ESERCITO ZAPATISTA
DI LIBERAZIONE NAZIONALE MESSICO
Questa è la nostra semplice parola che cerca di toccare il cuore della gente umile e semplice come noi e, proprio come noi, degna e ribelle. Questa è la nostra semplice parola per raccontare quale è stato il nostro cammino e dove ci troviamo ora, per spiegare come vediamo il mondo ed il nostro paese, per dire quello che pensiamo di fare e come pensiamo di farlo, e per invitare altre persone ad incamminarsi con noi in qualcosa di molto grande che si chiama Messico e qualcosa di più grande che si chiama mondo. Questa è la nostra semplice parola per far sapere a tutti i cuori onesti e nobili, quello che vogliamo per il Messico e per il mondo. Questa è la nostra semplice parola, perché la nostra idea è chiamare quelli come noi ed unirci a loro, in qualsiasi parte vivano e lottino.
I.- QUELLO CHE SIAMO.
Noi siamo gli zapatisti dell’EZLN, benché ci chiamino anche "neo zapatisti". Noi, gli zapatisti dell’EZLN, ci siamo sollevati in armi nel gennaio del 1994 perché vedevamo le troppe malvagità che fanno i potenti capaci solo di umiliarci, derubarci, metterci in prigione e ammazzarci, e niente e nessuno che dice né fa nulla. Per questo motivo dicemmo "Ora Basta! ", in pratica, non avremmo più permesso che ci umiliassero e ci trattassero peggio degli animali. Allora, dicemmo anche di volere la democrazia, la libertà e la giustizia per tutti i messicani, anche se ci siamo concentrati più sui popoli indios. Perché noi dell’EZLN siamo quasi tutti puri indigeni di qua del Chiapas, ma non vogliamo lottare solo per il nostro bene o solo per il bene degli indigeni del Chiapas, o solo per i popoli indios del Messico, ma vogliamo lottare insieme a tutte le persone umili e semplici come noi, che hanno grandi bisogni e che subiscono lo sfruttamento e le ruberie dei ricchi e dei loro malgoverni qui nel nostro Messico ed in altri paesi del mondo. Dunque, la nostra piccola storia è che ci stancammo dello sfruttamento dei potenti e quindi ci organizzammo per difenderci e per lottare per la giustizia. All’inizio non eravamo molti, solo qualcuno, e andavamo da un posto all’altro a parlare ed ascoltare altre persone come noi. Per molti anni abbiamo fatto questo e lo abbiamo fatto in segreto, senza chiasso. Abbiamo raccolto le nostre forze in silenzio. Abbiamo trascorso così 10 anni e poi siamo cresciuti e siamo diventati molte migliaia. Allora, ci siamo preparati bene con la politica e con le armi ed improvvisamente, mentre i ricchi stavano festeggiando l’anno nuovo, siamo piombati sulle loro città e le abbiamo occupate ed abbiamo così fatto sapere a tutti che siamo qui, che ci devono prendere in considerazione. Allora i ricchi si presero un bello spavento e ci mandarono contro i loro grandi eserciti per annientarci, come fanno sempre ogni volta che gli sfruttati si ribellano, li mandano per eliminare tutti. Ma non ci eliminarono per niente, perché noi ci eravamo preparati molto bene prima della guerra e ci facemmo forti dentro le nostre montagne. E qui sono arrivati gli eserciti a cercarci e gettarci le loro bombe e pallottole, e ormai pianificavano di ammazzare in una volta tutti gli indigeni perché non sapevano esattamente chi era zapatista e chi no. E noi a correre e combattere, combattere e correre, come hanno fatto i nostri antenati. Senza consegnarci, senza arrenderci, senza sconfiggerci. Allora, la gente delle città uscì per le strade ed incominciò a gridare di fermare la guerra. Così, noi abbiamo fermato la nostra guerra ed abbiamo ascoltato quei fratelli e sorelle della città che ci dicevano di tentare di giungere ad un accordo, cioè un accordo con i malgoverni per risolvere il problema senza carneficine. E noi abbiamo ascoltato la gente, perché quella gente è come si dice "il popolo", cioè il popolo messicano. Cosicché abbiamo messo da parte il fuoco ed abbiamo tirato fuori la parola. Ed i governi dissero di essere ben disposti e che avrebbero dialogato e fatto accordi e che li avrebbero rispettati. E noi dicemmo che sta bene, ma pensammo anche che sarebbe stato bene conoscere quella gente che era uscita per le strade per fermare la guerra. Allora, mentre dialogavamo con i malgoverni, abbiamo parlato anche con queste persone ed abbiamo visto che la maggioranza era gente umile e semplice come noi, ed entrambi sapevamo bene perché lottavamo, cioè loro e noi. Questa gente la chiamammo "società civile" perché la maggioranza non faceva parte di partiti politici, ma era gente comune, come noi, gente semplice ed umile. Ma risulta che i malgoverni non volevano un buon accordo, era solo un loro stratagemma quello di voler parlare e stringere accordi mentre stavano preparando i loro attacchi per eliminarci definitivamente. E diverse volte ci hanno attaccato ma non ci hanno vinto perché noi abbiamo resistito bene e molta gente in tutto il mondo si è mobilitata. Allora i malgoverni hanno pensato che il problema era che molta gente stava vedendo quello che succedeva a proposito dell’EZLN e di proposito hanno iniziato a comportarsi come se non stesse accadendo nulla. Nel frattempo, ci circondarono per bene, cioè ci accerchiarono, sperando che, siccome le nostre montagne sono remote, la gente si dimenticasse perché la terra zapatista è lontana. E di volta in volta i malgoverni hanno provato e tentato di ingannarci o attaccarci, come nel febbraio del 1995 quando ci scatenarono addosso una gran quantità di soldati ma non ci sconfissero. Perché, come poi si disse, non eravamo soli e molta gente ci appoggiò e resistemmo bene. Allora i malgoverni hanno dovuto fare accordi con l’EZLN e questi accordi si chiamano "Accordi di San Andrés" perché "San Andrés" è il nome del municipio dove sono stati firmati questi accordi. Durante quei dialoghi non eravamo soli a parlare con quelli del malgoverno, ma avevamo invitato molta gente ed organizzazioni che lottavano o lottano per i popoli indios del Messico, e tutti dicevano la loro parola e tutti insieme si concordava che cosa dire ai malgoverni. Così si svolse quel dialogo, non c’erano solo gli zapatisti da una parte ed i governi dall’altra, ma con gli zapatisti c’erano i popoli indios del Messico e quelli che li appoggiavano. Ed in quegli accordi i malgoverni dissero che avrebbero riconosciuto i diritti dei popoli indios del Messico e rispettato la loro cultura, e che avrebbero fatto diventare il tutto, legge della Costituzione. Ma, subito dopo aver firmato, i malgoverni si sono comportati come se se ne fossero dimenticati e sono trascorsi molti anni senza che questi accordi fossero rispettati. Invece, il governo attaccò gli indigeni per farli desistere dalla lotta, come quel 22 dicembre del 1997, data in cui Zedillo fece ammazzare 45 uomini, donne, anziani e bambini nel villaggio del Chiapas che si chiama ACTEAL. Questo grave crimine non si dimentica tanto facilmente, ed è la dimostrazione di come i malgoverni non si fanno scrupolo di attaccare ed assassinare coloro che si ribellano contro le ingiustizie. Mentre succede tutto questo, noi zapatisti facciamo di tutto affinché si rispettino gli accordi e resistiamo sulle montagne del sudest messicano. E incominciammo a parlare con altri popoli indios del Messico e le loro organizzazioni e concordammo con loro di lottare insieme per la stessa cosa, cioè per il riconoscimento dei diritti e della cultura indigeni. Ci appoggiò anche molta gente di tutto il mondo e molte persone stimate per la loro parola perché sono importanti intellettuali, artisti e scienziati del Messico e di tutto il mondo. Abbiamo fatto anche incontri internazionali, cioè ci siamo trovati insieme a parlare con persone dell’America e dell’Asia e dell’Europa e dell’Africa e dell’Oceania, ed abbiamo conosciuto le loro lotte ed i loro modi, e li abbiamo chiamati incontri "intergalattici" per fare gli spiritosi e perché avevamo invitato anche quelli di altri pianeti che però non sono arrivati, o forse sono venuti ma non l’hanno fatto sapere. Poiché i malgoverni non rispettavano gli accordi, allora pensammo di parlare con molti messicani affinché ci sostenessero. Così, per prima cosa nel 1997 abbiamo fatto una marcia su Città del Messico chiamata "dei 1,111" perché vi partecipava un compagno o una compagna per ogni comunità zapatista, ma il governo non ci fece caso. Poi, nel 1999, abbiamo realizzato una consultazione in tutto il paese ed abbiamo così verificato che la maggioranza era d’accordo con le richieste dei popoli indios, ma neppure a questa fecero caso i malgoverni. Per ultimo, nel 2001, abbiamo fatto la "marcia per la dignità indigena" che ha trovato il sostegno di milioni di messicani e di altri paesi, ed è arrivata fino a dove siedono i deputati e i senatori, cioè al Congresso dell’Unione, per esigere il riconoscimento degli indigeni messicani. Ma niente, i politici del partito PRI, il partito PAN ed il partito PRD, si misero d’accordo tra loro e non riconobbero i diritti e la cultura indigeni. Questo accadde nell’aprile del 2001, e in quell’occasione i politici hanno dimostrato chiaramente di non avere un minimo di decenza, di essere svergognati e di pensare solo a guadagnare i loro bei soldi come malgovernanti quali sono. Questo bisogna ricordarlo perché vedrete che adesso diranno che riconosceranno i diritti indigeni, ma è una bugia per far sì che si voti per loro, ma hanno già avuto la loro opportunità e non hanno fatto il loro dovere. Ci siamo dunque resi conto di quanto siano stati vani il dialogo e la negoziazione con i malgoverni del Messico. Loro non badano se stiamo stiamo parlando con i politici perché né il loro cuore né la loro parola sono retti, ma distorti e mentono dicendo che rispetteranno gli accordi, ma non è così. Quel giorno, quando i politici del PRI, PAN e PRD hanno approvato una legge inutile, con un colpo solo hanno ucciso il dialogo e detto chiaramente che non ha importanza quello che concordano e firmano perché non mantengono la parola. Quindi, non abbiamo più cercato nessun contatto con i poteri federali perché abbiamo compreso che il dialogo e la negoziazione erano falliti a causa di quei partiti politici. Abbiamo capito che non gli importava il sangue, la morte, la sofferenza, le mobilitazioni, le consultazioni, gli sforzi, i pronunciamenti nazionali ed internazionali, gli incontri, gli accordi, le firme, gli impegni. In questo modo, la classe politica non solo ha chiuso un’altra volta la porta ai popoli indios; ha dato anche un colpo mortale alla soluzione pacifica, dialogata e negoziata della guerra. E non si può più credere che rispetterà gli accordi presi con qualcuno. Guardate bene e fate esperienza di quanto ci è accaduto. Ci siamo resi ben conto di tutto questo e nei nostri cuori abbiamo pensato che cosa avremmo fatto. La prima cosa che abbiamo inteso era che il nostro cuore non era più come prima, quando avevamo iniziato la nostra lotta, ma era più grande perché avevamo toccato il cuore di molta gente buona. Ed abbiamo capito anche che il nostro cuore era ancora più ferito. Ma non per l’inganno subito dai malgoverni, ma perché quando abbiamo toccato i cuori di altri, abbiamo sentito anche i loro dolori. Era come se ci fossimo guardati in uno specchio.
II.- DOVE SIAMO ADESSO.
