoro anche in Italia di queste energie. Dopo una lunga discussione si è arrivati alla proposta di mantenere il filo di comunicazione tra le organizzazioni italiane presenti qua ed è stata individuata la data di sabato 12 e domenica 13 marzo per vedersi a Roma, commentare il Forum e tentare di proseguire un lavoro comune. Alla riunione erano presenti anche molti rappresentanti di associazioni cattoliche; paiono quindi maturi i tempi per mantenere un’esile rete di relazione tra tutti i soggetti italiani presenti a Porto Alegre, ben oltre quelli che già si incontravano nel Gruppo di Continuità. C’èra anche qualche preoccupazione rispetto al percorso che sta facendo l’Assemblea dei Movimenti Sociali, anche se la bozza di documento finale che sta circolando ha una premessa molto più asciutta del passato e contiene invece un lunghissimo elenco di mobilitazioni che raccoglie gli stimoli provenienti dai seminari. Pare quindi possibile trovare una sintesi tra Consiglio Internazionale, Murale de Poropostas, Movimenti Sociali, Campagne. A questo proposito ho notato che agli incontri di discussione e presentazione delle campagne le organizzazioni italiane non sembrano essere presentissime, che è, credo, un riflesso del fatto che le nostre energie sono state investite più sul fronte della messa in rete dei movimenti sociali che nell’articolazione di relazioni internazionali con i gruppi che fanno parte delle grandi reti promosse dalle ong.
Gregorio
Non era scontato che il Consiglio internazionale del Forum - che si è riunito pochi giorni prima del Forum a Porto Alegre — si risolvesse con un accordo unanime e una prospettiva di almeno due anni, che potrebbe rinnovare profondamente il processo per come l’abbiamo finora conosciuto. Non che tutto sia risolto e che ci sia una strategia di lungo termine: sia il ruolo e la composizione del Segretariato internazionale [l’organo esecutivo, composto finora in gran parte da brasiliani e qualche indiano, dall’anno scorso, con sede a Sao Paulo], sia la periodicità del Forum mondiale rimangono ancora nodi da sciogliere. Ma un primo passo è stato fatto. Vediamo quali sono le novità.
Anzitutto, nel 2006, avrà luogo un "multi" Forum mondiale. La discussione sul formato [decentralizzato, deconcentrato, con quattro eventi "continentali" o una pluralità di eventi di varie dimensioni e tematici] è stata complessa, perché il rischio di una concorrenza interna con i Forum regionali e locali già avviati da tempo era evidente, ma alla fine la decisione è che "il Wsf 2006 sarà realizzato in maniera distribuita, in vari posti nel mondo - questa decisione mira all’espansione e al radicamento del processo. Faranno parte del Wsf 2006 quegli eventi in vari paesi e regioni in cui le organizzazioni si propongono di condividere metodi e principi costruiti in comune e in accordo con la Carta dei Principi". Inoltre, gli eventi avranno tutti la stessa data d’inizio [in coincidenza con il Forum a Davos] e le proposte dovranno pervenire entro marzo al Consiglio internazionale, che deciderà nella prossima riunione, prevista per l’inizio di aprile. Una delle proposte è quella di un luogo virtuale, un Fsm 2006 in rete, utilizzando le tecnologie per far incontrare, discutere e proporre on-line da tutto il pianeta [quella parte che può accedere in qualche forma a Internet]. Si sottolinea infine che il Consiglio Internazionale sosterrà i processi tematici e regionali già attivi [come il Forum sociale europeo, previsto per aprile 2006 in Grecia] e che il Segretariato Internazionale continuerà con l’attuale composizione fino ad aprile, quando verrà "riconfigurato". Quest’ultimo passaggio è sicuramente il più delicato, insieme alla richiesta di ritornare a Porto Alegre nel 2008 o con cadenza biennale, che il presidente Lula stesso ha voluto rimarcare nel suo incontro con il Consiglio.
L’altra decisione, attesa, è che il 2007 il Forum mondiale tornerà a farsi in un unico posto, in Africa. Quale paese ancora non è dato saperlo, dal momento che è responsabilità del Forum sociale africano decidere, entro aprile. Per ora sono candidati Marocco, Sud Africa, Senegal, Ghana e Kenya e quest’ultimo sembra il favorito. La delegazione africana è ben nutrita, ma anche in disaccordo, e non sembra una questione che risolverà facilmente nei prossimi giorni. Certo è che sia il nuovo corso del 2006, sia quello del 2007 potrebbero cambiare profondamente il "processo" del Forum, la sua struttura e forse anche la sua natura di "spazio aperto". Chico Whitaker, uno dei "padri" del Forum, mantiene comunque fermamente la sua posizione di fronte alle ripetute richieste di rimettere in discussione il ruolo del Fsm, perché diventi un soggetto attivo nell’arena politica mondiale, con strategie e azioni proprie. E’ la richiesta, per esempio, dei 19 "saggi" che hanno lanciato un documento durante il Forum, che potremmo chiamare il "Consenso di Porto Alegre". Dice Whitaker: "La nostra missione è quella di facilitare e sostenere l’incontro tra le diverse espressioni della società civile globale, offrendogli uno spazio e un processo di elaborazione comune - non è quella di prendere decisioni al suo posto. Sono le organizzazioni, i movimenti che lanciano le campagne, le manifestazioni, le proposte e le azioni, riunendosi e confrontandosi qui al Fsm e negli altri forum locali. Noi dobbiamo aiutare il processo ad allargarsi e radicarsi nel mondo e sistematizzare i risultati che si producono". Una delle novità di quest’anno è proprio il Tabellone delle Proposte, presente in ogni area tematica del Forum, dove si raccolgono le proposte di gruppi, organizzazioni, individui - per poi essere pubblicati nel sito http://www.memoria-viva.org.
La testomianza dell’incontro a porte chiuse tra il presidente brasiliano e 60 organizzatori del Forum, tra cui Attak, il Nobel Saramago, Frei Betto e organismi di base, tutti preoccupati per la cautela del suo governo
GIANNI MINA’
PORTO ALEGRE
Il vecchio Francois Houtart, teologo belga, docente all’Università di Lovanio, molto vicino per principi e franchezza ai colleghi della teologia della liberazione del Brasile, Leonardo Boff e Frei Betto, non ha scelto certo un linguaggio diplomatico per domandare mercoledì sera a Lula da Silva da che parte stesse dopo due anni il suo governo indiscutibilmente impegnato in uno sforzo enorme di riscatto sociale del paese, ma, nello stesso tempo, estremamente cauto e attento in politica economica a non dispiacere il fondo monetario internazionale. «Presidente - ha sottolineato Houtart, delegato a parlare, insieme ad altri tre componenti del Consiglio internazionale che sovraintende al forum di Porto Alegre - rispettando il suo ruolo e non dimenticando cosa lei rappresenta nella speranza degli esclusi del mondo io le ricordo, che due anni fa, a Davos, le ho consegnato una lettera dove le ricordavo come, se esistesse un tribunale speciale internazionale per i crimini economici, la metà delle personalità riunite per quell’evento nella cittadina svizzera, sarebbe stata chiamata sul banco degli accusati. Per questo, visto che lei ora torna a Davos, vorrei chiederle se, in futuro, il suo governo sosterrà il progetto di sviluppo sociale, di riscatto, di vita all’ordine del giorno qui a Porto Alegre, o quello ambiguo di Davos dove i responsabili dell’offesa all’ecosistema, dell’agricoltura transgenetica, dell’economia senza regole, hanno scoperto improvvisamente l’indigenza dell’80% dell’umanità. Presidente Lula non si possono servire due padroni. Il suo governo sarà capace a mettere in discussione il sistema economico più spietato della storia dell’umanità?». Lula, l’antico operaio metallurgico capace di fondare e far crescere il Pt, in soli vent’anni diventato il più grande e prestigioso partito progressista dell’America latina, in polemica con la vecchia e superata sinistra continentale, si aspettava una domanda simile, specie dopo le recenti incomprensioni anche all’interno della sua coalizione, ma non un dubbio espresso in forma così cruda. Era, quella in corso una riunione privata con l’anima ideativa e organizzativa del forum che tornava a Porto Alegre dopo la trasferta in India. Io, per invito di Frei Betto, il frate domenicano per due anni responsabile dello straordinario progetto Fame zero, ora tornato per scelta di vita, al suo convento di San Paolo, ero l’unico presente fuori dal protocollo. Ma certo, come gli avrebbe riconosciuto più avanti Flavio Lotti, responsabile del Tavolo della pace italiano e parte fin dall’inizio dell’utopia di Porto Alegre, pochi leader internazionali (e mai premier che blaterano spesso di libertà come il nostro Berlusconi) avrebbero accettato un simile approccio di democrazia reale.
Così Lula prendeva il discorso da lontano: «Questa domanda è un trattato e ci vorrebbero anni per darle una risposta esauriente» ma subito dopo ritrovava l’antico carattere del leader sindacale che lo sta spingendo, per esempio, a restituire al Brasile un ruolo preminente fra le nazioni latino americane e ora anche fra quelle dell’Africa («per lo storico debito culturale che abbiamo verso questo c ontinente da dove vengono i nostri fratelli neri»).
«Sono pronto agli applausi ma anche ai fischi - rispondeva così a Houtart, referente di quel cattolicesimo di base che lo ha spinto al governo - io a Porto Alegre, che è parte della storia mia personale e del Pt, vengo a cercare e proporre soluzioni alla complessa realtà sociale del Brasile e del sud del mondo. A Davos, molto pragmaticamente, vado invece a chiedere come, nello spirito di nuova attenzione alla povertà affermato nel documento di intenti, le nazioni poverose, che si riconoscono in quel summit, vogliono agire per combattere questa piaga enorme dell’umanità, la fame di miliardi di persone. L’ho fatto già in altre occasioni, come al summit in Scozia. E voglio ricordare che nel vertice del Wto a Can Cun, chi ha guidato l’opposizione per bloccare le perverse strategie commerciali delle nazioni più poderose, è stato il Brasile. Ma non mi piace - ha proseguito Lula - agire come quelle famiglie che, assurdamente, accusano i propri vicini o altri dei drammi scoppiati al proprio interno come può essere per esempio il dolore di un figlio drogato. La soluzione ai nostri problemi sta nel modo in cui ci comporteremo in casa nostra. Io voglio rispettare gli impegni presi nella campagna elettorale. Chi di voi avrebbe previsto che dopo il lancio del programma Fame zero, il 65% delle nazioni componenti l’assemblea dell’Onu avrebbe discusso in una seduta storica il nostro progetto indicandolo come esempio alla comunità degli uomini?»
Nel linguaggio di cuore scelto dal presidente brasiliano per rispondere ai dubbi di quei 60 sostenitori dell’utopia che aveva di fronte (dai francesi di Attak alle organizzazioni di base contadine e indigene, dal Nobel della letteratura Saramago ad amici come Frei Betto preoccupati per la cautela del suo governo nelle scelte di politica sociale) c’era tutta la malinconia di chi ha scoperto che gli equilibri politici di una coalizione progressista, dove anche le logiche del centro vanno considerate, possono costringere un ex combattente sociale come lui a trangugiare il proprio legittimo orgoglio.
Fuori, nelle strade di Porto Alegre ci sono 70-80 mila persone venute da più di 40 paesi per inseguire ancora una volta un’utopia riassunta, cinque anni fa, nella frase «un mondo migliore è possibile». C’è una tendopoli pari a venti isolati di una città per ospitare più di 2mila eventi in sei giorni, con duecento traduttori simultanei di tante lingue. E tutto realizzato in buona parte con gli aiuti dell’«economia solidaria» provenienti da tutto il mondo. Ma i giornali che contano, quelli dell’Occidente, hanno spesso ignorato, per anni, questa realtà costruita con fatica in un Brasile che Lula stesso, e il suo Pt, sta contribuendo a cambiare. Anche adesso che i media sono costretti ad occuparsene perché il forum di Porto Alegre ha obbligato i soloni di Davos a scoprire la miseria che buona parte del mondo vive proprio per le teorie di questi soloni, Lula non può godere fino in fondo questo successo. E non solo per gli strumentali pettegolezzi sul costo dell’aereo presidenziale ordinato per favorire i viaggi lampo richiesti dalla nuova politica estera del Brasile in America latina e in Africa, ma perché i tempi dei cambiamenti in politica sociale sono lenti e quindi, nelle stesse pieghe del suo paese, c’è chi è deluso dei ritardi, delle riforme non ancora varate dal suo governo, come quella agraria. «E’ come in una partita di calcio: abbiamo solo g iocato il primo tempo. Il secondo deve ancora cominciare.» Ha ricordato Lula ad una rappresentante dei movimenti contadini del Cile, sua antica compagna di battaglie, quando ancora non sapeva che un giorno avrebbe guidato la nazione più estesa e popolata del Continente.
Lo stesso Joao Pedro Stedile, leader dei Sem Tierra in ansia sul destino, a breve, delle proprie rivendicazioni, se la riforma agraria non sarà all’altezza, ha riconosciuto il diritto alla flessibilità dell’attuale politica di Lula. «Il successo delle nostre istanze dipenderà innanzitutto da noi, dalla nostra capacità, dalla forza delle nostre lotte sociali di aiutare Lula a vincere le resistenze alle richieste dei Sem Tierra in seno alla coalizione che presiede, una coalizione che è di centro, più che di sinistra».
Ma il vecchio leader sindacale non ci sta a incassare solo la comprensione del più radicale dei movimenti sociali del paese dei quali, prima di essere eletto, è stato spalla e sostegno. «Io ho un compromesso di vita coi brasiliani» ha detto e poi guardando al suo fianco Oded Grajen, uno degli ideatori del forum ha soggiunto: «Ogni giorno io faccio un confronto fra quello che eravamo fino a due anni fa e cosa siamo adesso. Se non ho fatto, finora, tutto quello che avrei voluto è perché non era possibile. Ma ci proverò ancora con la testardaggine di sempre. Non dimenticate che io sono stato e sono un militante sociale e continuerò ad esserlo».
Se a Londra, durante il Forum sociale piú lontano dal centro cittadino mai visto, le reti del Sud erano state invitate come interessanti testimonianze, a Porto Alegre quest’anno sono diventate vere e proprie protagoniste, arrivando a dettare le Agende delle organizzazioni e dei Network del Nord. Bloccare gli Accordi di Partnership Economica [Epas] nel Sud del mondo é giá diventata una prioritá e l’appello é stato lanciato fortemente a Porto Alegre dagli attivisti dello Zambia, di Trinidad Tobago, della Guinea e del Mali dalla due giorni organizzata da Roba dell’Altro Mondo, Oxfam, Tradewatch, Gruppo di Appoggio al Movimento Contadino Africano e da tanti altri sostenitori della Campagna Internazionale Stop Epa.
Provate a chiedere a un contadino africano cosa ne pensa degli Accordi di Partnership Economica [Epas]. Vi risponderebbe, forse non troppo educatamente, che dopo vent’anni di Banca mondiale e Fondo monetario [per non parlare della (il)logica del vantaggio comparato] sarebbe il momento di lasciarli crescere da soli, questi paesi del Sud, lasciando loro la possibilitá di gestire e utilizzare le proprie risorse, sfamare i propri cittadini e, perché no, sviluppando le proprie tecnologie; parlerebbe esattamente come un attivista delle reti internazionali, ad esempio di Third World Network Africa, e punterebbe l’indice su un’offensiva negoziale che, partita dalle interessate intenzioni di una Commissione europea decisamente bipartisan sui temi del commercio, nasconde dietro alla retorica dell’aiuto allo sviluppo le logiche perverse della liberalizzazione dei mercati.
Dopotutto i negoziati sugli Epas sono inseriti all’interno dell’Accordo di Cotonou, approvato nel 2000 tra l’Unione europea e i 77 stati ex-colonie definiti Acp [Africa, Caraibi e Pacifico] e che rimpiazza le Convenzioni di Lomè che, dal 1975, avevano garantito ai Paesi Acp un rapporto preferenziale rispetto all’accesso ai mercati Ue. Gli Epas ne sono, nei fatti, l’esatto reciproco, nella forma di accordi di libero commercio che l’Unione europea negozierá su base bilaterale con i paesi Acp. In parole povere, con gli Epas l’Unione Europea sta cercando di incrementare l’accesso al mercato dei propri prodotti e dei propri servizi nei paesi piú poveri mettendo a rischio la produzione locale di generi alimentari, cosí come le industrie manifatturiere. Le fragili economie dei paesi Acp non sono nei fatti pronte ad affrontare la liberalizzazione spinta dall’Ue che, nonostante tutto, procede speditamente verso l’imposizione degli Accordi, presentandoli come esempio di cooperazione allo sviluppo economico e sociale dei paesi del Sud.
Dare voce alle reti del Sud, sostenere le loro lotte senza sovradeterminarne gli esiti e, soprattutto, non farsi incantare dall’Ethical Washing della Commissione europea che, dalle parole del Commissario al Commercio Mandelson, sembra guardare ad un luminoso futuro di responsabilitá sociale e ambientale. A volte basterebbe pensare al ruolo rivestito dall’ex Commissario Pascal Lamy durante fallimento di Cancun, o le pressioni dell’Ue sui paesi del Sud per la liberalizzazione dei servizi. Oppure basterebbe pensare agli Epas per dare alle parole di Mandelson il peso che si meritano.
Per saperne di piú: http://www.stopepa.org e http://www.tradewatch.it
Porto Alegre 30 Gennaio 2005 — Altra alzataccia.
Stamattina mi tocca andare a fare foto a una conferenza sulla democratizzazione dei media Brasiliani, non è che la cosa non mi interessi ma sono sicuro che potrei trovare almeno 200 conferenze a cui sarei più contento di partecipare.
Dopo qualche scatto prendo il librone-programma e mi lancio nella ricerca di qualche cosa di meglio. Trovo una conferenza interessante con Attilio Boron proprio li vicino, quindi sgattaiolo fuori dal tendone e torno libero. La conferenza è organizzata da Clacso, una delle ONG più importanti in Argentina, ascolto e mi ncontro con un degli amici, parliamo un po’ del post-forum.
Io torno a Bogotà con un volo da Buenos Aires, quindi ci mettiamo d’accordo per visitare insieme le madri de la “plaza de Mayo” (che sfilano da 25 anni ogni giovedì che piova nevichi e faccia 40 gradi) e una fabbrica di quelle recuperate dagli operai durante la crisi del 2001, più magari qualche cosa dei Piqueteros. Ascolto Boron e poi mi annoio un po’ con gli altri oratori. Decido quindi di buttarmi qualche ora nello Youth camp e fare magari qualche foto.
È incredibile come in questa città il sole riesca a rimanere proprio sopra la testa per ore. La gente del campo si sta svegliando in questo momento, qualcuno si lava i denti, alcuni fanno autoformazione sotto un tendone sui mezzi di produzione audio-visiva altri parlano di rivoluzione, gli artesiani preparano gli espositori, si sente qualche chitarra, i ritmi della capoeira, qualcuno fa conferenze su Chavez o Cuba, qualcuno fa la doccia. Mi fermo su una scala da dove ho un po’ di vista del campo.
È immenso, le tende ondulano e si scaldano al sole, sono a perdita d’occhio, una attaccata all’altra, senza quasi lo spazio per camminare Da questo punto posso vedere le persone camminare verso di me e fare qualche buono scatto. Passa una coppia, sono carini, li punto e… nel momento dello scatto loro si baciano in una posizione molto Klimtiana. Mi sembra una cosa carina, così mi avvicino e gli mostro la foto, scoppiano a ridere e ci scambiamo le email per potergli mandare una copia.
Mi invitano nella tenda, ci facciamo una chiacchierata, lui è Argentino e lei Brasiliana, mi raccontano che la sera prima Gilberto Gil, ministro della cultura di Lula e grande musicista è andato al campo. Voleva parlare con i ragazzi, spiegare le politiche del governo, ricucire la rottura con i giovani che sono i più critici di Lula. Dopo qualche contestazione iniziale ne è nata una bella hiaccherata e poi un concertino. Chissà forse Urbani dovrebbe comprarsi una chitarra!!! Comunque bel coraggio andare nella fossa del leone no?
Una nota al volo.
Nel 2006 abbiamo già tre forum sicuri: Caracas, Marocco e India!!! Ma ho anche cercato di capire meglio come mai si fanno questi forum decentralizzati. Dunque nel 2006 si pensava di non fare un WSF e farlo quindi diventare un evento biennale. I Venezuelani avevano pensato ad un forum, non mondiale, ma comunque un incontro, nella capitale Caracas. A questo punto i Brasiliani, per paura che l’evento diventasse grandissimo, hanno spinto per questa soluzione frazionata… interessante.. interessante…
E domani arriva Chavez a Porto Alegre.
L’invito ufficiale lo ha fatto l’MST il movimento dei sem terra, quasi una sfida al governo di Lula da cui sono sempre più distanti. Chavez visiterà un accampamento a 180 km da qui e io avrò la grande fortuna di andare li come fotografo!!! Quindi domani tutta la mia giornata sarà li con il presidente del Venezuela in un latifondo occupato, in cui vivono varie famiglie di agricoltori. I campi sono interessanti anche perché l’ MST cerca di fare educazione, sia pratica su come produrre e far fruttare la terra, sia politica, cercando di spiegare e far capire il mostro neo liberale che gli stritola la vita.
Ma questo sarà domani.
Ritorno all’ accampamento dove camminavo senza meta alla ricerca di buone immagini, veramente sarei potuto rimanere tutto il giorno li dentro, la vita ha un ritmo più tranquillo rispetto al resto del forum, e anche il sole frenato dalle foglie sembra essere più clemente, mi innamoro più volte delle immagini e delle ragazze che vedo attraverso l’obbiettivo. A momenti mi sento un po’ come uno scienziato che studia delle formichine, un po’ estraneo, e vorrei invece togliere le macchine dal collo e buttarmi sotto la doccia. Rimpiango non fare la vita del campo qui a Porto alegre, anche 2 anni fa era così. Comunque resta il posto dove andare la sera a rilassarsi, ma certo non è la stessa cosa.
Tornato qui in sala stampa apprendo che ci sarà una marcia per la Palestina, ho tanta voglia di camminare di nuovo tutta l’area del WSF quanto di vedere la Moratti nuda ballare la Samba con Schifani. Ciononostante mi incammino, la partecipazione non è di massa, ma nessuno se lo aspettava dato che ci saranno altri 200 eventi contemporanei per lo meno, comunque un buon numero di Brasiliani di discendenza Palestinese e altre persone solidali alla eroica lotta di questo popolo si mettono in marcia. Il corteo sfila su tutto il lungo mare e si gonfia davanti allo youth camp di tanti ragazzi che si uniscono. La lotta per la Palestina è uno dei punti chiave dei giovani del movimento altermondista. Il punto di arrivo è nel remoto settore J del Forum, dove è stato costruito un muro, per evocare quello della vergogna costruito dagli Israeliani su suolo palestinese.
L’ira dei dimostranti si scaglia su questa allegorica gabbia che cede sotto martellate rabbiose. Penso che sarei voluto stare a Berlino nell’ 89. La sera c’è la commemorazione del giornale “brasil do fato”, ricordo che due anni fa ci fu la festa del suo lancio. È l’unica pubblicazione della sinistra in Brasile, un settimanale con poche risorse ma tanto appoggio popolare (che non vuol dire soldi), vicino al movimento MST, li conosco perché Paolo spesso passa i miei deliri in sulla Colombia in Portoghese per il giornale.
L’evento è tipico sud americano, sul palco persone che hanno dato tutta la loro vita alla lotta e alle rivoluzioni, gli oratori gridano contro l’impero con ferocia, il pubblico salta in piedi e applaude, l’atmosfera è coinvolgente, Ebe Bonafine, del movimento delle madri della “plaza de Mayo” che 25 anni fa ebbe gran parte della sua famiglia “desaparecida” grida al pubblico che “no pasaran”, anche se molti di noi dovessero morire per difendere la rivoluzione, c’è un’ovazione!! È un’atmosfera che la politica Italiana non conosce, qui esistono tanti personaggi simboli di lotte dure, pulite, incorruttibili e tragiche, che la gente ama, li acclama e loro parlano senza mezzi termini, senza filtri, chiamano le cose con il loro nome, qui Bush è un assassino, l’america un impero, Israele un paese invasore, e si plaude alla resistenza del popolo iracheno.
Da noi nessuno uomo politico o di movimento che sia farebbe interventi simili in pubblico.
È un linguaggio che sembra strano a noi europei, ma anche affascinante e ed esaltante. Ci sono anche Stedile dei Sem Terra, Medea Benjamin, Tariq Ali, la figlia del Chè, Sampaio, don Tomas Balduino e tanti altri che ho perso arrivando tardi. La serata finisce alla riunione della delegazione Italiana, vado con due scopi, il primo è salutare un po’ di persone, il secondo è di vedere se l’idea che mi sto facendo sul forum sia condivisa da qualcuno. Sono contento di capire che tutti stiano ricevendo impressioni positive da questo evento, si nota un cambio rispetto al 2003, una sorta di mumbaizzazione del Forum.
Vale a dire che lo spirito che abbiamo scoperto nel forum del 2004 a Mumbai in qualche maniera si è attaccato al WSF come un virus e la sta trasformando in qualche cosa di nuovo, più maturo, come forse ormai più maturi sono i movimenti mondiali, più orizzontale, con una fortissima e caratterizzante presenza di giovanile e comunque un evento ancora in grado di attrarre con forza molta gente, anche se ormai ignorato dalla stampa mondiale allineata.
Sono le 2 di mattina, molti di noi non hanno ancora mangiato, ce ne andiamo a cena.
Simone Bruno
inviato per ReporterAssociati
«Difendere la scuola pubblica, autogestire la formazione»
BENEDETTO VECCHI
INVIATO A PORTO ALEGRE
Per incontare lo studioso portoghese Boaventura Souza Santos bisogna superare mille difficoltà, rappresentatate da altrettante persone che voglio farsi fotografare con lui, parlargli dei progetti sociali a cui partecipano, farsi fare un autografo su una copia di un suo libro. Da questa parte del mondo Boaventura, filosofo del diritto, è una specie di piccola star, mentre in Italia solo recentemente sono apparsi alcuni suoi scritti sulla rivista Democrazia e diritto, mentre la casa editrice Città aperta ha pubblicato un libro da lui curato («Democratizzare la democrazia») e un piccolo saggio dedicato al «popolo di Porto Alegre». Ieri mattina Boaventura parlava in un seminario sui processi di «mercificazione della cultura» al termine del quale lo abbiamo incontrato.
Lei ha parlato del diritto di accesso alla cultura come un diritto universale. Ma nel mondo non sempre è così. Oppure esiste solo in base al censo....
In Europa, questo diritto è stato garantito dalla scuola pubblica. Ma da alcuni anni anche nel vecchio continente vi è una tendenza alla privatizzazione dell’università, una tendenza che va contrastata. Noi tutti siamo cresciuti con la convinzione che l’acculturazione sia lo strumento per formare cittadini consapevoli dei propri diritti e che quindi preserva dai processi di esclusione sociale. Per molti aspetti questa rimane un’idea valida, ma ci sono anche altri sentieri che sono stati battuti. Prendiamo le esperienze delle università autonome o di quelle popolari. Le prime rivendicavano l’autonomia della cultura da qualsiasi ingerenza sia politica che economica. Le seconde nascevano, invece, come risposta all’esclusione dalla cultura, dall’educazione, insomma dalla formazione voluta dalle elite dominanti in molti paesi nel Sud del mondo.
Mi sembra che siano esperienze esportabili anche in Europa o negli Stati uniti. E tuttavia, io ritengo che ci debba essere una politica statale che favorisca l’accesso alla cultura. Bisognerebbe pensare a un sistema dove lo stato garantisca il diritto alla cultura attraverso ingenti finanziamenti e aiuti anche quelle esperienze di autorganizzazione della formazione. Ma bisogna fare attenzione: va assolumente garantito il carattere pluralistico dell’insegnamento.
Qui al Forum sociale si parla molto del diritto alla educazione, ma allo stesso tempo viene sottolineato che la formazione è un diritto che va riconosciuto perché consente di entrare nel mercato del lavoro, visto che nell’economia la conoscenza assume un ruolo sempre più importante. Prendiamo, ad esempio, le imprese transnazionali che vanno in India, Cina, Filippine e altri paesi. Lo fanno perché pagano salari molto più bassi che in Europa o negli Usa, ma anche perché sono paesi che nel loro processo di modernizzazione hanno puntato molto alla formazione di buoni tecnici, ingegneri, fisici, matematici. Ecco, dovremmo cominciare a pensare alla cultura come una una delle componenti che stanno ridisegnando l’economia mondiale e misurare l’affermazione del diritto di accesso alla cultura con questa nuova realtà.
Un altro dei temi che tengono banco in questa edizione del forum sociale mondiale è a democrazia. Bisogna però dire che spesso, in passato, la democrazia è stata lo strumento usato per garantire e riprodurre il potere delle elite dominanti. Lei ha spesso scritto che bisogna democratizzare la democrazia. Pensava forse a questa contraddizione?
Non nego che sia avvenuto e avvenga tutt’ora ciò che lei dice. Ma io sono portato a considerare la democrazia come un processo in cui entrano in campo istituzioni, diritti, ma anche movimenti sociali. La democrazia va quindi affermata come un processo conflittuale, dinamico, aperto alla trasformazione. Nel Sud del mondo, ad esempio, molti studiosi hanno considerato i diritti di cittadinanza come la negazione delle forme oligarchiche del potere statale nei loro paesi. D’accordo con loro, ma dobbiamo pensare a diritti di cittadinanza flessibili, perché nel Nord come nel Sud del mondo ci sono grupppi sociali, culturali, etnici che vogliono vedere riconosciuta la loro diversità. Così come pensiamo alla democrazia come a un processo conflittuale e dinamico, dobbiamo pensare nello stesso modo ai diritti di cittadinanza.
Veniamo al rapporto tra movimenti sociali e potere politico nazionale e sovranzionale. Un nodo spinoso, che accende gli animi....
Finché si discute con passione significa che il problema merita di essere affrontato. Io considero i movimenti sociali come una forma della politica. Non credo, cioè, alla divisione classica tra lotte sociali e sintesi superiore della politica. I movimenti sociali sono dunque realtà politiche che sono portate a riflettere sul loro fare. Ma in questa riflessione deve entrare un ulteriore elemento: come la loro azione modifica le istituzioni. Uso un termine neutro, perché sono mutamenti contradditori e non sempre auspicabili. Servirebbe una pratica teorica che partendo dai conflitti sociali indichi anche la strada maestra della trsformazione anche delle istituzioni.
29 gennaio 2005
Appena tre giorni fa, eravamo a Porto Alegre solo da qualche ora, nella riunine degli italiani piú di uno aveva segnalato in modo a dir poco preoccupato che la "delegazione italiana" era passata, dal Forum del 2002 a questo dal secondo al dodicesimo posto nella graduatoria delle delegazioni presenti. A cosa era dovuto questo "crollo"? E come fare a tamponare la valanga? Ecco che l’"incubo" della crisi dei movimenti ritorna fino a diventare una ossessione e, quindi, la realtá. Da giornalisti, abbiamo svolto una rapida indagine per capire le ragioni di tale "diserzione" e ci siamo alla fine convinti che essa é dovuta a due "fattori": il primo è banale ma importante e attiene alla crisi, quella sí economica cha attraversa prima di tutto il popolo altermondialista tanto da fargli valutare con attenzione l’opportunitá di spendere un migliaio di euro almeno. La seconda, confermata dalle cifre, è che dal 2002 ad oggi al Forum sono arrivate nuove "delegazioni" prima quasi del tutto assenti: dall’Africa, dagli Stati uniti, dall’Asia e in particolare dall’India dove lo scorso anno si è tenuto quel meraviglioso Forum sociale mondiale. Ecco allora che la catastrofe italiana si rovescia nel suo opposto: gli italiani hanno "perso" dieci posizioni perché altri le hanno guadagnate. E questo è un bel guadagno per tutti, italiani compresi. Siamo o no un movimento altermondialista? Che lo siamo, qui a Porto Alegre è del tutto evidente, quest’anno, appunto, piú che in precedenza non solo perché un pezzo di mondo ha fatto irruzione nel luogo dell’altro mondo possibile ma anche per gli argomenti in discussione, l’ambizione a riconoscerli "patrimonio dell’umanitá" e insieme, tutti insieme, sostenerli. Anche di questo si è discusso ieri in una riunione notturna tra italiani con al centro uno stantio documento finale dell’Assemblea dei movimenti sociali da discutere e, ancora una volta, una arteriosclerotica agenda da comporre. Arteriosclerotica perché é risultata evidente la sua inattualitá l’essere cio´´é fuori dalla sensibilitá, dalle emozioni, dai pensieri e quindi fuori dalla realtá. Almeno da quella concretissima che qui si respira. Una agenda che serve piú a confermare un certo modo della politica tradizionale che a scardinarlo. Ossimoro dell’altermondialismo che si trova ancora dentro un collo di bottiglia dal quale stenta a uscire la pervasivitá del nuovo che ormai ha riempito di s´e non solo Porto Alegre, non solo i Forum in tutto il mondo, ma tutto il mondo. Porto Alegre, ancora una volta, portebbe essere il luogo della sperimentazione estrema e della nascita di una nuova narrazione: che riesce a fare politica quanto piú riesce a farne a meno, e che riesce a costruire cantieri di nuova societá quanto piú rinuncia a statuti e a strategie e vive con la sola possibile strategia: quella che sa vedere la differenza tra il sogno e l’illusione. Il 31 il Forum chiuderá con una festa che è la cifra piú giusta della necessitá del sogno. Ma anche con molte idee in piú e piú possibilitá di realizzarle. E vi pare poco?
29.01.2005
Nei vialetti del parco Farroupilha di Porto Alegre già dalle otto sabato mattina un lungo serpentone di persone in fila si snodava attorcigliandosi su se stesso fino all’ingresso dell’auditorio Araújo Vianna. Obiettivo di tanta paziente attesa: riuscire ad ascoltare due degli intellettuali più amati dal popolo latino americano e non solo: lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano e il Nobel per la letteratura José Saramago. Quando un’ora dopo è iniziato l’incontro «Don Chisciotte oggi: utopia e politica», qualche migliaio di persone avevano interamente riempito il grande teatro, occupando ogni spazio libero, sedendosi ovunque, per terra, sugli scalini, mentre altri ancorava rimanevano all’esterno e si accalcavano contro i cancelli delle entrate.
DON CHISCIOTTE A PORTO ALEGRE
Per due ore Saramago, Galeano, l’ex-direttore dell’Unesco Federico Mayor Zaragoza e il giornalista Ignácio Ramonet, diettore di Le Monde Diplomatique, hanno raccontato la sfida contro i mulini a vento della globalizzazione neoliberista da parte di quelle migliaia di Don Chisciotte che costituiscono il movimento. Attraverso la metafora dell’utopia, e del personaggio che meglio di ogni altra l’ha incarnata, il popolo di Porto Alegre si è guardato nello specchio e ha ribadito la convinzione che costruire un altro mondo possibile non è un’idea per sognatori. «Generalmente si pensa a Don Chisciotte come ad un pazzo» ha detto Ramonet «ma qui a Porto Alegre ci sono tanti e tante Don Chisciotte che non sono affatto pazzi perché sono riusciti a realizzare un’utopia concreta: questo World Social Forum».
In questi giorni in cui si lanciano campagne, si costruiscono reti e si confrontano esperienze concrete di lotta al neoliberismo, la grande assemblea di oggi ha rappresentato un momento a parte. Una sorta di auto-narrazione che ha mostrato il cuore più profondo del cosiddetto movimento no-global e quanto questo sia vivo e pulsante.
«In Venezuela una volta ho conosciuto un pittore, un certo Vargas, un uomo del popolo che non sapeva neppure se il suo nome si scriveva con la s o con la z» ha raccontato Galeano. «I suoi quadri esplosivi, contenevano tutti i colori dell’arcobaleno, erano un canto alla vita tropicale e alla natura. Quando ho visto il posto in cui viveva, un paese bruciato e distrutto dal petrolio, mi sono reso conto che nel mondo che lo circondava tutto era grigio e nero, anche l’arcobaleno. Eppure quel pittore non era un utopista, un sognatore, era un realista: dipingeva non il mondo che conosceva ma quello che era necessario, un altro mondo possibile».
