E siamo a sei. Quello del 25 novembre è il sesto sciopero generale contro questo governo e la sua politica economica. Uno sciopero "sacrosanto", come lo ha definito Guglielmo Epifani nella conferenza stampa di presentazione il 22, contro una Finanziaria che "non solo non è in grado di risolvere i problemi del paese ma gioca contro il timidissimo spiragli di ripresa" che si sta affacciando.
Il paese si fermerà venerdì 25, insomma, per dire no a "una manovra che va nella direzione sbagliata", e per sostenere invece le proposte di sviluppo, di equità e di politica dei redditi avanzate dai sindacati nel loro documento unitario. Saranno più di cento nel paese le manifestazioni, a carattere provinciale, con i leader di Cgil Cisl Uil che parleranno a Milano (Pezzotta), a Roma (Epifani) e a Palermo (Angeletti).
Lo sciopero sarà di quattro ore in tutto il paese, ma tre regioni (Abruzzo, Basilicata e Calabria) e alcune altre province (Udine, Frosinone, Latina, Viterbo, Perugia, Legge, Caltanissetta e Sassari) si fermeranno per otto ore. Lo stesso faranno i lavoratori delle Poste e degli appalti postali, quelli della ristorazione collettiva e delle imprese di pulizia, e tra i dipendenti pubblici, quelli della sanità e delle agenzie fiscali.
Una manovra che va nella direzione sbagliata, si diceva. Fin dall’inizio, quando il governo non solo non ha voluto, in dispregio del protocollo del 23 luglio, coinvolgere in nessun modo le parti sociali nella costruzione della legge finanziaria ma non ha neppure dato loro un’illustrazione completa della manovra economica. Che è stata "fino alla fine fluttuante, indeterminata, priva di coperture certe, dannosa per lavoratori e pensionati, inutile per lo sviluppo". E che il primo passaggio in Senato, con il maxi emendamento (approvato con l’ennesimo voto di fiducia) contenente 398 commi che sostituisce i 68 articoli approvati dalla commissione Bilancio, non ha certo migliorato.
Il governo ha approvato in successione ben tre correzioni dei conti pubblici (dopo la presentazione della Finanziaria da 17 miliardi il 30 settembre, la manovrina bis del 17 ottobre da circa 2 miliardi e l’emendamento alla manovra 2006 di ben 5 miliardi il 28 ottobre). E non è affatto escluso che altri interventi di correzione si rendano necessari, vista l’aleatorietà di molte poste.
Nel prossimo anno, comunque, secondo le stime del Cer, il rapporto deficit/pil si attesterà al 4,7 (un punto in più di quanto concordato con la commissione europea) mentre lo stock del debito raggiungerà il 109,6 del Pil contro il 106,5 del 2004.
E per raggiungere questo bel risultato il governo non ha esitato a tagliare ancora sui trasferimenti agli enti locali: 3 miliardi di euro per una riduzione di spesa del 6,7 per cento e altri 2,5 miliardi per la sanità, tagli che verranno inevitabilmente trasferiti sulla parte più debole della popolazione, cioè lavoratori e pensionati, con costi più alti o minori prestazioni, finendo per comprimere spese fondamentali come quelle per l’assistenza sociale, l’istruzione, la viabilità, i trasporti.
E nel maxi-emendamento ha ignorato completamente le richieste degli enti locali sulla rassegnazione dei fondi, penalizzandoli anzi ulteriormente con la decisione di esentare dall’Ici anche gli immobili degli enti religiosi destinati da attività commerciali, causando così ai Comuni un minor gettito pari a 700 milioni l’anno.
Ignorate completamente anche tutte le richieste di Cgil Cisl e Uil, che testardamente le ripropongono proprio con la mobilitazione che culmina, per adesso, con lo sciopero del 25 novembre.
Proposte che, se attuate, potrebbero dare il segno di una svolta, con il sostegno ai consumi e agli investimenti, pubblici e privati.
Dalla restituzione del fiscal drag al controllo sui prezzi di prima necessità, alla concertazione delle politiche tariffarie; da un adeguato rifinanziamento del fondo per le politiche sociali all’introduzione di dall’aumento delle risorse per gli ammortizzatori sociali al rifinanziamento dei fondi per le imprese in difficoltà; dallo stanziamento delle risorse per i contratti pubblici alla stabilizzazione dei lavoratori precari.
(www.rassegna.it Rassegna sindacale, n.43, novembre 2005)