Dunque, come zapatisti, abbiamo pensato che non bastava smettere di dialogare con il governo, ma che era necessario continuare la lotta nonostante quei parassiti fannulloni dei politici. L’EZLN decise allora l’applicazione, solo da parte sua (si dice "unilaterale" perché solo da una parte) degli Accordi di San Andrés per la parte dei diritti e cultura indigeni. Per 4 anni, dalla metà del 2001 fino a metà del 2005, ci siamo dedicati a questo e ad altre cose che diremo. Bene, abbiamo allora cominciato ad avviare i municipi autonomi ribelli zapatisti, che è la forma in cui si sono organizzati i popoli per governare e governarsi, per rendersi più forti. Questa forma di governo autonomo non è stata inventata dall’EZLN, ma viene da molti secoli di resistenza indigena e dalla stessa esperienza zapatista, è l’autogoverno delle comunità. Cioè, non è che viene qualcuno da fuori a governare, ma i popoli stessi decidono, tra di loro, chi e come governa, e se non obbedisce lo rimuovono. Cioè, se quello che comanda non obbedisce al popolo, lo rimuovono dall’incarico, non è più autorità e subentra un altro. Ma ci siamo accorti che i municipi autonomi non erano tutti alla pari, ce n’erano alcuni più sviluppati e che avevano maggiori aiuti da parte della società civile, mentre altri erano più abbandonati. C’era quindi bisogno di organizzazione perché ci fosse più parità. Ci siamo anche accorti che l’EZLN, con la sua parte politico-militare si intrometteva nelle decisioni che spettavano alle autorità democratiche, come si dice "civili". Il problema è che la parte politico-militare dell’EZLN non è democratica, perché è un esercito, ed abbiamo visto che non è un bene che la parte militare stia sopra e la parte democratica sotto, perché non deve essere che quello che è democratico si decida militarmente, ma deve essere il contrario: cioè, che sopra la parte politica democratica comanda e sotto la parte militare obbedisce. O forse sarebbe meglio che niente sia sotto ma che tutto sia allo stesso livello, senza parte militare, per questo gli zapatisti sono soldati, affinché non ci siano soldati. Bene, allora, per risolvere questo problema abbiamo cominciato a separare la parte politico-militare dalle forme di organizzazione autonome e democratiche delle comunità zapatiste. Così, azioni e decisioni che prima faceva e prendeva l’EZLN, a poco a poco sono state passate alle autorità democraticamente elette nelle comunità. Sembra facile a dirsi, ma nella pratica è costato molto perché sono molti anni, prima di preparazione alla guerra e poi di guerra, e si fa l’abitudine alla cosa politico-militare. Ma l’abbiamo fatto perché questo è il nostro modo di fare, quello che diciamo poi lo facciamo, perché altrimenti perché lo dovremmo dire se poi non lo facciamo. Così sono nate le Giunte di Buon Governo, nell’agosto del 2003, e con queste si è continuato l’apprendistato e l’esercizio del "comandare obbedendo". Da allora e fino alla metà del 2005, la dirigenza dell’EZLN non ha più dato ordini sulle questioni civili, ma ha accompagnato ed appoggiato le autorità elette democraticamente dalle comunità, inoltre, ha vigilato che le comunità e la società civile nazionale ed internazionale fossero opportunamente informate sugli aiuti ricevuti e sul loro utilizzo. Ed ora stiamo trasferendo il lavoro di vigilanza del buon governo alle basi di appoggio zapatiste, con incarichi temporanei a rotazione, in modo che tutti e tutte imparino e svolgano questo compito. Perché noi pensiamo che un popolo che non vigila sui suoi governanti, è condannato ad essere schiavo, e noi combattiamo per essere liberi, non per cambiare padrone ogni sei anni. L’EZLN, durante questi 4 anni, ha trasferito alle Giunte di Buon Governo ed ai Municipi Autonomi, gli appoggi ed i contatti che, in tutto il Messico e nel mondo, sono stati raccolti in questi anni di guerra e resistenza. Inoltre, in questo periodo, l’EZLN ha costruito un supporto economico e politico che permettesse alle comunità zapatiste di andare avanti con meno difficoltà nella costruzione della loro autonomia e migliorare le loro condizioni di vita. Non è molto, ma è molto di più di quanto si aveva prima dell’inizio della sollevazione, nel gennaio del 1994. Se si legge qualcuno degli studi che fanno i governi, si vede che le uniche comunità indigene che hanno migliorato le proprie condizioni di vita, cioè la loro salute, educazione, alimentazione, abitazione, sono quelle che si trovano in territorio zapatista, come diciamo noi, dove si trovano le nostre comunità. Tutto questo è stato possibile grazie allo sviluppo dei popoli zapatisti ed al sostegno molto grande ricevuto da persone buone e nobili che chiamiamo "società civili", e dalle loro organizzazioni di tutto il mondo. Come se tutte queste persone avessero reso reale quella cosa del "un altro mondo è possibile", ma nei fatti, non nelle chiacchiere. Quindi, le comunità hanno fatto buoni progressi. Adesso ci sono più compagni e compagne che stanno imparando ad essere governo. E, anche se poco a poco, più donne si stanno inserendo in questi lavori, anche se continua ad esserci mancanza di rispetto per le compagne e necessità di una maggiore partecipazione nelle attività di lotta. Inoltre, con le Giunte di Buon Governo è migliorato il coordinamento tra i municipi autonomi e la soluzione dei problemi con altre organizzazioni e con le autorità ufficiali. Si è migliorato molto anche riguardo ai progetti presenti nelle comunità ed è più equa la ripartizione di progetti ed aiuti forniti dalla società civile di tutto il mondo: è migliorata la salute e l’educazione sebbene manchi ancora molto per essere quello che dovrebbe essere, la stessa cosa riguardo alla casa e l’alimentazione, ed in alcune zone è migliorato molto il problema della terra perché si sono suddivise le terre recuperate dai proprietari delle fincas, ma ci sono zone che continuano a soffrire per mancanza di terre da coltivare. Inoltre, è migliorato molto l’appoggio della società civile nazionale ed internazionale, perché prima ognuno andava dove gli garbava ed ora le Giunte di Buon Governo li indirizzano dove è più necessario. Dovunque, ci sono più compagni e compagne che stanno imparando a relazionarsi con le persone di altre parti del Messico e del mondo, stanno imparando a rispettare e a esigere rispetto, stanno imparando che ci sono molti mondi e che tutti hanno il loro posto, il loro tempo ed i loro modi, quindi bisogna rispettarsi reciprocamente. Noi zapatisti dell’EZLN abbiamo dedicato questo tempo alla nostra forza principale, cioè ai popoli che ci sostengono. La situazione in qualche cosa è migliorata e non si può dire che l’organizzazione e la lotta zapatiste sono state vane, ma, anche se ci elimineranno completamente, la nostra lotta é servita a qualcosa. Non sono cresciuti solo i popoli zapatisti, ma è cresciuto anche l’EZLN. Perché in questo tempo è successo che le nuove generazioni hanno rinnovato tutta la nostra organizzazione. Hanno portato nuova forza. I comandanti e le comandanti che raggiungevano la loro maturità all’inizio della sollevazione nel 1994, posseggono ora la saggezza di quanto appreso nella guerra e nel dialogo di 12 anni con migliaia di uomini e donne di tutto il mondo. I membri del CCRI, la direzione politico-organizzativa zapatista, ora consigliano ed orientano i nuovi che continuano ad unirsi alla nostra lotta e che vanno ad occupare incarichi direttivi. Da tempo ormai i "comitati" (come li chiamiamo noi) hanno preparato tutta una nuova generazione di comandanti e comandanti che, dopo un periodo di istruzione e prova, incominciano ad apprendere i compiti di comando organizzativo e a svolgerli. E succede anche che i nostri insurgentes, insurgentas, miliziani, miliziane, responsabili locali e regionali, così come le basi di appoggio che erano giovani all’inizio della sollevazione, sono ora uomini e donne maturi, veterani combattenti e leader naturali nelle proprie unità e comunità. E chi era bambino quel gennaio del ’94, ora è un giovane cresciuto nella resistenza e formato nella degna ribellione condotta dai suoi genitori in questi 12 anni di guerra. Questi giovani hanno una formazione politica, tecnica e culturale che non avevano i fondatori del movimento zapatista. Questa gioventù alimenta ora, sempre di più, tanto le nostre truppe quanto i ruoli direttivi nell’organizzazione. Tutti noi abbiamo visto gli inganni della classe politica messicana e la distruzione che le sue azioni provocano nella nostra patria. Ed abbiamo visto le grandi ingiustizie e carneficine che compie la globalizzazione neoliberista in tutto il mondo. Ma di questo parleremo in seguito. Così l’EZLN ha resistito a 12 anni di guerra, di attacchi militari, politici, ideologici ed economici, di accerchiamento, di vessazioni, di persecuzione, ma non ci hanno sconfitto, non ci siamo venduti né arresi, e siamo andati avanti. Molti altri compagni di molte parti sono entrati a far parte della lotta, cosicché, invece di indebolirci dopo tanti anni, siamo diventati più forti. Ci sono indubbiamente problemi che si possono risolvere separando di più la parte politico-militare dalla parte civile-democratica. Ma ci sono cose, le più importanti, come le nostre richieste per cui lottiamo, che non sono ancora state raggiunte completamente. Secondo il nostro pensiero e quello che sentiamo nel nostro cuore, siamo arrivati ad un punto in cui non possiamo più andare oltre, in aggiunta, è possibile che perdiamo tutto quello che abbiamo se restiamo dove siamo arrivati adesso e non facciamo nient’altro per avanzare. Quindi, è arrivata l’ora di rischiare un’altra volta e compiere un passo pericoloso ma che vale la pena. Perché, forse uniti con altri settori sociali che hanno i nostri stessi bisogni sarà possibile ottenere quello di cui necessitiamo e meritiamo. Un nuovo passo avanti nella lotta indigena è possibile solo se l’indigeno si unisce con operai, contadini, studenti, insegnanti, impiegati... cioè i lavoratori della città e della campagna.
III - COME VEDIAMO IL MONDO
Ora vi spieghiamo come noi zapatisti vediamo ciò che succede nel mondo. Dato che vediamo che il capitalismo è il più forte adesso. Il capitalismo è un sistema sociale, cioè il modo in cui in una società sono organizzate le cose e le persone, e chi ha e chi non ha, e chi comanda e chi obbedisce. Nel capitalismo ci sono alcuni che hanno denaro cioè capitale e fabbriche e negozi e terre e molte cose, e ci sono altri che non hanno niente ma hanno solo la loro forza e le loro conoscenze per lavorare; e nel capitalismo comandano quelli che hanno il denaro e le cose ed obbediscono quelli che non hanno altro che la loro capacità di lavoro.
Dunque, il capitalismo vuol dire che ci sono pochi che hanno grandi ricchezze, ma non è che abbiano vinto un premio, o trovato un tesoro o ereditato da un parente, quelle ricchezze le ottengono sfruttando il lavoro di molti. Cioè questo capitalismo si basa sullo sfruttamento dei lavoratori, il che vuole dire che spremono i lavoratori e tirano fuori da loro tutto quello che possono per guadagnarci. E questo si fa con ingiustizia perché non pagano il giusto al lavoratore per il suo lavoro, ma gli danno un salario appena sufficiente per mangiare un po’ e perché possa riposarsi un pochino ed il giorno seguente torni di nuovo a lavorare dove lo sfruttano che sia nelle campagne o in città. Ed anche il capitalismo si arricchisce con la spoliazione, cioè col furto, perché toglie ad altri quello che brama, per esempio terre e ricchezze naturali. Cioè il capitalismo è un sistema dove i ladri sono liberi e sono ammirati e portati ad esempio. Ed oltre a sfruttare e togliere, il capitalismo reprime perché imprigiona ed ammazza coloro che si ribellano contro l’ingiustizia. Al capitalismo quello che più interessa sono le merci, perché quando si comprano e si vendono danno guadagni. Ed allora il capitalismo trasforma tutto in merce, per lui sono merci le persone, la natura, la cultura, la storia, la coscienza. Secondo il capitalismo, tutto deve potersi comprare e vendere. E nasconde tutto dietro le merci affinché non vediamo lo sfruttamento che compie. Ed allora le merci si comprano e si vendono in un mercato. E risulta che il mercato, oltre a servire per comprare e vendere, serve anche per nascondere lo sfruttamento dei lavoratori. Per esempio, nel mercato vediamo il caffè già confezionato, nel suo sacchetto o nel barattolo proprio bello, ma non vediamo il contadino che ha sofferto nella raccolta del caffè e non vediamo il coyote che gli ha pagato pochissimo il suo lavoro e non vediamo i lavoratori nella grande impresa dai e dai ad impacchettare il caffè. Oppure, prendiamo un registratore per ascoltare musica tipo cumbia, ranchera o corrido o come volete, e vediamo che è molto buono perché ha buon suono, ma non vediamo l’operaia della maquiladora che ha tribolato molte ore per collegare i cavi e le parti dell’apparecchio e le hanno pagato una miseria di denaro, e lei che vive lontano dal posto di lavoro e spende molto per il trasporto e che corre inoltre il rischio che la sequestrino, la violentino e l’ammazzino come succede a Ciudad Juárez, in Messico. Sul mercato vediamo merci, ma non vediamo lo sfruttamento attraverso cui sono state fatte. Ed allora il capitalismo ha bisogno di molti mercati... o di un mercato molto grande, un mercato mondiale. Ed allora risulta che il capitalismo di adesso non è come quello di prima quando i ricchi erano contenti di sfruttare i lavoratori nei loro paesi, ora si trova in una fase che si chiama Globalizzazione Neoliberista. Questa globalizzazione vuol dire che oramai i lavoratori si dominano non solo in un paese o in diversi, i capitalisti oramai tentano di dominare tutto in tutto il mondo. E dato che il mondo, cioè il pianeta Terra, è detto anche "globo terracqueo", per questo motivo si dice "globalizzazione" cioè tutto il mondo. E si parla di neoliberismo dato che è l’idea che il capitalismo è libero di dominare tutto il mondo e non c’è nulla da fare, perché bisogna rassegnarsi ed accontentarsi e non fare chiasso, cioè non ribellarsi. Il neoliberismo è la teoria, il progetto della globalizzazione capitalista. Ed il neoliberismo ha i suoi piani economici, politici, militari e culturali. In tutti questi piani quello di cui si tratta è di dominare tutti, e colui che non obbedisce viene represso e messo da parte affinché non passi le sue idee di ribellione ad altri. Allora, nella globalizzazione neoliberista, i grandi capitalisti che vivono nei paesi potenti, come gli Stati Uniti, vogliono che tutto il mondo diventi come una grande impresa dove si producono merci e come un gran mercato. Un mercato mondiale, un mercato per comprare e vendere tutto quello che si produce nel mondo e per nascondere tutto lo sfruttamento di tutto il mondo. Allora i capitalisti globalizzati si inseriscono dappertutto, in tutti i paesi, per fare i loro grandi affari, ovvero, i loro grandi sfruttamenti. E non rispettano niente e si insediano a forza. Praticamente conquistano gli altri paesi. Per questo noi zapatisti diciamo che la globalizzazione neoliberista è una guerra di conquista di tutto il mondo, una guerra mondiale, una guerra che il capitalismo conduce per dominare a livello mondiale. Questa conquista a volte avviene con eserciti che invadono un paese e lo conquistano con la forza. Invece a volte avviene attraverso l’economia, cioè i grandi capitalisti mettono il loro denaro in un altro paese o gli prestano denaro, ma a condizione che obbedisca a quello che loro dicono. E introducono anche le loro idee, cioè la cultura capitalista che è la cultura della merce, del profitto, del mercato. Con la conquista, il capitalismo fa quello che vuole, cioè distrugge e cambia quello che non gli piace ed elimina quello che lo disturba. Per esempio lo disturbano quelli che non producono né comprano né vendono le merci della modernità, o quelli che si ribellano a questo ordine. E quelli che non gli servono, li disprezza. Per questo motivo gli indigeni disturbano la globalizzazione neoliberista e per questo li disprezzano e li vogliono eliminare. Il capitalismo neoliberista cancella anche le leggi che non gli permettono di sfruttare ed avere molti profitti. Per esempio si impone che tutto si possa comprare e vendere e dato che il capitalismo ha il denaro, allora compra tutto. Così il capitalismo distrugge i paesi che conquista con la globalizzazione neoliberista, ma poi vuole pure risistemare tutto o rifarlo di nuovo ma a modo suo, cioè in modo che gli dia benefici e senza nessuno che lo disturbi. Così, la globalizzazione neoliberista, cioè capitalista, distrugge quello che c’è in quei paesi, distrugge la loro cultura, la loro lingua, il loro sistema economico, il loro sistema politico e distrugge anche le forme di relazione in questi paesi. Cioè, distrugge tutto quello che fa sì che un paese sia un paese. Quindi, la globalizzazione neoliberista vuole distruggere le Nazioni del mondo e vuole che rimanga una sola Nazione o paese, cioè il paese del denaro, del capitale. Ed il capitalismo vuole allora che tutto sia come lui vuole, cioè a modo suo, e ciò che è diverso perché non gli piace, lo perseguita e l’attacca o lo mette da parte in un angolo e fa come se non esistesse. Per riassumere, il capitalismo della globalizzazione neoliberista si basa sullo sfruttamento, sulla spoliazione, sul disprezzo e sulla repressione di quelli che non lo accettano. Ovvero, uguale a prima, ma ora globalizzato, mondiale. Ma non è tanto facile per la globalizzazione neoliberista, perché gli sfruttati di ogni paese non si accontentano e non dicono che non c’è più nulla da fare, ma si ribellano; e quelli che protestano e disturbano, resistono e non si lasciano eliminare. Ed allora vediamo che in tutto il mondo quelli che sono fregati fanno resistenze per non arrendersi, cioè si ribellano, e non solo in un paese ma in tutti i posti in cui si trovano numerosi, cioè: dove c’è una globalizzazione neoliberista, c’è anche una globalizzazione della ribellione. Ed in questa globalizzazione della ribellione non ci sono solo i lavoratori delle campagne e delle città, ma ci sono anche altri ed altre che sono perseguitati e disprezzati per lo stesso motivo, perché non si lasciano dominare, come le donne, i giovani, gli indigeni, gli omosessuali, le lesbiche, i transessuali, gli emigranti e molti altri gruppi presenti in tutto il mondo ma che non vediamo finché non gridano ora basta al disprezzo e si sollevano e allora sì li vediamo e li sentiamo e li conosciamo. Ed allora noi vediamo che tutti questi gruppi di persone stanno lottando contro il neoliberismo, cioè contro il piano della globalizzazione capitalista e stanno lottando per l’umanità. Ci stupisce molto vedere la stupidità dei neoliberisti che vogliono distruggere tutta l’umanità con le loro guerre ed i loro sfruttamenti, ma ci suscita anche grande contentezza vedere che dovunque nascono resistenze e ribellioni, come la nostra che è un po’ piccola ma siamo qui. E vediamo tutto questo in tutto mondo ed il nostro cuore sa che non siamo soli.