«Ho una notizia per voi: io non sono un utopista» ha invece esordito Saramago con l’ironia che lo contraddistingue, emozionato dal calore della folla presente nell’auditorium che gli ha dedicato un lunghissimo e accalorato applauso. «Perché l’utopia é una cosa non si sa bene dov’è, che si suppone che esista, come quando pensiamo che andremo tutti in paradiso. Io voglio sostituirla con un altra parola, una parola che invece esiste: la parola domani perché è proprio per domani il lavoro che facciamo oggi». Utopia e concretezza sono dunque per i novelli Don Chischiotte del movimento due parole che possono e devono stare insieme.Per questo anche durante un incontro dal carattere profondamente culturale e filosofico come quello di oggi sono stati sottolineati per bocca di Ramonet alcuni degli obiettivi da raggiungere: una tassa planetaria di solidarietà contro la fame e la povertà, la soppressione dei paradisi fiscali, l’abolizione del debito estero per tutti i paesi poveri, l’accesso all’acqua potabile per tutti.
LA RIVOLUZIONE FACCIAMOLA DIGITALE
Ma nel grande laboratorio di Porto Alegre anche un altro argomento era oggi all’ordine del giorno: quello del software libero. Mentre tutte le televisioni del mondo trasmettono da Davos l’immagine del presidente Lula a fianco del patron della Microsoft Bill Gates, al V Social Forum uno dei ministri più amati del governo Brasiliano, il cantautore Gilberto Gil, combatteva al fianco di un altro piccolo Don Chisciotte: il pinguino simbolo di Linux.
Il free software già da qualche anno ha un ruolo importante nel forum: le centinaia di computer presenti nella sala stampa come quelli nei cyber café dislocati all’interno della cittadella altermondialista, funzionano con software open source. Moltissimi sono i dibattiti e i seminari sull’argometo. Il software libero è anche parte fondamentale di un progetto governativo (Cultura Viva) lanciato l’anno scorso proprio dal ministro della cultura Gilberto Gil. Anche di questo si è parlato al seminario «Rivoluzione digitale: software libero e libertà di espressione» a cui ha voluto essere presente lo stesso ministro.«Tutto quello che si rivolge a un elite non può essere rivoluzionario» ha dichiarato Gil «per questo lavoriamo affinché le nuove tecnologie raggiungano il maggior numero di persone possibili. Non so se riusciremo a farlo ma abbiamo il dovere di provarci. E la battaglia contro le multinazionali come la Microsoft è lunga e difficile».
I SEM TERRA SI PREPARANO A RICEVERE CHAVEZ
Ma se la per la filosofia open source si trova per lo più una sintonia d’intenti fra movimento e governo Lula, molti sono invece i nodi su cui ancora c’è grande battaglia. In primis la questione degli ogm. Domani Via Campesina ha invitato Hugo Chavez a visitare un acentamento occupato dai Sem Terra. Un fatto politico significativo perché precederà l’intervento del presidente del Venezuela al Gigantinho, l’enorme auditorio che Lula non è riuscito a riempire.
Non è un mistero che questa rete mondiale di campesinos punti ad ottenere da Chavez una dichiarazione contro gli ogm e il ruolo delle multinazionali agroalimentari
Giovedì 27 gennaio 05 Fantastico! Sono state confermate tutte le sensazioni positive che avevamo avuto ieri durante la splendida, energica, colorata e partecipatissima manifestazione. Il primo giorno del Forum ha mostrato tutte le potenzialità della formula di un luogo aperto di incontro e di discussione. Ancor più gigantesco del previsto lo spazio in cui ci troviamo, che mostra piano piano tutti i suoi anfratti, come se si lasciasse scoprire timidamente seminario dopo seminario. Per spostarsi dalla stanza F208 alla G 901, ad esempio, che sono in due settori contigui, occorrono quasi 15 minuti a piedi nei quali si attraversano una trentina di spazi diversi. La marea incredibile di persone sembra riuscire a diluirsi bene in una superficie enorme come questa ed anche nella gigantesca quantità di spazi a disposizione per i seminari. Ieri mi ero scordato di raccontarvi che la mattina, prima di partecipare alla conferenza stampa sullo tsunami di Jubilee South, ero tornato alla struttura dei Cappuccini dove i Sem Terra organizzavano un incontro con le associazioni che finanziano le loro attività. Principalmente USA, ma anche alcuni belgi, francesi, inglesi, svizzeri. Quelle americane erano principalmente fondazioni, compresa la Fondazione Ben&Jerry’s, del famoso gelato biologico. http://www.benjerry.com
Dai Sem Terra ci siamo emozionati con i loro canti ed i loro racconti. Ci siamo sentiti davvero in Brasile! La mattina di oggi si è invece tenuto allo Stadio Gigantinho la presentazione della Global Call to Action against poverty: "Chiamata all’azione globale contro la povertà" alla presenza di Lula. Era un evento molto atteso e si dice sia stato voluto da Lula come replica anticipata alle masse che domenica 30 andranno a sentire, sempre allo stadio, Chavez. Le tanto temute contestazioni ci sono comunque state ma sono state abbastanza limitate, complice anche l’organizzazione del PT che ha fatto arrivare i propri militanti molto presto ed è riuscita quindi a riempire lo stadio. Così la voce dei contestatori veniva spesso coperta da giganteschi Ola a favore di Lula. Alla fine Lula si è anche rivolto ai contestatori definendole "persone che non avevano ancora capito, pecorelle smarrite che attendiamo tornino nell’alveo del PT" tra gli applausi del pubblico e le contestazioni ancora più forti. Lula ha commosso e fatto piangere la platea di colore spiegando che sostenere la battaglia contro la fame che porterà aiuto a molti africani è un dovere per il Brasile anche perché il proprio popolo più profondo viene proprio dall’Africa. All’entrata distribuivano dei braccialettini di cotone leggeri con il titolo in inglese ed in portoghese della campagna chiedendo ai partecipanti di indossarli. Nella sola giornata di oggi si sono diffusi a macchia d’olio nel Forum. E da oggi campeggia sul lato obliquo dell’edificio triangolare che è l’edificio più visibile di tutta la città un grandissimo striscione che riporta il logo ed il titolo della Campagna, promossa da centinaia di organizzazioni, che mira ad ottenere "un cambiamento nelle politiche nazionali ed internazionali per eliminare la povertà e raggiungere gli obiettivi di sviluppo del Millennio (ONU) attraverso la giustizia nel commercio, la cancellazione del debito, un aumento nella qualità e quantità di aiuti, sforzi da fare a livello nazionale che si sviluppino e si implementino in un modo democratico, trasparente e responsabile (accountable) verso i cittadini" Io, nel frattempo, ero a seguire la prima assemblea dei movimenti sociali. Qualche "consolidamento" interessante c’è stato. Intendo dire che c’erano molti rappresentanti dei paesi asiatici, presenti in massa lo scorso anno a Mumbai, ma quasi del tutto assenti due anni fa e qualche rappresentante del movimento africano. Rimangono aperte le questioni di cui avevamo parlato ieri, ovvero di come il lavoro che farà l’assemblea dei movimenti sociali riuscirà ad intercettare tutta la complessità del Forum, la sua grande freschezza e novità, le energie che animano ed emozionano nei seminari. E di come il documento finale si rapporterà con il percorso del Mural de Propostas Do FSM e con le proposte concrete che emergeranno dai seminari. Nel pomeriggio ho accompagnato Paolo Beni ad un incontro su "come organizzare la legittimità politica della voce dei cittadini" tradotto alla lettera, noi diremmo "democrazia partecipativa" in cui si confrontavano esperienze europee e latinoamericane. E’ stato piuttosto interessante. Così sono arrivato al seminario di presentazione della campagna internazionale ControlArms, che si teneva in un altro spazio in contemporanea, quasi alla fine. Ho preso il materiale della campagna internazionale ed ho avuto modo di parlare con Sauro Scarpellini, un italiano che lavora al Segretariato Internazionale di Amnesty International a Londra, sulle difficoltà a far partire la campagna in Italia e sulle diversità di approccio dei promotori, che sono comunque ricomponibilissime. E’ stato interessante in quell’occasione sentire l’intervento di un attivista per la pace giapponese che ci ha parlato del rischio di un cambiamento imminente della propria costituzione che permetterà al proprio paese di abbandonare una posizione antimilitarista (il testo, che trovate sotto, è migliore perfino del nostro articolo 11) e di partecipare alle operazioni di guerra al fianco di altri stati. L’articolo 9 della costituzione fa parte del Capitolo 2 che si intitola "Rinuncia alla guerra" e recita così: Comma 1: "Aspirando sinceramente alla pace internazionale basata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come ad un diritto di sovranità della nazione ed alla minaccia o all’uso della forza come strumento per dirimere le dispute internazionali." Comma 2: "Per raggiungere l’obiettivo del precedente paragrafo, le forze di terra, acqua e aria, così come altri potenziali di guerra, non saranno mai mantenute. Allo stato non sarà riconosciuto il diritto alla belligeranza" ...che altro dire? Ho approfittato per curiosare un po’ negli altri spazi, trovando un seminario sulla smilitarizzazione dell’Asia con un dossier dettagliatissimo su tutte le basi militari presenti in Asia. Tra l’altro appena sono arrivato mi hanno chiesto se ero dell’ARCI, perché stavano aspettando qualcuno di noi. Moltissimi i seminari sugli argomenti più svariati, sempre piuttosto partecipati. Mi ha impressionato la presenza di nordamericani, quasi assenti nelle edizioni del 2002 e 2003. Ieri sera c’è stato un fuori programma al campeggio, emozionante da più punti di vista: mentre ero nello spazio internet del campeggio ho sentito che cresceva la confusione nello spazio incontro a lato. Mi hanno detto che c’era Gilberto Giles. Un po’ dubbioso ho lasciato la postazione e sono uscito verso lo spazio che era stracolmo. Centinaia di ragazzi seduti per terra sulla paglia, altri che saturavano tutto lo spazio disponibile. Molti con telecamere e macchine fotografiche, alcuni con cartelloni di protesta che innalzavano verso Giles e verso gli uomini intorno a lui, presumibilmente i sottosegretari del Ministero. Si è animata una discussione fittissima tra alcuni ragazzi e Giles su quello che il governo Lula stava facendo sul tema della cultura. Per quello che ho capito le richieste erano di lavorare per la legalizzazione delle radio, di sostegno e diffusione del software libero, le accuse di non opporsi alla mercificazione della cultura. Nella discussione animata da strilla, musica sparata per coprire le parole di Giles, offese da parte di altri ragazzi ai primi che impedivano di ascoltare Giles, lui ed i suoi colleghi di governo erano proprio nel mezzo ai ragazzi. Le televisioni ed i fotografi presenti erano impazziti. La risposta del Ministro e dei suoi sottosegretari era che loro stanno lavorando proprio in questa direzione che veniva richiesta, che considerano i ragazzi presenti in sala i loro principali alleati (e giù applausi) per una battaglia difficile con le aziende multinazionali e con i monopolisti. "Stiamo lavorando per voi". Ci siamo chiesti quanti politici italiani sarebbero andati senza protezione (ovviamente qualche agente di sicurezza c’era) nella tana del lupo per affrontare direttamente le contestazioni che avevano avuto luogo la stessa mattina allo Stadio Gigantinho? Potete trovare le foto su http://www.trekshare.com/members/gr... Alla fine, quando la discussione sembrava essersi esaurita, Giles ha tenuto il suo concerto, applauditissimo.
Gregorio
Diffondiamo l’intervista sul governo Lula che Gianni Minà, dal Social Forum di Porto Alegre, ha rilasciato a Gianluca Ursini per Peacereporter. In un clima generale che intende demonizzare la politica di risanamento sociale ed economico adottata dal presidente del Brasile, Minà ha voluto offrire un’analisi diversa, sottolinenado come grandi mutamenti non siano realizzabili in breve tempo.
La redazione di Latinoamerica
Brasile - 27.1.2005
Gianni Minà interviene su Lula: "E’ la vera svolta"
Cominciamo dalle perplessità sull’operato di Lula, che hanno manifestato anche sociologi ideologicamente vicini al presidente come Emir Sader. Cosa ne pensa ?
Sader è un tipo molto duro, un trotzskista, comunista vecchia maniera, che non approva le mezze misure. Vorrebbe fare la rivoluzione. Ma se governi un Paese grande come un continente, con quasi 200 milioni di persone, dove la prima cosa da fare è dare loro da mangiare, la seconda è curarli e la terza è dare loro una casa che non sia di fango, è chiaro che sei costretto ad andar piano. Il Fondo Monetario Internazionale è un ente criminale che può ammazzare chiunque, anche un Paese come il Brasile.
Un ente criminale?
Certo. Ormai lo dico a tutte le conferenze. Il Fmi è un ente criminale. Le sue famose ‘ricette economiche’ possono distruggere milioni di persone. La gente si può ammazzare con i cannoni, ma anche con le banche. Sfido a smentirmi.
Quindi non condivide l’analisi di Sader?
Non condivido l’idea così radicale di Emir Sader, anche se capisco la sua ansia. Ma il solo fatto che adesso in Brasile ci sia una democrazia compiuta, in cui sta tramontando l’impunità, in cui vengono perseguiti i guardiaspalle dei ‘terratenientes’ che fino a due anni fa ammazzavano senza conseguenze i ‘Sem Terra’, è una grande svolta. Prima di Lula la polizia privata ammazzava i sindacalisti ‘siringueros’ - i raccoglitori di caucciù - come Chico Mendes, adesso non è più così. L’impunità è finita! Eccolo il risultato più immediato dell’elezione del presidente operaio. E ricordiamo che certe conquiste sono faticose. Certo sono passati due anni e ancora non ha fatto la Rifoma agraria! Ma la farà, non si può dubitarne. La farà, perché è la promessa più solenne mai fatta durante la sua rincorsa alla presidenza. E’ che in un Brasile in cui ancora ci sono zone rimaste al medioevo, in cui ci sono signorotti feudali, fare una riforma agraria come si deve è una questione complessa. Non dimentichiamoci che in Europa la riforma agraria risale a fine ‘800, vale a dire oltre tre secoli dopo la fine del medioevo. E’ dunque un problema non indifferente e ci vuole tempo per risolverlo concretamente.
E tutto lo scetticismo di certa parte della sinistra europea da dove viene, allora?
C’è da dire una cosa, di cui mi prendo tutta la responsabilità: quella certa parte di sinistra che si definisce “riformista” - un vocabolo che non so cosa voglia dire nel concreto - non ha mai sopportato la sinistra latinoamericana. Quella latinoamericana è troppo più fattiva. È passata da così tante esperienze: dalla lotta armata alle repressioni più feroci del XX secolo - persino più feroci dello stalinismo, oserei dire - e non accetta le esitazioni di quella che chiamiamo sinistra in Europa. Questa sinistra ha accolto con un certo sarcasmo perfino il fatto che fosse stato eletto presidente del Brasile un operaio. Puntava, infatti, su Serra, ministro della salute nel precedente governo di Henrique Cardoso, non su Lula. E perché questo favore verso Cardoso? Perché da giovane era stato un sociologo marxista. Nulla importava che poi avesse accettato di sedersi al timone di un governo di centro-destra, colluso con i “terratenientes” che uccidevano i “Senza Terra”. Questa è la stessa sinistra che ha dovuto accettare la vittoria di Lula col sorriso, ma che non l’ha mai amato. È salita sul carro del vincitore all’ultimo, scegliendolo quale unico uomo di sinistra latinoamericano da digerire. Tutte le altre esperienze in piena evoluzione, infatti, che stanno sconvolgendo i piani degli Usa, non sono assolutamente ben viste dalla sinistra europea. Vedi tre esempi eclatanti: il Venezuela di Chavez, messo a dura prova dai referendum di popolarità architettati dall’opposizione e sempre vinti in scioltezza. L’Uruguay, dove ha appena vinto Tabaré Vazquez, assicurando al Paese un governo di sinistra del tutto avverso alle mire Usa. E infine, le rivolte popolari in Bolivia capeggiate dai leader indigeni per impedire la svendita delle risorse naturali, come il gas, alle multinazionali statunitensi. Ecco, verso tutto questo c’è l’incomprensione più assoluta. Non capiscono cosa stia succedendo in America Latina. Ecco dove colloco l’atteggiamento ironico nei confronti di Lula.
Perché non viene capita l’importanza per il Brasile di avere Lula al timone ?
Lula rappresenta una svolta clamorosa. Il Brasile è un Paese che ha visto una dittatura, tanti governi corrotti. È un Paese che ha visto finti presidenti di sinistra come Cardoso. Il presidente operaio è il cambiamento radicale. Certo, forse in politica economica Lula sta proseguendo la stessa strada del suo predecessore, ma come svincolarsi in un batter d’occhio dall’abbraccio della Banca Mondiale e del Fondo Monetario? E’ grazie a lui, ripeto, che sono tramontate le impunità, e che sono state avviate operazioni sociali del livello di Fame Zero. Per questo non sono d’accordo con chi critica duramente e in toto il suo governo. Certo non chiudo gli occhi. Mi rendo conto che anche Frei Betto, consigliere del presidente, a un certo punto si è sentito in difficoltà in questo governo e si è ritirato, ma non per questo adesso getta la croce su Lula.
Quindi, diamo ancora fiducia a Lula e speriamo che venga rieletto?
Certo. Non dimentichiamo che se cade l’esperienza Lula, per il Brasile non ci sarà perlomeno per altri 50 anni la possibilità di vedere l’area progressista governare a Brasilia.
Non esiste alternativa a Lula?
No. Lula ha una storia politica di 20 anni. Ha fondato il Pt, che è il più grande movimento di sinistra del continente latinoamericano. Come trovarne un altro? Negli anni Ottanta, Lula capì che la sinistra tradizionale sarebbe stata incapace di competere con le forze conservatrici brasiliane e fondò quindi un raggruppamento alternativo che appunto è diventato il partito dei lavoratori più grande del continente. Ha raggruppato tutti i movimenti d’opposizione. Una grande esperienza. Un grande uomo.
Ma Lula ha un difficile equilibrio da mantenere nel suo governo?
Non si deve dimenticarlo! Nell’esecutivo, il ministro all’Economia è Palocci, ex governatore del Banco centrale brasiliano. Un uomo certo non inviso al Fondo Monetario e alla Banca Mondiale. Difficile conciliare Palocci con la sindachessa di Fortaleza, neo eletta, appartenete all’ala critica a Lula del Pt. Non è semplice far conciliare queste anime così diverse.
A livello internazionale, si può parlare di “effetto Lula”?
Con l’avvento di Lula s’è accodato un intero mondo. Prendiamo Kirchner in Argentina, per esempio. Un peronista del sud, lontano dalla corruzione di Buenos Aires e dai giochi alla Menem che, una volta eletto, ha preso una linea progressista copiata da Lula. Poi consideriamo Chavez o il Frente Amplio in Uruguay, o i movimenti indigeni, non solo in Bolivia, ma anche in Ecuador, dove hanno affrontato il presidente Gutierrez che s’è rimangiato le promesse di sinistra per soddisfare gli interessi statunitensi. E’ stato il vento di Lula ad alimentare questi movimenti. Il vento di sinistra. Il Pt di Lula, il Frente amplio uruguagio hanno messo in atto la vera democrazia partecipativa, dimostrando che può non essere solo uno slogan. È qualcosa che si realizza giorno dopo giorno in molti stati, città, comuni e pueblos del Brasile. Il Pt può anche aver perso Porto Alegre – per le solite lotte interne della sinistra - ma governa molte più città e stati rispetto a quando Lula non era presidente. Avranno anche perso San Paolo alle recenti amministrative, ma hanno conquistato altre cinque grandi città. Per questo dico che bisogna andare piano nel giudicare.
Gianluca Ursini
Nella sfilata dei ’’200mila di Porto Alegre’’ non sono mancati slogan contro l’ospite più importante, il presidente del Brasile Luiz Inacio "Lula" Da Silva. Durante il corteo, alcuni manifestanti contestato duramente Lula, gridando slogan sull’"AeroLula’’, il costoso aereo presidenziale con cui Lula dovrebbe spostarsi a Davos. A questi si sono aggiunti i membri del MNLM - Movimento Nazionale di Lotta per l’Abitazione che hanno occupato un palazzo del governo federale. "Adesso occupiamo in maniera strategica, scegliendo il momento più adeguato per ottenere il maggiore impatto dai media" - ha detto uno dei leader del movimento. Di fatto il partito di Lula, Partido dos traballhadores (PT), è stato molto contestato negli ultimi mesi, per la sua obbedienza di fronte alla rate del pagamento del debito estero e per la scomparsa, nella sua azione di governo, della riforma agraria tanto attesa dai Sem Terra e da milioni di brasiliani poveri.
E nella giornata del presidente Lula sono circa trenta, forse quarantamila persone che si accalcano sulle gradinate dello stadio Gigantinho facendo la ola e ballando al ritmo di un’orchestra potentissima. L’occasione dell’adunata passa un po’ in secondo piano. Si tratta del fatto che il presidente brasiliano offre il suo sostegno a una campagna mondiale intitolata "Chiamata all’azione globale contro la poverta’". presidente Lula al Wsf 2005 Infatti, quando finalmente Lula, vestito di bianco, appare sul palco, e’ accompagnato da un indiano, una africana, un rappresentante della Confederazione mondiale dei sindacati. Il pubblico esplode in cori, ma un gruppetto non si lascia intomorire: intonera’ slogan ostili a Lula per tutto l’incontro, prima rimproverato da decine di migliaia di "buuu", poi in pratica ignorato. Ma Lula fa il suo tonante discorso e parla solo di politica estera.
Lula ha incontrato quattro rapresentanti del Consiglio Internazionale che lo hanno interrogato sulla sue intenzioni rispetto alla presenza, sempre molto contestata, al forum di Davos. Lula, rispondendo a una critica di Francios Houtard, che ha chiesto al presidente come facesse a sedere assieme a personaggi dei quali "almeno la metà dovrebbero invece sedere nell’aula di un tribunale per crimini economici contro l’umanità’’ e ha ripetuto la sua formula del "pontiere", la necessità cioé di adoperare il potere acquisito dal movimento sociale mondiale per sposare la rotta anche dei grandi potentati economici. La popolarità del presidente, ancorché in calo, sembra comunque ancora molto alta sia all’interno del paese sia tra i militanti del forum.
"Abbiamo urgente bisogno di una leadership politica globale e di un’azione coordinata per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo del millennio dell’Onu" - hanno detto a Porto Alegre i ministri degli Esteri di Tanzania e Finlandia, Jakawa Kikwete e Pertti Majanen, che sono anche co-presidenti del "Processo di Helsinki”. Il "Processo" promuove, ad esempio, una revisione delle relazioni tra organismi internazionali, compresa la cancellazione del debito dei paesi più poveri e la nascita del G-20 (gruppo che riunisce i paesi del sud del mondo, all’interno delle negoziazioni dell’Organizzazione mondiale del commercio - Wto), proponendosi di ampliare il dibattito sui problemi globali. Ma il dubbio rimane se obiettivo del G20 sia cambiare di fatto i parametri delle relazioni commerciali globali, ai fini di un nuovo modello di "sviluppo", o soltanto garantire profitti nella norma ai grandi impresari nazionali. [ AT ]
29 gennaio 2005
Immaginate Mario Luzi, Dario Fo, Umberto Eco e Claudio Magris in un palazzetto dello sport, osannati da un pubblico giovane e rumorosamente entusiasta, come quello di un concerto di Guccini o Manu Chao. Utopia? Sì, questo era l’argomento del dibattito, coordinato da Roberto Savio, con José Saramago, Eduardo Galeano, Ignacio Ramonet e Federico Mayor con l’ambizioso titolo «Don Chisciotte tra utopia e politica». E un pubblico in massima parte giovane, sia di partecipanti al Forum che di portoalegrini, ha sottolineato con ululati da stadio i passaggi più significativi.
Perché Don Chisciotte? Perché, ha detto Galeano, è una grande metafora poetica, in cui il cavaliere vede il bello e il perfetto in cose modeste e imperfette, se non francamente brutte e squallide, e quindi organizza nella sua mente il mondo non com’è, ma come dovrebbe essere. L’utopia è come l’orizzonte, cammini e non lo raggiungi mai, ma serve a questo, a camminare, come fanno tutti quelli che, invece di limitarsi a vedere la realtà così com’è, la immaginano come non è mai stata e si chiedono: perché no? Utopia è una parola portata in Europa dall’America da Thomas More come resurrezione del mondo comunitario e che ora torna alle origini dove i saperi antichi [come quelli degli indigeni guaranì] ci dicono che il breve periodo non è l’unico possibile.
E così la metafora peotica si tarsforma in metafora sociale, ma non per Ramonet, che l’utopia non la ama: erano utopie, dice, il nazismo come il fanatismo dei talibani. Meglio parlare di «visioni» di trasformazione del mondo, come la globalizzazione, che è un’utopia in marcia che ci sta schiacciando.
Saramago vorrebbe togliere del tutto dal vocabolario la parola utopia [se fosse possibile la realizzazione delle utopie, le chiameremmo lavoro, impegno], ma non solo. Ogni parola andrebbe smontata e relativizzata storicamente: cosa significava giustizia al tempo di Don Chisciotte? E cosa significherà tra mezzo secolo? «Oggi si discute di tante parole/concetti, tranne che di una, data per acquisita: la democrazia [boato della folla] . E’ una parola sequestrata, condizionata, di cui si ammantano governi e organismi internazionali che sono la negazione stessa di una parola/concetto nata per indicare il governo della maggioranza delle persone. Da qui bisogna cominciare, perché „l’inquinamento della democrazia è l’inquinamento della montagna da cui nascono tutti i fiumi».
Ma il vocabolario non finisce qui: c’è l’ideologia [non teoria, ma parte della vita, dice Galeano], il concetto di altro e di altrove, la denuncia e l’annuncio, il sogno e l’incubo, la soggettività e l’oggettività: la seconda non esiste, dice Saramago, siamo tutti esseri soggettivi. Nel continuo contaminare letteratura e politica, la parte del leone la fa il poeta Antonio Machado, di cui viene ripetuta più volta la citazione cara a Salvador Allende «caminante no hay camino, se hace camino al andar» [non c’è una starda segnata e preconfezionata, bisogna aprirsela in una fitta foresta] . Oppure il proverbio africano citato da Federico Mayor per ricordare come sia stata inaspettata, ma possibile, la scarcerazione di Nelson Mandela: le formiche non possono affrontare l’elefante, a meno che non si mettano tutte d’accordo e lo pungano nello stesso momento.
Tra le nuove parole del possibile e del futuro, da contrapporre ai truci neologismi della guerra preventiva, dei nemici combattenti e dei giornalisti embedded, Ramonet propone «portoalegrismo», come espressione di una comunità in cui - dice Saramago - Umberto Eco [che gli ha confidato una volta di essere preoccupato per il futuro del suo nipotino] non avrebbe più paura.
28 gennaio 2005
Parlare di movimento e di Forum mondiale sembrerebbe oggi essere un po’ fuori moda per i cosiddetti "media mainstream". Passata l’onda delle mobilitazioni di massa, il movimento improvvisamente si dice sia entrato in crisi, nessun blocco stradale, nessuna occupazione. Il fenomeno battezzato "no global" si ramifica, ma diventa meno visibile, poco attraente per le locandine e quindi poco profittevole se vogliamo parlare di copie vendute. Quotidiani come Il Sole 24 Ore hanno recentemente cantato il De Profundis al movimento: a Davos il World Economic Forum procede spedito. Moriremo globalizzati.
Eppure in questi giorni a Porto Alegre sta succedendo nuovamente qualcosa di importante, decine di migliaia di persone, delegati di associazioni, semplici cittadini stanno rispondendo a modo loro alla globalizzazione in salsa svizzera. Il processo del Forum mondiale, tra i tanti limiti di un’esperienza che rischia la banalizzazione, sta procedendo integrando esperienze, mettendo in rete piccoli produttori e combattive Ong. E quindi puo’ capitare di ascoltare le reti dei piccoli produttori di cotone in Africa Occidentale parlare assieme al sindacato dei piccoli produttori di cotone spagnoli, la Coag, rivendicando assieme, qui come a Siviglia due anni fa, la necessitá di un cambiamento di rotta del commercio internazionale, di una nuova idea di intervento pubblico che regoli i mercati e sostenga i piccoli. Esattamente il contrario di ció che succede ora. Una vera e propria rivoluzione, anche se Copernicana.
Oppure puó capitare di entrare in uno spazio dedicato esclusivamente all’economia solidale, o alla sovranitá alimentare. E’ arrivata l’ora del radicamento, forte, dell’impegno nei territori e nelle comunitá, della costruzione di veri e propri distretti di economia solidale, di reti sociali che sappiano opporsi alla liberalizzazione crescente che ad ogni livello, ad iniziare dalla Wto del prossimo dicembre ad Hong Kong, ci stanno propinando. I processi peró vanno accompagnati, con decisione ma anche con delicatezza e razionalitá: riusciremo a procedere in questa direzione trasformando sempre piú i Forum in motori inerziali di questo percorso o ci troveremo ad una Sanremo annuale dei movimenti? Riusciremo ad affiancare e ad accoppiare i grandi temi dello sviluppo umano ed ambientale, del commercio giusto con gli stili di vita, dagli acquisti ai consumi al tempo libero? Riusciremo ad accompagnare lo sviluppo di un movimento che oggi piú che mai, proprio perché meno mediatico, potrebbe realmente modificare gli equilibri in atto?
Chirac chiede una tassa sulla povertá, le gare di solidarietá vere o presunte per lo Tsunami non si contano piú, la Responsabilitá sociale d’Impresa rischia di diventare un bel bollino delle buona azioni, piuttosto che una regolamentazione reale del comportamento delle aziende. Dal Forum di Porto Alegre ci arriva forte una sollecitazione: confrontatevi, rafforzate le reti, condividete strategie e ponetevi degli obiettivi raggiungibili. Il momento di apparente maggiore debolezza del movimento potrebbe paradossalmente essere il momento giusto per consolidare il lavoro fatto in questi anni.
Forse le reti del Sud ci chiedono proprio questo: uscire dagli schemi per fare fronte comune aldilá delle parole d’ordine. E Hong Kong, con la ministeriale della Wto, é oramai alle porte.
Non il potere. A lezione dai filosofi Boaventura de Sousa Santos, Enrique Dussel, John Holloway, Catherine Walsh e Nelson Maldonato Torres. Porto Alegre, nella «libera università» seminari di filosofia su «Lotte sociali e alternative al dominio neoliberista».
BENEDETTO VECCHI
INVIATO A PORTO ALEGRE
Cinque chilometri tra tende, tendoni, accampamento della gioventù e edifici del vecchio porto. Il forum sociale mondiale è sicuramente la più grande università libera del mondo. E come in ogni città universitaria è popolata di uomini e donne con blocchetto degli appunti, penna e registratore. Così ieri a Porto Alegre decine di migliaia di persone camminavano alla ricerca dell’agognata sala dove sentire parlare i relatori dell’argomento preferito. Vicino all’Anfiteatro della Por-do-Sol sono ospitate le sale dell’area tematica «Lotte sociali e alternative democratica contro il dominio neoliberista». Titolo roboante che non coincide proprio con lo spirito dominate sia tra i relatori e le platee. Il dubbio da queste parti la fa da padrone e gli animi ritrovano sicurezza solo quando si sentono le parola «capitale», mentre i nomi Lula e Chavez fanno alzare la voce a compìti studiosi di filosofia del diritto - il portoghese Boaventura de Sousa Santos - o docenti di Etica, come il messicano Enrique Dussel. Il capitale è ovviamente il nemico da battere, anche se poi sbocciano mille distinguo su cosa si intende per capitalismo. Se poi dal pubblico un attivista spagnolo tira fuori, per criticarle, le scelte del presidente Lula, apriti cielo.
I commenti a mezza bocca o quelli gridati si «agglutinano» in due polarità ( i favorevoli critici e i contestatori quieti) che fanno pensare ai litigi di due amici che si conoscono da una vita.
Ma il tema è comunque importante e dunque via libera al dubbio. «Dobbiamo essere degli ottimisti tragici - sostiene Boaventura - perché i movimenti ci sono, sono una realtà irreversibile di questo mondo, ma la democrazia e la trasformazione sono delle brutte gatte da pelare. La nostra responsabilità di studiosi e di attivisti è di non sottrarci alla sfida di elaborare un pensiero critico che non ripercorra ingenuamente sentieri già battuti in passato dal marxismo o dal liberalismo politico». Ma se allo studioso portoghese è chiaro che la posta in gioco è di fare i conti con la democrazia reale, i suoi assetti costituzionale e istituzionali, al punto di lanciare la provocatoria parola d’ordine di democratizzare la democrazia, per Enrique Dussel è arrivato il momento di smontare lo stato e sostituire a quel modello di costruzione della decisione e del consenso una forma istituzionale che contempli il potere di condizionamento dei movimenti sociali. Va detto, però, che solo a venti metri più avanti, in un altro tendone, altri relatatori e un’altra platea discuteva dello stesso argomento con un ordine del discorso molto differente. «Il nodo da sciogliere è il rapporto con il potere - spiegava il filosofo inglese John Holloway -. Io sostengo che bisogna cambiare il mondo senza prendere il potere. La vera rivoluzione è un cambiamento radicale che faccia a meno dello stato». Un discorso allusivo all’esperienza zapatista, a cui rispondeva idealmente un dialogo tra due ricercartori che hanno messo in scena la nota dialettica dell’illuminsmo, in cui il dominio della ragione e l’eguaglianza definita per legge si è trasformata in uno straordinario strumento di esclusione sociale.
I due ricercatori, rispettivamente la statunitense Catherine Walsh e l’ecuadoriano Nelson Maldonato Torres, sono partiti dai conflitti razziali e dall’oppressione delle comunità indigene, per dimostrare che qualsiasi alternativa alla democrazia reale deve puntare all’elabrazione di una conoscenza critica in cui i singoli sono assunti come portatori di una soggettività e che ha bisogno di spazi (politici) aperti per manifestare la sua irriducibile unicità.
Una modalità di dialogo che ha zittito la platea, che però ha cominciato a borbottare quando sono stati fatti i nomi di Lula e Chavez e quella che sembrava una manifestazione pacata, ma significativa di pratica teorica ha dovuto lasciare il campo alla contingenza politica.
Parla il presidente brasiliano, lancia la «coalizione mondiale contro la povertà», ma cominciano i fischi e subito gli applausi del Pt. I Sem terra se ne vanno. Nel 2003 fu un trionfo, oggi Luiz da Silva è un ragionevole capo di stato
ROBERTO ZANINI
INVIATO A PORTO ALEGRE
Fischi pochi e continui, applausi e ole molte e molto ben preparate. Lula e il movimento si ritrovano dopo due anni e non è più la stessa cosa, nel palazzetto dello sport dall’appropriato nome di Gigantinho vanno in scena due grandi amici che hanno litigato, Lula e il forum sociale mondiale. Nel 2003 fu il trionfo dei trionfi, Luiz da Silva era la grande speranza della sinistra latinoamericana che si caricava mezzo mondo sulle spalle per sfidare l’altro mezzo, oggi è il ragionevole condottiero di un paese immenso, con un governo di coalizione che, se non gli lega mani e piedi, glie li tiene molto vicini alle banche e ai banchieri. Lui è sempre Lula, nella lotta si esalta e i fischi vengono tacitati da tre quarti d’ora di comizio torrenziale e bollente (48 grosse casse acustiche ai lati del palco, comunque, aiutano). La contestazione, annunciatissima e praticata da una cinquantina di militanti, viene letteralmente seppellita da diecimila fantaccini del Pt e della centrale sindacale Cut, schierati ovunque a riempire di entusiasmo ogni angolo, ognuno con la maglietta rossa e la scritta «100% Lula». Truppe cammellate? Anche, ma per il Pt è facilissimo trovarle, perché il Pt è, malgrado tutto, «il più grande partito della sinistra latinoamericana». Lula lo urla nel microfono, e parla ai cinquanta fischiatori organizzati, «una cosa di gioventù, anche voi siete tutti figli del Pt e quando tornerete vi accoglieremo a braccia aperte» (applausi scroscianti). Lo sono letteralmente, figli del Pt: li anima Luciana Genro, la figlia dissidente del sindaco di Porto Alegre Tarso Genro, l’inventore del «bilancio partecipativo» e oggi ministro. Un gruppo di contadini di Via Campesina, senza nemmeno le insegne dei Sem Terra, presidiano un loggione di convitati di pietra e per ore siedono immobili. Non applaudiranno una sola volta, non fischieranno mai, alla fine si alzeranno educatamente e se ne andranno senza dire parola. Arriva sulle onde di un ritmo indiavolato di violini e tamburi, il presidente Luiz Da Silva, coi mocassini neri che scricchiolano, una giacchetta bianca splendente che sarà la croce delle telecamere e i jeans. Piuttosto casual per essere il capo della ottava economia del mondo, ma oggi Lula è il metalmeccanico che è diventato presidente, non il presidente che una volta faceva il metalmeccanico. La coreografia della campagna «Chiamata globale all’azione contro la povertà e la fame», il campo neutro di un evento esterno a cui Lula è stato invitato, è tutta costruita per esaltare lui e minimizzare la dissidenza, e ci riesce con grande facilità. «Care compagne e cari compagni... » e Lula nomina tutti ma proprio tutti i convenuti, applausometro alle stelle per il ministro Gilberto Gil che non si sa come stia in piedi, visto che ha suonato tutta la notte con Manu Chao nel concerto che ha aperto il Forum sociale. «Dal Pernambuco dove vengo, se non muori di fame entro cinque anni diventi per forza un lottatore», dice il tribuno petista guardando il gruppetto dei fischiatori. E poi attacca. «Chiedete proprio a me se un altro mondo è possibile? Non serve a molto. Il social forum è più forte e più partecipato che mai, e per la prima volta assume una responsabilità, quella di affrontare il problema cronico dell’umanità e del mondo intero e trasformare la fame da problema sociale a problema politico. Costruire la possibilità di un altro mondo vuol dire politiche concrete, infrastrutture, strade, elettricità, telefoni. Senza fare questo non ci sarà alcuna integrazione, solo molti discorsi. C’è gente che vuole tutto e subito, io sono per un passo al giorno senza fermarsi mai». E’ la sua linea: l’affidabilità come forma di governo, la mobilitazione sociale per cambiare i rapporti di forza a suo favore. Linea che nel Forum non è granché, ma nel Brasile guai a chi lo tocca. Il presidente prosegue elogiando l’uruguayano Tabarè Vasquez e l’argentino Nestor Kirchner (nella foga persino si sbaglia e una volta lo chiama «companero Menem»), afferma che il Venezuela «non è più un problema degli Stati uniti ma un problema di tutta l’America Latina», e considera «una fortuna» che il referendum abbia confermato il governo di Caracas. Solidarizza, ma non pronuncia mai il nome di Hugo Chavez e non è un caso. Tra Lula e Chavez, che tra qualche giorno sarà a Porto Alegre e inevitabilmente toglierà il posto proprio a Lula come nuova stella del Forum, corre lo stesso buon sangue che corre tra due giocatori quando c’è una sola maglia.
Lula si pone come la trasformazione e Chavez come la rottura, e le gelosie cominciano a diventare evidenti. Batte e ribatte sulla necessità del Mercosur, Lula, sull’accordo tra Mercosur e Unione europea, sull’unione dei paesi emergenti. «Ho imparato nel movimento sindacale che quando sei debole devi unirti a altri deboli per diventare forte. E’ proprio così che voglio unire gli uguali, per cambiare la geografia del mondo».
Il Brasile è impegnatissimo nella conquista di un seggio al consiglio di sicurezza delle Nazioni unite e un ruolo di «superpotenza regionale», quindi il presidente tiene tutte le strade aperte e ne apre di nuove col maggior numero di paesi, compresi i superbig India e Cina: «Con questi paesi uniti è possibile cambiare la correlazione tra le forze e ottenere la predominanza di una maggioranza di paesi. Di tutti i paesi, non solamente dei paesi ricchi». Ce n’è anche per l’Africa: «Una parte dell’élite brasiliana si vergogna di venire dall’Africa, dicono tutti d’essere europei, ma noi siamo il più grande paese negro del mondo dopo la Nigeria e in due anni ho visitato più paesi africani che tutti gli altri presidenti». L’arringa è finita, il palazzetto dello sport comincia a svuotarsi, Lula ha battuto i fischi. Ma non è più come prima.
Porto Alegre, 29 Gennaio 2005 — Lula Ignazio Da Silva da due anni presidente del Brasile, fondatore del PT (partito dei lavoratori), probabilmente il più importante partito dell’America Latina ha anche perso il dito mignolo nella fabbrica dove lavorava, un uomo del popolo, proveniente dal basso, portato alla carica di presidente in braccio dalla sua sessa gente…eppure è stato ieri accolto al grido di “traditore traditore!!!”.
Il suo intervento era nell’ ambito dell’inaugurazione di una campagna di cooperazione per eliminare fame e povertà nel mondo. Quindi un’attività parallela al Forum, dove come sappiamo esponenti politici non possono intervenire in tale veste, ma solo se rappresentano altre organizzazioni. Il discorso è avvenuto nel Gigantinho, il palazzetto dello sport di Porto Alegre. 2 anni fa parlò nello spazio aperto del Por Do Sol, dove terminava la grande marcia di apertura.
Fuori dall’edificio una protesta di Greenpeace contro il progetto del governo di lanciarsi nel nucleare.
Una fila immensa di persone aspetta di poter entrare, io mi incontro con un pagliaccio con un mascherone di Lula nella testa, veste una maglietta con un simbolo atomico, di sottofondo qualcuno grida dal microfono contro le politiche del presidente. Sono con Raffaele, amico da anni, vive con me dalla tonda Adenirse. Ci facciamo strada tra un nugolo di giornalisti, entriamo e l’atmosfera come Raffaele mi fa notare è da stadio, ma qui in America Latina le due cose si mischiano, tanto che nella marcia di apertura sfilavano anche tifosi del Corinthias di San paolo.
Il palazzetto è popolato da una massa di militanti del PT che il partito ha istruito per arrivare presto la mattina e poter quindi entrare tenendo le proteste fuori.. Ma un gruppettino è riuscito comunque ad entrare e per tutto il tempo hanno gridato contro Lula, chiamandolo traditore e amico di Bush. Agitavano anche una foto in cui Lula stringe la mano a Gerge W. La foto è divertente, negli occhi di Lula si legge “ora sono solo cazzi miei” invece in quelli di Gorge W. Non si legge nulla... Mi arrampico fino a raggiungere le proteste, c’è un po’ di polizia ma la situazione è tranquilla. Quando il presidente comincia a parlare decido di avvicinarmi per ascoltarlo.
La sua voce è roca e grezza come forse era quella dei nostri antenati preistorici, sembra uscire direttamente dai polmoni facendo vibrare le pareti del collo invece delle corde vocali. Il suo discorso è bello motivante e ascendente, contribuendo così ad alimentare il clima da stadio, con i tifosi che gridano a favore o contro Lula che è in possesso di palla. Fondamentalmente Lula sembra volersi candidare al ruolo di guida dei paesi del Sud del mondo, ossia il più ricco dei poveri che vuole guidare il cambiamento.
Parla di come ha cercato di unire l’America del Sud e di creare contatti con l’Africa, ed il medio Oriente. Populismo a parte mi lascia l’idea di una persona buona ingabbiata da sbarre di poteri forti, i miei amici Brasiliani dicono che gli manca coraggio e anche un appoggio politico, è al governo con una coalizione che non gli da libertà di movimento. Certo la cosa è più complessa di queta analisi da diario. Uscendo dal palazzetto il sole è già esattamente sopra la testa, l’orizzonte sembra tutto ondulato e luminoso, camminiamo fino alla sala stampa mi siedo e mi metto alla ricerca di qualche cosa da seguire nel pomeriggio sfogliando il libro di più di cento pagine che rappresenta il programma fino al 28. Difatti contemporaneamente al discorso di Lula cominciava il Forum vero e proprio con i suoi duemila incontri.
Quindi è il momento di parlare di come andranno le cose quest’anno.
Esistono 11 aree tematiche, fisicamente divise in 11 parti della citta. Le 11 aree sono contigue seguendo la linea della riva di Porto Alegre sul fiume. L’Accampamento giovanile occupa il centro fisico e fino a questo momento anche spirituale del Forum. La partecipazione dei ragazzi è imponente. Nell’accampamento si organizzano molte attività alternative come al solito, sembra quasi si stia preparando una nuova generazione per i forum che verranno, mi sembra proprio di poter affermare che fino a questo momento loro rappresentano l’elemento caratterizzante di questo WSF2005.
Ma torniamo alle aree tematiche:
1] Affermazione e difesa dei Beni comuni della terra e dei popoli come alternativa alla mercificazione e al controllo delle transnazionali [Rótula da avenida Beira-Rio com Aureliano de Figueiredo Pinto];
2] Arte e creazione: culture della resistenza [Cais do Porto];
3] Comunicazione: pratiche contro-egemoniche, diritti e alternative [Praça Seca, ao lado da Usina do Gasômetro];
4] Difesa delle diversità, pluralità e identità [Cais do Porto];
5] Diritti umani e dignità per un mondo giusto e ugualitario [Acesso pelo parque Marinha do Brasil ou pela avenida Beira-Rio, após a ponte da avenida Ipiranga, sentido centro/bairro];
6] Sovranità economica per e dei popoli contro il capitalismo neoliberista [Parque Marinha do Brasil];
7] Etica, visione cosmica e spiritualità; resistenze e sfide per un nuovo mondo [Acesso pelo Parque Marinha do Brasil ou pela avenida Beira-Rio, depois da ponte da avenida Ipiranga, sentido centro/bairro];
8] Lotte sociali e alternative democratiche contro il dominio neoliberista [Entre a rótula da Aureliano de Figueiredo Pinto e o Anfiteatro Pôr-do-Sol];
9] Pace e smilitarizzazione. Lotta alla guerra, al libero commercio e al debito [Avenida Beira-Rio, próximo ao Anfiteatro Pôr do Sol];
10] Autonomia di pensiero riappropriazione e socializzazione della conoscenza [dei saperi] e delle tecnologie [Cais do Porto];
11] Verso la costruzione di un ordine democratico internazionale e integrazione dei popoli [Em frente ao Anfiteatro Pôr-do-Sol]. Fonte: www.carta.org
Opto per una conferenza sulla riforma dell’ONU e degli altri organismi internazionali, mi interessa il tema, so anche che ci troverò Raffaele, ma soprattutto voglio ascoltare Esquivel (nobel Argentino per la pace) e lo scrittore Portoghese Josè saramango. L’argomento è interessante, mentre cammino rifletto che son contento della struttura più democratica di questo forum, dove si è cercato di limitare i protagonismi, quindi anche i personaggi importanti parlano in sale di ampiezza limitata, uno contemporaneo all’altro, credo si stia appunto cercando di evitare di organizzare eventi con tante star che risucchiano migliaia di partecipanti sottraendoli ad eventi più piccolo ma dove spesso si lavora di più e si va più a fondo nei temi. Esquivel è davvero un bravo oratore, di Saramango invece continuerò a leggerlo quando scrive.
Lo preferisco “su carta” Si parla di abolizione del diritto di veto, di dare peso uguale a tutti i paesi e di come paradossalmente il nostro tempo sia caratterizzato da stati nazionali democratici organizzati in organismi sovranazionali oligarchici e anti-democratici. Saremo ricordati per questo nel futuro? Ce ne andiamo agli stand delle librerie, c’è moltissimo materiale, scopriamo anche un segreto, per essere un libraio alternativo si deve avere una alternativa barbetta lunga solo sotto il mento.
Ci godiamo l’arrivo della brezza della sera e il sole che comincia a scendere parlando di quella che secondo Raf sarebbe la vera riforma dell’ONU (sta scrivendo un libro a riguardo) ossia che ogni paese dovrebbe contare con peso proporzionale ai suoi abitanti, effettivamente che la Svizzera e la Cina contino allo stesso modo in sede internazionale non è un controsenso?
Simone Bruno inviato di ReporterAssociati
Facciamo appello ai partecipanti del Social Forum Mondiale perchè appoggino azioni a livello mondiale il 19-20 marzo per l’immediata fine dell’occupazione criminale dell’Iraq, per esprimere solidarietà con la coraggiosa resistenza irachena che ha sbaragliato l’Impero USA ed unirsi in spirito ed azione volti a creare al SFM un foro per coloro che sono solidali con la resistenza.
AZIONE : i SFM dovrebbero limitarsi a parlare su come rendere “possibile un altro mondo?” Questo svaluta il potenziale del SFM. I Social Forum hanno già inspirato azioni. L’espressione più alta: l’appello emerso da Firenze nel novembre 2002 e la sua approvazione nel gennaio 2003 al SFM di Porto Alegre. Questo ha fatto si che milioni di persone scendessero per le strade in gennaio, febbraio e marzo 2003. Queste azioni hanno costruito una reale solidarietà tra i lavoratori e le persone progressiste del “nord” imperialista ed i miliardi di persone del Sud globale in modi che le sole parole mai avrebbero potuto fare.
MARZO 19-20 : Il prossimo fine settimana di proteste mondiali coinciderà col secondo anniversario dell’invasione illegale degli USA. Invitiamo i partecipanti del SFM a diffondere e portare avanti queste azioni per rendere questo un vero fine settimana di lotta mondiale. In ogni paese le organizzazioni sceglieranno i loro slogans. Ma noi asseriamo che: (1) l’occupazione è illegale ed illegittima, (2) gli iracheni hanno il diritto di resistere all’occupazione in qualunque modo si renda necessario e (3) il mondo è in debito verso la resistenza irachena per aver fatto deragliare la macchina da guerra statunitense.
SOLIDARIETA’ : Ricordi il 1° maggio 2003 quando George W.Bush dichiarò “missione compiuta” sul ponte della Lincoln? I carrarmati del Pentagono furono puntati contro Iran, Siria, Corea del Nord, ed ai confini con la Cina. Cuba, Venezuela e Colombia erano nel loro mirino. Solidarietà contro l’intervento ed il sovvertimento è ancora necessaria in tutti questi luoghi. Ma il Pentagono ora deve pensarci bene ed a lungo prima di inviare le sue truppe di terra. Perché? La resistenza irachena ha demoralizzato i militari USA. La gioventù americana evita le forze armate. I sergenti non si riarruolano più. C’è quasi una ribellione nei ranghi. Ulteriori aggressioni potrebbero aggravare la loro crisi.
AUTODETERMINAZIONE : esistono differenti forze nella resistenza irachena. Hanno diverse ideologie ed obiettivi, ma tutti vogliono Stati Uniti ed ogni altra truppa straniera d’occupazione fuori dell’Iraq. Solidarietà con la resistenza significa semplicemente solidarietà con la sua lotta per cacciare le forze occupanti. Né Washington né Bruxelles dovrebbero decidere il futuro dell’Iraq, e neanche il movimento contro la guerra od il SFM. Gli iracheni decideranno. Questa è autodeterminazione.
ASCOLTIAMO LA RESISTENZA : Rappresentanti di alcune forze della resistenza irachena saranno presenti al SFM. Uno ha firmato un appello che richiede una grande sessione plenaria in appoggio alla resistenza irachena, alla luce delle dimostrazioni del 19 marzo. Noi appoggiamo questa proposta. Può smentire le falsità della guerra contro l’Iraq, dalle menzogne sull’11 settembre e le “armi di distruzione di massa”, ai crimini di Abu Ghraib e l’assalto di Falluja, agli obiettivi della stessa resistenza.
International Action Center (USA - fondata da Ramsey Clark)
da Porto Alegre
Due anni fa eravamo quasi duemila, quest’anno siamo poco sopra i 400. In questo quinto Forum mondiale dove i numeri vengono costantemente usati per dimostrare la maestosità dell’evento, quelli relativi alla presenza degli italiani lasciano un po’ perplessi. Nel giro di due anni la delegazione nostrana è passata dal secondo posto al dodicesimo, ampiamente superata da molti altri paesi europei. In primis la Francia che con oltre mille delegati si aggiudica la medaglia d´oro per il “vecchio continente”.
«La situazione rispecchia lo stato di disaggregazione del movimento in Italia – ci dice Alessandra Mecozzi della Fiom – Se fino a poco tempo fa esisteva un forte movimento unitario adesso manca la capacità di unire le istanze locali a quelle globali».
Ma si può parlare o no di crisi del movimento italiano? «Diciamo che esistono fasi carsiche e di fasi di emersione – risponde Marco Bersani di Attac – La presenza degli italiani è diminuita per le particolari caratteristiche che il nostro movimento ha in questa fase. E cioè un grande radicamento sul territorio a livello locale e una parallela difficoltà a trovare momenti unificanti. Esistono delle grosse battaglie regionalizzate. Come quella della Toscana e della Campania sull’acqua, o come quelle contro gli inceneritori, ma se qualche anno fa gli italiani si muovevano più in una dimensione globale e avevano difficoltà con le questioni locali adesso è esattamente il contrario». «In Italia il movimento ha esaurito la fase in cui era riuscito a imporre i temi della critica alla globalizzazione cogliendo ampi consensi nell´opinione pubblica – spiega il neoparlamentare europeo Vittorio Agnoletto - Ma oggi questo non è più sufficiente.»
«Non parlerei di crisi ma piuttosto di un momento di fatica anche perché c’é stata un’eccessiva attenzione alle manifestazioni di massa che sono espressioni molto sfibranti e periodiche – dice Deborah Lucchetti di Roba dell´Altro mondo e Rete Lilliiput - Al contrario sono molto attive anche più di prima quelle pratiche quotidiane di economia solidale e di giustizia che cambiano gli stili di vita delle persone. Casomai il problema è lo scollamento fra questo tipo di esperienze e la loro rappresentazione politica che è inadeguata».
Secondo Bernocchi, Cobas, un problema nel movimento italiano invece c´è: «L’effetto diretto lo vediamo sull’organizzazione della prossima mobilitazione contro la guerra del 19 marzo a cui stiamo lavorando senza un afflato comune. Non c’è più quel momento magico in cui ogni componente del movimento sacrificava qualcosa per raggiungere un intento unitario».
Ma la cura, allora, qual è? «Questo forum ci insegna che abbiamo bisogno di un nuovo approccio ai temi della mondializzazione, un approccio che cerchi di rendere efficace e produttiva la nostra azione - spiega Gianfranco Benzi della Cgil - Da qui l’obbligo di relazionarci maggiormente, costruire un’agenda comune. Insomma dobbiamo ritrovare il filo di un’azione unitaria in cui ovviamente ognuno porti anche la propria autonomia e le proprie caratteristiche. E certamente dobbiamo anche superare questa concezione del movimento come un semplice susseguirsi di “eventi”, di manifestazioni».
Dello stesso avviso Alessandra Mecozzi: «Questo Forum può rappresentare un importante occasione di cambiamento. Sono tanti gli spunti che da qui possiamo “riportare a casa”, non solo per i contenuti ma soprattutto per il nuovo metodo usato: cioè meno grandi assemblee plenarie e più seminari e quindi maggiore lavoro di rete».
«È necessario compiere un salto organizzativo – spiega ancora Agnoletto -Questo Forum può essere in questo fondamentale perché lancerà delle campagne, come la cancellazione del debito e la difesa dei beni comuni, che poi andranno declinate razionalmente e che necessitano anche di un’attuazione pratica che non sia più solo quella delle grandi manifestazioni. Penso quindi all´obiezione fiscale contro le spese militari o al boicottaggio delle multinazionali che sostengono Bush. L´importante è che siano strumenti di contestazione accessibili a tutti». «Dobbiamo confrontarci di più – conclude ancora Bersani - magari organizzando al nostro rientro una due giorni per tradurre a livello nazionale le campagne mondiali che verranno lanciate da Porto Alegre».
Mercoledì 27 gennaio 05
Giornata grandiosa. Ci siamo sentiti finalmente al Forum.
Siamo anche stati graziati dal tempo. In nottata é piovuto e la temperatura é scesa a livelli accettabili. C’é stato sole in tutta la giornata ma batteva molto meno dei giorni scorsi. La mattina ho preso parte alla conferenza stampa di Jubilee South sul legame tra lo tsunami ed il debito: la richiesta era la cancellazione immediata del debito dei paesi del Sud, a partire da quelli vittime dello tsunami. Si ricordava come il debito ha impoverito i paesi, ha contribuito a drenare risorse pubbliche dalla prevenzione delle emergenze, ad esempio, oltre che dagli investimenti sociali e l’impoverimento ha ingrandito l’impatto di un disastro naturale come questo. Il debto oggi è l’effetto della colonizzazione di ieri e molti paesi del Nord sono stati resi ricchi dalle materie prime delle loro colonie. Poi il Premio Nobel per la pace del 1980 Adolfo Pérez Esquivel, argentino, ha quindi ribadito che i paesi del sud non di devono considerare debitori ma creditori ed ha definito quello che il G7 sta facendo con il debito come "un genocidio sociale per l’Umanità". Ha raccontato la storia di Galeano in cui un cuoco lasciava alla gallina la libertà di scegliere la salsa in cui sarebbe stata cucinata; ha esortato i paesi del Sud a dire apertamente che non vogliono essere cucinati ed a portare avanti politiche di resistenze e di disobbedienza civile. Analogamente i movimenti sociali di tutto il mondo dovrebbero battersi per generare una nuova coscienza che evidenzi la responsabilità del sistema nel determinare la morte per fame di 35 milioni di persone al giorno(!?) e richiedere la cancellazione incondizionata del debito. Un rappresentante indonesiano del Movimento Internazionale di Solidarietà con Aceh, che è la zona più colpita con una possibile stima di 200mila morti ha ricordato che sono i militari a gestire Aceh. Ed è per questo che le notizie su Aceh sono arrivate due o tre giorni dopo l’avvenuto disastro. La presenza delle comunità internazionale è utile anche per chiedere la smilitarizzazione di Aceh.
Alle 14 si é tenuta la riunione della delegazione italiana. Piuttosto partecipata, anche se prevaleva un clima di preoccupazione per il calo di presenze italiane e lo stato del movimento in Italia. La riunione é servita per socializzare le informazioni che ognuno di noi aveva sul Forum. Alfio Nicotra ha raccontato il Forum Panamazzonico tenutosi a Manaus, in piena Amazzonia, che è anche una città industriale dove sono presenti le più forti multinazionali del mondo. Manaus poteva così essere paradigmatica da un lato per le lotte indigene e dall’altro per le battaglie contro le zone franche e gli effetti della globalizzazione. Il 25% dell’acqua dolce del paese è concentrata in quella zona ma la stragrande maggioranza dei cittadini non ha accesso all’acqua potabile, visto anche che la gestione dell’acquedotto è passata nelle mani della Lyonnais des Eaux, così come è avvenuto nel Comune di Arezzo. Flavio Lotti, membro del Consiglio Internazionale del FSM, ha raccontato la metodologia innovativa e partecipativa con il quale è stato definito il programma del Forum ed ha valorizzato la scelta di sistemare il campeggio dei giovani proprio nel cuore dell’area in cui si sviluppa il Forum. Ha evidenziato la decisione, presa immediatamente dopo il successo di Mumbai, di favorire l’individuazione da parte di soggetti diversi di una serie di azioni comuni. Così il Consiglio internazionale per valorizzare i Murales de propuestas, ovvero le bacheche posizionate in ognuna delle 11 aree, nelle quali i partecipanti al Forum possono scrivere le proprie proposte di azione, ha aperto un nuovo sito dove saranno pubblicate sia le proposte dei murales che quelle che emergeranno dai seminari e dagli incontri. E’ stato deciso che il prossimo Forum Sociale Mondiale si terrà nel 2007 in Africa, scelta confermata anche perché per la prima volta le delegazioni africane sono foltissime. La scelta del paese e le modalità del Forum sono tutte nelle mani degli Africani, in accordo con il Consiglio Internazionale. Nel 2006 non si terrà un’altra edizione del Forum Sociale Mondiale, ma sarà lanciata "una mondializzazione del Forum Sociale Mondiale": a partire dalle date che coincidono con il vertice di Davos si svolgerrano una serie di Forum Continentali o tematici, ad oggi sono probabili Forum continentali in Venezuela, in Marocco ed in India. Per il Forum Europeo, che si terrà in Grecia, era già stato identificato un periodo che è invece aprile 2007. Raffaella Bolini è intervenuta per sottolineare come spetti ad ognuno di noi fare un importante lavoro politico nei prossimi giorni: se vogliamo rispondere alle aspettative che abbiamo contribuito a creare, ovvero fare in modo che il Forum prenda delle decisioni sulle azioni comuni in programma, il rischio, con il nuovo modulo, è di svuotare di significato l’assemblea dei movimenti sociali che potrebbe risultare parallela e scoordinata dal resto. Ed è questo che dobbiamo evitare.
La manifestazione, che era programmata per le 5 per iniziare verso le sei quando fa un po’ meno caldo è stata estremamente partecipata e colorata. Si percepisce ad occhio che quest’anno il Forum potrà contare su più presenze rispetto allo scorso anno. Gli italiani erano sparsi per tutto il corteo, se si eccettua lo striscione della Tavola della Pace dietro al quale si erano posizionate anche i partecipanti con le bandiere della CISL. Più che raccontare il bellissimo corteo vi rimanderei alle foto che parlano da sé:
http://www.trekshare.com/members/gr...
Alla fine del corteo, a Por do Sol, si è tenuto un lunghissimo concerto. Verso le 3 di notte, per la delizia di coloro che erano rimasti fino a quell’ora ad attenderlo, ha cantato anche Manu Chau, purtroppo soltanto per poco più di mezz’ora. Io ero ancora in sala stampa a caricare sul sito le foto. Domani ci sveglieremo felici per la giornata di oggi ma stanchi visto che per il caldo non riusciamo, neanche volendo, a dormire oltre le 7.30.
Gregorio
28 gennaio 2005
Il colpo d`occhio era impressionante. 200 mila persone sono defluite dal centro di Porto Alegre fino all´anfiteatro della Porta Del Sul per celebrare quello Che sará l´ultimo Forum di Porto Alegre ma il primo di un nuovo corso. Questa decisione ha poco a che vedere con il mutato panorama político nel Rio Grande do Sul. Il coordinamento internazionale del FSM aveva infatti gia´ preso atto dell´urgenza di un cambiamento e della necessita´di allungare le scadenze da un Forum all´altro così da permettere um maggior radicamento delle attività e delle proposte su base nazionale e regionale. Cosi´la decisione è stata quella di alternare ad un Forum mondiale "unico" vari forum regionali sempre sotto l´ombrello del Forum Sociale Mondiale. Per l’Europa si parla della Grecia per il 2006 mentre a Barcellona si terrà in estate il Forum Sociale Mediterraneo. Possibile candidato per il FSM del 2007 il Marocco: quello che è certo è che sarà in Africa. Anche la struttura del Forum cambia. Sulla scia della positiva esperienza del Forum Sociale delle Americhe tenutosi in Ecuador nel luglio scorso, non ci sono piu´plenarie ma seminari a tema, il più possibile "agglutinati" andando oltre la disamina dei problemi o la rituale tenzone ideologica. Ora il movimento sopratutto quello di base, vuole condividere, raccontare e capire le pratiche proprie ed altrui . Un movimento propositivo in un momento caratterizzato dall’ affanno dei moviumenti del Nord del mondo, e dal colpo di reni e dal rilancio dell’iniziativa di quelli del Sud. Un Forum concreto quindi volto a sciogliere i nodi che impediscono una maggior convergenza su alcuni temi ed a rafforzare le reti e le iniziative per chi resiste quotidianamente al neoliberismo. Il fine ultimo dell’incontro non sarà piu’ l’evento in sè stesso ma quello di facilitare processi, e non fornire soluzioni "standard" promuovendo invece il confronto tra le varie pratiche. Al corteo ho incontrato molti attivisti conosciuti,. Humberto Cholango, Presidente di Ecuarunari, la Federazione dei Popoli Indigeni della Sierra Ecuadoriana, mi riconferma la soddisfazione per il successo del Forum Sociale di Quito, al quale avevo partecipato nbel luglio scorso, e mi tranquillizza sulla velleità del movimento etnocacerista peruviano, uno strano e pericoloso miscuglio di sciovinismo indigeno e cultura fascista. Tatiana Roa, coordinatrice di Censat Agua Viva della Colombia mi aggiorna sulle discussioni e le proposte nel settore del clima e dell´ energia e su come allargare l’approccio lungo le linee del debito ecologico e della giustizia climatica. La sfida e´importante: come stare dalla parte dei popoli che soffrono le conseguenze dei mutamenti climatici andando oltre le questioni più tecniche che hanno finora in gran parte caratterizzato il dibattito. "E’ solo una questione di potere e di rapporti di forza" grida un attivista del Movimento Barrios de Piè argentino nel corso di un dibattito sul "default" argentino e della questione del debito estero che ancora strangola quel paese. "E’ tutta questione di rapporti di potere e di forza" tuona la coordinatrice filippina di Jubileo Sur in un incontro sul debito estero volto a cercare di ricomporre le divergenze tra le varie campagne internazionali che stanno aumentando la loro iniziativa in vista del vertice del G8 di Edimburgo dove il debito farà la parte del leone. Per i movimenti del Sud, di quei paesi che si considerano i veri debitori, l’unica via è quella della cancellazione incondizionata , al di là di formule tecnicistiche o di moratorie quali quella adottatata dai G8 per i paesi colpiti dallo tsunami, giacchè la questione è puramente politica e non finanziaria. A nulla serve pertanto ostinarsi a chiedere ed aspettarsi concessioni dal Club dei Paesi creditori o dal G8, ma occorre invece rafforzare l’iniziativa dei paesi indebitati, dei movimenti e dei loro governi esortandoli a non pagare il debito e ad assicurare che i denari così liberati vengano spesi per la lotta alla povertà. Questo però non basta. Oltre il tema della condizionalità si è anche discusso degli strumenti finanziari necessari per lo sviluppo di quei paesi. Viene da molti rigettato l’assunto neoliberista secondo il quale i paesi del Sud non hanno capacità di risparmio e quindi di generare da sè le risorse finanziarie necessarie , dovendo quindi aprire le porte agli investimenti delle multinazionali o ai prestiti-capestro della Banca mondiale del Fondo Monetario Internazionale. Per rompere la catena del debito è quindi necessario porre fine alle fughe di capitale ed assicurare che i denari disponibili nei paesi non si perdano per le vie della finanza speculativa o dell’illegalità. Lo spiega bene Eric Toussaint del CADTM belga, e fa da contraltare all´intervento forse un pò troppo moralista della rappresentante di Jubilee UK che rilancia la cancellazione del debito come questione morale ponendo però l´accento sulla necessità di porre delle condizionalità sui governi indebitati da parte dei G8. Il rappresentante di Afrodad insiste sulla proposta di arbitrato internazionale come grande panacea che dovrebbe invertire i rapporti di forza tra creditori e debitori. Buona idea alla quale però Soren Ambrose, un vecchio compagno di strada, della Campagna americana 50 Years is Enough giustamente obietta:" L´idea dell´arbitrato va sostenuta, ma va intesa come risultato di un mutamento dei rapporti di forza non come strumento per ottenere tale obiettivo. Senza un cambiamento del rapporto di subalternità dei paesi indebitati come sarà possibile concretizzare e praticare un arbitrato veramenter equo e indipendente?". Intanto oltre alla moneta "locale" stampata dagli organizzatori del Forum circola un´altra banconota, un dollaro tutto particolare, un buono per le riparazioni "da pagare ai popoli del Sud, creditori del debito ecologico, sociale e storico". Un debito che dovranno pagare le istituzioni finanziarie internazionali, le imprese transnazionali ed i governi responsabili "della d istruzione delle risorse naturali, dell’ambiente, della violazione dei diritti umani". Il tema del debito ecologico, della giustizia ambientale e dei beni comuni attraversa anche le discussioni sull´acqua e sulle forme di resistenza di base ai processi di privatizzazione. Processi che proprio qui in America Latina hanno dovuto fare i conti con l´ostinata opposizione dei movimenti sociali . Sono proprio le pratiche di resistenza e le vittorie di Cochabamba, Bogota´, del referendum in Uruguay e dei contadini Peruviani a dare la certezza che l´acqua non puo´essere considerata e trattata come una merce da scambiare sul mercato globale. Importante in tal senso e´ la decisione dei movimenti sociali di convocare un Forum Sociale dell´Acqua per il 2006 in Messico. Per quanto riguarda la politica istituzionale, al di la´ delle preoccupazioni su possibili contestazioni a Lula, cè poco da registrare. Il rituale Forum Parlamentare si riunirà nel weekend per discutere sul ruolo dei Parlamenti nel recepire ed avanzare le istanze del Forum Sociale Mondiale: dalle questioni dello sviluppo e della lotta alla povertà e all´esclusione sociale , agli strumenti di controllo sulla globalizzazione finanziaria e commerciale, alla riforma delle Nazioni Unite per finire con la democrazia partecipativa. Insomma un´agenda di lavoro che vorrebbe essere di sostegno alle campagne ed alle mobilitazioni di base, ma che rischia di restare marginale, nell’isolamento e nel formalismo nella quale si svolge. Sarà quindi opportuno incentivare di più la partecipazione dei parlamentari nei seminari del FSM per un confronto piu´costruttivo ed operativo a pari livello con la societa´civile
Lo tsunami che ha ucciso 226.000 persone per le imprese diventa occasione per lper ripulirsi la coscienza con i buoni auspici dei Governi e delle Nazioni Unite.
4 miliardi di dollari sono stati stanziati a Giakarta per la ricostruzione delle aree colpite dal maremoto e le imprese potranno partecipare ai lavori offrendosi come partner dei Governi locali. Al momento però mancano regole per essere sicuri che quei finanziamenti saranno utilizzati nel rispetto dei diritti umani dei lavoratori e nel rispetto dell’ambiente e di uno sviluppo sostenibile.
Le Nazioni Unite promuovono partnership al buio con il mondo delle aziende, senza indicare quali regole debbano essere seguite e accettano lo stallo dei lavori della sottocommissione per i diritti umani che già aveva elaborato un testo di Norme delle Nazioni Unite sulla responsabilità delle imprese transnazionali e delle altre imprese commerciali in tema di diritti umani.
Siamo certi che le grandi multinazionali che hanno in passato dimostrato attraverso il loro comportamento di non rispettare i diritti umani e i principi dello sviluppo sostenibile, cambieranno il loro atteggiamento in futuro? Chi controllerà il loro operato?
Il Governo italiano garantisce attraverso la SACE per un finanziamento di 30 milioni di euro l’esposizione delle imprese italiane che vogliono investire in quell’area, anche in questo caso senza alcuna trasparenza, quando gli aiuti “freschi” stanziati per lo tsunami ammontano arrotondando a solo 35 milioni di euro e non a 150 milioni dichiarati (43 milioni degli sms, 38 milioni provenienti dalla moratoria del debito, 35 milioni presi dal fondo per la cooperazione allo sviluppo)
Le organizzazioni contadine e di pescatori hanno chiesto in un appello di essere coinvolti nel monitoraggio dei lavori per non vedersi sottrarre il lavoro e l’opportunità di partecipare alla fase di ricostruzione. Le comunita’ locali hanno il diritto di affermare il proprio modello di sviluppo, che si basa sul rispetto della cultura e della tradizione.
Da Porto Alegre, le organizzazioni italiane Mani Tese e Roba dell’altro mondo, tra gli animatori della campagna “- benficienza + diritti” insieme a Peace Trust – India, coinvolta nel processo di monitoraggio del mcomportamento delle imprese affronteranno questi temi nel corso del workshop "Overcoming Corporate Social Responsibility: perspective for a common engagement towards the recognition of new binding rules to lead corporations to respect human rights around the world" che si svolgerà nell’ambito dei lavori del V World Social Forum di Porto Alegre il 29 gennaio dalle 9 alle 12 presso la sala E 105.