IV. - COME VEDIAMO IL NOSTRO PAESE CHE È IL MESSICO
Ora vi parliamo di come vediamo quello che sta succedendo nel nostro Messico. Bene, perché quello che vediamo è che il nostro paese è governato dai neoliberisti. Ossia che, come già abbiamo spiegato, i governanti che abbiamo stanno distruggendo la nostra Nazione, la nostra Patria messicana. Il loro lavoro, di questi cattivi governanti, non è agire per il benessere del popolo, ma solo occuparsi del benessere dei capitalisti. Per esempio, fanno leggi come quelle del Trattato di Libero Commercio, che gettano nella miseria molti messicani, tanto i contadini come i piccoli produttori, che vengono "divorati" dalle grandi imprese agroindustriali; così come gli operai ed i piccoli impresari perché non possono competere con le grandi transnazionali che si installano senza che nessuno dica loro niente e con tante grazie, e applicano bassi salari e prezzi alti. Così, come si dice, alcune delle basi economiche del nostro Messico, che erano la campagna e l’industria ed il commercio nazionali, sono distrutte e ne restano solo pochi rottami che di sicuro saranno venduti. E queste sono delle grandi disgrazie per la nostra Patria. Perché nella campagna oramai non si producono alimenti, ma solo quello che vendono i grandi capitalisti e le terre buone sono rubate con la complicità e con l’appoggio dei politici. Nelle campagne sta succedendo lo stesso come ai tempi del Porfirismo, solo che, invece dei latifondisti, ora sono alcune imprese straniere quelle che fregano per bene il contadino. E dove prima c’erano crediti e prezzi protetti, adesso ci sono solo elemosine, .. e a volte neanche queste. Per il lavoratore della città, invece, le fabbriche chiudono e si resta senza lavoro, o si aprono quelle che si chiamano maquiladoras che sono di proprietà degli stranieri e che pagano una miseria per molte ore di lavoro. Quindi, non importa il prezzo dei prodotti di cui ha bisogno il popolo perché, che sia caro o a buon mercato, non c’è stipendio. E se qualcuno lavorava in una piccola o media impresa, adesso non lavora più, perché è chiusa e l’ha comprata una grande transnazionale. E se qualcuno aveva un piccolo commercio, è sparito pure questo oppure si è messo a lavorare clandestinamente per le grandi imprese che sfruttano all’inverosimile e fanno lavorare perfino i bambini e le bambine. E se prima il lavoratore si rivolgeva al suo sindacato per chiedere legalmente i suoi diritti, adesso non più, perché lo stesso sindacato gli dice che deve accettare che gli abbassino il salario o la giornata di lavoro o che gli tolgano i servizi, perché se no l’impresa chiude e se ne va in un altro paese. E poi c’è quella cosa del "microcommercio", quasi il programma economico del governo perché tutti i lavoratori della città si mettano a vendere gomme da masticare o schede telefoniche agli angoli delle strade. E la pura distruzione economica anche nelle città. Quello che accade è che l’economia del paese è compromessa tanto in campagna come in città, perché molti messicani e messicane devono lasciare la loro Patria, la terra messicana, ed andare a cercarsi il lavoro in un altro paese, gli Stati Uniti, e lì non li trattano bene ma li sfruttano, li perseguitano, li disprezzano e perfino li ammazzano. Allora nel neoliberismo che c’impongono i malgoverni non è migliorata l’economia, al contrario, la campagna è piena di necessità e nelle città non c’è lavoro. Il Messico sta diventando un paese dove prima nascono e vivono, e poi muoiono, quelli che lavorano per la ricchezza degli stranieri, in particolare dei gringos ricchi. Per questo diciamo che il Messico è dominato dagli Stati Uniti. Bene, ma non succede solo questo, perché il neoliberismo ha cambiato anche la classe politica del Messico, cioè i politici, perché li ha fatti diventare come dei commessi di bottega che devono fare tutto il possibile per vendere tutto e a buon mercato. Avete visto che hanno già cambiato le leggi per cancellare l’articolo 27 della Costituzione per vendere le terre ejidali e comunali. Quello fu Salinas de Gortari, e lui e le sue bande dissero che era per il bene della campagna e del contadino che così prosperava e viveva meglio. Ma è stato così? La campagna messicana sta peggio che mai ed i contadini sono più a terra che ai tempi di Porfirio Díaz. Ed hanno detto anche che privatizzeranno, cioè che venderanno agli stranieri le imprese dello Stato che servivano al benessere del popolo. Dato che non funzionano bene e si devono modernizzare, è meglio venderle. Ma, invece di migliorare, i diritti sociali conquistati nella rivoluzione del 1910 ora fanno pena... e rabbia. Ed hanno detto pure che bisogna aprire le frontiere per far entrare tutto il capitale straniero, che così si incoraggeranno gli impresari messicani a fare meglio le cose. Ma ora vediamo che non ci sono neanche più imprese nazionali, se le sono mangiate tutte gli stranieri, e quello che vendono è peggio di ciò che si faceva in Messico. I politici messicani adesso vogliono vendere anche la PEMEX, il petrolio dei messicani, e l’unica differenza è che alcuni dicono che si vende tutto ed altri dicono che se ne vende solo una parte. E vogliono anche privatizzare la previdenza sociale e l’elettricità e l’acqua ed i boschi e tutto, fino a che non rimarrà più niente del Messico ed il nostro paese sarà solo un terreno vuoto o un parco divertimenti dei ricchi di tutto il mondo e noi messicani e messicane saremo i loro domestici, attenti a servirli, vivendo male, senza radici, senza cultura, senza Patria insomma. I neoliberisti vogliono uccidere il Messico, la nostra patria messicana. Ed i partiti politici elettorali non solo non difendono, ma sono i primi di tutti a mettersi al servizio degli stranieri, principalmente degli Stati Uniti, e sono incaricati di ingannarci, di farci guardare dall’altra parte mentre loro vendono tutto e si prendono i profitti. Tutti i partiti politici elettorali che ci sono adesso, non solo alcuni. Pensate se hanno fatto qualcosa di buono e vedrete che sono solo furti ed inganni. I politici hanno sempre le loro belle case e le loro belle automobili ed i loro lussi. E poi vogliono anche che li ringraziamo e che votiamo un’altra volta per loro. Veramente, come si dice, non hanno il minimo di decenza. E non l’hanno perché davvero non hanno Patria, hanno solo conti in banca. E vediamo anche crescere il narcotraffico ed i crimini. A volte pensiamo che i criminali sono come quelli rappresentati nelle ballate o nei film, e forse alcuni sono così, ma non lo sono i capi. I capi sono ben vestiti, hanno studiato all’estero, sono eleganti, non si nascondono ma mangiano nei migliori ristoranti ed appaiono sui giornali belli e ben vestiti alle loro feste, cioè, come si dice, sono "gente per bene" ed alcuni sono perfino governanti, deputati, senatori, segretari di stato, prosperi impresari, capi di polizia, generali. Stiamo dicendo che la politica non serve? No, quello che vogliamo dire è che QUELLA politica non serve. E non serve perché non tiene conto del popolo, non lo ascolta, non gli fa caso, gli si avvicina solo quando ci sono le elezioni e non vogliono neanche più i voti, gli bastano ormai le inchieste per stabilire chi vincerà. E promettono che faranno questo e quest’altro, ma poi, non li vedi più salvo che non esca la notizia che si sono rubati il denaro ma non ne subiranno le conseguenze perché la legge, che loro stessi politici hanno fatto, li protegge. Questo è un altro problema, la Costituzione è stata oramai tutta rimaneggiata e cambiata. Non è più quella che conteneva i diritti e le libertà del popolo lavoratore, ora ci sono i diritti e le libertà dei neoliberisti per i loro grandi profitti. Ed i giudici sono lì per servire questi neoliberisti, perché si esprimono sempre a loro favore, mentre a quelli che non sono ricchi toccano le ingiustizie, le prigioni, i cimiteri. Anche in tutto questo disordine che stanno facendo i neoliberisti, ci sono messicani e messicane che si organizzano e fanno lotte di resistenza. E così sappiamo che ci sono indigeni, che vivono in terre lontane dal Chiapas, che costruiscono la loro autonomia e difendono la loro cultura e curano la terra, i boschi, l’acqua. E ci sono lavoratori della campagna, contadini, che si organizzano e fanno le loro marce e mobilitazioni per esigere crediti ed appoggi per l’agricoltura. E ci sono lavoratori della città che non permettono che tolgano loro i diritti o che privatizzino il loro lavoro, ma protestano e manifestano affinché non tolgano loro quel poco che hanno ed affinché non tolgano al paese quello che è suo, come l’elettricità, il petrolio, la previdenza sociale, l’educazione. E ci sono studenti che non permettono che si privatizzi l’educazione e lottano perché sia gratuita e popolare e scientifica, cioè che non si debba pagare perché tutte le persone possano imparare, e perché nelle scuole non s’insegnino cavolate. E ci sono donne che non permettono che le trattino come oggetti o che le umilino e disprezzino solo perché sono donne, ma si organizzano e lottano per il rispetto che meritano come donne. E ci sono giovani che non accettano di essere abbrutiti dalle droghe o che sono perseguitati per il loro modo di essere, ma diventano coscienti con la loro musica e la loro cultura, insomma con la loro ribellione. E ci sono omosessuali, lesbiche, transessuali e molti modi, che non accettano che si burlino di loro, che li disprezzino, li maltrattino e perfino li ammazzino perché hanno un altro modo che è diverso e li trattano da anormali o delinquenti, e quindi si organizzano per difendere il loro diritto alla diversità. E ci sono sacerdoti e suore e quelli che si chiamano secolari, che non stanno con i ricchi né con i rassegnati alla preghiera, ma si organizzano per accompagnare le lotte del paese. E ci sono quelli che si chiamano attivisti sociali che sono uomini e donne che hanno passato tutta la loro vita a lottare per il popolo sfruttato e sono gli stessi che hanno partecipato ai grandi scioperi ed alle azioni operaie, alle grandi mobilitazioni cittadine, nei grandi movimenti contadini e che hanno subito le grandi repressioni, e tutti, anche se alcuni hanno già una certa età, proseguono senza arrendersi e vanno da una parte all’altra cercando la lotta, cercando l’organizzazione, cercando la giustizia, e si fanno organizzazioni di sinistra, organizzazioni non governative, organizzazioni dei diritti umani, organizzazioni di difesa dei prigionieri politici e di verità sui desaparecidos, pubblicazioni di sinistra, organizzazioni di insegnanti o di studenti, cioè lotta sociale e perfino organizzazioni politico-militari, e semplicemente non se ne stanno tranquilli e sanno molto perché hanno visto molto e sentito e vissuto e lottato. E così, in generale, noi vediamo che nel nostro paese che si chiama Messico, c’è molta gente che non lascia perdere, che non si arrende, che non si vende. Cioè che è degna. E questo ci dà molta gioia ed allegria perché con tutta questa gente i neoliberisti non vinceranno tanto facilmente e forse si riuscirà a salvare la nostra Patria dai grandi furti e dalle distruzioni che compiono. E pensiamo che forse il nostro "noi" potrebbe includere tutte queste ribellioni...
V.- QUELLO CHE VOGLIAMO FARE.
Bene, ora vi diremo quello che vogliamo fare nel mondo e in Messico, perché non possiamo guardare tutto quello che succede sul nostro pianeta e restare in silenzio, come se ci fossimo solo noi. Al mondo, a tutti quelli che resistono e lottano con i loro metodi e nei loro paesi, vogliamo dire che non sono soli, che noi zapatisti, benché siamo molto piccoli, li appoggiamo e studieremo il modo di aiutarli nelle loro lotte e di parlare con loro per imparare, perché in effetti, quello che abbiamo imparato è stato ad imparare. E vogliamo dire ai popoli latinoamericani, che è per noi un orgoglio essere una parte di voi, benché piccola. E’ bello ricordare quando anche anni fa il continente si illuminava ed una luce si chiamava Che Guevara, come prima si chiamò Bolivar, perché a volte i popoli prendono un nome per dire che prendono una bandiera. E vogliamo dire al popolo di Cuba che da molti anni orami resiste sul suo cammino, che non è solo e che non siamo d’accordo con il blocco imposto loro, e che vedremo il sistema di mandare qualcosa, anche solo mais, per la sua resistenza. E vogliamo dire al popolo nordamericano che noi non ci confondiamo e sappiamo che una cosa sono i malgoverni che si ritrovano e che pregiudicano tutto il mondo, ed un’altra molto diversa sono i nordamericani che lottano nel loro paese e solidarizzano con le lotte di altri popoli. E vogliamo dire ai fratelli e sorelle Mapuche, in Cile, che guardiamo ed impariamo dalle loro lotte. Ed ai venezuelani che osserviamo bene come difendono la loro sovranità ovvero il diritto della loro Nazione a decidere dove andare. Ai fratelli e sorelle indigeni di Ecuador e Bolivia diciamo che stanno dando una buona lezione di storia a tutta l’America Latina perché ora sì che stanno mettendo un freno alla globalizzazione neoliberista. Ed ai"piqueteros" ed ai giovani dell’Argentina vogliamo dire questo, che gli vogliamo bene. E a quelli che in Uruguay vogliono un paese migliore, che li ammiriamo. E a quelli che in Brasile sono senza terra, che li rispettiamo. E a tutti i giovani dell’America Latina che è bene quello che stanno facendo e che ci dà una grande speranza. E vogliamo dire ai fratelli e sorelle dell’Europa Sociale, quella degna e ribelle, che non sono soli. Che ci rallegrano molto i loro grandi movimenti contro le guerre neoliberiste. Che guardiamo con attenzione le loro forme di organizzazione ed i loro metodi di lotta perché forse qualcosa impariamo. Che stiamo studiando la maniera di appoggiarli nelle loro lotte e che non manderemo euro perché poi si svalutino per le baruffe nell’Unione Europea, ma forse potremo mandare artigianato e caffè perché lo commercializzino e serva d’aiuto per le loro attività di lotta. E forse manderemo anche pozol che dà molta forza nella resistenza, ma chissà se lo manderemo, perché il pozol è proprio del nostro modo e potrebbe far male alla pancia e se si indeboliscono le loro lotte i neoliberisti li sconfiggono. E vogliamo dire ai fratelli e sorelle di Africa, Asia ed Oceania, che sappiamo che anche lì si sta lottando e che vogliamo conoscere di più le loro idee e le loro pratiche. E vogliamo dire al mondo che lo vogliamo fare grande, tanto grande da far stare tutti i mondi che resistono perché li vogliono distruggere i neoliberisti e perché non si lascino andare ma lottino per l’umanità. Bene, in Messico quello che vogliamo fare è un accordo con persone e organizzazioni di sinistra, perché pensiamo che sia nella sinistra politica l’idea di resistere contro la globalizzazione neoliberista, e fare un paese dove ci sia, per tutti, giustizia, democrazia e libertà. Non come adesso, dove c’è giustizia solo per i ricchi, c’è libertà solo per i loro grandi affari e c’è democrazia solo per dipingere i muri con la propaganda elettorale. Perché noi pensiamo che solo dalla sinistra può uscire un progetto di lotta affinché la nostra Patria, il Messico, non muoia. Dunque, quello che pensiamo è di fare un progetto, con queste persone ed organizzazioni di sinistra, per andare in tutte le parti del Messico dove c’è gente umile e semplice come noi. Non è che diremo che cosa si deve fare o daremo ordini. Non vi chiederemo neppure di votare per un candidato, tanto sappiamo che quelli che ci sono, sono neoliberisti. Non vi diremo neppure di fare come noi, né che ci si sollevi in armi. Quello che faremo sarà domandare com’è la vostra vita, la vostra lotta, il vostro pensiero su com’è il nostro paese e su cosa fare perché non ci sconfiggano. Quello che faremo sarà conoscere il pensiero delle persone semplici ed umili e forse troveremo in loro lo stesso amore che proviamo noi per la nostra patria. E forse troveremo un accordo tra noi che siamo semplici ed umili e, insieme, ci organizzeremo in tutto il paese e metteremo insieme le nostre lotte che adesso sono sole, separate le une dalle altre, e troveremo qualcosa come un programma che contenga quello che vogliamo tutti, ed un piano su come realizzare questo programma che si chiama "programma nazionale di lotta". Allora, secondo l’accordo della maggioranza di queste persone che ascolteremo, faremo una lotta con tutti, con indigeni, operai, contadini, studenti, maestri, impiegati, donne, bambini, anziani, uomini, e con tutto quanto di buono ci sia nel loro cuore e la voglia di lottare affinché non si permetta di distruggere e vendere la nostra patria che si chiama "Messico" e che giace tra il Río Bravo ed il fiume Suchiate, e ad un lato ha l’oceano pacifico ed all’altro l’oceano atlantico.
VI.- COME LO FAREMO.