ROBA dell’Altro Mondo/Mani Tese da Porto Alegre
comunicato stampa
per info Deborah Lucchetti - Roba dell’Altro Mondo +555192719937
Il giorno dopo la manifestazione dei duecentomila che ha aperto il V Forum sociale, da una sala all’altra tra un fiume di persone
Porto Alegre
nostro servizio
Alle otto e mezzo del mattino l’ampio viale che porta all’Anfiteatro Port-do-Sol è esattamente come l’hai lasciato dodici ore prima, alla fine dell’enorme manifestazione, tanto che ti viene da chiederti se, dopo il concerto, i canti e i balli, qualcuno abbia lasciato l’enorme spianata polverosa. Lo stesso flusso continuo di copricapo, vestiti e acconciature. Le stesse facce stremate dalla fatica di trascinarsi dietro gli zaini con i computer o le macchine fotografiche, i pacchi di giornali o i sacchi a pelo nei quali trascorrere le poche ore che ti separano dai duemila e passa incontri - 570 solo nella giornata di oggi. Caffè, thé, mate, guaranà? Ognuno si arrangia come può per mettere insieme notti quasi insonni con le dodici ore di incontri che si susseguono negli undici "campi" tematici designati dalle lettere dell’alfabeto - alcuni semplici tende, altri in sale ricavate dai vecchi magazzini del porto. Forse la maggior parte dei brasiliani sono al Gigantinho a sentire Lula - anche se la città è piena dei manifesti che annunciano Chavez per domenica e non se ne vede uno con il volto barbuto del presidente -, ma il resto del mondo sembra essersi concentrato fra le tende di "Paz e desmilitarização", che sta per Pace e smilitarizzazione. E’ qui, lontano dalle sale superraffreddate dove si tengono le conferenze stampa, che puoi sentire il sapore del vero Forum.
Battaglia navale
Nella polvere, accoccolata in un quadrato d’ombra che ti ripara dal sole. Come tutti, sfogli ansiosamente il programma formato mega per confrontare la mappa con la lettera - i seminari contro la guerra sono concentrati nel punto G - e il numero della sala con l’orario riportato su carta. Sperando, come tutti, che
l’indicazione non faccia parte di quelle ulteriori otto pagine aggiunte all’ultimo momento per raccogliere le rettifiche. Ti aiutano i colori - i cartelli di ogni zona sono in diversi colori, per orientarsi anche di lontano - oppure qualcuno dei gentilissimi volontari sparsi un po’ ovunque. Oppure uno dei ragazzi - numerosissimi - che si danno da fare con il blocco degli appunti o fanno la coda davanti al cyberpoint: ogni zona mette a disposizione un collegamento a internet insieme a un piccolo ambulatorio per le emergenze mediche, aperto 24 ore su 24.
Decido di cominciare da G901, il tendone più capiente, dove si tiene l’assemblea dei movimenti sociali. Qualche italiano, parecchi latinoamericani e molti, moltissimi contadini. Sono le facce bruciate dal sole dei militanti di Via Campesina, organizzazione che aggrega centinaia di associazioni rurali sparse per il pianeta. Tre africani, con la maglietta dei landless del Sudafrica. I lavori non accennano a cominciare: colpa di congeniti ritardi e complicati problemi di traduzione.
Mohamad Tareq Al-Deraji, portavoce dell’iracheno Centro
studi su diritti umani e democrazia, vuole un interprete arabo. Inaspettatamente lo trova: una ragazza pienotta dai capelli rossi, con la sciarpa palestinese al collo. Immediatamente spuntano e le si affollano intorno una decina di arabo-parlanti che, evidentemente, non avevano nemmeno osato sperare.
Sempre a proposito di Palestina: in G602 c’è un incontro organizzato dalla Federazione israelita do Rio Grande do sul che già ieri, durante la manifestazione, aveva portato in piazza uno spezzone ampio e colorato. Tutti in blu - magliette, bandiere e kippah - e tutti danzanti dietro uno striscione che reclamava la fine della politica di Sharon e i "due popoli in due stati".
Questa mattina, al G602, i professori Edward Kaufmann e Manuel Hassassian hanno cominciato a discutere del processo di pace in perfetto orario, assistiti dalla ex-deputata spagnola Pilar Rahola. Anche più avanti - in G101 - il seminario di solidarietà con la Campagna giapponese contro il nucleare è cominciato in orario. Ovviamente ci sono moltissimi asiatici - giapponesi, coreani e indiani - ma la tenda attira anche molti brasiliani. Difficile resistere alle bandiere "verticali" in puro stile Kagemusha. Si discute animatamente della strategia da impiegare per imporre il ritiro delle truppe di Tokyo dall’Iraq e viene ricordato il linciaggio degli ostaggi giapponesi - ricordate i ragazzi rapiti all’inizio della guerra? - da parte dei media. Si parla anche delle basi statunitensi nel mondo - il Giappone com’è noto ne ospita parecchie - e della campagna di solidarietà con l’Iraq lanciata da Focus on the Global South, il gruppo di Walden Bello, che approfitta dell’occasione per diffondere il suo ultimo rapporto: "Silent War", ovvero Guerra silenziosa, sull’occupazione economica e ideologica, oltre che militare.
Esco dalla tenda affollatissima con due piccole scoperte. Primo: alla fine di ogni intervento i giapponesi s’inchinano solennemente. Secondo: nelle Filippine, altro paese "silenziosamente" occupato dagli Usa, il movimento pacifista è fortissimo.
Ma la battaglia navale continua. In G203 una cinquantina di brasiliani, seduti in circolo, parlano di educazione alla non violenza. In G202, Jubileo Sur America - succursale di Jubilee South - analizza le possibili strategie per ottenere la cancellazione del debito. Prevalgono africani, latinoamericani e francesi, che lamentano problemi di traduzione. Anche qui scopro qualcosa: la rete Jubilee South si riunisce ogni mattina alle 7,30 in un hotel del centro per organizzare la giornata prima dell’inizio dei seminari. Poi: in G102 c’è un altro seminario sulla campagna contro il debito mentre in G502 si sta svolgendo una riunione di coordinamento della Campagna contro le mine.
«Non dimentico Cancun»
Alle dieci mi riaffaccio in G901 dove l’assemblea dei movimenti sociali sta finalmente per cominciare e si canta aspettando l’intervento del leader storico di Via Campesina, Rafael Alegria, bloccato da una telecamera proprio all’ingresso del tendone. Inaspettatamente mi riconosce e mi abbraccia. «Non dimentico Cancun!», sussurra di fronte alla mia evidente sorpresa. La sala si
è riempita completamente: 7-800 persone sventolano bandiere rosse, arcobaleno - ma qui sono degli indios - e quelle dei Sem Terra. Subito fuori vai a sbattere contro due bandieroni di Cuba e del Venezuela che decorano il «presidio permanente di solidarietà» con i due paesi. Fino a qualche tempo fa avevano ben poco in comune ma oggi, nell’immaginario collettivo del Social forum, sono
evidentemente una cosa sola.
Tutto intorno una distesa di stand, banchetti e venditori di ogni tipo di mercanzia - dalle spille e le magliette militanti alle bottigliette d’acqua - accolgono i partecipanti accaldati, affamati o semplicemente a caccia di souvenir. Un flusso continuo sorvegliato da pochissimi poliziotti che si muovono a piedi, a cavallo o che se ne stanno appollaiati su torrette simili a quelle dei bagnini, e scrutano la tendopoli col binocolo. Discreti e quasi invisibili come ieri, durante la manifestazione. L’immenso bazar si estende a perdita d’occhio occupando ogni spazio disponibile degli adiacenti parchi dai nomi immensamente evocativi: parco Bertolt Brecht, parco Josè Martì, piazza Garcia Lorca, largo Maiakowsky, corso Frida Kahlo. Non fai in tempo a decidere se lasciarti contagiare dall’entusiasmo - siamo già nell’altro mondo possibile? - o sentirti un po’ presa in giro che la folla incalza, trascinandoti verso un altro incontro.
Sabina Morandi
giovedì, 27 gennaio, 2005
Porto Alegre rivede per la quarta volta il Forum Sociale Mondiale (Fsm) e il fourm vede una citta’ diversa: per la prima volta (dopo sedici anni) non più amministrata dal Partito dei lavoratori, con i circa centomila partecipanti (i pre-iscritti sono ottantamila) a scegliere fra undici assi di lavoro tematico raggruppati in due enormi spazi lungo la laguna. A fare da cerniera il campeggio dei giovani, venticinquemila partecipanti, piu’ di qualcuno con sei giorni di bus alle spalle. I giorni precedenti all’inaugurazione del Fsm sono stati densi di appuntamenti e forum tematici. Al Forum degli Enti Locali per l’inclusione sociale (FAL) si e’ discusso di rapporti con i movimenti con esempi concreti, come quelli portati dal Governo basco che sostiene la formazione dei Sem Terra e dell’Alleanza Internazionale degli Abitanti. Nutrita la partecipazione italiana con rappresentanti di comuni come Abano e Genova e di province: Biella, Milano. Al Forum degli Enti Locali parteciperanno fino a lunedì 31 i rappresentanti dell’Ass. Nuovo Municipio tra cui Gigi Sullo (portavoce della Rete e direttore di Carta), ed i membri del Consiglio Direttivo Giovanni Allegretti (Università di Firenze), Irma Dioli (Assessora alla Partecipazione della Provincia di Milano) e Vittorio Pozzati (Presidente della Commissione Partecipazione della Provincia di Milano). Nella prima giornata è intervenuto Adriano Poletti (Agrate Brianza) in rappresentanza del Coordinamento degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani, ricordando l’impegno ad una grande mobilitazione il 10 settembre in vista del vertice ONU a meta’ settembre a New York sulla poverta’ nel mondo, proprio mentre Flavio Lotti ricordava al primo forum sulla comunicazione che la Perugia-Assisi e’ organizzata quest’anno l’11 settembre. Presente anche Giulietto Chiesa che ha denunciato l’ostracismo degli organismi internazionali nei confronti di eventuali osservatori alle elezioni irachene, per "mancanza di standad di sicurezza". “Che ne e’ dei trenta milioni di euro della Commissione Europea per permettere elezioni democratiche” si domanda Chiesa. Al Forum degli Enti Locali c’era un po’ di smarrimento perché molti di coloro che avevano lavorato al Forum in passato, sia in Brasile che in Europa, non sono stati rieletti. Si percepisce il tentativo, come alcuni hanno spiegato, di mantenere viva questa esperienza e che venda inglobata nella Federazione Nazionale delle Città. La maggior parte degli interventi tornava sulla necessità di stabilire strutture permanenti di dialogo con l’esperienza del Forum Sociale. Obiettivo dell’inclusione sociale, è stato detto, è proprio il coinvolgimento attivo di tutti gli attori sociali per creare alleanze capace di segnare conquiste anche piccole. Le città sono state definite come il luogo ideale in cui far vivere pratiche politiche innovative di fronte alla governance mondiale. “Si è cercato di fare tesoro della straordinaria esperienza dello scorso anno a Mumbai parlando di arte, creatività e cultura come strumenti per costruire la resistenza dei popoli, delle alternative nella comunicazione per produrre pratiche contro-egemoniche e diritti, di difesa delle diversità, delle pluralità e delle identità, della dignità per un mondo giusto ed egualitario” racconta Gregorio Malavolti della delegazione dell’Arci. “Si tratta di un lessico ed un approccio che dovrebbe far sentire a casa propria anche quei tanti che ritengono non sufficiente il solo approccio economico per comprendere appieno gli effetti ed i limiti dell’attuale modello di globalizzazione”. [AS e AT]
Porto Alegre, 28 gennaio 2005
Più di mille Organizzazioni non governative hanno lanciato oggi, in margine al Forum sociale di Porto Alegre, alla presenza del presidente brasiliano Luiz Ignacio Lula da Silva, un "appello mondiale all’azione contro la povertà", chiedendo ai cittadini del pianeta di mobilitarsi. "Noi, cittadini, dobbiamo fare pressione sui governi, sulle organizzazioni multilaterali e sulle imprese perche’ si assumano le loro responsabilità di fronte al vergognoso flagello della povertà", ha detto Candido Grybowski, uno degli organizzatori del Forum.
Nell’appello si propongono "la giustizia nei rapporti commerciali (in particolare nei negoziati in seno all’Omc), l’annullamento del debito, l’aumento del volume degli aiuti per lo sviluppo e politiche pubbliche volte all’eliminazione della povertà caratterizzate da trasparenza e controllate dai cittadini".
La campagna contro la povertà ha come simbolo un braccialetto bianco da portare al polso in segno di adesione, per esempio in margine alle manifestazioni previste per il prossimo summit del G8 in Gran Bretagna, o all’Assemblea generale dell’Onu a settembre o ai negoziati multilaterali dell’Organizzazione mondiale del commercio di dicembre a Hong Kong.
L’appello verrà diffuso da spot pubblicitari con testimonial quali i cantanti Bono e Lenny Kravitz, l’ex presidente Usa Bill Clinton e il segretario generale dell’Onu Kofi Annan.
Su internet: www.whiteband.org
Porto Alegre 28 Gennaio 2005 — Allo squillo della sveglia la sensazione che sento è quella di aver appena chiuso gli occhi. Invece dormivo da ben 4 ore. Le cose ieri sera sono andate per le lunghe. Ci eravamo lasciati prima dell’inizio della manifestazione, da li riprendo. Io ho seguito lo spezzone di “Via Campesina” che poi, dopo una lunga camminata, è entrato alla testa del corteo principale. Via Campesina è l’organizzazione mondiale dei contadini. Di essa fa parte la Cloc, che unisce i contadini Latino americani, ma ne fanno parte anche il movimento del Belga Bovè e tante altre realtà Asiatiche e Africane. Nella Cloc qui in Brasile il ruolo principale lo svolge l’MST, ossia il movimento Sem Terra di cui abbiamo già parlato e lo faremo ancora di più tra qualche giorno.
Le manifestazioni dei movimenti contadini mi piacciono sempre molto, amo questa gente e invidio il loro rapporto con la terra, che io so solo contaminare e da cui invece loro creano vita. Tante persone che arrivano da zone agricole, con le loro facce segnate dal sole e le mani indurite dalla terra. Hanno sguardi che vanno molto più a fondo di quelli dei cittadini pallidi, penetrano, tagliano dentro. I movimenti “campesini” e Indigeni hanno una forza contagiosa e stanno cambiando la geografia politica di questo continente.
Hanno la forza e la dignità di chi da 500 anni è oppresso ma resiste, e gli occhi penetranti che guardano a fondo, è difficile per i governanti prenderli in giro, sono stanchi, rivogliono i loro diritti, strappati dagli Spagnoli e ora dalle multinazionali che vorrebbero brevettargli anche le foglie con cui si puliscono il culo, ogni cagada paga i diritti. E loro resistono, occupano, fanno cultura, istruzione e in più producono cibi naturali. I movimenti indigeni hanno cacciato già vari governi in Ecuador e Bolivia, ma anche in Perù, Brasile e Colombia sono alla testa di tutti i movimenti sociali.
Alla guida del gruppo Joao Pedro Stedile e Aleida Guevara (il motivo per cui sia qui alla guida della marcia lo ignoro). Joao è un leader storico dei Sem Terra, un uomo dalla presenza difficile da ignorare, pancia e spalle grandi e voce imponente. Quando raggiungiamo la testa dell’altro corteo dietro di noi si piazzano alcuni giovani per lo più Brasiliani, ma non manco di notare Europei e Argentini. Sono tutti sotto grandi bandiere circolari contenenti a loro volta altri tre circoli, mi dicono che è un simbolo di pace. Lo ignoravo.
Mi perdo un po’ tra odori di incenso e altre “erbe”, per un momento mi sembra di vivere una atmosfera tipo woodstock, circondato da figli dei fiori che ballano e cantano scalzi, da alcuni shamani pseudo religiosi che compioni riti con incenso da bambine con capelli lunghissimi che si mescolano con quelli delle mamma e da ragazze incinte dipinte con simboli della pace. Cammino con loro un bel po’. Quando ne esco il sole è basso e costringe i marcianti a chiudere gli occhi, mi fermo per vedere il corteo sfilare. Solo in questo momento capisco le dimensioni, il corteo non sembra finire.
Sfilano dei giovani che cantando annunciano l’avvento dell’era Hip-Hop nelle città e ciò porterà pace a tutti. Dietro di loro con un po’ di titubanza seguono gli Indigeni della Coica (ossia della conca Amazzonica) li guida un mio amico, Sebastiao, qualche saluto e si prosegue, non manco di pensare come si troverebbero loro in mondo dominato dall’ hip-hop.
Poco più il là vedo Hector Mondragon, un amico Colombiano, è qui come invitato per tre conferenze, una bella persona, purtroppo come tutti i Colombiani che si impegnano lui e la sua famiglia sono minacciata di morte da 15 anni, ma lui continua a fare attività politica, la sua famiglia e cotretta a lunghi periodi in altri paesi. Qualche anno fa lo chiamarono degli amici dicendo che vicino casa sua alcuni figuri distribuivano alle macchine ferme ai semafori un foglio in cui era scritto che lo avrebbero ucciso.
Decidiamo di rivederci per una birra e di “tirare su” un po’ di materiale su Indy Colombia. Sono quasi le nove, nel “Por Do Sol” (che vuol dire tramonto) iniziano i conceri della notte, ma la marcia ancora non è finita. Sono stanco ma contento, è stata una di quelle marcie che ti lasciano forti sensazioni, ti senti un po’ amico di tutti, sono proprio contento. Comunque torno in sala stampa e qui scopro una cosa sconvolgente.
Gli organizzatori hanno dichiarato 170.000 partecipanti, la polizia 200.000!!!! Qualcuno di voi ha mai sentito una cosa del genere??
Comunque la mia personalissima sensazione è di un numero ancora più grande. In ogni caso siamo di fronte ad una delle marcie più grandi tenute in Brasile. Esco di qui di nuovo a mezzanotte. Temo di aver perso il concerto di Bersuit Vergarabat e Manu Chao.
Se non sapete chi sono i Bersuit… scaricatevi subito qualche cosa, sono dei grandi.
Avevo torto, per vedere Manu Chao ho dovuto aspettare fino alle 4, e nell’attesa ho rincontrato quasi tutto il bus del viaggio da Buenos Aires.
Capirinha e festa!!!
Domani notizie sul discorso di Lula e le proteste di Greenpeace, intanto sono cominciate le conferenze e ancora non ho parlato di Chavez.
Simone Bruno
inviato per ReporterAssociati
Il presidente brasiliano parla al Gigantinho tra qualche contestazione mentre al Forum si attende Chavez
Porto Alegre
nostra inviata
Doveva essere il giorno della riscossa per Ignazio Lula da Silva, presidente del Brasile ed icona dei movimenti sociali brasiliani. Due anni fa incendiò la folla dei partecipanti al Terzo Forum sociale mondiale promettendo che se fosse stato eletto presidente avrebbe sfidato il capitalismo e difeso i diritti dei più deboli. Sono passati due anni da quella serata e molte cose sono cambiate. Lo si intuiva molto bene ieri mattina al lancio della campagna globale contro la povertà, un’iniziativa sostenuta da centinaia di Ong del mondo e da molte istituzioni internazionali. Il luogo è lo stesso dove parlerà Chavez, il palazzetto dello Sport di Porto Alegre abitualmente usato, oltre che per la pratica sportiva, per le grandi adunate di folla. Ieri mattina la folla c’era ma non c’era lo spirito di due anni fa.
Il presidente brasiliano si è presentato con ben due ore di ritardo, non si sa se per ragioni dovute ad impegni o semplicemente un ritardo diplomatico per permettere alla folla di passare i rigidi controlli all’entrata. Alla fine lo stadio si è riempito. Decine di persone arrivate (o portate?) con i pullman bardati di striscioni inneggianti al presidente. Rosso il colore predominante, così come lo erano le magliette con la scritta "Lula al 100". Un pubblico ordinato che ha ingannato l’attesa facendo la "ola" e ballando all’assordante musica dal vivo predisposta sotto il palco. Un boato ha salutato il suo arrivo allo stadio, ripreso in diretta dalle telecamere interne. Alla fine, alle 10,30 locali il via all’incontro. L’occasione era importante: il lancio della campagna mondiale contro la povertà. A presentarla rappresentanti dell’Africa e del sud del mondo. Una grande mobilitazione mondiale per costringere i governi e i suoi rappresentanti a tenere fede alle promesse fatte, come quella sottoscritta nel 2000 in cui si impegnavano a sradicare la fame nel mondo entro il 2015. I promotori chiedono inoltre l’implementazione di un commercio più equo, cancellazione del debito per i paesi più poveri, trasparenza sugli aiuti forniti.
Tra gli interventi più applauditi quello di Coumba Tourè del Mali, che ha raccontato di come a Dacca in Ghana per la strada si incontrano molti "Freedom Sellers", venditori di libertà. Vendono uccellini in gabbia per 50 centesimi, lo scopo è comprarli e metterli in libertà. Un gesto che appare - ha ricordato Tourè - liberatorio, ma si dimentica che qualcuno prima ha catturato quegli uccellini e li ha messi in gabbia. Se veramente aspiriamo alla libertà - ha detto Tourè - dobbiamo rompere la gabbia e questo per molti significa uscire dalla povertà. Poi l’intervento più atteso, quello del presidente brasiliano Lula. Un settore di pubblico che fino a quel momento aveva solo rumoreggiato, ha levato un coro di "buu" e inziato a urlare slogan contro il presidente. Un gruppo di persone, quasi tutti giovanissimi, molti appartenenti al P. Sol (Partito del Socialismo e della libertà) e all’estrema sinistra, hanno senza sosta disturbato tutto il discorso del leader brasiliano. A creare qualche trambusto è stata anche una gaffe di Lula che ha parlato del "compagno Menem" volendo invece citare il presidente argentino Nestor Kirchner. «Questi che non vogliono ascoltare - Lula ha affrontato alla fine di petto la rumorosa contestazione - sono figli del mio Partido dos Trabalhadores e un giorno si ricrederanno». La contestazione si è poi trasferita all’esterno con mini cortei che hanno percorso il perimetro dello stadio. Alla fine il bilancio non è positivo: 15 arrestati, 3 feriti tra cui un poliziotto. Presenti in sala ben 13 ministri del governo, assente però il contestatissimo ministro delle Finanze Picciotti che accompagnerà Lula a Davos. Assenti anche i Sem Terra di Stedile, solo una cinquantina di rappresentanti di Via Campesina che hanno seguito l’intervento di Lula in silenzio senza applaudire o contestare il presidente. Quasi un monito al presidente ad agire prima che sia troppo tardi.
Lula ha concentrato il suo discorso sull’importanza di quanto sta accadendo in Sud America, dell’amicizia che è rinata tra i paesi latino americani, sul ruolo che questa nuova forza potrà giocare in futuro. Dalla carta fondativa degli Stati Sud Americani firmata poche settimane fa a Cuzco in Perù al rafforzamento del Mercosur, il mercato comune latino americano. Lula ha poi voluto rimarcare l’amicizia con l’Africa. «Il Brasile - ha ricordato l’ex sindacalista - è la seconda nazione per la presenza di neri, quello che ci lega al grande continente africano va oltre ai rapporti economici e politici». Il presidente brasiliano ha anche ricordato l’alleanza economica nata a Cancun dei G20, e di quella più recente formata tra Brasile, India, Argentina, Cina e Russia che sta avendo un ruolo determinante a Ginevra dove sono in corso le trattative per un nuovo accordo nel Wto. Alla fine Lula si è augurato di essere invitato ai prossimi forum sociali mondiali, in qualità di delegato in quanto si riconosce nei movimenti sociali che gli danno vita.
L’ombra di Hugo Chavez è stata il convitato di pietra a questo appuntamento. Non si possono non vedere per tutta Porto Alegre i manifesti che ricordano che domenica sarà ospite del Forum. Lula ha parlato dell’amico Chavez e delle "cose importanti che stanno accadendo in Venezuela", ma non ha fatto alcun riferimento alla riforma agraria che era tra i primi punti della sua agenda politica elettorale. E proprio ieri il ministro delle Finanze ha rilasciato un’intervista al Financial Times in cui annuncia la prima privatizzazione brasiliana, quella del settore delle assicurazioni.
Governare il Brasile non è facile ci dice un partecipante all’assemblea, ricordandoci che fino al 1985 in questo paese governava una dittatura. Il compito di Lula è difficile, ma quelle stesse forze che lo hanno eletto ora chiedono che mantenga fede alle promesse. E così, come fa spesso Lula, i suoi sostenitori ricorrono alla sua metafora preferita: «Il suo governo è come una partita di calcio. Siamo a metà tempo, nel secondo tempo possiamo cambiare il risultato».
Simonetta Cossu
da Porto Alegre
«Samba si, Davos no» cantava qualcuno nella manifestazione che ha aperto il quinto Social Forum Mondiale. Un po’ di ironia per attaccare la decisione del Presidente del Brasile di partecipare prima al meeting di Porto Alegre e poi a quello contrapposto, con i “grandi del mondo”, a Davos.
Dopo l’oceanica manifestazione di mercoledì (200mila persone, uno dei maggiori cortei di apertura del Wsf), a Porto Alegre è stata la giornata di Lula e il tema di Davos e delle contestazioni al presidente del Brasile è diventato ancora più attuale. Luiz Inácio Lula da Silva è intervenuto infatti al Gigantinho per lanciare ufficialmente la campagna mondiale contro la povertà e fin da subito si è capito che le cose non sarebbero andate del tutto lisce.
I primi ad arrivare nell’immenso palazzetto dello sport, fin dalle 7 del mattino, sono stati i supporter del “presidente operaio”. Un migliaio di simpatizzanti vestiti con la maglietta rossa e il motto “Lula 100 per cento”. Insieme a loro sono arrivati anche giornalisti e fotografi che hanno occupato un intero settore degli spalti. Solo verso le 9,40 il Gigantinho, che può contenere circa 15mila posti, iniziava a dare l’impressione di pienezza.
Canti, ole e musica a tutto volume hanno fatto compagnia agli spettatori fino a quando Lula non è salito sul palco e la cerimonia è iniziata. Per un’ora circa rappresentanti internazionali hanno presentato gli obiettivi della campagna il cui simbolo è una striscia di stoffa bianca. In primis fare pressione su governi internazionali affinchè mantengano le promesse del Millennium Development Goals tra cui quella di sradicare la povertà dal mondo entro il 2015.
Ma mentre i relatori parlavano e la stragrande maggioranza della platea ascoltava con un’attenzione fin troppo composta, iniziavano le proteste e le contestazioni al presidente da parte di un centinaio di ragazzi certamente rumorosi ed agguerriti. Anche fuori un piccolo ma determinato corteo imponeva la propria presenza di fronte alla polizia a cavallo che cercava di mantenere l’ordine.
Alle 11 e 30 circa il presidente Lula ha iniziato a parlare e la sua voce tuonante da lavoratore è riuscita in qualche modo se non a zittire per lo meno a far abbassare le grida di contestazione. «Prima di essere un presidente sono un’attivista di questo movimento» ha spiegato «e anche questi che oggi mi contestano sono figli del partito che ho fondato: il partito dei lavoratori». E poi ancora: «Solo tutti insieme, giorno per giorno possiamo costruire un altro mondo possibile».
Lula ha quindi continuato elencando gli obiettivi raggiunti nei due anni di governo, come l’aumento dell’occupazione (2 milioni di posti di lavoro in più) e il programma “fame zero”. Ma soprattutto ha insistito sull’importanza dell’unione di tutta l’America Latina, sottolineando il profondo legame con Venezuela ed Argentina, e della solidarietà con l’Africa:«Noi abbiamo una grande responsabilità verso questo paese - ha concluso - anche perché con circa 70milioni di discendenti africani siamo il secondo paese nero del mondo».
Verso le 12,30, salutato da un fragoroso applauso Lula ha lasciato il palazzetto dello sport. E assieme a lui se ne sono andati anche le migliaia di supporter che nel corso della mattinata avevano tifato per lui dagli spalti del Gigantinho. Nel pomeriggio il presidente è poi partito per Davos.
Un corteo bellissimo quello che ha aperto ieri i lavori del FSM: 200 mila persone secondo la "Brigada Militar".
Per me, che sono stato sotto un ponte circa 2 ore e mezzo, ve ne erano molti di più. Come a dire, ogni mondo è paese. Questi sono cortei che si gustano così. E così mi sono visto per la prima volta i giapponesi in corteo: bellissimi, ordinati, disciplinati con tanto di striscione e cartelli, incomprensibili, e nell’altra mano la videocamera che riprendeva anche l’impossibile. Dietro di loro il corteo brasiliano che procedeva a ritmo di samba: vi lascio immaginare.
La samba conserva ancora tutti i ritmi africani: si vede che questo popolo fantastico arriva da lì. Gli slogan, bellissimi, inneggiavano alle questioni di largo patrimonio della sinistra mondiale, come la guerra in Iraq, ma c’era anche il Partido Comunista do Brasil che attaccava frontalmente su questioni come l’impegno totale alla lotta contro la povertà.
Mi ha colpito lo spezzone del corteo di una forza politica che dovrebbe rappresentare la forza più radicale della sinistra brasiliana: è l’STPU. Cantavano uno slogan che diceva grosso modo cosi’ "oh, oh, oh Lula dispiacimento e l’operaio al governo e tradimento". Poi striscioni sulla politica del governo che tenta di privatizzare il petrolio nazionale. Non so ancora molte cose, però penso che sia un errore politico grave isolare Lula di fronte alle grandi multinazionali che in Brasile fanno affari d’oro sulla pelle di povera gente.
Poi seguiva una grande mappamondo capovolto: se si volesse dare un significato all’intero corteo di ieri con una semplice immagine, ecco, credo che questa del mappamondo rovesciato sia proprio l’immagine giusta: ieri vi e’ stata una grande manifestazione popolare che ha raccolto centinaia di migliaia di persone che non accettano più un mondo capovolto. Infatti lo slogan recita: "Um outro mundo è possivel". La prima volta che mi hanno salutato quando sono arrivato qui in Brasile mi hanno detto: "Obrigado". A sentirlo dire velocemente sembra che questa gente ritiri fuori un retaggio storico politico di terre soggette a schiavitù. Sembra di sentire: obbligato; io devo dire obrigado al sindaco di Porto Alegre. Attenti: c’è una "versione di destra" del FSM. Il sindaco attuale di centrodestra non ha mai pensato di rinunciare a fare questo forum.
Anzi lui pensa che simili eventi siano SOLO utili per l’economia locale: solo per far circolare la moneta nel suo "possedimento" (qui i Comuni vengono chiamati PREFECTURE).
Il primo gesto politico grave è stato quello di scorporare il forum delle autorità locali dai lavori del FSM: come a dire che il FSM è una cosa, mentre il forum delle autorità locali è un’altra. Secondo questo signore il FSM serve per parlare di cosucce che non funzionano ma poi... poi ci pensa lui e la sua cricca.
Ieri ho visitato una specie di favela. Si chiama Rubia Berta, ospita 30 mila persone e nasce perché un gruppo di persone nel 1987 ha occupato otto stabili di una grossa compagnia andata in fallimento.
Da quel momento nasce il "Comitado Popular" che inizia a ricostruire una città fornendola di tutta una serie di servizi che devono essere garantiti in un agglomerato abitativo. Porto Alegre è divisa in "regioni", sono 17 ed ognuna di esse ha i suoi "distretti". Ieri siamo andati nella regione Baltazar, distretto Rubia Berta. Le regioni sono quelle entità in cui vengono eletti i "veliadores" cioè i consiglieri comunali che qui in tutta la città sono 35.
Le regioni sono quelle che discutono il Bilancio partecipativo e che ottengono poi i fondi per fare i progetti all’interno dei loro distretti. Il distretto di Rubia Berta, che sconta una povertà inaudita con cui migliaia di persone si trovano in una condizione ai limiti della sopravvivenza (una vergogna del del terzo millennio!), è riuscito a portare a termine un progetto di circolazione di moneta locale valida solo per quel distretto, il rubi. Essa non ha un valore monetario ma consente a questa moltitudine di povera gente di pagarsi il minimo indispensabile o murare il tetto di casa (o quello che loro chiamano casa). È una seconda opportunità che si offre e si costruisce tra quella gente che non ha accesso al real brasiliano.
Il presidente del "Comitado Popular" del distretto di Rubia Berta ci ha raccontato questa massima: "un dito non riesce mai a prendere in mano una penna: due dita appena appena, tre va meglio, con tutte e 5 le dita la penna è presa e allora si puo’ scrivere…"
giovedì 27 gennaio 2005.
Il leader dei Sem terra: il presidente è di sinistra ma il governo è di centro
ROBERTO ZANINI
INVIATO A PORTO ALEGRE
Il palazzetto dello sport Tesourinha è gonfio di bandiere di Che Guevara, Rosa Luxemburg e Tupac Amaru (l’eroe indio, non il rapper), sacchi a pelo, coperte e paglia per terra. L’accampamento del sindacato agricolo Via Campesina è tutt’intorno, al centro un palco da cui Joao Pedro Stedile ha appena finito di parlare. Economista, nonni veneti e occhi azzurri, fazzolettone verde al collo, Stedile è l’«ideologo» dei Sem terra. Quelli che più di tutti speravano in Lula, il presidente arrivato ieri sera a Porto Alegre e che oggi rischia di essere fischiato.
Sono finiti i primi due anni targati Lula, il governo è cambiato: è cambiata anche la situazione dei brasiliani?
La società brasiliana ha vissuto 15 anni di governi neoliberisti e Lula è l’espressione della volontà di un cambiamento, raggiunto attraverso un sistema di alleanze. Quello di Lula è un governo di composizione, un governo di centro.
Come di centro?
Certo, di centro. Si pensa che sia un governo di sinistra ma non è vero, è un governo di centro. In termini generali pratica politiche neoliberiste, concentrando i dividendi del paese nelle mani dei più ricchi, come le banche. In che altro modo possiamo definire un governo che, solo lo scorso anno, ha trasferito 90mila milioni di reais di denaro pubblico alle banche, sotto forma di pagamento del debito interno? D’altro lato, il governo ha fatto ciò che oggi molti sociologi chiamano «compensazione sociale», e ha speso 7mila milioni di reais contro la fame, venti dollari al mese per decine di migliaia di famiglie. Ma il bilancio generale è negativo.
Il governo sostiene, però, che l’economia sta crescendo. Lei che ne dice?
Nel 2004 è cresciuta del 5%. Ma l’anno prima è rimasta praticamente a zero (più 0.2%), sicché nella media dei due anni di governo Lula il risultato è un mediocre 2,6%. Che è il tasso di crescita della popolazione. Sembra essere la natura dell’economia del paese da vent’anni: piccoli cicli di crescita e depressione. Secondo, questa crescita non distribuisce rendite. Le sole a beneficiare di questa economia sono le grandi imprese: banche e esportatori. Terzo, non cala la disoccupazione. Il governo manipola le statistiche e assicura che crescono i posti di lavoro, ma meno di quanto faccia la popolazione. Tutti i settori sociali organizzati hanno avviato una critica permanente alla politica economica del governo, i movimenti, la chiesa, persino gli avvocati. Persino nel governo c’è chi critica il governo.
E’ possibile un cambiamento o no?
Speriamo che nel 2005 le forze sociali esprimano un movimento di pressione perché il governo cambi rotta. Quella seguita fino ad oggi ha dato stabilità al paese, molto utile agli investitori e ai «soliti» banchieri e esportatori, nemmeno la classe media ha visto un centesimo. Un esempio: l’industria brasiliana di punta è l’automobile, nel 1995 ¡ dieci anni fa ¡ il mercato interno era costituito da un milione e 500mila automobili vendute, l’anno scorso sono state vendute 2 milioni e 200mila automobili, e sai quante al mercato interno? Solo un milione e 500mila, come dieci anni fa, il resto è export. Significa che in dieci anni il mercato compratore è rimasto uguale e ci sono un milione e mezzo di famiglie che possono comprarsi una macchina. Gli mandassero la pubblicità direttamente a casa. Uguale nel trasporto aereo: da dieci anni ci sono gli stessi otto milioni di brasiliani su 177 che possono comprare un biglietto aereo. E le compagnie aeree falliscono a catena. Come tutto il resto, se non si allarga la domanda.
La riforma agraria? Era una promessa ma non si vede molta terra in arrivo, e anzi il governo ha approvato norme generose per gli ogm. Che ne pensate?
Il primo anno, il 2003, è partito uno scontro sulla necessità di un piano di riforma della distribuzione della terra. Nel governo i settori più a destra erano disponibili a concedere terra a 80mila famiglie, quelli di sinistra volevano terra per un milione di famiglie, in quattro anni. Da questo contrasto è uscito un accordo, terra per 470mila famiglie, ma gli anni sono diventati tre e nel 2004 il governo ha camminato come una tartaruga, non ha raggiunto nemmeno 50mila famiglie. Ora la domanda kafkiana è questa: perché in un paese con un governo di sinistra e con un movimento campesino forte la riforma agraria non si fa? La risposta è che lo stato brasiliano, per come è concepito, è uno stato borghese, fatto per mantenere i privilegi di chi li ha. E qualsiasi riforma inciampa, si intrappola e cade. E poi c’ è l’agro-business, lo scontro ideologico tra noi e l’agro-business, che è la borghesia brasiliana. Si tratta di impedire che una riforma distrugga il latifondo improduttivo, perché proprio il latifondo è la loro riserva di espansione. Il cosiddetto agro-business, la produzione industriale di vegetali e alimenti, ogm compresi, interessa al massimo 100mila aziende che in realtà producono dollari. E colpisce l’agricoltura familiare, che in Brasile potrebbe vivere senza sussidi pubblici.
Il futuro?
Questo è un governo di centro e contraddittorio. Ma non dobbiamo cadere nell’ingenuità di criticare le intenzioni del suo presidente o presentargli subito il conto. Dobbiamo invece rompere la correlazione tra forze che ha dato vita al governo, e cambiarla, attraverso la mobilitazione. Cambiare i rapporti di forza, insomma. Non si fa così?
Porto Alegre 27 Gennaio 2005 — dopo una buona doccia ieri sera, decido di andare a fare un giro all’accampamento giovanile. I suoni di una riunione di Capoeira riecheggiano dall’interno del campo e gli artesiani invadono il viale d’entrata, certo non c’era ancora la folla che ci sarà da questa sera, ma l’atmosfera era comunque molto carica. Ammiro un po’ i Brasiliani nel loro “ballo marziale” e mi incammino verso i chioschi di prodotti biologici. Mi rendo conto che non si può dire che abbia mangiato ancora in tutto il giorno. Mando giù qualche strana frittella ripiena di carne e un buono spiedino infarinato, come si usa qui.
La stanchezza ha la meglio e mi incammino verso casa, tra ragazzi che montano le tende altri che entrano nel campo pieni di zaini. Come saranno i prossimi Forum: Come previsto uno dei primi temi affrontati dal consiglio internazionale del forum è stato definire il futuro più prossimo dell’evento.
Nel 2007 il Forum arriverà in Africa anche se ancora non sappiamo bene quale paese lo ospiterà (Kenya o Tanzania). Nel 2006 invece sarà ospitato da 4 paesi contemporaneamente, tutti si pensa collegati con una serie di video conferenze. Le decisioni finali sui paesi e i metodi connessione saranno presi ad Aprile, ma già sembra certo il paese che ospiterà il Forum in America Latina sarà il Venezuela di Hugo Chavez. Un idea che sembra un po’ bizzarra questa, pero anche un buon segno per chi chiede una vera mondializzazione dei Forum mondiali. Mentre per il 2008 si parla di un ritorno in Brasile anche se non necessariamente in porto Alegre che è solo una delle 5 città candidate (le altre sono Recife, Fortaleza, Salvador Bahia e Belo Horizonti).
Arrivato in Carta Maior (dove lavoro come fotografo) mi informano che il movimento dei senza tetto ha occupato un edificio approfittando del Forum. Ma in realtà nessuno ne sa molto. Mi appassiono alla notizia e comincio a chiedere in sala stampa. Finalmente mi dicono che una radio comunitaria si è occupata del fatto, li cerco e mi imbatto incontro Gerardo, un ragazzone dagli occhi piccoli e azzurri che senza molte esitazione mi trascina fuori dal trambusto delle migliaia di persone in fila per registrarsi al forum.
Ci incamminiamo per le vie del centro, la camminata è lunga, e abbiamo tempo di parlare del PT, il partito del Presidente Lula, e dei primi due anni del suo governo, ma di questo ne parliamo tra poco, perché nel frattempo siamo arrivati davanti al palazzo occupato in pieno centro. Sulla facciata esterna, bandiere e cartelli, e magliette stese ad asciugare. Chiediamo il permesso di entrare e dopo un po’ ci aprono le porte.
Le immagini sono simile a quelle di numerose occupazioni abitative Romane, ma forse c’è uno spirito cooperativo più forte, già si sono creati gruppi di lavoro e tutti sono già a lavoro pulendo distruggendo e ricostruendo. I ragazzini ci guidano a conoscere le loro nuove case e le mamme ci spiegano dove metteranno la cucina e il bagno… al momento intanto un gruppo di signore cucina per tutte le famiglie presenti che ci dicono essere 70.
Un omone quasi più tondo che alto mi spiega che anche se il gruppo occupante ha molti membri dei “Senza Tetto” in realtà l’organizzazione che occupa si chiama MNLM (movimento nazionale di lotta per la casa) la differenza mi spiega è che loro non chiedono solo un tetto, vogliono anche educare le persone e costruire comunità. Scatto qualche foto e bimbi si affollano vicino al monitorino LCD per vedere come sono venuti, pero poi allontanarsi di nuovo chiedendo una nuova foto di cui ridere.Gioco un po’ anche io, ma poi arriva il momento di salutare. Strano vorrei rimanere molto di più mi sembra una esperienza forte e vera, molto concreta, ma forse è solo perché mi aspetta la conferenza iniziale del forum, politica ed autocelebrativa.
Me ne vado a malincuore, spero di ripassare a trovarli prima di andarmene.
Sorvolo sui numeri presentati sulla conferenza iniziale, un po’ perché li ho già scritti quasi tutti, un po’ perché avevo promesso di parlare di Lula. Dunque due anni fa il presidente all’inizio del suo mandato era acclamato come un eroe, ho assistito ad un suo discorso e la gente intorno a me lo ascoltava e non riusciva a trattenere le lacrime, effettivamente anche lui si commosse (non a casa ha il soprannome di Choron), e anche io ho trovato il tutto molto emozionante. Era effettivamente la speranza dei movimenti di tutto il mondo, un paese come il Brasile, nona economia mondiale, risorse naturali tali da garantire una sorta di indipendenza dal commercio internazionale, se il mondo cambierà, si pensava, il cambiamento passera dal Brasile attraverso Lula.
Il mondo non è cambiato, Lula sì.
La delusione è grande, molti settori non hanno ancora abbandonato la speranza qui nei movimenti Brasiliani, ma molti personaggi simbolici come ad esempio Frei Betto (artefice del progetto Fom Zero che avrebbe voluto azzerare la fame in Brasile) ha abbandonato da poco la sua carica, i Sem Terra (movimento MST forse il movimento sociale più forte di tutta l’America Latina) è vicino a chiudere le relazioni con il governo e comunque ha annunciato nuove occupazioni di terre coltivabile facente parti di latifondi abbandonati, ciò a causa delle lentezza con cui procede la riforma agraria.
Ma quello che più colpisce è la gabbia di poteri e le pressioni a cui Lula ha ceduto e che lo costringono a seguire una politica economica piuttosto vicina ad ambienti neo-liberali, invece che rompere con essi. Del resto se il FMI e la Banca Mondiale si dichiarano soddisfati del governo Lula, certo qualche cosa da ridire i Brasiliani ce l’avranno. Questo ovviamente avvicina il Brasile al seggio permanente nell’ ONU in vista di una eventuale riforma, ma certo allontana Lula dalla gente. La gente che due anni fa in questa stessa città acclamava le sue parole “..andremo piano, ma lontano, abbiamo 4 anni davanti..” e che ora guarda al presidente incredula e con disillusione mal nascosta da qualche parola di speranza.
Interessante anche notare il grande spazio dato alle conferenze sulla riforma dell’ONU qui nel Forum, si vocifera che ci sia per l’appunto un forte interesse nel governo federale sull’argomento, nonché alcune pressioni sul comitato Brasiliano organizzatore… vedremo nei prossimi giorni. Chavez. L’ alterego di quest’anno di Lula è il presidente Venezuelano, arrivato qui a Porto Alegre nel Forum 2003 quasi clandestinamente e ora acclamato come oratore della giornata finale del Forum.
Ma di questo parlerò domani, ora inizia la manifestazione di apertura. Aggiornamento la manifestazione è stato davvero splendida…
Domani vi racconto.
Simone Bruno
inviato per ReporterAssociati
Al via la quinta edizione del grande forum sociale che si proclama «Territorio sociale mondiale». Previste 120mila presenze di Ong, organismi di base, sindacati. In piazza anche Lula, amato e criticato. Attesi Chavez e, forse, Zapatero.
BENEDETTO VECCHI
INVIATO A PORTO ALEGRE
Ieri, la grande giostra del Forum sociale mondiale ha cominciato lentamente a girare sin dal primo mattino, quando rappresentanti delle comunità indigene dei cinque continenti hanno svolto una affascinante «cerimonia del fuoco sacro» a ridosso della Usina Do Gazometro di Porto Alegre, il centro organizzativo del meeting. E’ poi proseguita con una «marcia della pace», partita alle 17 da Largo Glenio Peres, dove si affaccia l’edificio del mercato pubblico. Per la manifestazione ogni previsione sulla partecipazione va presa con beneficio d’inventario. Il Pt e la Cut affermano che porteranno centomila persone a cui si devono aggiungere i militanti degli altri e variegati partiti della sinistra brasiliana e i partecipanti al forum sociale mondiale. Alle 16 locali (le 19 in Italia) la piazza era strapiena, e la grande avenida che conduce all’Anfiteatro Por-do-Sol era piena di persone per circa un chilometro. In maggioranza, i manifestanti erano brasiliani e latino americani che con orgoglio portavano bandiere del Venezuela, dell’Argentina, del Cile. Per circa un ora il gruppo dei «Tamburi della pace» ha invitato, al ritmo della samba, i manifestanti a ballare. Gli rispondevano idealmente un altro gruppo sonoro, che indossava magliette celesti con scritte sul conflitto israelo-palestinese («Due popoli, due stati»). Un signore con la spilletta del Pt e un nome italianissimo commentava che erano un gruppo che potremmo definire «gli ebrei brasiliani contro l’occupazione». Ma il viso del signor Louis Montani si è aperto al sorriso quando ha visto una bandiera della Cgil vicino a una della Cut.
Alle 18 locali il lungo serpentone del corteo ha finalmente cominciato ad allungarsi. Una manifestazione rituale che segna l’inizio ufficiale della quinta edizione del Forum sociale mondiale, che è ritornato nella città brasiliana dopo la parentesi di Mumbai. Per tutta la mattina, però, sono circolate voci, sempre smentite, della presenza di striscioni e di slogan contro il presidente Lula. Ma nella prima parte della manifestazione non c’era traccia di striscioni e slogan polemici con il presidente «amico».
La prima sorpresa del ritorno del forum sociale mondiale a Porto Alegre è la presenza di una piccola delegazione vietnamita. Una decina di uomini e donne con indosso una maglietta bianca con l’immagine stampata di Ho Chi Min, distribuiscono volantini per annunciare un workshop sugli effetti della diossina usata dall’esercito Usa per fare terra bruciata attorno ai guerriglieri viet. Un’altra novità è lo spazio dove si svolgeranno i duemila incontri di questa quinta edizione. Non più i locali della Puc, ma gli edifici portuali e la dismessa sede del Gazometro lungo le rive dell’inquinatissimo Rio Guaiba. Circa cinquantamila metri quadrati ribattezzati «Territorio sociale mondiale» divisi in undici zone e con l’accampamento della gioventù al suo centro. Infine, quest’anno nessuna seduta plenaria, ma seminari e workshop in base alle «affinità elettive» delle proposte giunte al comitato organizzatore.
Un accorpamento - il comitato organizzatore ha parlato di «agglutinazione» - deciso unilateralmente dai «brasiliani» che ha suscitato più di un malumore. Ma per il 2005 la parola d’ordine è «rimescoliamo le carte»: una frase che viene ripetuta quasi ossessivamente dagli organizzatori appena i dissensi superano il borbottio. Una scelta, quella di «agglutinare», in assoluta continuità con la «pratica dell’incontro» che ha caratterizzato questo tipo di social forum e che ha accolto molte delle critiche sulla «spettacolarizzazione» delle sedute plenarie delle scorse edizioni. Allo stesso tempo, nessuna delle reti o organizzazioni presenti ha la sua «quota garantita» di seminari, com’è accaduto negli ultimi due anni. Tutti sono quindi chiamati a un confronto aperto su temi, iniziative e campagne politiche internazionali. Così il programma di quest’anno è suddiviso in 11 aree tematiche, che vanno dalla guerra all’economia sociale, dalla diversità culturale e sessuale alla difesa dei «beni comuni», dalle «migrazioni globali» al ruolo del Wto, Fmi e Banca mondiale nell’economia mondiale. Ma ogni argomento dovrebbe essere affrontato e discusso in vista di una definizione di proposte da presentare nell’unica assemblea plenaria che si terrà a conclusione del forum sociale. Una volontà che emerge con forza nei documenti ufficiali e che viene normalmente salutata con «era ora, siamo stanchi solo di discutere, senza mai prendere un impegno comune».
Stupore e smarrimento accampagno le notizie sulle 120 mila persone che parteciperanno ai lavori del forum sociale. Stupore, perché è la cifra più alta da quando nel 2000 partì la grande avventura del forum sociale mondiale. Smarrimento, perché è quasi impossibile raffigurarne la geografia e perché il «Territorio sociale mondiale» difficilmente riuscirà a perimetrare sensibilità, punti di vista e aspettative diffilmente riducibili, tanto eterogene quanto riottose a essere ricondotte a una sintesi. E dunque l’indiscussa novità sono sempre i partecipanti, che si vedono, si scambiano informazioni, registrano assieme i cambiamenti avvenuti nel mondo. Immaginare che tutto ciò si traduca in proposte condivise è dunque la vera scommessa politica di questa edizione.
E nella giostra gioiosa di Porto Alegre serpeggiano inquietudine e polemiche. Attorno all’Usina do Gazometro i capannelli che si formano e si sciolgono come tanti cristalli domina un argomento: la presenza in città del presidente «amico» Lula (a giorni arriverà anche il suo collega venezuelano Hugo Chavez, mentre si rincorrono le voci, mai confermate, ma nenche smentite, sulla presenza del premier spagnolo Zapatero).
Ma Lula è solo il sintomo di una discussione attorno allo stato di salute del movimento e del suo rapporto con il politica istituzionale. Lo spunto per queste discussioni è il giudizio sui due anni di presidenza Lula e le critiche che hanno accompagnato le scelte di politica sociale del presidente «metalmeccanico», giudicate senza mezzi termini neoliberiste da una parte della coalizione che lo ha portato alla vittoria. Ma sono gli stessi che, se messi alle strette, rispondono: «Giusto o sbagliato, Lula è comunque il nostro presidente». E se per l’America latina, il Brasile è il banco di prova della capacità del movimento di condizionare le politiche nazionali, accettando anche um coinvolgimento diretto di attivisti nella gestione del potere statale, in Europa, in Asia e negli Stati uniti il laboratorio brasiliano è visto con sentimenti ambivalenti, se non contrastanti. Al fondo, però, c’è quel groviglio di punti di vista, analisi e pratiche politiche che ha visto l’emergere del movimento no-global come la manifestazione di una possibile via d’uscita dalle forme consolidate di rapporto tra movimenti sociali e forze politiche. In altri termini, il movimento - è stato spesso sostenuto in questi anni - riusciva a superare con capacità innovativa le esperienze del passato, conservando quanto di buono c’è stato in quelle stesse esperienze. Che le vicende di questi ultimi rendano più aggrovigliata la matassa di quanto potesse sembrare all’inizio non è però una novità per i partecipanti a questo quinto forum sociale mondiale. Una cosa è quindi certa. Di questo si parlerà, anzi già si parla e molto a Porto Alegre, tanto dentro che ai margini del territorio sociale mondiale.
Decine di migliaia in corteo. Il forum si moltiplica nel 2006. Nel 2007 appuntamento in Africa
Porto Alegrenostra inviata Il V Forum sociale mondiale è iniziato, ma è già proiettato verso il futuro. Nel suo primo incontro qui a Porto Alegre il consiglio internazionale del forum ha già adottato alcune decisioni che cambieranno la struttura e le metodologie dei prossimi incontri del movimento dei movimenti. Innanzittutto il 2006 vedrà un ampliamento degli appuntamenti mondiali, si parla di almeno tre incontri ma potrebbero essere anche di più. Le candidature per ospitare gli eventi dovranno essere avanzate nei prossimi tre mesi, la decisione finale sarà presa nell’incontro che il Consiglio internazionale terrà ad aprile in Francia od in Olanda. La data resta la stessa e sarà in coincidenza con il forum economico di Davos. Tre forum in contemporanea per permettere al movimento di mettere radici e sviluppare strategie comuni. Inutile dire che già si fanno i nomi delle candidate possibili: Caracas, Marocco, Dacca in Bangladesh. Si parla anche di una ipotesi Atene che potrebbe unificare forum mondiale e quello europeo. Ma per ora sono solo illazioni, quello che gli organizzatori assicurano è che il processo di costruzione sarà globale con la partecipazione e l’impegno di tutti, e in ogni caso non sarà a detrimento dei forum regionali.
La seconda decisione che è già stata approvata dal Consiglio è che nel 2007 si terrà un forum mondiale in Africa. Una decisione politicamente importante, che farà sbarcare il movimento globale nel grande continente nero. Saranno le organizzazioni africane a proporre e a gestire il calendario dell’evento. Da parte sua il Consiglio internazionale ha assicurato piena collaborazione e sostegno al progetto. In pratica quanto deciso rappresenta un arrivederci a Porto Alegre che nel 2000 accolse il primo incontro mondiale e lo ha fatto per altre quattro altre volte.
L’esperienza di Bombay in India ha di fatto cambiato la prospettiva e le esigenze del movimento. Il ritorno a Porto Alegre, dove i forum sono nati, è un giusto riconoscimento alla città ma vuole essere anche simbolicamente una ripartenza.
La camminata per la pace
Un cielo azzurro e un sole caldo, non poteva esserci miglior accoglienza per le migliaia di partecipanti che ieri pomeriggio hanno sfilato per le strade di Porto Alegre. "La Caminhada por la Paz", La camminata per la pace, il tradizionale corteo che dà il via ufficiale ai lavori del forum. 70 mila, centomila, tantissimi. I numeri alla fine contano poco, quello che invece differenzia questa manifestazione da tante altre è la sua multi-etnicità, i colori di tutto il mondo che si mescolano, le mille lingue parlate che trovano però un modo per comunicare, per farsi capire, per cantare insieme.
Il primo atto del forum si è celebrato nei pressi dell’anfiteatro di Por do Sol dove i partecipanti si sono concentrati per la marcia. La donazione di libri, (che faranno parte del mosaico dei libri della biblioteca del forum mondiale), delle bandiere delle nazioni presenti e di pietre, i gesti simbolici che hanno voluto rappresentare l’origine di questo movimento nato per costruire un nuovo mondo. Dopo questo piccolo rituale il corteo si è messo in marcia. Otto chilometri per il centro cittadino, a fare da ala ai manifestanti i negozianti e i cittadini sorridenti della città. Per gli abitanti di Porto Alegre questo evento ormai è parte della loro vita, dirgli arrivederci sarà molto difficile.
Un lungo corteo multietnico, dicevamo dove era facile distinguere la provenienza dei partecipanti. I coreani compatti, tutti vestiti uguali, giovanissimi e allegri con cartelli in cui contestano la guerra in Iraq. Gli indiani (quelli dell’India) composti e ordinati che marciano con la loro solita flemma. Gli italiani, non numerosi come gli scorsi anni, ma sufficientemente visibili per far sentire la loro voce. E poi tanto sud america. Dai venezuelani orgogliosi del loro presidente, ai brasiliani festaioli che promettono di essere pronti ad incalzare il presidente Lula.
Tantissimi dall’Argentina, è la seconda delegazione per numero dietro ai brasiliani, e altrettanti americani dagli Stati Uniti. Sono venuti dicono perché vogliono che si sappia che l’America non è solo Bush, che il movimento pacifista statunitense è vivo e vegeto. Molti di loro sono reduci da Washington dove centinaia di loro hanno contestato l’inaugurazione presidenziale. E poi tantissime donne, alcune con i bavagli neri per contestare la condizione femminile imposta nei paesi dove il fondamentalismo religiose riduce gli spazi e la libertà.
Concerto delle mille lingue
Un gran concerto ha chiuso il primo giorno di forum. Sul palco centrale si sono esibiti gruppi delle diverse nazioni. Tra questi Gilberto Gil, che nelle vesti di ministro della cultura del governo Lula ha cantanto un repertorio di canzoni brasiliane, i siciliani Qbeta con il loro suono particolare che mescola la musicalità siciliana, i ritmi balcani e meditteranei, gli australiani Snuff Puppetts con giganteschi pupazzi di 4 metri e metri. Applauditissima la vedette dei no global Manu Chao. E tantissimi altri dalla Francia, dall’Africa e dall’Argentina.
Lula arriva in città
Oggi sarà la giornata del presidente brasiliano, un delegato molto particolare per questo forum. Lula è atterrato ieri sera e subito ha voluto incontrare i rappresentanti del Forum. Dei 120 consiglieri che ne fanno parte, in 70 hanno accolto l’invito. «Consideriamo l’invito di Lula molto simpatico e
democratico» è stato il commento di Candido Grzybowski membro del consiglio. Insieme al presidente una nutrita delegazione composta da ben 12 ministri.
Alcuni dei gruppi più radicali brasiliani hanno annunciato manifestazioni di protesta contro la presenza di Lula al Forum. Molto dipenderà da cosa il presidente dirà oggi a quello che si annuncia uno degli eventi più affollati di questo forum. Allo stadio Gigantighno sono attese oltre 12 mila persone per partecipare al lancio della campagna globale contro la povertà. Per Lula una prova del fuoco prima di partire verso Davos dove promette di portare il messaggio del forum.
Simonetta Cossu
Il giorno prima di iniziare il Forum Sociale Mondiale già è cominciata la discussione sul suo futuro. Nel 2006 il Fsm non si svolgerà a Porto Alegre bensì in Africa, molto probabilmente in Marocco. Queste sono le informazioni ufficiali trapelate dal gruppo del Consiglio del Fsm. Altra novità riguarda il fatto che i tanti laboratori, seminari, workshops del Fsm si svolgeranno in contemporanea in numerose città del globo. Riguardo la periodicità e la localizzazione una parte degli organizzatori ritiene che, per motivi economici, l’ideale sarebbe realizzare l’evento ogni due anni. Però ci sono diverse voce discordanti, che sostengono che una cosa di questo tipo potrebbe "svuotarlo" nei confronti del Forum Economico di Davos, l’eterno avversario, che si tiene una volta all’anno.
La discussione sulla sede si è incentrata anche sulla possibilità di fare un "multi Forum" fra diverse città simultaneamente. La possibilità di fare rimanere il Forum a Porto Alegre è la più remota e ci sono resistenze fra gli organizzatori, principalmente per questioni politiche - il PT (il brasiliano Partito dei Lavoratori, del Presidente Lula) ha perso il Comune di Porto Alegre, dopo 16 anni al potere, punito dal popolo per la disonestà del ex sindaco Tarso Genro che, eletto con massiccia votazione, dopo due anni ha lasciato il Comune per concorrere a Governatore dello Stato di Rio Grande do Sul.
Il Marocco si è messo a disposizione per indicare una città (possibilmente Casablanca) ed ha buone possibilità perché il desiderio di fare il Forum in Africa è grande, dipende solo della capacità dei rappresentanti africani di mettersi d’accordo. Il presidente della Abong (Associazione Brasiliana delle Organizzazioni Non Governative), Sergio Haddad, uno degli organizzatori del Forum, ha detto che Porto Alegre continua sempre ad essere una alternativa se ci sarà una impasse nelle negoziazioni fra le entità organizzatrici.
Altri hanno parlato di incrementare la capacità di produrre risultati concreti all’interno del Forum. Quest’anno ci sarà una enorme Bacheca delle Proposte, con delle soluzioni e idee sviluppate all’interno del Forum. Un sociologo portoghese, Boaventura de Souza Santos, ha suggerito la creazione della Università Popolare dei Movimenti Sociali a Porto Alegre. Sarebbe un monumento alla generosità e all’importanza della città che ha associato il suo nome al Forum.
di Alberto Chicayban e Fabio Della Pietra
Cooperativa Itaca s.c.a r.l. onlus
da Porto Alegre
Un serpentone colorato e multietnico ha aperto, per la quarta volta a Porto Alegre, il V Forum Sociale Mondiale. Balli, canti, slogan e tamburi, in una vera a propria babele di lingue e di etnie, hanno accompagnato migliaia di persone nella tradizionale «Caminhada pela Paz» da Largo Glenio Peres, davanti al mercato centrale della città, fino al grande Anfiteatro Por-do-Sol. Qui, prima di dare il via alla lunga notte di musica con Manu Chao, Gilberto Gil, Snuff Puppets e gli italiani QBeta, il popolo alter mondialista si è raccolto in un minuto di silenzio in omaggio alle vittime dello tsunami.
Smaltita la notte di festa questa mattina il Forum Mondiale 2005 entra nel vivo con migliaia di seminari, plenarie e workshop. Il primo irrinunciabile appuntamento è alle 9,30 quando Luiz Inácio Lula da Silva lancerà la campagna mondiale contro la povertà nell’immenso auditorium del Gigantinho. Il presidente del Brasile è arrivato ieri sera in città per incontrarsi con i rappresentanti del Consiglio Internazionale del Forum facendo da subito temere contestazioni e proteste da parte dei settori più radicali del movimento che lo rimproverano di non aver rotto con le politiche neoliberiste. Anche per questo al Gigantinho questa mattina sono previste misure di sicurezza straordinarie.
Oltre a Lula, moltissimi i nomi noti che parteciperanno ai cinque giorni di lavori del Wsf. Tra questi Luiz Alberto de Souza, Leonardo Boff, Danielle Mitterand. E ancora: Frei Betto, José Saramago, Eduardo Galeano, Héctor Mondragón, Walden Bello. Per finire con il personaggio più di tutti destinato a catalizzare l’attenzione non solo dei delegati del forum ma anche i media internazionali: Hugo Chavez. Il presidente del Venezuela arriverà e a Porto Alegre il 30 gennaio per un dibattito sulle politiche di integrazione economica dell’America Latina alternative all’Alca (l’area di libero scambio sudamericana voluta dagli Usa). Sono già più di 2mila i giornalisti accreditati per seguire l’evento.
Intanto da ieri i luoghi che ospiteranno dibattiti, workshop conferenze hanno iniziato a riempirsi di delegati da tutto il mondo. Ufficialmente si sono registrati in oltre 70mila ma entro la fine del grande meeting, il 31 gennaio, dovrebbero quasi raddoppiare. Secondo dati ancora provvisori le delegazioni più numerose, dopo quella brasiliana (quasi 4mila delegati), sono quelle di Argentina e Stati Uniti, entrambe ampiamente sopra i 1000 rappresentanti. A seguire Uruguay, Francia (la delegazione europea più ampia) e Paraguay. L’India, che ha ospitato il Forum Mondiale lo scorso anno, è presente a Porto Alegre con 374 persone.
Una piccola nota dolente invece per l’Italia. Nel 2003 il nostro paese con oltre mille delegati era la seconda delegazione più rappresentata del Forum. Quest’anno passa addirittura al dodicesimo posto con 314 rappresentanti registrati. Tra i nomi più noti del movimento italiano sono a Porto Alegre: il neoparlamentare europeo Vittorio Agnoletto, Flavio Lotti venuto a presentare la nuova marcia per la pace Perugia Assisi del prossimo 11 settembre, Raffaella Bolini e il presidente dell’Arci Paolo Beni, Marco Bersani di Attac, Piero Bernocchi dei Cobas, Gianfranco Benzi della Cgil e Alessandra Mecozzi della Fiom. E ancora Giorgio dal Fiume del Ctm, don Oreste Benzi e una delegazione della Caritas italiana guidata dal vescovo di Grosseto Franco Agostinelli. Fra i partiti politici presenti i Ds con la responsabile Esteri, Marina Sereni, la senatrice Chiara Acciarini e alcuni rappresentanti della Sinistra Giovanile. Per il Prc, assente Fausto Bertinotti, partecipano al Forum Patrizia Sentinelli della Segreteria Nazionale e Alfio Nicotra ex portavoce del Genoa Social Forum.
Se la presenza nostrana continua a diminuire al Forum Mondiale è invece in forte aumento la rappresentanza dell’Est Europa, dell’Africa e dell’Asia, compresi i paesi colpiti il 26 dicembre dallo tsunami. E proprio di tsunami e di cancellazione del debito si è parlato ieri in una delle prime conferenze stampa del Forum 2005 a cui ha partecipato anche Adolfo Pérez Esquivel. «Il Fondo Monetario Internazionale e il Banco Mondiale sono i responsabili di un genocidio sociale contro l´umanità, sono responsabili del fatto che ogni giorno nel mondo muoiano di fame 35mila bambini. Non basta essere solidali con i paesi colpiti dal terribile cataclisma è necessario azzerare immediatamente il debito di tutti i paesi più poveri», ha tuonato il Premio Nobel per la Pace.
«Una volta, lo scrittore Eduardo Galeano mi ha raccontato questa storia - ha proseguito Esquivel - un giorno un cuoco democratico decise di fare un’assemblea con galline, polli, pesci per chiedere loro con quale salsa volessero essere cucinati». «Per la verità io non voglio essere cucinata in nessuna modo», protestò una delle galline presenti. E il cuoco: «Mi dispiace, ma il fatto che tu venga cucinata non è in discussione: puoi solo decidere in che modo». «Ebbene, - ha concluso il Nobel argentino - la situazione dei popoli del mondo di fronte alle istituzioni economiche mondiali è come quella della gallina di fronte al cuoco. Ma noi non possiamo più accettare questa situazione e dobbiamo reagire».
E quello del debito sarà certamente uno dei temi più discussi e scottanti nei prossimi giorni di dibattiti.
Il 26 Gennaio 2005 parte il V° World Social Forum, che torna a Porto Alegre doo la "parentesi" indiana dello scorso anno.
All’insegna della trasformazione dell’utopia ideologica in pratica politica, il WSF 2005 ospiterà, fino al 31 Gennaio, più di centomila persone provenienti da tutto il mondo. Abolito il termine "no global" e abbandonata la contrapposizione con il Summit di Davos, discuteranno i problemi più impellenti del pianeta e stabiliranno le priorità alle quali dare la precedenza nella lotta. Al centro del dibattito: la cancellazione del debito dei paesi poveri e soprattutto di quelli colpiti dallo tsunami, la denuncia di possibili elezioni-farsa in Iraq, la crociata per la liberalizzazione dei medicinali anti-Aids, e la difesa di beni comuni come l’acqua dalla privatizzazione.
Novità
Contrariamente a quanto avvenuto nelle prime tre edizioni, stavolta il Forum - organizzato direttamente dalle ONG - abbandonerà gli edifici della Pontificia Università Cattolica e sarà allestito sotto 500 tende e quattro tendoni, dove avranno luogo gli oltre duemila eventi previsti dal programma.
Tra i momenti di riflessione collettiva ci sarà il Forum Mondiale della Dignità, che ospiterà 12 Dolits (intoccabili) indiani assieme ai contadini sem terra dell’economista italo-brasiliano Joao Pedro Stedile. Circa cinquecento indios amazzonici di oltre 150 tribù organizzeranno per la prima volta un "Puxirum" (mobilitazione rituale) a poche tende di distanza da un incontro ecumenico per la pace "per dimostrare che persone con religioni differenti possano lavorare assieme per la costruzione di un mondo migliore".
Musica
La musica sarà quella dei Tambores pela Paz, che si esibiranno all’ombra di un’enorme bandiera di 60 metri, composta a sua volta da 60 bandiere di tutto il mondo. Porteranno la propria musica anche Manu Chao e il ministro brasiliano della cultura Gilberto Gil; si vedranno i pupazzi giganti di un gruppo australiano, si avrà modo di ascoltare il sorprendente jazz e folk-rock indiano, il sound cucaracha in ’portugnol’ (portoghese-spagnolo) dei brasiliani Sombrero Luminoso, e la solarità siciliana dei ragusani QBeta.
Politici
È previsto l’intervento del Presidente brasiliano Lula, diviso tuttavia tra Porto Alegre e Davos, dove si incontrano i ricchi, che dovrà forse affrontare la contestazione dei suoi tradizionali sostenitori per il mancato rispetto di alcune priorità sociali che avevano reso popolarissimo il suo programma politico.
Sicura la partecipazione del primo ministro spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero e del presidente venezuelano Hugo Chavez, ma non saranno i politici a conquistare la ribalta. Dall’Europa, tra l’altro, le adesioni delle organizzazioni politiche "ufficiali" non sono poi molte.
«Utopia? No: domani»
Sarà della partita anche l’ottantatreenne Nobel per la Letteratura del 1998, il portoghese José Saramago, che attribuisce all’evento un’importanza straordinaria: «La gravità della situazione nel mondo esige questo Forum Sociale, che ha avuto sinora un ruolo importantissimo nella coscienza universale della gente».
«È necessario adesso passare ad un nuovo stadio che implichi lungo tutto l’anno proposte e obiettivi consensuali. Che il Forum diventi uno strumento per l’azione. Se potessi, cancellerei la parola utopia dai dizionari. La sostituirei con una parola che già esiste: domani. È per il domani tutto il lavoro che si fa oggi. Il domani è l’unica utopia».
Martedì 25 gennaio 2005
Oggi ho seguito il Forum degli Enti Locali per l’inclusione sociale. C’era un po’ di smarrimento perché molti di coloro che avevano lavorato al Forum in passato, sia in Brasile che in Europa, non sono stati rieletti. Pochi anche qui gli italiani. Si percepisce il tentativo, come alcuni hanno spiegato, di mantenere viva questa esperienza e che venda inglobata nella Federazione Nazionale delle Città. Sono stati delineati una serie di punti che dovrebbero caratterizzare l’impegno degli Enti Locali: Da un lato il tema della Pace e della giustizia sociale con iniziative di diplomazia cittadina da portare avanti per costruire queste politiche concretamente. Poi un lavoro per la costituzione dei municipi cittadini con pratiche di democrazia partecipativa reale; un lavoro forte sul tema della città giuste, ovvero città non complici nelle proprie pratiche della globalizzazione neoliberista e se di esempi negativi ce ne sono molti, come esempio positivo è stato citato quello dei Comuni che fanno riferimento al Nuovo Municipio in Italia (prima di tutto Empoli, suppongo,) che stanno mettendo al bando l’uso della Coca Cola negli uffici e per le attività dell’Amministrazione. Ma la maggior parte degli interventi tornava sulla necessità di stabilire strutture permanenti di dialogo con l’esperienza del Forum Sociale. Obiettivo dell’inclusione sociale, è stato detto, è proprio il coinvolgimento attivo di tutti gli attori sociali per creare alleanze capace di segnare conquiste anche piccole. Le città sono state definite come "il luogo ideale in cui far vivere pratiche politiche innovative di fronte alla governance mondiale".
Ho percorso tutto lo spazio in cui si disloca il Forum dall’inizio alla fine. E’ lunghissimo e ben più grande di qualunque Festa Nazionale dell’Unità! Si comprende chiaramente che gli organizzatori stanno scommettendo su una partecipazione realmente immensa. Per muoversi da una parte all’altra a piedi ci vuole più di mezz’ora. Ci dovrebbe essere un servizio di bus elettrici per collegare tra loro le varie strutture.