Quindi, questa è la nostra semplice parola rivolta alle persone umili e semplici del Messico e del mondo, e questa nostra attuale parola si chiama: Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona. Siamo qui per dire, con la nostra semplice parola, che... L’EZLN mantiene il suo impegno di cessate il fuoco offensivo e non realizzerà alcun attacco contro forze governative né movimenti militari offensivi. L’EZLN mantiene ancora il suo impegno di insistere nella via della lotta politica con questa iniziativa pacifica che stiamo presentando. Pertanto, l’EZLN proseguirà nel suo intendimento di non avere nessun tipo di relazione segreta con organizzazioni politico-militari nazionali o di altri paesi. L’EZLN riconferma il suo impegno di difendere, appoggiare ed obbedire alle comunità indigene zapatiste che lo compongono e che sono il suo comando supremo, e, senza interferire nei loro processi democratici interni e nella misura delle sue possibilità, contribuire al rafforzamento della loro autonomia, buon governo e migliorare le loro condizioni di vita. Ovvero, quello che faremo in Messico e nel mondo, lo faremo senza armi, attraverso un movimento civile e pacifico, e senza trascurare né smettere di appoggiare le nostre comunità.
Pertanto...
Nel mondo...
1. - Stringeremo rapporti di rispetto e mutuo appoggio con persone ed organizzazioni che resistono e lottano contro il neoliberismo e per l’umanità.
2. - Nella misura delle nostre possibilità manderemo aiuti materiali come alimentari, artigianato, ai fratelli e sorelle che lottano in tutto il mondo. Per cominciare, chiederemo in prestito alla Giunta di Buon Governo di La Realidad, il Camion che si chiama "Chompiras" che porta circa 8 tonnellate, e lo riempiremo di mais e forse di due serbatoi da 200 litri l’uno di benzina o petrolio, come meglio conviene, e li consegneremo all’ambasciata di Cuba in Messico perché lo mandi al popolo cubano come sostegno degli zapatisti alla sua resistenza contro il blocco nordamericano. O forse c’è un posto più vicino per fare la consegna perché fino a Città del Messico è sempre distante e se il "Chompiras" si rompe facciamo brutta figura. E questo fino al raccolto che adesso è ancora verde nella milpa, e se non ci attaccano, perché se lo mandiamo in questi mesi sono solamente pannocchie e con queste non vengono bene neanche i tamales, meglio in novembre o dicembre. E faremo anche accordi con le cooperative di donne artigiane per mandare un bel po’ di tessuti ricamati alle Europe che forse non saranno più Unione, e forse manderemo anche caffè organico delle cooperative zapatiste, affinché lo vendiate e ne ricaviate un po’ di soldi per la vostra lotta. E se non si vende si può sempre usare per fare un buon caffè mentre si parla della lotta antineoliberista, e se fa un po’ freddo ci si copre con i tessuti ricamati zapatisti che resistono bene perfino ai lavaggi a mano sulla pietra e, inoltre, non stingono. Anche ai fratelli e sorelle indigene di Bolivia ed Ecuador manderemo un po’ di mais non transgenico ma non sappiamo proprio dove consegnare la roba perché arrivi a destinazione, ma siamo disposti a dare questo piccolo aiuto.
3. - E a tutti e tutte che resistono in tutto il mondo diciamo che bisogna fare altri incontri intercontinentali, anche se sarà solo un altro uno. Forse a dicembre di quest’anno o gennaio prossimo, bisogna pensarci. Non vogliamo dire noi quando, perché si tratta di concordare alla pari su tutto, su dove, quando, come, chi. Ma che non sia dal pulpito, dove pochi parlano e tutti gli altri ascoltano, senza altari, alla pari dove tutti parlano, ma in ordine perché altrimenti è solo chiasso e non si capisce la parola, e con una buona organizzazione tutti ascoltano, e appuntano nei loro quaderni le parole di resistenza di altri affinché poi ognuno ne parli con i suoi compagni e compagne nei suoi mondi. Noi pensiamo che si debba tenere in un luogo dove ci sia una prigione molto grande, nel caso ci reprimano e ci arrestino, e per non stare tutti ammucchiati ma carcerati però, questo sì, ben organizzati, e lì in prigione proseguire l’incontro intercontinentale per l’umanità e contro il neoliberismo. Quindi, poi vi diremo come fare per metterci d’accordo su come ci metteremo d’accordo. Bene, così è come pensiamo di fare quello che vogliamo fare nel mondo.
Ora segue...
In Messico...
1. - Continueremo a lottare per i popoli indios del Messico, ma non più solo per loro né solo con loro, ma per tutti gli sfruttati e diseredati del Messico, con tutti loro e in tutto il paese. E quando diciamo tutti gli sfruttati del Messico, stiamo parlando anche dei fratelli e delle sorelle che hanno dovuto andare negli Stati Uniti a cercare lavoro per sopravvivere.
2. - Andremo ad ascoltare e parlare direttamente, senza intermediari né mediazioni, con le persone semplici ed umili del popolo messicano e, secondo quanto ascolteremo ed impareremo, costruiremo insieme a queste persone che, come noi, sono umili e semplici, un programma nazionale di lotta, ma un programma che sia chiaramente di sinistra cioè anticapitalista e antineoliberista, cioè per la giustizia, la democrazia e la libertà per il popolo messicano.
3. - Cercheremo di costruire o ricostruire un’altro modo di fare politica, che ancora una volta abbia lo spirito di servire gli altri, senza interessi materiali, con sacrificio, con dedizione, con onestà, che rispetti la parola, per cui l’unico compenso sia la soddisfazione del dovere compiuto, cioè come prima facevano i militanti di sinistra che non si fermavano né con le botte, la prigione o la morte, tanto meno con banconote di dollaro.
4. - Inoltre, promuoveremo una lotta per chiedere una nuova Costituzione, cioè nuove leggi che prendano in considerazione le richieste del popolo messicano che sono: casa, terra, lavoro, cibo, salute, educazione, informazione, cultura, indipendenza, democrazia, giustizia, libertà e pace. Una nuova Costituzione che riconosca i diritti e le libertà del popolo, e difenda il debole di fronte al potente.
PER QUESTO....
L’EZLN invierà una delegazione della sua dirigenza per svolgere questo lavoro in tutto il territorio nazionale e a tempo indefinito. Questa delegazione zapatista, insieme alle organizzazioni e persone di sinistra che accoglieranno questa Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, si recherà nei luoghi dove sarà espressamente invitata. Inoltre, comunichiamo che l’EZLN stabilirà una politica di alleanze con organizzazioni e movimenti non elettorali che si definiscano, in teoria e in pratica, di sinistra, alle seguenti condizioni: Non fare accordi dall’alto per imporli in basso, ma fare accordi per andare insieme ad ascoltare e organizzare l’indignazione; non creare movimenti che siano poi gestiti alle spalle di chi li fa, ma prendere sempre in considerazione l’opinione di chi vi partecipa; non cercare regali, posizioni, vantaggi, impieghi pubblici, di Potere o di chi aspira al potere, ma andare molto più lontano delle scadenze elettorali; non tentare di risolvere dall’alto i problemi della nostra Nazione, ma costruire DAL BASSO E PER IL BASSO un’alternativa alla distruzione neoliberista, un’alternativa di sinistra per il Messico. Sì al rispetto reciproco dell’autonomia e indipendenza di organizzazione, delle proprie forme di lotta, del proprio metodo di organizzazione, dei propri processi interni di presa delle decisioni, delle proprie rappresentanze legittime, delle proprie aspirazioni e istanze; e sì ad un impegno chiaro di difesa congiunta e coordinata della sovranità nazionale, con l’opposizione intransigente ai tentativi di privatizzazione dell’energia elettrica, del petrolio, dell’acqua e delle risorse naturali. Dunque, come si dice, invitiamo le organizzazioni politiche e sociali di sinistra che non sono registrate, le persone che rivendicano di essere di sinistra che non appartengono ai partiti politici, a riunirci a tempo, luogo e modo che proporremo a vostra opportunità, per organizzare una campagna nazionale, visitare tutti gli angoli possibili della nostra patria, per ascoltare ed organizzare la parola del nostro popolo. Quindi, è come una campagna, ma molto diversa perché non è elettorale.
Fratelli e sorelle:
Questa è la nostra parola con cui dichiariamo:
Nel mondo ci affratelleremo con le lotte di resistenza contro il neoliberismo e per l’umanità. Appoggeremo, anche se poco, queste lotte. Con mutuo rispetto, scambieremo esperienze, storie, idee, sogni. In Messico, percorreremo tutto il paese, le rovine disseminate dalla guerra neoliberista e le resistenze che, trincerate, in lui fioriscono. Cercheremo, e troveremo, qualcuno che ami questi suoli e questi cieli tanto quanto noi. Cercheremo, da La Realidad fino a Tijuana, chi vorrà organizzarsi, lottare, costruire forse l’ultima speranza che questa Nazione, che esiste almeno dal giorno in cui un’aquila si posò su un fico d’india per divorare un serpente, non muoia. Lotteremo per democrazia, libertà e giustizia per coloro a cui sono negate. Lotteremo per un’altra politica, per un programma di sinistra e per una nuova costituzione. Invitiamo indigeni, operai, contadini, maestri, studenti, casalinghe, coloni, piccoli proprietari, piccoli commercianti, micro impresari, pensionati, handicappati, religiosi e religiose, scienziati, artisti, intellettuali, giovani, donne, anziani, omosessuali e lesbiche, bambini e bambine, a partecipare, in maniera individuale o collettiva, direttamente con gli zapatisti a questa CAMPAGNA NAZIONALE per la costruzione di un’altro modo di fare politica, di un programma di lotta nazionale e di sinistra, e per una nuova Costituzione. Questa è la nostra parola su quello che faremo e come lo faremo. E’ qui se volete farne parte. Diciamo agli uomini e alle donne che hanno buoni pensieri nel loro cuore, di essere d’accordo con questa parola che abbiamo pronunciato e di non avere paura, o di avere paura ma di controllarla, e che dicano pubblicamente se sono d’accordo con quest’idea che stiamo presentando, così vedremo chi e come e dove e quando si farà questo nuovo passo nella lotta. E mentre ci pensate, vi diciamo che, oggi, nel sesto mese dell’anno 2005, gli uomini, donne, bambini ed anziani dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale hanno già deciso e sottoscritto questa Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, e firmato quelli che sanno scrivere e quelli che non lo sanno hanno messo la loro impronta, ma sono ormai pochi quelli che non sanno scrivere perché l’educazione è ormai sviluppata qui, in questo territorio in ribellione per l’umanità e contro il neoliberismo, cioè in cielo e terra zapatisti. E questa è la nostra semplice parola rivolta ai cuori nobili della gente semplice ed umile che resiste e si ribella contro le ingiustizie in tutto il mondo.
DEMOCRAZIA!
LIBERTÀ!
GIUSTIZIA!
Dalle montagne del Sudest Messicano.
Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
Messico, nel mese sesto, cioè giugno, dell’anno 2005.
Da questa posizione privilegiata che è stare ad ascoltarvi e guardarvi tutti - perché abbiamo visto anche i gesti che facevate, non crediate - abbiamo potuto vedere questa diversità. Il problema dell’EZLN, quando parlò con le comunità, è che nel momento in cui avremmo definito maggiormermente il nostro movimento, nella misura in cui doveva oltrepassare l’orizzonte indigeno e proporre l’unità con altri movimenti, probabilmente avremmo perso la diversità. Non si sarebbero sentiti convocati molti che in realtà erano convocati e che avevano dato allo zapatismo, almeno nei primi 10 anni, una ricchezza che pochi movimenti possono vantare di avere. Fortunatamente, come abbiamo visto nella riunione e dalla posta che arrivava alla pagina della rivista Rebeldia o direttamente all’EZLN, questa diversità si mantiene. Lo zapatismo - e qui parlo dello zapatismo di tutti gli zapatisti, non solo dell’EZLN - continua ad essere ancora questo arcobaleno che abbiamo sempre immaginato o sognato fin da quella prima grande riunione che fu la Convenzione Nazionale Democratica.
Un altro problema che vogliamo segnalare è quello del posto di ognuno. Noi vorremmo che il posto non fosse altro che quell’adesivo che vi danno quando vi registrate. Sfortunatamente non è così, compagni. Qui e dovunque, bisogna combattere per il proprio posto, conquistarlo e soprattutto difenderlo. Perché in tutta la traiettoria della sinistra, dagli albori fino ai nostri giorni, c’è sempre l’affanno di egemonizzare ed omogeneizzare. È qualcosa che dobbiamo imparare, come sinistra. Se non si impara a combattere per il proprio posto, a conquistarlo e poi difenderlo, si finisce per favorire tutto questo. Dunque, non si accetterà neppure di sottomettersi ad una delle posizioni che incomincino ad apparire come dominanti o egemoniche; si andrà e si dirà "questo non è il mio posto", "non è il mio movimento", "non è quello che mi aspettavo". Quello che noi stiamo facendo è tendere una trappola: stiamo facendo cadere questo alibi. Se questo non accadrà, sarà colpa anche vostra. E’ finita col pretesto di dire "stronzo Marcos" o "stronzi zapatisti", "non hanno preso questo in considerazione" o altro.
In che misura l’Altra Campagna è un posto per tutti - e "tutti" vuol dire tutti con la propria diversità? È qualcosa che si deve conquistare e che si deve difendere. Perché affronterete molte posizioni e molti gruppi politici che fanno i furbi, compagni e compagne; con grande esperienza per argomentare, per parlare in un’assemblea, per conquistare una posizione. Sempre, in un modo o nell’altro, tutta questa gente, tutti aspirano a che la loro idea raccolga il maggior numero di persone, sia più forte, più grande.
Ci vorrà tempo perchè tutti noi, tutte le organizzazioni capiscano che non è questo quello che darà forza all’Altra Campagna, ma è il mantenere il posto ed il rispetto di ognuno. In questo senso, le persone individuali o a titolo familiare non abbiano paura di essere banda o collettivo per difendere il loro posto senza che questo significhi cedere la propria prospettiva, la propria idea, la propria area di azione. Se noi vediamo che da un gruppo nascono vari gruppi, vi chiederemo sempre quale è la sua idea. Ma noi non pensiamo che saremo una grande organizzazione dove tutti indossano passamontagna. No, quello che vogliamo è quella ricchezza che noi abbiamo potuto vedere in questi giorni e che pensiamo che nel momento in cui l’Altra Campagna inizierà sarà molto più ricca e molto più grande. Perché abbiamo fiducia che la gente che si avvicinerà all’Altra Campagna lo farà con la certezza che non ci guadagnerà assolutamente niente. Perché questo lo dobbiamo dire fin dall’inizio: se vuoi guadagnarci qualcosa, questo non è il posto giusto, bisogna andare da un altra parte; se vuoi dare, contribuire, lavorare o anche sbatterti, come abbiamo detto all’inizio, questo è il posto giusto e qui hai un posto. Ma bisognerà combattere per questo. Dunque, non disperdetevi, ora sì come si dice, non lasciate l’Altra Campagna, né assumete l’atteggiamento preso qualche volta in altre iniziative lanciate da noi, per cui noi ci accolliamo gli errori. Qui sì, si va tutti insieme, e democratizzeremo anche gli errori. Quindi, difenderemo questo spazio e lo porteremo avanti.
A molti di voi raccomando di leggere la Sesta. Sì, perché venite qui e ci rimproverate per cose che non dice la Sesta. Allora, per lo meno, se vorrete fare una proposta, leggetela. Poi se siete d’accordo o no, bene, è un altro problema. Ma, se volete opinare su quello che dice, leggetela. E leggetela, soprattutto perché quello su cui tutti più o meno si conviene, è che è necessaria una campagna di diffusione più ampia. Ed io spero che nella sessione plenaria, adesso sì tutti dicano "è lavoro di tutti, non più solo dell’EZLN". Ed allora sì, tutta la gente si litigherà per chiedere l’autografo e la foto ai compagni che stanno là dietro, o la stampa si lamenterà perché quello che sta là dietro non gli concede l’intervista e fanno viaggi a vuoto.
Dunque, questa è l’ultima preparatoria, compagni. Vi racconto un aneddoto. Nella riunione dei movimenti sociali a Dolores Hidalgo, circa a quest’ora di venerdì, c’erano 15 persone. I compagni comandanti che sono qui riportano via radio: - Quanti sono? - 15. E dicono: - Voglia dio che arrivi più gente. Alle 4 della mattina ce n’erano 1.000. E dicono: - Voglia dio che non ne arrivino più (risate).