L’enorme spazio è stato suddiviso in varie aree a seconda degli argomenti trattati: da quella sui beni Comuni della Terra e dei popoli, all’area delle Lotte Sociali e le alternative democratiche al dominio neoliberista, allo spazio sulla pace, smilitarizzazione, lotta alla guerra, al libero commercio ed al debito, il settore dei diritti umani e della dignità. Eppure più della metà delle 11 aree complessive trattano temi con accenti alquanto diversi rispetto al passato: si è cercato di fare tesoro della straordinaria esperienza dello scorso anno a Mumbai parlando di arte, creatività e cultura come strumenti per costruire la resistenza dei popoli, delle alternative nella comunicazione per produrre pratiche contro-egemoniche e diritti, di difesa delle diversità, delle pluralità e delle identità, della dignità per un mondo giusto ed egualitario, ed anche di etica, cosmovisione e spiritualità come resistenza per un mondo migliore nonché anche di riappropriazione di un pensiero autonomo e socializzazione di saperi e tecnologie. Si tratta di un lessico ed un approccio che dovrebbe far sentire a casa propria anche quei tanti che ritengono non sufficiente il solo approccio economico per comprendere appieno gli effetti ed i limiti dell’attuale modello di globalizzazione. Così ci è parsa una scommessa innovativa aver individuato un settore di discussione che ha come obiettivo la "costruzione di un ordine democratico internazionale integrato dei popoli’. La divisione in aree dovrebbe consentire ai partecipanti di seguire un filone di approfondimento sullo stesso tema senza bisogno di doversi spostare. Dovrebbe anche consentire un maggior interscambio tra tutte le realtà che lavorano su temi simili e permettere di costruire quella confluenza di analisi, percorsi e pratiche, che era un obiettivo del percorso di quest’anno e che è riuscito solo in parte visto che soltanto 500 su 2500 seminari si sono accorpati con altri. Certo il limite può essere l’iperspecializzazione e la difficoltà di percepire una visione d’insieme. Tra qualche giorno avremo gli strumenti per trarre le nostre conclusioni? Il programma è intanto pressoché introvabile. Dopo essere stati rinviati varie volte ci hanno dato appuntamento alle 18 ed in pochi minuti si è formata una gigantesca ed ordinata coda di qualche centinaia di persone che si snodava dall’ufficio informazioni posto davanti all’Ex Gasometro fino alla passeggiata lungo la "laguna". Così abbiamo rinunciato e siamo andati ad incontrare la delegazione dell’ARCI con Paolo, Raffaella e Filippo che era arrivata nel pomeriggio. Ovviamente churrascaria anche questa sera, stavolta economica anche perché situata proprio all?interno della grandissima stazione degli autobus, la Rodoviaria, che è il vero snodo delle città. Tornando la sera al campeggio ci siamo resi conto che aveva assunto nuovamente un’altra fisionomia: Si erano saturati tutti gli spazi possibili. Le tende erano state sistemate anche al sole, finiti come erano sia gli spazi ombreggiati dagli alberi, che quelli sotto i tendoni che erano stati allestiti. I primi avevano sistemato la tenda la mattina alle 5, altri sono continuati ad arrivare durante tutta la notte fino alla mattina seguente. Il clima nel campeggio la sera era splendido. Peccato fossimo tutti troppo stanchi per familiarizzare con gli altri. Sarà per le prossime sere?
Gregorio
Gli Usa e il consiglio provvisorio attribuiscono 100.000 voti in più alla minoranza oppressa da Saddam. In questo modo la roccaforte petrolifera del paese cadrebbe in mano curda, scatenando la reazione di arabi e turcomanni
STEFANO CHIARINI
INVIATO A BAGHDAD
Gli occhi del primo ministro Iyad Allawi, illuminati a differenza del resto del viso da una specie di luce, forse divina, da ieri mattina guardano paterni ma severi, i cittadini iracheni dai muri di alcune selezionate e «sicure» zone della città, come quella di al Mansour - dove abitano molti politici, l’alta borghesia laica del boom petrolifero, e soprattutto molti ex funzionari del Baath ai quali direttamente il premier si ripropone come possibile nuovo Saddam Hussein contro ogni minaccia integralista - invitandoli domenica prossima a votare la sua lista, la numero 285, per fare di nuovo dell’Iraq un grande paese. Allo stesso tempo il premier iracheno, ex uomo forte del Baath passato poi alla Cia e ai servizi inglesi (sua era la patacca ripetuta da Blair all’infinito che l’Iraq avrebbe potuto colpire il mondo con armi di distruzione di massa in soli 45 minuti), è apparso sui teleschermi, facendo coincidere la sua apparizione con un miracoloso ritorno dell’energia elettrica in molte zone della città, sostenendo «la pericolosità del voler fissare una data per il ritiro delle forze americane poiché di questo si potrà parlare solo dopo che saranno state create delle forti forze di sicurezza irachene in grado di ristabilire l’ordine». In realtà molti iracheni sembrano vivere le elezioni come una nuova disgrazia abbattutasi sul paese e ieri mattina gli abitanti di Baghdad sono usciti in massa per le strade per fare incetta di generi di prima necessità, acqua potabile, benzina, carte telefoniche, in previsione di un precipitare della crisi il prossimo trenta gennaio, mentre dal resto dell’Iraq giungono notizie drammatiche di battaglie, scontri, bombardamenti, uccisioni.
La guerra, se non sempre si vede a Baghdad, in ogni caso si sente distintamente anche in centro. Sicuro indizio che qualche cosa non va è anche il traffico, sia quando è troppo - per le strade sbarrate dai soldati durante i combattimenti, come ieri a Haifa Street dove sono stati uccisi dieci agenti - sia quando è troppo poco perché evidentemente sta per succedere qualcosa. Indicativa anche la direzione degli elicotteri da guerra americani che per evitare di essere colpiti volano a bassissima quota, quasi rasentando i tetti dei palazzi. Se l’altro ieri c’è stata una vera battaglia nei pressi dell’aeroporto, ieri nel quartiere di al Rashad la guerriglia è uscita allo scoperto distribuendo volantini ai passanti nei quali li metteva in guardia, minacciando conseguenze «inimmaginabili» nel caso dovessero andare a votare. Poco dopo, all’arrivo delle nuove forze speciali irachene e dei soldati Usa, è iniziata una furiosa sparatoria nel corso della quale sono stati uccisi almeno una decina di agenti iracheni e un soldato americano. La sera prima, a nord-est della capitale, nella zona di Bani Saad, una mina avrebbe fatto precipitare un carro armato Usa «Bradley» in un vicino canale uccidendo sei marines.
Intanto nelle principali moschee di Baghdad è stato distribuito ieri un volantino del «comando dei mujaheddin di Falluja» che annuncia la sua decisione di non farsi più decimare dalle bombe a frammentazione e dai gas americani e quindi di voler lasciare i quartieri meridionali della città dove resistevano dall’otto novembre scorso. Lunedì alle quattro del pomeriggio gli ultimi combattenti di retroguardia avrebbero passato o risalito l’Eufrate, dove i palmeti sono più fitti, per andare a combattere «in altre località», forse nella capitale stessa. La drammaticità di queste notizie potrebbe però presto impallidire rispetto a quel che si prepara a Kirkuk, la cassaforte petrolifera nel nord dell’Iraq. Nel silenzio dei media occidentali ieri il responsabile della lista unitaria araba alle elezioni per la provincia di Kirkuk, Wasifi al Yassy, ha denunciato la decisione del Consiglio di governo provvisorio e degli Stati uniti di dare ai curdi 100.000 voti in più per compensarli di coloro che sarebbero stati allontanati dalla città nel periodo di Saddam Hussein. In pratica di consegnare Kirkuk in mano ai curdi ignorando i diritti delle altre due comunità, l’araba e la turcomanna.
Il tutto senza alcun censimento e violando così ogni intesa precedente sulla necessità che il futuro della città non sarebbe stato deciso da una politica dei fatti compiuti, ma attraverso trattative tra le varie componenti politiche ed etniche nell’ambito di uno stato iracheno unitario. Durissima anche la protesta della comunità turcomanna, vittima anch’essa delle pressioni del passato regime, ma che non godrà invece di alcuna facilitazione. Attualmente vivono in kirkuk circa 250.000 arabi, 250.000 curdi e 250.00 turcomanni, con una fiorente comunità cristiana assira.
Ovviamente si tratta di cifre teoriche poiché prima delle elezioni non è stato fatto alcun censimento e dato che, per quanto riguarda quelli del passato, ogni comunità sceglie quello a lei più vantaggioso. In ogni caso anche dai censimenti più favorevoli ai curdi, come quelli degli anni cinquanta, emerge con chiarezza che in realtà una maggioranza curda in città non c’era neppure allora e che la componente maggioritaria era allora quella turcomanna. In realtà la pulizia etnica è già cominciata e dall’inizio dell’invasione sono stati cacciati dalla città almeno 50.000 arabi che ora vivono in squallidi campi profughi. La decisione di dare alla componente curda, in via amministrativa, il controllo di Kirkuk costituisce un atto gravissimo poiché equivale ad un via libera di Washington ad una divisione dell’Iraq su basi etniche con la nascita di un’entità curda nel nord che controllerà la cassaforte petrolifera del paese. In altri termini, di fronte all’impossibilità di controllare tutto l’Iraq, gli Usa si sarebbero orientati a mantenere almeno il controllo del petrolio del nord affidandolo alle fedeli mani «non arabe» dei curdi.
L’Iraq arabo si vedrebbe così dimezzare le sue riserve petrolifere ma se nel sud dovessero andare al potere i partiti filo iraniani, allora al governo di Baghdad resterebbero solo i datteri e le carpe del Tigri. Ovviamente il tutto vedrebbe esodi incrociati di popolazioni di fronte ai quali quanto avvenuto nei Balcani apparirà ben poca cosa. Questo senza tener conto che una simile catastrofe costringerà all’azione il premier turco Erdogan, del quale i turcomanni dell’Iraq da mesi chiedono l’intervento, e tutti gli altri sciiti dell’Iraq interessati anch’essi alla sorte dei loro correligionari turcomanni, sciiti anch’essi come gli Alevi di Turchia.
Il ministro degli esteri di Ankara, Namik Tan ha convocato alcune settimane fa la stampa mettendo in guardia i vicini iracheni «contro la politica dei colpi di mano» mentre il capo di stato maggiore, generale Hilmi Ozkok, ha già consegnato al governo un piano operativo per un intervento di circa 40.000 soldati nel nord dell’Iraq «contro il terrorismo» e in aiuto dei «fratelli turcomanni» che potrebbe scattare in sole 18 ore se le milizie curde dovessero appropriarsi della città di Kirkuk e delle sue risorse petrolifere, facendone la capitale di una entità autonoma nella quale arabi e turchi diventerebbero cittadini di serie B. Il trenta gennaio forse costituirà una svolta, ma verso una nuova disastrosa balcanizzazione della intera area mediorientale.
Dal Forum la reazione dei giuristi. Con applausi al pm Colombo
ROBERTO ZANINI
INVIATO A PORTO ALEGRE
«Forse la principale caratteristica dello stato di diritto consiste nel fatto che l’esercizio del potere è sottoposto alla legge. Lo stato di diritto presuppone la distinzione tra i vari poteri dello stato e cioè che esista un potere cui è affidato il compito di legiferare, un altro a cui è affidato il compito di far applicare le leggi, un terzo a cui è affidato il compito di controllare se le leggi siano applicate conformemente al loro testo e al loro spirito». Parla al quarto Forum mondiale dei giudici a Porto Alegre, il giudice Gherardo Colombo, e legge un intervento preparato da tempo, ma ogni parola può riferirsi al caso italiano, alla graticola su cui è stata gettata la gup di Milano Clementina Forleo e la sua sentenza di assoluzione per i «terroristi», cosi’ l’accusa, che arruolavano combattenti destinati a quella che è invece - e per la prima volta in una sentenza - una guerra. Il protagonista italiano di Mani Pulite è la stella del forum con la toga, una manifestazione che fa parte della costellazione di iniziative costruite intorno al Social forum. Domani riceverà il «ponche verde», una medaglia che è la più alta onoreficenza civile dello stato del Rio Grande do Sul, già concessa due anni or sono a un’altra star con la toga, lo spagnolo Baltasar Garzon. Colombo riceverà il premio dalle mani del governatore Germano Rigotto, l’uomo del Pmdb che ha sconfitto il petista Olívio Dutra alle scorse elezioni e aperto una ferita consistente, che ancora sanguina, nel corpo delle vittorie firmate Lula. In città il giudice italiano è l’uomo del giorno e due evidentissime guardie del corpo sono una specie di riconoscimento dell’importanza della figura che ora, in completo blu, legge al microfono una relazione che dice di ieri ma parla di oggi.
Il problema è l’esistenza o meno dello stato di diritto. In tempo di pace è semplicissimo, in tempi più turbolenti - per la corruzione o per la guerra - lo stato di diritto viene messo in discussione, e spesso con violenza, da un potere politico che ha necessità diverse da quelle della legge. Anche se il giudice italiano non apre bocca, le toghe a Porto Alegre un’opinione in merito ce l’hanno eccome: il diritto non si deve adattare alle necessità della politica, nemmeno a quella di rendere evidente la lotta al terrorismo. «Denunciamo la xenofobia che si nasconde dietro certe inchieste, rifiutiamo la flessibilizzazione dei diritti umani e il loro adattamento alla lotta al terrore»: a parlare è l’organizzatore del forum dei giudici, il giudice (naturalmente) Joao Ricardo do Santos Costa. Giusto 24 ore fa, sul palco dove ora Gherardo Colombo dettaglia la sua relazione, si era seduto l’intellettuale di riferimento dell’ambiente, Boaventura de Souza Santos, un sociologo portoghese, docente di diritto a Coimbra, una cinquantina di libri alle spalle. E’ uno che per fare il dottorato negli Usa ha vissuto per mesi in una favela di Rio De Janeiro, negli anni Settanta, è tornato in Portogallo solo dopo la caduta di Salazar ed è a Porto Alegre per un seminario dal titolo adeguato al tema del giorno: «Democratizzare la democrazia». Ha detto questo, il dottor Buenaventura Santos: «La politica estera di alcuni paesi imperialisti è terrore di stato, e provoca reazioni a loro volta terroristiche. E’ lo stato che deve cominciare a rispettare i diritti umani».
Il forum dei giudici non è un organismo istituzionale e non delibera alcunché, quindi le posizioni di ogni relatore sono le sue e basta, ma sul terreno della giustizia ai tempi del terrore sembrerebbero essere tutti d’accordo. «Direi che questa posizione è la nostra», dice infatti l’organizzatore João Costa. «Nessuno può giustificare il terrorismo, ma le guerre sono conflitti irrazionali all’interno dei quali, è evidente, c’è differenza tra il popolo che si difende e quello che pratica il terrore. Le aspirazioni legittime di un popolo sono una cosa, il sangue e il terrore sono un’altra, le leggi contro il terrorismo non possono disporre dell’esistenza di diritti umani inadattabili». Non c’è alcun giurista nordamericano, al Forum dei giudici, e tra parentesi tutte le inchieste americane sul terrorismo sono finite come in Italia (tranne una) con l’assoluzione degli imputati o il declassamento dei reati da terroristici a comuni.
24 gennaio 1005
La città è in attesa del Forum. Siamo arrivati ieri ed abbiamo provveduto a ritirare gli accrediti per il Forum e per il campeggio. Su tutto il materiale informativo la data di apertura indicata per il campeggio era il 24, ma il campeggio era già pieno ieri sera: i moltissimi ragazzi brasiliani che sono arrivati prima si sono sistemati nelle varie zone in cui il campeggio, che è un vero "Acampamento", è diviso: ognuna fa capo ad un Centro di Azione: il Caracol Intergalattico - lotte globali, nuove forme di attivismo ed azione diretta; lo spazio Che "spazio di salute e cultura Ernesto Che Guevara" il Laboratorio di comunicazione e di libera conoscenza, la Zona dei diritti umani e della diversità sessuale, il Centro di azione dei movimenti sociali e degli studenti, l"area delle culture di resistenza e lo Spazio di tutti - casa del la sostenibilità socio-ambientale. I vari centri di azione e i numerosi stand solidali previsti sono in corso di costruzione con materiale di bioedilizia "naturale" che potete vedere nella prima foto del sito http://www.trekshare.com/members/gregorio16 che sto via via costruendo con le foto del Forum. Così ci siamo resi conto che potevamo stare al campeggio fin dal 23, mentre la prima notte abbiamo dormito nella struttura dei Cappuccini dove saranno ospitati durante il Forum moltissimi Sem Terra. Dalle prime impressioni il Forum pare organizzato su uno spazio enorme. Difficile dire quanti saranno i partecipanti, anche se tutti si attendono numeri altissimi. Solo al campeggio si erano pre-accreditate via internet ben 13mila persone!!!
Sempre stando alle pre-iscrizioni gli italiani sono passati da essere la seconda delegazione più numerosa dell’edizione del 2003 (al pari con la Francia) alla dodicesima!! Siamo ora poco più di 400, rispetto ai 1400 della Francia. In grande crescita i partecipanti degli Stati Uniti passati dai poco più di 50 nel 2001 ai 1100 di questa edizione e sempre numerosissimi gli argentini. Ci stiamo riprendendo soltanto oggi dalle 24 ore di viaggio e dal cambiamento di clima radicale. La cosa che colpisce qui, oltre alla temperatura che ci fa avere caldo anche in maglietta e pantaloncini e che ci fa svegliare in piena notte, è la luce è fortissima come non mai ? che risalta anche nelle foto. E’ faticoso per noi europei andare in giro senza cappellino ed occhiali da sole. Nella giornata di oggi ci siamo trasferiti al campeggio, che si riempie a vista d’occhio, ed abbiamo preso parte al Forum dei Migranti. Organizzato in una chiesa un po’ lontana dagli spazi dove si terrà il Forum sociale si articolava nel pomeriggio in 4 seminari che si svolgevano in contemporanea. Non moltissimi i partecipanti, quasi tutti brasiliani, se si eccettua qualche spagnolo e qualche portoghese. Interessanti le riflessioni e gli studi che sono stati presentati sul ruolo dei media nel creare ed anche nello sfatare i pregiudizi, nei quali venivano messe anche a confronto le notizie che riguardavano i brasiliani emigrati all?estero e gli stranieri immigrati in Brasile. Sia al campeggio (con numerosi WC a loro riservati) che sugli autobus abbiamo potuto notare la particolare attenzione che questa città riserva ai "diversamente abili": una ragazza si è avvicinata alla porta centrale del bus con la carrozzina, l’autista ha azionato un meccanismo che in 15 secondi la ha consentito di salire, di posizionarsi in uno dei 4 posti riservati e di fermare la carrozzina con le cinture di sicurezza dedicate. Se questo è un paese in via di sviluppo, l’Italia allora’ A cena siamo andati per la seconda sera di fila in una churrascheria. Carne fino a non poterne più (a meno di non fermare i solerti camerieri spostando la clessidra dal verde al rosso). Noi vegetariani ci consoliamo con il buffet di verdure facendo diventare il contorno il piatto principale. Ed anche con il formaggio fuso ed i dolci. I giornali ieri ed oggi erano pieni di riflessioni ed indiscrezioni sui timori che gli organizzatori avrebbero rispetto ad eventuali contestazioni di Lula. Si parlava di accordi che sarebbero stati presi tra gli organizzatori ed alcuni dei gruppi più critici sulle forme delle contestazioni. Il Forum del 2003 sembra lontano anche da questo punto di vista. Comunque sia non vediamo l’ora che inizi!
Gregorio Malavolti - Arci Firenze
mercoledì 26 gennaio 2005.
Alla presenza di circa 800 persone si sono conclusi questa sera i lavori del primo forum mondiale della salute. Tre giorni di dibattito con presenze provenienti da tutti i paesi del mondo.
"Il neo liberismo" è la negazione del diritto alla salute. L’ondata di privatizzazione dei servizi e delle strutture sanitarie progressivamente, ma con determinazione scuote il mondo. Non basta opporsi, non basta affermare la salute come diritto a partire dai più deboli, occorre organizzare un movimento mondiale di lotta, alternativo al modello economico dominante.
Un esempio, così recita il lungo documento finale, come quello del Brasile, dove dal 1990 è stato fondato il S.U.S. (servizio unico di salute) che afferma il diritto alla salute e al tempo stesso il dovere dello Stato di attuarlo. In Brasile si sta realizzando quello che da noi non si è voluto attuare, pur previsto dalla riforma sanitaria: la partecipazione dei cittadini a tutte le istanze territoriali: federali, regionali, municipali; tramite "consigli di salute" in cui i rappresentanti dei cittadini sono il 50% e il resto è costituito dai sindacati e dai rappresentanti delle professioni sanitarie.
Il Forum mondiale della salute si è chiuso con l’impegno di saldare l’organizzazione ed aprirsi a forme di solidarietà nei confronti ad esempio dei popoli colpiti dallo tzunami, e di lotta. Non ci puo’ essere salute se c’è guerra, non ci può essere salute se i diritti umani sono calpestati, non ci può essere salute se esistono la fame, la miseria, se i diritti delle donne vengono calpestati.
Il prossimo appuntamento del Forum, fra due anni, è previsto in Africa, il continente dove la salute e i diritti umani sono i più calpestati.
Da Porto Alegre
Fulvio Aurora
PORTO ALEGRE
Commento
A pochi giorni dalla reincoronazione "dell’Imperatore Bush" mentre è ancora viva l’eco dei suoi proclami di guerra, il popolo dell’altro mondo è possibile - la seconda potenza mondiale - torna ad incontrarsi nel suo villaggio globale. Anche visivamente è la moltitudine versus il super uomo solitario, la molteplicità dei colori, delle lingue, delle idee, di fronte al fondamentalismo del pensiero unico disposto a tutto per affermarsi. E’ la democrazia contro la monocrazia. E’ il futuro di fronte a un presente che speriamo sia presto passato. Si è detto che Bush ha vinto perché il suo sistema di valori populista e reazionario ha coinvolto le tante solitudini cui non è stata offerta un’alternativa reale. Ma il Movimento è tutt’altro che sconfitto, e oggi più che mai è la vera alternativa. Il mondo in cui Bush viene incoronato è ribollente di drammi vecchi e nuovi. Ancora sono vive le immagini terribili dello Tsunami che ci hanno parlato della pochezza di un’idea di dominio assoluto sulla natura, che nega ai poveri anche le misure di prevenzione che pure, invece, sono disponibili. Cresce la rabbia immensa per i tanti fiumi di soldi spesi per la guerra, di fronte all’assenza di qualunque investimento per la sicurezza, per battere la povertà, la fame e l’ingiustizia. Si pensa invece ancora ad altra guerra. Si indica l’Iran mentre il conflitto è tragicamente aperto in Iraq e le morti si succedono ancora più numerose all’approssimarsi di elezioni farsa. Tanto più incredibili se si pensa a quante garanzie sono state chieste anche dall’Europa per il voto in Palestina e in Ucraina. Così come si prosegue alla distruzione dell’ecosistema, contro le misure previste dal protocollo di Kyoto per la riduzione delle emissioni dei gas serra. In Italia Berlusconi si adegua. Inadempiente su Kyoto, il governo delle destre viene sanzionato dalla Commissione Europea, e prosegue sulla strada scellerata di spreco energetico proponendo ora addirittura di tornare al nucleare. E’ in questo quadro che la voce e la pratica del Movimento si conferma essenziale per indicare i contorni sempre più concreti dell’alternativa: pace, beni comuni, cooperazione internazionale, cancellazione del debito monetario e riconoscimento, al contrario, dei debiti ecologici contratti dai cosiddetti Paesi ricchi a danno dei Paesi rapinati dalla globalizzazione neoliberista, cittadinanza, reddito, reti di solidarietà. Il Forum mondiale chiama a una nuova stagione di mobilitazione. Accanto allo spazio pubblico del confronto e della elaborazione il Movimento preme per promuovere un’agenda fatta di campagne, vertenze e lotte e connette filo a filo le diverse azioni agite nei vari Paesi e in aree continentali. In Europa c’è la direttiva Bolkstein, da abbattere con la manifestazione europea già annunciata per il 19 marzo a Bruxelles; c’è il Forum mediterraneo che sta finalmente camminando; c’è la lotta per i diritti dei migranti da estendere contro la fortezza che li vorrebbe esclusi; c’è la lotta alla precarietà e le reti europee che si rinsaldano; c’è la conoscenza e i saperi da far uscire dall’ambito della mercificazione; la campagna dei beni comuni da non privatizzare e un nuovo pubblico da far affermare democratico e partecipato. La lotta al liberismo e alla guerra è di nuovo a Porto Alegre. Non solo per la critica contro i disastri perpetrati ma anche - forti delle pratiche molteplici agite nei territori - per declinare proposte, tessere connessioni, far vivere una speranza. D’altro canto abbiamo sempre detto che il Movimento altermondialista o è mondiale o non è. La liberalizzazione dei mercati con tutto l’apparato ademocratico degli organismi sopranazionali dal Wto alla Banca Mondiale, richiedono uno sguardo globale e un’azione concertata in ogni parte del pianeta. Perciò Porto Alegre sta con Bombay, con il Forum paramazzonico, sta con Firenze, Londra, Genova e richiede la definizione di elementi concreti, di pratiche di un’altra economia, nuovi linguaggi per indicare quale altro mondo è possibile. La partita è difficile, come dimostrano anche le difficoltà e le contraddizioni della stessa esperienza brasiliana o di quella indiana, ma è comunque aperta e non possiamo pensare di non giocarla, quando sotto gli occhi di tutti è tornata oltremodo di attualità l’antica profezia che ci ha mosso in questi anni di storia: socialismo o barbarie.
di Patrizia Sentinelli
(martedì 25 gennaio)
Centomila partecipanti per più di duemila attività, cinquemila giornalisti accreditati da settanta paesi per seguire una non stop di cinque giorni fitta di incontri, seminari, manifestazioni. Dopo la trasferta indiana dell’anno scorso il Forum Sociale Mondiale torna a Porto Alegre, sua città natale, per un’edizione che punta a dar nuova vita ad un movimento lontano oggi dai fasti e dalla visibilità del passato.
I tempi sono cambiati rispetto all’apogeo del 2003, quando nella roccaforte brasiliana del Pt, il neoeletto presidente Lula da Silva si proiettava come uno dei portavoce più autorevoli delle istanze del variegato universo no-global. Lula, che parteciperà anche quest’anno sia ai lavori del Social Forum che a quelli del Forum Economico di Davos, in Svizzera, è entrato recentemente nella seconda metà del suo mandato, caratterizzato da una politica economica prudente che fa presa sulla classe media ma non convince i settori più radicali della sinistra brasiliana. Gli elettori tradizionali hanno già dato dei segnali d’allarme al Partito dei Lavoratori che ha perso centri strategici come San Paolo e la stessa Porto Alegre dopo governava da sedici anni. Tra di loro vi è il movimento dei Senza Terra (Mst), tra i fondatori del Social Forum, che reclama da mesi una spinta più decisa sulla strada della riforma agraria, uno dei punti centrali della campagna elettorale di Lula. Forti critiche sono arrivate anche al progetto «Fame Zero», presentato internazionalmente proprio al Forum 2003 ma impantanato in un’eccessiva burocratizzazione che lo rende di fatto inefficace. Critiche che non sembrano comunque intaccare la popolarità internazionale dell’ex sindacalista che capitalizzerà i lavori del meeting nella giornata di oggi.
A tener banco saranno i temi classici del mondo no-global; il pacifismo nei tempi del rieletto presidente Bush, la riforma delle relazioni commerciali Nord-Sud, la lotta contro il lavoro minorile, la difesa dell’ambiente in tutte le sue forme, ad iniziare dall’acqua. Un altro grande protagonista atteso nella capitale del Rio Grande do Sul è Hugo Chavez. Il presidente venezuelano, che due anni fa arrivò di sorpresa stravolgendo i lavori del Forum, ha annunciato questa volta in anticipo il suo arrivo previsto per domenica prossima: alla mattina visiterà una tenuta modello dei Sem Terra a 120 chilometri da Porto Alegre e al pomeriggio parteciperà ad un dibattito sulla globalizzazione.
A far da preambolo all’evento principale si sono tenuti in questi giorni il Forum dei giudici, con oltre 400 magistrati da tutto il mondo, il Forum della Salute e il Forum delle migrazioni. Per questa settimana, in parallelo ai lavori plenari, si tiene l’incontro dei parlamentari, quello delle autorità locali e l’incontro sulla società e i mezzi di comunicazione di massa. È cambiata la sede; abbandonata l’Università Cattolica la maggioranza delle attività programmate si terranno in uno spazio delimitato lungo due chilometri sulla riva del lago Guaiba dove un migliaio di operai hanno lavorato per allestire i tendoni e gli stand destinati ad ospitare i partecipanti. Il costo totale previsto dagli organizzatori è di 14 milioni di reais, poco più di quattro milioni di euro, donati dalle autorità locali e da istituti e fondazioni internazionali.
L’apertura ufficiale è prevista per oggi pomeriggio alle 17, ora locale, con un grande corteo che percorrerà il centro di Porto Allegre. Nella serata si terrà un maxi concerto con la partecipazione tra gli altri di Manu Chau, del gruppo rock argentino Bersuit Vergarabat e del ministro di cultura brasiliano Gilberto Gil. Sul palco anche i Qbeta, originari di Ragusa, che presenteranno la loro musica cantata in dialetto siciliano. Torna a Porto Alegre dopo esser stata in diverse manifestazioni pacifiste contro la guerra in Iraq e al Forum 2004 di Mumbay, la «bandiera delle bandiere», lunga 60 metri e composta da oltre cento vessilli di altrettanti Ong e fondazioni di tutto il mondo.
L’esistenza di un nesso tra il Forum sociale mondiale e le primarie in Puglia, sostenuto anche qui dall’articolo di Pierluigi Sullo, non mi convince. Non perché non veda la consequenzialità tra la stagione aperta dai movimenti e le attese che si depositano su una candidatura come quella di Nichi (e su Rifondazione in generale): questo trasferimento di energia avviene da diverso tempo ormai, se n’era avuta un’avvisaglia con il referendum sull’articolo 18 (oltre dieci milioni di sì), e poi nelle europee, nelle amministrative, e così via. Il punto non è questo, quanto la congruità e la coerenza tra le forme concrete, politiche, assunte dai movimenti che hanno animato la stagione dei Forum sociali - peraltro per nulla conclusa come dimostra il successo annunciato di Porto Alegre - e la strumentazione, con conseguente motivazione politica, attivata dalle primarie.
Con Gigi, e con molti altri e altre che in questi giorni si sono entusiasmati per il fenomeno-primarie, ho condiviso la partecipazione convinta a quella stagione e la convinzione che in quell’esperienza si siano prodotti i germi fecondi di una rifondazione generale della politica, a partire dalle forme della partecipazione. Ma queste, sin dall’inizio, sono state sempre intimamente connesse ai contenuti e agli obiettivi perseguiti. Il "movimento dei movimenti" si forma a Porto Alegre ma nasce a Seattle; individua quindi nell’assetto liberista della moderna globalizzazione l’avversario naturale e sceglie la strada della "riappropriazione del nostro mondo" come forma di una critica generale al pensiero unico liberista. Quella critica non risparmia, anzi si rivolge in primo luogo all’Ulivo mondiale; non a caso a Seattle, è Clinton che viene sconfitto. Si tratta di una critica non marginale o secondaria ma attiene alla natura stessa del movimento che coglie, dopo oltre un ventennio di egemonia liberista, il vuoto politico lasciato dalla sinistra internazionale provando, sia pure istintivamente, a coprirlo. Anche a Genova, non casualmente, si produce una rotta di collisione con i Ds. ll movimento dunque non è solo forma, ma forma e contenuto: la coerenza tra fini e mezzi risiede in questo rapporto che alimenta la sua fase di ascesa - quella che, per schematizzare, va da Seattle al 15 febbraio. Il successo dei Forum sociali, europeo, asiatico, mondiale, fino a quello straordinario di Mumbai, risiede in questa coerenza interiore, nella immediata percezione che quello che si fa e quello per cui ci si sta battendo coincidono e che tutto ciò contribuisce a fondare una nuova politica, non solo dal punto di vista formale ma da quello più spinoso dell’autonoma soggettività. Davvero possiamo pensare che questi ingredienti si ripresentino nel caso delle primarie? Io non lo credo, anzi penso che tra i due fenomeni esista uno scarto negativo che offre elementi di riflessione sulla fase attuale dei movimenti. Le primarie esprimono già di per sé degli elementi negativi: rafforzano e legittimano il sistema maggioritario (le primarie più corrette sarebbero delle elezioni con sistema proporzionale); esaltano la personalizzazione della politica e il leaderismo a scapito dei programmi; accentuano la delega e la distanza tra i "professionisti" della politica e il "popolo"; mimano una concezione "all’americana" in cui la contesa avviene all’interno di un sistema comunemente accettato - nel caso italiano presumono l’accettazione di un’alleanza, la Gad, in cui, ad esempio, non c’è nemmeno convergenza sul "ripudio senza se e senza ma" della guerra, o sulla cornice della Costituzione europea; soprattutto, derogano da un principio fondamentale, che pure l’esperienza dei movimenti di questi anni ha riaffermato: la democrazia come strumento del conflitto sociale. Gli obiettivi e i contenuti delle lotte o delle vertenze come catalizzatori di una partecipazione e quindi di una discussione, una strategia di lotta, un’iniziativa sul campo, un conflitto - spesso proprio con il centrosinistra. Nelle primarie tutto questo si dissolve in una soluzione chimica: la carica alternativa della democrazia del conflitto si scolora in un tentativo (giusto o sbagliato) di condizionare uno schieramento politico e di portare là dentro le ragioni e le motivazioni che hanno sorretto e sorreggono l’esperienza dei movimenti. E questo nella convinzione, come dice Sullo, che i movimenti abbiano la "massa critica per invadere le molte crepe nel muro della politica". Compito per il quale, in effetti, le primarie sono davvero utili. Ma così facendo, diciamo addio a quell’autonomia fondativa del movimento: non all’autonomia generica dal quadro politico (a cui non abbiamo mai creduto), ma alla sua autonomia di soggetto politico qualitativamente diverso dagli schieramenti attuali. Non credo che il compito del movimento sia quello di "invadere le crepe" di questa politica. Non solo non ne ha ancora la "massa critica", ma anche se l’avesse dovrebbe costituire le basi per un’altra politica alternativa a quelle esistenti. Per questo mi convince Marco Revelli quando su Liberazione definisce la vittoria di Vendola come una "breccia aperta da una straordinaria e irripetibile serie di circostanze", ricordando le "quantità enormi di cinismo, di burocrazia, di moderazione pronti a richiuderla con la calce". E mi convince non solo perché non provo nessuna fiducia nella possibilità dell’attuale centrosinistra di rinnovarsi rispetto a quell’Ulivo mondiale contro cui pure il movimento è nato, ma perché, nella lucida previsione di un’involuzione, coglie il dato di un movimento ancora in fase difensiva il quale, più che gettarsi nel vortice della politica, dovrebbe darsi il tempo di consolidarsi, di ramificarsi in conquiste, risultati, vittorie. In gioco c’è l’idea che sceglie di avere di sé stesso, se cioè strumento di pressione e di invasione di un campo dominato da altri apparati oppure portatore di una rivoluzione degli schieramenti e delle modalità della politica stessa. Nel primo caso si tratta di relazionarsi in un modo o nell’altro con questo centrosinistra - ed esistono già segmenti significativi di associazioni, gruppi, riviste che lavorano in questa direzione - in una logica, a me pare, interna alla politica del "meno peggio"; nel secondo, certamente più difficile, si tratta di interrogarsi sulle forme assunte fino a oggi dai movimenti, a partire dalla coerenza tra democrazia - anche nel modo in cui sono state prese le decisioni - e obiettivi di lotta. E’ una questione dirimente anche nel mondo del lavoro dove la questione delle vertenze e della loro traduzione in contrattazione riguarda la ricostituzione del soggetto di classe (ed è davvero riduttivo sovrappore primarie e referendum), ma è un nodo che riguarda la capacità di tutti i soggetti della trasformazione di operare una critica radicale alla delega e al proprio mancato protagonismo. Le primarie, a mio giudizio, registrano una difficoltà obiettiva delle lotte e della pratica conflittuale e, rafforzando l’ipotesi della "competizione collaborativa", si presentano come una riserva attivata nel momento in cui la lotta "senza se e senza ma" sembra costretta a più miti consigli. Il movimento, da quando ha puntato a "riappropriarsi del nostro mondo" ha indicato un obiettivo certamente più difficile ma molto, molto, più ambizioso.
Salvatore Cannavò
Se qualcuno pensa che tra le primarie vinte in Puglia da Nichi Vendola e il Forum sociale mondiale che si sta aprendo a Porto Alegre non vi sia alcun nesso, quel qualcuno sbaglia di grosso. Presi come siamo dallo spingi-spingi della politica nazionale, rischiamo di perdere di vista quel che si trova un po’ oltre il nostro naso. E non dico questo in omaggio all’antica abitudine di aprire il dibattito all’attivo di sezione con "la situazione internazionale" e di concluderla con "il quartiere". Da allora, i tempi sono assai cambiati, e quel che era inter-nazionale è ora divenuto - semplicemente - globale. A questo punto, si cita la guerra, come prova suprema della globalizzazione. Invece, citerò la resistibile ascesa e successiva rovina di quel che fu chiamato "Ulivo mondiale". Erano gli anni di Bill Clinton, dei governi socialisti in Francia e Germania, e dell’entusiasmo con cui il governo D’Alema partecipava al nuovo ordine mondiale, ad esempio bombardando Belgrado. Quella prospettiva è fallita, come spiegò tempo fa su Liberazione Piero Sansonetti.
Così che la "modernità" di un liberismo ordinato dall’alto, grazie a una casta di mandarini-politici legittimati da campagne di marketing elettorale e da un sistema di alleanze con i poteri economici e finanziari disponibili a moderare i loro appetiti, appare ormai, agli occhi dei più, una ideologia con la faccia coperta di rughe. Qualcuno è in grado, ad esempio, di spiegare dove stia la modernità di scelte, come quelle fiorentine e toscane, di privatizzare la gestione degli acquedotti, scavare choilometri di tunnel ferroviario sotto la città per accelerare di un quarto d’ora la percorrenza dei treni ad alta velocità, di costruire un mega-inceneritore a ridosso di un quartiere senza porsi il problema del riciclo e della minore produzione di rifiuti, o di incrostare di parcheggi e zone commerciali le mura della Fortezza da Basso? Parlo della Toscana, perché è la regione che, nel senso comune di sinistra, viene percepita come un’isola di civiltà nell’oceano della privatizzazione di tutto ciò che è sociale. E in buona misura lo è. Ma cosa succede? Che il restare aggrappati a quella "modernità" insensata, che è anche un sistema di potere complesso, fatto di enti locali, banche, consigli d’ammministrazione, ecc., rende molto difficile anche solo aprire spiragli al nuovo vento. E dispiace che questa resistenza prenda il volto di Claudio Martini, presidente toscano molto aperto e consapevole del bivio in cui siamo. Il Corriere della Sera, qualche giorno fa, dopo aver a suo tempo spiegato che la candidata alternativa a Leonardo Domenici, a Firenze, ovvero Ornella De Zordo, era il frutto dello "snobismo" dei "professori", ha scritto un’intera pagina per mostrare come a inceneritore, Tav, privatizzazioni e "grandi opere", si contrapponga una visione radicalmente diversa della città e del territorio, visione che conta su aggregati sociali molto vasti, anche in una regione che sembrava riassumersi in due sole lettere: Ds. Diciamo così: da una parte, com’è noto, i mutamenti della società tendono a scaricarsi sugli andamenti elettorali con uno scarto di qualche anno, e oggi si stanno raccogliendo i frutti di una elaborazione culturale e sperimentazione pratica iniziate una decina d’anni fa; dall’altra, che quel che chiamiamo "movimento" non è che una infinita pluralità di reti della società civile, che semplicemente usano tutte le opportunità, anche istituzionali, per creare un genere di politica del tutto nuovo, del quale si può con approssimazione dire che si fonda sulla partecipazione diretta e, appunto, su un orizzonte globale. In questi giorni divampa il dibattito diciamo così sulle "primarie". Il successo di Nichi, in Puglia, ha molto sorpreso soprattutto chi non aveva la minima idea del fatto che in Puglia, come in Toscana e ovunque, quelle reti di cittadinanza attiva si erano da tempo messe in moto. Quellel reti in Puglia hanno individuato in una persona, Nichi appunto, e in una votazione, le primarie, l’occasione di rompere, come dice Franco Cassano, il monopolio dei partiti su decisioni come le candidature. Altrove, quelle reti approfittano di altre occasioni. Così, bisogna evitare la mania, tipica della politica che si fa attraverso i media, di concentrare tutta l’attenzione su un punto solo, per dimenticarselo subito dopo, perché un altro giocattolo ha attirato l’attenzione. Le primarie in Puglia [o magari a Venezia, per decidere che è Gianfranco Bettin il solo candidato ragionevole per la città] vanno insieme a chissà una candidatura alternativa in Toscana, alla maniera di quella di Ornella De Zordo a Firenze, o alla legge d’iniziativa popolare, sempre in Toscana, sugli acquedotti. Certo, i mezzi hanno da essere coerenti con i fini, e tutte queste esperienze hanno in comune una vasta partecipazione "dal basso", ma quel ne costituisce la base necessaria è che le reti sociali abbiano messo in comune proposte e pratiche oltre la "modernità". Perciò il mio giornale, Carta, si è gettato nell’avventura del "cantiere" che abbiamo intitolato "Fuori programma" (e la cui prima tappa è stata domenica 16 gennaio, a Roma): non perché pensiamo che il centrosinistra, nel suo insieme, possa "rappresentare" quest’altra narrazione del vivere sociale, ma perché crediamo, guardando la questione dal lato opposto, che il movimento abbia raggiunto la massa critica [la "critical mass", direbbero i ciclisti ribelli] per invadere le molte crepe nel muro della politica. Almeno, val la pena tentare. Ma il Forum sociale mondiale? Andiamo lì, come sempre, per assorbire idee e umori e colori, per conoscere gente che come noi, in Cile o in Indonesia, si industria a smontare la "modernità", nella sua faccia benevola, quella del fu "Ulivo mondiale", e soprattutto nella sua faccia feroce, quella della cosca vincente, George Bush e i suoi eserciti. Pierluigi Bersani, liberista con accento emiliano, dice che anche i Ds sono interessati a "quel che uscirà dal Social forum di Porto Alegre". Bene, lo aspettiamo. Se verrà, magari scoprirà da dove spuntano i voti di Nichi Vendola.
Pierluigi Sullo
QUALE FORUM
All’ultimo Porto Alegre, nel gennaio 2003, il forum era stato elettrizzato dal trionfo del candidato del Pt Luis Inacio da Silva nelle consultazioni presidenziali di pochi mesi prima. Oggi il movimento progressista brasiliano, che è la spina dorsale del «processo di Porto Alegre», è demoralizzato dalle politiche fiscali conservatrici adottate da Lula, che hanno generato un alto tasso di disoccupazione e scarsa crescita. Da speranza delle masse brasiliane, Lula è diventato il beniamino di Washington e di Wall Street per la sua piena adesione alle misure proposte dal Fondo monetario internazionale. Il «problema Lula» non riguarda solo i brasiliani. Molte delle migliaia di persone che si stanno mettendo in viaggio per Porto Alegre sono turbate per il ruolo che il Brasile ha avuto nel dare slancio al Wto.
Il Wto sembrava essere entrato in una crisi irreversibile quando, nel settembre 2003, il quinto meeting ministeriale di Cancun, Messico si è risolto in un fiasco. Per rilanciare l’organizzazione, gli Usa e l’Unione europea hanno cooptato il Brasile, insieme all’India, nel ruolo di partner per creare un’impalcatura per i negoziati in vista di un nuovo Accordo sull’agricoltura. Il risultato è stato il «July 2004 Framework Agreement», che ha rimesso in piedi il Wto. Sotto quasi tutti gli aspetti è stato un cattivo affare per il sud del mondo, ma l’appoggio del Brasile e quello dell’India hanno reso difficile per la maggior parte dei paesi in via di sviluppo opporsi alla sua adozione da parte del Consiglio generale del Wto.
Come affrontare non solo il Wto, ma anche l’intero fenomeno della globalizzazione delle corporations, sarà una questione centrale che attraverserà le undici aree tematiche. Nel dibattito sugli effetti della globalizzazione le voci critiche sono risultate vittoriose già da tempo, con il peso straripante delle evidenze che mettono in relazione le politiche di libero mercato con la crescente diseguaglianza nei singoli paesi e tra un paese e l’altro, il numero crescente dei poveri, una crescita debole e non sostenibile. Eppure, come la proverbiale mano dell’ingegnere morto sull’acceleratore di un treno in corsa, le politiche neoliberiste continuano a regnare in gran parte dei paesi in via di sviluppo, spesso sotto forma di strategie macroeconomiche sponsorizzate dalla Banca mondiale. Queste hanno apparentemente come scopo prioritario la riduzione della povertà, ma in realtà si tratta dei vecchi programmi basati sul libero mercato con l’aggiunta cosmetica di reti di sicurezza.
Nonostante questo, le cose stanno cambiando. Il disincanto nei confronti delle politiche neoliberiste è molto forte in America latina, dove un governo neoliberista dopo l’altro sono stati licenziati dagli elettori o, come nel caso del governo di Sanchez de Lozada in Bolivia, rovesciati dal popolo. Mentre il Brasile ha ceduto alle pressioni, altri governi come quelli del Venezuela e dell’Argentina sono alla ricerca di altri percorsi. L’Argentina ha congelato quasi tutti i pagamenti ai creditori privati e ha visto la sua economia crescere dell’8% per due anni di seguito. Il fatto che ci sia riuscita - «ignorando o sfidando l’ortodossia economica e politica», come ha scritto il New York Times - sarà probabilmente uno degli argomenti di confronto al forum.
Come a Mumbai l’anno scorso, uno dei temi centrali del meeting sarà la guerra in Iraq. Dopo tutto, è stato in un evento collegato al Wsf - il social forum europeo di Firenze (novembre 2002) - che è stata indetta la marcia globale contro la guerra che il 15 febbraio 2003 ha portato in piazza centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. Ma come l’eccitazione del Brasile nei confronti di Lula, l’euforia che accompagnava l’emergere di un movimento per la pace veramente globale, ha lasciato il posto alla frustrazione per non essere riusciti a fermare l’invasione Usa, né a costringere le truppe al ritiro. Questa si unisce allo shock e alla rabbia per ciò che molti vedono come il messaggio delle elezioni statunitensi del 2 novembre 2004: il consolidarsi di una base di potere elettorale negli Usa da cui la destra repubblicana può governare per il prossimo futuro.
Per molti la frustrazione sarà mescolata a un senso di sfida. Come coordinarsi più efficacemente oltre le diverse frontiere? Come portare il rifiuto della guerra dalle dimostrazioni alla disobbedienza civile di massa? Come connettere il movimento globale per la pace più organicamente alla società civile nel Medio Oriente, che promette di essere il campo di battaglia strategico dei prossimi anni? Come agganciare le lotte locali alle lotte più ampie in Iraq e in Palestina? Queste questioni saranno esaminate nell’Assemblea contro la guerra e in altre sedi, e la speranza di molti è che il movimento per la pace emergerà da Porto Alegre meno spontaneistico e più organizzato.
Che il Wsf sia sopravvissuto e sia diventato un’istituzione testimonia il fatto che esso ha attinto al grande serbatoio di energia della società civile globale. Il Wsf si vanta di essere uno spazio aperto per la discussione e il dibattito tra movimenti diversi. Molti sentono, comunque, che la fonte della forza del Wsf potrebbe essere anche la sua debolezza e che, per non fossilizzarsi, esso ha bisogno in quanto istituzione di prendere posizioni più di parte sulle questioni chiave della nostra epoca come la Palestina, l’Iraq e il Wto, e di tradurre queste posizioni in programma d’azione. Quest’anno probabilmente questo dibattito sarà più intenso degli anni precedenti, ma resta da vedere se sarà anche più vicino alla soluzione.
Che cosa distingue questo Wsf da quelli degli anni scorsi? Per prima cosa, quest’anno il forum è completamente auto-organizzato dai partecipanti, senza panels centrali organizzati dal comitato ospitante. Ciò riflette un tentativo consapevole di costruire uno spazio orizzontale e aperto che incoraggi la reciproca fertilizzazione al di là delle barriere politiche, settoriali, geografiche, culturali e linguistiche.
Probabilmente quest’anno Porto Alegre non riserverà sorprese. Una prevedibilità che sarà sempre più un handicap per quello che una volta era uno spazio molto eccitante.
*Direttore di Focuson the Global South, Bangkok
Traduzione Marina Impallomeni
QUALE FORUM
Il World social forum è una pubblica piazza, uno spazio aperto all’incontro di cittadini in condizioni di uguaglianza, un luogo di informazione e di dibattito, di allegria e di passione, un ambito originale d’invenzione e di pratica della democrazia. Basta partecipare al Forum per sentire che la sua energia mette in contatto le persone più diverse, caricando batterie di speranza. Il Wsf permette il rinnovamento delle idee e rafforza la volontà collettiva: con vivacità e vibrazione porta ognuno di noi a confidare nelle proprie capacità, ci fa valorizzare le nostre esperienze e conoscenze. Da quel che dico e scrivo risulterà evidente che io giudico il Wsf come uno sperimento politico e intellettuale innovatore, capace di alimentare sogni e volontà di fronte alla grave crisi prodotta dal capitalismo globale. Il fatto è che il Wsf contenga la possibilità di rinnovare le pratiche e i modi di pensare, contribuendo alla formazione di una nuova cultura politica di trasformazione sociale radicalmente democratica, con proposte concrete per costruire altri mondi. Ma questo non mi impedisce di riconoscere le enormi sfide che abbiamo di fronte per indurre il Forum a far fermentare le idee e i processi che esso contiene, in modo responsabile e consequenziale.
La globalizzazione dominante impone modelli omogenei di vita e cultura; distrugge, esclude, concentra. Rispondiamo con l’affermazione dell’uguaglianza nella diversità, del diritto di inclusione di tutti e di tutte, del fatto che i diritti umani siano per tutti gli esseri umani, con il rispetto per il patrimonio comune della vita, del pianeta Terra. La riunione del Wsf l’anno scorso in India ci diede universalità, ma l’universo è molto più grande e variegato. È fondamentale andare in Africa nel 2007, ma in che stato sono le altre regioni e culture? Che dire dell’Europa Orientale, dell’Asia profonda, dei Carabi, del Centroamerica e del mondo arabo?
Torno ad affermare qui ciò che mostrano i dati sul nostro profilo: siamo legittimi attivisti dell’emergente cittadinanza planetaria, ma siamo solo la sua elite. I rappresentanti dei settori popolari sono una minoranza nelle nostre riunioni. Come far fronte a questa sfida con il necessario radicalismo e urgenza? Dobbiamo essere capaci di mobilitare aldilà delle barriere geografiche, sociali e culturali. Dobbiamo sviluppare modi di inclusione attiva di coloro che sono invisibili all’interno dei nostri popoli, dato che loro non hanno i mezzi e le strutture per partecipare. Dobbiamo riconoscere quanto siamo ancora lontani dall’esprimere la diversità della società civile mondiale e dei suoi membri.
Il Wsf innova sostenendo il primato della politica nella vita umana e non quella dei mercati. Per questo il Forum è un processo e uno spazio di rinnovamento democratico che stimola i differenti soggetti sociali a partecipare e a imporre la loro volontà sul potere statale, le istituzioni multilaterali, le corporazioni e i mercati. Allo stesso tempo il Wsf ha bisogno di alimentarsi sempre più della forza dei suoi partecipanti, sfruttando la diversità e la pluralità che riesce a mettere insieme. Ciò significa andare oltre il rispetto radicale ma passivo delle attività autogestite, come stiamo facendo ancora nel Wsf 2005.
Questo implica radicalizzare la democrazia interna affinché la differenza sia trasformata in diversità, la mera giustapposizione, la ripetizione e la confusione di molteplici attività - più di 2.500 - nel riconoscimento di tutti e di tutte. Dobbiamo agire in modo democratico e attivo, rispetto alla collettività delle persone, cercando di costruire la vera diversità, superando territori, ghetti e protagonismi, per far sì che le visioni e le analisi plurali ottengano consensi possibili e dissensi che dinamizzino la democrazia stessa e obblighino a nuove ricerche congiunte.
Non spetta al Wsf la definizione di un progetto e di una strategia da seguire per tutti. In questo siamo tutti d’accordo. Può solo essere uno spazio aperto di pensiero strategico e orientato all’azione trasformatrice, che lascia ad ogni soggetto la decisione su cosa fare, come e con chi, a seconda delle sue possibilità, condizioni e desideri. D’altro canto, ci manca un po’ di audacia. Abbiamo destato una enorme speranza nel mondo. Il Forum è oggi un simbolo di speranza. Non rompiamo l’incanto, l’utopia. Anche questa è politica.
Abbiamo accettato la sfida di rifare il mondo su scala umana, per tutti gli essere umani. Dobbiamo contribuire alla gestazione dei nuovi programmi, e non dobbiamo permettere che guerrieri e terroristi, operatori del mercato e padroni di multinazionali, con i loro fondamentalismi, dettino le priorità all’umanità. Dobbiamo proporre alternative. Le soluzioni che troveremo man mano saranno, necessariamente, provvisorie, temporanee e locali. Tuttavia dobbiamo essere abbastanza temerari affinché siano le soluzioni possibili in ogni luogo. Abbiamo bisogno di un programma che includa, qui e ora, il mondo e l’umanità, nel massimo rispetto, ma senza paura di rischiare e senza pretendere d’imporre nulla. La costruzione collettiva senza modelli o soluzioni uniche comporta il rispetto assoluto di ciò che è incompleto, diverso e pluralista, ma anche una ricerca costante.
*Direttore Instituto Brasileirode Análisis Sociais e Econômicas e membro della segreteria internazionale del Wsf.
Copyright Ips traduzione Marcella Trambaioli
Il sole a picco e un vento violento hanno accolto oggi a Porto Alegre le migliaia di delegati che da tutto il mondo sono arrivati qui per partecipare al V Forum Sociale Mondiale. L´apertura ufficiale sarà nel tardo pomeriggio di oggi (alle ore 21 in Italia) con una manifestazione per le vie della città ma si può tranquillamente dire che il grande meeting sia già iniziato. Le rive del lago Guiaba, dove per 5 km si snodano gli edifici della cittadella no global che ospiterà tutti gli incontri del Forum, brulicano di persone che camminano, discutono e naturalmente iniziano a mettersi in coda.
Per le strade di Porto Alegre ogni giorno circolano più o meno quattromila taxi, tutti rigorosamente rosso fuoco e fa una certa impressione vederli stazionare a decine davanti all’ex centrale elettrica Usina do Gasometro, ai capannoni del Cais do Porto, al parco dell’Armonia. Rappresentano uno dei mezzi di trasporto preferiti dagli stranieri per spostarsi da un capo all’altro della città anche se durante i giorni del Forum è obbligo mettersi in fila per aspettare il proprio turno. Vista la loro fondamentale importanza quest’anno l’impresa dei trasporti pubblici e della circolazione di Porto Alegre ha deciso di preparare i tassisti all’arrivo dei no global organizzando appositamente per loro corsi di lingua e di comportamento da tenere con i turisti. La stessa cosa è stata fatta, stavolta dalla Camera di Commercio della città, con 830 venditori ambulanti, irrinunciabili fonti di refrigerio nelle lunghe giornate di workshop e dibattiti.
Il Forum Mondiale è infatti anche un´incredibile opportunità economica per la città che la ospita. Anche per questo i due giorni antecedenti all’inaugurazione ufficiale del Forum 2005 sono stati monopolizzati da una grande questione: dove si svolgeranno quelli del 2006 e del 2007.
Il prossimo Forum
Di questo si e’ parlato, fra non poche difficoltà, in una riunione di due giorni del Consiglio Internazionale di cui fanno parte rappresentanti di 129 paesi. Confermato il progetto di portare il forum Mondiale in Africa nel 2007, dopo una lunghissima discussione, l´idea predominante per il prossimo anno e’ stata quella di decentralizzare e moltiplicare l´evento realizzandolo contemporaneamente in 3 o 4 paesi rappresentativi dei vari continenti. Quali ancora non e´ stato deciso. Le candidature saranno vagliate a fine marzo quando il Consiglio si riunirà di nuovo a Parigi per definire la questione ma, secondo le indiscrezioni, le nazioni più papabili sarebbero il Marocco per l´Africa, il Venezuela o (meno probabilmente) il Messico per l´America Latina e il Pakistan in Asia. Proposta che pero´ ha provocato un´accesa discussione soprattutto fra i delegati indiani.
La comunicazione in primo piano
Mentre il Consiglio internazionale discuteva del futuro del Forum Mondiale in una riunione a cui non potevano assistere i giornalisti, a Porto Alegre per la prima volta i media si confrontavano su uno dei nodi principali del movimento: quello della comunicazione. Fra i partecipanti anche Ignacio Ramonet, Giulietto Chiesa, Gianni Minà. Fra la speranza e lo sconforto il tema dominante e’ stato quello dei mezzi di comunicazione come strumento di manipolazione solitamente in mano ai poteri forti e la conseguente necessita´ di renderli democratici, indipendenti e accessibili. Da qui la l´importanza di puntare sulle radio per entrare in relazione anche con chi non sa leggere e scrivere e soprattutto l´urgenza di iniziare a formare non solo giornalisti ma anche attori e “quadri” della società civile che riescano a comunicare.
Le altre tematiche
Se il Forum sulla Comunicazione era una novità per Porto Alegre, oggi si sono svolti invece anche incontri tematici internazionali più tradizionali: quello dei magistrati, dei migranti, dell´educazione e quello delle Autorità Locali. Quest’ultimo era da sempre uno degli appuntamenti tematici più partecipati e importanti per la città (considerata la patria del cosiddetto “bilancio partecipativo”) ma quest’anno ha visto decimare la presenza dei delegati.
L’incontro ha infatti pesantemente subito le conseguente delle ultime elezioni amministrative che, dopo 16 anni, hanno spodestato il Pt dalla guida di Porto Alegre. Questo ha significato un vero e proprio vuoto organizzativo dell’evento storicamente gestito dal Comune della città, tanto che l´invito alle istituzioni locali d´oltreoceano (Italia compresa) è arrivato solo dieci giorni fa. Nonostante il “disguido tecnico”, il nuovo sindaco di Porto Alegre, José Fogaça (membro del Partito popolare Socialista ed eletto al ballottaggio grazie all’appoggio della coalizione di destra) si e’ dimostrato estremamente desideroso di mantenere il legame della città almeno con il Forum Mondiale delle Autorità e ha dichiarato tutta la sua disponibilità per continuare a seguirlo e coordinarlo. Ovviamente in qualsiasi altro continente si svolgerà.
Davos, 26 gennaio 2005
Da domani, sino a domenica, la cittadina svizzera di Davos si trasforma nel crocevia dei grandi della politica e dell’economia globale. Contemporaneamente a Porto Alegre, in Brasile, si aprono i lavori del Social Forum.
Il Forum Mondiale sull’Economia
I leader politici ed economici di tutto il mondo si incontreranno oggi a Davos, in Svizzera, per il Forum Mondiale sull’Economia. Per cinque giorni discuteranno temi che vanno dal potere economico della Cina, al futuro dell’Iraq dopo le elezioni di Domenica. Con 2250 partecipanti da 96 Paesi, il World Economic Forum (Wef) quest’anno propone un tema-contenitore che esorta i potenti ad assumersi "Le responsabilità di scelte difficili" (Taking responsabilities for tough choises) e una novità organizzativa voluta dal fondatore e presidente Klaus Schwab: l’agenda è a votazione. Gli argomenti più importanti da discutere, infatti, verranno messi al voto dei partecipanti, che domani selezioneranno sei temi principali. L’Aids non è tra questi.
Tra i più di venti leader di governo e Capi di Stato che prenderanno parte al meeting mondiale, ci sarà anche quello ucraino Viktor Yushchenko e sarà la prima volta anche per il presidente Jacques Chirac che, proprio oggi, farà una proposta concreta per istituire una tassa internazionale, utile per finanziare lo sviluppo dei paesi poveri.
A Porto Alegre il Forum Sociale Mondiale
La povertà è uno dei temi al centro anche del Forum Sociale Mondiale che si terrà nella città brasiliana di Porto Alegre che è stato programmato per partire in contemporanea con gli eventi di Davos. E’ senz’altro meno gioioso di quanto non fosse due anni fa durante l’ultima edizione brasiliana del Social Forum mondiale.
Il presidente da Ignacio Lula da Silva, invece di portare il Brasile fuori dalla rotta di libero mercato come promesso allora, ha strizzato l’occhio alla causa del neo-liberarlismo che tanto criticava quando era all’opposizione, guadagnando sostenitori a Wall Street ma mettendosi contro il Partito dei Lavoratori e molti dei fondatori del Social Forum. E per evitare di irritare ancora di più i propri sostenitori, il presidente brasiliano, che aveva inizialmente pensato di evitare del tutto l’evento, interverrà a Porto Alegre domani prima di volare a Davos, dove spera di ottenere investimenti esteri per i progetti infrastrutturali necessari al paese. Non c’è garanzia - scrive il New York Times - che Da Silva sarà applaudito come due anni fa, anche a causa delle critiche rivolte all’organizzazione lo scorso ottobre, quando il presidente sottolineò il rischio che il Forum potesse diventare un "bazar di prodotti ideologici dove ognuno vende e compra ciò che vuole".
Il programma di Lula e’ di una semplicitá mostruosa: garantire almeno un pasto quotidiano per tutti i brasiliani. Pero’ impressiona il fatto che tanti brasiliani non lo seguano. A Porto Alegre i muri sono pieni di scritte di un robusto movimento anarchico che lo insultano pesantemente. Questo e’ un brutto segno: un segno di un disagio che non si riesce a controllare. Porto Alegre e’ una citta’ piena di contraddizioni evidenti: c’ e’ il Palazzo di Giustizia al confine con una favela e questo, l’esistenza di questa fatiscenza,penso, sia l’ ingiustizia per definizione più grossa. Poco oltre c’ e’ una splendida chiesa in marmo grandissima attaccata alla stazione e li trovi i bambini di 4 anni che rovistano nella spazzatura a piedi scalzi e neri che cercano da mangiare, oppure trovi le bimbe , dico bambine di 12 anni, che stanno a frotte su una delle vie principali della città a prostituirsi.
Porto Alegre e’ una delle città del Brasile dove si vive meglio: non oso pensare come si viva in una città come San Paolo do Brasil che racchiude in se’ l’equivalente di tutta la popolazione del Piemonte e della Lombardia. Vista dall’aereo e’ impressionante, sterminata. Qui il concetto di spazio e tempo sono del tutto particolari. Per lo spazio devi moltiplicare tutto per dieci:le strade, le distanze, i parchi ( la città di Porto Alegre e’ la città con più parchi del Brasile) le persone. Il tempo: corrono solo i tassisti ( che sono una infinità) che per guadagnare qualche real in più sfrecciano come pazzi su queste strade, divise anch’esse in classi: le strade dei ricchi si riconoscono subito. La citta’ e’ divisa in quartieri: quelli dei ricchi sono sulle collinette e li riconosci anche perché sono completamente recintanti da sbarre e, a guardia, vi sono tantissimi guardiani o vigilantes. La città come la regione (Rio du Sol) e’ amministrata dal centrodestra; non vedo la presenza di un cosiddetto ceto medio o di una qualsiasi forma di borghesia illuminata e progressista: vi sono pochi ricchissimi e molti poveri ma proprio poveri (non esiste neppure un sistema di trasporto cittadino interno).
Il FSM (Forum Sociale Mondiale) che si va ad aprire ha -a mio giudizio- una grave mancanza di controparti politiche: il primo FSM ha visto la presenza di 20 sindaci delle più grandi capitali europee. Oggi abbiamo solo il sindaco della cittadina francese di Nanterre. Tra l’altro e’ completamente assente dal FSM la cosiddetta area nordica europea: mi dicono che e’ sempre stata assente ma non comprendo le ragioni politiche o culturali di ciò, ma la cosa che più mi intristisce è che il FSM rischia di passare solo come un’ annuale ricorrenza (una periodica Woodstock?).
Ritengo necessario la pianificazione di un lavoro di lungo corso, definire strategie in funzione di fine ed obiettivi, riattualizzarlo anno dopo anno e fare alla fine il conto dei risultati conseguiti. Penso in sintesi che una visione alternativa dell’organizzazione del mondo possa ritrovare una sua ragion d’essere qui, in queste terre dove il capitalismo ha prodotto questo orrore che vedo, tutto questo. Dobbiamo partire da qui, da questa povera gente che vive davvero di niente e da queste migliaia di persone che non hanno più una loro dignità. Bisogna partire dai lustrascarpe che vi sono lungo la via del mercato centrale per riaffermare i semplici diritti umani e di dignità.
mercoledì 26 gennaio 2005.
dal nostro inviato Simone Bruno
Porto Alegre, 26 Gennaio 2005 — Nei giorni che abbiamo passato quì a Porto Alegre prima dell’apertura di oggi dei lavori del quinto Forum Sociale Mondiale abbiamo fatto qualche ricerca "storica" per capire come e’ nata l’idea di un WSF. E come funziona questo appuntamento annuale.
All’inizio del 1998 e’ stata reso pubblico un accordo chiamato MAI (Multilater Agreement on Investment). I paesi ricchi erano in procinto di firmarlo per poi “proporlo” a tutti gli altri paesi del mondo. Tale accordo avrebbe svincolato il Capitale rendendolo libero. Si trattava in pratica di una sorta di costituzione mondiale del Capitale che lo avrebbe reso libero di circolare senza alcun tipo di vincolo, specialmente nel terzo mondo dove gli investimenti sarebbero di fatto avvenuti.
Lo stesso Renato Ruggiero al tempo presidente del WTO cosi’ si esprimeva “Stiamo scrivendo la costituzione per una singola globale economia” Le Monde Diplomatique pubblicò un articolo scritto negli Stati Uniti dal movimento “Public Citizens” (http://mondediplo.com/1998/02/07mai.html) tale articolo era una critica aperta a questo progetto. Nacque immediatamente un movimento popolare di protesta e opposizione che spinse la Francia ad abbandonare le trattative e far conseguentemente decadere il MAI.
Una delle associazione che spronò di più le rivolte fu ATTAC, una associazione che al tempo si batteva per la Tobin Tax e che ora e’ impegnata più in generale per la tassazione di tutte le transazioni finanziarie (http://www.attac.org). Oggi Attac rappresenta 30.000 cittadini Francesi e ha filiali in moltissimi altri paesi. Quello che accade in Francia nel 1998 fu l’innesco per l’esplosione dei movimenti in tutto il mondo, seguirono Seattle (contro il WTO), Washington (contro la banca mondiale), Praga e Genova per citare quelli che ebbero più clamore.
Se le lotte contro il MAI furono l’innesco la dinamite venne dalle idee che stavano arrivando con forza sempre maggiore dal “cortile di casa” degli Stati uniti. L’america latina con le idee di frammentazione e redistribuzione del potere degli Zapatisti, delle riforme agrarie dal basso del popolo dei Sem Terra Brasiliani, della democrazia partecipativa di Porto Alegre, delle resistenze indigene in Bolivia e Ecuador.
Per più di 20 anni i potenti del mondo sono stati soliti riunirsi una volta l’anno in quello che loro definiscono il World Economic Forum (forum economico mondiale). Questo incontro normalmente avviene a Davos, una lussuosa località sciistica Svizzera. Per partecipare i costi si aggirano intorno ai 20.000€ e questa manifestazione ha attratto da sempre i leader mondiali del pensiero Capitalistico dominante e tutte le maggiori testate giornalistiche mondiali. Alla luce degli eventi del 1998 e del crescente movimento di protesta che stava nascendo un gruppo di Brasiliani credette che fosse giunto il momento di passare ad una fase propositiva per poter realmente costruire un “another world”, ossia quel mondo differente di cui si cantava nelle manifestazioni di protesta sempre più numerose. Un mondo dove l’Economia potesse servire l’uomo e non il contrario.
Economisti e altri accademici contrari alle idee neo-liberiste tenevano già dei meeting Europei noti come Anti-Davos. Ma l’idea dei Brasiliani era di prendere lo slancio di tutti i movimenti che già si stavano organizzando in tutto il mondo e di creare un “anti-Davos” di respiro Mondiale. Questi furono i primi passi del World Social Forum il quale per avere un forte valore simbolico si sarebbe svolto esattamente negli stessi giorni di Davos.
L’idea originale fu di Oded Grajew, al tempo presidente di una industria di giocattoli od ora di una commissione sul commercio etico. Egli ne parlò con Francisco Whitaker al tempo direttore della “commisione Brasiliana per la giustizia e la pace”. Una volta sviluppata l’idea la proposero a Bernard Cassen direttore di “Le Monde Diplomatique” e presidente di ATTAC. Quest’ultimo ne fu entusiasta e candidò direttamente il Brasile ad ospitare il WSF.
Si cominciò a cercare organizzazioni interessate a supportare l’idea. Si radunarono 8 associazioni che firmarono un “cooperation agreement “ e diedero vita al primo Social Forum Mondiale di P.Alegre: Brazilian Association of Non-Governmental Organizations (ABONG); Association for the Taxation of financial Transactions for the Aid of Citizens (ATTAC); Brazilian Justice & Peace Commission (CBJP); Brazilian Business Association for Citizenship (CIVES); Central Trade Union Federation (CUT); Brazilian Institute for Social and Economic Studies (IBASE); Centre for Global Justice (CJG); Landless Rural Workers Movement (MST).
La scelta ricadde sul Brasile perchè Cassen riteneva che il WSF si sarebbe dovuto svolgere in un paese del”terzo mondo” ed il Brasile era una dei pochi a possedere le strutture e le capacità organizzative. Nel Marzo del 2000 le 8 associazioni mandarono una delegazione a P.Alegre per spiegare al Governatore ed al sindaco Olivio Dutra e Raul Pont l’ambizioso progetto. Una volta ottenuto il loro consenso il meccanismo organizzativo si mise in moto.
Nacque un comitato Brasiliano in supporto del Forum e furono diramati inviti alle varie organizzazioni della società civile. In Giugno una delegazione del WSF presentò il progetto a Ginevra dove un folto numero di organizzazioni contrarie alle politiche Neo-Liberiste si erano date appuntamento (http://www.geneva2000.org). Tale manifestazione era contemporanea e antagonista ad un summit organizzato dalle Nazioni Unite il “Copenaghen +5” (http://www.earthsummit2002.org/wssd/Default.htm).
L’idea del WSF in quella occasione riscosse un consenso unanime e proprio in quella occasione nacque un “international committe” per supportare il Forum stesso. Questi sono stati i passi fondamentali che portarono alla nascita del primo Forum Sociale Mondiale di P.Alegre nel Gennaio del 2001. Ora siamo a 2 giorni dal quinto, eppure sembra ancora che il Forum sia come quel computer super costoso poggiato sulla nostra scrivania. Quando ce lo hanno venduto promettevano che sapeva fare di tutto, ma noi ancora lo usiamo solo per la posta elettronica.
Il Forum rappresenta in maniera speculare i movimenti emersi in questi anni. È spontaneo, numeroso, colorato, profondo, incazzato ma come i movimenti nessuno lo sa definire o indirizzare in modo definitivo. Questa è una forza e una debolezza al tempo stesso. Insomma è bello incontrarsi parlarsi e conoscerci, ma a questo punto della storia ci conosciamo già e già ci siamo parlati, bisogna parlare ad altri ed agire.