Perché avevano calcolato circa 600 persone, quindi non sapevano più dove sistemare la gente. Quindi, ora sì "voglia dio che questa parte sia finita" ed arrivi la parte più difficile, quella della plenaria. Nella plenaria... vi chiedo una cosa, quelli che possono esserci, bene, per quelli che non potranno stiamo vedendo se c’è qualche possibilità perché c’è gente che ha conoscenze per mettere in Internet dal vivo quello che sta accadendo e da lì si potrà consultare.
Vi anticipo che l’EZLN presenterà in questa plenaria, il più chiaramente possibile, il suo piano di uscita con date approssimative, luoghi, destinazioni, eccetera. E l’altra cosa che farà l’EZLN in questa plenaria, sarà una proposta generale sull’organizzazione e direzione dell’Altra Campagna, ma non secondo il suo pensiero ma sulla base di tutto quello che ha ascoltato. Come abbiamo detto, questo privilegio che abbiamo avuto di ascoltare tutti è una responsabilità e cercheremo di sintetizzare i principali problemi e le posizioni e chiedere che tutti si pronuncino per una o un’altra cosa. Alcuni problemi li ho già esposti: sulla questione elettorale, ci sarà una posizione o ognuno a modo suo; sulla struttura organizzativa, se sarà coordinata, verticale, centralizzata, eccetera o - come si dice - ognuno a modo suo, no?
Questi i vari problemi che vi abbiamo esposto nei messaggi che forniamo nelle riunioni preparatorie. Quindi, vi chiedo il favore anche di riguardarli. Non è tanto la question di quello che pensa l’EZLN, ma di quello che c’è stato nelle diverse riunioni preparatorie.
In un determinato momento della plenaria, la Commissione Sesta dell’EZLN consegnerà a tutti l’Altra Campagna e così manterremo una promessa. A partire da quel momento, tutti quelli della Commissione Sesta o come si chiamerà (la Commissione Sesta della Famiglia "González" o la "Commissione Sesta del quartiere" tale o di tale organizzazione, ecc.) stabilirà i criteri per aderirvi e come fare.
Per questo diciamo: oggi è l’ultimo giorno per aderire all’Altra Campagna secondo i criteri stabiliti dall’EZLN. Se ci sono più criteri, se diventa più aperta o più chiusa, come sia, sarà parte di questa discussione. Anche i piani di propaganda, di rapporto con i mezzi di comunicazione, tutto questo, si deciderà lì. Noi non chiederemo altro che si rispettino i tempi del nostro piano per la nostra uscita. E, quando noi consegneremo a voi e ad altri come voi l’Altra Campagna, diremo "Abbiatene cura", "non siate molli, non fatela spegnere". Perché si sta chiedendo un’altra cosa.
Con la Sesta noi vi invitiamo a costruire un movimento anticapitalista e di sinistra. E lì ci direte se siete d’accordo con "nuova Costituzione" o "non nuova Costituzione" o che manca questo, manca quest’altro. Ma con l’Altra Campagna quello a cui stiamo invitando in questa prospettiva generale è ad ascoltare, a prendere appunti (ho visto che solo pochi lo facevano) ed informare il vostro collettivo o la vostra comunità o dove vi muovete.
Aderire all’Altra Campagna sarà questo, diffondere, organizzare, propagandare e soprattutto ascoltare. Vedrete che in questo modo si può contrastare e così incominciare a capire perché l’EZLN sceglie esattamente una congiuntura elettorale per lanciare l’Altra Campagna. Si può contrastare perfettamente, con la gente, la campagna dove il candidato arriva, parla, promette e tutti ascoltano; e dove arriva l’Altra Campagna, invece, la gente che viene incomincia a domandare: perché combatti, come combatti, quale è la tua storia? Che la gente incominci a capire che c’è qualcuno che si sta organizzando una campagna per portare l’ascolto a casa sua, sul suo posto di lavoro, dove sta lottando.
Dunque, questo è quello che vi chiediamo. Vi avverto per tempo, una settimana prima, ma è sufficiente affinché la rivista Rebeldia apra un canale postale che dica ’sempre_no@”’; non so che significhi (risate). Siamo stati onesti con voi e voi siate onesti con noi e se non lo comprendete, è meglio che non aderiate. Altrimenti sì che si metterà male con noi e con il vostro specchio ogni volta che...... se qualche volta vi guarderete allo specchio, vi vedrete male. Quindi, se non siete disposti a questo.... Io credo di sì, perché se siete disposti a venire fino a qua, con quello che questo significa, per prendervi ancora il disturbo di rimproverarci: "Perché nei negozi si vende quello che si vende?". Perché ci siete voi, noi beviamo pozol (risate).
Io credo che abbiate la disposizione, ma dovete cambiare completamente canale. Quindi vi chiediamo di riflettere su questo e di aderire. Faremo qualcosa di grandioso. E non sarà più che venite e dite: "no, è che voi ci avete insegnato e voi ci avete detto" che "è meraviglioso" e "qui si respira l’aria pura e ci sono le montagne ed è per questo che scrivete così bene" (risate)... Dico che sarà un movimento che noi costruiremo e quando voi direte "noi" allora finirà che qua c’è il tavolo ed il passamontagna. Alcuni se lo metteranno perché... li ho visti, per questo io non me lo tolgo (risate)... Ma quello che potrete dire è che noi abbiamo potuto iniziare tutto questo, ognuno di voi, e lo difenderemo. Non sarà più responsabilità degli zapatisti o della sinistro antidiluviana, o non ci sarà più su chi scaricare la colpa, oltre che su noi stessi.
Allora compagni, vi ripeto, grazie di essere venuti, grazie di aver sopportato tutto. Speriamo che possiate venire tutti alla plenaria del 16. Se non potrete venire, vi avviseremo se la plenaria potrà essere messa in rete o in web, perché c’è gente che può aiutarci in questo, per partecipare anche direttamente come si fa in altre parti. Molte grazie, buon viaggio e state attenti.
(Traduzione Comitato Chiapas "Maribel" - Bergamo)
Comunità di Javier Hernández, 11 settembre 2005
Compagni, compagne: Grazie per averci aspettato qualche minuto. Chiarisco in primo luogo alcuni punti e poi vi dirò alcune parole.
Primo, vi confermo che non è possibile che questa volta si svolgano riunioni bilaterali. Abbiamo preso un impegno con la comunità per i giorni venerdì, sabato e la domenica ce ne saremmo andati, perché non possiamo stare molto tempo in comunità, con la popolazione civile, perché li metteremmo in pericolo. Ma abbiamo preso nota di coloro che hanno chiesto riunioni bilaterali e gli faremo sapere quando un giorno potranno venire, a parte senza riunione, per potere parlare di tutto quello che sarà necessario o, quando usciremo, andremo a visitarli nei loro luoghi e lì potremo parlare.
Ai compagni e alle compagne che resteranno per la riunione del 16, 17 e 18, chiediamo il favore di andare al Caracol di La Garrucha e di restare lì. E lì, di darci una mano, se ce n’è bisogno, dove si terrà la riunione plenaria, siete avvisati.
A tutti quelli che stanno offrendo aiuto o appoggio alle comunità zapatiste, diciamo dunque devono parlare nelle Giunte di Buon Governo - sia in Oventic, Roberto Barrios, Morelia, La Realidad o qui a La Garrucha che è il territorio dove ci troviamo - tutto quanto riguarda educazione, salute, tutte le proposte che sono state fatte qui, bisogna trattarle direttamente con i compagni perché l’EZLN non si intromette più in queste cose.
Vogliamo ringraziare tutti voi, compagni e compagne, presenti a questa riunione e a tutte le riunioni precedenti - perché questa è l’ultima preparatoria - e tutti quelli che non hanno potuto venire a nessuna delle riunioni, ma attraverso voi o la rivista o la stampa o i commenti diffusi attraverso i mezzi di comunicazione alternativi, hanno seguito i dettagli di queste riunioni preparatorie che abbiamo tenuto.
A nome dei miei compagni e compagne dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, uomini, bambini e donne, miliziani, chiediamo scusa se in qualche modo vi abbiamo offeso o trattato male, o non abbiamo fornito più comodità di quelle che abbiamo potuto dare.
Ringraziamo anche i lavoratori dei mezzi di comunicazione per la loro pazienza ed impegno (anche se poi sono diventati bravi, apparivano solo all’inizio e alla fine, e non rimanevano tutta la riunione). Come sia, manca ancora la riunione preparatoria affinché ci raccontiate la vostra storia e la vostra lotta. Immagino che le abbiate. Quando deciderete di sottoscrivere la Sesta, troverete in noi un ascolto attento e rispettoso. Ringraziamo i compagni e le compagne di Rebeldía che sono stati presenti a tutte le riunioni, a turno, che si sono accollati il compito della registrazione dei partecipanti e di registrare per poi fare i verbali e poter informare tutti.
E ringraziamo le comunità indigene zapatiste di San Rafael, Dolores Hidalgo, Juan Diego e Javier Hernández per il permesso che ci hanno concesso di svolgere queste riunioni nelle loro terre, per il lavoro che hanno fatto per avere il necessario per ricevervi tutti e per la loro ospitalità. In altre riunioni vi ho raccontato che quando finiscono le riunioni preparatorie, nelle comunità dove siamo passati, si tiene una riunione della comunità dove chiedono di parlare con me, con i compagni del comando. Invariabilmente, nei quattro posti dove abbiamo tenuto le riunioni, i compagni delle comunità, quando parlavano con me, mi chiedevano scusa se non erano riusciti ad accontentarvi. Io ho mentito, dicendo sempre che eravate molto contenti e che ve ne siete andati via molto felici di essere stati qui (ride). No, sono sicuro di sì, che tutti avete apprezzato l’ospitalità dei nostri compagni. E seguendo la tradizione di scavalcamenti di sinistra, a nome di tutti voi ho chiesto loro scusa se in qualche modo voi avete mancato loro di rispetto (ride).
Voglio ringraziare alcuni compagni e compagne che paradossalmente sono passati inosservati e che nonostante non siano abituati a sentire tante cose da tanta gente differente, sono rimasti con le loro gonne e pantaloni ben sistemati, adeguati all’occasione, ed hanno sopportato senza lamentarsi le sei riunioni, in media per 16 ore al giorno. Sono le mie compagne comandanti Grabiela (si dice Grabiela non Gabriela) la comandanta Rosalinda, la comandanta Kely, comandanta Delia, la comandanta Ofelia, la comandanta Yolanda, la comandanta Ana Berta y la comandanta Graciela. I miei compagni comandanti del Comitato Clandestino della Regione Selva Ttzeltal: il comandante Gabino, il comandante Gustavo, comandante Eduardo, comandante Simón, comandante Maxo, comandante Omar e comandante Pablo.
A questi compagni è toccata la Commissione Sesta... (ci sono altri comandanti ma ci siamo suddivisi, alcuni si incaricano delle comunità, altri delle Giunte di Buon Governo ed altri si incaricano della Commissione Sesta. Questi sono quelli della Commissione Sesta della Selva Tzeltal. Ci sono altri compagni comandanti, alcuni li conoscete già, altri li conoscerete nella zona tojolabal, nella zona tzotzil, nella zona chol e nella zona tzotzchoj che è quella di Altamirano). Questi compagni e compagne sono quelli che vedrete quando uscirà la Commissione Sesta dell’EZLN.
Voglio dirvi alcune parole, oggi è l’ultimo giorno per aderire alla Sesta Dichiarazione in questa prima tappa. Poi sarà secondo l’accordo che prenderà la maggioranza o tutti quelli che hanno già aderito. Vi dico questo perché alcuni compagni dicono di stare ancora discutendo la Sesta, ma hanno già un mucchio di proposte da fare su come aderire all’Altra Campagna (risate). Non so, ognuno ha il suo modo, ma la cosa logica è in primo luogo aderire e poi fare le proposte.
Ai compagni del Braceroproa, diciamo che non si angoscino, non c’è motivo. Nessuno è venuto a parlare male di voi, almeno, non con noi. Ci sono molte organizzazioni e le rispettiamo tutte e tutte hanno un posto; ma nessuno, almeno con noi, è venuto a parlare male della vostra organizzazione.
Rispetto ai compagni che dicono che "la critica è bene", se hanno seguito le relazioni delle diverse riunioni, credo modestamente che abbiamo dimostrato di saperle sostenere. Ci hanno detto di tutto, li abbiamo ascoltati e non abbiamo sparato (risate). Non ci siamo arrabbiati. No, abbiamo accolto le critiche partendo dal fatto che sono fatte da compagni e compagne in buona fede, le abbiamo analizzate, considerato se secondo noi hanno ragione, a volte abbiamo risposto con una scusa e a volte correggendo nella pratica quello che pensiamo sia stato male. Sia come sia, vi dico: in questa relazione del’Altra Campagna della Sesta, le critiche che ci rivolgono sono sempre benvenute, sempre inteso che siano fatte con le migliori intenzioni.
Alcuni altri problemi che si sono presentati in questa riunione sono: ci sono tre grandi questioni. Una si riferisce a.... Questa è la riunione degli "altri", che sono compagni di gruppi od organizzazioni sociali, organizzazioni politiche, movimenti sociali, in generale quello che potremmo definire come già definito nella riunione dei movimenti sociali o di organizzazioni politiche o di gruppi, lo stesso per le persone che sono venute a titolo individuale in questa riunione. Ma abbiamo scoperto alcuni nuovi problemi: Uno è che l’Altra Campagna e questo grande movimento - che vogliamo portare avanti tutti insieme - deve avere un luogo per lo studio, l’analisi e la discussione teorica. È qualcosa che non si era considerato o si era considerato solo superficialmente in qualcuna delle altre riunioni.
Un altro problema che si è presentato è che bisogna imparare ad ascoltare. Dalla nostra posizione privilegiata, siamo gli unici che possiamo dire di ascoltare tutto da tutti, senza addormentarci e senza sfuggire, e sentiamo che in questa come nelle altre riunioni manca ancora molto perché impariamo ad ascoltare.
Arriverà il momento nella prossima plenaria in cui l’EZLN consegnerà, a tutti quelli che hanno aderito alla Sesta, l’Atra Campaña. In quel momento l’Altra Campagna non è più dell’EZLN e si trasforma in questa cosa come la si voglia chiamare. E sentiamo che se si segue lo spirito dell’Altra Campagna, che è ascoltare, c’è ancora molto da imparare. Pensiamo che sì, si può, e in un modo o nell’altro, le 16 ore giornaliere di presenza dei compagni comandanti e delle comandanti, sia il il nostro contributo all’Altra Campagna: sì, è possibile non innamorarsi del microfono e sentire più affetto per il megafono, cioè per l’ascolto.
E questo dovete averlo ben chiaro perché il primo gruppo, o il gruppo che lancerà l’Altra Campagna, nel momento in cui la riceverà dall’EZLN, deve pensare che il suo lavoro non è parlare, bensì ascoltare, così come me voi avete trovato qui uno spazio affinché vi ascoltassimo. Perché chiunque abbia parlato, ha potuto vedere che c’era poca o molta gente o che era ormai stanca, ma tutti voi avete avuto la certezza che qui di fronte c’erano alcuni incappucciati che stavano ad ascoltsarvi e che prendevano nota di quello che voi stavate dicendo, senza badare se erano d’accordo oppure no. E come voi e come molti compagni e compagne che hanno assistito qui alle riunioni, in tutto il paese c’è gente che vuole parlare e vuole che qualcuno l’ascolti. Chi aderirà all’Altra Campagna, non solo deve definirsi anticapitalista e di sinistra, deve definirsi con questa disposizione ad ascoltare. E nel momento in cui consegneremo questo, noi chiederemo questa garanzia, vogliamo la garanzia che voi, insieme a noi nell’Altra Campagna, avrete sempre uno spazio affinché chi lo voglia possa parlare, e proseguirete con le caratteristiche che abbiamo già detto.
L’altro problema che si è presentato è quello delle opinioni e presa delle decisioni di tutti. Non può essere che l’Altra Campagna sia portata avanti solo con l’opinione e la decisione dei presenti, per questo si è deciso di mandare le vostre relazioni e le vostre parole. Nel momento in cui si voterà o si discuteranno le diverse proposte su come debba essere l’organizzazione dell’Altra Campagna, dovremo pensare al meccanismo affinché la gente che non può venire in Chiapas, né nella Selva Lacandona, partecipi e la sua decisione venga sempre presa in considerazione con la stessa importanza di quella di chi è riuscito a venire fino a qua e che la parola di chi non ha parlato valga allo stesso modo. Perché, come ha detto qualcuno che ha scritto: "la lista è molto lunga, meglio che vi mandi le mie parole", o quello che è venuto solo ad ascoltare sappia che il suo pensiero ed il suo cuore hanno un posto, non solo per fare chiasso, ma anche per prendere una decisione e fare in modo che questa barca, o come lo chiameremo, segua una rotta definita. Questo lo dovremo fare prendendo questa decisione.
In questo senso - dal posto privilegiato che abbiamo avuto in queste riunioni per cui ringraziamo l’opportunità di avere ascoltato tutto questo - la nostra aspettativa, quando si stava discutendo mentre era appena uscita la Sesta, era che sarebbe venuta molta meno gente di quella arrivata e che praticamente avremmo perso tutti quelli che si erano avvicinati prima, nella CND o in altre iniziative, e che a causa della nostra goffaggine e stupidità avremmo in qualche modo offeso qualcuno. Sono arrivate nuove persone che prima non erano venute e fortunatamente sono venuti quelli che avevamo già conosciuto in questi 12 anni. Ci ha fatto molto piacere rivederli e soprattutto rivederli con cose più definite. Perché l’indefinizione dei primi anni aveva fatto sì, e voi lo sapete, che molta gente si avvicinasse. Noi diciamo che c’è gente buona, c’è gente cattiva e c’è gente cattiva che sembra buona. Molta di questa gente cattiva che sembra buona si è avvicinata a noi e così è stato.
(continua)
La Jornada , 12 settembre
Villaggio Autonomo Zapatista Javier Hernandez, Chis. , 11 settembre. L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ha deciso di lanciare l’Altra Campagna nella congiuntura elettorale nazionale affinché la gente possa "contrastarla" con quelle dei candidati dei partiti politici, ha affermato il subcomandante Marcos. Ha aggiunto che nella sessione plenaria di tre giorni che incomincerà il prossimo 16 settembre in questa regione della selva, l’EZLN presenterà il suo piano di uscita, con date approssimative, luoghi, destinazioni, oltre ad un progetto generale dell’organizzazione e della direzione dell’Altra Campagna - alla quale parteciperanno coloro che si definiscono di sinistra ed anticapitalisti - secondo tutto quello che ha ascoltato nelle sei riunioni preparatorie conclusesi oggi. Ha dichiarato che nella stessa plenaria, che potrebbe essere trasmessa dal vivo via Internet, l’EZLN "consegnerà l’Altra Campagna" a chi ha aderito alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona. Ha confessato che quando cominciò la discussione sulla Sesta, l’aspettativa era che "sarebbe venuta molta meno gente di quella che è arrivata e che praticamente avremmo perso tutti quello che si erano avvicinati prima nella CND o in altre iniziative", ma "vediamo che continua ad esserci questo arcobaleno che abbiamo sempre continuato ad immaginare o sognare" da quella riunione dell’agosto del 1994 a Guadalupe Tepeyac. Ha annunciato che "non è possibile che questa volta ci siano riunioni bilaterali; abbiamo preso un impegno con la comunità che la domenica ce ne saremmo andati. Non possiamo restare molto tempo in comunità con popolazione civile perché li mettiamo in pericolo". Ha ringraziato "alcuni compagni e compagne che, nonostante non siano abituati a sentire tante cose da tanta gente differente, sono rimasti con le loro gonne e pantaloni ben sistemati, adeguati all’occasione, ed hanno sopportato senza lamentarsi le sei riunioni, in media per 16 ore al giorno. Sono le mie compagne comandanti Grabiela, Rosalinda, Keli, Delia, Ofelia, Yolanda, Ana Berta e Graciela. Ed i miei compagni comandanti del CCRI della regione selva-tzeltal Gabino, Gustavo, Eduardo, Simón, Masho, Omar e Pablo". Ha spiegato che ci sono altri comandanti, "alcuni già li conoscete, altri li conoscerete nella zona tojolabal, nella tzotzil, nella zona chol e la tzotz choj. Vi toccherà vederli quando la commissione sesta dall’EZLN uscirà". Ha dichiarato che oggi sarebbe l’ultimo giorno utile per aderire alla Sesta Dichiarazione nella sua prima tappa. "Poi sarà secondo l’accordo che prenderà la maggioranza o tutti quelli che hanno già aderito. Vi dico questo perché alcuni compagni dicono di stare ancora discutendo la Sesta, ma hanno già un mucchio di proposte da fare su come aderire all’Altra Campagna. Non so, ognuno ha il suo modo, ma la cosa logica è in primo luogo aderire e poi fare le proposte". Rispetto alle critiche ricevute ha detto: "se avete seguito le relazioni delle diverse riunioni, credo modestamente che abbiamo dimostrato di saperle sostenere. Ci hanno detto di tutto, li abbiamo ascoltati e non abbiamo... sparato". La gente ha riso a questa battuta di un Marcos di buon umore. "Non ci siamo arrabbiati. No, abbiamo accolto le critiche partendo dal fatto che sono fatte da compagni e compagne in buona fede, le abbiamo analizzate, considerato se secondo noi hanno ragione, a volte abbiamo risposto con una scusa e a volte correggendo nella pratica quello che pensiamo sia stato male". Ha aggiunto: "Abbiamo rilevato nuovi problemi. Uno è che l’Altra Campagna e questo grande movimento che vogliamo lanciare tutti insieme devono avere un luogo per lo studio, l’analisi e la discussione teorica; è qualcosa che non si era considerato o si era considerato solo superficilamente. "Un altro problema che si è presentato è che bisogna imparare ad ascoltare. Dalla posizione che avevamo noi, privilegiata, perché adesso sì che siamo gli unici che possiamo dire di ascoltare tutto da tutti, senza addormentarci e senza sfuggire, e sentiamo che in questa come nelle altre riunioni manca ancora molto affinché impariamo ad ascoltare. In questo momento l’Altra Campagna non è più dell’EZLN e si trasforma in questa cosa come la si voglia chiamare. E sentiamo che se si segue lo spirito dell’Altra Campagna, che è ascoltare, c’è ancora molto da imparare. Chi aderisce all’Altra Campagna non deve definirsi solo anticapitalista e di sinistra, deve definirsi con la predisposizione ad ascoltare". Ha ringraziato anche per "l’opportunità di avere ascoltato tutto questo. La nostra aspettativa era che sarebbe venuta molta meno gente di quella arrivata e che praticamente avremmo perso tutti quelli che si erano avvicinati prima nella CND o in altre iniziative e che a causa della nostra goffaggine e stupidità avremmo offeso qualcuno in un modo o nell’altro". Ha menzionato che un problema che si è posto all’EZLN quando ha parlato con le comunità, è stato che "nel momento in cui avremmo definito di più il nostro movimento che doveva oltrepassare l’orizzonte indigeno e proporre l’unità con altri movimenti, probabilmente avremmo perso la diversità, non si sarebbero sentiti convocati molti che in realtà erano convocati e che avevano dato allo zapatismo in questi anni una ricchezza che pochi movimenti possono vantare di possedere. Fortunatamente, come abbiamo visto nella riunione e dai messaggi di posta che arrivavano alla pagina della rivista Rebeldia e direttamente all’EZLN, questa diversità si mantiene; continua ad essere ancora lo zapatismo, e qui parlo dello zapatismo di tutti gli zapatisti, nient’altro che l’EZLN". Ha segnalato che "qui e dovunque si deve combattere per il proprio posto, guadagnarlo e, soprattutto, difenderlo. Non disperdetevi. Non abbandonate l’Altra Campagna né assumete l’atteggiamento che qualche volta è stato preso in altre iniziative, che noi ci prendiamo tutti gli errori. Qui si andrà davvero tutti insieme, è democratizzeremo anche gli errori". Ha anticipato che "in un determinato momento della plenaria, la Commissione Sesta dell’EZLN consegnerà a tutti l’Altra Campagna e così manterremo una promessa. A partire da quel momento, tutti quelli che siamo commissione sesta o come si chiamerà della famiglia González o la commissione sesta del tale quartiere, stabiliranno i criteri per aderirvi e come fare; per questo diciamo che oggi è l’ultimo giorno per aderire secondo i criteri dell’EZLN. "Con la Sesta vi invitiamo a costruire un movimento anticapitalista e di sinistra. Aderire all’Altra Campagna significa diffondere, organizzare, propagandare e soprattutto ascoltare." Di buon umore, ha confidato: "Faremo qualcosa di straordinario".
(Traduzione Comitato Chiapas "Maribel" - Bergamo)
RIUNIONE PREPARATORIA DELLA SESTA, 21 AGOSTO 2005
Bene, compagni e compagne, vi dirò qualche parola e darò qualche spiegazione. Vi chiediamo il favore di portare queste parole che dirò alle vostre organizzazioni. Come possiamo vedere negli interventi fatti e nei messaggi che ci hanno comandato, alcune organizzazioni e gruppi politici stanno ancora discutendo ed aspettando le posizioni dell’EZLN sulla Sesta e su "L’altra Campagna". Riteniamo che tra alcune delle posizioni attese, quelle che più preoccupano sono ormai chiare: la questione elettorale, il rispetto, l’indipendenza organizzativa, l’orizzonte della Sesta. Soprattutto voglio dirvi di riferire ai vostri compagni che non si prenderanno posizioni senza l’accordo di tutti. Tutte le proposte che avete fatto restano in sospeso perché ci sono tuttavia compagni e compagni con i quali dobbiamo ancora riunirci. Vediamo anche che ritornano punti che erano apparsi già prima nella discussione: quello della Promotora, quello del Frentote, quello della Dichiarazione di Querétaro, i Dialoghi nazionali, la candidatura indipendente, l’astensionismo, il timore che questo processo de "l’altra campagna" non sfoci in una struttura organizzativa di comando e subordinazione che coarti l’iniziativa e l’immaginazione e l’intelligenza - aggiungiamo noi -. Sorge ora di nuovo il timore che "l’altra campagna" prenda in considerazione lo specifico delle donne e che si facciano riunioni di genere. Vediamo anche che si ripresenta il problema della privatizzazione della previdenza sociale ed in questa lotta noi vediamo similitudini con la lotta del movimento studentesco della UNAM nel 1999, perché si tratta di compagni e compagne preoccupati perché questi tentativi di privatizzazione colpiscono i futuri lavoratori e tutta la gente che usufruisce di questi servizi sociali della Previdenza Sociale e dell’ISSSTE. Abbiamo anche sentito proposte di metodo per "L’altra Campagna" ed alcune di queste già guardano il programma nazionale di lotta; per esempio, quello della libertà dei prigionieri politici, la difesa della previdenza sociale, la solidarietà con tutte le lotte operaie, contadine, studentesche, indigene, i problemi che espongono le compagne dell’Assemblea Nazionale dei Braccianti, le lotte che tutti, quasi tutti, portano avanti per la democratizzazione sindacale contro i patronati. Si è citato il problema delle garanzie di sicurezza, ieri quasi in ultimo. Noi vogliamo dirvi che non c’è nessuna garanzia di sicurezza, né nei municipi dove andremmo, né in tutta la Repubblica Messicana. Per questo, l’EZLN prima di lanciare quest’iniziativa ha realizzato una ristrutturazione della sua struttura organizzativa politico-militare, considerando che quelli che usciranno potrebbero perdere la vita o la libertà, o semplicemente sparire. L’unica garanzia di sicurezza che abbiamo, dunque, è la mobilitazione della gente e le misure che prenderà la gente che ci riceve. Vogliamo dire ai compagni dello Stato di Messico, di San Luis Potosí, di Jalisco, di Durango, di Zacatecas, di Yucatan, di San Isidro nel DF, ai compagni del Mercado de la Merced, ai compagni di Tecamachalco, di Puebla, all’Assemblea Nazionale dei Braccianti di tutti gli stati in cui si trova, ai compagni di Ixtapa, di Cosoleacaque Veracruz, di Ciudad Juárez a Chihuahua; a tutti quelli della Valle del Messico, a quelli della Zona della Costa del Chiapas, ai compagni di Manzanillo a Colima, ai compagni della Montagna e Costa Chica di Guerriero, alle compagne di Tetetzingo a Morelos, ai compagni della zona orientale Ejidos Nuevos, ai compagni di Jojocotla di Morelos, della ENEP Acatlán, di Anenecuilco, di Tepoztlán, di Ecatepec, che andremo da loro. Abbiamo accettato, dunque, l’invito che ci hanno fatto. Siamo preoccupati perché dalla Prima Dichiarazione della Selva Lacandona, non avevamo mai parlato tanto chiaro in una dichiarazione come nella Sesta; tuttavia, mai una dichiarazione è stata tanto male interpretata. La Sesta Dichiarazione e "l’Altra Campagna" si propongono di andare ad ascoltare, non a parlare. "L’altra campagna" va per questa strada, e non per nessun’altra. Dunque per questo, compagni e compagne, vi chiediamo qualcosa di cuore. È molto importante per noi che ci concediate quello che vi chiederemo ora, perché noi della Commissione Sesta dell’EZLN abbiamo ascoltato quanto si è detto qui, ma abbiamo sentito anche quello che non si è detto. Siamo fatti così. Qui abbiamo imparato a sentire anche quello che si tace. Quindi, quello che vogliamo chiedervi è che quando informerete le vostre organizzazioni e collettivi su quanto si è detto qui, dite loro che quella che gli zapatisti vogliono fare è un’altra campagna, e dite loro che se gli zapatisti insistono sull’Altra, non è solo perché non sarà una campagna elettorale. Dite loro che è Altra perché il suo obiettivo principale è andare a parlare alla gente umile e semplice, ai lavoratori delle campagne e delle città che lottano, a chi è perseguitato e disprezzato per la sua differenza e resiste e si ribella. A chi viene represso perché lotta per la giustizia ma non si arrende e ritorna, una ed un’altra volta, esattamente come sono tornati gli abitanti di questa comunità che ci accoglie - come vi ho raccontato ieri mattina - che ritornano dopo essere stati repressi - ed in generale a tutta la gente che ha pensiero e sentimento nello stesso lato in cui ha il suo cuore, cioè alla sua sinistra. L’obiettivo dell’altra campagna è ascoltare tutte queste persone. Ascoltare, questo è lo spirito che anima la Sesta. A coloro che invitiamo a preparare e realizzare "l’altra campagna", chiediamo di preparare e costruire uno spazio di ascolto, nuovo, senza precedenti, molto altro, come diciamo noi zapatisti. Uno spazio che è il luogo in cui nasce la parola, in cui trova il suo modo, la sua maniera di nominare l’ingiustizia, lo sfruttamento, il disprezzo, la repressione, la discriminazione, il dolore ed anche la sua maniera di nominare la lotta, la resistenza, il non abbandonare, il non arrendersi. Il ritornare una ed un’altra volta ancora per quello che legittimamente ci appartiene: la Democrazia, la Libertà e la Giustizia. E questo spazio è il luogo di chiunque in cui vive e lotta: la sua casa, la sua fabbrica, la sua strada, la sua colonia, il suo paese, il suo campo, la sua assemblea, la sua lancia per pescare tonno o gamberi, il suo negozio come i compagni della Merced o di Chichén-Itzá, la sua sede sindacale, il suo orto, il suo centro culturale, il suo luogo dove provare la sua musica per una sonata, dove dipinge, dove fa teatro, dove stampa una pubblicazione, dove si riuniscono i coloni per discutere e concordare, dove si fa la fila - stavo per dire coda ma poi ci rimproverano di dire sconcezze - dove si fa la fila per l’acqua che si userà durante il giorno, il suo