Il WSF del 2005 si è posto questi problemi, vedremo tra qualche giorno se riuscirà a risolverli. Gli organizzatori hanno fatto un grande sforzo per limare le imperfezioni delle ultime edizioni del Forum. Si è lavorato molto nel cercare di ridurre e accorpare le conferenze. Difatti un Forum mondiale riesce a disorientare chiunque con la quantità di eventi che lo compongono. Sono letteralmente migliaia, le conferenze, tavole rotonde, seminari e panels… (di cui in realtà non si intende bene la differenza).
Il programma sembra un libro, e la mappa della città per individuare i vari i siti sembra quella di una caccia al tesoro. Al di la di questo problema ce ne sono altri due, il primo è la richiesta da parte soprattutto dei movimenti sociali di essere più concreti, come ad esempio quando all’interno del forum nel 2003 si decise di fare la prima marcia mondiale della storia, quella del 15 Febbraio del 2003 contro la guerra in Iraq, questo evento dimostra le enormi potenzialità di portata mondiale del Forum. L’altra spinta forte è di cercare di allontanare il Forum dal Brasile.
L’esperimento India del Forum 2004 è stata uno degli eventi più spettacolari a cui mi sia stato dato di assistere. A differenza di Porto Alegre dove Chomsky e Arundhati roy, riempirono il palazzo dello sport fino a scoppiare a Mumbai le star erano le persone che avevano viaggiato per tutto il sub-continente per venire a dire al resto del mondo che non potevano più per gridare la loro rabbia e cercare aiuto e solidarietà, lo hanno fatto ballando e parlando la loro lingua, ma comunque li abbiamo capiti.
Si sono create reti nuove, contatti inimmaginabili ad esempio tra organizzazioni sindacali dell’America Latina e dell’Asia, abbiamo scoperto le lotte del popolo Indiano, ma anche quelle di tutti i paesi confinanti, abbiamo riscoperto la lotta decennale dei popolo della valle della Namada contro il mostruoso complesso di dighe che affonderà e ha affondato le loro terre natali e ha dato il controllo dei rubinetti dell’acqua alle multinazionali. Le lotte delle vittime dell’ Agent Orange in Vietname e Cambogia, abbiamo visto i Tibetani sfilare con i Cinesi.
Ovviamente bisogna essere gratis a Porto Alegre per averci ospitato a braccia aperte, per fornirci servizi di bus speciali e la ospitalità solidale, per sopportarci dal 2001 fino ad oggi, per far mettere le tende allo youth camp che indubbiamente è l’accampamento giovanile più multiculturale mai visto e per averci fornito tante idee su cui riflettere. Pero forse il Forum dovrebbe svincolarsi da questa formula (ogni 2 anni a porto Alegre) ed essere più libero di girare per il mondo ad aiutare e far conoscere le realtà locali. O per lo meno diversificare gli eventi, visto che il Forum di Porto Alegre con i suoi 700 computer, più di 3000 punti di accesso ad internet, 30 cybercafè, 11 centrali di informazioni, 203 sale conferenza e 2000 eventi ha ben poco a che vedere con il polveroso sitio che ha ospitato il forum in india.
In ogni modo da oggi cominceranno ad affluire delegati, giornalisti, partecipanti e curiosi da circa 119 paesi, le delegazioni più grandi si aspettano da Brasile e Argentina, seguite da Stati uniti, Uruguay, Francia e Paraguay, l’India, a prova del buon effetto di aver ospitato l’ultimo foro è la decima delegazione per numero di partecipanti.
L’Italia è al dodicesimo posto con 314 delegati.
Simone Bruno
redazione@reporterassociati.org
Porto Alegre, 26 Gennaio 2005.
Lascio Buenos Aires e per me già comincia il forum, infatti l’ autobus che in 20 ore mi porterà a Porto Alegre è pieno di partecipanti, curiosi, giornalisti e attivisti. Per fortuna questo rende il viaggio un po’ più leggero ed interessante e le ore scorrono veloci più di quanto pensassi.
Sono seduto accanto ad un ragazzo Argentino facente parte di una chiesa di inspirazione protestante (mi domando veramente cosa farà il suo gruppo a P.Alegre) e mi ricordo di un paio di libri letti da poco in cui si avanzava l’idea che la gente vista la crisi si stesse rifugiando in credenze religiose e che predicatori in stile americano infestassero ormai i cinema di Buenos Aires ormai falliti. Che vogliano conquistare il forum?
Poco più in la 4 compaesani (ossia Colombiani) che vanno al Forum con Babels. Babels è una organizzazione di volontari nata e cresciuta in seno ai fenomeni “forum”. Loro si occupano di traduzione. Quest’ anno le lingue del forum saranno molte, arabo, tedesco, inglese, spagnolo, francese, Guarani, ebraico, indi, indonesiano, italiano, giapponese, coreano, portoghese, quechua, russo, wolof e il linguaggio gestuale Portoghese, Il Quechua è la lingua degli indigeni delle Ande, parlata ancora oggi da circa 13 milioni di persone, invece il Wolof è parlato in Gambia, Senegal e Mauritania, Tupi-Guarani è invece l’idioma più comune tra gli Indigeni Brasiliani.
Ogni intervento tenuto in una di queste lingue sarà tradotto nei quattro idiomi ufficiali del forum (Inglese, Francese, Spagnolo e Portoghese), chi assiste potrà ascoltare le traduzioni dei volontari di babels tramite normali radioline o quelle fornite dall’organizzazione. Il passaggio della frontiera si rivela un poco più complesso del dovuto, questo per il fatto che i Colombiani vengono sempre trattati con sospetto, grazie alla pessima fama che gli è stata appiccicata addosso, ma in realtà la lunga attesa si rivela piuttosto divertente.
Ci ritroviamo a cantare attorno ad un ragazzo Argentino fan di Manu Chao (sembra domani lo vedremo live al forum). Io mi intrattengo con un attivista SudAfricano, parlando della svolta neo-liberale presa dal ANC (African National Congress) il partito di Mandela che liberò il paese dall’Apartheid. Ora il problema degli attivisti è quello di convincere la gente a votare per una delle alternative nate in questi anni.. difatti anche se sembra incredibile gli effetti delle politiche economiche hanno tolto quei pochi privilegi che i poveri avevano durante gli anni delle repressioni razziali.
Ora infatti acqua e luce sono privatizzate e vanno pagate le bollette, cosa che la gente non può permettersi. Quindi le multinazionali tagliano i servizi e gli attivisti come quelli di Soweto li ricollegano illegalmente. Dopo un lungo sonno all’orizzonte si cominciano ad intravedere le cime degli edifici di Porto Alegre affacciati sul Rio Guaiba. Siamo ricevuti da alcuni dei 2500 volontari che ci aiuteranno per tutti i giorni del forum ogni volta che avremo bisogno di informazioni o ci perderemo. Vengo indirizzato ad uno dei bus gratuiti che collegano i vari luoghi in cui vivrà questo quinto forum mondiale.
La mia destinazione è il Gasometro per ricevere l’ accredito stampa. Il nome di questo posto non è casuale, siamo in un vecchio gasometro abbandonato e ristrutturato, il posto è pieno di fascino e di persone in coda per ricevere accrediti e programmi. Quest’anno ci saranno circa 5000 giornalisti, tra cui molti freelance o rappresentanti media alternativi, per noi è stata istituita una grande sala stampa con molti computer e connessioni ad internet. Intravedo e saluto Giulietto Chiesa che è in partenza per l’Iraq (buona fortuna!!).
La V Ciranda ha uno spazio suo privato, questi sono giornalisti indipendenti che si riuniscono per cercare di avere una copertura esaustiva di tutto il forum, con materiale copyleft. Saluto vecchi amici e comincio a fare qualche foto. L’atmosfera che si respira è bella euforica e carica di emozioni, il sole calante da un colore molto caldo a queste mie prime ore tra la gente. È ora di andare da Adenirse.
Dopo qualche ora qui in giro comincio a sentire il bisogno di una doccia. Adenirse e Paola le ho conosciute qui nel 2003 e siamo rimasti in contatto fino ad ora. Loro sono nel programma cittadino di ospitalità solidale. Sono i discendenti di una famiglia Italiana, come tante persone di questo stato Brasiliano, il Rio Grande do Sul, anche quest’anno in cambio di ospitalità praticheremo insieme un po’ di Italiano e mangeremo un po’ di pasta. Più tardi farò un giro allo Youth Camp e alla festa che si terrà qui al Gazometro.
Uscendo vedo un cartello che annuncia la presenza del Presidente Lula al Forum, due anni fa fu accolto come un eroe, sono curioso di vedere come lo riceverà la gente ora.
Simone Bruno
Si chiama Territorio del mondo sociale ed è una "nuova città", sorta in pochi mesi lungo uno spazio di quattro chilometri vicino al porto e lungo la riva del fiume di Porto Alegre. Convergeranno qui, tra pochi giorni, gli oltre centomila partecipanti attesi al V Forum sociale mondiale, in programma dal 26 al 31 gennaio. Porto Alegre, perduta recentemente dal Pt, il Partito dei Lavoratori, torna ancora una volta ad essere la capitale dei movimenti. Qui cinque anni fa cominciò un processo che si è articolato e consolidato in modo vertiginoso, diffondendo il suo messaggio - un altro mondo è possibile e necessario - e il suo metodo - lo spazio aperto di confluenza - letteralmente in ogni angolo del pianeta. Si torna a Porto Alegre, ma questa volta sarà un Forum nuovo, diverso. Non poteva essere diversamente dopo l’energetica esperienza di Mumbai. Su due fronti, infatti, ciò che Mumbai ha insegnato, verrà consolidato e sviluppato nel prossimo Social Forum.
Fusione dei fini e dei mezzi
Obbligati anche dalla mancanza di un supporto politico e istituzionale analogo a quello offerto dal Pt in Brasile, gli indiani hanno dovuto fare appello alle risorse e ai saperi dei movimenti sociali: architetti radicali e ambientalisti (che hanno trasformato un vecchio sito industriale in un villaggio), lavoro volontario, mondo dell’economia solidale e sociale locale (nell’offerta di alimenti).
Ebbene, questa ricerca obbligata di coerenza tra valori e infrastrutture fisiche e sociali, a Porto Alegre non solo è stata assunta, ma è diventata il progetto di una città diversa.
Bioarchitetture costruite da lavoratori dei movimenti rurali con materiali biologici o di riciclo; mezzi di trasporto alternativi; controllo dell’impatto ambientale; uso di software non proprietario e creazione di nuove tecnologie per la registrazione delle traduzioni e la loro diffusione via web; ricorso ad imprese solidali, al commercio equo e al consumo etico nell’approvvigionamento del Forum: tutto questo insieme di forze produttive alternative dovrà dare visibilità a una molteplicità di pratiche e stili di vita dimostrativi di altri mondi possibili, "post-liberisti e post-capitalisti"; e mettere alla prova possibilità diverse di costruire la "nuova città".
Alla fine a Porto Alegre resterà in dono un luogo risanato, incluso un nuovo Museo di arte contemporanea.
Non centralizzare
La seconda innovazione riguarda la metodologia politica e la configurazione stessa del processo e dell’evento.
I primi tre Fsm sono stati organizzati, nella parte centrale del programma, dal Comitato Organizzatore brasiliano e dal Consiglio Internazionale del Social Forum mondiale. L’organizzazione dell’appuntamento in India è passata invece attraverso un faticoso processo di reciproco riconoscimento e convergenza di movimenti asiatici e indiani.
Ne è scaturito un processo più democratico e partecipativo nella definizione degli stessi eventi centrali del Forum e non solo negli spazi lasciati all’autorganizzazione di attività, come nei Forum precedenti. Un’innovazione che - con l’introduzione di assemblee tematiche autorganizzate - ha anche in qualche modo sbloccato la dialettica tra i difensori di una concezione del "Forum come spazio" e i sostenitori di un concetto di "Forum come soggetto" d’azione.
Anche questa innovazione è stata assunta e sistematizzata.
Le attività centrali - le plenarie - sono infatti praticamente scomparse. E questa volta il programma è stato costruito attraverso un processo di consultazione aperto, realizzato via Internet, che ha coinvolto nel corso di sei mesi 1863 organizzazioni, che hanno contribuito a definire priorità e assi tematici.
Al termine della consultazione, le proposte sono state raggruppate in undici territori o stazioni tematiche, che definiranno l’organizzazione dello stesso spazio fisico del Forum, e che dovrebbero dare migliore visibilità ai contenuti attorno ai quali si stanno coagulando le principali forme di opposizione alla globalizzazione neoliberista.
Infine dentro gli undici territori sono stati introdotti ulteriori strumenti - confluenza di proposte di seminari, report sui risultati, spazi di coordinamento, assemblee tematiche - che dovrebbero facilitare l’organizzazione, la diffusione e il coordinamento di campagne, azioni, obiettivi.
Nuova politica e Fsm
Un passo nuovo, dunque, nella politica dello "spazio aperto", che scommette sulle "reti" come strumento di autorganizzazione dei movimenti. Senza soffocarne diversità e incontenibilità. Sono, infatti, comunque oltre duemila gli eventi programmati. Ma ci sarà anche un’altra politica di cui si discuterà e sarà un tema che attraverserà il Forum: la natura bloccata dei sistemi politici. In una moltitudine di seminari, spesso intitolati "nuova politica", ci si interrogherà su percorsi e strategie nuove per liberare il rigetto popolare al neoliberismo e alla guerra che oggi è esclusa dal sistema politico.
Proprio questo tema, infatti, è stato individuato come uno dei tre assi trasversali del quinto Forum mondiale, insieme alla lotta contro il capitalismo, il patriarcato e il razzismo.
di Marco Berlinguer (martedì 25 gennaio)
Passare da Manaus a Porto Alegre è un po’ come fare un capriola, saltare dal nord al sud del Brasile e in una notte di volo abbandonare il torrido e piovoso inverno amazzonico per ritrovarsi nella ventilata estate del Rio do Sul, una citta molto simile a una capitale europea, una sorta di Milano con le palme. Una città spopolata dai suoi abitanti, che per lo piu si godono altrove le spiagge e le vacanze estive, ma in attesa di migliaia di delegati per il grande Forum Mondiale che inizia il 26 gennaio).
Pantaloni corti e zaino in spalla, in molti hanno già iniziano a ritirare gli accrediti e l’ambitissima borsa di tela con il logo del World Social Forum alla Usina do Gasometro, uno degli edifici dove si svolgeranno gli incontri dei prossimi giorni. Dato l’addio alla Puc quest’anno il meeting si trasferisce in un area piu’ compatta, circa 50mila metri quadrati di edifici, prati e capannoni affacciati sul lago Guaiba, e denominati Territorio Sociale Mondiale.
Gli organizzatori attendono circa 120mila persone da 119 paesi di tutto il mondo. All’accampamento della gioventù, un vero e proprio villaggio di tende colorate situato al parco dell’Armonia nel centro della città, se ne sono registrate 13mila. Ma si pensa che raddoppieranno entro la fine del Forum.
Al momento le delegazioni più numerose, dopo quella brasiliana (quasi 4mila delegati), sono quelle di Argentina e Stati Uniti, entrambe sopra i 1000 rappresentanti. A seguire Uruguai, Francia e Paraguai. L’India, che ha ospitato il Forum Mondiale lo scorso anno, è presente a Porto Alegre con 374 persone. L’Italia, che nel 2003 era la seconda delegazione più appresentata (con oltre mille delegati) passa quest’anno al dodicesimo posto con 314 rappresentanti registrati. Sono invece in aumento le presenze dall’Est Europa, dall’Africa e dall’Asia. E anche i paesi colpiti dallo Tsunami, pur tra le immaginabili difficoltà, parteciperanno al Forum.
Significativa è anche la presenza annunciata di oltre 5400 giornalisti accreditati, in rappresentanza di 69 paesi, il tutto a testimoniare l’attenzione con la quale i media internazionale guardano all’evento.
Intanto, come da tradizione, in questi giorni si stanno svolgendo alcuni forum tematici: quello della salute, dei migranti e dei magistrati, iniziati ieri, e quello delle Autorità inaugurato oggi. Mentre domani si svolgerà un meeting mondiale interamente dedicato alla comunicazione, il primo del genere.
Il quinto World Social Forum si aprirà formalmente mercoledì alle 18 (le 21 in Italia) con un corteo (la tradizionale Caminhada pela Paz ) che partirà da Largo Glênio Peres, davanti al mercato centrale della città, e terminerà all’Anfiteatro Pôr-do-Sol con un grande concerto.
Il giorno successivo avranno inizio le migliaia di seminari, plenarie e workshop che costituiscono il cuore di questo forum, una mole tale di appuntamenti da aver obbligato gli organizzatori a pubblicare il tradizionale programma per i delegati in 3 puntate. Al momento è disponibile soltato la prima, una sorta di giornale formato tabloid che, in 127 pagine, riporta in quattro lingue (inglese, spagnolo, portoghese e francese) gli appuntamenti dei primi tre giorni. Il primo sara’ quello del 27 mattina con il presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva che da Porto Alegre lancerà la campagna mondiale contro la povertà.
lunedì, 24 gennaio, 2005
E’ tutto pronto per la Quinta edizione del World Social Forum 2005, il Forum Sociale Mondiale che quest’anno nei giorni 26-31 gennaio torna a Porto Alegre (Brasile).
E’ tutto pronto. Mentre gli artisti del "Caravane Theatre" provano i trampoli intrattenendo i passanti, gli elettricisti stanno finendo di sistemare gli ultimi fari sul grande palco dell’Anfiteatro "Por do Sol", dove si terrà la cerimonia di apertura del World Social Forum 2005, il Forum Sociale Mondiale (26-31 gennaio) che quest’anno torna a Porto Alegre, in Brasile.
Era nato come il contraltare del "World Economic Forum" di Davos, la ricca cittadina svizzera dove da anni si radunano i maggiori leader politici, dell’economia, della finanza e delle imprese per tracciare i futuri scenari del globo. Ma l’agenda dei due appuntamenti, rigorosamente paralleli, sembra sempre più contaminarsi a vicenda: non è un caso che il fondatore e presidente del Forum di Davos, Klaus Schwab, non perda occasione per sottolineare la partecipazione di alcune Ong al meeting svizzero e che - dall’altra parte - il popolo "alter-global" vedrà partire il presidente Lula per Davos proprio dopo aver fatto i saluti ai convenuti a Porto Alegre.
Ma le differenze permangono e sono profonde. Ai Capi di Stato e di governo dei Paesi industrializzati che nelle scorse settimane prima a Giacarta e poi a Parigi hanno prospettato solo una "moratoria del debito" dei Paesi colpiti dallo tsunami, i promotori di Porto Alegre hanno già risposto con un documento nel quale chiedono la "cancellazione totale, immediata e incondizionata dei 272 miliardi di debito estero degli undici Paesi colpiti dal maremoto".
Una presenza numerosa a Porto Alegre sarà quella degli attivisti degli Stati Uniti che nei giorni scorsi hanno fatto sentire il loro coro di proteste alla cerimonia di insediamento del presidente George W. Bush. Come afferma Timi Gerson dell’organizzazione Public Citizen, non vogliono darsi per vinti: "E’ importante sentirsi parte di un movimento internazionale specialmente dopo la vittoria di Bush". L’impegno è quello di creare alleanze tra nord e sud delle Americhe per opporsi ai nuovi trattati commerciali come l’Alca e il Cafta che "aumenteranno i problemi sia che tu sia un lavoratore dell’acciaio americano o un coltivatore messicano" - nota Gerson. E, proprio nelle Americhe, il Forum mondiale sta avendo una vasta eco. In questi giorni a Manaus (Brasile) si è tenuta la Quarta edizione del Forum Pan Amazzonico. Oltre 10mila partecipanti tra popoli indigeni, organizzazioni sociali e sindacati accomunati dallo slogan "diversità, sovranità e pace": hanno rivendicato il diritto alla terra, all’acqua, alla sovranità alimentare, il no alla deforestazione, agli Ogm, ai mega-progetti insostenibili, allo sfruttamento incondizionato del territorio, alla privatizzazione delle risorse e alla militarizzazione crescente.
Proposte che porteranno a Porto Alegre dove ci saranno anche i rappresentati delle popolazioni colpite dallo tsunami che lo scorso anno furono tra i protagonisti del Forum mondiale di Mumbai in India. Porranno all’attenzione i problemi endemici dei loro Paesi, tra cui quello già citato del debito estero. Il legame tra debito estero e "debito ecologico", tra impoverimento, guerre e terrorismo appare sempre più consolidato: il Rapporto del prestigioso Worldwatch Institute pubblicato nei giorni scorsi ricorda che "la lotta al terrorismo sta distogliendo l’attenzione dai reali problemi del mondo" dove il vero ’asse del male’ non è rappresentato dagli ’stati canaglia’, ma dal "pericoloso circuito tra povertà, malattie infettive, degrado ambientale e crescente competizione per l’accesso al petrolio ed altre risorse".
Giunto alla quinta edizione, il Forum di Porto Alegre sta a dimostrare che, dato più volte per morto, il cosiddetto movimento "no global" è vivo e continua il cammino verso la costruzione di "un altro mondo possibile". La prima edizione di Porto Alegre aveva rappresentato l’insorgere del "movimento" sulla scena internazionale; la seconda una importante conferma; la terza ha manifestato il "peso politico" del movimento che ha sostenuto l’elezione di Lula, mentre la quarta - quella di Mumbai - ha fatto capire che il movimento "alter-global" è radicato non solo tra i popoli dell’emisfero ovest del mondo, ma anche nei Paesi asiatici e africani. L’edizione di quest’anno si annuncia con una domanda di crescente partecipazione "dal basso" e di un agire politico più concreto e localizzato. E, c’è da contarci, lo "spirito di Porto Alegre" non mancherà di farsi sentire anche a Davos. [GB]
LA SCHEDA
Sono già più di 60mila gli iscritti agli oltre 1800 seminari, in rappresentanza oltre 180 paesi del mondo e di un numero di organizzazioni maggiore del passato. Non ci saranno eventi di grande rilievo mediatico, ma gli organizzatori non hanno perso la speranza che il presidente Lula accompagni il suo ospite, il primo ministro spagnolo Zapatero, in visita in Brasile proprio nei giorni del Forum.
Dopo Mombay (India) dove sono confluiti oltre 74mila delegati da 117 paesi del mondo, il Forum Sociale Mondiale torna quest’anno a Porto Alegre. Undici le "aree tematiche" dove i partecipanti discuteranno temi già affrontati in Forum precedenti come la "difesa dei beni comuni della terra e dei popoli", "pace e smilitarizzazione, lotta alla guerra e al debito", "economia sovrana dei popoli, contro il capitalismo neoliberista" ma anche di "etica, visioni del mondo e spiritualità", "difesa delle diversità e delle identità culturali"e di "arti e creatività per costruire le culture di resistenza dei popoli".
Tra le numerose delegazioni italiane anche quella della Caritas che per la prima volta parteciperà all’evento, guidata da mons. Franco Agostinelli, vescovo di Grosseto e membro di presidenza di Caritas Italiana, e dal direttore don Vittorio Nozza.
La "Tavola della Pace" proporrà al Forum di assumere la "Marcia della pace Perugia-Assisi" come uno degli appuntamenti dell’agenda della società civile mondiale. (G.B.)
Protesta di strada Poliziotti spiazzati di fronte a finti robocop, ticinesi sadomaso e signorine vestite a lutto per la morte della libertà d’espressione
BERNA
«Sarà una risata che vi seppellirà». La protesta contro il World Economic Forum ha mantenuto la promessa e messo in campo una massiccia dose di ironia - a fronte di un imponente dispositivo di polizia. Piccole manifestazioni a Davos, Losanna e Winterthur. Mentre per l’intera giornata di ieri la capitale - baciata da un sole generoso - è stata invasa da migliaia di manifestanti che hanno scelto di dire la loro con ogni mezzo necessario, purchè rumoroso e colorato. E’ stato il trionfo dello sfottò, un teatro di strada diffuso e spontaneo, un inno collettivo in nome della beffa. Mescolato ai bernesi dediti al tradizionale shopping del sabato, il fronte della protesta ha risposto al divieto di manifestare imposto dalla municipalità con palloncini, bolle di sapone e strumenti musicali, in un diluvio di maschere e travestimenti.
Andavano forte le parodie poliziesche: robocop finti che fermavano bambini di sei anni per chiedere loro conto dei pneumatici della trottinette - mentre facevano roteare i manganelli di plastica e si arrotolavano col dito il baffo posticcio di memoria hitleriana. Un gruppo di estrosi ticinesi la buttava sul sadomaso: un giovane punkeggiante si faceva frustare da due poliziotte - cattivissime, non fosse per la risata caotica che risuonava per i vicoli della città vecchia. C’era un finto presidente della Confederazione, portato al guinzaglio dal signor Klaus Schwab, il padre-padrone del Wef. Due signorine vestite a lutto, velo nero e incensi alla mano, non hanno mai smesso di ululare pianti di dolore per la fine della libertà d’espressione. Molte le processioni di preghiera, piccoli e surreali cortei di persone che recitavano litanie anti-capitaliste. Le storiche fontane cittadine erano addobbate con cartelli targati Wef, che proclamavano l’avvenuta privatizzazione: «un bicchiere, 3 franchi». Fra i fake d’autore brillavano le pillole «Antirepressiva», le telecamere di cartone di RepressTV e i finti delegati del World Economic Forum: giacca e cravatta, 24 ore alla mano e first lady impellicciata al braccio. Un paio fra questi hanno avuto il merito di spiazzare anche la polizia, arrampicandosi sui blindati e gridando: «Attaccate immediatamente».
Perplessi e non troppo svegli, i poliziotti bernesi esitavano e si vedeva che quasi ci credevano. A Köniz, periferia cittadina, ignoti hanno tappezzato le vetrine di Mc Donald di adesivi burloni: «fracassato» e «distrutto». Fra canti, balli e prese in giro, in un delirio di ombrelli colorati e partite di calcetto improvvisate, l’unica nota stonata era l’enorme dispositivo di polizia. Migliaia di agenti in tenuta anti-sommossa che hanno identificato tutti i manifestanti servendosi di moduli pre-stampati. Chi rifiutava di fornire i documenti veniva fermato e a fine serata la polizia fissava a 74 il numero degli arrestati, almeno 100 secondo il servizio anti-repressione. Un solo ferito accertato, un ragazzo che è stato chiuso in gabbia con un cane-poliziotto.
La polizia ha usato la mano pesante anche con i giornalisti: spintoni a una cronista, colpevole di filmare l’intervento - nei corridoi della stazione ferroviaria - di un centinaio di agenti contro dodici manifestanti. A seguire, due zelanti addetti stampa della polizia provvedevano a fare spegnere le telecamere della televisione di stato, alla faccia del diritto di cronaca. A sera, centinaia di annoiati robocop venivano dirottati sul centro sociale Reithalle.
Fra birre, dj set e qualche fanciullo dal sanpietrino facile un po’ frustrato per l’eccesso di sorrisoni buoni, a Berna ancora si danza mentre chiudiamo questa pagina.
Il quinto Forum Sociale Mondiale si svolgerà a Porto Alegre, in Brasile, dal 26 al 31 gennaio 2005.
Per questa edizione il forum sarà organizzato in undici aree tematiche:
Affermazione e difesa dei beni comuni della terra e dei popoli, come alternativa alla mercificazione e al dominio delle transnazionali.
Arti e creatività: per costruire le culture di resistenza dei popoli
Comunicazione: pratiche controculturali, diritti e alternative
Difesa delle diversità, della pluralità e delle identità
Diritti umani e dignità per un mondo giusto ed egualitario
Economia sovrana dei popoli e per i popoli. Contro il capitalismo neoliberista
Etica, visioni del mondo e spiritualità. Resistenze per un nuovo mondo
Lotte sociali e alternative democratiche. Contro il dominio neoliberista
Pace e smilitarizzazione. Lotta contro la guerra, il libero commercio e il debito
Autonomia intellettuale, riappropriazione e socializzazione dei saperi, delle conoscenze e delle tecnologie
Per la costruzione di un ordine democratico internazionale e dell’integrazione tra i popoli
Ogni area tematica dovrà essere affrontata tenendo presenti tre assi trasversali di orientamento:
1) La dimensione della proposta politica oltre la dimensione etica
2) Contro il neoliberismo, il capitalismo e il patriarcato
3) Contro il razzismo
Ogni area tematica si concluderà ogni giorno con una assemblea plenaria dalle 17 alle 19 che farà il punto dei lavori e infine produrrà un documento e una proposta di campagna politica mondiale.
Le dichiarazioni finali del FSM saranno composte dai documenti presentati dalle undici aree tematiche ed eventualmente da una sintesi comune.
CANTIERI SOCIALI
L’altro mondo possibile è bello (anche) perché è vario. Potrebbe essere questa la massima con la quale si apre il quinto Forum sociale mondiale che torna a Porto Alegre, dal 26 al 31 gennaio, ma molto diverso dal passato nella forma e nei contenuti. Le informazioni, le notizie, gli approfondimenti, una (guida al forum) e molto altro, nell’almanacco di Carta sull’America latina da giovedì 27 in edicola. Centomila le presenze previste, provenienti dai cinque continenti e da oltre sessanta paesi ma sono state abolite le oceaniche plenarie in favore di una miriade di seminari grandi e piccoli. Evidentemente il quarto Forum mondiale di Mumbai ha insegnato qualcosa anche nel metodo: il Forum del 2005 è stato costruito con un grande lavoro preparatorio di (relazione) tra differenti gruppi e tra diverse tematiche. Il meccanismo è stato il seguente: chi ha un seminario da proporre lo invia in rete al Forum mondiale. Tutte le proposte simili o assimilabili vengono accorpate e danno luogo a un unico seminario in cui si mescolano le associazioni e le organizzazioni e anche i paesi. Un metodo bello a dirsi ma più difficile a farsi anche perché la regia è stata, ci dicono, piuttosto evanescente. Ne può venir fuori un grande caos oppure una straordinaria ricchezza.Se il Forum si spalma sull’intera città, si allargano anche gli assi tematici che diventano undici: Beni comuni della terra e dei popoli; arte e creazione; comunicazione; difesa delle diversità, pluralità e identità ; diritti umani e dignità; sovranità economica per e dei popoli contro il neoliberismo; etica, visione cosmica e spiritualità; lotte sociali e alternative democratiche al dominio neoliberista; pace e smilitarizzazione. Lotta alla guerra, al libero commercio e al debito; autonomia di pensiero riappropriazione e socializzazione della conoscenza «dei saperi» e delle tecnologie e, infine, verso la costruzione di un ordine democratico internazionale e integrazione dei popoli.Il giorno prima dell’inizio ufficiale, si terranno tre significative iniziative: il Forum delle autorità locali che si tiene ogni anno nella patria del bilancio partecipativo (ma anche nel corso del Forum si svolgeranno seminari e dibattiti sul tema). E poi il Primo Forum mondiale della informazione e della comunicazione e il Forum sindacale sul Futuro del movimento sindacale internazionale.
Un pre-appuntamento anche per gli italiani: alle due del pomeriggio del 26 all’hotel Alfred. Una occasione per trovare un filo comune. Poi, tutti alla manifestazione di apertura che comincerà alle cinque del pomeriggio con la Marcia contro il liberismo da largo Glênio Peres per avenida Borges de Medeiros, avenida Ipiranga per concludersi all’Anfiteatro Pôr-do-Sol dove si aprirà la lunga festa che proseguirà per tutta la notte. Alla Porta del sole si alterneranno con brevi interventi rappresentanti dei cinque continenti con spettacoli ciascuno della durata di cinquanta minuti ¡ Tamburi per la pace, Amit Heri e Rabbi Shergil, Qbeta, Luck Mervil, La Sarita, Bersuit Vergarabat, Snuff Puppets, Sombrero Luminoso, La Phaze e Manu Chao.
Dal 27 al 31 il lavoro sarà molto e a ritmi serrati e non mancheranno momenti che faranno molto discutere, in particolare le due iniziative alle quali parteciperanno il presidente brasiliano Lula e quello venezuelano Chavez. In ballo la questione della mancata riforma agraria che porterà a Porto Alegre una numerosissima delegazione del movimento dei Sem terra.Infine, segnaliamo con piacere la presenza, anche quest’anno di Galeano e, per la prima volta, di Holloway che discuterà di «cambiare il mondo senza prendere il potere».
16 Jan 2005
In Brasile è tutto pronto per l’inizio del quinto Foro Sociale Mondiale che aprirá i battenti a Porto Alegre il prossimo 26 gennaio. Nei giorni precedenti si svolgono vari eventi mondiali come il Foro Mondiale dell’Informazione, dei giudici, dei parlamentari. Il programma dei Forum inizia il 18 gennaio a Manaus (Amazônia) con il Foro Pan-Amazzonico che raccoglie più di ottomila rappresentati delle organizzazioni della macroregione Amazzonica che si estende su otto paesi latinoamericani in cui si trovano le maggiori richezze idriche, biologiche e minerarie del pianeta. Tra i primi appelli viene chiamato in causa l’Organizzazione del Trattato di Cooperazione dell’Amazonia (OTCA) a cui viene chiesto un maggior impegno in varie aree per quanto riguarda vari servizi tra cui quelli di telefonia, energia e infrastrutture viarie. Il 23 e 24 gennaio si terrà il Migration Social Forum a cui si affianca dal 23 al 25 il primo Forum sulla salute mondiale.
Preparativi per il Wsf
Da una lettura del programma si scopre che tra i temi più trattati nella quattro giorni del Forum Mondiale c’è quello dei ‘diritti umani e la dignità umana’ che vedrà 471 eventi promossi da organizzazioni di 45 paesi diversi. Tra questi viene segnalato l’appuntamento promosso da Puntorosso- Forum Mondiale delle Alternative, GUE/NGL Group at the European Parliament e LILA Cedius Onlus ci sarà la tavola rotonda che si ripropone di mettere a confronto i cosiddetti approcci radicale e riformista in tre settori chiavesu agricoltura, armi e farmaci.
Il 23 gennaio si terrà l’assemblea continentale della rete per la cancellazione dei debito estero ‘Jubileo Sur/America’ che troverà risonanza anche nell’assemblea dei Popoli del Sud creditori del debito sociale, ecológico e storico prevista per il 29 gennaio. Questo argomento costituisce ormai un momento fondamentale di riflessione e pianificazione nei Forum in quanto legato alla campagna mondiale lanciata dai movimenti e le associazioni di oltre sessantatre paesi del sud del mondo nel ‘99 anche se non ha trovato molta diffusione nei paesi europei.Social Forum senza rotta.
Di fatto il legame tra debito estero e debito ecologico, e tra impoverimento e guerre e terrorismo appare sempre più consolidato.
Il programma del Forum si concluderà con una grande marcia in opposizione al trattato di libero commercio dell’Alca e del sistema della guerra permanente. Dopo l’affluenza di 20mila partecipanti nel 2001, l’anno scorso al Forum tenutosi a Mombay in India si è raggiunto la cifra di 74.000 delegati da 117 paesi del mondo.
Una presenza numerosa sarà quella degli attivisti degli Stati Uniti che stando alle parole di Timi Gerson dell’organizzazione Public Citizen, si sentono molto isolati dopo l’ultima vittoria di Bush. “E’ molto importante sentirsi parte di un movimento internazionale specialmente dopo la vittoria di Bush”.
L’impegno di Gerson e della sua organizzazione sarà quello di creare alleanze tra nord e sud delle Americhe per opporsi ai nuovi trattati commerciali come l’Alca e il Cafta che “aumenteranno i problemi sia che tu sia un lavoratore dell’acciaio americano o un coltivatore messicano”.
Dalla voce di Kristin Sampson, rappresentante dell’International Gender and Trade Network – un’alleanza internazionale diffusa su più di 500 chiese cattoliche e scuole negli Stati Uniti – il Forum Sociale Mondiale viene descritto come un importante spazio per i movimenti sociali per celebrare la diversità e trovare modi per lavorare in raccordo con una strategia.
Fonte:
Fòrum Mundial Social
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