camion, la sua vettura, il suo taxi, il suo autobus, la sua parrocchia, il suo orto, il suo cubicolo, la sua cooperativa, il suo luogo di divertimenti e balocchi, il suo cantiere, la sua linea di montaggio, il suo ambulatorio, la sua aula, la sua assemblea, la sua vicinanza, comunque si chiami la realtà dove vive e lavora, cioè, dove costruisce la propria storia. Secondo noi - possiamo anche sbagliarci - è lì dove quelli in basso prendono le grandi decisioni, dove nasce lo Ora Basta di ognuno, dove cresce l’indignazione e la ribellione, benché poi sia nelle grandi mobilitazioni o azioni dove diventa visibile e si trasforma in forza collettiva e trasformatrice. La Sesta e "l’Altra Campagna" non cercano un luogo per la parola, bensì un luogo per l’ascolto, lì dove voi ed altri come voi hanno realizzato il loro lavoro politico e la vostra organizzazione. Per questo la Sesta e "l’Altra Campagna" non invitano alla realizzazione di grandi incontri, convenzioni, fronti, associazioni, coalizioni e tutti gli eccetera relativi. Andremo, certo, agli incontri e alle grandi riunioni a cui ci inviteranno ed a cui potremo recarci. Andremo con voi perché ci fidiamo di voi, perché confidiamo che abbiate capito che cosa è quello che vogliamo e perché chiediamo il vostro aiuto, cioè, per imparare ad ascoltare quelli come voi. In questo senso nessuno deve temere che dagli incontri, eventi promozionali, fronti, dialoghi, programmi, ecc., noi disputiamo ad altri spazi, nomi, convocazioni, firme in calce, quantità di convocati o potere di persuasione. Ma nel caso dovessimo scegliere, sceglieremo di andare in una colonia o in una fabbrica, in un mercato, o una colonia, o un’aula anziché ad un grande incontro. Si dirà allora che l’EZLN sta perdendo l’opportunità di far ascoltare la sua parola a migliaia, centinaia di migliaia, milioni di persone. Ed è qui il problema, perché l’EZLN adesso non vuole che molti ascoltino la sua parola, al contrario, vuole ascoltare molti, non tutti, quelli che stanno in basso che resistono e lottano. Chi non capisca che questo è quello che sta cercando di fare l’EZLN, allora non ha capito niente, ed ancora una volta dirò che mancano dichiarazioni, interviste, comunicati dove si spieghi di più. Siamo disposti a farlo una ed un’altra volta, a chiarire tutto quello che non sia chiaro, a spiegare e spiegarci. Ma vi dico francamente che non siamo disponibili a cambiare lo spirito della Sesta né a cambiare l’obiettivo principale "l’Altra Campagna". Cioè, la nostra meta è ascoltare l’altro. Non usciremo per dire a nessuno quello che deve o non deve fare, ma per imparare ad ascoltare, imparare perché fa quello che fa, e perché smette di fare quello che smette di fare. Per il resto, siamo disponibili a discutere progetti, programmi, caratterizzazioni, definizioni, piani a breve, medio e lungo termine. La domanda quindi non è come si farà a parlare, ma come si farà per aiutarci ad ascoltare chi è parte di voi, chi organizza, chi vuole organizzare ed unire. Non abbiate paura, compagni e compagne, o come dice la Sesta: "Se avete paura, controllatela". L’EZLN non vi disputerà contingenti, né avanguardie, né chiese, né teste di manifestazioni, né nomi, né sigle, né progetti. Non abbiate paura. L’uscita dell’EZLN non significa l’apparizione di un nuovo rivale. Vi chiediamo di vedere la nostra uscita semplicemente per quella che è: la comparsa di un nuovo compagno. Questo è quello che vi chiediamo il favore di dire, perché se direte solo "no, non c’è lotta, vota per López Obrador o per Madrazo", si penserà semplicemente che questo è quello che sta definendo l’altra campagna. Va bene se lo fanno i mezzi di comunicazione, ma voi non potete fare questo. Perché come dicevano i compagni di Tetetzingo, a volte vi domandano se avete detto la vostra parola, a volte domandano anche che cosa è stato detto. Riducono tutto a questo, se López Obrador il PRI o il PAN, se non è stata presentata la cosa fondamentale, e allora pensano che l’EZLN sta uscendo come altre volte. Sono 12 anni che parliamo e secondo il nostro pensiero bisogna tacere e bisogna ascoltare. E’ così che siamo cresciuti qui, arrivammo per parlare: di rivoluzione, trasformazione, classi sociali, di piani a medio, breve e lungo termine. Fino a che abbiamo taciuto e iniziammo ad ascoltare. Lì in casa, nel campo coltivato, nel momento del pozol, e lì scoprimmo un’altra cosa: imparammo un modo. Questo è quello che vogliamo imparare con voi. Accadranno molte cose, compagne e compagni. Forse ci saranno grandi trasformazioni. Anche così, "l’altra campagna" non si fermerà. Dobbiamo continuare ad imparare ad ascoltare la gente. E la gente che sta nella propria casa, nel proprio quartiere, deve confidare che qualcuno arriverà, a parlare con lei, ad ascoltarla, anche se il suo rappresentante sta parlando in assemblea. Dobbiamo ascoltare anche lui. Dunque, non temete. Non vi toglieremo niente né disputeremo le iniziative che già avete avviato o che lancerete. Ma non pesiate neppure che l’obiettivo dell’EZLN sia saltare da un incontro all’altro, da gruppo a gruppo perché non è quello che vogliamo, perché non possiamo rimanere fuori da tutto questo. Ma nel caso di dovere scegliere tra una grande riunione in un auditorium ed andare al mercato de la Merced, andremo al mercato de la Mercede; quindi non venite a dire che sarà un inganno, non dite: "ha detto una cosa e ne sta facendo un’altra". Voi dovete dirgli: "no, per questo vengono, a litigare per il prezzo del pomodoro con quello del mercato perché vogliono imparare da lui" ed invece della grande manifestazione, in auto decappottabile, salutando tutti, prederemo un taxi collettivo - per questo ieri dicevo ad un compagno di non chiedere troppo - e faremo la fila. Vogliamo ringraziarvi per essere venuti. La relazione su quanto è avvenuto in questi giorni e in quelli precedenti, sarà a disposizione sulla rivista Rebeldía, alla pagina Internet. A tutti quelli che la richiedono per posta la si sta mandando, a chi no, per favore che la prendano da lì perché siano informati, perché si veda come alcune cose si stanno dicendo. Le più importanti, quelle che richiederanno posizioni, restano da parte. Dunque, abbiamo una preoccupazione per la riunione del 16 di settembre - perché è già cambiata al 15 ed è finita al 14 - stiamo dicendo che è il 16, perché quella data è significativa e perché cade in un bel giorno affinché possiate arrivare con più tempo. Il 16 settembre verrete se la discussione fondamentalmente sarà sulla questione elettorale e tutto questo. Allora vedrete che noi diremo un’altra cosa. E’ questo quello che vogliamo che spieghiate, dunque, ai vostri compagni e compagne e ai delegati che manderete a questa riunione. Per salutarvi voglio raccontarvi qualcosa che non vedrete, ma che è così. Quello che succede quando ve ne andrete, che è quanto è successo quando se ne sono andati i compagni delle organizzazioni politiche, quello che è successo quando se ne sono andati i compagni e compagne delle organizzazioni indigene e quello che succede ogni volta che un gruppo di persone come voi, che è benvenuto, se ne va. Quello che succede è che si riunisce il villaggio, tutti: uomini, donne, bambini ed anziani, a volte si siedono dove vi trovate voi. E dove ci troviamo adesso arriva un messaggio che dice: "Subcomandante Marcos, la comunità ti vuole parlare", io vado e dico "sono qui, compagni" - a volte salutano militarmente, cantano l’inno - i compagni incominciano a parlare. Sapete che cosa dicono? Cominciano le autocritiche per gli errori che pensano di aver commesso nell’accogliervi: "se i fagioli erano troppo salati, se non lo erano, che il compagno ha messo male quella traversa, che io gli ho detto di non metterla così. Questi compagni, dopo che voi ve ne sarete andati, dopo che, nelle condizioni in cui ci troviamo, hanno dedicato settimane a marce forzate per predisporre tutto questo, come loro dicono, poveramente, chiedono scusa per non avervi ricevuto meglio. Voglio ringraziare qui i compagni e le compagne che nei loro interventi hanno dedicato uno spazio per ringraziare questa comunità, la comunità di Dolores Hidalgo della cui storia vi abbiamo parlato. E’ sempre così. È il nostro modo. Vi chiedo, per favore, di considerare questo, questi uomini e donne che hanno preso una decisione. Perché la faccenda della Sesta e de "l’Altra Campagna" non è stato qualcosa che ci è capitato. Abbiamo parlato con loro, abbiamo chiesto loro, discusso, considerato quello che sarebbe successo. E qui vogliamo dare un argomento a tutti quelli che dicono che bisogna stare con López Obrador, perché milioni l’appoggiano, perché i sondaggi sono a suo favore. Noi, compagni e compagne, nel dicembre del ’93, se avessimo fatto un sondaggio sulla sollevazione avremmo perso, in milioni sarebbero stati contrari. Gli argomenti quantitativi non contano per noi. Tuttavia, è accaduto il primo di gennaio, è successo quello che è successo - tra molte altre cose, che avete potuto essere qui - e tante altre cose sono accadute, perché se avessimo considerato i sondaggi, l’innominabile Salinas avrebbe continuato a governare, e molte cose che poi sono successe. Vi chiedo per favore di prendere in considerazione tutto questo, perché voi siete i leader delle vostre comunità e non potete insultare la vostra gente dandole argomenti quantitativi se quello che si sta mettendo qui in discussione sono argomenti razionali: "per questo conviene, per questo no". Se cominciate ad argomentare che sono molti, incominceremo a fare male molte cose perché molti dicono che bisogna farle. Per favore, vi chiediamo, dunque, di considerare questo, di cercare di evitare la volgarità e di cercare gli argomenti per porsi davanti ad un’opzione politica. Perché a noi non preoccupa se sì o no, ma che la gente discuta e prenda posizione, qualunque sia, ma con rispetto, nel rispetto della sua intelligenza. Perché è questo che vogliamo dirvi, compagni e compagne. Grazie di essere venuti. Vi chiediamo per favore di andare a spiegare che cosa è che l’EZLN si aspetta da "l’Altra Campagna" e che diciate chiaro, se voi state pensando ad un’altra cosa e loro incominciano fare questo, non chiamatelo inganno, fin dall’inizio essi hanno detto a che cosa venivano. Compagni e compagne, verremo nelle vostre case, nei vostri quartieri, sui vostri veicoli, sulle vostre lance, dove vorrete che ci troviamo troverete lo stesso che abbiamo offerto a tutti voi, alle organizzazioni politiche, alle organizzazioni indigene e tutti quelli che verranno, troverete un ascolto attento e vedrete che prenderemo appunti, allora inizieranno cose terribili e meravigliose e avete la nostra garanzia che ci sarà qualcuno che ascolta, questo è il nostro lavoro. Grazie, compagni e compagne.
Subcomandante Insurgente Marcos
(Traduzione Comitato Chiapas "Maribel" - Bergamo)
Compagni e compagne:
Vi racconterò una storia. Alcune parti me l’hanno raccontate i compagni e le compagne zapatisti, ed altre le ho viste e vissute. Se ci sono alcune imprecisioni, lasciamo agli storiografi la loro spiegazione. Con i suoi fatti comprovati, le sue leggende, le sue imprecisioni ed i suoi vuoti, questa è parte della nostra lotta, la storia dell’EZLN.
Il luogo in cui ci troviamo era una proprietà di nome Campo Grande. La storia di questo luogo è una sintesi rigorosa della storia degli indigeni chiapanechi. E, in alcune parti, di tutti gli indigeni del sudest messicano, non solo degli zapatisti.
Campo Grande rendeva onore al suo nome: più di mille ettari di buona terra, pianeggiante, con acqua abbondante, strade fatte apposta per far passare il bestiame ed il legname pregiato, piste di atterraggio affinché i padroni non si impolverassero o infangassero percorrendo le strade sterrate e potessero arrivare nei loro aerei; migliaia di indigeni da sfruttare, disprezzare, violentare, ingannare, imprigionare, assassinare. Allora, la riforma agraria del PRI, la rivoluzione istituzionalizzata, in Chiapas si concretizzava così: le terre buone e pianeggianti ai "finqueros"; le pietraie e le alture agli indigeni.
Il padrone di Campo Grande era Segundo Ballinas, noto tra gli abitanti come un assassino, violentatore e sfruttatore di indigeni, principalmente di donne, bambini e bambine. Poi la proprietà venne frazionata: una parte si chiamava "Primor" ed il suo padrone era Javier Castellanos, uno dei fondatori dell’Unione dei Proprietari della Seconda Valle di Ocosingo, una di quelle associazioni con le quali i "finqueros" mascheravano le loro "guardias blancas"; un’altra parte si chiamava "Tijuana" ed il suo proprietario era un colonnello dell’Esercito Messicano, Gustavo Castellanos, che teneva soggiogata la gente con la sua guarnigione personale. Ed un’altra parte andò in proprietà di José Luis Solórzano, membro del PRI e suo candidato in diversi luoghi, conosciuto nella zona per le sue promesse incompiute, le sue sfacciate menzogne ed il suo carattere prepotente e sprezzante nei confronti degli indigeni. Così, in queste terre si sintetizzava il Potere del Chiapas: "finqueros", esercito e PRI-Governo. Per questa maledetta trinità, il Chiapas poteva essere un campo per l’allevamento di bestiame, una tenuta per esercitare il diritto di fare violenza, incluso su bambine; un campo da tiro su bersagli umani ed uno dei laboratori più moderni della"democrazia" del PRI: qui non era necessario conoscere i candidati, neanche i loro nomi né le loro proposte, né conoscere la data delle elezioni né quali le opzioni né avere documenti di identità. Insomma, non era neppure necessario recarsi alle urne.
In ogni processo elettorale, nel capoluogo Ocosingo, nelle sedi delle associazioni di proprietari ed allevatori, si pagava con un panino ed una bibita la giornata a compilare schede. Chiaramente quella"democrazia" aveva i suoi eccessi: in alcune elezioni prima dell’anno 1994 il PRI ottenne più del cento percento dei voti. Forse c’erano stati troppi panini e bibite.
In un agosto come questo che ci trova qui, ma nell’anno 1982, i "finqueros" e le loro "guardias blancas" sgomberarono con la violenza gli abitanti del villaggio Nueva Estrella. Spararono, picchiarono e presero prigionieri gli indigeni maschi. Alcuni furono assassinati. Separarono le donne e le obbligarono a vedere come bruciavano le loro case. Gli portarono via tutto. Dopo tempo, ritornarono. Quando qualcuno domandava loro perché ritornassero dopo tutto quello che avevano fatto loro, essi rispondevano con questo gesto (Marcos apre una mano con le dita verso l’alto, facendo capire: "por huevos").
Nel 1994, il primo gennaio, migliaia di indigeni di questa zona tzeltal, insieme con altre migliaia delle zone tojolabal, chol e tzotzil, dopo dieci anni di preparazione, si coprirono il viso, cambiarono nome e chiamandosi collettivamente "Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale" si sollevarono in armi. I"finqueros" fuggirono, lo stesso fecero le loro"guardias blancas" ed abbandonarono le armi con le quali sostenevano la loro dominazione. Gli zapatisti recuperarono le terre. Attenzione: non le"occuparono", ma le "recuperarono". Così i compagni e le compagne chiamano questo atto di giustizia per cui si dovettero aspettare decine d’anni perché si realizzasse. Queste terre che furono di indigeni e che furono usurpate, ora tornano ad essere indigene. Sono state dunque recuperate. Le terre furono distribuite. Centinaia di famiglie indigene che prima si ammucchiavano in uno spazio di 2 ettari, insieme ad altri indigeni senza terra di altri villaggi della zona, fondarono questo villaggio zapatista che oggi ci accoglie. Ora questo villaggio è abitato, tra gli altri, da coloro che furono attaccati dai "finqueros" nel 1982.
Questo villaggio zapatista si chiama Dolores Hidalgo e, come mi raccontano i fondatori, veterani della sollevazione del 1994, il significato di "Dolores" è quello del dolore che sentiamo da più di 500 anni di resistenza, ed il nome "Hidalgo" è per Don Miguel Hidalgo y Costilla, che lottò per l’indipendenza.
Ascoltate bene che hanno detto "500 anni di resistenza" e non "500 anni di dominazione". Cioè, nonostante la dominazione non hanno mai smesso di resistervi. E quando parliamo di dominazione, cioè, quando raccontiamo la nostra storia, parliamo anche della resistenza. Ed ora non sto parlando della nostra storia come EZLN, ma della nostra storia comune, quella che condividiamo con voi, con le vostre organizzazioni sociali ed i vostri movimenti. La nostra storia comune, quella che, dove dice "comando e domino", noi e voi diciamo "resisto e mi ribello".
Ma gli zapatisti che fondarono Dolores Hidalgo non si riferiscono solo alla resistenza. Citano anche il dolore di essa. Il dolore del lungo cammino; il dolore della stanchezza, il dolore di chi tradì lungo il cammino, il dolore delle sconfitte, il dolore degli errori e, soprattutto, il dolore di andare avanti nonostante tutte le sofferenze.
Della vostra storia come organizzazioni e come movimenti, dei vostri dolori della vostra resistenza e ribellione, ci racconterete voi. Sicuramente, ci riconosceremo in più di una storia. Molte altre ci sembreranno lontane. Ma in tutte impareremo qualcosa di voi. E vi diremo quello che abbiamo detto ad altri: che vogliamo continuare ad imparare. Impariamo con voi, e con molti altri come voi, a pensare bene, a ben dire e a ben sentire quando diciamo "compagno, compagna".
Benvenuti compagni, benvenute compagne.
Molte grazie.
*Testo letto all’inizio della terza riunione preparatoria de "l’altra campagna", convocata dall’EZLN con organizzazioni e movimenti sociali, svoltasi nella comunità Dolores Hidalgo, municipio autonomo ribelle zapatista di San Manuel. http://www.jornada.unam.mx/2005/ago...
Messico - 16.7.2005
Rientrato l’allarme rosse generale in Chiapas. Riaprono i Caracoles
E’ stato un nuovo comunicato del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno ad avvisare il mondo intero che l’allarme rosso delle comunità zapatiste è rientrato. L’allerta generale, con il conseguente ritiro sulle montagne della Selva Lacandona di tutti gli esponenti delle Junte del Buen Gobierno, in vigore dallo scorso 19 giugno, aveva di fatto risollevato la questione indigena del Chiapas. Adesso le cose sono cambiate. L’Ezln ha fatto sapere di aver nominato una commissione incaricata di portare avanti tutte le iniziative spiegate nella Sexta Declaracion de la Selva Lacandona.
I sette punti del comunicato. L’hanno diramato sia il Centro de Informacion Zapatista sia il centro per i diritti umani Fray Bartolome de Las Casas, due organizzazioni che lavorano per aiutare le comunità zapatiste del Chiapas. Il primo punto parla chiarissimo. “L’Ezln ha deciso di revocare l’allarme rosso generale in tutte le comunità indigene zapatiste”. Il secondo punto, stabilisce che a partire dal 15 luglio saranno riaperti i cinque Caracoles, Oventic, Morella, La Garrucha, Roberto Barrios e La Realidad e con loro tutte le giunte del buon governo. Il terzo dice che saranno riaperti tutti i consigli dei municipi autonomi ribelli zapatisti in tutto il territorio controllato dall’Ezln. Il quarto punto dice che si normalizzeranno tutte le attività civili in tutto il territorio. Il quinto fa sapere che ci saranno alcuni cambiamenti all’interno dell’organizzazione zapatista. Ad esempio, mentre nelle Junte del Buen Gobierno ci saranno le persone nominate dai consigli autonomi solo per questo ruolo, nella cosiddetta commissione di vigilanza adesso ci saranno uomini e donne che avranno il compito di conoscere coloro che arrivano, conoscere i problemi per i quali chiedono appoggio oppure una soluzione, conoscere bene le loro proposte e controllare la distribuzione degli aiuti umanitari destinati alle comunità indigene. Queste commissioni di vigilanza informeranno le basi di appoggio affinchè le novità raggiungano tutti i membri delle comunità, le valutino e dicano se stanno bene oppure no. Oltre agli uffici delle Junte del Buen Gobierno e della commissione di vigilanza, ci sarà una sede per la cosiddetta Commissione di Informazione che si incaricherà di ricevere le persone che chiedono informazioni e spiegazioni sul movimento zapatista e sulla sua lotta. Il sesto punto, sicuramente scritto dal “Sup” (come affettuosamente chiamano Marcos gli indigeni), chiede scusa per le eventuali disfunzioni provocate dai cambiamenti. Il settimo e ultimo punto è categorico: “Invitiamo tutti gli appartenenti alla società civile nazionale e internazionale a far ripartire i contatti, le visite e i progetti nei Caracoles.
Partito politico, no grazie. Secondo fonti della Bbc, l’Ezln non parteciperà a nessuna campagna politica e nemmeno ai vai comizi per la campagna elettorale (per le elezioni presidenziali) che avrà luogo il prossimo anno. Senza ombra di dubbio il comunicato dei dirigenti dell’EZ è chiarissimo. Ci saranno cambiamenti, anche grandi, che entreranno in vigore progressivamente. Il comunicato spiega che i prossimi passi saranno quelli della creazione di diverse commissioni di controllo che avranno il compito di organizzare le diverse iniziative alle quali parteciperanno gli zapatisti.
10 luglio 2005 Pubblichiamo questo interessante pezzo di Néstor Restivo, tratto dal giornale El Mundo del 25/06/2005, nel quale il giornalista intervista Ana Esther Ceceña, una delle più serie studiose dell’EZLN.
Ve lo proponiamo perchè rappresenta un ulteriore contributo per comprendere l’attuale situzione politica in Chiapas.
Che cosa è l’allerta rossa che l’Esercito Zapatista del subcomandante Marcos ha lanciato in Messico?
"Potrebbe essere un passo verso la clandestinità dell’organizzazione armata. Oppure un passo per trasformarsi in un’organizzazione politica legale. Quest’ultimo è il più probabile, senza scartare che rimanga da una parte l’Esercito Zapatista (EZLN), e da un’altra un braccio politico, ma non come quelli sperimentati in altri paesi da gruppi armati, ma qualcosa di nuovo e diverso di cui si sta sicuramente discutendo molto in Chiapas".
Chi parla, a Buenos Aires, è una voce di enorme prestigio nell’analisi dello zapatismo, Ana Esther Ceceña, dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM), del Consiglio Latinoamericano di Scienze Sociali (CLACSO) e della Rivista Chiapas. "Lo zapatismo è arrivato ad un limite, ad un’ora di definizioni: li incalza l’esercito messicano - in Chiapas è presente la metà di tutti gli effettivi militari del paese - i paramilitari, il saccheggio di risorse e la nuova idea di frontiere flessibili che gli USA vogliono introdurre nel sud messicano" - dice Ceceña.
Che cosa ne è stato in questi anni dello zapatismo? - domanda Clarino.
Quando nel 2001 i tre poteri messicani stravolgevano la Legge indigena non rispettando le promesse sui loro diritti, hanno ripiegato con il loro progetto dei "Caracoles" e Giunte di Buon Governo.
Com’è stata quell’esperienza?
È stata qualcosa di positivo ed inedito, un’organizzazione che avanzava sul piano dell’istruzione (la maggioranza dei ragazzi lì ora va a scuola con i loro programmi, non con quelli dello stato messicano), sul piano della salute (passando dalla medicina allopatica a quella erborista, in particolare) e pure sul piano della produzione. Tutto ciò ha influenzato stati vicini come Oaxaca. Ed ha preoccupato il governo che con un accerchiamento militare vuole spingere agli zapatisti in trappola sulla la frontiera meridionale con il Guatemala.
Come?
In marzo si è recata in Messico la segretaria di Stato degli USA, Condoleezza Rice, ed ha parlato di frontiere flessibili che garantiscano "sicurezza". Ci sono state denunce, che si sono già rivelate infondate, su coltivazioni di marijuana, riciclaggio di denaro sporco e narcotraffico contro gli zapatisti. Hanno detto perfino che lì opera Al Qaeda. E c’è il problema delle Maras, bande criminali giovanili, di cui nessuno parlava quando erano molto più attive in America Centrale.
Ed ora che cosa succede?
Vogliono accerchiare lo zapatismo. Sono in atto un’operazione chirurgica ed un’offensiva repressiva. L’allerta rossa risponde a questo quadro. L’EZLN sta entro questi limiti. La sua organizzazione interna è completa, non vanno avanti né i loro diritti politici, né la loro idea di un nuovo mondo, in Messico non succede che "chi comanda, comandi obbedendo", uno dei suoi slogan, vedono che si privatizzano risorse come l’acqua, si minaccia la biosfera. E nell’OEA, Messico, USA e paesi centroamericani si sono accordati per una "salvaguardia delle frontiere" sospetta.
Insieme all’allerta rossa, l’EZLN si è lanciato in un attacco alla classe politica, compreso al sindaco del D.F., Andrés Manuel López Obrador, del PRD e favorito alle presidenziali del 2006. "Lo zapatismo - per Ceceña - non ripone aspettative in lui. A dispetto del suo ripiegamento, l’EZLN mantiene il consenso popolare e, quando spunta fuori, si fa vedere. Credo che all’interno stiano discutendo di tutto questo".
Fonte: www.clarin.com
1 luglio 2005
Carta avrebbe una proposta da fare. Letta la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, ci siamo detti che abbiamo almeno un problema in comune con gli indigeni zapatisti, anche se noi non siamo discendenti dei maya, non disponiamo una figura autorevole come il subcomandante Marcos, i nostri partiti politici sono ridotti malissimo ma non ancora come quelli messicani, e nel paese dell’Ezln un cittadino su due è irrimediabilmente e tremendamente povero, mentre la nostra società si va impoverendo ma non a quella maniera drammatica. Dunque, siamo diversi. Ma in Italia e in Messico tra un anno si voterà, e la posta in palio è la cacciata di governanti iper-liberisti, Vicente Fox laggiù e Silvio Berlusconi qui. E in Italia, in Messico e in ogni paese del pianeta ci si chiede se davvero la democrazia rappresentativa, dove esiste, è un mezzo davvero efficace per cambiare la società. Le risposte sono ovunque molto dubbiose. Dunque, gli zapatisti fanno sapere che percorreranno tutto il paese per stringere alleanze con ogni organizzazione sociale e di sinistra, o con ogni persona interessata. Per fare cosa? Per scrivere, insieme a tutte le persone e i gruppi con cui parleranno, un "programma nazionale di lotta", per abbozzare una "nuova Costituzione", per fare una campagna non elettorale. E, aggiungono, siccome sappiamo che noi messicani non siamo soli, e il capitalismo è globale, allora proponiamo a tutti coloro che resistono, in America latina come nell’"Europa sociale", di organizzare "incontri intercontinentali": come e quando lo vedremo insieme, aggiungono [in gennaio sono in programma tre Forum sociali continentali, in Venezuela, nel Mali e in India, che potrebbero già essere occasione di questi incontri]. Bene, questa è la proposta che gli zapatisti fanno ai cittadini del Messico e ai cittadini del mondo. Una proposta che dice, semplicemente: sappiamo che non è attraverso le elezioni, appoggiando questo o quel candidato, diventando a nostra volta un movimento politico-elettorale che cambieremo le cose. Le cambieremo se le cambieremo, dicono, elaborando quel "programma nazionale di lotta" e quella "nuova Costituzione" insieme a "chi sta in basso", e mettendole in pratica. L’Italia, lo dicevamo, è diversa. Non tutta la politica è neoliberista, esistono partiti, sebbene minoritari, antiliberisti. Ma attorno al rapporto tra la società civile e la politica, anche nella sua parte migliore, ci stiamo tutti agitando ormai da qualche anno. Tutti chi? Le infinite organizzazioni e persone che hanno animato, almeno dal 2001 in poi, il movimento per un’altra globalizzazione, quello per la pace, quello per la tutela dei diritti del lavoro, quello per la rivendicazione dell’identità meridionale, quello per la casa, contro la precarietà, per l’accesso alla conoscenza, per la difesa dei beni comuni come l’acqua, per la nuova democrazia municipale, per la tutela delle comunità e della natura dallo "sviluppo" distruttivo, e l’elenco è ancora lungo. Tutti, e ciascuno a suo modo, si sono chiesti: come far diventare un "programma nazionale di lotta" tutto quel che stiamo progettando e facendo? Allora, quel che Carta ha da proporre è che tutti coloro che hanno creato il movimento di Genova 2001, tutti coloro che hanno dato il via al grande movimento contro la guerra, i sindacati, le iniziative e reti locali, la sinistra che non mette avanti a tutto la ricerca di voti ma la coesione sociale, tutti insieme potrebbero creare un gruppo ampio di persone, sufficientemente autorevoli e rappresentative delle diverse culture, dei diversi movimenti e delle diverse organizzazioni, e questo gruppo potrebbe proporre, città per città, incontri, forum o cantieri, o quel che si vuole, perché la maggior quantità possibile di cittadini, di movimenti, organizzazioni e persone singole possano esprimere la loro opinione, indicare le priorità, suggerire una soluzione. Un tour, un giro in tutto il paese, con l’appoggio di municipi, province e regioni, di organizzazioni sindacali o politiche o di altri tipi. Con lo stesso scopo che suggeriscono gli zapatisti: scrivere insieme un "programma nazionale di lotta", fare una campagna non elettorale, immaginare insieme il paese che vorremmo. Il nostro "cantiere per il futuro", la "camera di consultazione", la rete cattolica delle "comunità critiche" e i missionari, e l’Arci, la Rete di Lilliput, le Ong come Un ponte per o Terre des hommes, i media indipendenti, le sinistre non liberiste come Rifondazione, i Verdi, la sinistra ds e i Comunisti italiani, molte federazioni o organizzazioni territoriali della Cgil e i sindacati di base, le centinaia di amministratori locali che promuovono la partecipazione, le centinaia di botteghe del commercio equo e solidale, i Gruppi di acquisto solidali e la ormai grande finanza etica, il terzo settore che nasce dal basso e lì resta, le centinaia di docenti e ricercatori orientati al bene comune e specialisti in scienza e tecnologia non liberiste, i centri sociali e i movimenti per il diritto all’abitare, i cineasti e i narratori non rassegnati a produrre solo per il mercato, tutto questo, e molto altro, se riuscisse a trovare il modo di agire insieme, non sarebbe altrettanto influente, capace di convocare milioni di cittadini, come dopo Genova, o alla vigilia della guerra in Iraq? Tutto questo, tutto insieme, pur nella sua diversità, non sarebbe autorevole quanto lo è, in Messico, lo zapatismo? Non varrebbe almeno la pena provarci? Carta è una voce modesta. E siamo anche molto sospetti: il nostro legame con gli zapatisti è notoriamente forte, e per di più pensiamo che si debba cambiare il mondo senza prendere il potere. Ma quel problema, ossia come evitare che il cambio di governo sia solo la sostituzione di una faccia con un’altra, lo abbiamo tutti, lo abbiamo comunque. E restare ciascuno nella sua vecchia casella non è la migliore delle soluzioni. Può essere che abbiamo bisogno di sentirci ambiziosi e fiduciosi, dopo tutto, noi che non partecipiamo a nessun potere.